Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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La diversità è una ricchezza… di Domenico D’Andrea

Un testo di Domenico D’andrea, detenuto a Padova, uno dei nuovi amici che quest’anno sono apparsi sul Blog. Domenico si è dedicato allo studio e alla conoscenza con una dedizione disumana, arrivando a “raccogliere” due lauree e due master, cosa credo sia un record europeo. Crede tantissimo nella riconciliazione e nel rapporto umano, e costruisce velieri, magnifici, fatti a mano in ogni loro elemento,e per chi volesse o regalare qualcosa di vera qualità e aiutare anche un detenuto che combatte da anni contro le ristrettezze economiche può ordinargliene uno (per saperne di più sui suoi velieri vai al link.. ).

Domenico scrive anche dannatamente bene, e ve ne accorgerete da un testo come quello che pubblico oggi, scritto in occasione dell’iniziativa “La diversità è una ricchezza”, organizzata dal Comune di Padova.

L’arte, la diversità, i cunicoli di uomini condannati ad un eterno presente, il buio della desolazione, la lotta per il riscatto, arte come  grande madre, i bagliori che dal cuore salgono.

Il testo va da momenti di lucida e tagliente descrizione della deprivazione di certi mondi, come quando Domenico scrive.

“Quindi l’ergastolano, il condannato a morte e l’internato vivono la loro esperienza in un modo non storico poiché il loro tutto si risolve con un “numero” nel loro presente, senza che ne resti una strana frazione del loro vissuto. “

E momenti di irruzione, quando la luce prende la parola, come in questo passaggio..

È un miracolo quando l’istante spezza le catene, eccolo presente, eccolo già sparito. Prima arriva un niente, dopo un altro niente e torna e ritorna come un fantasma turbando la quiete del prossimo istante che viene a negare l’essenza di un esistenza. L’essere umano che non ha la forza di dimenticare il passato, che vede ovunque diversi è un uomo che non crede nemmeno a se stesso.

“La diversità è un a ricchezza. I diversi, condannati al carcere a vita e quelli condannati alla pena di morte, esprimono il loro vissuto, il loro presente, il loro cambiamento attraverso e solo attraverso l’arte. Giuseppe, Pier Vito, Giacomo, Sergio, Mario, Marco, Paolo, Jacopo, Danilo, e tanti altri raccontano se stessi per mezzo dell’arte. Persone invisibili che devono morire in carcere, i diversi,  voglio diventare visibili attraverso le loro opere e attraverso queste si affacciano al mondo civile solo per dirvi che sono ancora vivi e ve lo dicono con l’arte.”

Un testo magnifico, assolutamente da leggere.

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Ci sono tanti modi per essere considerati un diverso e di intendere la diversità ma spesso, quando le diversità incontrano gli estremi dell’impossibile, il diverso diventa invisibile e lo si può trovare solo in un “non luogo”, cioè in un luogo dove nessuno osa mai entrare nemmeno con la fantasia. Ma questo “non luogo” abitato da “diversi” esiste. Qualcuno lo chiama braccio della morte, qualcuno lo chiama ergastolo bianco, altri lo chiamano O.P.G. ma sono luoghi non molto distanti dalle vostre case dove vi sono rinchiuse persone destinate a morire perché lo prevede una legge.

Il carcere a vita non è poi così diverso dalla pena capitale, ed uno stato civile non può e non deve manifestare l’aberrante bisogno di infliggere sofferenza legale per esigenze di controllo sociale.

Generalmente la reazione sociale verso chi ha commesso un determinato tipo di crimine è una reazione sociale violenta forse peggiore del crimine commesso che l’ha scatenata.

Questo breve tema vorrei dedicarlo a tutte le persone “diverse” che a causa di una pena aberrante, prevista da una legge di un paese civile, si vedono costrette a morire in carcere, agli ergastolani innocenti, ai condannati alla pena capitale che hanno ucciso senza mai aver voluto uccidere, agli ergastolani che non hanno saputo o voluto barattare con lo stato il proprio ergastolo con quello di altri. Cioè a tutte quelle persone che da “diversi” stanno morendo fisicamente e lentamente per dare soddisfazione e retribuzione alla società.

Gli oltre 1500 ergastolani, gli oltre 2.000 internati che vegetano negli ancora numerosi ospedali psichiatrici giudiziari italiani e le tantissime persone in attesa di una esecuzione capitale hanno il tuo stesso volto, la tua stessa voce, la tua stessa anima ma non avranno mai più la possibilità di vedere un cielo stellato, l’azzurro del mare e gli uccelli del cielo e ciò che li accomuna è che entrambe sanno di dover morire in carcere ed entrambe non sanno quando dovranno morire. L’amico giorno gli servirà per svuotare il corpo, l’amica notte gli servirà per svuotare l’anima e morirà solo quando sarà depauperato di tutto il suo spirito, di tutti i suoi sentimenti e di tutti i suoi averi, ecco perché gli ergastolani solitamente vengono mandati a morire sempre lontani dalla propria casa, dalla propria famiglia e dai propri affetti.

I diversi di cui vi parlo hanno una percezione del tempo distorta, sono condannati a vivere il tempo che passa in una maniera contorta e dolorosa finalizzata solo all’attesa della propria morte. Determinando una dimensione ansiogena di disorientamento e di continua inadeguatezza, insieme ad una percezione di perdita di controllo sulla quantificazione dei segmenti temporali e delle corrispondenti quantità ed intensità delle energie erogate dal corpo. Scarsità ed abbondanza di tempo risultano perciò in continua tensione tra loro. Per queste persone il tempo è talmente abbondante, data la rigidità deprimente e depauperante del contesto, da risultare annullato da una totale espropriazione, cosi che la tensione tra scarsità ed abbondanza si stempera e si dissolve in una dimensione tanto rigida quanto rarefatta. Il tempo è talmente riempito da una rigidità, routinaria immodificabile, da essere vissuto come tempo assolutamente invasivo e saturo da non lasciare spazio ad alcuna iniziativa del soggetto. Il tempo che vive questo diverso assorbe ogni dialettica e riduce tutte le configurazioni discorsive ad una sola, e il diverso parla sempre e solo di galera dalla mattina alla sera perché, lo svuotamento del tempo, ha svuotato anche tutte le parole e lo svuotamento del tempo corrisponde con lo svuotamento delle idee e dei discorsi possibili accentuando il disorientamento, l’ansia, la deprivazione, l’avvilimento del sé, il senso di impotenza e di perdita della propria vita.

Per l’ergastolano, per il condannato alla pena capitale e per l’internato nell’ospedale psichiatrico giudiziario la lacerazione percettiva con il tempo esterno appare incommensurabile e irreversibile. La dimensione in cui veniamo proiettati appare collocarci in un “non luogo” assimilabile solo all’inferno dantesco, dove ogni misura appare dissolta e ogni senso del reale definitivamente perduto. Anche questo aspetto temporale rende l’afflittività di queste persone disumana ed abnorme da essere considerata una tortura perenne, centuplicando la perdita di ogni accettabile e ragionevole proporzione tra la pena e il reato commesso.

Una definizione più o meno approssimativa di “tortura” è rappresentata da un tormento psicologico e corporale di varia specie che si infliggeva un tempo ad un accusato o condannato per ottenere una confessione o qualcos’altro che oggi potremmo definire retribuzione.

Il carcere a vita non è  migliore della pena di morte, anzi sotto molti aspetti può considerarsi peggiore poiché una lunga agonia tormentata da una sottile forma di tortura psicofisica anticipa la morte. Tanto è vero che proprio per questo motivo, anche i padri dell’illuminismo, in Francia, aumentarono la pena introducendo la pena di morte nel codice penale del 1791 e fu escluso l’ergastolo poiché giudicato più intollerabile e si previde come sanzione più grave, dopo la morte, la pena di 24 anni.

Il superamento dell’ergastolo e della pena capitale e dell’ internazione negli O.P.G. è anche un atto di civiltà imposto da ragioni di carattere etico-politico. L’ergastolo infatti non è assimilabile ad una pena che potrebbe retribuire la società, ma è una pena qualitativamente diversa, assai più simile alla tortura e alla pena di morte. È una pena capitale anche nel senso della “capitas deminutio” del diritto romano, in quanto è una privazione anche della vita futura e non solo della libertà come dovrebbe essere intesa. È una pena eliminativa che esclude per sempre la persona da ogni forma di società organizzata e umana. È una morte civile che anticipa prima la morte dell’anima e poi la morte del corpo.

Quanto più giovane sarà la persona condannata tanto più lo strazio e il dolore inflitto produrrà i suoi effetti retributivi verso la società. L’ergastolo, la pena capitale e l’internamento in un O.P.G. hanno fame e sete di giovani. Il fatto che non si debba mai più uscire dal carcere, che non si possano fare più cose e gesta normali nel mondo libero, se costituisce evidentemente il punto di forza e insieme il tratto comune per il mantenimento di certe pene, non può costituire di per se sufficiente garanzia di retribuzione e di proporzione della pena rispetto al reato commesso, così come vorrebbe il principio fondante della funzione retributiva della pena. Infatti è evidente come la lunga agonia che precede la morte in carcere sia sostanzialmente tanto più elevata, quanto maggiore è la durata della vita della persona in stato di detenzione. Un giovanissimo che viene condannato alla pena dell’ergastolo retribuisce di più alla società rispetto ad un condannato adulto o anziano che potrebbe retribuire poco perché pochi sono i giorni che gli restano da vivere. È meglio una fine spaventosa inflitta con la pena capitale che uno spavento senza fine inflitto con un ergastolo.

Il carcere a vita e la pena capitale sono esperienze vitali altamente psicotraumatizzanti che possono dar luogo alla slatentizzazione di molteplici forme di patologie mentali e fisiche che spingono la mente del soggetto, spesso, ad ammalarsi di diverse forme di patologie neuropsicologiche e ad impazzire prima con l’eutanasia della mente e dopo con la morte fisica. L’ergastolo può  favorire  la messa in atto di meccanismi psicotici a causa di uno scompenso di un io, già prima fragile, che non riesce a mantenere più il suo precario equilibrio per l’isolamento, per le preoccupazioni legate al fatto che ha commesso, per la paura che l’ambiente può provocare, per la rottura degli abituali legami, per le frustrazioni, per il contatto continuo ed inevitabile con persone insolite e violente, o per altri analoghi fattori psicologici connessi col vivere un esperienza cosi peculiare, quale quella della certezza di dover morire in carcere.

L’abolizione della pena di morte sostituita con la pena dell’ergastolo ha voluto mettere solo a riparo le coscienze del legislatore che non ha più voluto rivestire i panni del boia. “non uccidiamoli più ma lasciamo che si uccidano da soli”. Questo in riferimento a tutta la questione gravissima dei suicidi in carcere.

Innanzi tutto l’essere posti in carcere e vivere nell’ambiente carcerario son già di per sé fattori dotati di alto significato psicotraumatizzante, e pongono chiunque in una condizione vitale particolarmente difficile, dotata di un elevata quantità di stress. Tutti i cinque sensi, di cui un essere umano per natura ne è dotato, non trovano la loro massima espressione. Scattano fattori particolarmente e comprensibilmente disturbanti dovuti dall’isolamento dalla società, dal regime di vita imposto, la lontananza dagli affetti, la paura di perdere tutto ciò che si possiede, l’incertezza della quantità di vita che rimane da vivere e la generale afflittività che questi tipi di pena comportano. Spinta automatica verso il suicidio.

Quindi l’ergastolano, il condannato a morte e l’internato vivono la loro esperienza in un modo non storico poiché il loro tutto si risolve con un “numero” nel loro presente, senza che ne resti una strana frazione del loro vissuto. Siamo persone non più in grado nemmeno di fingere, di non nascondere nulla per apparire in ogni momento “qui ed ora” in un tutto e per tutto come ciò che siamo diventati, quindi non possiamo essere nient’altro che sinceri davanti a ciò che ci aspetta. Mentre l’uomo, l’uomo invece ancora resiste sotto il grande e sempre più grande carico del passato alzando le mani per invocare i migliori diritti per l’umanità, non ascoltando e non guardando però un suo simile che dal patibolo chiede “perché”.

