Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per il tag “assoluzione”

Domenico Papalia scagionato

Domenico Papalia lo conosciamo da anni.

Ha scritto molte volte su questo Blog.

Si è sempre dichiarato innocente.

Recentemente aveva ottenuto la riapertura del suo processo e, il 15 marzo, la Corte di Appello di Perugia ha emesso sentenza di assoluzione, per non aver commesso il fatto, nei suoi confronti.

Sono 41 anni che Domenico lotta per quella che sempre definito una ingiustizia.

Ora i giudici gli danno ragione. Ma che giustizia è una giustizia che costringe una persona a stare in galera decenni prima di ottenere giustizia.

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Massama, 20/03/2017

Caro Alfredo,

Come ti avevo anticipato qualche tempo fa, avevo presentato istanza di riapertura del processo riguardante la condanna all’ergastolo ostativo. L’istanza è stata accettata e si è fatto il processo di revisione presso la Corte di Appello di Perugia che il 15 marzo ha emesso sentenza di assoluzione, nei miei confronti, per non aver commesso il fatto.

Ho lottato 41 anni per dimostrare la mia innocenza e alla fine giustizia è stata fatta, anche con molto ritardo.

Mi dispiace che per questo processo si siano sprecati fiumi di inchiostro sulla stampa e sulla TV, mentre ora che c’è stata l’assoluzione c’è stato un silenzio di tomba, nonostante siano passati 41 anni. Mi sarebbe piaciuto che la stampa avesse dato il giusto rilievo perché gli operatori penitenziari e i Magistrati di Sorveglianza leggessero la mia assoluzione e capissero che non potevo collaborare perché innocente, oltre che essere un punto di riflessione per coloro che sostengono l’abolizione dell’ergastolo ostativo, ma non è stato così e mi dispiace. Perciò ti prego di mettere sul Blog questo messaggio.

Questo ergastolo revocato era stato dichiarato dai Magistrati di Sorveglianza.. “ergastolo ostativo”. Spero che ora non si inventino altro.

Ti ringrazio molto per la tua disponibilità.

Un caro abbraccio.

Domenico Papalia

Tommaso Amato sul caso Meredith

Dopo la nostra amica, Domiria Marsano (vai al link..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/10/16/7538/ ), anche Tommaso Amato ritorna sulla recente assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, in conclusione del processo di secondo grado sul caso Meredith

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GIUSTIZIA E’ FATTA

Ho atteso dvanti al televisore con un ansia, e con un che di emozione, la sentenza di Amanda e Raffaele. Ho provato un senso di liberazione, come se la sentenza mi riguardasse personalmente. Questo sicuramente perchè ho seguito con molta attenzione la vicenda di Amanda e Raffaele, sin dal primo giorno, e sono stato sempre dalla loro parte. Ho capito che sarebbero stati assolti già dai primi giorni. Anche perchè, chi di Giustizia ne capisce poco come me, ma che ha una grande esperienza per averne subite tutte le brutali conseguenze, le stesse identiche di quelle che hanno subito Amanda e Raffaele in primo grando, non è difficile prevederne l’esito.

Nella realtà, però, non è sempre così. Loro sono l’eccezione, e hanno dovuto comunque lottare. Tante persone, me compreso, restano a marcire in carcere.

Loro, infatti, hanno avuto dalla loro parte tutta la stampa americana, palesemente garantista e innocentista. Avevano dalla loro parte pure il padre di Raffaele che, grazie alla sua professione e alla sua intuizione, è riuscito in qualche modo, verificando palesemente gli esiti, via via, delle perizie tecniche, a fare sconfessarre quelle calunniose risultanze che hanno portato alla condanna di entrambi in primo grado.

Nonostante tutto, hanno dovuto attendere in carcere quattro lunghi e interminabili anni, prima di riuscire a fare trionfare la Giustizia. Va detto pure, grazie ad un collegio giudicante, che ha voluto vedere bene come stavano le cose, senza lasciarsi trascinare dietro dalla pressione della procura chea  tutti i costi voleva consegnare dei colpevoli.

E tutti quei poveracci come me, che non hanno la stampa americana dietro, né tantomeno un genitore che se ne intende di perizie tecniche? Questi possono marcire tranquillamente in carcere, perchè, grazie ai processi basati su teoremi e congetture varie, non possono beneficiare, nell’ambito della formulazione della prova, di quegli stessi accorgimenti di cui hanno beneficiato Amanda e Raffaele.

Certamente non tutti possiamo beneficiare di un enorme apparato garantista che tende a mettere a in luce le magagne della giustizia, anzi, di solito, noi poveracci, figli di contadini, di operai, ecc.ecc., abbiamo addosso una cera stampa serva delle procure che ci mette in croce ancora prima  del verdetto dei giudici. Perciò, vatti a salvare!

