Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Una giornata terribile, di Gino Rannesi

Ecco da Gino Rannesi la descrizione di una giornata non proprio felice e le risposte ai vostri commenti lasciati sul blog:  

UNA GIORNATA TERRIBILE

Qualche giorno fa: Rannesi, dal fisioterapista. Alcune sedute per una botta al ginocchio che tarda a guarire. Mi sdraiai sull’apposito lettino ed ecco che la dottoressa si mise all’opera. Poco prima di entrare in quella stanza avevo ricevuto un po’ di posta che mi ero portato dietro. La seduta sarebbe durata all’incirca una mezzoretta. Ragion per cui pensai di passare quel tempo leggendo qualche scritto. Il primo che mi “capitò” sottomano era stato redatto da una donna. Premesso che durante la notte avevo sognato di mangiare dei dolci, che tutte le volte in cui in passato ho sognato di mangiare dei dolci sono poi sempre arrivate notizie amare. Presi a leggere quella maledetta lettera, non l’avessi mai fatto. Sono stato assalito dallo sgomento. Ma il peggio era ancora da venire. Quella per me doveva essere una giornata di tribolazione. Poco dopo l’inizio di quella seduta che non dimenticherò mai, nella sala fece il suo ingresso l’agente responsabile della spesa. Con un gesto della mano mi fece capire che aveva qualcosa di importante da dirmi. Pensai ad un qualche problema di spesa… Invece no. Mi alzai dal lettino, seguì l’agente in una stanza attigua, e l’agente: Rannesi ha telefonato un suo familiare, ha chiesto che lei possa telefonare subito a casa, Nicholas si è fatto male. Ho già chiamato il centralino, se vuole può espletare la telefonata da qui  a pochi minuti. Non trovo parole per spiegare come mi sono sentito. L’agente: Stia tranquillo, se fosse stato qualcosa di grave non l’avrebbero avvertita. Ma io sapevo bene che non è affatto così che funziona: infatti, se fosse stata una fesseria non mi avrebbero mai avvertito. Ragion per cui temetti il peggio. Ammutolito e attonito uscii di corsa, mi avviai alla volta della mia sezione e nel farlo provai un immensa angoscia, era come se fossi sprofondato nel nulla. Mi sentii svuotato di ogni forza, ripetevo a me stesso: sono finito, mi ammazzo, la mia vita non ha più senso. Arrivato in sezione entrai subito nella stanzetta addebita per le telefonate, alzai la cornetta del telefono e dall’altra parte l’agente: Rannesi, le faccio subito il numero, rimanga in attesa. Nell’attesa che il telefono squillasse, in un baleno ho ripercorso quella che è stata la mia vita, un fallimento. Ecco che il telefono squillò. Subito la mamma di Nicholas: Stai calmo, stai calmo, non è niente di grave. Nicholas ha battuto la testa, l’ho portato al ospedale, gli hanno dato tre punti. Per stanotte rimarrà sotto osservazione. Ho chiamato perché Nicholas è stato colto da una crisi, chiamava te, mi diceva: Chiama il mio papà, chiamalo subito, ci voglio parlare, voglio il mio papà… Te lo passo:-Ciao papà, ti voglio bene… Papà,ma stai piangendo?- No, è solo che sono felice di sentirti, ti amo e sei tutta la mia vita… Poco dopo, finita la telefonata nell’uscire da quella stanzetta incontrai un altro “morto”: Che hai, mi sembri sconvolto. – Niente, solo dieci minuti fa stavo pensando di ammazzarmi, ora invece mi sento rinato… All’inizio di questo mio scritto ho fatto riferimento ad una lettera che aveva segnato l’inizio di quella giornata terribile. Bene, a te che quella lettera l’hai scritta, voglio dedicare quest’ultimo rigo.

Nicholas è l’unica cosa buona che sono riuscito a fare nella mia non vita da morto che cammina…

Gino Rannesi. Maggio 2012.

