Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Pensare nel presente… di Giovanni Leone

Zen

Il nostro Giovanni Leone.. la “Nuvola” che passa sul carcere di Voghera.. il nostro amico dal cuore bambino, che ha sempre voglia di dare, di incoraggiare, di regalare speranza a chiunque legga.

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Pensare nel presente la condizione mentale ed emotiva di una persona.

L’afflitto indugia sulle cose negative, e questo rende cattivi e cupi i suoi giorni. Per contro, chi è buono di cuore cerca di concentrarsi sulle cose positive, anche se i giorni nostri sono tempi difficili: un modo di pensare che produce gioia interiore, paragonabile al vivere un amore continuo.

Tutti noi affrontiamo problemi che potrebbero privarci in una certa misura della facilità. Ma ci sono alcune cose che possiamo fare per mantenere la gioia anche nei momenti difficile bisogna conoscere le nostre capacità nel vivere non permettiamo all’ansia per il domani di abbatterci nel presente.

Gesù Cristo disse:

Non preoccupatevi troppo per il domani. Ci pensa lui, il domani, a portare altre pene. Per ogni giorno basta la sua pena: proviamo a concentrarci sulle cose positive che ci sono successe. Quando ci sentiamo giù, può essere utile fare una lista di queste cose e rifletterci sopra. Inoltre è meglio non soffermarsi sugli errori del passato. Facciamone tesoro per migliorarci e andiamo avanti.

Cerchiamo di essere come un autista di camion che ogni tanto guarda lo specchietto laterale ma non le fissa per tutto il tempo del viaggio. Ma guardare avanti. Quando l’ansia ci opprime, dovremmo fare affidamento su qualcuno che sa tirarci su. L’ansiosa cura (…) farà chinare il nostro cuore, ma la parola buona è ciò che lo fa rallegrare. Questa “parola buona” può venire da un genitore o famigliare, un amico o un’amica fidata. Qualcuno che non è cinico o pessimista, ma chi ama in ogni tempo.

Mentre le perle di saggezza sono racchiuse dentro l’anima, hanno aiutati molti a provare più gioia nell’affrontare la vita nei momenti più duri per me che sono ergastolano, quando penso che mi hanno tolto il diritto alla speranza di riabbracciare le persone a me care che non sono più in condizione di viaggiare.

Mentre il tuo momento più duro quale è?

Nella quotidianità la mia speranza è verso la divinità, guardando attraverso le sbarre della finestra che al mattino mi consegna un giorno tutto nuovo.

Perciò non dobbiamo odiare la vita, ma affrontarla tramite la forza dell’amore.

Ogni minuto, ogni ora, ogni giorno, quello che più conta della vita, l’importante è esserci in qualsiasi posto.

Venti leggeri.. scritti e disegni di Giovanni Leone

E’ difficile descrivere Giovanni Leone.. detto Nuvola.. detenuto a Voghera.

Cӏ tantissimo di lui in questo Blog. Soprattutto, tanti dsei suoi disegni, che hanno uno stile potreste riconoscere sempre, anche in mezzo a mille altri disegni.

Difficile descrivere Giovanni, è uno di quei personaggi talmente improbabili, che stenti a credere possano esistere.

Un cuore bambino, non infantile, bambino.. gravido di profonda innocenza, così tanta da fare piovere innocenza, da farla trasudare in ogni tratto dei suoi disegni. Sembrano fatti alla bell’è meglio, con tratti apparentemente rozzi, ma è in realtà è l’anima che prende lo scalpellino per estrarre altra anima dall’anima.

E le sue parole.. a volte comprensibili. Altre volte più confuse. Ma puoi sentirle sempre, puoi “capirle” sempre, anche quando ti sembra di non capirle, perché né afferri il senso profondo, anche quando ti sembra di non capirne il significato immediato.

C’è un Bambino nel carcere di Voghera, che allo stesso tempo è un antico Saggio, uno capace di dire cose come..

“Perciò quando l’essere ha delle abilità preziose, persegue lo scopo che si è proposto, superando ogni difficoltà. Anche se a volte le lacrime ti travolgono, soprattutto per le sofferenze dei tuoi cari, che ci restano sempre vicini come angeli custodi. Anche se a volte percorriamo sentieri a noi sconosciuti, e si viene travolti come una valanga anche nei sentimenti.”

Giovanni Saggio-Bambino.. ha quella libertà del Cuore, che lo porta struggersi per le sofferenze altrui e a desiderare la tua felicità, di Te, che stai lì fuori. Cerca di trovare il tempo e la forza per dirti qualche cosa che possa darti forza e speranza, come quando dice.. 

“Ma rallegratevi. Perché la vita è dolce verso nuovi meandri, dove i fiori sbocciano sempre come l’amore.”

Vi lascio ad altri due dei suoi intensi disegni; ognuno dei quali l’ho fatto precedere dalle parole -di Giovanni- che l’accompagnavano.

Ancora prima, ho inserito una sua breve riflessione sulla persona… “superficiale”.

Vi lascio a Giovanni Leone, allora.. detto Nuvola..

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IL SUPERFICIALE

Il superficiale è quell’essere che non approfondisce mai. Perché si sposa con l’ignoranza. E’ stupido. Perché ormai  non sa più distinguere il male dal bene e si crea delle regole personali. Mentre il saggio pensa quello che c’è da fare e non quello che ha fatto. Poiché ogni essere è nato per crescere e non per morire

I MIEI GIORNI ESTIVI

Un sole cocente batteva nella parete della cella dove mi hanno ubicato, la finestra chiusa e un grave malore mi insozzava il corpo. 

Sognavo montagne dove  i meandri mi conducevano nella cascata, e il vapore acqueo si espandeva e respiravo l’ossigeno nella atmosfera.

Come se fosse una purificazione dell’anima. Ma l’esistenza reale del carcere è crudele. Mi sento come tenuto in ostaggio. Perché le leggi sono mortifere?…

Sono ricordi..

Sono ricordi che  riaffiorano da quella scogliera dove affioravano le onde come il peso di una rondine di mare…

Era deserta, sotto quella luna con una luce tutta particolare che ti destava come vera incarnazione della bellezza della natura.

Un luogo ove la pace era di una dolcezza smisurata, come a ritrovarsi sotto l’effetto di un sonnifero, perché ho sentito il cuore battere come i martelletti di un vibrafono. Fu allora che mi sono concesso al mare con tutto me stesso. Anche se non avevo mai visto, prima di quella sera, i raggi luminosi della luna specchiarsi nell’acqua, insieme alla mia ombra. Fuori dall’acqua il mio corpo ancora gocciolava. Sono uscite dalla mia bocca parole per la madre natura che non avevo mai pronunciato prima… “Erano soltanto parole di rispetto.