Se Raffaele e Amanda non avessero avuto questa fortuna mediatica dietro, che ne sarebbe stata della loro sorte? Questa è una riflessione che mi terrorizza, pensando alla vita di due giovani ragazzi che rischiavano di fare la mia stessa fine: condannati al carcere a vita. D’altronde lo sono stati per un paio di anni, potevano esserlo per ancora altri anni. Che bella immagine dell’Italia nel mondo.

Considerato che in Italia i processi, specialmente quelli di un certo tipo, si sono fatti sempre dietro la spinta emotiva e basandosi su teoremi, su congetture e mai, o quasi mai, su prove vere, io cedo che dovrebbe essere, il caso di questi due giovani, un motivo di seria riflessione sul funzionamento della Giustizia italiana.

Dovrebbero riflettere tutti coloro i quali di giustizia ne capiscono ben poco, ma che la inneggiano unilateralmente, mettendosi dalla parte delle procure, pensando di essere nella posizione giusta, ma che, in realtà, si trovano ad essere strumentalizzati e indotti verso un’idea forcaiola, possibilmente inconsciamente, ma che produce spesso INGIUSTIZIA.

L’esempio di Amanda e Raffaele, dovrebbe fare riflettere, principalmente coloro i quali sono responsabili di una legislazione che produce un sistema di giustizia gravemente malato, e che terrorizza tutti coloro che in essa vi incappano.

Tutto questo spettacolo gratuito, che si è fatto su questi due ragazzi, infatti non ha giovato né a loro due che hanno perso, buttandoli via, anni preziosi della loro vita, né tanto meno a Meredit e alla sua famiglia, che aspettando pazientemente giustizia, hanno trovato delusione, in quanto, l’INGIUSTIZIA ITALIANA si è accanita con Amanda, la sua avvenenza e Raffaele, trascurando tutto il resto.

Cari Governanti, questa ingiustizia, ahimé ha una caratteristica che fa dell’Italia un paese unico al mondo. Attraverso lo scempio compiuto nei confronti di questi due ragazzi, si è manifestato al mondo intero quanta democrazia e civiltà c’è in Italia. Andatene fieri, non preoccupatevi.

Tanti auguri a Raffale e Amanda.

Dai loculi di Spoleto    4/10/2011

Cordiali saluti a tutti i lettori

Tommaso Amato

Il caso giudiziario di Cosimo Commisso- PRIMA PARTE

Questa di oggi è una novità per il blog…

Per la prima volta pubblichiamo la descrizione delle vicende relative un vero e proprio caso giudiziario, che l’autore, imputato e condannato in tali vicende, Cosimo Commisso, detenuto attualmente a Carinola, considera un obbrobrio investigativo giuridico e un palese caso di condanna di innocente senza una impalcatura probatoria davvero efficace.

Ha deciso di raccontare tutta la vicenda perché venga pubblicata, con citazioni di documenti, escussioni dibattimentali, sentenze, ecc.

Essendo comunque una lettura non facile, pubblicherò la sua vicenda a puntate. Lo stesso Cosimo, del resto, me la sta inviando volta per volta.

Io ritengo che a prescindere è importante che certi atti e vicende processuali siano rese pubbliche e conservate nel patrimonio del WEB. Poi, chi vorrà potra leggerle; e resteranno comunque rintracciabili e utilizzabili per tesi, iniziative, contestazioni, ricerche, battaglie.

Prevenendo le polemiche che mi giungeranno inevitabilmente (e non lo dico con rammarico, anzi con le polemiche e le critiche si cresce..), qui non si sta dicendo che Cosimo Commisso è innocente. Qui non vi stiamo dicendo cosa dovete pensare. Semplicemente si pensa che è giusto che gli atti relativi a una vicenda giudiziaria siano resi pubblici così che, chi legga, possa farsi una idea, con la pienezza della sua libertà mentale.

Vi lascio alla lettera di accompagnamento inviatami da Cosimo.. e dalla prima parte del suo.. potremmo chiamarlo.. “memoriale”..

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Caro Alfredo,

come ti accennavo nella nostra precedente corrispondenza, ho scritto la prima parte di quanto vorrei far pubblicare sul blog, come tu stesso mi hai consigliato, che ti invio.

A mio parere l’argomento è di attualità, come apprendiamo continuamente non siamo pochi i casi di mala giustizia in Italia.

Il dramma che viviamo, noi detenuti innocenti, non esce fuori dalle mura del carcere perché non avevamo voce. Oggi grazie a voi abbiamo voce. La tua iniziativa di pubblicare la voce dei detenuti è una bellissima iniziativa che può dare un grosso contributo per costruire una società migliore.