Siamo davvero alle soglie della modernità? La coerenza etica di uno stato di diritto cede spesso di fronte all’utilità materiale dei risultati, non importa a quale prezzo, cioè al prezzo ancora più atroce della vita stessa. L’ergastolo e la pena capitale rappresentano solo uno sfogo necessario ad un incomprimibile ed irrazionale bisogno di vendetta sociale. La pena dell’ergastolo e la pena capitale, in quanto pene che concretizzano una sorta di eliminazione della persona da parte dell’autorità statale, non può che risultare in contrasto con tutti i principi più nobili della nostra costituzione. L’articolo 2 della nostra carta costituzionale riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. L’articolo 27 sancisce il principio della funzione rieducativa della pena … e per rieducazione non si può non intendere risocializzazione e reinserimento con piena reintegrazione dell’individuo

L’eccesso di giustizia è la peggior forma di ingiustizia. L’esilio che confina l’esistenza nel solo ricordo. Ma anche dall’oblio del “non luogo” nascono dei fiori. La rabbia reagisce, emerge la razionalità e anche il volgo e il mondo scientifico cominciano a credere in buona fede che questi diversi, questi invisibili, non siano più un organismo muto e paralitico o privo di lingua o di mani, solo perché la legge gli ha imposto di tacere e di diventare invisibili cadaveri che camminano. Ma siccome che nessuna legge, per quanto sostenuta dalla sua forza, può contro la natura delle cose, così quest’organismo parla, si muove, partorisce arte e idee a dispetto di tutte le leggi. Questo risveglio si genera per le vie meno note, sempre sotterranee e nascoste. L’arte di noi diversi nasce sulle mura del carcere, sugli orci da bere, sui ferri battuti del letto, sui margini dei libri che ci danno con l’idea di moralizzarci, sui fogli di carta si sviluppano disegni. Sulle tele immacolate si dipingono i quadri. Stuzzicadenti, fiammiferi e vecchie forchette diventano arte, scultura, opera.

Ogni opera artistica compiuta da questi diversi è un crimine non commesso.

Storie raccontate, poesie pensate, graffiti sciorinati, ed ecco che l’arte ideata da un diverso, invisibile e condannato a morte, prende forma con le voci di una realtà senza tempo e senza spazio. Sempre pericolosamente affacciati sul baratro di una decadenza fatta di atrofizzazione di ogni elemento creativo e di rinuncia al futuro. Ossia, in ultima istanza, di un fecondo ritorno alla vita stessa identificata con l’agire nell’arte in uno stato di incosciente oblio.

I diversi di cui vi racconto non sanno più cosa sia l’ieri, cosa sia l’oggi e così dall’alba al tramonto, di giorno aspettando la notte e di notte aspettando il giorno che viene, di giorno in giorno, legato brevemente con il suo doloroso piacere di vivere un altro giorno di più, aggrappato allo spinoso istante che giunge e lo travolge. È in quell’istante che questo diverso invisibile esprime se stesso. Sguardo fisso, espressione assente, mille pensieri tormentano il cervello alla ricerca di una via d’uscita, uno sbocco che dia finalmente pace ai deliri di idee che affollano la mente. Quello che si avverte è la presenza di un energia dirompente, pronta ad esplodere, un senso di inquietudine, di angoscia, frustrazione, rabbia. Il bisogno di qualcosa che non si riesce a soddisfare. Un esigenza che diventa quasi incontrollabile e solo la scarica di questa energia può impedire di impazzire.

I sensi si acuiscono e ogni piccola emozione è amplificata al massimo. La percezione del  corpo è ovattata e i confini dello stesso si espandono. Ma ecco che la visione si fa sempre più nitida e il frastuono iniziale si trasforma in quella che potrei definire “un’illuminazione”. Il progetto è chiaro, basta un occhiata alla tela bianca che  si ha di fronte per riconoscere i propri desideri.

Come in uno stato di trance, si muove il pennello sferrando un colpo deciso su quel rettangolo immacolato, violandone la sua purezza, e un altro ancora e ancora e ancora alla ricerca di quella forma perfetta tanto desiderata. Una rapida successione di colpi, quasi volesse penetrare il quadro per scoprirne l’essenza, in modo tale da compiere il viaggio  all’interno di se stessi, alla ricerca della nostra  vera natura. Quando l’opera d’arte di un diverso è compiuta avviene la compensazione.

All’improvviso la carica si affievolisce lasciando spazio alla quiete, alla tranquillità, donando uno stato di piacere misto a soddisfazione e fierezza, quasi una condizione di estasi mentale. Anche solo guardando l’opera, ci sarà  possibile rievocare quello stato di piacere, e non importa se è passato diverso tempo.

La quiete però non dura a lungo. A poco a poco, il ricordo di quei momenti svanisce e il bisogno di sperimentare di nuovo quelle emozioni, e l’esigenza di ricerca interiore, riaffiora inesorabilmente.

Dal milio verde dei bracci della morte, dalle sezioni zeppe di ergastolani che dovranno morire in carcere, dai lettini di contenzione dei manicomi giudiziari arrivano le opere artistiche più belle. Il passaggio di messa in opera dell’artista non è poi cosi diverso dall’atto del crimine che avrebbe  commesso.

Il vedere ciò che fa male all’uomo spesso ci gratifica, ma rispetto all’animale colui che si gratifica si vanta della sua umanità giacché questo soltanto egli vuole e lo vuole però in vano. È un principio biologico che l’individuo sparisca quando le sue imperfezioni gli impediscono di sopportare l’azione naturale dell’ambiente (morte naturale). C’è però differenza tra l’ordine biologico è l’ordine morale. Il primo agisce spontaneamente secondo le regole della natura umana. Mentre nel secondo caso, l’individuo, pur essendo fisicamente idoneo alla vita sociale, viene soppresso per opera ed in forza di una legge dell’uomo, cioè artificialmente.

Cosi non va bene. La legge non può fare in modo che l’esistenza di un essere umano diventi solo un interrotto “essere stato”, contraddicendo e negando se stessa.

È un miracolo quando l’istante spezza le catene, eccolo presente, eccolo già sparito. Prima arriva un niente, dopo un altro niente e torna e ritorna come un fantasma turbando la quiete del prossimo istante che viene a negare l’essenza di un esistenza. L’essere umano che non ha la forza di dimenticare il passato, che vede ovunque diversi è un uomo che non crede nemmeno a se stesso.

La diversità è un a ricchezza. I diversi, condannati al carcere a vita e quelli condannati alla pena di morte, esprimono il loro vissuto, il loro presente, il loro cambiamento attraverso e solo attraverso l’arte. Giuseppe, Pier Vito, Giacomo, Sergio, Mario, Marco, Paolo, Jacopo, Danilo, e tanti altri raccontano se stessi per mezzo dell’arte. Persone invisibili che devono morire in carcere, i diversi,  voglio diventare visibili attraverso le loro opere e attraverso queste si affacciano al mondo civile solo per dirvi che sono ancora vivi e ve lo dicono con l’arte.

Questo piccolo mondo di diversi invisibili non chiede di essere cancellato dall’umanità con un colpo di spugna. Il diverso che ve lo dice con l’arte manipola le sue idee come se fosse uno scultore che deve modellare il materiale che ha scelto per creare l’opera e poi lo dispone in maniera simbolica per rivedere il suo passato. Non è un percorso facile perché riguarda un cambiamento interiore che l’invisibile manifesta con l’arte. Solitamente tutti questi diversi una volta richiusi in carcere, in attesa della morte, scoprono un improvvisa passione per la pittura, per il disegno o per la letteratura poetica.

Giuseppe, Pier Vito, Marco, non dipingono più esseri umani dotati di arti, in una maniera inconscia e convulsiva al posto delle mani dipingono pennelli quasi a volerci dire che quelle mani non serviranno mai più per fare del male ma sono utilizzate e dedicate all’arte.

Ogni opera d’arte compiuta è un crimine non commesso.

Diciamolo con l’arte. Anche i diversi invisibili condannati al carcere a vita chiedono di interrompere questi omicidi legalizzati, che non danno certo un esempio di legalità, spesso lo dicono con l’arte che l’atrocità  per retribuire altre atrocità con le leggi di uno stato democratico non dovrebbero alimentare il fiero esempio specie quando la morte civile inflitta ad un proprio simile viene data con studioso e coscienzioso volere burocratico.

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Giuseppe Reitano risponde ai commenti

Giueppe Reitano -il pittore “storico” del Blog- risponde ai commenti che sono giunti alle sue ultime opere pubblicate (vai al link… https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/10/30/nuove-opere-e-risposte-ai-vostri-commenti-da-parte-di-pino-reitano/).

Giuseppe Reitano è di quelle persone che hanno una sensibilità e una delicatezza estrema per le cose e, ancor di più, per le persone. E leggendo le sue risposte, lo si comprende.

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A LAURA RUBINI-  Carissima Laura! Eccomi, ti dico grazie per i tuoi complimenti, e per il tempo che hai dedicato per i miei dipinti e per dirmi ciò che pensi. Come ti avevo detto, avevo dipinto la Gioconda per te, l’avevo depositata in magazzino, per dartela a te poi, mandandotela con Nadia, come eravamo rimasti. Ma ti devo dire che, dopo tanto tempo, non si trova più. Ti spiegherò meglio  quando risponderò alla tua lettera che sicuramente riceverò. Lo stile sai che è un mio stile, anche se assomigliante ai vari impressionisti. Spero che ti sei riposata e che sei meo stanca! Che cosa vuoi.. adesso devi portare il peso della gravidanza, ed è normale che il tuo stato fisico e psichico un pò ne risenta. Spero che potrai prenderti dei giorni di riposo, quando ti senti stanca. Comunque sono felice di sentire che tutto procede bene, aspetto la tua lettera per sapere il nome che avete scelto per il bambino. Per quanto riguarda il segno identificativo, ti devo dire che l’ho trovato grazie a te. Se non facevo i disegni per la tua fiaba, non facevo questo segno che adesso metto ai miei dipinti. Quindi, è grazia  te. Con infinita stima e grande amicizia anche io ti invio un grande abbraccio, con la speranza che possa presto rivederti insieme al tuo bambino e alla tua famiglia. Con affetto. Pino Reitano.

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A SABINA-  ciao mia cara Sabina, credo che ci fa sempre bene -non conta l’età- vedere o rivedere dei cartoni che ci riportano ai tempi in cui li potevamo vedere. Certo oggi ci sono tanti impegni, ma credo che possiamo sempre dedicarci uno spazio di tempo per noi stessi e ritornare a ciò che eravamo quando potevamo vedere i cartoni animati. Hai detto bene, gli ultimi dipinti fanno parte di quei momenti nei quali vorresti essere in un sogno, dove la materia si trasforma, e puoi essere ciò che sogni di essere. In altri pianetei, dove non c’è tempo, e tu puoi essere ciò che desideri di esere, dove puoi vedere l’anima trasformarsi in nuvola, e tu che sei incatenato in un fiore, e sei schiacciato al muro della paura che quest’anima può avvolgerti e non lasciarti più neanche la libertà di fumare e pensare ad un amore che non puoi raggiungere. Sì, hai detto bene, erano i miei sogni di quei momenti… Grazie per le parole che mi hai scritto. Anche io ti abbraccio tanto. A presto, spero.

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A PAMELA-  “non ci sarà lealtà se non lealtà al Partito.// Non ci sarà amore, se non amore per il Grande Fratello.// Non ci sarà riso, se non il riso del triofo sopra un nemico sconfitto… // Se volete un quadro dell’umanità futura,// immaginate uno stivale che schiaccia il volto di un uomo – per sempre.”

Ciao nuova amica, grazie per avermi scritto il tuo pensiero sui miei dipinti. Grazie per questo tuo pensiero gentile. Certo, mi fai sorridere dicendomi che i miei dipinti sono degni del Grande e Infinito Maestro che fu De Chirico. Io sono solo uno che sporca le tele per passione e, per non vivere nell’ozio senza lasciare un ricordo di se. Spero di poterci riuscire, se non significa che ho buttato la mia vita per niente. Cara Pamela, come puoi vedere, ho iniziato a risponderti con delle frasi proprio di George Orwell. Non conocevo queste parole. Le ho cercate per capire chi era quella persona da te nominata.