 LUCIANO –Ciao Luciano con molto ritardo ho ricevuto il tuo scritto che fa: “Un giorno qualcuno mi disse” avercelo noi, in Sicilia, uno come Umberto bossi! Certo, è probabile che forse qualcuno di questi ha trovato da solo la risposta. Ma fai bene a dire forse. Non è forse vero che chi è causa del suo male pianga se stesso? Molti dei nostro politici meridionali uno come bossi lo mangerebbero a colazione. I nostri politici però hanno l’alibi. In Sicilia c’è la mafia. Da noi va tutto male perché c’è la mafia. Ma ultimamente  non è che al nord se la passino tanto meglio. Hai sentito la battuta di grillo? “Lo stato strangola più della mafia”… apriti cielo. In questo paese di merda si continua volutamente a  fare delle distinzioni di sorta. Scusami Luciano, ultimamente sono particolarmente incazzato. “Io sto dall’altra parte” ma andate a fare in culo. Scusa Luciano, non ce l’ho con te. Ogni organizzazione  dedita a delinquere merita lo stesse aggettivo. Perché nel meridione si chiama pizzo mentre altrove si chiama tangente? E poi ancora vorrei chiedere ai perbenisti che dichiarano di stare dall’altra parte, lo sapete voi che la merda del nord viene scaricata al sud. In quello stesso sud che voi moralisti del cazzo continuate a prendere le distante? Luciano, bene ha detto tuo nonno.  “Pa bissari, prima sa spasciari”. Hai seguito le elezioni? Immagino di sì. Noi Siciliani siamo unici, hai visto il nuovo che avanza? Ciao Luciano. Ti voglio bene. A presto Gino.

 MARIO ROSSI –Ciao Mario, spero stai bene. Negli ultimi scritti non ti ho trovato, ma ti scrivo lo stesso per farti sapere che le tue battute sulle donne a qualcuno non sono piaciute. Ragion per cui te lo chiedo per favore, lasciamo stare le donne. Queste hanno sempre ragione, soprattutto quando hanno torto. Per quanto riguarda il riferimento che hai fatto sui figliocci e sui compari, sappi che qualcuno ti ha scambiato per un vero vecchio padrino. Se ti capita di essere in vena di fare battute sulle donne e su quant’altro, inviami pure i tuoi scritti a questo indirizzo. Via Maiano 10, Spoleto, 06049 PG. A presto. Un forte abbraccio Gino.

 SILVANA –Ciao Silvana, anch’io sono molto impegnato. Tra le altre cose il 21 c.m. iniziano gli esami. Ragion per cui avrò meno tempo per dedicarmi alle cose che mi piacciono fare. Un forte abbraccio che va esteso anche a Speranza. A presto fuori. Baci,  Gino.

 ALESSANDRA LUCINI –Ciao bella Donna, innanzi a me quanto hai scritto il 29 aprile. Certo, avrei trovato le parole giuste per il magistrato, avrei anche provato a stupirlo, ma devo dire di esserci già riuscito in qualche altra occasione. Non è venuta. Ha fatto sapere che un impegno improvviso non le avrebbe permesso di essere presente, ma che comunque ci sarà in qualche altro incontro. Pazienza. Io comunque vado dritto per la mia strada. Il prossimo mese ho una udienza in cassazione, se Dio lo vorrà… No, no, quella pomata la mutua non la passa… Nicholas mi stupisce sempre di più, so che mi vuole del bene, sapevo che gli mancavo, ma non pensavo fino a questo punto. Ho sempre pensato e saputo e anche capito che un bambino quando si trova in difficoltà, chiama la mamma. Nicholas invece chiama il suo papà. Quanto accaduto mi ha molto scosso. L’altra volta a colloquio mi ha chiesto: Papà, ma tu da quanto tempo ti trovi in questo posto?… Probabilmente orecchiando qua e la avrà sentito che il suo papà si trova lontano da oltre 20 anni, ragion per cui i conti non gli contano. JLui di anni ne ha solo.  Vedremo il da farsi, vorrei potergli spiegare tutto, ma vorrei farlo in un ambiente che non sia  il carcere. Si, la cresima di Ivano è stata emozionante. A proposito di Ivano, stamattina c’è stata la messa, lui non è venuto. Questo fatto ai catecumeni che l’ho hanno preparato per la cresima non è sfuggito. Mi hanno chiesto del perché Ivano non fosse venuto, gli ho detto che era rimasto a letto perché stava poco bene. Nel bel mezzo della messa ad un certo punto dal campo di bocce che si trova quasi attaccato alla chiesa, d’un tratto si è alzata una voce disturbatrice, e vai, e vai, grida e  urla, indovina un po’. Era la voce esaltatrice di Ivano, aveva azzeccato la bocciata. Urla che tutti hanno identificato nella voce di quella cosa fitusa, anche i catecumeni. Ho fatto una figura di merda… sono stato più lungo del solito? Scusa, ho bisogno di affetto. Bacionissimi. T. v.t.b. Gino.  