Mi sono ripetuto la mattina dopo, cercando  di convincermi di essere semplicemente nel bel mezzo di una piacevole solitaria avventura estiva.

Perché il risveglio è stato ancora più travolgente, in quell’acqua chiara in cui mi sono tuffato, e non so spiegare quale onda mi abbia travolto. Era una semplice mareggiata che mi trascinava sulla schiuma illuminata del sole, rotolandomi nella più grande meraviglia che si potesse immaginare, come una madre che avvolge il suo figliolo nel suo scialle e lo stringe tra le braccia e il cuore…

Lì mi sono perso, in quell’infinito equinozio di dolcezza dove il mio cuore mi ha detto che ero libero.

VENTI LEGGERI

Venti leggeri dell’Africa, araldi nel sole della Sicilia, mare a nuoto, e terra di prelibati frutti, alberi di agrumi sempre con fiori bianchi e profumati frutti succosi, con piante selvagge ma ricche di delizia. Mentre le scogliere si specchiano nel mare. Voi dolci gabbiani ubriachi di baci tuffate il corpo nell’acqua sacra.

Ahimé, dove li potrei trovare i fiori della primavera, dove la luce del sole e della terra  è nell’ombra? Le pareti si ergono mute e fredde, come bandierine di ghiaccio che tintinnano dentro le celle di congelatore. Nessuno ha diritto di umiliare il prossimo, chiunque sia. Poiché nobile è colui che combatte coraggiosamente e con la ragione anche per la sua terra nativa.

Mentre misero è quell’essere che rinnegando la patria, fugge dai fertili campi per vivere nella vergogna dell’elemosina.

Perciò quando l’essere ha delle abilità preziose, persegue lo scopo che si è proposto, superando ogni difficoltà. Anche se a volte le lacrime ti travolgono, soprattutto per le sofferenze dei tuoi cari, che ci restano sempre vicini come angeli custodi. Anche se a volte percorriamo sentieri a noi sconosciuti, e si viene travolti come una valanga anche nei sentimenti.

Quando non si è tagliati a rivelare i segreti del tuo cuore, non devi dare la colpa a chi ti lascia, perché le virtù non si comprano in piazza, come il DNA. E le prigioni più oscure del tuo cuore possono fari mancare ugualmente le forze, e non farti sentire fiducia in te stesso. E’ per questo che in fondo al cuore della notte ci consideriamo un po’ falliti. Non che questo ci importi molto. Perché tutti noi, senza eccezione, abbiamo fallito in qualcosa.

Ma rallegratevi. Perché la vita è dolce verso nuovi meandri, dove i fiori sbocciano sempre come l’amore.

Con il cuore ringrazio tutti.

Del nostro Giovanni Leone.. in arte NUVOLA.. ho inserito tantissimi dei suoi disegni, immersi tra tratto-bambino e saggezza del cuore. Disegni che sono spesso accompagnati da parole di commento e da parole “nei” disegni.

Oggi pubblico questa sua poesia. In teoria era all’interno di un disegno. Ma, per qualche arcano motivo, il disegno viene riprodotto male. Allora la inserisco (almeno per il momento) così.

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Siamo rinnovati nella forza

che fa operare e controlla

la nostra mente e il nostro cuore.

Poiché non smettiamo di cercare ciò che amiamo

o finiremo per amare

ciò che troviamo.

Dopo avere illuminato le mie giornate

sei riuscita anche a sciogliere

un cuore di ghiaccio.

Poiché trovai gioia nei tuoi occhi

immensi come il mare.

Lucente come una stella,

acceso come l’amore.

Non far spegnere la luce

del mio/nostro cammino.

 

Visioni di Giovanni Leone

Una Nuvola corre nel cielo di Voghera, e dal cielo di Voghera raggiunge il mondo.

Nuvola.. nome di battaglia di.. Giovanni Leone..

Il nostro Blog raccoglie tanti dei suoi disegni da bambino, dai colori vivaci, e irradianti bontà, e una quasi surreale purezza.

Giovanni… è uno di quelle persone “inaspettate”.. che non ti immagineresti mai di trovare nel carcere. Che non ti immagineresti di trovare da nessuna parte. Le antiche ferite lo seguirono in anni di dolore. E nel tempo della detenzione viaggio sideralmente dentro di sé, diventando una sorta di eremita, e allo stesso tempo un Gatto Zen. 

Sovente si apparta e nel silenzio di ore gioca e colora con il suo foglio, riversandogli dentro quella sete di amore, che diventa amore verso le persone, che cerca -lui ristretto in cunicoli di  cemento- cerca di “beneficiare”.. dando consigli, mostrando laghi d’amore, invitando a mantenersi saldi e a sorridere nelle tempeste.

Prima dei primi due disegni ho inserito due righe di commento dello stesso Giovanni. 

Vi invito a guardare con attenzione l’ultima opera…. è una delle opere più dure sulla violenza distruttiva del carcere… che ho potuto vedere negli ultimi anni.

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La mia ombra… Tutti inciampiamo molte volte nell’amore. Nonostante le migliori intenzioni, i nostri famigliari possono a volte dire cose che ci feriscono. Invece di offenderci subito, cerchiamo con pazienza di capire perché ci hanno detto quella certa cosa. Sono forse sotto pressione. Sono spaventati, non si sentono bene o stanno affrontando qualche problema di cui non siamo al corrente? Tenerne conto può aiutarci a capire perché a volte le persone dicono o fanno cose che non dovrebbero e questo può spingerci a essere comprensivi. Tutti noi  abbiamo detto o fatto cose che hanno ferito altri e speriamo nel loro perdono. Gesù disse che per essere perdonati da Dio, dobbiamo perdonare gli altri. Dovremmo perciò essere pronti a scusarci e a perdonare, preservando così l’amore, il “perfetto vincolo d’unione”, sia in famiglia, che in amore.. in due diventeranno una sola luce… 27-07-2012

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Fonte di ristoro… sei saggio ragazzo, rallegra il cuore dei tuoi, affinché loro possano rispondere a chi lo biasima. Voi giovani potete dare prova di servire l’amore con tutto il cuore. Ragazzi che rimangono moralmente puri nei sentimenti.. anche se viviamo in un mondo pieno di persone egoiste, superbe, gonfie d’orgoglio e amanti dei piaceri, anziché amanti dei propri cari. Posso capire che per voi ragazzi può essere davvero difficile mantenere una condotta esemplare in un ambiente così corrotto. D’altra parte, ogni volta che fate ciò che è giusto e rifiutate di tenere una condotta sbagliata, dimostrate di essere dalla parte migliore.. nella questione della sovranità universale.. l’amore.. 25-07-2012

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Disegni e auguri di Nuvola

Il nostro Giovanni Leone -nome d’arte e di battaglia Nuvola- detenuto a Voghera, ci ha inviato due suo disegni, dei quali il primo rappresenta un pensiero di augurio in occasioni delle fiere natalizie.

