Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Luigi Miggiani- il Clochard con la cravatta

Miggianiy

Questo Blog è dedicato esclusivamente ai temi del carcere.

Solo in casi eccezionali si da’ spazio anche a qualcosa di non attinente al mondo carcerario.

E questo è uno di quei casi.

E comunque, vedrete, che, a un livello simbolico, profondo, intimo.. non siamo lontani anni luce dalle tematiche di cui si occupa questo Blog.

Qui c’è sempre una.. “carcerazione”… ma di un altro tipo.

Questa è una storia di estremo male ed estremo bene che ho pubblicato in altri contesti, ma che voglio condividere anche con voi

Nell’agosto del 2012 pubblicai un articolo dal titolo “Luigi Miggiani- il Clochard con la cravatta”  dopo avere casualmente incrociato questa persona, Luigi Miggiani, nel corso di una mia chilometrica camminata romana. Raccolsi tutta la sua storia, raccolsi foto e materiali e scrissi appunto quella nota.

Qualche giorno fa, ritornando a Roma, ho rivisto Luigi Miggiani.. ho raccolto altri “frammenti” sul suo impegno attuale, e altre foto.
Con il post  di oggi ripropongo innanzitutto l’articolo originario, che ho rimaneggiato in qualche punto, e alla fine di esso aggiungo le ultime integrazioni, seguite dalle foto.
 
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“Fanno credere che si diventa barboni per celta. In realtà si tratta di una condanna imposta da un sistema che isola le persone, crea intorno a loro terra bruciata e le condanna alla totale morte sociale”.
Luigi Miggiani
 
Questa non è una storia di generica, per quanta doverosa, denuncia della situazione dei barboni.
Questa è una storia di ferocia senza limite.
Questa è una storia d’amore.
Gli incontri hanno una loro ironia nel modo in cui giungono inaspettati.
Non dovevo essere lì quel giorno. Fu una strada presa per caso.
Confesso un mio rituale. Quando salgo a Roma, almeno un giorno, vado in punto a caso e inizio a camminare, e sperimento ore di camminata senza una meta precisa, lasciandomi guidare dalle strade, dai vicoli, dai muri, dai quartieri, dalle persone. Quel giorno, partendo dalla zona Marconi arrivai a vicino a un sottopassaggio, e subito davanti a me c’era il Cupolone di San Pietro. Quel sottopassaggio ti portava direttamente a ridosso delle colonne che costituiscono la cerchia esterna di San Pietro. Via delle Fornaci è dove ti trovi questo sottopassaggio.
E con lui, trovi anche un uomo. Luigi Miggiani.
Mentre mi avviavo al sottopassaggio, per continuare la mia peregrinazione, lo vedo. Giacca e cravatta, magro e con fare distinto. Sembra taciturno, riservato, mentre ai lati del sottopassaggio appende scritti e articoli che scopro lo riguardano, oltre a  una serie di cordicelle legate di cui mi spiegherà poi il senso. Alcuni dei fogli contengono scritti di suo pugno. Le parole che leggo sono di urlo e indignazione.
La camminata finisce là. Sento già di essere in presenza di un mondo. Chiedo a quest’uomo in giacca e cravatta di parlarmi di lui. Un vizio malsano che ho è di portare sempre con me un quadernone e una penna. Gli chiedo di raccontarmi di lui, perché volevo conoscerlo, e volevo farlo conoscere.
“Parlo solo con coloro che si fermano e chiedono, come hai fatto tu. Gli altri non li disturbo. Mi limito ad appenderei miei manifesti, a mettere a disposizione i miei volantini, a continuare in silenzio la mia protesta pacifica per la dignità umana. Ma se uno fa il passo di chiedermi qualcosa, allora mi metto a parlare.”
E la conversazione inizia.
Scopro che quest’uomo è stato titolare di due aziende. Quest’uomo è stato anche un esperto a salvare altre aziende.Quest’uomo ha aiutato tanti disoccupati e giovani. Quest’uomo, stando a ciò che sostiene, avrebbe subito un mobbing sociale che sfiorerebbe la persecuzione, isuoi anni gli avrebbero riservato mondi di discredito e tortura. Accadono davvero cose del genere?, mi chiedevo mentre, sotto un caldo spietato, la storia avanzava inesorabilmente. E’ tutto vero?, continuavo a chiedermi. Può essere tutto vero?
In mezzo al nostro dialogo, Luigi si interrompe e mi porta a conoscere la sua abitazione. Un’Alfa 164 situata in una salita poco più avanti. E che è il suo vero quartier generale. Nelle foto vedrete una parte dell’interno. Gestione efficientissima e “militare” del suo spazio. Luigi riesce a farci entrare una caterva di materiale. Una zona è piena di giacche, che fa in modo, periodicamente, di pulire. Il bagagliaio ha l’occorrente di una serie di strumentazioni, utensili, ecc. Un’altra zona della macchina è riservata ai libri, che vanno dai testi di preghiera e spiritualità a quelli di diritto, economia, tecnica applicata. L’autogestione portata ad arte, un’ottimizzazione dello spazio al millimetro.
La storia è tra le più estreme. Il suo corpo e la sua psiche portano ferite radicali. E’ diventato testimonial di una mattanza sociale. Ma il paradosso è che Luigi è uno dei pochi che sente la propria vita avere veramente un senso.
“Io dovevo finire qui. Sono anziano,malandato, disprezzato e tenuto a distanza da tutti. Ma io adesso non vorreiun’altra vita. Sono qui per dare voce ai tanti che finiscono annientati nel più totale mutismo. Per me è una missione. “
Adesso vi lascio  alla storia del “Clochard con la cravatta”. Non ho inserito le domande che gli ho fatto, perché credo che il testo sia più efficace così. Le parole che leggerete sono sostanzialmente le sue. Naturalmente, ho dovuto mettere ordine tra gli appunti che avevo preso, evitare le ripetizioni, assemblarli, spostare alcuni passaggi per favorire la comprensione. Ma il tutto  è sostanzialmente farina del suo sacco.
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Sono nato nel 1967 a Napoli.
Ho vissuto a Torino. Ha avuto due aziende. Costruivo macchine automatiche speciali, e meccanica di precisione robotica. Me le hanno fatte chiudere queste aziende.
A 24 anni accadde un evento che sarebbe stato uno spartiacque.  Lavoravo presso una filiale Fiat, e dovevo andare in Russia per rappresentare l’azienda e seguire il lavoro che aveva fatto.
Ero già sposato e avevo un figlio”.
I miei colleghi mi  chiedono una cortesia. Si trovavano, ogni giorno, a mangiare sui macchinari unti di olio e su spazi sporchi di polvere. Ma c’erano molti locali inutilizzati in quell’azienda. Volevano facessi presente alla Direzione questa situazione, in modo che potessero, come mensa, usare uno dei locali non utilizzati.
Portai questa richiesta alla direzione.
La direzione non ha risposto subito. Quando mancavano pochi giorni per la partenza, i dipendenti, che intanto  avevano trovato un locale che sarebbe potuto essere adatto per le loro esigenze, ti chiedono di rinnovare la richiesta. Cosa che farò.
Il direttore a quel punto mi porta nella sala dove feci, a suo tempo, la domanda di assunzione. Mi fecero sedere allo stesso posto, e mi misero due buste davanti. Una bella alta, grossa. L’altra molo piccola. La prima era piena di soldi. La seconda era una lettera di licenziamento.
 
Capii subito il significato. O con noi, o contro di noi.
Io non dovevo fare questa richiesta, perché  rappresentavo l’azienda. Non dovevo mettermi dalla parte dei dipendenti.
Dovevo scegliere da che parte stare.
 
Non ho venduto la mia dignità e la fiducia dei colleghi di lavoro. Andai da loro e dissi “non accetterò né l’una né l’altra. Fate conto che non ho chiesto nulla. Continuerò a fare il mio lavoro”.
Non avrei mai potuto prendere quei soldi. Quelle persone si erano fidate di me. Ci sono valori che per me sono sempre stati importanti. Valori che mi aveva trasmesso mio padre.
 
Sì, ma a distanza di una settimana è arrivata una lettera di licenziamento per raccomandata. Come motivazione.. una scarna parola… INSUBORDINAZIONE.
Andai da un mio amico che studiava da avvocato. Lui mi diede il nome del segretario regionale di un importante sindacato, che mi avrebbe aiutato gratuitamente.
Andai a parlare con questo signore, che mi assicurò che, nel giro di 3-4 giorni sarei stato riassunto.
Qui nacque la grande sfiducia che ho verso i sindacati.
Perché la busta se la sono presa loro.
Alla fine lo capii.
Per diverso tempo mi hanno menato per il naso. Dopo un mese in cui nulla si era sbloccato, andando per l’ennesima volta presso il sindacato, e trovandomi la segretaria che, come altre volte, mi diceva che questo responsabile non c’era, mi accorsi che invece era dietro la porta.
Una volta fuori da questa azienda trovai sempre tutte le porte chiuse.
Erano gli anni ’70. Ricordo una grande polemica a livello giornalistico circa il fatto che noi italiani eravamo tutti schedati. Per quanto riguarda il lavoro, una volta che eri marchiato, il marchio non te lo toglieva nessuno.
 
I primi tempi nessuno mi assumeva non appena sapevano chi ero.
Io andavo presso le aziende che cercavano personale altamente specializzato. Io ero in grado di disegnare, progettare, eseguire la lavorazione.
Ma non appena dicevo che ero Luigi Miggiani, loro si assentavano per qualche momento e poi tornavano dicendo…
“Ci spiace, non abbiamo più disponibilità di quel posto..”.
 
Mi trovavo di fronte a un muro.
Ma la mia vita è stata sempre così.
La mia vita è stata tutto un denunciare per i muri che ho trovato davanti.
Sempre porte chiuse in faccia.
Per cercare di superare il blocco che era stato creato intorno a me, dovetti inventarmi dei lavori, e perfezionarmi sempre di più, in modo che fossero costretti ad assumermi anche controvoglia. Mi aggiornai sull’alta tecnologia, comprai libri di ingegneria meccanica, e mi presentai nelle aziende dove c’erano macchine ad alta tecnologia. Queste aziende dovevano assumersi, non era facile trovare persone ad alta specializzazione nell’alta tecnologia. E guadagnavo il triplo.
Questa fu la mia vita dai 24 ai 29 anni.
 
E’ vero che mi assumevano, ma duravo poco. Di volta in volta, entro sei mesi, trovavano il modo di licenziarmi. Il tempo di sfruttare la conoscenza tecnica e di trovare un altro.
E finché lavoravo mi facevano subire mobbing, volevano logorarmi mentalmente, psicologicamente. Facevano in modo che i colleghi di lavoro non mi rivolgessero la parola. Facevano circolare calunnie contro di me. E la calunnia, a forza di essere pronunciata, viene creduta. Spingevano i miei colleghi all’odio.
Un amico mi disse “sei andato oltre il tuo dovere”.
Comunque, io continuavo a perfezionarmi. Mano a mano che cambiavo lavoro, assumevo cariche più importanti.
All’età di 27 anni ero direttore di stabilimento. Avevo 250 dipendenti.
Era circa il 1972.
In quel posto restai un annetto.
Anche da lì fui cacciato, cacciato come un verme.
 
In quegli anni in pratica lavoravo il giorno e la notte.
Il giorno come dipendente.
Di notte cominciai ad avviare le mie prime aziende.
Avevo circa 30-31 anni.
 