 LAURA RUBINI –Ciao Laura, felice di ritrovarti. Dal tuo scritto, ossia, quello del 26 aprile apprendo che sei diventata mamma. Congratulazioni, sono sicuro che Michele ha degli ottimi genitori, ho visto una foto che ti raffigura insieme a tuo marito, siete una bella coppia, ragion per cui Michele non potrà che esserne felice. Un bacino al piccolino. Si, l’avevi detto che sei di Perugia.  Scrivi: mi colpisce quello che hai scritto del delitto di Perugia. Ho scritto quello che penso. Certo, alcuni fatti accaduti nel perugino e dintorni destano allarme, ma io mi auguro e vi auguro che le cose possano cambiare. Non voglio che Perugia debba diventare un Bronks. Perugia mi piace, è una bella cittadina. Bene, ti mando un affettuosissimo abbraccio. A presto. Gino.

 ENZO –Ciao Enzo, dunque avevo visto giusto! Hai sposato Antonella, bellissima Donna. Certo che ho una bella memoria, e mi fa piacere che anche  tua moglie ce l’abbia. Ricordo benissimo come eravamo vicini di casa. Faccio un lungo respiro, mi hai ricordato l’odore del pane di casa. Per la miseria, hai due figli così grandi? Mio Dio, manco da una vita. Scrivi: adesso vorrei dirti un mio desiderio che spero che un giorno possa avverarsi, mi piacerebbe andare a pensare nella bella spiaggia di porto palo… io, tu e ci portiamo a Salvatore e se ci fa piacere ci portiamo anche tuo figlioccio Ivano… Per la miseria, mi scappa da ridere. Scusami Enzo, ma metti che qualcuno ti chiedesse: ma tu perché vorresti andare a pescare con un criminale quale è Gino?… Ci sono tanti bravi ragazzi disoccupati in giro, ma porta loro a pescare… Detto questo, caro Enzo, voglio dirti che sì, anche per una sola volta, a pescare insieme ci andremo. Ciao a presto. Un forte abbraccio Gino. Ciao Antonella.

 MICHELE – Ciao Michele, il fatto che tu abbia molto lavoro non può che farmi piacere, con i tempi che corrono è una vera fortuna. Sei padre di 5 figli? Ti sei dato parecchio da fare, complimenti.  A presto. Un affettuoso abbraccio. Gino.

 PINA –Pina, sei mitica, quanto hai scritto il 29 aprile mi ha fatto tanto ridere. Immagino i soliti comizi, accompagnati da salsicciate e poi il giorno dopo come dici tu ti prendono a pietrate. Però i nostri politici sono super bravi. Mica come quelli del nord che ce l’hanno “duro”. I nostri invece di duro hanno solo la faccia. Avevo capito male, quindi per Pasqua sei stata a Catania per vendere e non comprare. Spero avrai venduto tanto. Tutto sommato i nobili catanesi se la tirano un po’, ma non sono poi così tanti avari. Per quanto riguarda quel nobile che mi ha negato la mano di sua figlia, beh, ha fatto bene, l’ha salvata. Certo avrei fatto un bel salto, il famoso salto di qualità. Ma meglio così. Pina mi sorprendi sempre di più, sai parlare l’inglese? Grande! Io so un po’ di tedesco e un po’ di francese. Va bene, per il momento ti saluto con un caloroso abbraccio.  A presto Gino.

 ROSSANA –Buona sera Rossana, io sto bene, e tu? Noto subito come questo tuo scritto, ossia quello del 29 aprile sia particolarmente allegro. Vedo tante faccette sorridenti. Si, certo, nel leggerti mi strappi sempre qualche sorriso. ultimamente non è che abbia sorriso così tanto. Scrivi: mia madre dice che sono la figlia che la fa sentire importante però poi lo dice anche agli altri 4. Sono d’accordo, sono bugie d’amore. La mia mamma diceva… Je lo dice ancora oggi e gli altri fratelli si “ingelosiscono”. E ci credo che le tue amiche ti vogliono bene, sei brava a fare i dolci. Anch’io mi sopporto quel rompi palle di lupo Alberto, lui sa fare i dolci. No, non credo che esagerano, vero è, sei solare, altruista e generosa. Lo si evince da quello che scrivi, lo si evince dal fatto che trovi il tempo di scrivere a persone che come me si trovano in galera. Scrivi: spero in una risposta visto che l’assenza di questi giorni si è sentita… Ecco, Questa è la conferma che quanto detto sopra è vero. Rossana, il 21 c.m. iniziano gli esami, perciò adesso mi devo preparare, le materie da approfondire sono tante. Durante l’anno ho fatto quello che ho potuto, come sai lavoro. Ma adesso devo prepararmi a dovere. Agli orali ci sarà la preside, e questa non farà la spettatrice. Quindi è probabile che nelle prossime settimane mi sentirai con meno frequenza. Ma tu, sarai sempre nei miei pensieri e soprattutto unitamente ai tuoi cari nelle mie preghiere. Minghia! Sembro un prete, vero?.. Sono credente, lo sono davvero. Lo sono dal 1994. Lo fossi stato prima, forse. Ma pazienza. Ciao pupa, ti voglio bene.  A presto. Baci Gino.

