Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Forse è finita l’attesa, arriveranno le risposte alle richieste dei detenuti?… Angelo Meneghetti

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Pubblico oggi un pezzo di Angelo Meneghetti, detenuto a Padova.

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Si apprende in questi giorni che ci sarà un miglioramento anche nei tribunali di sorveglianza. Il CSM, in via eccezionale, destinerà alla magistratura di sorveglianza anche i giudici di prima nomina. Penso che la maggior parte dei detenuti, apprendendo questa notizia, avrà un sospiro di sollievo, e forse quella minima parte di speranza rimasta non morirà.

In questi ultimi tempi ci sono diverse lamentele da parte di molti reclusi della casa di reclusione di Padova, perché alle loro richieste di permessi premio, non ricevono una risposta, “positiva o negativa”, in tempi brevi. Addirittura si attende più di un anno e, a volte, dopo un così interminabile tempo, ti arriva una risposta negativa, perché non è aggiornata la sintesi e non si riesce a capire di chi sia la negligenza. Se è dell’area pedagogica o del magistrato di sorveglianza, “perché leggendo diversi rigetti dei permessi premio sembra di assistere al classico scarica barile”. Penso che, quando un detenuto ha una condotta regolare e partecipa alle attività trattamentali, e la sua condotta sia priva di rapporti disciplinari, non si riesce capire la negligenza ad applicare alla lettera l’Ordinamento Penitenziario, in modo che, quando un detenuto si trova nei termini dei benefici, possa accedervi senza troppi paletti che, di fatto, rendono difficile l’applicazione.

Ovviamente dimenticavo che, diverse volte i detenuti si sentono rispondere “a parole” che si tratti del sovraffollamento. E, con questa scusante, la maggior parte dei detenuti sono costretti a scontare fino all’ultimo giorno la loro pena. Vedremo se, con l’arrivo di qualche magistrato di sorveglianza in più, la legge Gozzini sarà applicata come impone l’ordinamento penitenziario, in modo così da far funzionare correttamente il carcere di Padova. Essendo una casa di reclusione, il suo corretto funzionamento dovrebbe rilevarsi dalla situazione di quei detenuti che scontano una pena lunga, e specialmente di chi non ha un fine pena, gli “ergastolani”.

Basterebbe usare il buon senso e capire che i permessi premio sono un percorso necessario, non solo per chi è rinchiuso, ma soprattutto per i famigliari che sono in attesa di accogliere “Il figlio, il marito o il compagno”. Oggi anche i famigliari dei detenuti si sentono presi in giro dal modo burocratico in cui sono concessi i benefici. Tutto ciò è anche causa del frantumarsi delle famiglie.

In questi ultimi anni, il nostro Paese ha risentito molto dell’enorme crisi economica, e questo si vede anche all’interno di una galera. Non c’è lavoro per i cittadini, ma non c’è lavoro neanche dentro il carcere. Qui ci sono quasi 500 detenuti che non fanno niente dalla mattina alla sera, imbottiti di psicofarmaci in modo da non dare fastidio, e sono dimenticati da chi dovrebbe un domani reinserirli nella società. E poi viene chiesta loro una riflessione critica!

Non ci resta che sperare che,  con l’arrivo di qualche magistrato di sorveglianza in più, ritorni in questi luoghi di degrado equilibrio e umanità, se veramente vogliamo far capire in Europa che l’Italia è un paese democratico e civile.

Casa di reclusione Padova, 05-08-2014

Angelo Meneghetti

Claudio Conte risponde ai commenti

In questo post inserisco le risposte che Claudio Conte, detenuto a Catanzaro, ha inviato a coloro che hanno commentato il suo post “La pena dell’attesa” (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/02/18/la-pena-dellattesa-di-claudio-conte/).

Ne approfitto per sottolineare una particolarità di Claudio Conte. Claudio ha sempre cercato di non farsi mettere in un “personaggio”.. in una categoria.. di emanciparsi dall’idea del “detenuto”. Cioè, lui è consapevole di essere detenuto, ma ha forte la coscienza di essere soprattutto altro, e la consapevolezza di come vedersi visti con certi occhi spesso rischia di renderti “detenuto” anche nell’anima. Comunque la si pensi sono riflessioni che denotano una notevole libertà interiore.

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PER PINA- Cara Pina, quanto scrivi è più vicino delle cose che tocchiamo. L’amore, in senso ampio, è il “motore del mondo”, ma anche il primo a essere sacrificato. Ricambio i saluti. Claudio.

PER ALESSANDRA LUCINI- Cara Alessandra, le tue parole esprimono tenacia e verità. Dobbiamo rimanere ottimisti e vedere il lato positivo delle cose sempre. Mi unisco alla “tu attesa”. Nella certezza che non resterà delusa. Non può esserlo in una persona con il tuo curoe e la tua sensibilità, che i bellissimi versi che hai citato denotano. Ma non disperare mai. Le cose si sistemano da sole e a volte ci impressioniamo, perchè valutaimo con parametri troppo umani. Sei una persona in gamba!! Un abbraccio. Claudio.

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PER CARLA- Cara Carla, hai centrato in pieno il senso dello scritto. Ma una vita felice è significativa anch’essa. Rimane da intenderci su cosa sia la felicità. Ma su separazione, libertà, spreco del tempo irriflessivo e sofferenza che apre all’esperienza dell’altro, della vita, hai una consapevolezza molto alta. Ci intendiamo. Un abbraccio. Claudio.

 

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PER FRANCY-  Cara Francy, non sei uscita fuori tema, anzi! Hai approfondito un aspetto, quello della situazione degli anziani, che io, un pò per la “giovane” età non ho considerato nel mio scritto. Nella società di oggi gli anziani non rivestono più quel ruolo del passato: depositare di saggezza e tradizioni. Oggi sono un “peso”. Al meridione resiste ancora il senso di rispetto, ma non come in passato. No, non sei uscita fuori tema. Quando parli della vita e dell’importanza delle persone non lo seei mai. Non sarebbe male se vigilassimo sulle condizioni di questi poveri vecchietti, per tutelare la loro dignità. Un abbraccio. Claudio.

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PER CLAUDIA-  Cara Claudia, spero che le tue lacrime abbiano lasciato il posto a un bel sorriso. Cerca di farti forza.  non è raro che la giustizia usi pesi e misure diverse. Molte sono le variabili che incidono. Ma sono sicuro che tra qualche tempo scarcereranno anche lui (se non è già accaduto). Nell’attesa il tuo affeetto potrà fargli più bene di un avvocato. Resta forte e in gamba. Un abbraccio. Claudio.

La pena dell’attesa.. di Claudio Conte

Claudio Conte (che scrive da Catanzaro) interviene poco.. ma sembre con momenti di assoluto valore. Il suo ultimo contributo è stato un racconto di argomento natalizio. Oggi torna con una riflessione, molto acuta ed efficace sul tempo, la pena dell’attesa, la tremenda intensità di alcuni momenti.

Ma prima voglio riportare la parte finale della lettera personale che Claudio mi ha inviato.. perchè merita di essere condivisa con tutti..

“Mi congedo con un caro saluto, in particolare ad Alessandra, Pina, Antonella e a tutti coloro che si sono interessati alla campagna “Bambini in carcere”. Il prossimo “passo” sarà quello di sollecitare una legge che preveda la detenzione di madri con bambini in comunità strutturalmente modellate su quello di recupero dei tossicodipendenti. Nelle quali è assicurata la vigilanza e lo scopo è aiutare e non punire. Chi ne avesse la possibilità, investa della proposta gli assessori alle politiche sociali del comune di residenza e i parlamentari. E teniamoci informati.