Ti devo dire che hai saputo leggere alla perfezione i miei dipinti, anche perchè i dipinti sono stati d’animo, non solo di chi li dipinge, ma anche di chi li guarda, e se li guardi di nuovo con uno stato d’animo diverso vedrai che li troverai diversi. Anche io credo come te che l’amore è sempre bello, non conta se hai sofferto, conta solo l’amore che hai dato e che hai ricevuto. E poi l’amore è anche sognare, ed è la cosa più bella che l’essere umano abbia potuto avere dal Creatore. Sono contento che mi hai rubato l’immagine. Stai tranquila che non lo dirò a troppa gente. Non tradirei mai una donna, e in più una vicina di casa! Considerata la distanza del mio luogo di nascita e il tuo luogo di residenza. Ti posso dire che hai letto alla perfezione anche il dipinto della casa, dove ti domandi cosa sia la nube bianca. E’ proprio l’anima punitiva di quel dio dell’antichità che ti ha punito per un amore proibito, e ti ha inchiodato in quell’angolo per l’eternità, imprigionato in un corpo di pianta. E’ orribile vivere in una condizione simile, ma io ci vivo da trenta anni, e quella nube è lì che non mi lascia uno spiraglio di libertà. Infine, cosa dirti se non grazie infinite per questo tempo che mi hai dedicato. Anche questo è amore gratuito. Per questo io posso dirti solo e ancora Grazie. Anche io con stima e affetto ti stringerei la mano, ma non è detto che non lo potrei fare un giorno. Per adeso lo faccio come lo hai fatto tu, virtualmente. Con stima, Pino Reitano.

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AD ALESSANDRA LUCINI-  ciao Alessandra, grazie per il tempo che mi hai dedicato, e per quello che mi hai scritto per i miei dipinti. Ti incuriosisce il cuore con le tre frecce? Mi dici perchè tre frecce? Ho pensato di realizzare la vita attraveso un cuore. Quindi, la nasciata, la vita e la morte, segnate con le frecce. Io, quando sono nato, non volevo nascere e mio padre doveva andare tutti i giorni per 18 giorni -con un calesse preso in affitto- a portare a casa mia la levatrice. Quindi doveva fare tutti i giorni quattro chilometri, considerato il fatto che a quei tempi si partoriva a casa e non come oggi in ospedale. Quindi sono stato una freccia trapiantata nel cuore di mio padre, dei miei genitori. Sono stato adulto, e cosa sono ora? Una freccia ancora più dolorosa, perchè da oltre trenta anni non sono più ibero. E quindi i miei genitori non possono vedermi a casa! Moriranno ed io non potrò mai essere accanto a loro, e non sono altro che un’altra freccia. Quindi quel cuore con le tre frecce non è altro che la mia vita, ciò che io ho procurato ai miei genitori con la mia nascita e la mia vita. Gli altri dipinti!! Potrai capire il significato se leggi le risposte che ho dato alle altre care amiche che mi hanno lasciato un commento. Con stima e affetto, Pino Reitano.

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A LA GAZZA LADRA-  ciao cara Gazza e poi ladra, sono felice di leggere i tuoi nuovi commenti sui miei dipinti, e spero tanto di poter riuscire a fare una mostra per invitarti e farti vedere i miei dipinti dal vero. Spero con tutto il cuore di sapere che hai realizzato ciò che stai desiderando, che finisci il corso che stai facendo, che trovi anche il lavoro, anche se io credo e penso che non dobbiamo cercare un lavoro, ma che dobbiamo crearcelo da noi stessi, essere noi stessi padroni del nostro lavoro. Anche se penso che non tutti possano realizzare i pripri sogni. Spero anche che puoi realizare il sogno di mettere sul sito i tuoi disegni. Credo che quando sarai pronta non troverai ostacoli, sia Alfredo che Nadia saranno contenti di darti la possibilità di mettere i tuoi disegni o altri dipinti sul sito, così potrai leggere anche tu i commenti. Grazie infinite per il tempo che mi hai donato, con stima e affetto ti abbraccio. Pino Reitano.

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A PINA-  eccomi qui, mia cara amica. E’ veo ciò che mi dici. Non usano più, chi può farlo, le lettere come una volta, che arrivano con il positivo e ti danno tanta gioia. Oggi con la teleinformatica anche i postini sono diminuiti. Forse sono rimasti solo per il necessario e non passano più neanche tutti i giorni. Anche qui  dentro al carcere, adesso il sabato non c’è più la posta, dato e considerato che siamo solo noi detenuti che usiamo il postino come una volta. Ma come puoi vedere anche noi detenuti per potere comunicare abbiamo bisogno di questi mezzi elettronici. Se non fosse così, come potevo comunicare con te? Credo che né io né tu avremmo saputo di esistere, nè io né tu avremmo saputo di essere amanti della pittura. Quindi, grazie a questi mezzi ci possiamo dire “ciao!”. Non sono le lettere di una volta! Ma sono lo stesso un qualcosa che ci fa sentire in comunicazione. Comunicare con qualcuno è sempre un donarsi gratuitamente, ci fa sentire ancora utili, ci dà la sensazione di vivere per gli altri, anche se non conosci il colore dei loro occhi. Certo sono d’accordo con te. Noi che dipingiamo, cerchiamo sempre di catturare un qualcosa per poi dipingerlo, trasformarlo in qualcosa che riempie i nostri sensi, anche se delle volte dobbiamo affidarci alla nostra fantasia per creare dei colori che solo noi possiamo creare.

Ti posso dire che anche qui piove, e c’è un’umidità che non si può spiegare a parole. Gli indumenti non asciugano mai, non ci sono caloriferi, o meglio, non li  mettono in funzione per risparmiare. I muri grondano acqua, e per riscaldarti devi stare con il fronello accesso. Quindi ti viene difficile anche dipingere. Sono d’accordo con te, i nostri sono piccoli capolavori. Noi dipingiamo per immergerci nei colori, e per essere un tutt’uno con i nostri dipinti. Per questo i nostri dipinti sono ciò che noi siamo. E, come dici tu stessa, anche se è una mollica.. si trasforma in un pranzo. Certo, non ho mai fatto un dipinto con le dita come stai facendo tu, ma credo che siano ancora più belli. Sono d’accordo te. Solo chi conosce la pittura come la conosci anche tu, sa quanto sia importante avere un buon pennello, e anche tenerlo in ottimo stato, pulirlo ogni volta che smetti di dipingere. Solo così potrai fare dei buoni dipinti, degli ottimi dipinti.

Certo, voi tutti siete per me tutto ciò che voi stessi desiderate di essere. Senza di voi anche i miei dipinti perderebbero. Non li dipingerei con l’amore che voi mi inondate attraverso i vostri commenti. Per questo punto su di voi, ed è bello ciò che tu m i dici.

Certo è difficile essere soli in casa, e non trovare la forza di prendere il pennello in mano per dipingere tutto ciò che ti passa per la testa. Io non potrò dirti come fare, ma spero e sogno, anche se è un’utopia, di potere uscire e incontrarti per dipingere un dipinto insieme a te. Anche su questo sono d’accordo con te, ognuno di noi deve affrontare le situazioni della vita come si presentano. Quando crediamo di sapere tutto, ci troviamo di fronte dei problemi che non sappiamo come affrontare. Per questo dobbiamo avere la forza di ricominciare sempre dalla prima volta. Ed essere sempre contenti di ciò che siamo stati. Anche se mi manca il reale, attraverso di voi vivo. Per questo sorrido ancora, e vi dico grazie con il cuore per quello che tutti voi mi date. Cosa dirti ancora amica mia? Che anche io vivo se anche tu saprai vivere. Attraverso i vostri commenti io trovo la forza di dipingere anche per voi. Con stima e affetto ti abbraccio, tuo amico Pino Reitano.

——

Alfredo, ti invio anche una poesia che mi hanno dedicato per il mio compleanno.

IERI, OGGI E DOMANI

Di ciò che eri non sei nemmeno l’ombra

lo potrei affermare con squilli di tromba,

eppure nessuno ti crede davvero

nonostante il tuo volto solare e sincero.

Sono anni ormai che ti trovi ristretto,

e per quanto fuori sia un mondo imperfetto

vorresti farne parte per diletto,

benchè la famiglia ti aspetta da tempo

e sopporta e sospira senza un lamento.

Per non impazzire ti sei dato alla pittura

e le mostre successive ne sono la prova

che l’estro creativo è servito come cura.

Vi è poi la fede, vero grande sostegno,

che ti reca per mano e ti porta nel regno

dei giusti e degli onesti, perchè ne sei degno.

Non vi è libertà se non quella interiore

e tu l’hai raggiunta nel modo migliore,

perché è con Dio il rapporto costante

e nulla più conta del mondo restante.

Il tempo è passato e pure l’affanno

e poiché il domani sarà privo di danno

oggi ti auguro Buon Compleanno.

Giambattista Scarfone

Opere di Pierdonato Zito

In questi  mesi abbiamo pubblicato un’intera serie di foto rappresentante gli acquerelli recentemente creati dal nostro Pierdonato Zio, detenuto a Voghera (vai ai link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/09/10/7114/, e poi   https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/31/6991/ ,  https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/07/29/larte-di-pierdonato-zito/ , ..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/04/larte-di-pierdonato-zito-altre-opere/).

La seconda immagine che vedrete è preceduta  da un commento. Si tratta di un’opera dall’altissimo valore simbolico.  Emblematica, come leggerete, delle peregrinazioni che l’ergastolano, e ogni uomo sottoposto a condizioni di vita estreme, deve fare. Che poi è lo stesso Pierdonato che si raffigura in quell’opera. Pierdonato dovette lottare anni e anni per riabbracciaree la moglie, detenuta nel carcere di Rebibbia. E dopo dovette lottare ancora contro la burocrazia che gli rendeva difficile il colloquio per “mancanza di fondi”. Bisogna riconoscere che era una obiezione con dei fondamenti. Infatti i fondi devono essere dirottati in consulenze milionarie, commissioni fasulle, bilanci gonfiati, portaborse, finti giornali, trastole di ogni genere sul bottino del finanziamento pubblico alle attività politiche e parapolitiche, superbonuns e intregazioni “deluxe” ai vitalizi “doc”, magnacci, ruffiani e troie di regime. Più una sequela infinita di opere inutili e di trippa per gatti e per polli. Quindi hanno ragione. E’ vero. Non ci sono fondi.. per altro.

Pierdonato è una di quelle persone che riflette a lungo, che so cogliere il silenzio, e che vive l’arte e la letteratura come percorso, anche di autonoscenza e di antidoto all’oblio della memoria.

E’ una persona che potrebbe dire qualcosa lì fuori, se venisse concessa anche a lui, dopo tanti anni, un nuova chance esistenziale. Ma intanto il suo è un tempo non perso. Un tempo combattuto fino all’ultimo, succhiato, tra libri, pittura, riflessioni, sentimenti.

Vi lascio a queste due sue bellissime opere.

Questo dipinto è stato premiato il 16 giugno 2011 alla mostra pittorica c/o l’Auser di Voghera. Il 20.07.2011 mi hanno portato l’attestato di merito, la rassegna stampa sulla mostra e una medaglietta per l’opera premiata. Questo dipinto l’ho fatto nel periodo che combattevo per effettuare il colloquio con mia moglie e che mi dicevano che non avevano fondi!! Ho rappresentato il percorso di vita di tutti noi. Poi, un paesaggio desolato. Non c’è un filo d’erba, un paesaggio surreale dove non c’è ombra di vita. Poi la figura dell’omino solo con la sua ombra. E’ l’ergastolano che è nei pressi di un abisso, di fronte le montagne che simboleggiano le difficoltà che deve superare per sopravvivere, e il suo essere solo in un ambiente immenso. Gli alberi sono alle sue spalle, un tempo rigogliosi e pieni di vita. Oggi resta una solo fogliolina verde, è la vita che non vuole morire, è la speranza che resta ancorata alla vita. Ho impiegato tre giorni per dipingere i giochi di luce nel tronco.