Ti garantisco che quanto riportato è tutto provato da documenti, come riportato nello scritto.

….

Resto in attesa di notizie, con un tuo  parere.

Carinola, 20.agosto.2010

Ti abbraccio

Cosimo Commisso

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COME SI DIVENTA ERGASTOLANI IN ITALIA

Cosimo Commisso

n. a Siderno (Reggio Calabria) il 06.02.1950

ergastolano innocente

 

PARTE PRIMA

LA CALABRIA COLPITA DAL CANCRO DELLA NDRANGHETA E DA UNA GIUSTIZIA SOMMARIA

 

Cosimo Commisso, classe 1950, era un imprenditore che ha subito prima le conseguenze del “cancro della ndrangheta” e successivamente di una Giustizia sommaria come risulta da documentazione e da varie denunce da lui presentate alle forze dell’ordine:

1-       Ha denunciato quanto gli hanno incendiato l’autocarro sul cantiere di Siderno nelle vicinanze della stazione ferroviaria.

2-       Ha denunciato quando gli hanno danneggiato mandando in frantumi le vetrine dell’esposizione di materiale edile sul lungomare di Siderno presso la società C.M.I. s.n.c., di cui era socio.

3-      Ha denunciato quando alla società temporanea di imprese di cui lui era socio, sul cantiere di Roccella Jonica, di recupero del centro storico, gli hanno incendiato un compressore.

4-      Ha denunciato, il 25 dicembre 1986, un furto subito a casa nell’immediatezza. La denuncia è stata formalizzata due giorni dopo, in quanto l’addetto della polizia di Stato di Siderno ha riferito al Commisso di ritornare il primo giorno feriale per formalizzare la denuncia, in quanto i giorni 25 e 26 erano giorni festivi. Per tali motivi la denuncia è stata formalizzata giorno 27.12.1986.

Cosimo Commisso, cl. 06.02.1950 era conosciuto dalle forze di polizia, come imprenditore, al quale era stato rilasciato regolare porto di fucile e l’autorizzazione per la detenzione di una pistola, che solo dopo che gli è stata applicata la misura di prevenzione personale nel dicembre 1992, lui stesso, prendendo visione delle prescrizioni notificategli, che indicavano il divieto di detenere armi, si recava negli uffici di Polizia, informandoli che era in possesso di una pistola che non poteva più tenere, di provvedere al ritiro avvenuto qualche giorno dopo.

Nel sistema giudiziario italiano le Sentenze vengono emesse a nome del popolo italiano, sebbene il popolo, preso dai suoi impegni quotidiani, poco sa di come il potere giudiziario amministra la giustizia in un paese come l’Italia di cui si dice che sia la culla del diritto.

Chi scrive fa riferimento ad atti processuali, con l’indicazione di verbali di udienza di testi qualificati, in modo da dare atto alla veridicità delle sue affermazioni.

Con  questo scritto, chi scrive ritiene mettere a conoscenza il popolo italiano e i cittadini  italiani nel mondo, del pericolo che possono incorrere i cittadini italiani di finire sotto le maglie stritolatrici del potere investigativo e giudiziario.

Lo scrivente si assume la piena responsabilità morale e giuridica di quanto scrive: “Un cittadino può dire io non ho colpa quando ha fatto tutto quello che è nelle sue possibilità per costruire una società migliore”.

Con dati documentali, partendo da attività investigative, si ricostruisce la grottesca e amara vicenda che vede condannato il cittadino italiano Cosimo Commisso nato a Siderno (RC) il 06.02.1950, alla pena dell’ergastolo.

Egli continua la sua battaglia pur essendo convinto che nel sistema giudiziario attuale (forse a causa dell’emergenza criminalità o per mancanza di coraggio morale da parte degli operatori della giustizia) non si cerca la verità sostanziale; ma spesso ci si accontenta della verità formale (aprire un processo definito con una sentenza di condanna all’ergastolo può diventare impopolare), anche se la condanna “accertata” con sentenza viene smentita da prove documentali, sia esistenti all’epoca del processo e non valutate dalla Corte, che con prove nuove che smentiscono la sentenza esecutiva. Lo scrivente usa il termine esecutiva e non definitiva, in quanto, a suo giudizio, definitive nel sistema giudiziario vigente in Italia, sono le sentenze di assoluzione. Per le sentenze di condanna si può chiedere, in ogni tempo, la revisione, se emergono prove non valutate o prove nuove che dimostrano l’innocenza del condannato. Come previsto dalla Costituzione della Repubblica Italiana.

CHI ERA COSIMO COMMISSO FINO ALL’11 GENNAIO 1993

Era una persona incensurata. Non ha mai frequentato persone, anche se parenti, coinvolte in contrapposizioni criminali. In buona sostanza conduceva una vita regolare, assolvendo, continuativamente e tranquillamente, tutte le proprie incombenze quotidiane.