Ho creato l’azienda con biglietti da visita, cassetti di ferro  e un locale in cui dovevo pagare 250 mila lire di affitto al mese.
A quel punto mi sono recato presso un’azienda di cui conoscevo il Direttore, gli ho fatto vedere un biglietto da visita con su scritto..
“Attrezzi di alta precisione”.
L’azienda mi ha dato i disegni, io ho fatto l’offerta-preventivo e lo hanno accettato, facendomi l’ordine.
Con questo ordine andai da un venditore di macchine e utensili. Conoscevo anche lui. Mi feci dare i macchinari, senza versare nulla al momento. Ogni fine mese avrei pagato le cambiali.
In pratica creai l’azienda con zero lire.
E quindi iniziò la mia doppia vita.
La mattina subivo il mobbing. La notte lavoravo nell’azienda.
Dopo che andai via dall’azienda dove ero direttore di stabilimento, di giorno lavoravo nell’azienda di un mio conoscente che lavorava nella prima azienda in cui avevo lavorato. Anche qui dopo un anno mi cacciarono.
A 32 anni, avendo ormai dato vita alla mia azienda, decisi di smettere di lavorare per gli altri. Basta licenziamenti ad orologeria, basta mobbing. Volevo finalmente essere libero.
Comincia allora la mia escalation imprenditoriale.
Mi presi un socio, al quale offrii il 50% dell’azienda. Il giorno andavo dai clienti, disegnavo, progettavo, lavoravo manualmente. Ma non riuscivo a fare tutto da solo.
Dopo un anno siamo andati in un locale più grande, abbiamo assunto un dipendente. Siamo stati lì un paio di anni. L’azienda intanto si espandeva, e giungevano sempre più commesse di lavoro.
A quel punto eravamo abbastanza grandi per prendere un capannone industriale molto più ampio.
raggiunto il top e ci siamo dati un nome
“MD di Luigi Miggiani e co”
Questo nome è arrivato a tutti i miei ex datori di lavoro. La clientela era aumentata.
A quel punto si è presentato il figlio di un mio ex datore di lavoro, aveva un’azienda in Venezuela. Ti fece un grosso ordine, gli avete fatto avere la roba, ma, non ti ha pagato. Questo lo fece anche il Direttore di un’altra azienda di Torino, che avevi conosciuto presso un’altra azienda. Furono tre in totale a fare una grossa ordinazione, ricevere la merce e non pagare.
Iniziammo una causa.
Lo scopo era farmi fallire.
Mentre da una parte sabotavano l’azienda in questo modo, dall’altra hanno comperato il mio socio. Ma anche il mio commercialista mi voltò le spalle. Il commercialista aveva fatto in modo che al mio socio andasse metà del valore dell’azienda, mentre tutto il passivo restava a me. Io non accettai e denunciai il commercialista. Lui mi disse:
“Vedrà che succederà a lei e alla sua famiglia”.
Te ne dico  anche un’altra. Mi giunse in quel periodo un’ingiunzione di pagamento con su scritto “delitto tributario, suscettibile di arresto anche per 24 mesi. Mi vedevo anche trattato come un delinquente. Aggiunsi che quei soldi li avevo anche versati, però dopo  sei mesi rispetto alla data stabilita. Anche questo, insieme al resto (commesse fraudolente, comportamento del socio e del commercialista), contribuì a mettermi nella condizione di dovere chiudere l’azienda.
La mia famiglia aveva perso la fiducia nei miei confronti Contavo di meno per loro. Avevo “fallito”. Non fui più per loro il mito che ero prima.
Ti faccio considerare solo una cosa. Il 99% degli imprenditori in difficoltà sono separati. Trai tu le conclusioni.
 
Non mi lasciai azzoppare, e, dopo essere tornato a fare l dipendente per due anni, rimisi in piedi un’altra azienda. Eravamo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.
Avevo 41-42 anni allora.
In questa azienda cominciai da solo. Stavolta non volevo soci e nemmeno dipendenti.
Volevo dimostrare che da solo potevo creare un’azienda molto più fiorente della prima.
In questa seconda azienda avrei lavorato da solo.
La intestai a mio figlio più grande.
Anche se avevo  perso la fiducia della mia famiglia, i rapporti continuavano.
Di tanto in tanto questo tuo figlio veniva all’azienda, lavorava “a tecnografo”, disegnava e faceva progetti. Oltre ai progetti, faceva commissioni gestionali. L’azienda era intestata a lui, e lui fondamentalmente teneva i contatti, oltre a fare anche lavori manuali.
Me lo stavo crescendo per farne un imprenditore come me. Diventò anche più bravo.
Abbiamo persino presentato un nostro macchinario al salone della tecnica di Torino. . E con essa esposi i miei macchinari a Torino esposizione  -“Expo 90”. Un contesto importante dove esponevano anche Fiat, Lancia, Alfa.
 
Abbiamo avuto molto successo con quell’esposizione. Molti clienti, terminata l’esposizione, ci hanno contattato. Ci sono giunte commesse da Cina, Giappone, Germania, Stati Uniti.
Ma qui accadde qualcosa che molto probabilmente è stato causato dallo strascico della diffamazione e della calunnia. I miei clienti, per i quali avevo terminato delle commesse di lavoro, mi trovarono storie sui lavori fatti, e non mi hanno pagato, come era già successo a suo tempo.
Caddi di nuovo nella crisi economica.
E non fu solo l’azienda a crollare.
Qui è crollato anche il rapporto di fiducia con mogli e figli.
 
La truffa è come quella del pesce grosso che mangia i pesci piccoli. La piccola azienda, volente o  nolente, cade sempre in questi tranelli. Prima ti fanno acquisire la fiducia dei clienti, poi ti danno una grossa commessa di lavoro, e ti fregano, facendo in modo di non pagarti.
Io fui socio fondatore di un’associazione di imprenditori a Borghero Torinese. Si chiamava C.A.D.I – Club Amici degli Imprenditori. Questa associazione era mirata  a fare una proposta di legge per garantire il pagamento alle piccole imprese.
Volevamo che fosse preso in considerazione questa idea. Ovvero che quando una piccola impresa acquisiva una commessa di lavoro, il cliente avrebbe dovuto versare in banca l’intera cifra della commessa, in modo che una volta consegnato il lavoro, il fornitore avrebbe avuto garantito il suo dovuto.
Il piccolo imprenditore rischiava e rischia sempre cifre ingentissime.
Vi è una situazione assurda. Io azienda che lavoro sei mesi per portare avanti un lavoro, e devo badare a tasse, banche, ecc.. e non c’è nulla che mi garantisca il credito, e se vado per vie legali, ci rimetto anche.
Questo è il modo in cui vengono trattati i piccoli imprenditori, quelli che vengono definiti “il nervo della spina dorsale nazionale”.
 
Erano gli anni 92/92 e io avevo 47 anni.
La mia famiglia era distrutta, per loro non contavo più niente. Persi la stima di mia moglie, di parenti e amici, di tutti. In quegli anni abitavo a Savonera, frazione di Collegno.
Avere chiuso due aziende porta di te una nomea squalificatissima. L’impressione che si fanno di te le persone è che sei un imbroglione ed un buono a nulla.
Un imbroglione io, che a volte lavoravo dalle 4 di mattina a mezzanotte. Che spesso restavo anche a dormire in azienda, ed il tecnigrafo mi faceva da cuscino.
 
Ti racconto un episodio. Un amico genovese, che aveva un macelleria, venne  a sapere che dopo la chiusura della tua seconda azienda, ero tornato dallo psicologo e, un giorno che mi vide per strada, mi disse cha aveva saputo che andavo dallo psicologo e se poteva venire anche lui, una volta, insieme con me. Acconsentii, e quando andammo dallo psicologo, gli spiegai tutto, davanti all’amico macellaio. Racconto che ormai per tutti ero un pazzo. E lo psicologo disse:
“Il signor Miggiani per la sua chiarezza di idee potrebbe sedere al posto dello psicologo, e lo psicologo potrebbe sedere al posto di Miggiani.  Miggiani è venuto qui per non crollare,  un altro, al posto suo, sarebbe stramazzato.
Intanto con la mia famiglia vivevamo da separati in casa. Per tre anni feci questa vita, fino al 1994-1995. Avevo 48 anni allora. E decido per sempre di lasciare Torino.
 
Inizialmente vado a Ceprano (provincia di Frosinone), a lavorare in un’azienda come direttore di stabilimento e progettista, con il compito fondamentale di risanare un’azienda in crisi. Quello di risanare le aziende in crisi divenne una delle mie specialità nel corso degli anni. In quell’azienda di Ceprano restai circa un anno e successe quello che era sempre successo. Dopo un anno venni messo alla porta, dopo un periodo di mobbing.
 
Dopo quell’esperienza andai a Napoli, dove restai per diversi anni.  In particolare operai nella zona dei paesi del vesuviano. Il tuo primo compito fu, come nel caso precedente, quello di andare a salvare un’azienda che era sull’orlo della chiusura. L’azienda stava a San Giuseppe Vesuviano e a me furono affidate le mansioni di direttore. Dopo la mia entrata, in poco tempo, l’impresa venne portata quasi a livello di certificazione I.S.P. Lavoravo sempre, giorno e notte, sabato, domenica e ferie comprese.  Ero stimato da tutti i dipendenti, che ho sempre trattato come una famiglia. C’era una frase che dissi ai dipendenti.
“Per me l’azienda senza i dipendenti è come fosse un contenitore vuoto, un contenitore che non ha senso e motivo d’essere”.
E queste sono le parole che non digeriscono molti imprenditori
I dipendenti per me sono come figli.
Ho sempre trattato i dipendenti come le persone grazie alle quali riuscivo a portare a termine il mio lavoro.
Avevo tutti dalla mia parte. Disposti, all’occorrenza, a fermarsi anche sabato, domenica, la notte.
Anche da questa azienda venni cacciato come il peggiore dei delinquenti. E molti stipendi non mi vennero pagati.
Ci fu un fatto in particolare in questa vicenda. Durante il tempo delle ferie, con nessun altro presente nell’azienda, insieme ad un operaio rumeno abbiamo ripulito tutto, riverniciati a nuovo tutti i macchinari e i magazzini. Tutto ciò, paradossalmente, il proprietario lo vide come un affronto.
Inoltre feci in modo di portare la condizione produttiva al C.T.R., c.d. “controllo in tempo reale”.
Vuol dire che minuto per minuto sapevo il funzionamento anche in mia assenza, sapevo come operavano costantemente i macchinari e i dipendenti, se l’azienda produceva in attività o meno, se i dipendenti i lavoravano fuori tempo.
Questo è quando l’azienda funziona al top. Un tale livello si può ottenere soltanto con la massima collaborazione di tutte le parti.
Il proprietario mi divenne sempre più ostile. Anche perché i clienti, quando entravano nell’azienda dopo i miei “trattamenti” mi facevano tanti complimenti. Uno arrivò a dirgli “era un cesso e te l’ha fatta diventare una bomboniera”. Ma la cosa più offensiva per lui, fu quando un cliente che aspettava da lungo tempo il disbriga mento di alcune commesse, e che le aveva ottenute grazie a te, arrivò a digli che il proprietario doveva lasciare tutto in mani tue, la gestione completa.
A quel punto il proprietario fece in modo di farmi andare via.
Situazioni del genere le vissi tante volte, anche nella zona vesuviana. Rispetto a Torino, a conti fatti, la situazione non era fondamentalmente cambiata.
 
A un certo punto avvenne un fatto fondamentale. Divenni il presidente di una associazione di imprenditori la “Feder-Asiom”, che dovrebbe significare Associazione Imprenditori per l’occupazione del Mezzogiorno.
Come sede operativa mi venne date la sacrestia di una chiesetta. La chiesa di Maria Santissima di Poggiomarino, la quale era inattiva e sconsacrata.
Da quella posizione ho aiutato tutti gli imprenditori in difficoltà, i disoccupati,  con una cura particolare per i giovani, che cercai di aiutare tramite la legge sul prestito d’onore. Aiutai tanti giovani a creare aziende in proprio, a tanti disoccupati di trovare occasioni lavorative, e a tanti imprenditori di continuare la loro attività.
Io ero arrivato al cinquantesimo anno di età.
Per l’appoggio e il sostegno datoti dal parroco, volevo fare un dono a lui e a tutta la cittadina. Allora restaurai con le mie proprie mani tutta la chiesetta, e progettai il primo campanile provvisorio in soli tre giorni.
E’ stato il primo campanile che questa chiesetta ha avuto. La chiesetta, una volta, restaurata, fu riconsacrata e io finalmente partii per una vacanza in Tunisia. Erano anni che non facevo una vera vacanza. Dopo venti giorni sono tornato e ho continuato a costruire il campanile definitivo. Era un progetto accettato dall’ufficio tecnico del comune. Il sindaco per manifestare la sua piena condivisione, versò una cifra simbolica, la stessa cosa che aveva fatto il parroco.
Il campanile era alto 14 metri, in acciaio, a tre campane, sei corde. E al centro di questo nuovo sistema progettato per riverberare il suono delle campane, una sorta di effetto eco, strutturata nel centro della parte bassa del campanile, dotato di un sistema “a canne diffusorie”.
Questo era il sistema per dire il campanile doveva avere un suono diverso.
Volevo dire che nel mondo bisognerebbe ricominciare a diffondere la parola del Signore.
In pratica, riassumendo, avevo restaurato la chiesa, facendola riconsacrare; avevo fatto costruire il campanile. Alla messa di riconsacrazione non avevo assistito per non volere essere al centro dell’attenzione.
Ormai mancava solo una cosa.. l’acquisto delle campane e la loro installazione. Se non si era capito, il campanile era stato costruito, ma doveva essere innalzato. E poi apporre le campane.
Ma sia il parroco che il sindaco mi rifiutarono le installazioni. Se avessi fatto piazzare anche questo campanile sulla chiesetta, sarei diventato una persona di spicco. Già avevo acquisito una certa popolarità grazie alle persone che avevo aiutato con il prestito d’onore. Un altro “successo” mi avrebbe fatto avere una posizione troppo popolare, sarei emerso troppo.
La vicinanza e il sostegno divennero ostilità. Il campanile non venne piazzato. Fui obbligato ad abbandonare la chiesetta dove operavo come presidente della mia associazione. Anche stavolta finii per essere trattato quasi come un delinquente, anche da parte di alcuni di coloro che avevo aiutato. Venni cacciato anche dal domicilio in cui ero ubicato e che si trovava San Giuseppe Vesuviano. E’ anche vero che non avevo potuto pagare qualche mese di affitto. Mi furono fatti sfregi di ogni tipo. Erano state diffuse voci diffamatorie sul mio conto.
Posso dire che la diffamazione mi ha di fatto perseguitato per 40 anni.
 