Giovann.. spirito giocoso e bambno… ore ed ore a disegnare, scrivere, meditare… di poche parole, e di ntensi viaggi nel cuore.  Spesso impegnato a cercare di incoraggiare gli altri attraverso le sue opere.

E noi diamo gli auguri a te Giovanni.. Nuvola.. continua a disegnare, a difendere la tua libertà onorando il tuo tempo.

 

 

“Un bambino cresciuto troppo in fretta” di Gino Rannesi- 2° Capitolo

Dopo l’inizio del romanzo di Gino Rannesi, già pubblicato in

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/09/18/b/  con il 1° Capitolo di “Un bambino cresciuto troppo in fretta”,  finalmente pubblichiamo oggi il 2° Capitolo:

Secondo Capitolo

Dove eravamo rimasti:

Il ragazzino vivace, incattivito, ma buono, era rattristato per il fatto che non avrebbe potuto continuare le scuole. Infatti tra gli eventi negativi che gli avevano precluso il proseguo degli studi vi era stato l’infortunio che aveva colpito il suo papà: una mattina, a causa di uno scivolone sul posto di lavoro, si ruppe in più parti il braccio destro. Se papà non poteva lavorare erano cavoli amari!

Una sera,  pochi giorni dopo che il suo papà aveva subito l’infortunio, il ragazzino prima di prendere sonno, dalla sua stanzetta che divideva con i suoi fratelli più piccoli, il bonaccione che di anni ne aveva 11, il pestifero che di anni ne aveva 8 e Roberto che di anni ne aveva 5,  sentì i suoi genitori discutere animatamente.Il bonaccione che stava già dormendo si svegliò per il trambusto, questo con aria sorniona rivolgendosi al pestifero chiese:  Ma che minghia succede?

Chi è che parla ad alta voce?

 

Il pestifero non fece in tempo a rispondere allor quando il fratello maggiore li interruppe: State zitti, adesso vado a vedere. Si alzò dal suo lettino e di soppiatto si avvicinò presso la stanza da pranzo dove i suoi genitori continuavano a discutere animatamente.

Il ragazzino vivace si vergognò un po’ per il fatto che stava origliando, sapeva che non era bene origliare dietro le porte, l’aveva sentito dire a qualcuno, forse al nonno, ma la curiosità mista alla preoccupazione fecero pensare al ragazzino che forse per una volta si poteva anche fare, tanto i suoi genitori non l’avrebbero mai saputo.

Rimase ad ascoltare per alcuni lunghi minuti. Poco dopo il bonaccione e il pestifero si avvicinarono al fratello maggiore intento ad origliare e gli chiesero: Che dicono, che dicono? Ed egli rispose: Muti scimuniti, se papà si accorge che stiamo origliando sono botte.

Non si origlia,  non lo sapete che non si deve origliare?

 Il pestifero a bassa voce gli rispose: Ma tu allora chi cazzu sta facennu, non stai forse origliando?

Il fratello vivace ma buono, con un gesto della mano lo invitò a ritornare nella loro stanzetta. Ma il pestifero con fare temerario rispose: No! Voglio ascoltare anch’io.. il fratello maggiore a bassa voce ma con tono perentorio ribatté: Hai tre secondi per sparire e dopo ti prendo a calci nel culo.

Il pestifero desistette: è pestifero, ma non scemo, sapeva che i calci nel culo li avrebbe presi veramente. A proposito, l’appellativo di pestifero quest’ultimo se l’era guadagnato sul campo.

Non c’erano gabbie di uccellini che lui non riusciva a sottrarre ai legittimi proprietari, a quel tempo nel quartiere era usanza mettere in bella mostra sui balconi delle case almeno una gabbietta con  un cardellino, o un canarino. A lui piacevano tanto gli uccellini. Inoltre aveva la passione per le calamite con raffigurate immaginette di Santi che nel quartiere in molti attaccavano sui cruscotti delle proprie macchine.

Il bonaccione invece per l’appunto era considerato un buono, ma in realtà, era solo meno impulsivo dei suoi fratelli. Roberto aveva solo 5 anni.

Il bonaccione e il pestifero fecero rientro nella loro stanzetta mentre il fratello maggiore continuò ad origliare. Quello che sentì lo turbò, i suoi genitori discutevano sul come superare le difficoltà economiche che da lì a poco si sarebbero abbattute su tutta la famiglia. Inoltre aveva scoperto un fatto che sino a quel momento era rimasto inedito a tutti.

Poco dopo il ragazzino rientrò nella sua stanzetta, i fratelli dormivano già, almeno  così aveva inteso lui, in realtà a parte Roberto i suoi fratelli lo stavano aspettando.

Il pestifero e il bonaccione si alzarono di scatto e come dei falchi piombarono sopra il lettino del fratello maggiore. Il pestifero lo incalzò: Allora? Che succede, che succede? Il bonaccione invece: Non dire niente ho già capito. La mamma ha scoperto che papà ha l’amante, perciò stanno litigando.

Il fratello maggiore spazientito rispose: Cretini,  non stanno litigando, sono molto preoccupati, imprecano contro la sfortuna, papà ha un braccio rotto e non può lavorare. Adesso dormiamo, sono stanco.

In realtà il ragazzino più che stanco era avvilito. Ma che cosa aveva realmente ascoltato di così preoccupante?

Forse la conferma che non avrebbe potuto continuare gli studi?

Ormai era risaputo il fatto che a causa dell’infortunio che aveva colpito il papà, le cose in famiglia sarebbero per forza maggiore cambiate. Ma qual’era la notizia inedita che aveva appreso?

Lo scopriremo in seguito, forse!

Ma come cambiarono realmente le cose èpresto detto. Il ragazzino iniziò la vita lavorativa: la mattina sveglia alle 5, alle 6 insieme al padre si recava ai mercati generali. Dopo l’acquisto più conveniente di frutta e verdura a secondo della stagione, caricavano il tutto sulla seicento multipla di proprietà del papà, che lo stesso riusciva a guidare nonostante la vistosa ingessatura al braccio e via per la pescheria. Entro le otto il posto era già pronto per la vendita dei prodotti che di volta in volta venivano esposti. 