Claudio        Catanzaro, 15 febbraio 2011″

E’ una degna battaglia amici. Una battaglia di civiltà. Sosteniamola.. ognuno di noi dia una mano.

E ora torniamo al post di oggi. Premetto che Claudio ha uno stile molto fluido, sa essere estremamente chiaro, comprensibile, ma senza essere prosaico.. brusco.. è chiaro, ma lo sa essere “esteticamente”.. è un modo di scrivere che definirei.. “limpido”…:-)

Il pezzo tocca temi delicati, come indicavo in precedenza. La dimensione temporale nelle sue connotazioni emotive. Il tempo è gravido di sentimenti ed emozioni. E tutto ciò si amplifica in quei luoghi dove la scansione temporale è “forzata”.. specie negli “incontri” e nei “distacchi”.

Testi come questi sono utili perchè sono una sfida ad immaginare, ad “immedesimarsi”. Ma ci siamo mai chiesti veramente cosa si prova quando attendi con ansia un colloquio, quando vedi i minuti correre via, e quando si avvicina il distacco e le parole ti si rompono in gola. Voglio citare un pezzo bellissimo del testo di Claudio, che ha un verismo emotivo che mi ricorda Dostoevkji:

L’incontro in carcere assume un’ntensità eccezionale, ma raggiunge il suo apice con la separazione. Nel “mondo libero”, anche quando non è voluta, è una scelta. Non in carcere. Qui è forzata, è quella del tempo scaduto che si consacra nel momento del saluto e dell’addio. Quello in cui gli occhi si inumidiscono, la voce è impastata, i lineamenti del viso si induriscono, tradendo la tempesta di sentimenti che si scatena nel cuore. Un momento nel quale, sull’ “altare del tempo”, si rinnova la “promessa”: ci dividono, ma solo fisicamente. Per rendere meno doloroso il distacco di quello che può essere un “pezzo” del tuo cuore. Un “vuoto” che ti accompagnerà fino alla prossima occasione, al prossimo incontro. Se ci sarà. Perchè non è scontato, in carcere come nella vita. In specie per quei legami che pur “sacri”, non hanno riconoscimento giuridico. Per i quali i cancelli del carcere rimarranno chiusi. Resta solo il pensiero che può spiccare il “volo” e non trova ostacoli.”

Claudio definisce il carcere “l’emblema della separazione”… e lo è davvero.. e lo è ancora di più per certe norme tribalie a antiquate e certe mentalità burocratiche e iperrigide che fomentano invece di stemperare il tasso di “separazione” dal mondo, dal cuore, e dalla vita.. di cui è impregnato il carcere.

Buona lettura

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La vita stessa pare breve… altrimenti il tempo si allunga, diventa interminabile, uno spreco. E l’anima si contorce e si consuma, perchè solo nella riunione trova pace.

Questa è una sensazione che conosciamo tutti, che appartiene a tutti.

Come conosciamo la “pena dell’attesa”. Ne vogliamo parlare? Ne vogliamo parlare veramente? Ma davvero? Va bene ne parlo…

Vogliamo ricordarci, specie noi maschietti, che l’attesa inizia appena nati con la “pappata”, la riviviamo nella “cerimonia del trucco” durante la vita (mentre a noi non è dato neanche pitturarci). Senza tralasciare che continua anche nell’ “altro mondo”. Statisticamente per noi.. la “dipartita”… arriva prima. Comnque voi.. fate pure con calma :-)!

Ma ironia a parte, l’attesa per chi è in carcere è “pena” che si aggiunge a quella dei giudici. Che può però trasformarsi in “felicitàà”.. quando si realizza. E l’unica “pena” che ha questa capacità. E’ il potere che hanno le persone a noi care. Un sorriso ci “illumina” la vita. Tutto è chiaro. Comprendi quanto sono importanti. E a volte neanche glielo dici. Quante volte ci è successo. Facciamolo alla prima occasione. Io lo sto facendo in questo momento, in un certo senso. E quelle persone che mi incontrano e alle quali manco, perchè c’è separzione dove c’è condivisione (non sono sicuro di avere scritto correttamente questa frase o che non mancasse qualche parola.. nota di Alfredo).

L’incontro in carcere assume un’ntensità eccezionale, ma raggiunge il suo apice con la separazione. Nel “mondo libero”, anche quando non è voluta, è una scelta. Non in carcere. Qui è forzata, è quella del tempo scaduto che si consacra nel momento del saluto e dell’addio. Quello in cui gli occhi si inumidiscono, la voce è impastata, i lineamenti del viso si induriscono, tradendo la tempesta di sentimenti che si scatena nel cuore. Un momento nel quale, sull’ “altare del tempo”, si rinnova la “promessa”: ci dividono, ma solo fisicamente. Per rendere meno doloroso il distacco di quello che può essere un “pezzo” del tuo cuore. Un “vuoto” che ti accompagnerà fino alla prossima occasione, al prossimo incontro. Se ci sarà. Perchè non è scontato, in carcere come nella vita. In specie per quei legami che pur “sacri”, non hanno riconoscimento giuridico. Per i quali i cancelli del carcere rimarranno chiusi. Resta solo il pensiero che può spiccare il “volo” e non trova ostacoli.

Il carcere in questo senso è l’emblema della separazione. Le sue alte mura la rappresentano fisicamente. Le sbarre che si protrarranno nel tempo. L’ergastolo che, probabilmente, lo sarà per sempre.

Eppure.. la libertà è di tutti.

Un abbraccio

Claudio Conte

Full metal jacket a Salerno

E davvero sembra di essere precipitati dentro il grandioso capolavoro antimilitarista di Stanley Kubrick, dopo avere letto l’ultima lettera di Francesco Annunziata -Nellino- che mi è giunta proprio oggi (lo stesso Nellino per il quale ieri ho scritto che era stato trasferito.. ora questa vicenda è un pò ambigua.. la riassumo per brevi cenni. Ieri mi giunge indietro la lettera che scrissi a Nellino a suo tempo, con la cancellazione dell’indirizzo del carcere di Catanzaro con ghirigori di penna e scritto invece a caratteri cubitali, nello spazio superiore della lettera la dicitura.. TRASFERITO.. Ora questo si fa, con tali modalità, se uno viene trasferito “veramente” e “definitivamente”… del resto non si spiegherebbe se no perché cancellare a penna l’indirizzo di Catanzaro, come a rafforzare il messaggio. E comunnque non ho mai sentito di una lettera mandata indietro con la dicitura TRASFERITO, per un detenuto che è stato spostato per un mese, figurati per una settimana come è stato il caso di Nellino. Quindi davvero non capisco.. aspetto di avere ulteriori dati.. sperando che si sia trattato solo di una svista.. e che magari non lo abbiano trasferito davvero..)

Lui premette la sua lettera, scrivendo che ne sarò sconvolto. E del resto non posso negare che leggevo abbastanza sbigottito. Perché non puoi non chiederti come è possibile che ci sia anche solo un carcere in Italia, o in tutta Europa, dove possano avvenire cose del genere.

Premetto subito che non troverete atti di pestaggio e brutale violenza. Allora mi chiederete, cosa può averti colpito così tanto? Bene.. la rigidità, l’ottusità, un grottesco ritualismo da parodia militare, il sadismo, l’ottusa voglia di umiliare.