Ero stanco di tutte queste angherie, decisi di andare a Roma e denunciare a tutto a cielo aperto.
Era il gennaio 1998, e io avevo 52 anni.
Arrivai a Roma e iniziai ad inscenare la ma prima protesta-missione, per gridare l’ingiustizia che può subire un cittadino intento a sostenere un messaggio umano e cristiano.
Mi misi in un posto praticamente vicinissimo a questo dove tu mi hai incontrato. E mi misi a protestare per una settimana. Con  cavalletto, fogli di carta appesi, tavolino, sedie, spiegavo la mia vicenda. Dopo una settimana mi sono sentito male, anche perché stavo facendo lo sciopero della fame e della sete. Allora telefonai per chiedere che venisse una ambulanza, che intervenisse qualcuno. Ma non si presentò neanche un mezzo medico.
Allora decisi di inscenare una protesta nella protesta mirata a richiamare l’attenzione delle persone e fare in modo che un qualche intervento medico giungesse. Sonno salito sul tavolino e mi sono legato simbolicamente al primo alberello situato all’angolo di Viale delle Mura aureliane. Non ero legato alla testa, ma alla vita e al torace. Era simbolico.
Ma invece del dottore, arrivò una volante della polizia, con la chiara intenzione di farmi smettere. Al mio rifiuto sono arrivate, una alla volta, altre sei volante. Alla fine ce n’erano sette.
Riescono a farmi scendere scaraventandomi con violenza e ledendomi per terra. C’era un giornalista della Repubblica, redazione romana, che ero riuscito in qualche modo ad avvisare, e che preparò un pezzo.
 
Dopo la caduta finisco in ospedale con un ginocchio leso. Ma lì mi attendeva un altro orrore. Venni trattato come un pazzo. Finii per 60 giorni nel reparto psichiatrico, dove mi fu somministrata una massiccia dose di neurolettici, che credo fosse finalizzata a indebolire il funzionamento del sonno, o meglio ancora, portarmi a una vera e propria privazione del sonno che, come si sa, conduce alla morte.
Finirono per causarmi anche un blocco cardiaco, in ragione di una prova di sforzo applicata irregolarmente con una iniezione al cuore. La prova di sforzo è un esame strumentale che consiste nell’effettuare un elettrocardiogramma (registrazione dell’attività elettrica del cuore) durante l’esecuzione di uno sforzo fisico, per vedere come reagisce l’apparato cardiocircolatorio, ovvero rilevando eventuali anomalie. Per fare queste prove di sforzo mi fecero questa puntura al cuore. Ma non c’era nessuna ragione autentica per l’applicazione di una prova da sforzo.
Fui salvato in extremis da un bravissimo medico, molto giovane. Quando ha visto come mi stavano riducendo, ha reagito in malo modo nei confronti dei suoi colleghi, li ha allontanati tutti, ed è rimasto solo con me, iniettandomi del farmaco fino a quando finalmente, tramite “isoptin” il mio cuore ha ripreso a battere normalmente. Ricordo ancora quando mi disse.. “ce l’abbiamo fatta”.
Una volta venuto fuori da questo lager psichiatrico, grazie alla mia compagna (intanto avevo trovato una compagna napoletana, con la quale poi ci lasciammo); venni ricoverato in un’altra struttura per essere disintossicato dalla massiccia dose di neurolettici con cui mi avevano intossicato nella prima struttura. Questa struttura era in Campania, a Torre del greco vesuviano.
Ma qui un altro incubo. Invece di attivarsi per la disintossicazioni, venivo legato ai polsi e alle caviglie tutte le notti in uno stanzino, strutturato  con un lettino molto particolare di leve e contro leve, dove, una volta legatomi ed immobilizzatomi, sia i polsi che le caviglie venivano tirate al massimo. Si mirava  a stringerle sempre di più nel corso della notte, per mezzo di alcuni legacci di cuoIO situati nella parte stretta del legatoio.
Questo voleva dire la totale immobilizzazione del fisico e la totale sofferenza.
In poche parole questa si chiama “tortura a morte”, causata o dall’impazzimento, o dalla privazione di sonno.
In  Italia, sotto queste forme –ospedali psichiatrici- si uccidono le persone senza essere incriminati. Un modo per uccidere e venire fuori con le mani pulite.
Uscii da questo lager dopo circa 160 ore di tortura estrema e ridotto a sbavare come un mastino napoletano, strisciando a terra come un serpente.
Grazie a Dio, raccattando gli ultimi residuati  di forza che mi erano rimasti, riuscii ad alzarmi, correre per una decina di metri e scaraventarmi contro le inferriate tipo carcere di questo reparto. Riuscii a farlo un’altra volta a distanza di qualche giorno. La seconda volta riuscii a spaccarmi la fronte, finire al pronto soccorso e lì denunciare alla polizia ospedaliera e al medico di turno ciò che stavo subendo, mostrando polsi e caviglie, il mio sbavare come un mastino, la totale mancanza di forze, gli occhi spenti, le mani e i piedi tremanti.
Questo ha portato, da parte dei dottori e del poliziotto,  all’ordine che fossi dimesso al più presto.
In questi casi, in presenza di un “atto flagrante”, ci sarebbe, da parte della polizia, il dovere di partire con una denuncia d’ufficio. Dovrebbe essere un atto dovuto. Ma invece, non avvenne assolutamente niente.
Una volta fuori, dovetti ricoverarmi in un’altra struttura psichiatrica, ubicata presso la città di Terzigno. Qui, grazie ad un bravissimo medico, sono stato letteralmente strappato da un sicuro decesso, vista la forte dose di neurolettici, le condizioni cardiorespiratorie e tutte le vessazioni che avevo dovuto subire per forza di cose in entrambe le strutture ospedaliere.
Ci tengo a sottolineare  che, mentre subivo la tortura in quella stanza di Torre del Greco, per cercare di assentarmi da tutto quello che mi veniva fatto, di liberare la mente da quell’immensa umiliazione e da quel dolore, guardavo il soffitto e le pendici del vulcano, che si vedevano dalla finestra, e progettavo qualcosa, qualcosa che avesse potuto essere utile alle persone, un progetto tecnico speciale. Posso solo dirti che quel progetto è stato ultimato dopo dieci e anni e, prima di tornare a Roma, l’ho registrato e l’ho depositato presso l’ufficio del registro e consegnato presso ben venti comuni della Campania.
 
Nel 1999, mi ero sostanzialmente ripreso, sostanzialmente guarito, anche se alcuni postumi fisici, come delicate problematiche al cuore, mi accompagnano ancora.
Ripresi comunque a fare il mio lavoro, sempre come consulente aziendale e sempre nella zona vesuviana.
Ma il mio calvario riprese quasi come prima. Venni  di volta in volta licenziato dagli studi di consulenza dove venivo assunto e fui cacciato da ben dieci domicili. Continuai ad essere minacciato a morte, aggredito, calunniato  messo al bando. Mi veniva di fatto impedita ogni azione lavorative e qualsiasi genere di rapporto sociale.
 
Nel 2010 sono tornato a Roma.
Fui ospite, per venti giorni, presso l’ostello di via Marsala, fondato da Monsignor Luigi Di Liegro. Questo ostello si occupa di prima accoglienza per le persone che stanno sulla strada, dando da mangiare e da dormire. Li conobbi il direttore di un giornalino fondando da Monsignor Di Liegro  e presso il quale scrivo e cerco di diffondere quel giornalino, che per me è un modo anche per diffondere la voce di Monsignor Di Liegro.
Da marzo 2010 sono tornato in Via delle Fornaci, proprio lì dove era cominciato il mio massacro fisico e psicologico.
Pensa che non mi danno neanche la pensione di invalidità, e  soffro di cardiopatia gravissima, sono a rischio di morte improvvisa, ho sette ernie del disco, problemi alla tiroide. Dovrei avere minimo l’invalidità del 100 %, ma non mi riconoscono più del 65% evidentemente per non farmi avere un sostentamento. Vorrebbero cacciarmi anche da questo luogo dove conduco la mia protesta civilmente, e regolarmente autorizzato.
 
Io sono tornato per gridare al mondo, per fare vedere come si fa a ridurre una persona onesta alla sorta dei peggiori delinquenti, obbligata a fuggire e a darsi alla latitanza. Per gridare come in un Paese definito civile come l’Italia esiste la peggiore delle condanne a morte, dovuta al totale stato di abbandono dell’uomo, lasciato in balia di se stesso, a morire nella totale indifferenza della gente, la quale è sempre stata educata a credere che fare il barbone sia una scelta.
 
Ma non lo è affatto. E il mio racconto di vita, le esperienze vissute totalmente sulla mia pelle, rimangono a precisa prova testimoniante del fatto che tutto è causato, tutto è programmato e tutto è studiato perfettamente, sin nei minimi particolari, per uccidere tutta una certa categoria di uomini che nella loro esistenza si sono rifiutati di compiere azioni disoneste e nuocere al prossimo.
Queste persone sono condannate a un’esistenza ghettizzata, da parte di un sistema inumano, che decreta le sue condanne a morte.
Io, nel corso della mia vita, ho sempre detto le cose come vanno dette e scritte le cose come vanno scritte. Tutta la prova documentale di quanto asserito è stata consegnata regolarmente al Capo dello Stato, il quale mi ha fatto giungere una lettera di interessamento e vicinanza.
Tra i clochard ci sono tante persone oneste che hanno rubato qualcosa nel supermercato, sono stati arrestati e additati a vita. Tra i clochard ci sono ingegneri, avvocati, commercianti, direttori. Ci sono tutte le categorie. Ormai conosco tutti i clochard che vivono per la strada; queste persone muoiono di stenti, per il freddo durante l’inverno, muoiono triturati nei cassonetti della spazzatura, dove spesso si rifugiano per ripararsi dal freddo.
 
In un Paese civile questa condanna alla morte sociale non può essere accettata.
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Avete letto la testimonianza della sua vita.
Luigi, ogni giorno –insieme alle altre cose che fa nel suo “luogo operativo”- lega 160 cordicelle in alcuni punti che precedono il sottopassaggio. E’ il suo personale rito quotidiano per ricordare le 160 ore di tortura che sostiene di avere subito nell’ospedale psichiatrico.
 
Quanto c’è di vero in quello che racconta delle sue persecuzioni?
Non lo so amici miei.
Tutta la sua storia può apparire davvero troppo estrema.
Una cosa è certa, ci sono riscontri indiscutibili a diverse delle cose che racconta Luigi.
Le sue due aziende MD e M.A.S.A.S sono  effettivamente esistite. Ho sottomano una rivista sull’esposizione di Torino del 1990, che indica anche la partecipazione della M.A.S.A.S e un documento sulla M.A.S.A.S., che riproduce una delle creazioni tecnichepresentate al salone di Torino.
C’è un articolo  -che vedrete tra le foto allegate- di un giornale campano dove si parla di Luigi Miggiani e dell’associazione Feder A.S.I.O.M., e si accenna alla associazione C.A.D.I, di cui, quando era nel torinese, fu uno dei fondatori.
C’è l’articolo di Repubblica del 27 gennaio 2008 che racconta la vicenda della protesta inscenata da Luigi la prima volta che venne Roma, quando si mise sul tavolo con una corda legata intorno alla vita, e le sette volanti che giunsero sul luogo (ecco il link per lav ersione web di questo articolo..http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1998/01/27/sette-volanti-per-arrestare-il-profeta-dei.html).
E credo che vi saranno probabilmente anche i riscontri di altri momenti, come i ricoveri negli istituti ospedalieri.
Ciò che voglio dire è che, comunque la si pensi, Giovanni non ha inventato una storia di sana pianta.
Perlomeno QUALCOSA è vero.
Potrebbe essere accaduto che questa parte di verità abbia, dopo anni di sofferenza e di abbandono e di prove estreme,portato a una rappresentazione interiore dove si è calcata la mano, e sarebbe comprensibile. Oppure potrebbe essere che ciò che Luigi Miggiani ha raccontato sia totalmente reale.
 