Il signor Alfio con l’aiuto del proprio figlio, nonostante il braccio rotto, riuscì a mandare avanti la baracca.

Nel frattempo la signora Concetta per dare una mano a pagare i debiti contratti unitamente al marito ebbe un’idea geniale. Questa era bravissima nel fare il pane casereccio e propose al marito: Alfio,  se vendessimo il pane caldo nelle giornate di Domenica?Non credi che se la gente avesse la possibilità di acquistare il pane caldo anche di domenica lo farebbe volentieri? Caldo e con modalità diverse da quelle adottate dagli altri panificatori.

 Infatti è risaputo come il pane fatto in casa sia di gran lunga migliore. Non vi sono prodotti come il lievito di birra nè di qual si voglia additivo chimico, al suo posto viene usata la pasta vecchia, questa fa sì che la lievitazione avvenga molto lentamente, ma proprio per questo più genuina. Inoltre, il pane di casa viene cotto nei forni costruiti con mattoni di argilla e alimentati esclusivamente con la legna.

Alfio: Cuncittina, questa tua idea mi piace, possiamo fare così: io stesso nel tempo libero costruirò un forno consono per la cottura del c.d. pane di casa. Brava Concetta, è un’ottima idea, potremmo lavorare il sabato notte, per poi sfornare il pane a partire dalle ore 7 del giorno successivo, poi armeremo dei posti improvvisati nei punti più strategici della città: chi andrà al mare o in montagna, piuttosto che mangiare il pane del giorno prima, certamente una volta sparsa la voce, preferirà acquistarne di caldo e per lo più fatto con prodotti genuini.

Parve ad entrambi un’ottima idea… Nel tempo libero quando Alfio non lavorava, praticamente solo la Domenica, un po’ alla volta iniziò a costruire il forno.

 

Il ragazzino vivace che adesso di anni ne aveva 15, era felice di lavorare con il padre. Lì, alla pescheria aveva imparato tante cose.

Un giorno nel posto di lavoro il ragazzo assistette ad un fatto che lo “sconvolse”. Era tempo di carciofi, la merce preferita del suo papà, si guadagnava tantissimo, ma era necessario un aiuto in più, il braccio destro ormai guarito da tempo, era tornato ad essere tonico è forte. Tuttavia però la trattazione dei carciofi comportava una manodopera di gran lunga superiore, ragion per cui il papà del ragazzo vivace ma buono assunse per qualche tempo un suo cognato, Franco era il suo nome. Questo per via della pancia piuttosto appariscente e dei grossi baffi che amava esibire, era inteso con il soprannome di: “ u messicanu”.

 

Un giorno intorno alle ore 12, quando ormai mancava poco per chiudere bottega, ecco che d’un tratto si avvicinò un tale. Questo con fare da spocchioso rivolgendosi al messicano chiese: Quanto vuoi per gli ultimi carciofi rimasti?

Erano una quindicina. Il messicano gli rispose:-500 lire e sono tuoi.

Quel bastardo aveva una pancia talmente grossa che sembrava una mongolfiera, inoltre era alto, ma così alto che il messicano a confronto sembrava un nano. Il tale con arroganza di chi si crede un duro gli rispose: Ti do 300 lire e mi dici anche grazie. Ne nacque un’ accesa polemica. Il messicano per nulla intimidito concluse: 500 lire o niente.

Il papà del ragazzo vivace avendo visto e sentito tutto, con discrezione si avvicinò al messicano, poi rivolgendosi al figlio disse: Vai in macchina e restaci sin tanto che io non ti chiami. Il ragazzo non fece in tempo ad allontanarsi quando quel grosso bastardo con fare nervoso tirò fuori dalla tasca una banconota da 500 lire la strappò e in segno di disprezzo la buttò in faccia al messicano. Dopodiché, dalla tasca posteriore dei pantaloni tirò fuori un coltellaccio. A quel punto Alfio che aveva già capito cosa frullava nella testa di quel coglione, agì senza che nessuno si fosse accorto di nulla, impugnava  già un piccolo rasoio, e prima che il coglione potesse colpire il messicano, con uno scatto fulmineo lo attinse con una rasoiata sulla pancia.

 

Gridò al figlio:Vai in macchina. Il ragazzo ubbidendo si precipitò dentro l’auto posteggiata a pochissima distanza. Questo però non gli impedì di vedere il velocissimo fendente che il padre aveva inferto a quel prepotente, inoltre di sentire lo strano rumore che era fuoriuscito dalla pancia del grassone. Un rumore simile a quello di un palloncino che dopo essere stato gonfiato lo si lascia con l’estremità aperta. Prrrrrrrrr. Il ragazzino all’interno dell’auto vide tanta gente che accorreva, questa dopo aver caricato quel grassone su una motoape per condurlo all’ospedale, si congratulava con il suo papà: Bravo Alfio, hai fatto bene, questo cornuto adesso la smetterà di importunare la gente che lavora.

Il tizio venne dimesso dopo qualche mese. Si guardò bene dal denunciare Alfio, infatti quest’ultimo aveva agito per legittima difesa.

 

Ma chi era Alfio?

Alfio era un grande uomo, era uno con gli attributi. Orfano sin da ragazzino. Infatti i suoi genitori erano morti durante la seconda guerra mondiale, una bomba centrò la loro casa. Era stato “adottato” dalla strada, qualche famiglia del quartiere di tanto in tanto  gli offriva vitto e alloggio, in cambio però, sveglia alle 5 del mattino per recarsi nelle campagne fuori città a raccogliere ogni sorta di verdura che poi veniva smistata ai mercati generali.

A soli 16 anni diventò autonomo, per conto proprio acquistava la merce al mercato per poi rivenderla per le strade del quartiere. A 18 anni divenne proprietario di uno dei posti più ambiti per la vendita di qualsiasi merce,  sito al centro della pescheria della città di Montezuma.

Alfio era cresciuto da solo, aveva conosciuto e patito la fame, era vivace e all’occorrenza anche aggressivo. C’erano tutti i presupposti perché Alfio potesse diventare un delinquente. Lui non lo fu mai. Ecco perché era un uomo con gli attributi.