Tutto ciò è dimostrato da dati di fatto inconfutabili.

Egli, in modo continuo, nel tempo relativo alle accuse, aveva rapporti di natura commerciale con le famiglie Costa, Curciarello, De Maria e Montalto, nonché con D’Agostino Cosimo, i quali erano considerati suoi rivali. Tutto ciò è ampiamente dimostrato attraverso una serie di assegni, fatture, bolle di accompagnamento , documenti contabili, in tutto il periodo in cui l’accusa ha ritenuto ci fosse uno scontro.

Persino nel periodo più cruento e addirittura prossimo ad attentati, che gli stessi soggetti o i loro prossimi congiunti hanno subito. Addirittura gli stessi inquirenti e vari funzionari di polizia, che per anni hanno diretto le attività d’indagine, escussi in serie dibattimentale, hanno escluso di avere mai avuto dei sospetti che il Cosimo Commisso, classe 06.02.1950, fosse un associato per delinquere e men che meno che lo stesso fosse a capo di una associazione mafiosa.

 

 

COME SEGUE SONO INIZIATE LE ATTIVITA’ INVESTIGATIVE

 

Nel verbale di udienza dell’11 aprile 1995, nel procedimento contro Archinà Carlo, viene escusso il teste brigadiere Juliano, il quale, incaricato di investigare sui reati omicidi ari che si verificavano sul territorio di Siderno, dichiarava, su domanda del pubblico ministero, Dott. Pennisi : “Allora, intanto noi siamo partiti da una ipotesi investigativa scaturita, è chiaro, a seguito dei primi omicidi o tentati omicidi che ci sono stati, e dei primi attentati avvenuti, anche a mezzo di ordigni esplosivi. Pertanto abbiamo cercato di cercare il movente e comunque ricercare un’indirizzo, poi successivamente ai vari omicidi, può solo avvenire, riuscendo a scomporre le famiglie, cioè inserire in un ambito determinate famiglie e……. determinate famiglie. E questo in effetti è divenuto anche abbastanza semplice, volendo parlare con un po’ di cattiveria, perché a volte c’era subito il botta e risposta, cioè c’erano dei morti da un lato, e dei morti dall’altro. La correlazione principale è stata, è stata una cosa molto semplice da fare per cercarla, c’è stata una cosa molto semplice; è bastato comunque cominciare a schedare tutti i familiari aventi pertanto lo stesso cognome o comunque riconducibili ad un determinato gruppo per parentele, anche se lontane, e mi riferisco a parentele e matrimoni, tutte ste cose qua. Dopo di che, le persone che erano vicino a questi gruppi, o per attività lavorative, o per comunque rapporti di frequentazione, e quindi è divenuta cosa abbastanza semplice riuscire a schierare due famiglie, cioè quella dei Costa e quella dei Commisso. E eravamo giunti alla conclusione, sto parlando sempre per ipotesi investigative, che il… soggetto di spicco della, anche perché d’altronde era colui che disponeva del, del, di poter finanziare qualsiasi cosa, cioè disponeva di soldi, di tutto, essendo anche proprietario di un’azienda era Cosimo Commisso, classe 1950, il quale era altro che  benestante.”

Appare grottesco l’inizio delle indagini investigative, che non sono partite da ipotesi di reato o indizi per individuare i protagonisti dei reati omicidiari, ma, seguendo le parentele delle vittime, e soprattutto dalla condizione economica dei parenti di questi. Appare molto strano che siano le condizioni economiche a determinare la posizione apicale all’interno di un gruppo criminale.

E’ assurdo individuare in Commisso Cosimo, classe 06.02.1950, il capo promotore di un’associazione, soltanto perché, come viene riferito dal brigadiere Juliano, che sin dall’inizio conduceva le indagini, unicamente per la posizione economica. Non si capisce come le indagini siano confluite nella persona del succitato Commisso, anche perché non ha mai frequentato personaggi, di cui si sospettasse fossero gli autori di presunte attività illecite, o degli omicidi commessi in Siderno.

Con l’avvento della D.D.A., come testimoniato dal su scritto brigadiere Juliano, per usare il suo stesso termine “con un po’ di cattiveria” tutte le attività investigative svolte in precedenza vengono messe in discussione, anche le sentenze emesse nei confronti del su scritto Commisso non hanno avuto valenza giuridica, nella stessa ordinanza di custodia cautelare riporta tutte le imputazioni dalle quali il Commisso era stato assolto:

dal reato di favoreggiamento, per avere negato di aver subito un attentato alla propria vita il o3.05.1987 la sentenza emessa dal Tribunale di Locri il 06.06.90 che lo assolveva del reato attribuitogli perché il fatto non sussiste.