Luigi ha tutta una serie di patologie:
1)Cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva.
2)Ernie alla spina dorsale.
3)Ipertrofia prostatica avanzata.
4)Cuore a rischio di arresto cardiocircolatorio.
5)Presenza di noduli tiroidali da tenere periodicamente sotto controllo.
6)Calcolosi renale riproduttiva.
7)Abbassamento dell’apparato visivo, con tendenza al peggioramento.
8)Condizione di ipotermia.
9)Apparato dentale ridotto ai minimi termini.
 
“Queste sono tutte le mie patologie.” dice Luigi “Ma, con tutte questepatologie,  lavoro 16 ore al giorno. E mi sento sano come unpesce.”
 
E la sua passione a sostenerlo, a dargli una forza che non si cura delle diagnosi mediche. E’ la sua missione.. come lui la chiama.. a dargli gli occhi di chi è sempre in piedi. La sua missione.  Quella di essere la voce di chi vive senza voce, senza casa, senza amore.
 
“Mi sento forse più libero ora, con la cardiopatia, le sette ernie, una macchina per abitazione e l’ostilità di(quasi) tutti di quanto lo sia mai stato.
E tutti gli altri barboni sono la mia passione. Giro per la città, vedo se ci sono persone che hanno bisogno;affamate, senza coperte, che stanno male. Cerco di aiutarle”.
 
Mi dice che qualcuno aveva cercato di interessarsi per farlo ospitare in un determinato luogo. Ma che lui rifiutò.
 
“Ormai la battaglia non è più solo mia. Io combatto anche per gli altri. Devo essere come loro, essere con loro. Se io potessi trovare un luogo in cui stare, mentre tutti gli altri muoiono come cani sotto il freddo, mi sentirei di tradirli. Preferisco morire, ma condividere,fino all’ultimo respiro, la loro stessa sorte”.
 
Chi sto ascoltando?, mi chiedevo mentre osservavo quest’uomo parlare. Un folle? Oppure un santo dei nostri tempi, uno di quelli che si sono fatti “polvere tra la polvere, uomini tra gli uomini”? O una via di mezzo, un insieme dell’uno o dell’altro?
Magro, malato, con la sua età -67 anni- in giacca e cravatta, emana la forza di chi si fonde con qualcosa, quel tipo di forza che esprime la convinzione assoluta.
 
Comunque la si pensi, c’è un uomo in giacca e cravatta, a Roma, in Via delle Fornaci, accanto al sottopassaggio che porta a San Pietro, che ha deciso di consacrare ogni fibra della sua vita e del suo tempo alla mattanza sociale dei barboni.
Se passate da Roma, andate a trovarlo.
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Così concludevo il testo che scrissi nell’agosto 2012 (e che per l’occasione ho un po’ integrato e rimaneggiato).
Il 28 luglio 2013, quasi un anno dopo, ho rivisto un’altra volta Luigi (altre volte in cui ero passato da Roma, l’avevo cercato, ma, casualmente, nei momenti in cui ero passato non lo avevo trovato).
Ho visto lo stesso piccolo uomo in giacca e cravatta. La stessa passione negli occhi.
Mi racconta che ha una sua cappellina, in cui si siede ogni volta che va  messa:
 
“C’è una cappellina nella basilica di San Giovanni dei Fiorentini qui a Trastevere che è appartata, però mentre si recita la santa messa, io sento tutto e seguo la santa messa dentro la mia cappellina. Voglio stare da solo con il Signore. Ugualmente vengo a farmi la comunione, scambio un segno di pace. Io questa cappellina l’ho scoperta per caso. Passavo sempre con l’autobus davanti a quella chiesa, alla basilica. Un giorno sono sceso, voglio andare a vederla.Sono andato direttamente nella cappellina. E in quel momento mi sono detto“verrò sempre qui a sentire la messa, però appartato da tutti quanti”. Perché io prego a modo mio, non prego in modo formale. E poi io scrivo. Sto facendo un libro di preghiere. Io ogni volta che vado là compongo almeno una preghiera.”
 
E mi racconta di quando viaggia.
Perché Luigi a volte prende il treno e parte. Spesso per raggiungere altre persone, aiutarle. O forse anche solo per vivere qualche momento di pace, di ricaricamento, di sospensione.. da quella che è una vita che scorre su una quotidiana trincea.
Mi racconta che quando vengono i controllori, lui mostra loro la carta di identità dove mette dei fogliettini, tipo ”devo arrivare a Civitavecchia, però non ho i soldi per il biglietto, grazie”. Il 90% lo leggono e mi dicono “buon viaggio”.Non gli fanno mai fare brutte figure.
Ma qualcuno a volte gli dice
“Ma come non ha i soldi? Lei mi sembra una persona elegante..”.
E lui risponde “sì.. ma sono caduto in disgrazia”. E tira fuori la fotocopia di un articolo “Il Clochard con la cravatta” che un giornale gli dedicò. A quel punto, spesso, sisiedono un poco vicino a lui, e si fanno raccontare la storia, o alcuni tratti di essi. Poi gli stringono la mano e se ne vanno.
 
Ma la cosa che tengo di più a condividere, con chi ora sta leggendo, sono gli atti concreti di DEDIZIONE che Luigi ha verso gli altri barboni.
Luigi mette degli avvisi sulla sua macchina nei quali è scritto che ha bisogno di vestiti, cibo, ecc… quelli che passano e anche dei padri missionari che lo conoscono gli portano cose di questo genere.
Lui poi si è fatto prestare dai padri missionari della Consolata una stanza, che si trova proprio vicino alla sua macchina. In quell’ambiente deposita documenti e raccoglie gli indumenti, il cibo e e le altre cose che porterà ai barboni, dopo avere prima catalogato il tutto. Prepara anche il the caldo, che, nelle sere invernali è la prima cosa con cui incomincia il suo giro tra i barboni della sua zona.
Ma, ecco le sue parole:
 
“Questo inverno mi sono fatto dare la stanza n.2, che è quella vicino alla macchina, che appartiene ai padri missionari della consolata. Io vado da loro, mi danno  la chiave, un paio di giorni vado, mi lavo, lavo le camice, e poi gli ridò la chiave. Quest’inverno gli ho detto se me la davano per farmi depositare gli indumenti, scaldare il the. Loro me l’hanno data, me la sono attrezzata, ho fatto delle cose.
L’inverno posso usarla liberamente. Mi hanno dato le chiavi per tenerla in affidamento da ottobre fino a fine marzo.
Lì raccolgo indumenti, scarpe, pantaloni,tutto. Scaldo il the e gli  portò il the caldo. Prima faccio il giro con il the. Tutto il colonnato di San Pietro, poi c’ho la parte alta del Gianicolo,e poi c’ho la stazione di San Pietro. Faccio tre giri per portare il the.
Poi mi dicono quello di cui hanno bisogno,io torno indietro e gli porto quello che serve. Ma non ce la faccio a fare un giro solo. Devo fare 3 o 4 giri.
Gli porto coperte, scarpe, calzini. Mi scrivo tutto su un quaderno. Se non ce l’ho, scrivo sulla macchina “mi manca questo, questo e quest’altro”. E quando ricevo la roba corrispondente gliela porto.
Mi servono coperte, mi servono pantaloni,mi servono giacche. Loro leggono e me le lasciano vicino alla macchina.
Poi prendo e catalogo tutto.”
Ma Luigi si procura anche farmaci di immediata necessità, aspirine, pomate contro le infezioni.
Dovrebbero pensarci i dottori, ma.. dice Luigi:
“i dottori non girano per la notte.Tanti ci hanno la febbre,
Come fai a non fare niente? Vedi uno con la febbre alta, 40, lì a terra. Hai chiamato l’ambulanza? No, non vengono.Tanti c’hanno le infezioni. Mi sono fatta dare le pomate contro le infezioni.”
 
Luigi non si dimentiche neanche degli occhiali. Quelli economici, dei cinesi. Occhiali da un euro.
Li compra lui e li porta a quei barboni che hanno problemi di vista:
 
“C’è stato uno l’anno scorso che mi ha detto ‘Luigi a me mi piace leggere, solo chenon vedo. Mi puoi procurare un paio di occhiali.’ Il giorno dopo glieli hodati, era al settimo cielo. Mi ha abbracciato, mi ha detto ‘adesso possoleggere tutto quello che voglio’.”
 
E quando Luigi mi racconta queste cose, non posso fare a meno di chiedergli cosa gli dicono, quando lo vedono arrivare col the caldo, coi vestiti, il cibo, gli occhiali.
 
“Mi abbracciano come il papà. Mi chiamano papà.”
 
Quei pochi soldi che ha se li è procurati vendendo volta per volta tutto quello che aveva nel suo studio tecnico:
 
“Mi sono rimasti solo i plotter da disegno, poi ho venduto tutto. Questo plotter lo pagai dodicimila euro. Lo vendo tremila euro. Però è una cosa pesante da prendere. Io ce l’ho in Campania –dove avevo lo studio-depositato presso un mio amico”.
 
 
Anche questa nota “aggiornata”, voglio concluderla con la stessa sua poesia con la quale concludevo la prima nota:
E’ con un sua poesia che voglio concludere questo testo:
 
Senza luce – il suono del silenzio
 
Odo il vibrare del tempo,
vedo la luce nel buio della notte.
Odo il vuoto di un mare in piena,
vedo il buio nei giorni di primavera.
Odo i passi di gente che non cammina,
vedo un cielo trapuntato di stelle.
Odo il dolore di chi non soffre,
ma vedo chi soffre nel silenzio.
E mai nessuno sappia della “sua” immensa,
perché da quando venne alla luce,
non vide mai la luce,
ma ascolta… ogni silenzio.
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Diario di Pasquale De Feo 22 ottobre – 21 dicembre

Eccoci con uno degli appuntamenti principali di questo Blog. Il diario di Pasquale De Feo -detenuto a Catanzaro- per il mese di dicembre. Da quando ha preso corpo questo appuntamento mensile con Pasquale, la sua rubrica è cresciuta nell’apprezzamento generale.

Pasquale crea ogni volta un “piccolo libro” dove ci porta nel suo mondo. Un mondo che ha i confini del carcere sullo sfondo. Ma  spesso la mente riesce ad andare anche oltre questi confini, ed emerge l’uomo integrale con le sue riflessioni sulla politica, l’economia, la società, la geopolitca. Ed emerge il caleidoscopio delle sue emozioni, delle sue  tensioni morali, delle sue indignazioni. E magari sarà anche “immaturo” come qualcuno sostiene, ma noi vediamo la persona che ci prova, ci prova a non vivere di silenzi, a mettere in moto la mente, ad agganciare il mondo, a sentirsi uomo tra gli uomini. E magari scriverà parole di fuoco per le ingiustizie che subisce un popolo lontano da noi un continente. Ma in quel momento Pasquale sente di appartenere a quel popolo, sente che quella ingiustizia grava anche su di lui.

Certe valutazioni di Pasquale possono essere contestabili, ma c’è sempre la generosità e l’onestà di chi ci mette la faccia, e non lascia perduta nessuna occasione di dire anche solo una parola in più. E quell’ultima parola detta ai tempi supplementari, e prima dei calci di rigore può fare la differenza.

Il diario di Pasquale De Feo va letto e tutto e tutti i momenti hanno un loro valore, ma, come al solito, già in fase di presentazione, citerò qualche brano.

Innanzitutto un chiarimento che Pasquale ci tiene a dare..

“Tempo fa scrissi nel diario riguardo alle condanne presso il Tribunale di Parma per il caso Bonsu, il ragazzo di colore pestato dalla polizia municipale di Parma e fatto oggetto di scherno razzista. Erano stati condannati tutti, tra cui anche il loro comandante. Siccome all’epoca, nel 2008, mi trovavo al carcere di Parma, nei quotidiani e nella TV locale si  parlò molto di questo episodio. Mi dissero che il comandante inquisito era la moglie del Direttore del carcere di Parma. Tra l’altro tutto il carcere commentava questo episodio. Oggi mi ha scritto un’amica di Parma, che legge il diario e mi ha fatto notare l’errore. La moglie del Direttore era il comandante, ma ad essere inquisita e condannata a 7 anni e 6 mesi fu la vicecomandante. Purtroppo scrivevano sempre comandante e questo mi indusse all’errore. Mi scuso con la signora. Credo che la precipitazione nello scrivere fu dovuta al ricordo non troppo felice del marito”  (24 novembre)

In un altro Passaggio Pasquale parla della problematica vicenda di un detenuto tunisino, dal nome di Khalil Jarraya..