 

Spirito attivo.. di Nuvola

Giovanni Leone – in arte e in battagli Nuvola (per sapere l’origine di questo nome andate al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/13/io-sono-nuvola-opere-e-riflessioni-di-giovanni-leone/) – figura insolita, improbabile in un luogo come il carcere, improbabile proprio in quanto tale. Spirito bambino, coi suo colori, e la sua matita, passando ore e ore in cella in profonde meditazioni, riflessioni e creazioni (c’è un bellissimo momento in un post di mesi fa, dove Pierdonato Zito parla di Giovanni Leone, il degno che lo accompagna è dello stesso Giovanni (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/07/13/pierdonato-zito-su-giovanni-leone-nuvola/).

Oggi pubblico altri due suoi disegni, ma si intende che tutto il suo materiale presente sul Blog andrebbe visto.

Il primo disegno mostra una donna alta e fiera, che alza il braccio e la mano, in prossimità di una bandiera. Questa donna simboleggia lo spirito libero, attivo, l’anima guerriera che può svegliarsi in ognuno di noi, e ci spinge ad osare e a superare ogni realtà ostacolante, per rinnovare noi stessi e il mondo. Il disegno è accompagnato da un testo (che ho inserito immediatamente precedente ad esso), dove Nuvola parla di come intende lo spirito attivo.

Il secondo disegno non è preceduto da uno scritto, ma il suo senso è di una evidenza diretta come una pietra in testa. Il carcere come ghetto di poveri cristi crocifissi.

Giovanni.. Nuvola… sente l’esigenza fortissima di rendere felici gli altri, di dare loro qualcosa che possa allontanarli dalla cieca sofferenza e dai tormenti impotenti, per accenderli lungo strade di speranza. E, come in questo testo, sembra dire loro “avanti, vivete questa vita con coraggio, con amore”.

E’ come una sorta di eremita Nuvola, essere perso tra il cemento e le sbarre di Voghera, innamorato dell’esistenza, che non conosce “dal di fuori” da molti anni. Eppure appassionato della vita.. come pochi.

Bellissimo il finale del suo testo che accompagna il primo disegno…

Perciò faccio bene a sprigionare le mie sensazioni, nel scarabocchiare, e non me ne può fregare niente del tuo giudizio di pantofolaio. E datti una mossa.. togli le chiappe dal letto se ti vuoi salvare… l’importante è esserci.”

Invito che rinnovo… alzate il culo dal divano perdigiorno. E tempo di lottare.. e di vivere.

Vi lascio ai due disegni e allo scritto di Giovanni Leone… libera Nuvola in libero cielo.

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Non è mai troppo tardi per lo spirito attivo. Perchè prima o poi salterà fuori quell’anima da guerriera per inseguire i propri pensieri verso la via dei sogni.

Ogni attimo è  buono per aprire la porta delle vie in cerca ancora di futuro, delle avventure a te sconosciute, come Cristoforo Colombo. Avventure dove  sapevi ritrovare la luce stessa riflessa nel tuo cuore. Anche quando il cammino era pieno di pericoli estremi, e l’animo ancora prigioniero del passato e consumato dalle ansie, e anche il corpo a volte cede.

Ma le lacrime e le speranze danno forza a quell’amore e a quella fede che ancora devono sbocciare, e non fanno morire mai la linfa che porta a farti rialzare.

Perchè sei custode della tua fonte di vita, come sullo schermo del cielo, dove è scritto tanto amore per la vita e per il prossimo. Perchè l’animo nobile non ti lascia mai, è come l’amore che si attacca addosso, e si riconosce sempre.

E’ l’unico modo che abbiamo per parlare della nostra vita, senza arenarci nelle tristezze della legge in questio ventennio. Perciò non farti il funerale, prima del tempo, come forse qualcuno vorrebbe. Perchè la nostra vita ha sempre bisogno di risorgere, di metterci di nuovo in gioco. In qualsiasi posto si sia, è importante esserci, con l’intenzione di ritrovare se stessi, di iniziare unanuova vita, riconfermando i propri valori fondamentali, ma dentro un mondo senza confini, che deve mettere al centro il rapporto tra libertà e natura, che deve pensare davvero al proprio futuro, partendo dalla scommessa di un mondo di energie sostenibili e di progetti possibili.

Non sono promesse di detenuto, sono piani di esperienze e di vita di uno che del proprio sogno ha fatto un destino, scrivendo e parlando di sogni e progetti.

Perciò dobiamo anche meditare, cioè riflettere profondamente, su ciò che impariamo, facendolo scendere nel cuore. Solo l’amore la fede viva possono spingerci ad agire con coraggio per ricevere  i frutti dell’amore del prossimo.

Perchè tutti noi manchiamo di sapienza. Per trarre beneficio da essa, continua a cercarla, studiando attentamente gli insegnamenti dei saggi e meditando su ciò che leggi, e su quello che ascolti. Devi prestare attenzione alla sapienza con il tuo orecchio, in modo da inclinare il tuo cuore al discernimento. Se inoltre chiami l’intendimento stesso, e levi la voce, e continui a cercare come cibo i tesori nascosti dell’amore, troverai anche la medesima conoscenza di Dio. Troveremo gemme di sapienza, per fare fronte ai problemi, e per prendere decisioni sagge.

Perciò faccio bene a sprigionare le mie sensazioni, nel scarabocchiare, e non me ne può fregare niente del tuo giudizio di pantofolaio. E datti una mossa.. togli le chiappe dal letto se ti vuoi salvare… l’importante è esserci.


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“Un bambino cresciuto troppo in fretta” di Gino Rannesi 1° Capitolo

Iniziamo oggi a pubblicare il 1° Capitolo del tanto atteso romanzo di Gino Rannesi:  

 

 

Un bambino cresciuto troppo in fretta

                                                                                                                               Girolamo Rannesi  

 

 

Questo racconto è un’opera di fantasia, qualsiasi analogia con fatti e persone sono assolutamente casuali. (I personaggi sono tutti frutto della fantasia, il protagonista è un bambino cresciuto troppo in fretta).

 

Dedicato a Nicholas

 

Primo capitolo

C’era una volta un bambino vivace ma buono:

era nato a Montezuma, una città del profondo sud, era molto vivace ma anche buono, gentile e molto educato. Sino all’età di 5 anni era cresciuto con l’innocente spensieratezza che tutti i bambini dovrebbero avere. Viveva in un quartiere brutto, c’erano poche case tutte di colore grigio, le strade non erano ancora asfaltate e tuttavia era un bambino felice. Il suo papà si chiamava Alfio,  non le fece mai mancare nulla, tutti i giorni andava alla pescheria dove era titolare di un posto per la vendita di frutta e verdura, guadagnava abbastanza.

