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IN DIRITTO- Interpretazione sistematica e assiologica dell’art. 4 bis OP- di Claudio Conte

interpretazione

La rubrica IN DIRITTO.. nacque da un’idea del nostro Claudio Conte, detenuto a Catanzaro.

Ed è proprio di Claudio il testo che pubblichiamo oggi.

Alcuni credono che io esagero quando dico che ho conosciuto esperti del diritto a cui Claudio potrebbe dare lezioni.  E invece la mia non è una iperbole. Ho potuto constatare in questi anni, come Claudio si sia immerso nel mondo del diritto, non accontentandosi delle spiegazioni fondamentali, ma volendo sviscerare tutte le sfumature del sistema. Unito a  ciò la sua volontà e la sua dedizione, ne è emersa una persona che può davvero essere definita un “cultore del diritto”.

Vi lascio a questo testo interessante che riguarda l’interpretazione dell’art. 4 bis.

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INTERPRETAZIONE SISTEMATICA E ASSIOLOGICA DELL’ART. 4 BIS OP ALLA LUCE DEL SUPERAMENTO DELL’ESEGESI COME RICERCA E INDIVIDUAZIONE DEL SIGNIFICATO LETTERALE DEL TESTO. 

E’ necessario premettere che l’art. 4 bis comma 1 OP vieta l’ammissibilità ai benefici penitenziari per i “delitti commessi per finalità di terrorismo, delitto di cui all’art. 416 bis cp, delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dallo stesso articolo ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni in esso previste, delitti di cui agli art. 600, 600 bis 1, 600 ter 1-2, 602, 609 octies (…) e 630 cp, art. 291 quater DPR 43/1973 e 74 del DPR 309/1990.

Da rilevare la precisa indicazione formale dei delitti fatta eccezione per la generica e omnicomprensiva proposizione testuale: “delitti commessi avvalendosi…” che sarà oggetto di questo commento (trattazione a parte meriterà la altrettanto generica proposizione testuale riferita ai delitti commessi per finalità di terrorismo).

Ostativi ai benefici penitenziari risultano quindi solo quei reati formalmente elencati e quelli gravati dall’art. 7 DL 152/91 (conv. L. n. 203/91), ossia quei “delitti commessi  avvalendosi…” come si deduce da una interpretazione sistematica affermatasi nel tempo (dal 1991 ad oggi), per i delitti innominati.

Per questi ultimi delitti, parafrasando un celebre spot, si potrebbe sintetizzare: “No art. 7 no art. 4 bis”.

Nel tempo si è posta la questione di includere nell’art. 4 bis 1 OP anche i delitti puniti con la pena dell’ergastolo, scardinando in tal modo un sistema normativo che esclude tali delitti con doppia previsione espressa sia dall’art. DL 152/91 che dal comma 1 bis dell’art. 4 bis OP, collocando formalmente i reati omicidiari (ex art. 575 cp)nel comma 1 ter dell’art. 4 bis OP, ossia tra i reati cd “non ostativi”:

Ciononostante alcuni interpreti  hanno inteso forzare tale sistema normativo, proponendo di adottare un (illegittimo) 1 criterio  sostanziale e, attraverso una interpretazione letterale, utilizzare la generica  proposizione testuale “delitti commessi avvalendosi…” per ricondurre nella sfera dell’art. 4 bis OP anche i delitti con la pena dell’ergastolo, deducendo la modalità mafiosa del delitto, non dalla presenza dell’art. 7 DL. 152, ma dal contenuto della sentenza.

La reazione autorevole a questo escamotage ermeneutico   e lo scivolamento in una visione sostanziale del reato, si è avuta con la ratio espressa dalla Prima Sezione penale della Cassazione che (in materia di indulto) ha evidenziato la violazione di principi cardine come quelli della res iudicata, del potere di azione del PM (Cass. Pen. Sez. I, 27.6.2008 n. 25954) e di valutazione della gravità del reato riservata al giudice di cognizione ex art. 133 cp aggiunge chi scrive.

Ma tale metodo si scontra anche con alcune fondamentali decisioni delle Sezioni Unite:

a) Con la n. 14/99 “Ronga” che stabilisce la scindibilità tra reati ostativi e non, anche se finalisticamente collegati (che non avrebbe senso in presenza del criterio sostanziale)2.

b) e la n. 337/2008 che ha esteso l’applicabilità dell. art. 7 DL 152/91 anche ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo per gli effetti diversi dalla determinazione della pena (che anche in questo caso non avrebbe senso ove fosse possibile l’uso del criterio sostanziale). 

I sostenitori del criterio sostanziale, come scritto, fondano le loro asserzioni sull’interpretazione letterale del testo “delitti commessi avvalendosi…” ex art. 4 bis 1 OP.

E in quest’occasione, dopo questa lunga premessa introduttiva, proprio sui procedimenti preme richiamare l’attenzione di chi legge alle conclusioni che conduce l’esame della quaestio alla luce del superamento dell’esegesi come ricerca e individuazione del significato letterale del testo, per il rispetto della superiore e obbligata interpretazione sistematica e assiologica che si impone in presenza di una Costituzione rigida e di una pluralità di fonti.

Le dottrine che sostengono la centralità dell’interpretazione letterale fondata sull’art. 12 delle Preleggi sono ormai superate alla luce della doverosa interpretazione unitaria delle norme in relazione alla pluralità delle fonti gerarchicamente ordinate dall’ordinamento, dunque norme ordinarie, comunitarie, internazionali e costituzionali che prevalgono su tutte.

Nessun testo di legge (o parte di esso) può dirsi autonomo, indipendente, parcellizzato, poiché deve tenere conto di tutte le implicazioni e rinvii espressi o taciti che s’impongono per la conoscenza del completo significato della norma. 

Questo metodo si impone con ancora più ragione nel nostro caso, dato che la proposizione testuale in esame, con la sola interpretazione letterale resta di un’inaccettabile indeterminatezza e genericità, oltre ad andare contro una consolidata interpretazione sistematica (degli artt. 4 bis OP e 7, introdotti col DL 152/91 com’è avvenuto  dal 1991 al 2002-3 e tuttora per i delitti a pena determinata e all’ergastolo dopo la sentenza a SU 337/2008) e assiologica con i valori e principi di tutto l’ordinamento, tra i quali  vigono i principi della determinatezza, tassatività della legge e favor rei.

Garanzie che presidiano il procedimento ermeneutico nel presente caso, anche perché la conseguente ostatività che si determina comporta pregiudizi non indifferenti, che nel caso della pena dell’ergastolo si traducono in un aumento quantitativo di pena indeterminato per effetto dell’esclusione delle misure alternative alla detenzione.

In effetti, se si considera che l’eccezione è rappresentata solo dal caso dell’ergastolo (sprovvisto di aggravante ex art. 7 DL 152 per la sua attrazione nell’art. 4 bis 1 OP), si ha la riconferma che la regola ermeneutica valida resta quella di un’interpretazione sistematica ancorata al criterio formale, che si confermano come gli unici e legittimi metodi ermeneutici, anche perché la contestata interpretazione non si risolve in favore del reo.

Claudio Conte

Catanzaro-carcere 21 settembre 2013

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