BASTA?

E so che alcuni cominceranno a ragliare. E allora voglio essere bello chiaro. Se qualcuno generalizza o fa calderoni, quelli non siamo noi. Io, lo ripeto per i duri di timpano… non sono “contro” le guardie.. non sono “contro” nessuno per principio, né generalizzo. E spesso la penso come Gerti e Carmelo.. anche le guardie a loro modo sono vittime di un sistema disumano e ammorbante. E comunque ci sono sicuramente guardie a cui stringerei la mano con piacere.

Ciò non toglie e non cambia di una virgola che nelle carceri avvengo con una frequenza esagerata atti inaccettabili. E oltre alle violenze che in parte tutti conosciamo.. si possono creare questi piccoli micromondi ottusi, dovre frustrazioni creano ego vogliosi di affermazione e potere.. simulacri della sottomissione..

Che altro è se no  – andando alla lettera di Nellino- l’utilizzo di ogni strumento possibile per umiliare e far sentire una persona come un cane randagio senza alcun diritto, una pezza di sedere insomma, che può essere schiacciato e deve obbedire anche alle peggiori assurdità?

Che altro è costringere un detenuto, “di passaggio” per giunta, a doversi spogliare più volte al giorno.. nudo, fino a togliersi le mutande e mostrare l’ano? (lasciate stare che Nellino si è rifiutato.. ma quanti altri non si sono rifiutati.. per paura.. per debolezza? Del resto provate a stare voi nudi, in un posto chiuso, con delle guardie armate di fronte.. certo pochi avrebbero orgoglio e fierezza in quelle situazioni..) Questa della denudazione corporale , fino a piegarsi come uno schiavo (le “flessioni”) per mostrare il proprio buco del culo (perdonatemi la durezza) agli agenti.. non è un pestaggio.. ma forse è un atto ancora più violento. Una umiliazione profonda, un fare sentire uno.. peggio di niente.. Non c’è del sadismo in tutto questo?

Che altro è costringere i detenuti, tre volte al giorno, alla pratica mai sentita (ha perfettamente ragione Nellino) di doversi alzare in piedi sull’attenti al passaggio della guardia per il cosidetto “conteggio” (e quel CONTA! latrato dalle guardie, di cui parla Nellino.. davvero dà l’impressione di vedere un remake, fatto male per giunta, di Full metal Jacket.)? Davvero sono rimasto stupito. Ste cose non appartengono neanche al contesto italiano (con tutti i suoi limiti e tare), ma piuttosto a “mondi” con una certa cultura militaresca molto accentuata, come i reparti speciali dell’esercito U.S.A., inglesi, israeliani.. forse anche russi.  Ci sarebbe anche da ridere, non per i detenuti. Ridere di questo teatro. Di quessta sciocca esibizione di potere. Di questo fare i ducetti di periferia con chi non può difendersi. Ma anche della fragilità di un ego che vuole il sull’attenti, l’alzarsi a bacchetta come se passasse l’Imperatore romano o qualche generale in tempo di guerra. Sì, non ci sono violenze fisiche. Sì dura solo pochi attimi. Sì è certo meno grave della denudazione e delle “flessioni”. MA PUO’ BASTARCI? PUO’ UNA PERSONA DELEGATA A GARANTIRE IL RISPETTO DELLA LEGGE COMPIERE UN ATTO COSI’ SCIOCCO, COSI’ PARODISTICO, UN ATTO COSI’ INUTILE, UN ATTO COSI’ ILLEGALE?

Infatti anche se un detenuto sta riposando, deve alzarsi per questa inutile sceneggiata. TOTALMENTE INUTILE, perché puoi contare i detenuti anche se non si alzano come tanti marines.. e se si pensa che poi Nellino, a un certo punto, era il solo nella sua sezione. E invece no!  ALZATI CAPRA!

Che altro è  fargli fare il colloquio con la moglie, dopo 5 ore che lei attendeva (e avendo, tra l’altro, risposto alle sue domande precedenti, dicendogli che non c’era proprio lei fuori ad aspettarlo).. con la motivazione che DATO GLI A.S.1 NON POSSONO MAI MISCHIARSI CON GLI A.S.3 (MA FORSE INTENDONO CHE PROPRIO NON POSSONO MAI MISCHIARSI TRA LORO NESSUNA CATEGORIA DI DETENUTI).. BISOGNAVA, PRIMA CHE TUTTI GLI A.S.3 FACESSERO I LORO COLLOQUI.. E DOPO, SOLO ALLORA.. AVREBBE FATTO IL SUO COLLOQUIO IN SOLITARIA.

MA, PREMESSO CHE QUESTA – GIA’ DI PER SE STESSA ASSURDA E RIGIDA- SEPARAZIONE TRA CATEGORIE DI DETENUTI E’ PREVISTA IN GENERE IN PRATICAMENTE TUTTE LE CARCERI PER QUANTO RIGUARDA LO SVOLGIMENTO DELLE ATTIVITA’, LE COMUNICAZIONI, ECC…. DAVVERO SI PUO’ ESSERE COSI OSSESSIVAMENTE RIGIDI E FANATICI TALEBANI DEL REGOLAMENTO.. CHE UNA PERSONA “APPARTENENTE” AD UN’ALTRA SEZIONE, E PER GIUNTA ALLOGGIATA SOLO TEMPORANEAMENTE IN QUEL CARCERE, NON PUO’ STARE NEANCHE PER UN’ORA IN UN LOCALE DOVE CI SIANO IN QUEL MOMENTO DETENUTI DI ALTRE SEZIONI.. ANCHE SE NON PARLA CON LORO (MA CON LA MOGLIE)? E ANCHE AMMETTENDO QUESTE PRECAUZIONI CONTRO IL “CONTAGIO”… NON ESISTE IN TUTTO IL CARCERE DI SALERNO UNA STANZETTA, UNO SGABUZZINO, UN RIPOSTIGLIO.. UN QUALUNQUE LUOGO DOVE POTERGLI FARE FARE IL COLLOQUIO.. BISOGNAVA NECESSARIAMENTE CHE PRIMA TUTTI GLI ALTRI FINISSERO?

Come capite non è il fatto in sì di dovere fare aspettare 5 ore la moglie (comunque cosa sgradevole e ingiusta verso una persona che va a trovare il proprio compagno e che dovrebbe essere messa dallo stato in condizioni di poter usufruire di questi diritti nel modo più tollerabile possibile).. la questione è SIMOBOLICA.. è di CIVILTA’.. di RISPETTO UMANO ESSENZIALE.

E che altro è ciò che descrive Nellino quando scrive che

“non sono consentiti i passaggi tra detenuti, neanche di un panino o di una sigaretta, mentre nell’Ordinamento Penitenziario  è prevista la cessione tra detenuti  di generi  e oggetti di modico valore. Quindi vietarlo è illegale, ma i detenuti non lo sanno.”

Che senso ha tutto ciò? Perché fare in modo di rendere il più difficile possibile la vita ai detenuti? Perché intervenire con modalità sempre più ristrettive anche su momenti di semplice socialità e quotidianità (come il passarsi un panino..)?

E non mi soffermo su altre “chicche”… come ignorare (o volere ignorare piuttosto..) che la Corte Costituzionale considera illegittime perquisizioni che ledano la dignità del detenuto (spogliti e mostraci il tuo bell’ano!), che il Regolamento Interno, uno non è la Bibbia e non può violare di testa propria i fondamenti del diritto e della Costituzione, due deve essere data la possibilità al detenuto di poterlo visionare; che è una bufala che atti come i rapporti e altri interventi interni siano completamente “sciolti” dal controllo del Magistrato di Sorveglianza.