Mi è arrivato l’opuscolo di Olga, mi ha colpito una lettera di un tunisino che risiedeva in Italia sposato con quattro figli. L’hanno accusato di terrorismo, art. 270 bis, un famigerato articolo simile all’art. 416 bis. Difficilissimo dimostrare la propria innocenza. L’hanno condannato a 7 anni e 2 mesi. Ha già scontato 3 anni e 3 mesi. Sua moglie, con i 4 figli, è stata cacciata di casa. Dopo varie peripezie, con la caduta del dittatore Ben Alì, la moglie è potuta ritornare in Tunisia con i figli dei vecchi suoceri. La sua colpa è di essere un musulmano praticante, e siccome in Italia certi comportamenti sono diventati reati, ne ha pagato le conseguenze. Ora si trova nel carcere di Rossano Scalo (CS) in una sezione AS2. (…) . Lui e i suoi compagni sono talmente poveri che non hanno niente, neanche prodotti per l’igiene personale e hanno problemi anche con la biancheria invernale. In più il carcere non gli passa la fornitura mensile con la scusa che non hanno soldi, approfittando del fatto che non conoscono i loro diritti più elementari. La tortura non è solo quelal fisica, ma c’è anche quella psicologica, che è ben peggiore di quella fisica. In questo caso approfittano del ruolo e dell’autorità che hanno per opprimere e limitare questi sventurati. Chiunque volesse aiutarli, questo è l’indirizzo: Khalil Jarraya – Contrada Ciminata Greco n.1 – Cap. 87067 – Rossano Scalo, prov. di Cosenza.” (30 novembre)

Quindi, chiunque voglia scrivere a questo detenuto tunisino, sulla cui vicenda processuale gravano forti dubbi, ha l’indirizzo per farlo.

Successivamente Pasquale riporta una vicenda emblematica..

“L’ex direttore del carcere di Massa, Salvatore Iodice, arrestato per le ruberie sui lavori che si stavano facendo nel carcere, ha dichiarato: “sono stato arrestato e portato a Prato. Ho vissuto in isolamento in un ambiente angusto e malsano. In piena estate, sotto il letto crescono i molluschi. Ero guardato a vista 24 ore su 24, senza alcuna possibilità di ricevere lettere. Ho chiamato a casa solo dopo 30 giorni. A farmi compagnia c’erano tantissimi scarafaggi e insetti di ogni tipo. Se nessuno mi darà una spiegazione, sarò portato a credere che la carcerazione sia stata usata come fosse uno strumento di torturà. Ho subito una carcerazione umiliante e degradante. Chi toglie la libertà ad una persona, ha l’obbligo morale di garantirgli i diritti minimi. Ogni PM con esperienza, sa che in quelle condizioni si dice il vero o il falso pur di uscire dalla disperazione. Alcuni carcerati hanno sottoscritto una petizione perché potessi essere trasferito nella loro sezione. Mi era rimasta la loro pietà e la professionalità e sensibilità della psichiatra e dello psicologo”.  (4 dicembre)

Quante volte la carcerazione preventiva viene usata come strumento di intollerabile pressione, volto anche a spezzare la volontà. Quanti casi del genere avvengono davvero? Quanti non verranno mai mesi noti, magari perchè il detenuto che li riguarda vale come il due di picche?

In un altro punto è un contesto emblematicamente inquietante quello che emerge..

Quando alcune volte scrivo che le carceri e il loro sistema somigliano alle segrete medievali, non mi sbaglio, perché vengo a sapere, in uno scritto che mi hanno mandato, che c’è la ditta Arturo Berselli & Co. S.P.A., con sede amministrativa a Milano, che hai il monopolio delle forniture alimentari e del sopravvitto delle carceri dal 1930. Con la scusa della sicurezza, il Ministero consegna l’appalto a questa ditta. Addirittura è intervenuta l’Unione Europea per infrazione ai principi di libertà sul tema della tutela della concorrenza. Ma per tenersi buoni l’Europa, hanno varato una norma, prima un decreto del Ministero della Giustizia e poi del governo, anche per superare una procedura di infrazione dell’Unione Europea, in modo da fare rimanere le cose così come stanno. Questa ditta è in regime di monopolio da 80 anni, e nessuno interviene. Il parlamento fa finta di niente, e i ministri che si succedono si prodigano affinchè questa ditta continui ad avere il monopolio e non abbia fastidi di nessun genere. I prezzi sono alti, i prodotti imposti, la qualità scarsa e il peso variabile, ma non si riesce a smuovere niente. Oggi capisco il perché, la ditta è talmente protetta che ha l’impunità assicurata. Un detenuto di Velletri Ismail-Ltaief faceva il cuoco nella cucina. Ha fatto una denuncia perché i pacchi delle forniture del vitto segnavano 300, ma ne venivano scaricati 60 dalla ditta. Hanno cercato di fermarlo, e per ritrattare gli hanno offerto 15.000 euro. Ciò dimostra il letamaio che ha creato questa ditta sulla fornitura del vitto e sui prodotti  della spesa del sopravvitto. Tutto ciò gli è possibile solo con la corruzione a tutti i livelli, dal Ministero alle singole carceri. Una volta ho letto che i posti più illegali del nostro Paese sono le carceri con tutto il sistema. Chi l’ha scritto non si sbagliava. ” (15 dicembre)

E’ vero che il monopolio delle forniture alimentari e del sopravvitto nelle carceri è nelle mani -da oltre 3o anni- della ditta Arturo Berselli & Co. S.P.A.? E questo incide sul livello dei prezzi che, in relazione al sopravvitto, viene contestato in molte carceri? E se questo monopolio è reale, perchè non si è mai pensato a scalfirlo? E quante sono coloro che, limpidamente o meno, nelle varie carceri, traggono vantaggio da questo sistema?

Adesso uno di quei momenti che sono portatori di speranza, una di quelle chicche che Pasquale pesca grazie alle sue infinite onnivere letture che attingono a più fonti possibili:

“Certe notizie per la nostra cultura ci colpiscono molto, anche se in alcuni paesi sono fatti normali. Nelle Samoa americane, paradiso polinesiano, avendo 25 gradi di temperatura tutto l’anno, e la squadra di calcio più scarsa del mondo, è ultima nel Ranking Fifa, al 204simo posto. Dopo 30 partite e altrettante sconfitte n gare ufficiali, con i 12 goal segnati e i 229 incassati, hannno vinto una partita, battendo il Tonga per 2 a 1, per la qualificazione ai mondiali del 2014. Ma la notizia non è la vittoria, ma che il difensore centrale della squadra è un transessuale. Mi sono immaginato un fatto del genere in Italia, strali da tutte le parti, le associazioni dei benpensanti, la federazion ecc.,  titoloni sui quotidiani sportivi e non, una cagnara alimentata dai conservatori. Per cultura, nel Paese in questione, è accettato come un fatto normale il terzo sesso. Nella lingua samoana sono chiamati “Fa’afafine”, tradotto è “come una donna”. Non sono discriminati, possono fare ciò che vogliono, qualunque lavoro e praticare ogni sport. Il primo ministro del Paese, in carica dal 1998, ha dichiarato che “i transessuali sono gloriosi e splendidi miracoli di Dio”. Nessuno del popolo samoano ha avuto da ridire. Ritornando alla nostra cultura, ricordo che da ragazzino al catechismo mi insegnavano che gli esseri umani “sono a immagine e somiglianza di Dio”, ma credo che nella realtà, prima di arrivare alla cultura samoana  ne dovrà passare di acqua sotto i ponti. ” (14 dicembre)

E adesso facciamo la nostra immersione nei “territori” del carcere di Catanzaro. Ad un certo punto Pasquale scrive..

“Stamane è venuto il vescovo per la messa di Natale, in rappresentanza della Direzione c’erano cinque educatrici, la mia non c’era. Dopo la mesa c’è stato il rinfresco con i dolci che ha fatto Fabio, un ergastolano come me, molto bravo a fare i dolci. Il vescovo ci ha detto che il discorso firmato da tutti noi della sezione e letto da Nellino durante la messa, l’avrebbe messo sotto il calice durante la messa a Natale, affinché la luce di Cristo ricadesse su di noi. Gli ho risposto indicandogli che la luce dovrebbe ricadere sull’area tratta mentale, sbagliando ho detto operativa, ma si è capito lo stesso, essendo che le educatrici presenti erano a due metri da  noi al tavolo del rinfresco, affinchè la luce gli faccia aprire nelle relazioni l’apertura extramuraria, per farci ritornare dai nostri cari. Dopo che ha mangiato un pasticcino, ho avuto cinque minuti di dialogo con il vescovo, e gli ho spiegao il motivo dela mia risposta, che non aveva capito. ” (16 dicembre)

Ci sarà questa divina illuminazione?… 😀

Sempre riguardo a Catanzaro, Pasquale conclude il diario di questo mese con questo momento… alla fine del quale ci sono anche i suoi auguri per tutti gli amici del Blog.

“C’è gran fermento in sezione, tutti a farsi la doccia, essendo che è arrivata l’acqua calda. Siamo stati alcuni giorni senza acqua calda e con i termosifoni spenti. Si era rotta la caldaia, e bisognava aspettare l’autorizzazione per fare entrare il tecnico  per farla aggiustare. In questi giorni faceva molto freddo, e continua a farlo. Ci sono state proteste con la battitura, perché il freddo era pungente ed entrava nelle ossa. Riscaldavo l’acqua in cella e andava in  doccia per lavarmi, ma faceva troppo freddo che subito dopo lavato mi congelava. I termosifoni accesi hanno riscaldato la cella, ed è tutta un’altra cosa. Patisco il freddo e lo soffro più degli altri. Faccio gli auguri di Buon Natale a tutti gli amici che mi seguono sul Blog, e che il nuovo anno vi porti tutto ciò che desiderate. Un affettuoso abbraccio a tutti”

Stare senza i riscaldamenti, specialmente in giorni di freddo intenso, è una condizione disumana. C’è davvero da sperare che fatti del genere non riaccadano.

Vi lascio al diario di Pasquale De Feo.. mese di dicembre.

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Oggi sempbra che si siano apere le cataratte del cielo, sta facendo tanta acqua che tutte le falde d’acqua strariperanno per la troppa acqua che riceveranno. Tutti quelli che lamentavano siccità e poca acqua perché porta neve suei monti, sono stati smentiti. I tg hanno riportato notizie con video in vai parti d’Italia, in in particolare nel Sud, strade cehe sono diventate fiumi, interi paesi allagati, alcuni isolati, in provincia di Messina sono successi dei morti per una frana. Ormai l’emergenza annuale è diventata ordinaria. Se non faranno  un piano nazionale, intervenendo ogni anno, ci saranno emergenze che causeranno disastri e lutti.  –  22/11/2011

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L’Arabia Saudita nei TG viene sempre indicata come un paese islamico moderato. Alcuni mesi fa ci furono commenti entusiastici, perché nel 2015 avrebbero concesso il voto alle donne. Ogi trovo un piccolo articolo in  cui la “Commissione saudita sulla virtù” ha stabilito che gli occhi sexy vanno coperti, e pertanto mascherati con il burqa integrale. Questa dittatura malsana coperta da una sorta di teocrazia Wahabita, una frangia islamica… invece di andare avanti, torna indietro nel Medioevo. I media occidentali coprono questi questi paesi che hanno ditatture crudeli, perché ritenuti amici; e alimentano risentimenti sproporzionati contro paesi che non lo  meritano, solo perchà non ritenuti amici o, detto meglio, servi dell’Occidente.  23/11/2011

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Tempo fa scrissi nel diario riguardo alle condanne presso il Tribunale di Parma per il caso Bonsu, il ragazzo di colore pestato dalla polizia municipale di Parma e fatto oggetto di scherno razzista. Erano stati condannati tutti, tra cui anche il loro comandante. Siccome all’epoca, nel 2008, mi trovavo al carcere di Parma, nei quotidiani e nella TV locale si  parlò molto di questo episodio. Mi dissero che il comandante inquisito era la moglie del Direttore del carcere di Parma. Tra l’altro tutto il carcere commentava questo episodio. Oggi mi ha scritto un’amica di Parma, che legge il diario e mi ha fatto notare l’errore. La moglie del Direttore era il comandante, ma ad essere inquisita e condannata a 7 anni e 6 mesi fu la vicecomandante. Purtroppo scrivevano sempre comandante e questo mi indusse all’errore. Mi scuso con la signora. Credo che la precipitazione nello scrivere fu dovuta al ricordo non troppo felice del marito. Nella sua lettera, l’amica Luciana mi ha mandato gli articoli di quotidiani per gli auguri a Padre Celso. Per i suoi 80 anni gli hanno peaparao un llibro con 200 lettere scritte da tutti quelli che gli vogliono bene. Ho partecipato anche io con una mia lettera. Padre Celso è il parroco del carcere di Parma. La Chiesa che intendo io è quella dei religiosi come Padre Celso, Suora Assunta, Don Guiro, ecc… persone che hanno comportamenti vicini agli insegnamenti di Gesù.. “ama il prossimo tuo”.. o almeno rispettalo. Non condivido il potere farisaico e machiavellico della Chiesa del Vaticano.  –  24/11/2011