Da ciò si evince che, non avendo tenuto conto della su scritta sentenza di assoluzione, l’ipotesi investigativa ha portato ad includere Commisso Cosimo, classe 06.02.1950, nella presunta llotta che vi era in Siderno, ovvero il presunto attentato subito è privo di fondamento:

“dopo un dibattimento corposo, e dove erano stati esclusi tutti i testi dell’accusa e della difesa che hanno portato alla assoluzione ampia di Commisso Cosimo, classe 06.02.1950, perché il fatto non sussiste in quanto soggetto non presente in data 3 maggio 1987 sull’autovettura Alfa 75 attentata”.

Il Commisso su scritto, arrestato (03.05.1987) per il favoreggiamento di cui è emersa l’insussistenza probatoria, è stato colpito, dopo quattro gi orni, da un’altra ordinanza di custodia cautelare per l’omicidio di Costa Giuliano.

In tale provvedimento l’accusa sosteneva che il Commisso, per vendicarsi di un furto subito a casa propria, ha ucciso il mandante del furto: anche da questa accusa il Commisso veniva assolto e scarcerato  il 18 gennaio del 1988.

Tuttavia, veniva rinviato a giudizio per il solo reato di favoreggiamento, da cui veniva assolto, anche da quest’ultima accusa di reato, il 06.06.90.

Quindi l’ipotesi investigativa era errata, sia perché Commisso non ha mai subito un attentato, sia perché non si può evidentemente addurre –o meglio- basare le colpe del Commisso Cosimo n. 06.02.1950, unicamente dalla posizione economica.

Dopo di che è stato denunciato per associazione mafiosa, reato di cui all’art. 416 c.p., sia per gli stessi reati succitati che per altri reati, commessi, secondo l’accusa, fino al 26.09.1987. Anche da queste accuse è stato assolto con sentenza del 06 dicembre 1991: perché il fatto non sussiste.

A pag. 7 della sentenza d’assoluzione emergeva che, su richiesta del Giudice Istruttore, che per avere chiarimenti sui capi di imputazione si rivolse al Pubblico Ministero, il quale chiariva in data 17 dicembre 1988, che i capi di imputazione degli imputati erano quelli rappresentati nel provvedimento, e che non vi erano ulteriori fatti annessi.

Dalle nuove attività investigative, con la metodologia descritta dal brigadiere Juliano, quanto meno assurde, il Commisso Cosimo, classe 06.02.1950, veniva raggiunto incredibilmente da una nuova ordinanza di custodia cautelare (per gli stessi fatti), emessa dal Tribunale di Reggio Calabria (n°  24/92 RGNE DDA) nella quale si sosteneva che egli era a capo di un’associazione di stampo mafioso, quale promotore e organizzatore, all’interno di una faida familiare. Essendo, sempre dalle ipotesi poc’anzi dette, ritenuto il capo di questa presunta associazione criminale, gli venivano contestati una serie di omicidi commessi negli anni che partono dal 1987 fino al 1992.

Nella motivazione della custodia cautelare veniva riportato a pagg. 10  e ss “…La sera del 20 gennaio 1975, a Siderno, veniva ucciso, a copi di arma da fuoco, Macrì Antonio. Nella stessa circostanza rimaneva gravemente ferito, riportando lesioni permanenti, il menzionato Commisso Francesco, divenuto il braccio destro del boss. Le redini dell’organizzazione venivano prese dal nipote di quest’ultimo, Macrì Vincenzo, quale reggente del Commisso, impedito alla successione a causa delle gravi menomazioni subite. Secondo fonti non molto accreditate, il vertice dell’organizzazione, poiché Macrì Vincenzo non avrebbe dimostrato di possedere le necessarie capacità, decise di sostituirlo con Commisso Cosimo, classe 1950, che, nel frattempo, aveva operato con successo in Canada e negli Stati Uniti. “

La parte che riguarda Commisso Cosimo è assurda per i seguenti motivi:

Innanzitutto, come risulta dall’informativa dell’Interpol inviata alla Corte d’Assise di Locri, che si riporta integralmente, è smentita l’ordinanza di custodia cautelare:

 

(123/c. 2/502950/2-2/58/cer.Interpol)

 

fa riferimento alla nota n° 2/94 del 29.06.96 ritrasmessa, data 12.07.96 relativi accertamenti negli USA e in Canada confronti Cosimo Commisso nato 06.02.1950 Siderno/Reggio Calabria. Comunicas aver interessato con massima urgenza nel senso richiesto collaterali uffici interpol degl Usa e del Canada.

At citati uffici est stat rappresentata la grande urgenza di questo caso, atteso che 13.07.96 avrà termine istruttoria dibattimentale.

Riservandosi far seguito appena perverranno elementi risposta.