L’arte di Pierdonato Zito.. altri dipinti

Con questo post finisco di pubblicare le foto che settimane fa mi erano giunte da Pierdonato Zito; foto raffiguanti suoi recentissimi dipinti. Tutti caratterizzate dall’utilizzo da parte di Pierdonato della tecnica ad olio, tenica alla quale si è approcciato per la prima volta (per le altre foto vai ai link vai ai  link..   https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/31/6991/ e poi..    https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/07/29/larte-di-pierdonato-zito/ e poi ..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/04/larte-di-pierdonato-zito-altre-opere/9. La seconda immagine è preeduta  da un commento.

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ROSE (olio su cartone)

UCCELLI (olio su tela)

Per quattro mesi di seguito non ho visto una giornata di sole. Solo nebbia. Chi abita da queste parti è abituato. Chi, come noi, è nato e cresciuto al sole del Sud ne soffre maledettamente. E così, in quei quattro mesi di nebbia ho desiderato tanto il sole ch l’ho dipinto con tutto quel giallo estivo dei campi di grano.

GIARDINI DI MONET SU IRIS (olio su tela)

Un nuovo amico ci scrive.. Piero Pavone

“Passo delle ore a dipingere, ciò mi fa evadere, e dimentico letteralmente di essere in carcere. I traguardi raggiunti e la scuola e la pittura mi rendono un uomo migliore. Solo il corpo è imprigionato dietro le sbarre, ma i miei pensieri, il mio spirito è libero” (Piero Pavone)

Sì Piero, perchè il valore lo portate dentro, e sa suonare bello forte quel valore, sa suonare, sa cercarsi e sa non farci stancare dal buttare le ore e i gioni e sputare sangue sudore per conquistare qualcosa.. qualcosa.. che finalmente ci appartenga.

Piero Pavone, nato a Reggio Calabria, detenuto a Spoleto. E’ la prima volta che ci scrive. Il Blog cresce.  Piero è amico di Giuseppe Barreca, e, come Giuseppe Barreca.. non si è arreso all’impotenza, ha fatto del proprio tempo una occasione di raccolto, e ha focalizzato le sue spinte interiori.. dedicandosi apassionatamente allo studio, alla lettura e alla pittura.

Piero diche che “il percorso detentivo non è stato del tutto negativo…”. E ha ragione. A volte accade, infatti, che la condizione disumanizzante e ostacolante del carcere, spinga alcuni, per resistere, a radunare tutte le proprie forze interiori, e a focalizzare le propri energie psichiche, che altrimenti galleggerebbero sospesi e si dissolverebbero in mille rivoli. E Piero ha focalizzato le proprie forze sullo studio e la lettura appunto. E da oltre quattro anni anche sull’arte, quella del dipingere.

Uno dei sogni di Piero era avere il diploma. Il sistema del carcere (oggettivamente.. soggettivamente.. adesso non è un problema..) ha ostacolato questo in ogni modo. Ma, adesso, finalmente, a Spoleto si è potuto iscrivere all’Istituto d’Arte, e, se non vi saranno altri ostacoli, potrà prendersi il diploma e anche iscriversi all’università.

Piero è passato attraverso il dolore, attraverso la solitudine e la disperazione.

Ma adesso è di coloro che si sono messi in piedi. E la cui vita diventa ispirazione anche per altri.

Vi lascio alla sua prima lettera..

P.S.: alla lettera erano accomagnate alcune foto di Piero Pavone, che pubblicherò con un altro post.

 

 

Mi chiamo Piero Pavone, sono di Reggio Calabria e mi trovo detenuto nel carcere di Spoleto, dove sconto l’ergastolo.

Sin da bambino ho sognato una vita dignitosa, che desse stabilità economica alla mia famiglia in modo che non ci fossero discussioni per il pagamento di qualunque cosa. Queste diatribe a casa mia erano una costante e son cresciuto con il pallino di poter, un giorno, risolvere i problemi facendo stare bene i miei e me stesso. Da adolescente ho iniziato ad ammirare persone che facevano la “bella vita”, girando con grosse auto, vestendo capi firmati. Entusiasmato da ciò, ho iniziato ad emularli, avvicinandomi a quell’assurdo mondo costruito da illusioni. Mio malgrado, ad un certo punto della vita, sono stato coinvolto in una situazione molto più grande di me.

Nel marzo del 1995 vengo arrestato a Milano,e da allora sono ospite delle patrie galere. Ho girato circa dieci penitenziari e la vita carceraria non è stata sempre facilissima, perchè un periodo della carcerazione l’ho trascorso sottoposto al 41 bis, il c.d. carcere duro. Ci sono stati momenti molto difficili, che ho dovuto superare da solo. In silenzio. Mi ha assistito la fede in Dio, che mi ha conentito di superare ostacoli apparentemente insormontabili. Dio non risolve i problemi, ma aiuta a superarli. Avendo tanta fede e voglia di farcela, ed essendo innamorato della vita, mi sono dato tantissima forza, e finora i problemi li ho superati. La cosa che mi ha segnato di più è stata la separazione con la mia ex. E’ stata durissima, in quanto ne ero innamorato. Ho sempre sostenuto: “nessun uomo può amare la propria donna più di quanto io ami la mia”. Avevo questa presunzione, ed era proprio vero, perchè le sofferenze sono state davvero fure, in quanto rapportate all’amore che provavo per lei. Ho avuto una grande voglia di morire, ma non avendo la forza di passare a miglior vita, mi attribuivo l’appellativo di vigliacco, perchè non avevo il coraggio né di vivere, né di morire. Le sofferenze sono state spropositate, in quanto ero consapevole, vista la condanna, che prima o poi sarebbe finita. Infatti alla mia compagna dicevo spesso che quando si sarebbe stancata di questa vita, non avrebbe dovuto fare altro che dirmelo, e sicuramente  avrei capito e compreso. Tuttavia l’aspetto positivo di questa storia è che siamo rimasti in buoni rapporti.

Il percorso detentivo non è stato del tutto negativo, anzi… Le sofferenze, le delusioni mi hanno fatto capire molte cose. Nel corso di questi anni mi sono posto diverse domande, alcune mi tormentavano. Mi chiedevo: “ne è valsa la pena? E’ stato giusto?”… La risposta… scontatissima! Un secco NO! Le delusioni dei pseudo amici hanno fatto il resto, cioè mi hanno fatto capire gli errori commessi e, facendo introspezione, sono arrivato alla redenzione. Il percorso interiore non è stato né semplice né facile, ma con determinazione sono arrivato allo scopo, all’essere un’altra persona, a ritrovarmi, ad essere me stesso, ad essere quello che avei sempre voluto essere.

Nel corso degli anni ho cercato di attuare ciò che  latini profferivano, ovver: MENSA SANA IN CORPORE SANO. Mi sono, da sempre, prodigato a istruirmi, dedicandomi alla lettura e a tutto ciò che potesse arricchire il mio bagaglio culturale. Sapevo che la cultura apre gli orizzonti e fa vedere le cose in un’altra ottica. Ho iniziato a leggere libri, ne ho letti molti. Prediligo romanzi d’amore, sono un eterno e inguaribile romantico, sono attratto dai grandi romanzieri che dal niente inventano storie magniiche e avventurose. Ho letto pure qualche classico. Mi piacciono tanto gli aforismi che, per me, sono stati e sono lezioni di vita. Ho sempre avuto come obiettivo quello di conseguire un diploma, per poi proseguire gli studi accademici. Non ne ho mai avuto la possibilità per via dei circuiti detentivi e per il fatto che nelle carceri dove ero “ospite”, non vi erano corsi scolastici di scuola secondaria superiore. L’occasione si è presentata al mio arrivo a Spoleto (ottobre scorso). Frequento l’Istituto d’Arte, sono stato ammesso al secondo anno con voti soddisfacenti, ho ottenuto la media dell’ 8.08, dunque il mio sogno  sta concretizzandosi. Da oltre quattro anni, infine, mi sono dedicato alla pittura (… in allegato le foto di alcune mie opere.. olio su tela). Passo delle ore a dipingere, ciò mi fa evadere, e dimentico letteralmente di essere in carcere. I traguardi raggiunti e la scuola e la pittura mi rendono un uomo migliore. Solo il corpo è imprigionato dietro le sbarre, ma i miei pensieri, il mio spirito è libero, vivo la detenzione in assoluta e parsimoniosa serenità.

Vivo per le persoone che mi sono state accanto in questo lungo tempo, senza mai stancarsi; con straordinaria forza e caparbietà. E che oggi sono la colonna sonora delle mie giornate. Che Iddio dia loro salute e serenità. L’idea di un loro malore mi farebbe stare male… forse, se avessi seguito i loro consigli, non sarei qui a raccontarmi… ma questa è la vita!!!

Piero Pavone

Spoleto, 11 agosto 2011

Un pasticcere a Catanzaro- ricette di Fabio Valenti

Da Catanzaro un “pasticcere di mondo”, come si dice da queste parti… 🙂

Fabio Valenti che ha trovato la sua forma di passione, la sua arte. Cioè la cucina (e magari sapra fare o farà mille altre cose.. ma è tramite la cucina che noi lo conoscimo).. con “specializzazione” in pasticceria.

Nel post di oggi inseriremo alcune ricette di creme(altre creme le troverete a questo link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/07/19/un-pasticciere-a-catanzaro-ricette-di-fabio-valenti-6/).

Fabio ci si butta con passione in queste cose. Lo senti da come scrive. Lo senti da come vorrebbe che tutti imparassero a fare dolci. E che tutti assaggiassero i suoi dolci.

E non sarebbe bello se oltre a condividere le sue ricette con il “mondo esterno”, Fabio potesse condividere anche i suoi dolci? Non sarebbe bello potere comprare dolci creati all’interno del carcere.. e con questo stimolare la creatività dei detenuti, aumentare l’autostima, e avere la soddisfazione.. perchè no?.. la mente umana è fatta anche di questo.. la soddisfazione di avere.. un “dolce diverso”. A volte la “diversità” può essere sfruttata per farne una risorsa, invece di farne sempre uno stigma.

E poi.. e poi.. le persone li comprerebbero sicuramente perchè sono buoni. E un carcere che dia queste opportunità di crescita e che innova nel rapporto con l’esterno, sarebbe una carcere che non ripete sempre l’eterno spartito.

E ora.. subito in cucina a cimentarvi!.. Avanti marsh!….:-)

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CREMA FRANGIPANE

Ingredienti:

130 g. di zucchero,

125 g. di farina,

1/2  (quando metto la sbarra è da intendere come frazione.. quindi.. “mezza”..) bustina di vanillina,

2 uove intere e 4 tuorli,

7,4 dl di latte,

50 g. di burro a dadini,

50 g. di mandorle spellate e ridotte in polvere,

Procedimento:

In una casserula mettete lo zucchero, la farina, la vanillina e mescolate con un cucchiiaio di legno. Aggiungete le 2 uova intere e i 4 tuorli e iniziate a sbattere a lungo sino a ottenere un composto liscio e omogeneo.

Versate a filo il latte, mescolate (evitate di formare grumi). Trasferite sul fuoco e, mescolando, portate a bollore. Cuocete la crema per 2-3 minuti, levate dal fuoco e unite il burro a dadini, mescolando fnché si sarà sciolto. Aggiungete le mandorle macinate e ridotte in polvere e mescolate e incorporatele per bene alla crema.

Lasciate raffreddare la crema, mescolandola di tanto in tanto. Servitela come dolce al cucchiaio dentro alle apposite coppe. Guarnite con qualche amaretto e con qualche cucchiaio di salsa al caramello.

Consumare 1-2 giorni dalla preparazione.

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CREMA INGLESE

Ingredienti:

4 tuorli,

80 g. di zucchero,

4 dl di latte,

1 boccello di vaniglia (oppure essenza di vaniglia 4-5 gocce),

Procedimento:

In una ciotola mettete i tuorli e lo zucchero e li montate con una frusta, finché non avrete un composto soffice e chiaro.