Ma mi fermo qui.. e vi lascio alla lettura integrale della lettera per coglierne tutti i vari aspetti.

Un premessa prima, però. E poi una richiesta…

Premessa.. lo sdegno è sacrosanto. Ci sta tutto. Ci vuole. Dobbiamo averlo. Ma non basta. Non basterebbe soltanto prendersela contro atti di sadismo e umiliazione… perchè infatti tali sono. Non basta solo puntare il dito sulla guardia cattiva. Perché delle guardie si comportino in modo del genere, vile, triste, avvilente per loro stesse.. vuol dire che anche su di loro il carcere ha avuto effetti pesanti, deleteri, quasi degrandati. Hanno più responsabilità e quindi certi comportamenti sono più gravi. Ma questo è un sistema, un meccanismo, una macchina che stritola tutti, guardie comprese. Profondi cambiamenti non sono “contro” le guardie.. ma serviranno anche a “liberare” le guardie.. liberarle da questo veleno. E valorizzare poi coloro che davvero meritano.. mettendo da parte i sadici, i vigliacchi e i violenti.

Io ho fatto un discorso in generale; ciò non toglie che alcune carceri sembrano distinguersi per il loro basso livello umano ed esistenziale.. da prospettive diverse.. sembra che sia il caso… oltre che di Salerno… dI Parma.. Poggioreale.. Tolmezzo…ecc. Ma è davvero la prima volta che sento parlare di queste “pratiche” che ci ha illustrato Nellino.

E ora veniamo alla richiesta. Richiesta nel senso invito a sostenere una causa giusta. Voi sapete che, di tanto in tanto, vi invitiamo a spedire lettere di protesta, contestazione, richiesta di chiarimenti. Sono casi gravi o emblematici, che meritano una vostra e nostra reazione.. meritano che alziamo un dito.. e almeno prendiamo carta e penna per dire che “ci siamo”.

Ecco.. io vi chiedo di stampare questo post e accompagnarlo con una lettera di protesta e chiarimenti… La lettera avrà come destinatario il direttore della Casa di Reclusione di Salerno … scriverete questo sulla busta della lettera, nello spazio riservato al destinatario..

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ALLA ATTENZIONE DEL DIRETTORE DELLA CASA DI RECLUSIONE DI SALERNO

DOTTOR ALFREDO  STENDARDO

VIA DEL TONAZZO n. 1     –     84094   –    SALERNO

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sono sempre preferibili le lettere scritte di proprio pugno, ma per chi proprio non se la sentisse.. vi dò un prestampato semplicemente da sottoscrivere con i vostri nomi, sempre che, si intende, ne condividiate il contenuto.

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Egregio Direttore Stendardo,

dopo avere letto sul Blog “Le Urla dal Silenzio” (https://urladalsilenzio.wordpress.com/) la descrizione che un detenuto di passaggio nel vostro Carcere fa.. di alcune “pratiche”  diffuse in esso (le allego copia del post), le chiedo se Lei in quanto Direttore di questo istituto di reclusione ha mai saputo qualcosa al riguardo di pratiche come…

-La perquisizione a nudo “integrale”, con “flessioni” volte a mostrare il buco dell’ano (detto così è meno volgare).

-Il dover mettersi sull’attenti per tre volte al giorno al passare della guardia che fa la.. “conta”.

e altri atteggiamenti e usanze dalla natura grottesca, vagamente  paramilitare, e volutamente umilianti verso la persona detenuta.

Voglio chiederle, qualora non sappia niente a tal proposito, di fare, in quanto (anche) garante e responsabile dei diritti e della dignità dei detenuti all’interno del carcere che dirige, di fare le opportune indagini e, qualora ciò che viene raccontato fosse confermato, di attivarsi con decisione per porre fine a tali pratiche inutili, e, soprattutto, sadiche e umilianti.

Nella speranza che ci saranno riscontri e/o azioni concrete da parte Sua,

le invio i miei sinceri saluti

…………………………………… (firma)

…………………………………….(data e luogo)

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Ripeto.. chi vuole partecipare a questo invio di lettere… dovrebbe fare copia del post e accompagnare ad esso una lettera personale, di proprio pungo (meglio).. o usando il prestampato di qui sopra. L’indirizzo ve l’ho già dato. Chiedo il vostro sostegno.. Dieci minuti del vostro tempo so che sono preziosi, ma forse valgono di essere spesi per situazioni come queste.

Grazie Amigos.. vi lascio alla lettera di Nellino…

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Caro Alfredo, sono stato via una settimana e sono tornato sabao 30 – 10 – 2010. Sono stato a Salerno per una udienza, citato come teste in un processo.

(..)

In questa mia, voglio raccontarti dell’esperienza che ho vissuto, ritornando dopo 10 anni nel carcere di Salerno. Una esperienza allucinante al punto di vista umano e detentivo (..)

Caro Alfredo, quello che leggerai tra poco ti sconvolgerà, perché sono sicuro che non avrai mai sentito di queste cose.

Giungo a Salerno alle 14:00 di Domenica e già, appena entrato, trovo un agente che non mi appoggiare neanche lo zaino a terra, che, senza neanche rispondere al mio buongiorno, mi intima di gettare il sacchetto del panino che fornisce l’amministrazione per il viaggio. Al che, già mi urta per il modo, ma giusto per non farmi “riconoscere” già appena arrivato, butto il sacchetto, mi tengo la cocacola in bottiglietta di plastica che avevo comprato. L’agente mi intima di buttare pure quella. Allora chiedo il motivo, visto che era di plastica. Mi risponde che la devo buttare perché non è consentito. Insisto con educazione e gentilezza, facendo uno sforzo enorme e lui mi risponde che a Salerno funziona così e che non mi doveva dare nessuna spiegazione, anzi avevo già discusso troppo. Allora, alla Totò.. “ogni limite ha una pazienza”, gli dico che è partito già col piede sbagliato, io la cocacola non la butto e lui può fare quello che gli pare. Mi chiude in cella d’attesa e, minacciandomi, mi dice: adesso vediamo se la butti o no, e si attacca al telefono per chiamare qualche suo collega, visto che da solo non aveva il coraggio di farmela buttare  di forza. Io aspetto lì, tranquillo, neanche se mi ammazzavano la buttavo. Viene un brigadiere che mi riconosce ed appiana la situazione e, “per questa volta”, dice che me la posso tenere.

E’ andata la prima. Ero stanco per il viaggio, con un mal di testa tremendo, e pensavo che eravamo solo all’inizio. A perquisizione c’era l’agente di prima. Inizia con la cintura.. non passa (Nellino intende che non poteva tenerla con se, o doveva lasciarla depositata da qualche parte)… le ciabatte.. non passano.. ecc., ecc. Io stanco e distrutto per il viaggio, non gli dò retta. Basta che ti muovi, prenditi quello che ti pare, basta solo che mi fai andare.