A quel tempo quasi tutti gli abitanti del quartiere erano poverissimi, non sempre avevano da mangiare, la mamma del bambino vivace ma anche buono, che si chiamava Concetta, invitava spesso tutti i bambini del quartiere nella propria casa i quali accorrevano felici. Infatti la signora Concetta dava da mangiare a tutti loro, arancini, schiacciate, focacce e  frittelle piene di ricotta, una vera delizia per i compagnetti del bambino vivace ma buono. Lui infatti era orgoglioso dei suoi genitori che non li facevano mai mancare nulla, inoltre fiero del fatto di essere il figlio della signora Concetta e del signor Alfio, i quali si prodigavano per aiutare i più poveri. Ogni sabato pomeriggio a casa del bambino vivace ma buono era gran festa, essendo una delle poche famiglia del quartiere a possedere un televisore tutti i bambini erano ospitati a vedere il film di Stanlio e Olio. All’età di 6 anni il bambino vivace  ma buono iniziò a frequentare la scuola, dalla prima elementare alla quinta tutto andò bene. Il bambino venne promosso ogni anno con ottimi voti. All’età di 11 anni iniziò a frequentare le scuola media e da subito si accorse che le cose non stavano più come prima. Infatti ai bambini del quartiere che lui conosceva bene se ne erano aggiunti degli altri provenienti dai quartieri confinanti. Questi ultimi erano mal sopportati da tutti i bambini del quartiere e più di ogni altri dal bambino vivace ma buono. Li riteneva chiassosi, maleducati e invadenti. Il bambino vivace ma buono iniziò a conoscere le prime scazzottate e con sorpresa si rese conto del fatto che lui nel menare con le mani era particolarmente bravo. Ragion per cui diventò ancor più vivace, ma fondamentalmente rimase buono. Il bambino vivace ma ancora buono diventò l’idolo di tutti gli altri bambini del quartiere e già  lui riusciva a tenere a bada gli invasori. Erano chiassosi, maleducati, invadenti e molto aggressivi, ma lui a turno li aveva picchiati tutti. Gli invasori però mal sopportavano il fatto che uno solo di essi si era ribellato alla loro arroganza sonandogliele di santa ragione. Gli invasori resisi conto del fatto che uno per volta contro il bambino vivace ma buono non sarebbero mai riusciti a vincere, decisero di tendergli una trappola. Una mattina il bambino vivace ma buono, chiese alla sua mamma il permesso di poter rimanere in casa, quella mattina proprio non voleva saperne di andare a scuola. La sua mamma allora lo interrogò: -Perché  stamattina non vuoi andare a scuola? Che succede?

Il bambino vistosi incalzato dalle domande che la mamma le faceva con insistenza sbotto: -Ho fatto un brutto sogno. Ho sognato di essere stato aggredito da tanti cani, erano tutti neri con gli occhi rossi. La mamma allora gli sedette accanto, gli accarezzò il viso e disse: –Stupidino! Era solo un sogno, su,vai a scuola, non fare i capricci e, se ti può tranquillizzare, la mamma rimarrà fuori dal portone mentre vai via,  nel caso in cui si dovesse avvicinare qualche cane lo prenderà a legnate. Il  bambino vivace ma buono, tranquillizzato dalle parole della sua mamma, saltò giù dal suo lettino e nel giro di pochi minuti era già in strada, zainetto in spalla si avviò verso la scuola. Era una bellissima giornata di primavera,  il sole gli appariva come un grande girasole. La strada che il bambino percorreva per andare a scuola era costeggiata da ginestre e mandorle in fiore, il bambino vivace era felice di tutto questo, il suo quartiere era il più bello di tutti i quartieri del mondo e poco gli importava se le strade non erano ancora asfaltate. Quel giorno però la lezione gli sembrò più lunga del solito, il bambino non vedeva l’ora di tornare a casa, era angosciato e ancora scosso dal sogno che aveva fatto durante la notte. Pensava e ripensava a quei cani neri con gli occhi rossi che lo avevano aggredito, e poi perché all’improvviso il cielo si stava oscurando? Qualche saetta qua e la illuminò la piccola aula dove il bambino seguiva la lezione, il girasole era scomparso, al suo posto nuvoloni brutti e pieni di rabbia, era forse il preludio che qualcosa di brutto stava per accadere?

 

Finalmente suonò la campanella, il bambino molto velocemente mise a posto lo zainetto e si avviò verso l’uscita. Appena fuori dalla scuola incrociò un gruppetto di invasori, uno di questi per attirarlo nella trappola che gli stessi avevano pensato di tendergli cercò di condurlo con l’inganno presso una piccola campagna che si trovava appena fuori dal quartiere e gli disse:

Vieni,c’è un gattino arrampicato su un albero che non riesce a scendere, è lì da ore.

Il bambino vivace ma buono si precipitò sul posto che gli era stato indicato. Corse fortissimamente, lui era vivace ma buono, tanto buono che non aveva ancora capito che stava per cadere in una trappola: correva, correva, lui doveva salvare il gattino. Arrivato sul posto che gli era stato indicato da quel maledetto invasore, si rese subito conto del fatto che non c’era nessun gattino da salvare. Si ritrovò invece circondato da una decina di invasori, alcuni di questi impugnavano dei bastoni, altri delle pietre. Un vento umido le accarezzò il viso, il cielo già scuro per via delle nubi cariche di pioggia che da lì a poco si sarebbe scaraventata sul terreno, si illuminò con una serie di lampi e saette a forma di lance lo squarciarono. Era il preludio di una battaglia che da lì a poco avrebbe certamente avuto inizio. Il bambino vivace ma ancora buono, che di anni ne aveva ormai 13, si scandalizzò del fatto che quei suoi coetanei stavano per saltargli addosso tutti insieme, non era corretto, era sleale. Il bambino ormai ragazzino, sempre più vivace ma ancora buono,  era allibito, non sapeva che fare, voleva scappare ma non poteva, avrebbe fatto la figura del codardo, poi si ricordò di una frase che il nonno amava ripetere:

Meglio un giorno da leone che cento da pecora. Iniziò a cadere la pioggia, cadde con tanta violenza che in un baleno furono tutti bagnati fradici, i lampi illuminarono i bastoni che gli invasori impugnavano facendoli apparire agli occhi del ragazzino ancora più minacciosi. Pensava velocemente: –Che fare, che fare! Con sorpresa si accorse di non aver paura, decise di attaccare per primo, il ragazzino vivace ma ancora buono pensò di scagliarsi su quello che lui riteneva il più forte degli invasori, questo era alto e robusto e impugnava un grosso bastone, con uno scatto fulmineo riuscì a colpirlo con una serie di pugni in faccia, poi con una mano lo afferrò per i capelli e con l’altra cercò di strappargli quel grosso bastone dalle mani: ne nacque una brevissima colluttazione ma, prima che riuscisse a strappargli quel maledetto bastone, subì la reazione degli altri invasori che, ancora increduli per il coraggio mostrato dal ragazzino vivace ma buono, lo colpirono ripetutamente con pietre e bastoni. Il ragazzino vivace ma adesso molto arrabbiato con un morso alla mano costrinse quel bastardo di un invasore a mollare il bastone, il bambino vivace ma ormai arrabbiatissimo cominciò ad agitare quel grosso bastone così come gli aveva insegnato Angelo. Angelo era una persona adulta che di mestiere faceva il pecoraio. Questo abitava di fronte alla casa del ragazzino vivace ma ormai super arrabbiatissimo. Angelo da molti anni ogni domenica aveva impartito al ragazzino vivace, lezioni su come maneggiare il bastone. (Infatti è notorio come i pecorai siano maestri nel maneggiare il bastone che può diventare un oggetto d’attacco molto offensivo). Forte di quegli insegnamenti, il ragazzino seppe come usare quel bastone, lo fece roteare come le pale di un elicottero mettendo perciò in fuga tutti gli invasori, ai quali aveva procurato una miriade di bernoccoli in quelle testacce vuote, maleodoranti e puzzolenti. Il ragazzino vivace, ma ormai incattivito, restò segnato da quella bruttissima esperienza. Aveva imparato a sue spese che non ci si poteva fidare di nessuno, meno che mai dagli invasori, quei quartieri confinanti agli occhi del ragazzino incattivito apparivano così ostili, brutti e cattivi.

Il ragazzino buono ma incattivito, finì di frequentare le scuole medie, non prima però di aver subito un’altra grande ingiustizia. Stavolta però perpetrata da parte di chi invece avrebbe dovuto dare il buon esempio su quelli che dovrebbero essere i principi e i valori dell’onestà, della lealtà e dell’etica morale. I professori dell’istituto scolastico durante l’anno avevano operato una selezione per scegliere gli alunni più forti su alcune discipline di atletica leggera, i quali successivamente, poco prima della chiusura dell’anno scolastico, si sarebbero confrontati in una sorte di finale con gli alunni di altri istituti. Ebbene durante le selezioni della maratona il ragazzini vivace ma buono risultò di gran lunga il più forte di tutti. Ragion per cui i professori chiesero l’autorizzazione ai genitori perché il bambino potesse partecipare alla gara che, per l’occasione si sarebbe disputata all’interno dello stadio della città. Ma l’amara sorpresa per il ragazzino arrivò poco prima dell’inizio della gara che visti i tempi che lo stesso aveva realizzato durante le selezioni sarebbe stato certamente tra i possibili vincitori. Era tutto pronto per l’inizio della gara, il ragazzino sentiva già la tensione, era tonico è forte, d’un tratto però gli si avvicinarono due dei professori che avevano preparato gli alunni per la gara, questi rivolgendosi al ragazzino gli dissero: – Tu non puoi partecipare sei la riserva, il titolare è Pasquale. Il ragazzino sconcertato rispose: – Ma durante le selezioni Pasquale è arrivato sempre ultimo, mentre io sono sempre stato il più veloce.

I professori ignorando le contestazioni fatte dal ragazzino rivolgendosi al figlio dell’assessore dissero: –Pasquale sei pronto?

Avete capito bene! Pasquale era il figlio dell’assessore. Quest’ultimo esercitava il suo mandato proprio nel comune dove risiedeva anche il ragazzino vivace, ma adesso si era rotto i coglioni di essere buono. Iniziò la gara, tre chilometri che il ragazzino vivace avrebbe sbranato. Pasquale arrivò ultimo, roba da non crederci in un sol colpo quei professori erano riusciti a umiliare due ragazzini. Certo Pasquale non aveva nessuna colpa, ma il padre di questo altro non era che un gran pezzo di merda. Per vanità aveva preteso che il figlio partecipasse ad una gara che non avrebbe potuto vincere neanche se fosse stato alla guida di un motorino. Il ragazzino al rientro a casa dopo quella giornata avvilente non aveva nessuna voglia di parlare con nessuno. Alla madre che gli aveva chiesto come fosse andata la sua gara rispose: – Non c’è stata nessuna gara, hanno rinviato tutto al prossimo mese. Ma, la signora Concetta che conosceva bene il proprio figlio capì che il suo bambino era rattristato: – Gioia mia, dimmi che succede, dai tuoi occhi vedo che sei triste, perché non hai vinto?

Il ragazzino stizzito ribadì: – Mamma non c’è stata nessuna gara. La sera durante la cena il ragazzino si aspettava che anche il padre gli facesse delle domande su come fossero andate le cose allo stadio. Invece no, nessuna domanda. Il signor Alfio per il  proprio figlio ebbe più attenzioni del solito. Lo abbracciò continuamente, lo elogiò per gli ottimi voti che aveva avuto durante l’anno scolastico. Stringendolo a  se lo sbaciucchiò per tutta la sera. In realtà il signor Alfio aveva saputo tutto, ed era molto arrabbiato. Ce l’aveva con quei lecchini dei professori, e soprattutto con l’assessore. Quella notte il signor Alfio non chiuse occhio pensava e ripensava a come si potesse sentire il proprio figlio dopo aver subito quell’atto gratuito da parte di chi invece aveva il compito tra le altre cose di “educare”. Alfio prese una decisione, darà soddisfazione al figlio. Il giorno seguente intorno alle ore 10 Alfio invitò il figlio ad andare con lui per fare delle compere. Papà al volante della sua FIAT 600 imboccò la strada principale e dopo qualche centinaio di metri si fermò vicino la piazzetta del quartiere dove in fondo alla stessa vi era il Municipio. Rivolgendosi al figlio disse: –Adesso verrai con me ed entreremo nel municipio perché voglio che tu assista a una cosa che papà farà.

Scesi dall’auto i due entrarono nel municipio salirono al primo piano dello stabile, Alfio senza bussare aprì una porta di colore blu e all’interno di quella stanza indovinate un po’ chi vi si trovavano intenti a discutere? L’assessore e i due professori che vigliaccamente avevano fatto fuori il ragazzino dalla maratona per compiacere il cosidetto Assessore.

I tre alla vista di Alfio sbiancarono in volto, l’assessore con un certo imbarazzo rivolgendosi a Alfio chiese: –Ha bisogno di qualche cosa? Alfio rispose: – Oggi sono fortunato, cercavo uno stronzo e invece ho trovato tre pezzi di merda, cornuto! Quello che voglio lo sai già: chiedi scusa a mio figlio per l’azione indegna che hai fatto nei suoi confronti e dopo chiedi scusa anche a tuo figlio. Muoviti pezzo di merda chiedi scusa a mio figlio.