Scaldate il latte e, filtrandolo attraverso un colino, lo versate a filo dentro il composto di uova e zucchero, e lo lasciate in infusione con un boccello di vaniglia per 10 minuti, mescolando continuamente.

Trasferite il tutto in una casseruolina e cuocete a fuoco molto basso, mescolando finchè la salsa  velerà il cucchiaio (la cottura ideale è di 85°; evitate che la crema bollisca, perchè impazzisce).

Togliete la crema dal fuoco, immergete il recipiente con la crema in una ciotola piena di acqua e ghiaccio, e fatela raffreddare.

P.S.: servite questa crema insieme a dolci al cioccolato, plum-cae. Ottima abbinata con la torta Vittoria. E’ una crema simile alla pasticcera, infatti si prepara allo stesso modo, tranne l’aggiunta della farina. Consumare entro un giorno dalla preparazione.

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CREMA DIPLOMATICA

Ingredienti:

2 tuorli,

50 g. di zucchero,

1 cucchiaio di farina (25 g. circa),

2,5 dl di latte,

1 fialetta di essenza alla vaniglia Paneangeli,

400 g. di panna montata,

1 bicchierino di Rhum o altro liquore a piacere.

Procedimento:

Montate i tuorli con lo zucchero, lavorandoli a lungo con una frusta a mano. Versate un cucchiaio di farina setacciata e diluite l’impasto, aggiungendo, senza smettere di mescolare, il latte freddo a filo. Unite l’essenza alla vaniglia, ponete la crema sul fuoco basso, portatela a ebollizione, mescolando, e cuocetela per 2-3 minuti.

Toglietela dal fuoco, fatela raffreddare in una terrina e quando sarà completamente fredda incorporatevi delicatamente la panna montata.

Aromatizzate con il Rhum, mescolando piano, e usate la crema per farcire torte, bignè e piccola pasticceria.

Consumare entro 1-2 giorni dalla preparazione (conservare in frigorifero).

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CREMA AL CAFFE’

Ingredienti:

500 ml  latte,

150 g. di zucchero,

1 cucchiaio di caffè solubile,

6 tuorli.

Procedimento:

Portate ad ebollizione il latte con 50 g. di zucchero. Aggiungere il caffè. Togliete dal fuoco, coprite, e lasciate riposare per 25 minuti.

Sbattete i 6 tuorli con 100 g. di zucchero. Aggiungete qualche cucchiaio di latte e poi versatelo tutto. Mettete la crema nella casseruola e fate cuocere a fiamma bassa, mescolando continuamente e senza mai portare a ebollizione, fino a quando  la crema formerà un velo sul cucchiaio e avrà raggiunto i 70° C. Lasciate raffreddare.

Conservare in frigo. Consumare entro 1 giorno dalla preparazione.

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CREMA PARADISO

Ingredienti:

300 ml di latte,

180 ml di panna,

120 ml di miele,

6 tuorli,

100 g. di zucchero.

Procedimento:

Portate a ebollizione il latte, la panna e il miele. Sbattete i tuorli con lo zucchero, fino ad ottenere un composto chiaro e cremoso. Aggiungete qualche cucchiaio di latte, poi versatelo tutto. Mettete la crema nella casseruola e fate cuocere a fiamma  bassa, mescolando continuamente e senza mai portare a ebollizione, fino a quando la crema formerà un velo sul cucchiaio e avrà raggiunto i 70°C.

Togliete dal fuoco e lasciate raffreddare. Servite calda o fredda.

Consumare entro 1 giorno. Conservare in frigorifero.

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CREMA AI FRUTTI DELLA PASSIONE

Ingredienti;

10 frutti della passione,

2 cucchiai di succo di limone fresco,

450 g. di zucchero,

3 cucchiai di burro,

4 grosse uova, leggermente sbatute.

Procedimento:

Tagliate a metà i frutti della passione e togliete la polpa con un cucchiaio. Mettete la polpa, il succo di limone, lo zucchero, il burro e le uova a cuocere a bagnomaria. Mescolate fino ad ottenere un composto sufficientemente compatto da formare un velo su un cucchiaio di legno.

Consumare entro 1-2 giorni dalla preparazione.

P.S.: potete abbinare questa buonissima crema sui muffin appena sfornati o su fette di dolce.

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CREMA AL LMONE

Ingredienti:

3 grosse uova,

100 g. di zucchero,

3 cucchiai di scorza di limone grattugiata,

60 ml di succo di limone,

100 g. di burro a pezzetti.

Procedimento:

Mescolate con una frusta le uova, lo zucchero, la scorza e il succo di limone.

Mettete sul fuoco a fiamma bassa. Aggiungete il burro, poco per volta, continuando a mescolare continuamente, per circa 10 minuti. Fate raffreddare in frigorifero.

Consumare entro 5 giorni dalla preparazione. Conservare in frigorifero.

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L’Uomo dell’Est- la rubrica di Gerti Gjenerali

Nell’ambito de L’Uomo dell’Est.. la rubrica del detenuto, di origini albanesi (e “collocato” nel carcere di Spoleto) Gerti Gjenerali, pubblico oggi la quarta e ultima parte di un “materiale” che ho cominciato a pubblicare negli ultimi tre appuntamenti della rubrica di Gerti  (vai ai link..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/07/28/luomo-dellest-la-rubrica-di-gerti-gjenerali-9/,  https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/03/luomo-dellest-la-rubrica-di-gerti-gjenerali-7/ e https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/13/luomo-dellest-la-rubrica-di-gerti-gjenerali-8/). Si tratta di rispsote, scritte da Gerti, nell’ambito del questionario che Giovanni Spada, anch’esso detenuto a Spoleto, ha sottoposto a vari detenuti, con almento 12 anni di “esperienza” di detenzione continuativa, al fine di raccogliere materiale per la preparazione della sua tesi di laurea dal   “La camera oscura come laboratorio di cambiamento. Un’indagine sulle opportunità e le risorse di un regime carcerario”.

Nel testo che pubblico oggi, e che conclude questo materiale.. ci sono due fasi.

Una prima fase (la terza) dove vengono riproposte le domande già proposte nel corso del questionario, ma con il cambiamento del contesto temporale.. ovvero in considerazione di ORA.. OGGI.. del PRESENTE.. e delle prospettive futur.

E poi c’è una seconda fase conclusiva dove si fa il punto della situazione e si pongono quattro ultime domande globali, riassuntive e volte a riscontrare anche una possibile “direzione” che il detenuto intravede circa il modo in cui potrebbero andare le cose.

Le risposte di oggi andrebbero lette tutte (e anche le precedenti).

Voglio riportarvi un passaggio ora, tratto dai discorsi che Gerti fa:

“Vivo solo per il mio stupido sogno (avere moglie e figli), solo il pensiero mi fa piegare le ginocchia. Questa è la cosa che non perdono a me stesso, ed è la mia condanna più dura. Non sogno barche in Sardegna piene di belle veline.”

E poco dopo, in connesione con quanto su riportato..

Aspettare con molta pazienza che il mio destino si riveli. Sperare che Dio mi dia la possibilità di incoronare il mio stupido sogno. “

Avere moglie e figli. Dopo una vita di ignoranza, violenza, lunga carcerazione, errori ammessi, passione per lo studio e la cultura… e una, intensa e dura, trasformazione.

Gerti, tu ci devi credere.. finchè avrai respiro.

Gerti potrà essere un marito e un madre migliore anche di tanti mariti e padri che non hanno mai conosciuto alcuna carcerazione. Perchè ha imparato la bestialità dell’odio, la condanna di strade buie… e la forza della pace interiore e dell’amore.

E allora merita, e meritiamo tutti noi.. che lui realizzi il suo “stupido” sogno.

Tienilo stretto.. ogni giorno.. come fanno i mastini.. con quella forza del cuore che nessuno può davvero spezzare.

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TERZA FASE (le stesse domane facendo riferimento ad oggi, evidenziando i cambiamenti rispetto alla conclusione della secona fase, se ce ne sono stati)

1)- Sfera degli affetti e dei sentimenti (le persone che amavi di più e che ti amavano  più, ciò che provavi nei loro confronti, i motivi… )

Le persone che amavo di più in questa fase della mia carcerazione erano le stesse, cioè la famiglia. Ma era un amore più di abitudine, visto che non vivevo co nloro da quasi dieci anni. Stando sempre da solo capii di essere finalmente un uomo libero. La mia dipendenza da loro era svanita. Vivevo in carcere, quindi era inutile pensare che la vita mi appartenesse. Se si vuole amare delle persone bisogna imparare a rincunciare ad esse, allora sì che le ami, anche da lontano. Ma per capire tutto questo dovevo passare le pene dell’inferno, in un carcere straniero, lontano dalla mia cultura e dalla mia gente.

Vorrei dirvi che amavo gli animali o la giustizia, o magari le foreste amazzoniche. Non è così. Sono un’individualista e vivo la maggior parte del tempo solo pensando a me stesso. E soprattutto a come fare per uscire da questa tragedia. In quel periodo vivevo come vivo ora, avevo capito una cosa molto importante, cioè.. di non desiderare una cosa che non puoi avere, altrimenti si è sciocchi. La mia felicità stava nelle mie mani. Nessuno poteva farmi del male più di quanto già me ne avevano fatto. Non facevo entrare nessuno nella mia anima, nessuno, nemmeno i miei familiari. Non è egoismo, no, è solo difesa dalla sofferenza inutile. Si fa quel che si può per sopravvivere, ma capisco molto bene che bisogna viverlo questo schifo di vita per capire che è una guerra senza regole. Altro che amore!

2)- Sfera delle relazioni significative (le persone per te più importanti, che ammiravi, che ti influenzavano di più e i sentimenti che provavi nei loro confronti, i motivi…)

Quando ero giovane sono stato indottrinato e idealizzato dalla nostra cultura. Cioè, noi eravamo il meglio e il capitalismo non era che un pugno di vanitosi nelle mani delle lobby e della banca mondiale. Ero stato programmato, strumentalizzato e, soprattutto, influenzato. Dopo una vita di galera, dopo avere visto le guerre civili e la follia negli occhi di gente che non c’è più, presi consapevolezza  della mia vita, e ho fatto una scelta precisa. Non mi farò mai più condizionare da nessuno, nemmeno se si trattasse della mia libertà. Quindi un NO a parole e concetti a vuoto. La realtà della vita è ben diversa. Mi ci sono voluti tanti anni di sofferenza e l’abbandono totale, per capire che siamo solo frutto  di coloro che hanno fatto la nostra educazione. La parola chiave (la più potente arma che hanno le autorità) è: totale abbandono a noi stessi, allo stato brado. Questo sì che ha avuto successo in me, altro che persone che ammiravo. Come si fa ad amare se vivi in cattività per metà della tua vita. Siamo stati cattivi una volta, quindi di logica lo siamo tutt’ora, altrimenti dove andiamo a finire se i criminali capiscono i loro sbagli.. sarebbe uno schifo.

3)- Sfera degli interessi (ciò di cui ti interessavi con maggiore passione, le persone con cui condividevi questi interessi, i motivi…)

Nell’ultimo periodo della mia carcerazione mi ero messo in testa di imparare a scrivere bene e di andare a scuola. Dunque la mia passione ora aveva un volto, cioè la scuola. A scuola ebbi una bella sorpresa. C’erano tanti compagni di regioni e culture diverse dalla mia. Capii che mi dovevo mettere in discussione con i professori e con tutti quanti. La scuola mi ha fatto capire che la maggior parte di noi si trova qui per ignoranza e per mancanza di sapere. Io credo che prima del mio arresto, ero un ragazzo che viveva una vita inconsapevole. ora è facile cadere in tentazione e quindi fare le cose che un cittadino “normale” solitamente non fa. Quando capisci che la vita è una cosa seria, è da stupidi sprecarla. Si diventa consapevoli. Non fai più del male a nessuno. Ma capisci anche che lo stato non ti dà un’altra possibilità; è così che diventi un vegetale. Ecco a cosa mi è servita la scuola inizialmente; ad aprirmi gli occhi. La cosa che mi incuriosì fu che tanti compagni la pensavano come me. Quindi funzionava. Bisognava dargliene atto; obiettivo raggiunto; in che modo è solo un dettaglio.