Rappresentarsi, ad ogni buon fine, che analogo accertamento fu svolto negli Usa nel novembre 1995 su richiesta del Tribunale-Cancelleria penale-Locri, in tale occasione collaterale organismo statunitense comunicò  quanto segue… oggetto Commisso Cosimo, nato a Siderno/Italia, passaporto italiano n. 912412 e, in possesso visto ingresso per gli Stati Uniti n. 040489 rilasciato a Napoli.

Nominativo Commisso risulta aver fatto ingresso, via terra, negli Stati Uniti per turismo in data 16.11.1992 a Lewiston/New York. Medesimo venne autorizzato a soggiornare negli Stati Uniti fino al 15.05.1993. Nella relativa documentazione non compare l’indirizzo dell’interessato e non esiste registrazione della sua partenza.

Lo stesso, sotto le Generalità indicate, non risulta avere precedenti”.

Direttore supplente servizio Interpol Vito Rizzo.

Si evince dal su scritto telex inviato dall’ INTERPOL, che Commisso Cosimo, classe 06.02.1950, è stato negli Stati Uniti, come risulta dal visto d’ingresso unicamente  e soltanto il 16 novembre 1992 a Lewiston (New York)”.

Il  telex dell’INTERPOL smentisce quanto riportato nel rapporto dei ROS del 29.02.1992, a firma del Col. Pellegrini (e poi travisato nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, secondo fonti molto accreditate, il vertice dell’organizzazione, poiché Macrì Vincenzo non avrebbe dimostrato di possedere le necessarie qualità decise di sostituirlo con Commisso Cosimo, classe 1950, il quale, nel frattempo, aveva operato con successo in Canada e negli Stati Uniti.”).

Nell’ordinanza di custodia cautelare (N° 24/92 RGNR DDA) eseguita l’11.01.93, da cui è scaturita la condanna all’ergastolo del Commisso Cosimo c.l. 06.02.1950, viene riportata “una missiva datata 1.5.1983, redatta da Costa Giuseppe, all’epoca detenuto presso il carcere di Spoleto, ed inviata al fratello Luciano… che lo invitava a mettersi in contatto con “i Quaglia” per procurarsi del “materiale edile” del tipo già “usato per gli americani”. Gli investigatori interpretavano che la lettera faceva riferimento a stupefacenti e che i “Quaglia”.. e non v’è dubbio che la missiva in questione rappresenti una prova schiacciante dell’attività illecita nel campo degli stupefacenti svolta dai “Quaglia”, appellativo con cui vengono indicati in Siderno i f.lli Commisso, figli di Francesco…

Quanto sostenuto sull’ordinanza su scritta sull’attribuzione del nomignolo “Quaglia” è un’ulteriore falsità. E’ importante chiarire che con l’appellativo “Quaglia” vengono indicati tutti i Commisso di Siderno e non solamente, come affermato dall’ordinanza di custodia cautelare “f.lli Commisso figli di Francesco cl 13” padre di Cosimo, in quanto quest’ultimo è stato indicato come il destinatario di una serie di “conseguenze dannose”, solo perché si è ritenuto, in modo arbitrario che, con tale nomignolo ci si possa riferire esclusivamente alla sua persona ed a quella dei suoi fratelli.

A conferma dell’assunto appena esposto si censura l’omessa valutazione di quanto sostenuto dal Colonnello dei Carabinieri Giovanazzo, nella sua informativa che comprendeva i reati fino al 26.09.1987. L’informativa indica che, quando si usa il soprannome “i           Quaglia”, si intendono tutti i Commisso imparentati.

Circostanza confermata dallo stesso Col. Giovanazzo, all’udienza del 24.02.96 dinanzi al Tribunale di Locri, su domanda della difesa di Commisso Cosimo, tendente a specificare a chi ci si riferisce quando si usa il soprannome “i quaglia”, rispose:

<<L’aggettivo si riferiva a tutta la famiglia… quando noi riteniamo la famiglia, si intende famiglia come la si intendeva, come ritengo che la si intenda ancora qui, in queste zone,  la famiglia, imparentati>>.

Nel rapporto da cui scaturiva il procedimento definito con  sentenza del 06 dicembre 1991 dal Giudice Istruttore presso il Tribunale di Locri, l’informativa da cui scaturiva il procedimento, a firma del Colonnello Giovanazzo, riportava la stessa lettera, e la sentenza, sull’attribuzione del nomignolo “Quaglia” confermava quanto dichiarato, cioè non solo i Commisso figli di Francesco venivano indicati con il nomignolo “Quaglia”. Si ribadisce il COmmisso Cosimo n. 06.02.50 assolto perché il fatto non sussiste.