L’assessore rosso per la vergogna rivolgendosi al ragazzino disse: -Ti chiedo scusa, io non volevo, non sapevo, scusa, scusa.

Alfio apparentemente soddisfatto per le scuse rivolte al proprio figlio, non riuscì a non fare una cosa che aveva pensato di fare durante tutta la notte. Sputò in faccia all’assessore e lo ammonì: -Cornuto, impara a vivere. Rivolgendosi poi ai professori con tono ironico disse: – In quanto a voi galantuomini del cazzo, dotti e acculturati, vergognatevi, non siete degni di insegnare in una scuola. Padre e figlio andarono via soddisfatti. Che dire, forse il comportamento tenuto da Alfio potrebbe essere discutibile, avrebbe potuto fare quello che aveva fatto anche in assenza del figlio. Invece no, Alfio così agendo ha voluto dire al figlio che papà c’è e non permetterà a nessuno che ti manchi di rispetto.

 

Il ragazzino avrebbe voluto continuare le scuole: – Da grande voglio fare l’elettricista. Così diceva ai suoi genitori, i quali sarebbero stati ben felici di accontentarlo, ma una serie di eventi negativi hanno fatto sì che il ragazzino vivace ma buono non potesse frequentare quel corso, che a quel tempo durava 5 anni. …

Il mio castello.. di Alfredo Sole

Alfredo Sole non ci inviava pezzi da un pezzo (sì.. lo so che sembra un gioco di parole…:-).. In un certo senso la routine sfiancante del carcere sembrava avergli depotenziato la fantasia e l’ispirazione (proprio di questo lui parla nella sua ultima lettera che pubblicammo…. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/07/07/scrivere-di-alfredo-sole/) pur lui continuando, comunque, a fare altro.. ad esempio gli esami alla Facoltà di Filosofia, a cui è iscritto.

Ma Alfredo è di quelli che hanno una pelle dura, di quelli che non si possono mai davvero “addormentare”… di quelli che hanno un animo che prima o poi ritorna sempre fuori. E uno come lui non potrà mai davvero smettere di scrivere..

Eccoci un suo nuovo pezzo.. di recentissima creazione..

Una poesia dedicata a un momento particolarissimo della sua infanzia. Quando, da bambino, si arrampicava presso le rovine di un castello nei pressi di Racalmuto, suo paese di origine. E lì immaginava avventure, battaglie, spade e principesse. ATTENZIONE: L’IMMAGINE CHE HO MESSO IN APERTURA DEL POST E’ UNA FOTO PROPRIO DEL CASTELLO DI RACALMUTO, PROPRIO DI QUEL CASTELLO TRA LE CUI ROVINE IL PICCOLO ALFREDO SOLE GIOCAVA…:-)

Molto vivida questo squarcio infantile.. questa pagine che ricorda alcuni momenti della letteratura italiana dell’800. E mi ricorda, in Spirito, anche una Canzone dei Litfiba.. scritta nei loro tempi migliori.. BAMBINO, si chiama.. cercate anche il video su Youtube.

E adesso vi lascio ad Alfredo Sole, al suo castello, e alle sue avventure da bambino. Prima della poesia faccio precedere da un estratto della sua lettera, in cui parla proprio di questa poesia e di ciò che la ha ispirata.

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Caro Alfredo, ho appena finito il mio pezzo. Un ricordo di quando ero bambino e mi dilettavo nel castello a inventarmi battaglie. Avevo la campagna a due passi. Quel castelluccio era il mio “parco giochi”, seppur molto pericoloso.

Non so se può essere “piacevole” scritto così, quasi in rima, ma mi piace la cadenza nella scrittura. E’ come un ritmo musicale.

Questo ricordo l’ho tirato fuori leggendo un libro sulla storia di Racalmuto. Alla fine c’erano delle foto, vecchie foto. Ho rivisto i miei luoghi d’infanzia e quel castello mi ha fatto ricordare di quando scorrazzavo tra le sue rovine, sempre speranzoso di trovare un tesoro nascosto.

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IL MIO CASTELLO

Ricordo, sì ricordo la mia infanzia quando

fanciullo salivo sul monte Castelluccio

pericoloso per un bambino giocare in un

castello diroccato.

Mi era proibito, ma io

non ascoltavo.

Agevolato dalla vicinanza con

la casa di campagna

facevo del castelluccio il mio

luogo preferito.

Alte mura si ergevano minacciose

su quella collina; ma quel gigante

di pietra a me non faceva paura

e tra le sue mura il signore

ne diventavo.

Arrampicandomi tra le sue ferite

del tempo, nel punto più alto mi

sistemavo  pur da lì scrutare l’arrivo

del nemico saraceno.

All’imbrunire, da baldo cavaliere

.. (parola non chiara) di spada battevo.

Mi distoglievo da quella fantasia di

bambino solo quando le ombre diventavano

minacciose.

Il sole nel suo tramontare rendeva

il luogo spettrale e lì iniziavo ad

avere paura.

Buie stanze dovevo attraversare,

mi facevo coraggio, in fondo ero appena

stato un Cavaliere! Così mi avviavo tra

le sue rovine.

Scender le scale era più pericoloso,

nel mezzo erano crollate, e un piede

in fallo sarebbe stato rovinoso.

Uscito fuori all’aperto con i brividi di paura

ancora addosso,

progettao già l’avventura che

avrei ricercato.

Così trascorrevo l’estate in quel

meraviglioso posto,

ma l’infanzia presto finisce

e d quel luogo di antiche battaglie,

non ne rimane altro che un

lontano ricordo.

Ritornai al castello da grande,

ma nulla era più così affascinante.

Niente draghi da eliminare, nè principesse

da salvare.

Il tempo dei sogni era finito

e io mi preparavo ad andare incontro

al mio crudele destino. Ma un’ultima

volta volli salire su quelle vette,

il luogo preferito di me bambino,

da quella altezza contemplai l’assoluto

silenzio estivo, rotto solamente dal

lieve rumore del vento che con

il suo alito caldo accarezzava il

mio volto.

Vidi la valle tingersi di color

sgargianti,

al tramontar del sole all’orizzonte,

tal il piacere su ai miei occhi che

una lacrima scese sul mio volto.

Ma tutto finì quel giorno, nel

mio castello non avrei fatto più

ritorno.

Alfredo Sole

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