4)- Sfera degli apprendimenti (titolo di studio, ciò che avevi imparato o sapevi fare, le persone che ti avevano insegnato quello che sapevi fare e te lo avevano fatto amare, le occasioni, i luoghi, i compagni, gli amici…)

In questa fase ho conseguito il titolo di Maestro d’Arte presso l’Istituto d’Arte del carcere di Spoleto. In questi tre anni ho avuto molte soddisfazioni frequentando la scuola. Ho imparato a confrontarmi con persone che venivano dal mondo di fuori, ma, soprattutto, che non erano del nostro ambiente. Un mondo nuovo mi si è aperto. L’arte, nella sua bellezza, ormai fa parte della mia vita. Ho imparato tante cose. E’ come se fossi ritornato il bambino volenteroso e pieno di curiosità di ormai tanto tempo fa. La mia vecchia passione è ritornata: le mie care poesie. Ho iniziato a scrivere tanto. Discussioni serie con professori, a volte anche dure, ma che mi fanno riflettere, e pensare che in fono non sono  così cattivo, che c’è gentente cattiva ogni giorno, che fa del male in tutta consapevolezza. Ho avuto l’opportunità di mettere in atto le mie capacità artistiche. Tanti miei compagni riscoprono vecchie passioni, come lavori artigianali.. alcuni si riscoprono nel disegnare, e alcuni nello scrivere cose interessanti. La scuola, nella sua semplicità, mi ha aperto nuovi orizzonti. Ora guaro la vita da una nuova prospettiva, e mi piace tanto. Mi rendo conto di vivere in una prigione. Quella fisica ormai non è un problema, dopo tanti anni si diventa robot e non si sente più niente. Vivevo imprigionato anche nella mente. E’ vero che un lettore, ma ero chiuso e i miei pensieri erano solo miei, quindi ero prigioniero del mio egoismo. Oggi non posso non ammettere che qualcosa non è migliorata.

5)- Sfera dei valori, delle cose per te più importanti (le cose in cui credevi di più, da chi le avevi imparate, le situazionei, i motivi legati a queste cose in cui credevi)

I valori sono la parola chiave in questo posto “dimenticato da Dio”. Potrei ire che amo gli animali o la foresta pluviale. Potrei ire che amo la giustizia, ma non quella umana. Vorrei aiutare i poveri del mondo. Potrei dirvi che l’era del petrolio sta rovinando il nostro unico pianeta. Potrei dire che amo la democrazia, specialmente quella esportata con le armi e con la corruzione. Potrei dire che oio i miei comunisti, o magari che sono contro il nucleare… oh quante cose potrei dire. Ma il problema rimane lo stesso. Nessuno fa niente per migliorare. Viviamo in un’epoca dove non c’è più nessuna moralità, dove il sogno di ogni giovane è diventare tronista o velina. Solo apparire ed essere vanitosi. Così tutto il mondo apprezza la tua bellezza esteriore. Vvio in un’epoca dove tutto si  misura con i soldi, o con le amicizie che contano.

E’ vero, io sono figlio del mio popolo, ma tutta la vita adulta l’ho vissuta in Occidente, dove c’è la cosiddtta “democrazia”. Quello che il comunismo mi aveva insegnato poteva essere duro, arretrato, arcaico. Ma c’era un valore in tutto ciò. Avevamo sì molta fame, questo è vero; ma c’era onestà, non c’era criminalità, come ora. La vostra democrazia, così all’improvviso, ha portato solo tragedie, ladri, trafficanti, prostitute, scafisti e chi più ne ha più ne metta. Arrivai qua come un piccolo banito. Finii come dovevano finire coloro che non rispettano la società. Ma dopo tanti anni che vivo qui, vedo che nulla è diverso. Cambiano solo i nomi, ma le azioni sono le stesse. La vostra democrazia di democrazia ha solo il nome; di democratico qui non c’è niente. Banchieri che rubano miliardi, e che lasciano centinaia di famiglie senza i risparmi di una vita. Politici che festeggiano dopo che sentono che c’è un terremoto, contenti in cuor loro per gli appalti che seguiranno. Moralisti duri e puri, che fanno i santi e, dopo li vedi con travestiti ed escort di lusso. Gente che fa leggi contro i criminali, e poi li beccano che fanno uso di droga. Corrotti, demagoghi, intellettuali che fomentano, dalle loro barche in Sardegna, la paura. La paura dello straniero, della crisi, dell’emergenza. Ovvio, è molto facile giudicare gli altri… mi permetto di parlare male magari di gente che va in televsione, convinta di essere persone per bene solo per il fatto di indossare una cravatta.

Il male è in ognuno di noi. L’importante è che uno ne sia consapevole, poi sta ad ogni singolo fare in modo di non farlo uscire fuori. Questo è un valore.. e non il dire “io amo la mia famiglia, e voglio bene al mio cane. E’ un dire cose ovvie. La realtà della vita è che è una tragedia continua, anche quando si è ricchi e potenti. Ciò che per me è un valore assoluto, per un altro che vive in mezzo al mondo di fuori può sembrare sciocco e arcaioco. Quello in cui credevo  è morto nel mio cuore, è uno straniero ora. E’ deceduto per mancanza di nutrizione. Le mie ambizioni sono finite il giorno del mio arresto.

Ora che valori ho? Pochi: vivere in pace con tutti, perdonare fin che posso e soprattutto vivere con la speranza che anche io un giorno sarò un uomo libero. Il resto sono solo stronzate per psicanalisti o psicologi che approfittano delle paure degli altri. Io vivo bene con i miei piccoli e sciocchi valori e soprattutto con la mia solitudine.

6)- Sfera del futuro, delle cose che ti proponevi di fare, delle speranze, di chi, che cosa saresti voluto diventare (indica a che cosa guardavi, le persone a cui avresti voluto somigliare, chi imitavi… con chi condividevi questi sogni, chi pensavi ti avrebbe aiutato a realizzarli, le difficoltà, i motivi che ti spingevano a sperare, le persone che ti sembravano utili per realizzare i tuoi progetti e perchè…)

Nel mio futuro a dire il vero non c’è molto spazio di manovra. Il carcere è un posto dove tengono prigioniero non solo il corpo, ma anche i tuoi sogni. Chi avrei voluto prendere di esempio qui, in un ambiente dove l’ipocrisia regna incontrastata? Con i miei compagni, almeno con quelli che hanno capito che la vita di prima era una vita sbagliata, discutiamo delle problematiche del sistema carcerario, ma finiamo sempre da dove siamo partiti. Rimane tutto dentro di noi e solo tra noi. Vorrei dirvi che mi sono appoggiato al nostro educatore o al Direttore. Ma nella realtà è ben diverso. Nulla di tutto ciò, ognuno per sé, e le maschere pronte per ogni evenienza. D’altronde, il carcere è la discarica di ogni società. Se il mondo di fuori non ha un punto di riferimento , figurarsi nelle patrie galere, dove puoi trovare di tutto, dal mafioso tranquillo che parla educatamente, ai drogati che si tagliano per un pò di metadone, agli stranieri che non sanno neanche parlare in italiano. Sinceramente, essendo un ergastolano, non ho un progetto ben preciso. So molto bene che uscire di qui è molto difficile, se non impossibile. Ma nella sfortuna, sono fortunato, sono straniero, ho la possibilità di andare nel mio Paese, e scontare la condanna nella mia terra natale. Il mio progetto è questo: andare via da qui, e non tornare mai più finchè avrò respiro. A questo punto della mia vita sarei voluto diventare un bravo cittadino, cioè avere un lavoro onesto, pagare le tasse e le multe, avere un bel mutuo a pagare per tutta la vita. Insomma, una vita da consumatore medio. Almeno avrei avuto la pace nella mia anima.

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PER CONCLUDERE

I- In che cosa ti senti cambiato oggi rispetto all’avvio della detenzione?

Io non lo so se sono cambiato. E’ molto difficile che io sia obiettivo sul mio modo di comportarmi. Quello che per me è di fondamentale importanza, per un altro potrebbe essere una sciocchezza. Qui sta il problema principale delle istituzioni, non hanno la capacità di seguire i detenuti, ed aiutare coloro che secondo la legge hanno sbagliato. Gli articoli della Costituzione qui diventano ridicoli. I detenuti di oggi vanno a scuola, si laureano, c’è molta consapevolezza. Vedono lo Stato che ti ha  condannato con una facilità che non ha pari nell’Europa democratica; dopo di che non applicano loro, per primi, la legge, come dovrebbe fare uno Stato forte in diritto. Alcuni di noi pensano: è questo lo Stato che io dovrei rispettare? Così il carcere diventa una specie i università del crimine, dove si esce più animali di prima. Ora è troppo facile sparare a zero contro le autorità; banale oserei dire. Ma tanti detenuti sono cambiati, ma non hanno l’opportunità di dimostrarlo. Diventa tutto un gioco di crudeltà. Nessuno rispetta nessuno. Io non posso giuicare me stesso, ovvio che farei un discorso a mio favore. Chi parla male di se stesso? Quasi nessuno. So solo che ora sono molto più semplice di prima. Lo capisco dalle cose che sogno. Non ho progetti di diventare un uomo famoso o di potere. Sogno cose normali, tipo avere una famiglia tutta mia, e avere dei figli. Basta affrontare la vita con disprezzo! Sono vivo, quindi devo avere rispetto per il mio destino. Semplicità e consapevolezza di essere un sopravvissuto della mia vita senza regole. Poi, la cosa che mi rende orgoglioso è che sono sì in carceere con una condanna all’ergastolo, ma che sono in pace con me stesso. Ecco, ora c’è la pace nel mio cuore e tanto amore da dare alle persone che si metteranno vicino al mio cammino. Non odio più nessuno, e non me ne fotte dei loro giudizi. Sono io cambiato? Chi lo sa? Intanto io sopravvivo con molto arore, poi cosa succederà, non dipende da me. Scuola, attività extra, impegno personale per farti una cultura, buon comportamento, educazione.. sono bellissime parole. Ma credo fermamente che alla fine rimangano sempre le azioni, e noi siamo per tutta la vita dei cattivi, quindi non più recuperabili per il benessere collettivo.

II- Cosa pensi di avere perduto attraverso l’esperienza del carcere?

Cosa ho perduto? Tutto ho perduto. La vita. Per avere cosa poi?!? Ho buttato la mia unica occasione nel cesso. E questo l’ho capito subito, nella fase iniziale. Ho perduto la mia gioventù. Ho perduto l’occasione di stare con la mia famiglia. Ho perduto quasi tutti i miei cari, e non sono potuto andare ai loro funerali. Ho perduto le gioie che la vita avrebbe potuto offrirmi. L’elenco è molto lungo, molto lungo. La cosa che mi brucia l’anima, e che mi uccide ogni giorno, è una sola: la possibilità di avere una moglie e dei figli. Non averla.. ecco che cos’è la mia vera condanna. Il carcere mi ha rubato l’opportunità di diventare padre, e questo per il mio cuore è una tragedia. Sto pagando un caro prezzo, senza appello. Non scappo, sono qui, avrei dovuto morire tantissime volte, sarei dovuto morire sotto le torture nel mio Paese, accoltellato, sparato svariate volte, subìto la cosiddetta “falange” (chi capisce di tortura sa di cosa si tratta), massacrato dalla vita, respinto, umiliato, aggredito solo perchè facevo parte di un certo partito o schieramento. Il mio corpo è un campo di battaglia, le mie cicatrici sono le mie medaglie per il mio comportamento furioso e guerriero, ma dopo tutto.. è quello che il destino mi ha riservato. Vivo solo per il mio stupido sogno (avere moglie e figli), solo il pensiero mi fa piegare le ginocchia. Questa è la cosa che non perdono a me stesso, ed è la mia condanna più dura. Non sogno barche in Sardegna piene di belle veline. Il mio sogno è potente e molto ambizioso. Ma sono ben consapevole che non tutti i sogni si realizzano. L’incubo è sempre in agguato. Ho sempre saputo che l’odio mi ha portato in carcere, e aspetterò che l’amore di un’anima buona mi ridarà la libertà.