Dopo aver perquisito gli indumenti, venivano alla perquisizione personale. Mi devo spogliare, e già questo mi fa salire la pressione. Ma, sempre per i motivi di prima, mi spoglio, e resto con le calze. Al che l’agente mi dice che devo fare la flessione. Io prendendolo in giro, ma seriamente, gli dico che sono stanco del viaggio e non ce la faccio a fare ginnastica. E lui, altrettanto seriamente, non capisce l’ironia e mi spiega che mi devo girare, abbassare lo slipo e fare dei piegamenti  sulle ginocchia, perché deve verificare se ho occultato qualcosa nell’ano. Io gli sorrido sarcastico e gli tolgo dalle mani il pantalone e inizio a rivestirmi senza dargli retta. Lui, sorpreso, mi guarda e mi dice di non rivestirmi perché devo fare la flessione.

IO GLI RISPONDO CHE NON NE FACCIO, CHE SONO DA 13 ANNI IN CARCERE, DI CUI 6 AL 41BIS, E NON L’HO MAI FATTA, PERCHE’ C’E’ UNA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE CHE HA STABILITO CHE LA DENUDAZIONE E RELATIVA ISPEZIONE CORPORALE LEDE LA DIGNITA’ DELL’UOMO E QUINDI, SE LUI VOLEVA LEDERE LA MIA DIGNITA’, DOVEVA SAPRE CHE, PRIMA NON GLIELO AVREI CONCESSO, E, SECONDO, COMMETTEVA UN ILLECITO PENALE.

Si ripropone la solita tiritera, con la venuta del brigadiere che mi dicee che  “per questa volta” non fa niente.

Andiamo dal dottore. Vado dal dottore accompagnato sempre dallo stesso gente, lì trovo un dottore a cui spiego che ho una terapia psichiatrica in cartella, e che ho bisogno  di qualcosa per il mal di testa. Non lo capisco quando parla, PERCHE’ HA PIU’ PROBLEMI DI SALUTE DI ME, e l’agente adocchia l’orologio che ho sul polso, uno swatch di 40 euro, semplicissimo, e vuole prendermelo con la scusa che non è consentito. Non ha digerito la bottiglietta, né le flessioni, e non digerirà neanche l’orologio.

Mi portano al reparto, in cella, con altre tre persone, nonostante dal Ministero ci siano disposizioni per le quali, i reclusi A.S.1 devono essere ubicati in celle singole. Io sinceramente non protesto, perché sono bene felice di stare in reparto e in compagnia. Alle 16:00 sento una voce che grida: CONTA!… E chiedo ai miei compagni cosa sia. Questi mi spiegano che..

E’ L’AGENTE CHE PASSA, E CHE DOBBIAMO STARE IN PIEDI VICINO ALLA BRANDA, SENZA SIGARETTE IN MANO, ECC.ECC. INSOMMA.. SULL’ATTENTI!!

IO GLI DICO: MA SIETE PAZZI?? NON ESISTE QUESTA COSA, NON E’ SCRITTA DA NESSUNA PARTE, E’ UN ABUSO BELLO E BUONO. E LORO MI RISPONDONO CHE QUESTO ACCADE TRE VOLTE AL GIORNO, ALLE 8:00 DIMATTINA, ALLE 16:00 E ALLE 20:00

Io di alzarmi non ci penso proprio, ma visto che poi non si alzerebbero neanche loro, mi alzo perché io saprei quello che faccio, e sarei responsabile delle mie azioni e delle conseguenze, ma non mi va di coinvolgere altre persone che poi  magari pagherebbero conseguenze che non sono disposti  a pagare per “colpa” mia. Allora mi alzo sia alle 16:00 che alle 20:00.

La mattina successiva, alle 7:30, mi chiamano e mi dicono di preparare le mie cose, perché devo essere spostato. Non posso stare là, perché io sono A.S.1 e loro A.S.3, quindi mi  mettono in una sezione c.d. “di transito”, in isolamento, da solo. In tutta sincerità mi dispiace, ma sono anche contento, almeno adesso, da solo, non sarò costretto a subire quell’umiliazione di alzarmi.. infatti alle 16:00 viene l’agente gridando: CONTA!!…………… Io ero in piedi, e me ne vado a letto. Lui passa e mi trova a letto. Mi chiede perché non mi ero alzato, ed io gli rispondo che non c’era motivo per cui  mi dovessi alzare. Non era previsto da nessuna norm, quindi non mi sarei alzato. Lui, con aria minacciosa, mi facenno di aspettre con la mano, e se ne và. Lasciando intendere che sarebbe ritornato. Io mi metto le scarpe e mi preparo ad un eventuale scontro fisico. Per fortuna non ritorn né lui, né altri. Premesso che in tuta la sezione c’ero solo io, e in cella ero da solo, QUINDI NON C’ERA NESSUNA DIFFICOLT’A’ A “CONTARE” I DETENUTI… ERO SOLO IO!!!

Alle 20:00 non viene nessuno, forse si sono convinti che non mi alzo. Il martedì uguale, non viene nessuno, ma sono due giorni che non mi danno la terapi e ad ogni infermiere a cui chiedo, mi dice che deve andare a controllare in cartella, ma puntrualmente non ritorna più.

Il mercoledì vado in udienza e, al ritorno, la perquisizione. Mi devo spogliare, mi spoglio e mi viene detto che devo fare la flessione. Gli ripeto le batture della ginnastica, e pure questo mi spiega cosa è la flessione, non cogliendo le battute. Nel frattempo che gli parlo, io già mi rivesto, non lo penso proprio. Viene un altro brigadiere, che era stato pure al 41bis e mi accompagna in cella, dicendomi, col sorriso, che non ero cambio di niente.

Anche il mercoledì la “conta” non viene.

Il giovedì devo fare colloquio. Alle 11:00 ancora non mi chiamano, inzio a preoccuparmi e chiedo di informarsi se fuori ci fosse la mia famiglia. Mi viene detto di no. Alle 14:00 mi chiamano per il colloquio, mi mettono da solo in una stanzetta con mia moglie e mio figlio. Dicono che sono in A.S.1, e non posso stare insieme agli altri.

MIA MOGLIE ERA FUORI DALLE 9:00, E L’HANNO FATTA ENTRARE ALLE 14:00 PERCHE’ , DOVENDOLO FARE DA SOLO, LO DOVEVO FARE PER ULTIMO!!

TI RENDI CONTO CHE QUELLA RAGAZZA E’ STATA 5 ORE LA’ FUORI AD ASPETTARE PER VEDERMI PER UN’ORA, COL MURETTO DIVISORIO, E SENZ POTERLE PORTARE NEANCHE UNA BOTTIGLIETTA D’ACQUA?

Premesso che, il martedì mattina, sapendo che sarei stato trasferito per l’udienza del mercoledì, è andata a Secondigliano per fare colloquio e non c’ero. Da lì è andata a Poggioreale per vedere se ero là, e non c’ero. Si stava girando tutte le carceri della Campania per trovarmi, e il giovedì a Salerno, per vedermi un’ora ha dovuto aspettare 5 ore. Ah.. il mercoledì è venuta al Tribunale di Salerno per vedermi in aula. Quindi ti lascio immaginre per 3 giorni, come ha “sbattuto” avanti e indietro.

Esco dal colloquio, dove non ho potuto neanche portare una bottiglia d’acqua, dove c’era un muro divisorio di un metro, dove devi stare per forza seduto e puoi solo darti la mano, con l’agente in alto a controllarti, e dove in tutta la sala ero da solo.. e alla perquisizione mi dice che mi devo spogliare, e devo fare la “flessione” anche qui. Stavolta neanche mi spoglio. Ero già esaurito che l’avevano fatta aspettare 5 ore là fuori, mi avevano detto che non era venuta, figurati se mi andava di subire le loro umiliazioni.