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Ho già menzionato alcune volte i volontari di Parma, che occupano un posto speciale nel mio cuore, sono delle persone stupende. C’è Gianfranco, una persona meravigliosa a cui voglio molto bene. Ci tenevo a rammentarlo, perché ogni volta che mi scrive mi insegna con i suoi comportamenti il significato dell’amore per il prosimo. Non potrò mai ringraziarlo abbastanza per ciò che mi trasmette.  –  25/11/2011

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Il padre di Giuliano, il ragazzo ucciso dal G8 di Genova, ha dichiarato, dopo la sentenza della Cassazione che ha assolto De Gennaro, che in Italia c’è la casta degli intoccabili. L’ex capo della Polizia De Gennaro, era stato accusato dal Questore di Genova.. che aveva dichiarato di avere agito in base agli ordini del suo capo, appunto De Gennaro. Poi ritrattò. Ma c’erano anche le intercettazioni che confermavano la sua colpevolezza. Se anche non ci fossero le accuse e le intercettazione, è impensabile che un evento di portata mondiale come Il G8 non fosse coordinato dal capo della polizia, ma purtroppo queste cose succedon solo in Italia. Ormai è intoccabile da venti anni. Ora lo è ancora di più, essendo il capo dei servizi segreti.  –  26/11/2011

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Qualche settimana fa sia i TG che i quotidiani davano risalto a un’operazione di arresti e sequestri di beni dal valore di 350 milioni a Reggio Calabria. I titoloni “La ‘ndrangheta… affoga nel gasolio”, e i video girati dai TG che mostravano in pompa magna i funzionari che avevano fatto l’operazione. Due fratelli che avevano una ditta per la distribuzione del gasolio per la Calabria, e negli ultimi anni si stavano espandendo in tutta Italia.. li accusavano di avere evaso le tasse, avendo venduto il gasolio come agricolo con l’iva ridotta al 10%. Siccome tra gli intermediari c’erano un paio di persone ritenute vicine a due clan, questo ha ceato la motivazione per gli arresti  e il sequestro della ditta per la distribuzione del gasolio. Un imprenditore meridionale dovrebbe chiedere, a tutti quelli che acquistano i suoi prodotti, quali siano le le loro amicizie, il paese e il certificato penale.. una cosa assurda. Ieri sera, il TG regionale di Rai Tre dava la notizia che i due fratelli Camostra, della ditta di gasolio, erano stati scarcerati. Questi episodi succedono  solo nel Meridione. Nel Nord non si sento queste notizie. Trempo fa vidi su Report, la trasmissione di Rai Tre condotta dalla Gabanelli, che in provincia di Vicenza circa duecento aziende avevano evaso le tasse e portato all’estero circa due miliardi di euro. Né ci furono arresti, né sequestrarono le aziende. Il mio personale pensiero è che tutte le imprese che rimangono nell’ambito regionale non avranno nessun problema. Come iniziano a diventare nazionali, c’è subito pronto un PM per bloccare questi imprenditori coraggiosi. In particolar modo  certi settori soggetti a monopolio non possono essere toccati.  –  27/11/2011

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In Sardegna il consiglio regionale ha emanato un ordine del giorno per licenziare quei mascalzoni di Equitalia che stanno saccheggiando l’isola e mandando sul lastrico migliaia di famiglie e portando alla chiusura di una buona parte delle aziende dell’isola. Molti cambiamenti sono iniziati per la fame e le tasse onerose. Auguro ai sardi la stessa cosa, e che le loro lotte mettano fine al rastrellamento economico che li sta riducendo in miseria.  –  28/11/2011

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Ho letto che per il furto di 20 gamberoni in un supermercato una persona è stata condannata a 2 anni e 2 mesi. La proporzione è molto squilibrata se messa a confronto con le condanne di tute le ruberie varie degli scandali italiani degli ultimi trent’anni. Tra banchieri, imprenditori, politici, religiosi e i vecchi boiardi di stato, con somme sempre milionearie, le loro condanne rasentano il ridicolo, rispetto alle pene che vengano comminate tutti i giorni al popolino. I magistrati quando affermano che la loro indipendenza è sacra, che sono giusti ed equilibrai, e che non fanno distinzioni tra le persone che inquisiscono, se la suonano e se la cantano da soli, perché oramai non ci crede più nessuno.  –  29/11/2011

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Mi è arrivato l’opuscolo di Olga, mi ha colpito una lettera di un tunisino che risiedeva in Italia sposato con quattro figli. L’hanno accusato di terrorismo, art. 270 bis, un famigerato articolo simile all’art. 416 bis. Difficilissimo dimostrare la propria innocenza. L’hanno condannato a 7 anni e 2 mesi. Ha già scontato 3 anni e 3 mesi. Sua moglie, con i 4 figli, è stata cacciata di casa. Dopo varie peripezie, con la caduta del dittatore Ben Alì, la moglie è potuta ritornare in Tunisia con i figli dei vecchi suoceri. La sua colpa è di essere un musulmano praticante, e siccome in Italia certi comportamenti sono diventati reati, ne ha pagato le conseguenze. Ora si trova nel carcere di Rossano Scalo (CS) in una sezione AS2. L’ex ministro Alfano nel 2009, con una circolare, ha creato tre circuiti: AS1, AS2, AS3. L’AS2 è per i politici, ed è suddivisa in quattro tipi di sezione: anarchici, islamici, brigate rosse o di varie estrazioni i sinistra, e l’ultima è per i politici di destra. Ci sono sezioni con 2-3 persone, come il carcere di Terni. La sezione AS2 per i politici di destra comprende due persone. Infine l’AS3 sostituisce l’ex AS. Si viene allocati in questa sezione perché si rientra con ill reato co un’aggravante nel famigerato art. 4 bis, e di conseguenza si diventa “mafioso”. Il tunisino in questione si chiama Khalil Jarraya. Lui e i suoi compagni sono talmente poveri che non hanno niente, neanche prodotti per l’igiene personale e hanno problemi anche con la biancheria invernale. In più il carcere non gli passa la fornitura mensile con la scusa che non hanno soldi, approfittando del fatto che non conoscono i loro diritti più elementari. La tortura non è solo quelal fisica, ma c’è anche quella psicologica, che è ben peggiore di quella fisica. In questo caso approfittano del ruolo e dell’autorità che hanno per opprimere e limitare questi sventurati. Chiunque volesse aiutarli, questo è l’indirizzo: Khalil Jarraya – Contrada Ciminata Greco n.1 – Cap. 87067 – Rossano Scalo (Cosenza).  –  30/11/2011

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TV e quotidiani hanno dato la notizia che Lucio Magni, scrittore e giornalista, fondatore de “Il manifesto” è andato in Svizzera per mettere fine ai suoi giorni con l’eutanasia. Dopo la morte della moglie, la depressione lo aveva svuotato di ogni energia. Dicono di lui che abbia forgiato il suo destino. E lo ha fatto anche nell’andarsene, decidendo lui come e quando mettere fine alla sua esistenza. Ancehe non conoscendolo, provo una grande ammirazione per un uomo coerente con il suo vissuto fino alla fine. Per esercitare il diritto naturale all’eutanasia è dovuto andare in Svizzera. Perché non ha potuto farlo in Italia? Semplicemente perché abbiamo dei politici molto piccoli che si genuflettono a tutto quello che ordina il Vaticano. Una cappa sinistra e oscurantista che mantiene in  Paese indietro nel progresso. Monsignor Sgreccia, voce della Chiesa, ha dichiarato che “non siamo padroni della nostra vita”. Si sbaglia di grosso perché noi siamo l’unico proprietario della nostra vita, e non ci possono essere proprietari padroni della nostra vita. Si dovrebbe mettere un articolo nella Costituzione dove si stabilisca che ogni persona ha il diritto di disporre liberamente della propria vita, senza vicnoli di legge e di dogmi religiosi, così sparirebbero tutte l eleggi dettate dal Vaticano ai nostri politici su eutanasia, aborto, pillole anticoncezionali, ricerca sulle staminali, ecc. Arriverà mai quel giorno? Mi auguro di sì.  –  1/12/2011

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Il Papa ha dichiarato che appoggerà tutte le iniziative per l’abolizione della pena di morte. Se rammento bene, il Vaticano non solo non ha mai abolito formalmente la pena di morte, ma in una enciclica del Papa precedente, non solo non aveva condannato la pena di morte, ma in alcuni casi la riteneva necessaria. Vorrei dire al Papa che in Italia c’è la pena di morte e lui non ha mai detto niente in proposito, anche se noi ergastolani gli abbiamo fatto una petizione in merito. L’ergastolo è peggiore della pena di morte, che ha bisogno di un coraggio momentaneo, mentre l’ergastolo è una pena di morte che dura tutta l’esistenza. I rivoluzionari francesi nel redarre il nuovo codice penale, nel 1791, conservarono la pena di morte, ma abolirono l’ergastolo perché lo ritenevano disumano. Aldo Moro, contrario all’ergastolo, disse in una lezione all’università, “la pena perpetua è umanamente inaccettabile”. In Italia è stata istituzionalizzata la tortura nell’esecuzione della pena (art. 41 bis) da circa 20 anni. Neanche in questo caso il Papa ha mai detto niente. Certe tematiche non possono essere guardate con l’ipocrisia della politica. La religione dovrebbe avee un’etica supeiore ad ogni logica di potere.  2/12/2011

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Un lungo articolo su un quotidiano  rammentava la strage nel Vaticano del capo delle guardie svizzere che uccise la moglie e una guardia svizzera. Il tutto fu archiviato in 48 ore. Si disse che la vicenda era stata il frutto di un raptus della guardia svizzera. Un sardo, Nino Arconte, che ha fatto parte di Gladio e dei servizi segreti, racconta una storia del tutto diversa. Il capo delle guardie svizzere, colonnello Estermann, ex spia della Stasi all’interno del Vaticano, era a conoscenza di segreti inconfessabili del Vaticano. Aveva paura e voleva fuggire negli Stati Uniti con un’altra identità, e aveva contattato Arconte, nel suo sito, tramite il suo sito. Gli aveva dato appuntamento in Corsica, ad Ajaccio, dal 4 maggio per una settimana dove si sarebbero incontrati tutti quelli che avevano gli stessi prroblemi. Il 4 maggio 1998 successe la strage in Vaticano; gli impedirono di fuggire. La messinscena fu montata per chiudere suito le indagini sull’omicidio del colonnello Alais Estermann. La pistola in uso alle guardie svizzere era una calibro 9,41. Il proiettile del suicidio della guardia svizzera era un calibro 7. Questo dimostra che non fu omicidio-suicidio, ma una strage, e usarono il ragazzo per addossargli la colpa e completare l’opera teatrale. Ha ragione Assange, il “padre” di Wikileaks. Mettere le mani sull’archivio del Vaticano farebbe succedere un terremoto in tutto il mondo, e si dovrebbero riscrivere pezzi di storia.  –  3/12/2011

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L’ex direttore del carcere di Massa, Salvatore Iodice, arrestato per le ruberie sui lavori che si stavano facendo nel carcere, ha dichiarato: “sono stato arrestato e portato a Prato. Ho vissuto in isolamento in un ambiente angusto e malsano. In piena estate, sotto il letto crescono i molluschi. Ero guardato a vista 24 ore su 24, senza alcuna possibilità di ricevere lettere. Ho chiamato a casa solo dopo 30 giorni. A farmi compagnia c’erano tantissimi scarafaggi e insetti di ogni tipo. Se nessuno mi darà una spiegazione, sarò portato a credere che la carcerazione sia stata usata come fosse uno strumento di torturà. Ho subito una carcerazione umiliante e degradante. Chi toglie la libertà ad una persona, ha l’obbligo morale di garantirgli i diritti minimi. Ogni PM con esperienza, sa che in quelle condizioni si dice il vero o il falso pur di uscire dalla disperazione. Alcuni carcerati hanno sottoscritto una petizione perché potessi essere trasferito nella loro sezione. Mi era rimasta la loro pietà e la professionalità e sensibilità della psichiatra e dello psicologo”. Vorrei chiedere al direttore Iodice, se lui ha mai pensato a tutte le persone che hanno subito lo stesso trattamento quando comandava il carcere di Massa. Credo che non è diverso dal direttore del carcere di Prato, dove si trova detenuto. Inoltre, la pietà o, meglio detto, l’umanità dei carcerati nei suoi confronti, lui l’ha mai avuta per i carcerati di Massa? Non credo che lui abbia avuto questi sentimenti umani nei confronti dei detenuti. I Direttori, come altrettanto i Magistrati, dovrebbero trascorrere un mese in carcere da detenuti, in modo da capire cosa significa essere rinchiusi ed essere espropriati di tutto.  –  4/12/2011