III- Chi più ha contato in queste trasformazioni? Chi ti ha aiutato maggiormente? Attraverso quali attività, quali tipi di relazione?

Chi mi ha aiutato con precisione non lo so. Non penso che abbia avuto un aiuto come si intende, di tipo classico, quale un gruppo di educatori, psicologi o altri previsti dall’Ordinamento penitenziario. Un totale abbandono. Trasformarmi? E’ ovvio che ho avuto una trasformazione. Sono pi vecchio e mi stanno veneno i capelli bianchi. Solo un animale feroce non cambia dopo tanti anni, ma anche una bestia, se presa con pazienza, cambia. Potrei dire che sono pronto.. ma per andare dove? A fare cosa? Non ho un fine pena.. quindi a che serve cambiare se poi non hai la possibilità di attuare il tuo cambiamento? Ho poche certezze, tra cui una in particolare: non mi piacciono più le cose di prima. I miei valori sono diversi ora. Semplici e chiari. Non vivo più nell’odio.. forse più nell’angoscia. Sono cambiato? Modificato forse? Chi lo sa? Relazioni? Ho avuto solo una relazione duratura e fedele, che non  mi molla mai. E’ come un piccolo cancro, è la mia ultima spiaggia, cioè.. la mia solituine.

IV- Che giudizio dai, in sintesi, dell’uomo che sei diventato, rispetto a ciò che saresti potuto diventare nel tuo ambiente di vita?

Sono diventato un uomo semplice. Ma tutto questo grazie alle esperienze brutali che ho vissuto. Con le tragedie e la sofferenza si diventa migliori. Non puoi apprezzare il bene, se non conosci in fondo il male che c’è in ognuno di noi. Direi, senza ombra di dubbio, che io nella mia corta vita ho toccato il fondo. Sarei potuto diventare un ufficiale come tutti i miei familiari. Sarei potuto diventare un uomo d’affari.. chi lo sa? Ma sarei anche potuto morire tante volte. Nella ita non si fanno progetti a lungo termine, dalle nostre parti. Ho visto la follia negli occhi di gente che credeva a un certo ideale; la cattiveria primordiale e viscerale. La conosco dunque. Ora, dopo tanti anni di cosiddetta “rieducazione” nel laboratorio di un carcere, dico con molta forza che io sono frutto delle mie esperienze di vita. Sono un uomo migliore perchè mi hanno carcerato? Questo non lo so. Una cosa ho capito. Che la vita è una cosa seria, ed è da sciocchi sprecarla. Ed io ho sempre saputo di essere un uomo molto sciocco.

V- Quali sono oggi le tue speranze e progetti rispetto ad un futuro prossimo?

Aspettare con molta pazienza che il mio destino si riveli. Sperare che Dio mi dia la possibilità di incoronare il mio stupido sogno. E ritornare da dove sono venuto, con le mie illusioni e le mi tragedie. Lascerò a voi il vostro “fasullo” articolo 27 e il vostro modo di applicare la vostra sacra Costituzione. Per concludere, farò quello che ho sempre fatto: lottare per la mia sopravvivenza. Progetti? Come si possono fare dei progetti con un fine pena mai (31/12/9999)?!?

 

UN PASTICCERE A CATANZARO- ricette di Fabio Valenti

Ecco il nostro pasticcere preferito.. Fabio Valenti.. detenuto a Catanzaro.

Altri dolci, altre sue creazioni, altra arte delle mani e della fantasia.

Applicatevi scansafatiche!..:-)

E buon dolce..

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TORTA BRUNELLA (Mille foglie)

600 g. di pasta sfoglia fresca o surgelata e scongelata;

500 ml. di crema pasticcera alla vaniglia;

1 cucchiaio di Kirsh o altro liquore alla frutta;

300 g. di gelatina di ribes rosso;

150 g. di mandorle spellate, tagliate a lamelle e tostate.

PROCEDIMENTO:

– Preriscaldate il forno a 190°C. Foderate 3 placche da forno, oppure tre teglie con la carta forno.

– Stendete la pasta sfoglia su una spianatoia (il tavolo da lavoro) fino a ottenere delle sfoglie molto sottili. Esattamente dovete ricavare dalle sfoglie 3 dischi, da 26 cm di diametro. Bucherellate i dischi con una forchetta. Mettete i dischi nelle teglie foderate e fate cuocere per 20 minuti circa, o fino a quando saranno dorati.

– Fate raffreddare i dischi da sfoglia. Aggiungete il Kirsh alla crema pasticciera. Sistemate un disco di pasta sfoglia su un vassoio e copritelo con metà della crema. Coprite con il secondo disco di pasta sfoglia e completate con il resto della crema e con il terzo disco di pasta.

– Fate scaldare la gelatina di ribes su fiamma bassa, fino a quando si sarà liquefatta. Versatela sulla superficie el terzo disco di pasta e anche lungo i lati. Decorate i lati con lamelle di mandorle leggermente tostate.

P.S.: la torta Brunella è un grande classico. Preparatelo prima di servire, per evitare che la pasta sfoglia si ammorbiisca.

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Torta Deborah (Mille foglie)

INGREDIENTI:

300 g. di pasta sfoglia fresca o surgelata;

PER FARCIRE E DECORARE

2 dl di panna fresca montata;

400 g. di crema pasticcera;

4 cucchiai di confettura di frutti di bosco o fragole;

100 g. di savoiardi sbriciolati;

200 g. di cioccolato fondente;

2 dl di latte;

100 g. di panna montata,

100 g. di nocciole spezzettate grossolanamente.

PROCEDIMENTO:

Dividete la pasta sfoglia in tre parti uguali e tirate ognuna con un matterello in una sfoglia sottile, ricavandone un disco di 24 cm di diametro. Sistemate i tre dischi di pasta sfoglia sulla placca rivestita i carta a forno, bucherellateli con le punte di una forchetta e fateli cuocere nel forno già calo a 180° C. per 20 minuti. Quindi lasciateli  raffreddare. Montate la panna e unitela alla crema pasticcera, mescolando dall’alto verso il basso.

– Deponete su un piatto il primo disco di pasta sfoglia, ricopritelo con la confettura di frutti di bosco, sovrapponetelo con il secondo disco, spalmatelo con parte della crema e chiudete con l’ultimo disco di sfoglia. Premete leggermente, rivestite il bordo del dolce con i savoiardi sbriciolati (tenete la torta sul palmo di una mano e con l’altra prendete una manciata di savoiardi e li poggiate al bordo della torta, continuate così fino a rivestire tutto il bordo).

– Fate fondere a fuoco basso i 200 g. di cioccolato nei 2 dl di latte e lasciate raffreddare la crema ottenuta in una ciotola. Quindi trasferitela in una tasca da pasticcere con bocchetta liscia e decorate la superficie della sfoglia con tante righe ondulate. Mettete la panna montata in una tasca pulita con bocchetta a stella e completate la decorazione con ciuffetti di panna lungo tutto il bordo della torta. Guarnite con le nocciole spezzettate.

IL dolce “Ricordo” (torta di Ananas)

INGREDIENTI:

6 fette di ananas fresco o sciroppato in scatola;

150 g. di farina;

3 uova separate;

3 cucchiaini di lievito in polvere;

70 g. di burro;

150 g. di zucchero;

6 ciliegine sciroppate o condite;

1,2 dl di succo di ananas.

PROCEDIMENTO:

– Separate i tuorli dagli albumi e montate questi ultimi a neve ben ferma. Sbattete i tuorli in una ciotola con 100 g. di zucchero finchè risulteranno chiari e gonfi. Incorporate la farina e il lievito setacciato con 50 g. di burro fuso e il succo di ananas (oppure lo sciroppo dello stesso ananas o sciroppato) in modo da ottenere un composto liscio e cremoso. Ora incorporate gli albumi montati a neve.

– Prendete uno stampo-teglia da 24 di diametro. Mettete nel fondo i 50 g. di zucchero rimasto con i 20 g. di butto e fateli caramellare (se userete l’ananas fresco allora dovete togliere la parte dura centrale).

– Sistemate le rondelle i ananas sul caramello e coprite tutto il fondo dello stampo e mettete una ciliegina nel foro di ogni fetta di ananas. Coprite con l’impasto, livellate la superficie.

– Mettete la torta nel forno precedentemente riscaldato a 180° C., e fatela cuocere 25-30 minuti. A cottura ultimata, togliete la torta dal forno, capovolgetela su un piatto da portata e servitela tiepida o fredda.

P.S.: per sfornare bene la torta passate la lama di un coltello lungo il bordo dello stampo, posatevi sopra un piatto, capovolgete il tutto e aspettate cinque minuti prima di sollevare lo stampo.

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Torta Nadia (di cioccolato e mandorle)

INGREDIENTI:

150 G. di cioccolato fondente;

100 g. di burro;

4 uova separate;

100 g. di zucchero;

100 g. di mandorle spellate e tritate;

1 bustina i lievito per dolci;

120 g. di farina;

burro e farina per lo stampo.

INGREDIENTI PER LA GLASSA:

1 dl di panna fresca;

100 g. di cioccolato;

50 g. di burro.

PROCEDIMENTO:

– Fate fonere in una casseruolina a bagnomaria il cioccolato spezzettato con il burro. Separate i tuorli dagli albumi. Montate i tuorli con lo zucchero, aiutandovi con una frusta a mano, fino a renderli cremosi e gonfi. Aggiugete ai tuorli il cioccolato fuso con il burro, le mandorle tritate. Amalgamate, e poi aggiungete poco per volta la farina setacciata con il lievito. Infinte incorporate gli albumi, montate a neve ben ferma con le fruste elettriche o a mano.

– Versate l’impasto in uno stampo imburrato e infarinato di 22 cm di diametro e cuocete in forno già caldo a 180 ° C. per 30 minuti circa..

– A cottura ultimata, lasciate intiepidire il  dolce, poi sfornatelo e fatelo raffreddare completamente  su una gratella per dolci.

Per la copertura, scaldate in una casseruola la panna fino a quando comincia a bollire. Toglietela dal fuoco, aggiungetevi il cioccolato spezzettato e il burro. Mescolate energicamente fino a ottenee una crema omogenea. Con questa glassa coprite la torta. Versatela al centro della superficie e con l’aiuto di una spatola per dolci, spalmate la glassa anche lungo i lati della torta.

Ponetela in frigorifero fino al momento di servirla.

Giuseppe Reitano risponde ai commenti

Giuseppe Reitano, il primo pittore del Blog.. i suoi dipinti sono quelli che apparsero per primi sul Blog.. e poi sono diventati decine e decine.. Giuseppe Reitano.. autodidatta, anche lui, camminatore della passione anche lui. Anche lui ad abitare nella casa dell’Arte, dove è entrato da solo, per resistere e per amare, senza bisaccia e senza sandali.

Giuseppe, in questa lettera, risponde ai commenti giunti al suo ultimo scritto (vai al link… https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/16/grazie-da-giuseppe-reitano/)

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Carissimo Alfredo,

colgo l’occasione per inviarti un caro salut con la stima e l’affetto che ho per te, e per salutare con la stessa stima e lo stesso affetto anceh tutte le gentilissime amiche che mi hanno lasciato un loro pensiero per i miei dipinti. Voglio dire grazie a te come pure al nostro angelo Nadia, che fa tanto per tutti noi detenuti, poiché, se non era per lei io neppure sapevo niente del sito e di chi visita i miei dipinti. Detto ciò caro Alfredo, passerei ai saluti e ai ringraziamenti per tutti.

– PER ALESSANDRA LUCINI: cara Alessandra, non importa se non sei una critica d’arte. L’importante è che i miei dipinti li trovi deliziosi, il resto non ha importanza, e io ti dico grazie per i tuoi complimenti. Ti voglio dire che stai facendo tanto per noi ombre del passato. Ci lasci un tuo pensiero attraverso il Blog, e le ombre si possono nutrire solo  di questi vostri pensieri, non possiamo avere altro, e questo che fate tutti voi è già tantissimo. Un affettuoso abbraccio. Giuseppe Reitano.