PERCHE’ DENUDARSI E LA FLESSIONE, E’ SOLO UNA UMILIAZIONE.

Gli dico di accompagnarmi in cella e fare tutto quello che vuole, non me ne poteva fregare di meno e che non mi sarei né spogliato né tanto meno avrei fatto la flessione, quindi… fanno un pò di scena, ma io non li penso proprio e mi accompagnano in cella.

Al venerdì pomeriggio mi chiamano per preparare le cose che il sabato mattina devo partire. Faccio tutto e sono in cella, quando alle 2o:oo sento: CONTA!!… mi metto a letto. L’agente passa e mi chiede come mai non mi fossi alzato, gli rispondo che non capisco che cosa sia questa conta, e lui, non capendo il senso del mio non capire mi spiega che lì a Salerno c’è la regola che bisogna alzarsi. Io gli chiedo dove fosse scritto, e lui “convinto” di parlare ad uno arrestato ieri, mi vuole spiegare che oltre all’Ordinamento Penitenziario, c’è il Regolamento interno, e che lì dice che devo alzarmi.. Allora io gli chiedo di poter visionare il Regolamento Interno, e lui mi risponde che non è possibile, che i detenuti non possono visionare il Regolamento Interno. Io gli spiego che si sbaglia, che anzi il Regolamento Interno è fatto proprio per i detenuti, che per logica i detenuti devono conoscerlo, perché non si possono rispettare regole se non si conoscono ch esistono. Lui mi risponde che c’è lui proprio per questo, per dirci le regole che ci sono, ma che non possiamo leggere il Regolamento interno.

Ancora cerco invano  di spiegargli che sarebbe proprio  un mio DIRITTO leggerlo, ma l’ignoranza non si può combattere e mi arrendo, chiedendogli con ironia semmai uno non si alza, se gli fanno rapporto, e lo andiamo a discutere dal Magistrato di Sorveglianza… ci può essere pure la possibilità che questi ci dia torto? Mi risponde che il rapporto non si discute dal Magistrato di Sorveglianza, ma solo al Consiglio di Disciplina.

A questo punto gli dico buonanotte e lo lascio là, perché dopo quest’ultima risposta, sarebbe inutile qualsiasi altro argomento e la mattina sono ritornato qua.

E’ stata una esperienza strana ritornare là dopo dieci anni, e ti dirò che è tutto molto diverso. Ormai si è creato un solco, dopo tanti anni in quei regimi differenziati, fra noi e tutto il resto. Siamo diversi finanche nel linguaggio, e mi riferisco ai detenuti e agli agenti. Là non sanno cosa sia A.S.1, A.S.2, A.S.3. Non sanno cosa sia l’ergastolo ostativo, reclami al Magistrato di Sorveglianza. Non conoscono i loro diritti e sono soggetti a limitazioni assurde che non stanno scritte da nessuna parte, ma contro le quali non sanno come farsi valere.

Pensa che non sono consentiti i passaggi tra detenuti, neanche di un panino o di una sigaretta, mentre nell’Ordinamento Penitenziario  è prevista la cessione tra detenuti  di generi  e oggetti di modico valore. Quindi vietarlo è illegale, ma i detenuti non lo sanno. Lì noi sembriamo dei marziani; ti basti pensare all’episodio del Regolamento Interno.

Inoltre, pensa che qui (a Catanzaro, intende) c’è la fontana dell’acqua automatica, cioé pigi ed esce l’acqua, e poi si stacca da sola. Lì (Salerno) c’è il rubinetto “normale”…. e sai, dopo tanti anni abituato con questo, là sai quante volte ho lasciato la fontana aperta che quasi mi allagavo, perché non mi rendevo conto che dovevo chiuderla? Ti rendi conto da queste piccole cose di quanti danni psicologici subisci in carcere. Ora ti ho detto per la fontana, e parliamo di carcere e carcere. TI IMMAGINI QUANDO RITORNI A CASA DOPO 10-15-20 ANNI? Con la lavatrice, il telefonino, finanche le posate che a casa sono di ferro e qui di plastica, quindi più leggere.

Poi, è stato bello ritornare nel proprio “ambiente”, fra persone che parlano il tuo stesso dialetto. Anche se ormai sei una persona diversa, ti sembra di ritornare indietro nel tempo, e ti senti strano a parlare italiano, perché non sei più abituato a parlare in dialetto per farti capire.

Ora mi sono scancato, ti ho scritto troppo, perciò ti saluto e saluto tutti gli amici del Blog, con affetto.

Nellino

 

IL COLLOQUIO

Salvatore Guzzetta (di cui abbiamo già pubblicato riflessioni, poesie e disegni in questo blog) mi ha inviato questo racconto. Che, seppure formalmente immaginario, di immaginario non ha nulla. Ed è di quelli che fanno male al cuore. Che ti lasciano dentro un’amarezza che non lavi, neanche consumassi tutto il sapone. Ti si chiude il ventre se provi a immaginarti in quella concreta situazione. Anni aggrappati alla spasmodica fame del contatto, alla finestrella che si apre sul muro degl striminziti colloqui concessi. Con quella dolcezza che è frammischiata a un pugnale, l’affetto già intriso della sua prossima mancanza. Il senso di colpa di sentirsi amato e allo stesso tempo voragine di dolore per sé e per gli altri. Il sorriso forzato, mentre gli occhi trattengono le lacrime.

I forcaioli non hanno tempo per queste cose. Loro sono dalla parte del bene, no? Che ce ne fotte che questi criminali non parlano abbastanza?, dicono. E che il carcere è un albergo? Fosse per me, continuano a ragliare.. chiave nel cesso, e basta con tutte queste sdolcinerie.

Nessuno va privato dell’amore e dell’affetto, diciamo noi. Fosse stato anche una belva. Nessuno deve stare appeso a un filo, nello spasmo interminabile dell’attesa, sotto ricatto perenne per ottenere obbedienza (sta calmo e non creare grane, o te lo facciamo saltare il tuo bel colloquio…), per poi baciare il coltello per prenderne il miele, e nello stesso tempo sanguinare.

Sembra un pezzo di teatro questo testo. Un pezzo che è messo in scena ogni giorno.. in tutti quegli strani pianeti, Fuori dal Mondo, che qualcuno chiama.. carceri…

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OPERA MILANO,  MARZO 2010

Cari amici, nella mia precedente lettera vi ho parlato delle non poche difficoltà per noi detenuti (soprattutto se ergastolani) nel poter effettuare colloqui con i nostri famigliari malati. Vorrei riallacciarmi al discorso COLLOQUI, rccontandovi una storia, che oserei defiire una commedia tragicomica  Qualcuno ci riderebbe sopra, ma c’è poco da ridere, perché quello che vi sto per raccontare succede veramente nella realtà careceraria, ed è per questo che cotesto racconto l’ho intitolato

IL COLLOQUIO

un carcere come tanti altri, una cella, poco spzio, due brande, un tavolo, due sgabelli e un teleisore attaccato blindato alla porta. Gianni stradiato suo uno dei letti osservava Paolo che era in attesa di essere chiamato per un colloquio con i famigliari. I suoi movimenti erano ansiosi, si capiva che stava vivendo un’attesa spasmodica, si lavava i denti, si radeva e si lavava le ascelle, poi si pettinava.Mentre faceva tutto ciò non smetteva mai di fmare. Di tanto in tanto lanciava un’occhiata al canceo, poi si rimetteva a camminare avanti e indietro in quel poco  spazio della cela. Di nuovo si pettinava, ritornava in bagno e si rilavava i denti, infilava du cheinggum in bocca e ritornava a camminare.