Ma, se non bastasse, illuminante in tal senso è la deposizione dell’Ispettore Giuseppe Cavallo, dinanzi alla Corte d’Assise, in data 14.06.1995. Infatti, a pag. 69 si legge:

<<Intendo dire che non è che chiamano “Quaglia” a Cosimo Commisso e ai suoi fratelli. Chiamano così anche suo padre, i suoi zii e forse anche il nonno. Il perché li chiamano “Quaglia” ho voluto chiedere, ho voluto domandare, mi sono informato, e so che risale addirittura, penso, ai nonni. Comunque non è Commisso Cosimo 50 che viene chiamato “u quaglia” lui personalmente, ma tutti, tutta la sua parentela, la sua discendenza>>.

Ancora nel verbale d’udienza del 04.07.1995, la Corte d’Assise di Locri, contenente le dichiarazioni della teste Maria Galea, la quale, su domanda del P.M., tesa a comprendere se Antonio Commisso cl 25, fratello di Francesco Commisso, padre di Cosimo, a pag. 48 “la difesa ha molto insistito nei motivi di impugnazione circa la questione della certa identificazione dell’appellante, evidenziando che la frequente menzione del nome “Ntoni” (Antonio) nel corso delle conversazioni intercettate, non veniva mai accompagnata dall’appellativo “i bbcatu” con il quale l’appellante  è notoriamente conosciuto.”

Né garantismo peloso né giustizialismo

Questo testo scritto a quattro mani da Gianni Lentini e Rino Masellis, detenuti nel carcere di Bologna, è duro e certo non le manda a dire. Io sono sempre stato per l’idea che è importante fare emergere anche le voci particolarmente critiche e scomode.  Soprattutto mi verrebbe voglia di aggiungere.. Sostenere che queste voci abbiano cittadinanza non vuol dire che debba inevitabilmente esservi, in ogni occasione, una piena concodanza di merito sui contenuti. Ne che essa ci sia è la cosa realmente importante. Importa che, al di là delle concrete opinioni e valutazione, si dia spazio alla libertà di espressione, alle visioni anche problematiche, all’anima e alla mente di ognuno.

Andando nel merito, il testo radicalizza un pò troppo, ma è anche normale essendo molto breve. Io personalmente non ho mai fatto un unico fascio di nessuno. E così come so che tra i carcerati ci sono persone splendide, che potrebbero dare lezioni di umanità e civiltà a tanti che sono “a piede libero”.. così so che non si può fare un calderone di giudici, investigatori e polizia. Ho conosciuto personalmente persone che meritano grande stima.

Ma i due autori toccano un problema reale. Non possiamo cavarcela, come sembrerebbe se mi fermassi al pensiero precedente, col dire che in tutti i luoghi ci sono i “buoni” e i “cattivi”. Questo è vero. L’altra questione è che c’è un problema.. un problema giustizia, che ha facce cangianti, ma che in qualche modo si tengono. Ci sono giochi. Giochi di ruolo. Appartenenze e schieramenti. Politica e ideologia, poi, mettono i loro zampini, e ci si innamora delle proprie coccarde e simpatie, ma si perde la concretezza di ciò che hai davanti, il problema, la storia, il Volto. A volte sembra che in Italia ci siano settori apertamente illegali, che sguazzano nella corruzione, nell’intrallazzo, nell’abuso di potere; e che cercano l’impunità per se e per i propri sodali. Dall’altra, però, ci sono coloro che sposano una idea quasi mistica e totemica della legalità e dell’agire di forze dell’ordine e giiudici. Per costoro essi diventano degli arcangeli incorruttibili.. e sognano una sorta di Repubblica platonica dove con lo strumento giudiziario si ristabilisca ordine, pulizia e moralit. Quest’ultimi fremono di piacere alla notizia di ogni retata, ogni volta che le manette tintinnano, ad ogni inchiesta che buca lo schermo, ad ognuna di quelle operazioni mediatiche, tipo megablitz che coinvolge centinaia di individui, che danno una idea di possenza e di controffensiva contro il Male. Sto naturalmente anche io estremizzando gli “schieramenti”.. visto lo spazio ridotto, non posso fare certo un poema su ciò in questa sede, e quindi perdonerete l’eccessiva semplificazione. So cosa sto dicendo comunque.. perché anche io tempo addietro ero molto affascinato e attratto dal “lato giustizialista”; e anche adesso se vedo politici e colletti bianche essere inquisiti e arrestati, a volte ne sono ancora contento, perché vedo le catastrofi che la Mafia delle elite finanziario politiche ha prodotto in questo paese. Ma nel complesso è iniziato da tempo un processo di evoluzione della mia posizione originaria.  Ho visto come i pentiti non sono sempre dei “buoni che vuotano il sacco per scrupolo”, che i megabliz spesso sono anche (almeno in parte) operazioni mediatiche o iniezioni galvanizzanti per le autorità e confortanti per la popolazione, ma che non sempre sono sorrette da impalcature giuridiche inoppugnabili, e non poche volte nella loro rete cadono innocenti. Ho visto processi condotti con spirito “politico”. Errori giudiziari, prove interpretate in modo forzoso.