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Nei giorni scorsi mi è rimasta molto impressa la indecente campagna mediatica contro Giovanni Scattone, che nel 1997 fu accusato dell’omicidio di Marta Russo, accaduto nell’Università de La Sapienza di Roma. Non voglio entrare nel merito della colpevolezza o dell’innocenza di Scattone. Avendo seguito il processo, e letto qualche anno dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti sulla stampa, che asserivano che l’omicidio di Marta Russo fu uno scambio di persona. La stessa assomigliava alla figlia di un pentito siciliano, e sbagliarono persona. Quello che non capisco è perché si accanirono contro Scattone e il suo coimputato. Sono i classici misteri italiani; si trovano dei colpevoli per coprire la verità. E’ palese che qualcuno ha fatto uscire la notizia ad arte, perché non si parla dell’università, il luogo dove è stata uccisa Marta Russo, ma del liceo che ha frequentato. Scattone ha scontato la pena di 5 anni e 4 mesi. Non avendo l’interdizione dai pubblici uffici, può esercitare qualunque lavoro. L’inserimento consiste nel fatto che dopo avere scontato la pena si possa avere piena libertà di fare qualunque lavoro, e aprire qualsiasi attività. Purtroppo non è così, perché la pena prosegue all’infinito.  –  5/12/2011

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Trovo un piccolo articolo su un quotidiano nazionale.. “Conte assolto dopo vent’anni”.. “Nessun rapporto con la camorra”. Carmelo Conte, socialista, è stato ministro delle aree urbane. Era uno dei componenti della direzione del P.S.I. di Craxi. Conte abita ad Eboli, in provincia di Salerno, a pochi km dal mio paese, nella zona di Salerno Sud chiamata la “Piana del Sole”. Fu accusato da vari pentiti, che in via diretta o indiretta hanno accusato anche me. Ogni volta che leggo notizie di assoluzioni sono felice, perché sono tanti gli innocenti che finiscono nelle grinfie della magistratura. La loro colpa è di non avere  mezzi a sufficienza per potere contrastare lo strapotere della magistratura, ma principalmente quello delle procure, o perché si è recidivi, drogati, stranieri, ecc. Allora si diventa il colpevole ideale. E’ naturale chiedermi perché per tanti poveri cristi gli stessi pentiti erano credibili, invece per i politici non lo sono più? In Campania ci sono stati una ventina di politici di alto livello accusati da questi pentiti: Gava, Scotti, Conte, Patriarca, Donati, ecc. Sono stati tutti assolti dopo che i processi sono stati rinviati alle calende greche. Credo che l’anomalia del nostro Paese sia la magistratura. Massimo rigore  per il popolino e massima impunità per il potere.  –  6/12/2011

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Ho finito di leggere il libro “Mala Italia”, un libro stampato 40 anni fa. Sono racconti della fine ‘800 e inizio ‘900. Nel gergo in cui sono scritti i racconti non mi piacciono. Sembrano articoli giornalistici per rendere sensazionali le notizie. Inoltre si rimarca come un fatto ovvio e naturale che si nasce cattivi e delinquenti. Cesare Lombroso ha inquinato molto le menti di chi ha scritto i racconti –vari autori- con le sue assurde teorie, che hanno alimentato razzismi e persecuzioni alla miseria. Con alchimie varie e acrobazie cervellotiche faceva combaciare ogni cosa alle sue terribili tesi, che tante sciagure hanno causato per tutto il ‘900. Alcuni racconti mi hanno colpito. La miseria di alcuni quartieri a Firenze, Milano e Roma; e per questa estrema povertà, coloro che nascevano in quei quartieri erano ritenuti nati criminali, magari perché dediti per necessità al furto per sopravvivere. I lombrosismo esasperato. Il fanatismo religioso in una famiglia di un paese in Sicilia; buona parte della famiglia impazzì e commisero un atroce delitto familiare. Il racconto che più mi ha colpito è stato quello sui vigilati speciali, un girone dantesco della perduta gente. Una volta entrato in quel circuito, la legge non li abbandonava mai, li seguiva fino al funerale. Erano perseguitati tutta la vita e trattati peggio degli schiavi perché i carabinieri potevano prenderli a qualsiasi orario, anche in malo modo, e portarli in guardiola. Erano costretti a rubare per non morire di fame, perché come trovavano lavoro i carabinieri informavano il padrone che (il tipo che aveva trovato lavoro) era un vigilato speciale, e questi lo licenziava. Una condanna perpetua simile all’ergastolo. Oggi non è tanto diverso, perché ci sono –anche dopo avere scontato la pena- le misure di sicurezza. Queste sono divise in quelle detentive e quelle da liberi. Quelle detentive sono “casa di lavoro e colonia agricola”. Quelle da liberi “libertà vigilata, sorveglianza speciale, sorveglianza con l’obbligo di soggiorno, e libertà controllata”. Le misure di sicurezza vengono date anche ad incensurati liberi. Queste misure ostacolano la possibilità di rifarti una nuova vita, perché ti inchiodano a rimanere nel brodo di cultura dove hai sbagliato. Non ti danno la possibilità di portare avanti un’attività perché l’apparato repressivo fa di tutto per farla chiudere, e alla fine ci riescono sempre, usando anche mezzi poco ortodossi, ti impediscono di cambiare città e di espatriare. Un circuito vizioso che non ha mai fine. Il metodo viene da lontano, anche se è passato oltre un secolo, nella sostanza non è cambiato niente. Lo Stato contribuisce a livello industriale affinché la recidiva sia alimentata in perpetuo.  –  7/12/2011

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Tempo fa furono dedicati amp servizi televisivi e pagine intere per glorificare un’operazione chiamata “Faraone”, per la dimora faraonica dell’imputato, con il sequestro del suo patrimonio calcolato in 110 milioni di euro. Lo ritenevano un prestanome di un clan locale. Oggi leggo che è stato tutto dissequestrato e l’imputato assolto. Questi imprenditore aveva la forza economica di potersi difendere, ma quante persone non hanno questa forza. La legge La Torre perché non viene usata anche per i politici e i direttori ministeriali alla “Poggiolini”, sindacalisti, magistrati, religiosi, imprese vicino ai partiti, funzionari di Stato in divisa e no? Credo che pochi saprebbero giustificare la provenienza dei loro patrimoni. L’Italia è un Paese dove la corruzione è molto diffusa. Veniamo dietro al Ghana. Grosso modo sono circa un centinaio di migliaia di euro che alimenta la corruzione ogni anno. Dove finiscono questi soldi? Nei patrimoni delle persone citate. Come mai nessuno fa niente per cercarli? Semplicemente perché la corruzione è così estesa che sono coinvolti tutti; anche le istituzioni coinvolte nella ricerca dei capitali illeciti. Per questi motivi c’è bisonno di “mostri” da sacrificare e da dare in pasto all’opinione pubblica.  –  8/12/2011

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Leggo un articolo sull’ex ministro Alfano. Il giornalista evidenzia nell’articolo che, quando è invitato e viene intervistato, l’unica cosa di cui si vanta è di rivendicare l’inasprimento con nuove norme del carcere duro, il famigerato 41 bis. Questa sua rivendicazione la fa in ogni intervista, come fosse il suo fiore all’occhiello. Si ricorderà che in un suo intervento disse “abbiamo reso il carcere duro durissimo, e dovranno morirci dentro”. Un ministro che fa queste affermazioni si giudica da sé. Il giornalista nel suo articolo cerca di far riflettere. Il carcere duro è in contrasto con la tradizione giuridica italiana che costituzionalmente assegna alle carceri la rieducazione e non la repressione e la tortura, pertanto enfatizzare questo provvedimento da parte dell’ex ministro è indegno del ruolo che occupa anche ora, segretario del partito di maggioranza relativa. Il quotidiano La Repubblica che ha pubblicato questo articolo scritto dal giornalista Nino Alongi, è uno dei giornali che ha sempre difeso il 41 bis, chiamato impropriamente carcere duro, perché il nome appropriato è carcere di tortura, essendo che con il 41 bis è stata istituzionalizzata la tortura. Ha ospitato articoli di Roberto Saviano in cui affermava con chiarezza che anche se il 41 bis violava la Costituzione, era necessario. E’ paradossale che in uno Stato di diritto si ritenga necessaria la tortura. Questo dimostra il livello di democrazia e di civiltà del “signor” Saviano. L’articolo del giornalista Alongi lo annovero nella campagna antiberlusconiana in cui La Repubblica si è sempe contraddistinta. Pertanto il 41 bis in sé e per sé non è di alcuno interesse per il giornalista e il quotidiano, ma è usato solo per attaccare il delfino di Berlusconi. Il 25 ottobre il quotidiano regionale Calabria Ora ha pubblicato un articolo con una mia intervista, e devo dare merito al giornalista Luigi Guido che ha scritto a chiare lettere  quello che avevo detto, e cioè che il 41 bis è una tortura. La Repubblica non lo farà mai per non dispiacere alle procure, che tra l’altro lo usano anche come tortura per estorcee le confessioni. Con questi mezzi hanno creato Scarantino (il pentito della strage del giudice Borsellino), ma quanti Scarantini ci sono in Italia? Tanti! E migliaia di innocenti nelle carceri.  –  9/12/2011

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Anche oggi c’è il sole e la temperatura è mite, per me che soffro un po’ il freddo è una manna, perché sto bene in un clima non rigido. Per questo motivo non risento del caldo in estato. Lo sopporto bene, e poi mi piace perché non c’è bisogno di tanta biancheria, bastano magliette e pantaloncini. Guardo affascinata i paesi cardi dell’America latina, ma adoro i paesi scandinavi per la loro civiltà, l’attenzione al bene comune e il loro stato sociale, ma ci fa troppo freddo. La soluzione sarebbe di trascorrere sei mesi in un paese scandinavo durante la primavera-estate, e sei mesi in un paese dell’America latina, così sarei sempre in un clima caldo.  –  10/12/2011

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Mentre leggevo Panorama del mese scorso, ho letto un articolo intitolato “Quel pasticciaccio orribile di via D’Amelio”, una intervista all’avvocatessa Rosalba Di Gregorio, che ha diferso quattro imputati su sette del primo processo sulla strage di via D’Amelio, quella del giudice Borsellino, scaturito dalle dichiarazioni del pentito Vincenzo Scarantino, che portato all’isola di Pianosa, gulag o lager non fa differenza, dove i detenuti venivano torturati, e Scarantino non resistendo dichiarò tutto quello che volevano gli inquirenti. L’avvocatessa Di Gregorio nella sua intervista fa capire con i fatti, che già dal 1995 i PM di Palermo e di Caltanissetta sapevano che Scarantino non sapeva niente della strage, ma volevano dei colpevoli, non ha importanza se innocenti. In questo contribuì anche la Procura di Torino. Le procure in questione occultarono e fecero sparire le prove che scagionavano gli imputati. L’avvocatessa Di Grigorio non essendosi arresa alle prepotenze delle procure, è stata attaccata con notizie false, e in ultima analisi con l’accusa al marito di associazione mafiosa. I pentiti sono monopolio delle procure, e li usano come meglio credono, anche in modo non ortodosso. Qualche mese addietro, quando è scoppiato questo scandalo, perché il pentito Spatuzza si è autoaccusato della strage e ha dato tutte le prove della sua colpevolezza, gli imputati sono stati scarcerati. Le procure di Palermo e Caltanissetta hano gridato al complotto e hanno aperto una inchiesta, per trovare chi ha distorto le indagini, e hanno tirato in ballo funzionari delle istituzioni che nel frattempo erano morti, hanno alzato un polverone, e poi tutto è ritornato nel silenzio. E’ normale ciò perché non potevano indagarsi da soli, essendo che sono loro che hanno distorto e condiziona ogni cosa, per fare condannare degli innocenti che loro sapevano fossero tali. Una colpa gravissima per dei magistrati. Oggi sono delle icone intoccabili, con un potere al di sopra della legge, ma un giorno la storia li condannerà per tutti gli abusi e i soprusi che hanno fatto.  –  11/12/2011

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Julian Assange capo di Wikileaks ha dichiarato che siamo tutti spiati, perché vengono tenuti sotto controllo PC e cellulari. Ha messo in rete la documentazione per provare ciò che ha affermato. C’è da credergli, il personaggio l’ha dimostrato. Ci sono decine di aziende private che controllano il mercato delle intercettazioni. L’Italia è uno dei paesi che ha più aziende che sono impegnate in questo controllo capillare. Queste tecnologie vendute ai regimi dittatoriali diventano delle armi micidiali, perché controllano tutto e non c’è nessuna libertà, e vengono usare anche per la repressione politica. Nei paesi Occidentali queste tecnologie sono usate per eliminare qualunque privacy. Finché la rete non sarà censurata, avremo queste notizie che interessanto almondo intero.  –  12/12/2011