“Bastaa cazzooo!”, gridò forte Gianni. “E’ da questa notte che ti giri e rigiri nel letto, ti alzi, cammini, sbuffi, scatti e freni di colpo, come se ti stessi allenando per le Olimpiadi. Hai cominciato a lavarti che era ancora buio”.

Paolo sbuffando, “Questa mattina viene la mia famiglia capisci? Sono tanti mesi che non li vedo e ci tengo a fare bella figuara”.

“E c’è bisogno di lavarti i denti dieci volte?”

“Qui dentro abbiamo tutti un alito da avvoltoi”

“Parla per te”, replicò Gianni.

Paolo sputando il chewinggum e mettendosene altri due in bocca: “Ora debbo vestirmi!”

Gianni si era alzato e seduto sul ciglio del letto, “certo, non puoi andare a colloquio nudo!”

Paolo indispettendosi: “Perché non dovrei vestirmi secondo te?”

“Sì, ma non c’è tutta questa fretta, ancora sono le 7 e non ti chiameranno prima delle 9”.

Paolo aprì il suo guardaroba: “Che mi mettò? Voglio che mia madre mi trovi in forma, che mio padre no mi critichi”.

Dall’armadio estrae un pantalone, una camicia, li mette sul letto e li osserva, “no, non posso, sono troppo spiegazza”. Li rimette nell’armadio, prende un altro paio di pantaloni, un’altra camicia, li stende sul letto: “che ne dici di questi? Ti piacciono? La camicia azzura e i pantaloni neri stanno bene insieme, no?

Gianni annoiato guardando altrove: “una meraviglia!”

“Mi prendi in giro? Che c’è, non ti piacciono?

Rimette tutto apposto: capito, non ti piacciono. Hai ragione. Meglio una camicia a quadri e un jeans, più giovanile e più spontaneo”. Estrae dall’armadio jeans e camicia a quadri, li indossa, si infila le calze e, da sotto il letto, prende un paio di scarpe da ginnastica bianche e li mostra al compagno: “Vedi? Ieri le ho lavate, vedi come sono pulite?!?”

“Pulite, pulitissime”, con quel suo sorriso ironico rispose Gianni.

A Paolo venne il dubbio, e guardando le scarpe: “Dai non scherzare, si capisce che sono pulite?”

“Sì, si capisce lontano un miglio”.

Paolo si infila le scarpe e da sotto il materasso tira un sacchetto di plastica e lo riempie: due pacchi di brioss, quattro succhi di frutta, una bottiglia d’acqua, riguarda dentro il sacchetto, gli sembra poco quello che ha messo. Non contento infina un’altro pacco di brioss.

Gianni che lo sta osservando. “Tutta quella roba di porti dietro?”

“Certo, faccio capire ai miei che non mi manca niente”.

Gianni: “Quanto tempo hai detto che non li vedi?”

Paolo si incupì, poi rispose: “Cinque mesi e dieci giorni. E’un sacrificio e una grande spesa per loro venirmi a trovare. Poveretti, si sforzano nonostante i problemi che hanno. Cercano di farmi capire che, nonostante tutto, continuano a volermi bene, e si sforzano di continuare a vivere e a esistere per me, e io?”

“E tu?”

“E io mi vergogno di non essere stato quel figlio che loro desideravano, e ora sento tanto la loro assenza. Ma quando un uomo infrange le regole è giiusto che paghi per i suoi errori. Però non dovrebbero isolarti, enderti impossibilie la vicinanza dei tuoi affetti principali. NOn dicono tutti che è proprio chi ha avuto problemi nella sfera affettiva famigliare che finisce più facilmente in carcere?

“Dovresti provare a dirlo a mia moglie e ai miei figli”, rispose Gianni.

Paolo lo guardò come a non capire, poi rincarò la dose: “Se per anni allontani un uomo dalla società , dalla famiglia, come potrà reinserirsi, quando avrà ascontato la pena?”

Gianni: “Sai che non ci avevo pensato? Come potrò reinserirmi io con quel tipo di famiglia che ho?”

Paolo continuò: “Chi lo aiuterà un detenuto, un avanzo di galera, quando uscirà?”

Gianni: “I miei fra play station, computers e televisione, saranno parecchio impegnati”.

Paolo; “Tu ci scherzi, ma questi dei nostri problemi affettivi se ne fregano. Pensa che, per ragioni di opportunità (come dicono loro) si può essere trasferiti dall’oggi al domani, da un capo all’altro della nazione. Te lo immagini? Te lo immagini cosa significa per te, ma ancheper la tua famiglia’”

Gianni con sarcasmo: “Bhe, per la mia famiglia non sarebbe una tragedia!!”

“Sì, sì, scherzaci pure, lo sai bene in realtà cosa sono i trasferimenti. Strumenti di repressione per chi protesta, ricatti. Qui è tutto un ricatto, persino quelle poche ore al mese di colloquio con i nostri famigliari. Possiamo vederli soltanto se ci comportiamo bene. Sotto ricatto capisci? E le telefonate? Che ci fai con quattro telefonate di dieci minuti al mese? Dieci minuti ti passano in un baleno. Come puoi toglierti la voglia di affetto che hai?”

Gianni sbuffando: “Ascolta Paolo, qui non siamo in un albergo a cinque stelle, come a volte cercano di fare credere alla gente!! Questo è un lluogo di afflizione e di espiazione, ma anche fuori non è un paradiso”.

Paolo: “Se va bene, discorso giusto. Ma tu pensi che c’è pena più grande della privazione della libertà?”

Gianni: altro che, c’è la perdita della speranza!!”

Paolo: “Hai ragione. Qui fanno di tutto per fartela perdere.”

Un rumore di passi, una guardia arriva davanti al cancello:

“Calcagno Paolo colloquio”.

Sbalzando Paolo: “Sono io”. E in preda al panico: “Come sto? Ho l’aria stanca? Sembro smagrito?” Incespicando va a guardarsi allo specchio, prende una bottiglietta di profumo e se ne spruzza un pò in bocca, poi afferra il sacchetto con i dolciumi, “ci vediamo dopo!!”

Gianni fece un sospiro di sollievo, si risdraiò nel letto, e ritornò a dormire.

Non erano trascorse che poche ore, si riaprì il cancello e con l’aria stanca, un sorriso da ebete stampato sulla faccia, rientrò Paolo, che subito si accasciò su uno degli sgabelli.

Gianni svegliatosi: “Già di ritorno?” Poi scese dal letto, e preparò il caffè, accese una sigaretta, e la diede a Paolo e lo guardò interrogativo: “Che hai? Non sei contento di aver rivisto i tuoi? Infondo sei fortunato tu!!”

Paolo: “Meglio di tutti sta chi non ha nessuno, chi ha perso tutto”.

Gianni: “Ma perché dici così? Eri così contento prima di fare il colloquio!!”

Paolo: “Non spero più a niente”.

Gianni: “Dai, un uomo senza speranze non ha più futuro. Tu sei giovane, non rinunciare alla speranza”.

Vi fu un attimo di silenzio. Poi un fischio, il gorgoglio del caffé che saliva.

Paolo: “Andiamo tutti verso il precipizio!!”