Ho visto clamorose differenze di trattamento tra poveri cristi ed elitè, tra manovalanza criminale e i circoli di banchieri-affaristi-manipolatori.

Ho visto soprattutto esseri umani che dopo lunghi anni di detenzione non erano più le stesse persone di prima. Ho visto i limiti del marchio che ti dovrebbe segnare per tutta alla vita.

Non sono mai stato un garantista peloso.. del tipo di Mr President Impunità e i suoi compagni di brigantaggio tanto per intenderci..

Non sono più un giustizialista però, di quelli che applaudono quando sentono le manette, e che credono all’illusione che basti il pugno repressivo di una casta di giacobini illuminati a risolvere il cuore dei problemi. Non amo più casacche e distintivi, guelfi e ghibellini, partiti presi, ideologie e pregiudizi.. Sono semplicemente per la Giustizia, che è qualcosa che vive in noi ancora prima che nei sistemi e nelle leggi. Per la Giustizia, senza indulgenti impunità e garantismi pelosi.. e senza forche, pugni di ferro, leggi eccezionali.

Forse anche per tutto ciò reputo interessante questo testo di Rino Masellis e Gianni Lentini.. e altri testi (come quelli di Sebastiano Milazzo ad es.) che toccano, in maniera dura, questi nervi scoperti.

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LA GIUSTIZIA IN ITALIA

Ogni carcere rispecchia le problematiche dello sttao o nazione in cui si vive, si è detto, si dice e si dirà ancora, purtroppo, del fattore carcere in Italia. Ma quando in uno stato “democratico” come il nostro, un momento di emergenza si trasforma in quotidianità creando allarmismo, sfornando decreti legge solo per affievolire ed accontentare la massa pubblica che si appresta a votare per questo o per quel partito politico, diventa solo fine a se stesso.. e noi, colpevoli e non, diventiamo carne putrida da eliminare.

La differenza, i trattamenti di ogni singolo individuo, sono solo il compiacimento di una casta lobbistica che risponde al nome o soggetto, Pubblico Ministero o D.D.A., Giudici uniti non dalla giustizia e dal suo compimento, ma dall’ego che deriva dall’incarico lavorativo che ricoprono, dimenticando il nesso tra Giudice e Giustiziere, tra Carceriere e Carnefice. Finché questa giustizia non smetterà di essere una casta che a volte è succube di Procure distrettuali intoccabili, si continuerà ad arrestare e a condannare persone innocenti, solo per accontentare menti totalmente incoscienti, dando ergastoli, espropriando la vita altrui in nome e per conto dell’ex 416 bis.

Certo la Mafia esiste. Ma sono veramente tutti mafiosi quelli che vediamo sbattuti sulle prime pagine dei giornali? Certo i Giudici corrotti esistono, ma sono tutti corrotti? Non persone normali non possiamo giudicare e se, in caso, lo facessimo, non creeremmo sicuramente nessun problema. Ma un Giudice no! Un Giudice pur essendo una persona normale come noi, ha l’incarico di Giudicare e di condizionare il futuro di un essere umano. Per questo dovrebbe guardare, vagliare, scrutare, trovare prove certe e inconfutabili, sfiancare e sfiancarsi, e solo dopo aver fatto questo può sentirsi sereno nel giudizio, quale esso sia, sia in caso di condanna, che di assoluzione. Maggiore attenzione dovrebbero riservare a quei processi dove si decide la vita di un uomo, ma purtroppo sempre più spesso si assiste inermi a condanne all’ergastolo senza prove certe e inoppugnabiili.

Le persone normali dovrebbero capire ed interrogarsi sulla veracità di tante sentenze, seguire più da vicino questo mondo sconosciuto a molti e pure così vicino e pronto a inghiottire tutti, perché in qualsiasi momento può travolgere la vita di chiunque, specialmente se si è nti in regioni come la Calabria, la Campania, o come la Sicilia. Perché purtroppo il luogo dove si è nati o cresciuti fa nascere pregiudizi su chi dovrebbe giudicare con equanimità. Quindi se siete Meridionali o amici di tali, preparatevi e state all’erta perché da un momento all’altro potreste subire un agguato giudiziario, impartito da qualche solerte Magistrato che affiancato da Marescialli o Brigadieri, con la sola sete del potere e della carriera, si ergono a salvatori del mondo, distruggendo vite umane e famiglie intere.

Rino Masellis e Gianni Lentini

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