– PER ALINA: cara Alina, sono io che dico grazie a te, per essere anche tu, attraverso questo sito, parte di noi ombre del passato. Anche io ero come te, non riuscivo a scrivere a nessuno, ancora di più sul sito. Ma tutti voi mi date la forza e il coraggio di scrivere, e come vedi sto scrivendo a tutti voi. Se io ho superato questo bloco interiore, ti posso dire che puoi farcela anche tu. Ti dico di più. Tu lo puoi superare meglio di me, perchè tu sei più forte di me. Non preoccuparti, scrivi tutto quello che senti dentro di te, io ti capirò, e ti darò sempre il mio affetto, la mia stima. Grazie per i tuoi complimenti, ricambio il tuo caloroso abbraccio, con stima e affetto. Giuseppe Reitano.

– PER CARLA FRANCESCONI: ciao dolce e cara Carla. Sei ancora giovane, sei più piccola di mia figlia. Hai tutta la vita davanti a te, e se ti dedicherai alla pittura, diventerai più brava di me, perchè io sono solo uno sporca tele. Quello che faccio io è quello che ho dentro di me. Per il prossimo tu potresti fare più di me. Un forte abbraccio, con infinita stima e affetto. Giuseppe Reitano.

– PER MONICA FINARDI: grazie a te gentilissima Monica, grazie per la linfa che doni a un’ombra del passato come sono io con i tuoi complimenti. Grazie, un forte abbraccio. Giuseppe Reitano.

– PER FRANCY: è vero ciò che dici, lo sfondo che vedi è Pompei, e ho cercato di rifarmi ai pittori del passato. Non so se ci sono riuscito, spero che sia gradito al Prof. Grazie per avermi dedicato un tuo pensiero. Con stima.. Giuseppe Reitano.

– PER LAURA RUBINI: cara Laura, spero che non hai perso la gioia che avevi prima di conoscere il carcere e l’ombra del passato che vive in me in questi luoghi. Questo influsso IMPRESSIONISTA che vedi c’era in me da quando ho iniziato a dipingere. Solo che a me piace passare da una tecnica all’altra, perchè non si è completi se non sai dipingere in tutte le tecniche. Credo che potresti rimanere meravigliata ancora di più quando vedrai la Gioconda. In questo modo possiamo far vedere la Gioconda in Italia, senza andare in Francia!!! Grazie per i tuoi complimenti, e spero di avere tue notizie. Un forte abbraccio. Pina Reitano.

– PER SABINA BURATTA: ciao Sabina, come stai? Spero bene, come ti posso dire di me per adesso. Grazie infinite per i tuoi complimenti. Lo so che tu hai conosciuto il Prof. a Roma, e quindi i tuoi complimenti mi sono ancora di più graditi. Ti dico anche che ognuno di noi ha un dono per esprimere se stesso. Io senza volerlo l’ho scoperto per necessità, e, attraverso la pittura cerco di fare uscire ciò che porto nel mio cuore. Fare ciò che tu stai facendo per gli Uomini Ombra.. essere ciò che sei porta ad avere una responsabilità.. e questo è un dono. Come vedi tutti noi abbiamo un destino da percorrere, e possiamo esprimere ciò che siamo attraverso quello che sappiamo fare, per quello che siamo capaci di fare. Tu farai tantissimo per noi ombre del passato. Il dipinto che hai visto l’ho atto per donarlo in beneficienza per la ricerca scientifica per i bambini ammalati. Il tema era il senso della vita, e ho voluto fare una donna di colore con un bambino bianco, per far vedere che una madre ama senza distinzione di colore, che siamo noi adulti ad avere paura dell’altro, ma che l’amore non fa distinzione di colore. Ti abbracio anche io con stima e affetto. Spero di incontrarti.. a presto.. Pino Reitano.

– PER RITA: ciao cara Rita… pensavo che si era persa la posta!!! Il tempo è tiranno per tutti.. anche per noi ombre del passato… grazie per i tuoi complimenti, almeno ci siamo sentiti attraverso il Blog… hai ragione.. la nascita è aldilà di ogni etichetta… !!! e l’amore che ha una madre supera ogni barriera, senza distinzione di colore. Spero di avere tue notizie, con affetto e stima ti abbraccio e ti bacio. Pino Reitano

 

 

La persona amata

“Perchè l’amore caratterizza tutto il tuo essere, riflettendosi in ciò che insegni e nel tuo modo di trattare il prossimo.”

Questo è uno dei momenti che costellano questo brano di Giovanni Leone.. detto.. Nuvola. Uno dei tanti momenti sublimi che vivono in questo pezzo di carta che ho tra le mani, nel momento di trascrivere.

L’arte di amare è come un sentiero che viene da una porta sconosciuta e raggiunge l’atomo del dolore, nel momento stesso del dare, in quel dissiparsi che è quasi un dilagare. Ed è un’arte di amare quella che vive in questo Nuvola… leggete la sua storia prima o poi (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/13/io-sono-nuvola-opere-e-riflessioni-di-giovanni-leone/).. e i suoi post… nato dalle ceneri di anni cementificati al 41 bis.. dove per resistere si aggrappava a lembi di nuvola che riusciva a intravedere da quella finestrella sghemba che faceva entrare un pò di mondo in quelle trappole per topi, che sono le celle al 41 bis.

E io non so se prima era così.. Giovanni.. ma so che sicuramente lo è stato da allora, e lo è ora. Una persona capace di dare. Dalla perenne commozione. Dal cuore bambino. Sempre con la sua matita e i disegni. Dai giorni passati in silenzio a contemplare.

E dalla costante spinta a potere, lui, rinchiuso.. fino a quando? per sempre?.. dare lui qualcosa a chi da fuori legge, e in vita soffre, per un motivo o per un altro.

Questo brano che leggerete sempra quasi un percorso psicoterapeutico… con parole semplici si descrivono le dinamice del dolore, la tenaglia che affronta chiunque p erde una persona cara.. perchè morta.. o perchè.. in carcere.. ;  i sensi di colpa, gli scrupoli, i rimpiani, i laghi della tristezza. Con saggezza autentica, Nuvola cerca di indicare una via di equilibrio, tra manifestazione emotiva degli stati angosciosi e malinconici e superamento della cristallizazione del dolore, che se non viene trasmutata, rischia di essere eterno ritorno.

Vi lascio alla sua bellissima lettera.. e al disegno.. sempre suo.. che la accompagna.

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LA PERSONA AMATA

Quando viene tolta una persona amata c’è un insopportabile senso di vuoto. Come l’arresto. La morte di una persona amata è una delle esperienze più devastni che un essere umano possa vivere.

A volte il dolore sembra insopportabile, principalmente per i famigliari dell’ergastolano, che vedono il vigore del proprio congiunto appassire giorno per giorno e non si riesce a trovare pace, pensando ai suoi abbracci, all’odore della sua presenza, all’affetto fatto di sguardi gioiosi e di tristezza. I frutti di ogni genere che portava a casa ogni giorno sono sempre nei pensieri.

Avete avuto una persona arrestata a cui volete molto bene? Forse il coninuge, un figlio, un fratello, un genitore  o un caro amico o amica? Capisco che è un argomento di cui la maggioranza delle persone non parla volentieri. A prescindere del reato che abbia commessso…

Ci sono vari eufemismi per attenuare il disagio che si genera nell’affrontare l’argomento. Spesso si dice.. se ne è andato a lavorare fuori sede…

Comunque, anche il più discreto dei termini può fare ben poco per alleviare la profonda tristezza che spesso prova chi è stato privato di una persona cara.

Mentre l’essere che trova disagio per la persona cara arrestata, non pensa che in comune abbiamo il cimitero, l’ospedale e il carcere? E se qualcuno si riconosce in questo tipo di sofferenza, probabilmente anche per voi è difficile farvene una ragione. Forse davanti agli altri fingete che sia tutto a posto, mentre in realtà soffrite molto.

Ovviamente non tutti reagiscono nello stesso modo. Per cui il fatto che non esterniate il dolore non significa necessariamente che stiate sopprimendo i vostri sentimenti. Possono però sorgere dei problemi se vi sentite obbligati a indossare una maschera quando siete con altre persone, che soffrono molto.

Magari con i vostri famigliari…

Anche se a volte vi sentite stanchissimi e capite di avere superato i limiti.. non dovete mollare mia.

Perchè il dolore può chiedere un pesante tributo in termini fisici ed emotivi, perciò state attenti a non trascurare la vostra salute.

Concedetevi il giusto pensiero e nutritevi di cibo, di speranza ed amore per il prossimo.

Perchè ogni essere ha bisogno di parlare, di comunicare, di sapere che c’è sempre un prossimo su cui potere contare ogni momento della propria vita, come sostegno…

Perchè viviamo in un universo dalle mille sfaccettature…

Per un ergastolano, per quelli a cui si è spenta una persona cara, affrontare il vuoto è una delle difficoltà più grandi, perchè pesa la solitudine. E’ come un volteggiare senza fine, ed è difficile tornare a casa. Anche se ogni giorno ad accetare la vita senza avere una speranza ci si sente soli e completamente persi.

Perchè molte volte ci si riscontra guardano le sue foto, e pensando alle cose che avevate e che avete fatto insieme e il pianto è inevitabile e potreste sentirvi risucchiati in un vortice di stati d’animo tra cui shock, stordimento, tristezza e forse senso di colpa e rabbia. Perchè pensate che avreste potuto fare qualcosa per impedire che il vostro caro venga arrestato. Sentirsi in colpa per motivi reali o immaginari è una reazione normale al dolore, e capirlo può aiutarvi. Non è detto che dobbiate provare tutti questi sentimenti, o manifestare il dolore come fanno altri. Tuttavia esternare la tristezza, quando se ne sente il bisogno, non è sbagliato.

Comunque sia, non è detto che dobbiate tenervi dutto dntro. Ma esternare il senso di colpa?

Potrebbe farvi provare un pò di sollievo. Per quanto possiate amare una persona dovete riconoscere che non potete impedire il tempo e l’avvenimento imprevissto. E’ quindi la vita dei vostri cari non può dipendere completamente da voi.

Forse pensate.. “ci sono tante cose che vorrei avere detto o fatto…”. Anche se fosse così, nessuno può dire di essere stato un padre, una madre o un figlio perfetto. Perchè tutti inciampiamo molte volte. Se uno non inciampa non è un uomo. Quindi nessuno è perfetto, e questo vale per tutti.

Perciò non lasciatevi sopraffare dai rimpianti. Potrebbero solo rallentare la vostra ripresa.

A volte non serve la risposta, ma cercare quello che è dentro di voi per superare gli ostacoli. Se è possibile fato un pò di esercizi, e anche solo una bella camminata. L’attività fisica vi impedirà di starvene sempre rintanati in casa. Inoltre un moderato esercizio favorisce il rilascio di endorfine, sostanze chimiche prodotte dal cervello che danno una sensazione di benessere.

Perciò se non dimenticate parte del passato, non potrete mai trovare il futuro. Se volete trovare il futuro dovete dimenticare quella parte del passato.. poichè la vita ha tante sfaccettature. Chi ha poco si adatta. Ma chi vuole tanto non si sa adattare. E non trova mai serenità..

Perchè l’amore caratterizza tutto il tuo essere, riflettendosi in ciò che insegni e nel tuo modo di trattare il prossimo.

Questo scitto è un pensiero di un ergastolano.

Addentrati nelle meraviglie, dove l’incantevole natura del deserto mostra tutti i suoi meravigliosi contrasti. Il verde intenso dell’oasi che si riflette nella lucente distesa del Sahara e nei colori cangianti dei laghi salati. Qui come in tutta la terra trovi ciò che hai sempre sognato. Il mare cristallino lambito dalla sabbia, le duen dorate del deserto e i tesori antichi che impreziosiscono la raffinata natura.

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