Gianni versando il caffé nei bicchierini di  plastico: “Può darsi, ma dimmi cosa è successo al colloquio”.

Paolo cercò di rianimarsi un pò sorseggiando il caffé, poi:. “Quando sono arrivato nella sala colloqui avevo il respiro affannato, ero già tutto sudato, sai l’emozione?”

Gianni: “Certo, capisco”.

Paolo continuò: ” Con me c’erano altri detenuti, tutti tirati a lucido, profumati e allegri. Mia madre mi ha guardato e subito si è messa a piangere. Com’è dimagrita! Mio padre è invecchiato!”

Gianni: “Sicuramente saranno stanchi per il lungo viaggio”.

Paolo: “Certo, sicuramente erano stanchi del viaggio. C’era anche la mia ragazza. Mi ricordo la prima volta che è venuta a trovarmi. Era truccata, carica di fronzoli, profumata, molto sexy. Ma ha capito da sé che vederla così mi faceva solo soffrire. Oggi era vestita in modo molto semplice, pettinata in maniera naturale e non da vamp, e portava una catenina al collo della Madonna. Senza trucco. Era triste e si vedeva. Ma aveva lo sguardo duro, forte; come se volesse dirmi che è dalla mia parte e quindi non si stancherà mai di me. Triste, ma fiera, capisci?”

Gianni: “Capisco, capisco!”

Paolo continuò: “Quando li ho visti, il mondo si è fermato. Avrei voluto dire tutto. Cercavo le parole, ma non riuscivo ad aprire bocca. La voce era come soffocata in gola. Avrei voluto scavalcare quel muro e abbracciarli. Far loro sentire quanto li amo”.

“E loro?”, chiese Gianni?

Paolo: “Hanno mentito. Hanno detto che mi trovavano bene, proprio in forma. Mi hanno portato i saluti degli amici, dei parenti. Sii paziente, mi ha detto mia madre. Tornerà tutto come prima, sarai libero, sarai di nuovo come quando eri bambino. Mi sentivo un verme, volevo chiedere loro perdono del dolore, dell’umiliazione, dei disagi che provavano per colpa mia”.

Gianni: “La tua colpa la stai scontando, ma tu a colloquio sempre zitto!”

Paolo: “No, dopo un pò sono riuscito a parlare, ho detto che non mi manca niente, che mangio, bevo, che i compagni sono gentili, che l’avvocato di tanto in tanto viene a trovarmi e mi dice che ci sono buone possibilità, che presto ci saranno delle depenalizzazioni. Tante bugie per tranquillizzarli, per fali sentire contenti!”

Gianni: “E loro che altro ti hanno detto'”

“Hanno parlato del viaggio. Del tempo che piove sempre, di casa di mio fratello che finalmente ha trovato un lavoro, di mia sorella che a primavera si sposa. Poi, è successo che non avevamo più niente da dirci, siamo rimasti in silenzio a guardarci, il tempo è volato, ed è venuto il momento dei saluti, delle raccomandazioni, baci a distanza, mia madre sempre in lacrime, mio padre che le cingeva le spalle”.

Intervenne Gianni: “E’ normale, e logico, che vuoi'”

Vi fu un breve silenzio, poi Paolo riprese: “E tu Gianni cosa hai fatto?”

Gianni scoppiò in una sonora risata: “Sai cosa ho fatto io? Ho dormito e ho sognato che anche io ero a colloquio”.

disperato appello di Angelo Musolino

Queste sono davvero URLA DAL SILENZIO…

Mi è giunta oggi dalla compagna di Angelo Musolino una pressante richiesta di aiuto, accompagnata da una lettera di Angelo Musolino stesso e da altre documentazioni. Credo che egli pensi che noi siamo una qualche organizzazioni o qualche organo dotato di particolari poteri di inchiesta o di intervento. Non è così naturalmente. Ma proveremo a trovare il modo di fare comun que qualcosa di utile. Quello che posso fare subito è rendere pubblica questa lettera. E poi, grazie soprattutto alla sensibilità e ai contatti di Maria Luce, portarla a conoscenza di persone che possano concretamente intervenire, anche su un piano giuridico. Vedremo anche di renderla nota ad organi di informazione . Comunque se qualcuno di voi può dare un mano io ho contatti (indirizzo, telefono) di questa persona e sono a disposizione.

Non lasciamolo morire solo e disperato dopo questo ulteriore caso che è sia parte della più ampia inefficienza sanitaria nel nostro paese.. ma è, nello specifico, emblematico della situazone di non-diritto, non-civiltà, non-umanità all’interno delle carceri. E di un paese classista, dove i migliori chirurghi e professionisti sono proni a pecorina per chiunque è ricco e potente.. e per le persone umili o in difficoltà c’è spesso il deserto…o alcuni pochi volenterosi che vivono il proprio compito come missione. Ma non è solo l’accidia e la pigrizia dei singoli. E piuttosto uno scellerato patto oggettivo tra la mancanza di passione e di etica di chi dovrebbe essere al servizio degli altri e una burocrazia autoreferenziale e avvilente.

Vi lascio alla lettera di Angelo Musolino…

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Chi le scrive è un detenuto di 50 anni fino 20 giorni fa detenuto a Bergamo, ed ora messo agll arresti domiciliari. Circa 18 mesi fa fui sottoposto a visita della tubercolina e 5 giorni dopo mi fu detto che avevo contratto la broncopolmonite e non mi ero neanche accorto se ero acconsenziente a fare una cura a base di vitamine che sarebbe durata 6 o 7 mesi, ma siccome era molto pesante avrei dovuto stare sotto stretto controllo con esami del sangue e via dicendo. Io domandavo sempre alle infermiere e ai dottori come andava; e loro mi rispondevano sempre che se non mi dicevano niente era perché era tutto a posto. Se non che il mese di maggio 2009 mi usciva dalla schiena una pallina come da tennis causandomi dolori atroci. I medici prima mi dicevano che era una palla di grasso, poi un lipoma. Ma, mi creda, sentivo dei dolori atroci, e quando insistevo affinché mi venisse fatta una tac, mi rispondevano che c’erano altri prima di me,

Fino a quando dietro insistenza del mio legale  del giudce, fui sottoposto prima di Natale

ad una visita di un perito del tribunale di Lecco, dottor Tricomi, che così diceva:

non era un limpoma, ma bensì una metastasi tumorale ad un polmone. E dopo due anni di non cure e malasanità si era trasformata in metastasi al lobo destro, carcinoma polmonare, non a piccole cellule, ma con metastasi ovunque, inoperabile.

Io ora le chiedo che venga fatta giustizia e mi siano assicurate le migliori cure mediche. E che siano allontanati i signori dottori, che non hanno altro da fare di meglio che giocare a carte nell’infermieria e che paghino tutto il danno a me arrecato, nel caso anche procedendo penalmente.

Certo di una sua presta e severa inchiesta, mi metta in condizione di essera curato.

Ora mi trovo agli arresti domiciliari nella mia abitazione a Lecco. Prima mi trovavo a Bergamo, e ricoverato d’urgenza al San Paolo (Milano), effettuo chemioterapia presso l’ospedale Manzoni (Lecco). Faccio presente di avere scritto anche ad altri politici.

Bastava approfondire gli esami (risonanza, tac, eccetera) nel mese di dicembre 2008, non un anno dopo, e cioè dicembre 2009. Adesso sto morendo. Ho perso 15 kg, non può aiutarmi nessuno per colpa della malasanità all’interno degli istituti penitenziari.

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