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Il fratello dell’ex mnistro della giustizia, Angelino Alfano, Alessandro Alfano, è stato inquisito perché avremme comprato gli esami di economia. La dipendente addetta ad inserire gli esami falsi nella memoria dell’Università ha confessato tutto ed è stata licenziata. Un ministro tecnico  l’anno scorso, per una cosa simile si dimise da tutte le cariche. Questo signore che è segretario generale della Camera di commercio di Trapan, non si dimetterà, anzi Alfano lo aiuterà in futuro a fare carriera e ad avere incarichi sempre più prestigiosi. Come siamo lontani dalla cultura del rispetto delle istituzioni che vige nei paesi del Nord Europa.  –  13/12/2011

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Certe notizie per la nostra cultura ci colpiscono molto, anche se in alcuni paesi sono fatti normali. Nelle Samoa americane, paradiso polinesiano, avendo 25 gradi di temperatura tutto l’anno, e la squadra di calcio più scarsa del mondo, è ultima nel Ranking Fifa, al 204simo posto. Dopo 30 partite e altrettante sconfitte n gare ufficiali, con i 12 goal segnati e i 229 incassati, hannno vinto una partita, battendo il Tonga per 2 a 1, per la qualificazione ai mondiali del 2014. Ma la notizia non è la vittoria, ma che il difensore centrale della squadra è un transessuale. Mi sono immaginato un fatto del genere in Italia, strali da tutte le parti, le associazioni dei benpensanti, la federazion ecc.,  titoloni sui quotidiani sportivi e non, una cagnara alimentata dai conservatori. Per cultura, nel Paese in questione, è accettato come un fatto normale il terzo sesso. Nella lingua samoana sono chiamati “Fa’afafine”, tradotto è “come una donna”. Non sono discriminati, possono fare ciò che vogliono, qualunque lavoro e praticare ogni sport. Il primo ministro del Paese, in carica dal 1998, ha dichiarato che “i transessuali sono gloriosi e splendidi miracoli di Dio”. Nessuno del popolo samoano ha avuto da ridire. Ritornando alla nostra cultura, ricordo che da ragazzino al catechismo mi insegnavano che gli esseri umani “sono a immagine e somiglianza di Dio”, ma credo che nella realtà, prima di arrivare alla cultura samoana  ne dovrà passare di acqua sotto i ponti.  –  14/12/2011.

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Quando alcune volte scrivo che le carceri e il loro sistema somigliano alle segrete medievali, non mi sbaglio, perché vengo a sapere, in uno scritto che mi hanno mandato, che c’è la ditta Arturo Berselli & Co. S.P.A., con sede amministrativa a Milano, che hai il monopolio delle forniture alimentari e del sopravvitto delle carceri dal 1930. Con la scusa della sicurezza, il Ministero consegna l’appalto a questa ditta. Addirittura è intervenuta l’Unione Europea per infrazione ai principi di libertà sul tema della tutela della concorrenza. Ma per tenersi buoni l’Europa, hanno varato una norma, prima un decreto del Ministero della Giustizia e poi del governo, anche per superare una procedura di infrazione dell’Unione Europea, in modo da fare rimanere le cose così come stanno. Questa ditta è in regime di monopolio da 80 anni, e nessuno interviene. Il parlamento fa finta di niente, e i ministri che si succedono si prodigano affinchè questa ditta continui ad avere il monopolio e non abbia fastidi di nessun genere. I prezzi sono alti, i prodotti imposti, la qualità scarsa e il peso variabile, ma non si riesce a smuovere niente. Oggi capisco il perché, la ditta è talmente protetta che ha l’impunità assicurata. Un detenuto di Velletri Ismail-Ltaief faceva il cuoco nella cucina. Ha fatto una denuncia perché i pacchi delle forniture del vitto segnavano 300, ma ne venivano scaricati 60 dalla ditta. Hanno cercato di fermarlo, e per ritrattare gli hanno offerto 15.000 euro. Ciò dimostra il letamaio che ha creato questa ditta sulla fornitura del vitto e sui prodotti  della spesa del sopravvitto. Tutto ciò gli è possibile solo con la corruzione a tutti i livelli, dal Ministero alle singole carceri. Una volta ho letto che i posti più illegali del nostro Paese sono le carceri con tutto il sistema. Chi l’ha scritto non si sbagliava.  –  15/12/2011

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Stamane è venuto il vescovo per la messa di Natale, in rappresentanza della Direzione c’erano cinque educatrici, la mia non c’era. Dopo la mesa c’è stato il rinfresco con i dolci che ha fatto Fabio, un ergastolano come me, molto bravo a fare i dolci. Il vescovo ci ha detto che il discorso firmato da tutti noi della sezione e letto da Nellino durante la messa, l’avrebbe messo sotto il calice durante la messa a Natale, affinché la luce di Cristo ricadesse su di noi. Gli ho risposto indicandogli che la luce dovrebbe ricadere sull’area tratta mentale, sbagliando ho detto operativa, ma si è capito lo stesso, essendo che le educatrici presenti erano a due metri da  noi al tavolo del rinfresco, affinchè la luce gli faccia aprire nelle relazioni l’apertura extramuraria, per farci ritornare dai nostri cari. Dopo che ha mangiato un pasticcino, ho avuto cinque minuti di dialogo con il vescovo, e gli ho spiegao il motivo dela mia risposta, che non aveva capito. Gli ho detto che il più fresco di galera tra i presenti sta da dieci anni. Invece sbagliavo, perché sta da quindici anni; gli altri venti e trent’anni. Gli ho spiegato che dall’ergastolo non si esce, e che è una pena di morte diluita nel tempo. Gli ho spiegato che le pene alternative sono automatiche solo per i pentiti o, meglio detto, collaboratori di giustizia e i confidenti. Ci vorrebbero tutti come Giuda, ad accusare gli altri e a metterli al nostro posto, moltiplicando le sofferenze. Gli ho parlato del 41 bis che è un regime di tortura, che la Chiesa dovrebbe intervenire dicendo qualceh parola contro questa inciviltà indegna. Un mio compagno gli ha detto ch enel 41 bis li fanno mangiare poco. Ho visto lo stupore nella sua espressione, ma non ha detto niente. La mia impressione è che sia rimasto un po’ imbarazzato, credo che non si aspettasse questi discorsi. Sono del parere che tutte le occasioni –quando vengono persone dall’esterno- bisogna prenderle al volo, e fare loro questi discorsi, perché non sanno niente, hanno concetti recepiti dai media, che falsificano la realtà.  –  16/12/2011

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Ho letto l’ultima circolare del Ministero. Ne avevano dato notizia i TG e avevo letto qualche articolo sui quotidiani. Si tratta di aprire e tenere le celle aperte tutta la giornata. Come al solito, la montagna ha partorito un topolino. Ha escluso i regimi AS-1,2 E 3; e anche il 41 bis ovviamente.

E’ un discorso solo per i detenuti comuni, ma anche tra loro ci sono di distinguo, essendo stati etichettati con colori, bianco-verde-rosso. I bianchi sono aperti senza eccezioni. I vedi devono avere delle valutazioni periodiche. I rossi devono avere l’autorizzazione dal commissario. Non sono hanno creato altra burocrazia, ma va a finire che creano altri regimi, come successe con l’ex E.I.V.C. che poi diventò E.I.V., ed ora A.S.1. Tanti detenuti diventano pericolosi con la burocratizzazione dei regimi. I detenuti dell’AS-2 e 3 si trovano in questi circuiti perché hanno un reato che rientra nell’art. 4 bis O.P., oppure basta un’aggravante, anche un furto, pertanto non è la mera supposizione di pericolosità del soggeggo, ma è il reato, un comma di un reato o un’aggravante. Noi dall’AS1 siamo in questo regime percè eravamo nel 41 bis; parcheggiati in assenza del nulla. Non cambieranno mai le cose, fino a quando il ministero sarà monopolio di Pm, ex-direttori delle carceri, della polizia penitenziaria e dei suoi sindacati. Insieme formano una burocrazia discrezionale tipica dei mandarini cinesi, e si oppongono ferocemene ad ogni riforma.  –  17/12/2011

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Nelle carceri tutto è impontato sulla “sicurezza interna”. Questa parola “magica” consente di alimentare oppressione e limitazioni indiscriminate, senza nessun controllo, anzi con la complicità degli organi preposti alla tutela dei detenuti. La sicurezza è usata per violare, negare, sospendere ed espropriare i diritti. Usata come unica risposta ad ogni richiesta; usata come chiave per eludere ogni richiesta; usata per rendere cieca ogni regola; la violenza della giustiza soffoca ogni cosa. In nome della sicurezza si sono commesse e si continuano a commettere mostruose ingiustizie. Viene usata per spersonalizzare l’identità dei detenuti, e per gestirl più agevolmente. In ogni contesto, le persecuzioni sono state sempre costruite con le parole e i concetti del diritto. In questo caso i baroni di turno interpretano e in alcuni casi si inventano le norme per creare sofferenza, per avere visibilità mediatica. Ormai lo fanno senza nessuna vergogna, come fosse un comportamento normale. Le norme penitenziarie, insieme alla disciplina imposta, sono state stravolte e rese antisociali; pertanto più che la rieducazione, il trattamento quotidiano insegna ad essere al di fuori della società. In nome della sicurezza, il carcere non solo pretende di isolare i detenuti dalla società, ma pretende anche di isolare i detenuti tra loro stessi. Credo che nessuno abbia mai visto un cane legato alla catena diventare buono. Il carcere dovrebbe essere  un luogo dove si organizza un servizio, invece il servizio è totale, perché i detenuti si alimentano di odio, rabbia e rancore, per i diritti negati, l’oppressione e le frustrazioni che ne scaturiscono. Il legislatoree o il ministo dovrebbero intervenire per porre una limitazione all’uso distorto del concetto della parola sicurezza.  –  18/12/2011

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In TV alcune trasmissioni, in pompa magna dicevano che Equitalia aveva recuperato nove miliardi di tasse inevase. Oggi leggo un articolo in cui lo Stato deve altri settanta miliardi alle imprese, principalmente alle piccole imprese che hanno anche il problema della stretta creditizia delle banche. Molte imprese chiudono perché da una parte lo Stato non le paga e dall’altra i “gabellieri” di Equitalia li aggrediscono in ogni modo, e moltiplicano le cifre peggio  degli strozzini, e tutto lo si fa passare come un fatto legale. I politici sbraitano  demagogicamente per non perdere consensi, ma in realtà non fanno niente, pensano solo a che i loro privilegi non vengano toccati. Basterebbe una semplice legge. Le imprese che sono creditrici nei confronti dello Stato, li possano decurtare dalle tasse che chiede Equitalia. Si eviterebbero tante ingiustizie, fallimenti e tanta disperazione.  –  19/12/2011

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Leggo su un quotidiano che il 98% degli alberi di Natale, il 92% dei regali eil 97% degli addobbi natalizi, vengono da Yiwu, una città cinese. Questa città in 10 anni è diventata la seconda città più ricca della cina. Credo che in nessun altro prodotto ci sia un monopolio così alto. Tutto ciò è possibile perché lì non hanno leggi da rispettare.. circa operai, ambiente, sicurezza, sindacati, ecc. Ogni tanto ci fanno vedere le scene di sequestro nei porti, ma è tutta scena, perché è una goccia nell’oceano. Arrivano milioni di tonnellate di merci, non solo natalizie, ma anche certificate e pericolose. Se venissero costruite qui in Italia, andrebbero tutti gli organi quotidianamente a controllare, e nelle condizioni della città cinese, non solo chiuderebbero le aziende, ma farebbero multe e forse anche arresti. Ricordo che una volta le città di Napoli e dintorni erano considerate la Cina d’Europa. Oggi tutti quei laboratori vengono fatti chiudere, perché ritenuti organici alla camorra. La camorra è usata come il prezzemolo, lo si può mettere su ogni pietanza. Chissà chi ha interesse affinché arrivino dalla Cina milioni di tonnellate di merci non certificate e prodotte da “schiavi”, e non si possno fabbricare in Italia, con milioni di disoccupati che ci sono nel nostro Paese.  –  20/12/2011

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C’è gran fermento in sezione, tutti a farsi la doccia, essendo che è arrivata l’acqua calda. Siamo stati alcuni giorni senza acqua calda e con i termosifoni spenti. Si era rotta la caldaia, e bisognava aspettare l’autorizzazione per fare entrare il tecnico  per farla aggiustare. In questi giorni faceva molto freddo, e continua a farlo. Ci sono state proteste con la battitura, perché il freddo era pungente ed entrava nelle ossa. Riscaldavo l’acqua in cella e andava in  doccia per lavarmi, ma faceva troppo freddo che subito dopo lavato mi congelava. I termosifoni accesi hanno riscaldato la cella, ed è tutta un’altra cosa. Patisco il freddo e lo soffro più degli altri. Faccio gli auguri di Buon Natale a tutti gli amici che mi seguono sul Blog, e che il nuovo anno vi porti tutto ciò che desiderate. Un affettuoso abbraccio a tutti.  –  21/12/2011

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