 NESSUNO –Salve signor Nessuno, tempo fa qualcuno ha detto: Per antonomasia, nessuno non è, non esiste… ma forse dici di essere nessuno per farla franca davanti a Polifemo?… Questa frase mi è rimasta impressa. Che cosa avrà voluto dire?… Ho capito, forse ho capito. Forse voleva darmi del furbo? Magari lo fossi stato, invece no, sono stato un ingenuo.

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Sosteniamo Gerri Giuffrida (invio collettivo di lettere)

 

Amici, già nel febbraio di questo questo anno avevamo organizzato un invio collettivo di lettere in  sostegno di Gerri Giuffrida, che prendeva le mosse da una lettera della madre pubblicata sul Blog de “Le Urla dal Silenzio” la lettera della madre di Gerri Giuffrida (vai al link..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/01/30/non-lasciate-morire-gerri-giuffrida/). 

In quell’evento scrivevo:
“Gerri è un ragazzo di 34 anni, da mesi messo in condizione di isolamento nel carcere di Opera (Milano). Condizione che non può che portare ad esasperazione le fragilità che già porta dentro, acuite da anni di carcere, dove spesso ha incontrato indifferenza e brutalità. Fragilità che lo hanno portato a soffrire di attacchi d’ansia e di attacchi di panico, oltre che ad accentuare forme depressive, che lo spingono, sempre più frequentemente a scrivere di pensare di volersi togliere la vita.”
Dopo più di tre mesi la situazione è ulteriormente peggiorata..il perso si è ulteriormente ridotto e sono aumentati i casi di vomito, forti dolori intestinali, attacchi d’ansia, dolori addominali. Così come si sono accentuati i pensieri di suicidio e i momenti depressivi.
La famiglia, insieme ai propri avvocati, e avvalendosi di relazioni di specialisti, sta lottando per fare ottenere a Gerri una rapida scarcerazione per inviarlo in un luogo, una comunità ad hoc ad esempio, dove possa essere adeguatamente curato, e dove non vi sia rischio per la sua incolumità psicofisica.
Lo scopo dell’evento di oggi è lo stesso dell’evento che organizzai a febbraio. Ma è diventato, nel frattempo, ancora più pressante. 
Gerri mi ha scritto che le vostre lettere gli hanno dato un po’ di forza morale, che lo avete aiutato a resistere. Finché non lo faranno uscire, lui è là, solo, chiuso gran parte della giornata, con tensioni nel corpo e ossessioni nella mente. Ogni singola lettera può aiutarlo a resistere.

Chiunque di voi, se può, gli invii un suo pensiero.
L’evento consiste nell’invio di lettere di sostegno umano… e di appoggio….
Prima magari andate a rileggete la lettera della madre che a suo tempo ho pubblicato sul Blog.. e poi.. scrivete quello che volete… esprimete la vostra vicinanza a parole vostre..
In questo momento Gerri ha bisogno di sentirsi vicino tanti amici. 
Allora..
Per scrivere a Gerri Giuffrida….
Indirizzate la lettera a…

Gennaro Giuffrida
Via Camporgnago n. 40
20090 Opera (Milano)
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Grazie a tutti voi

Non lasciate morire Gerri Giuffrida

 

Alcune settimane fa una persona che stimo molto, Ebe Quaranta, mi parlò della situazione drammatica di un ragazzo, che da più di quattro mesi stava in isolamento nel carcere di Opera. E le cui condizioni fisiche, e soprattutto mentali, erano arrivate al limite. Fui naturalmente d’accordo con lei che bisognava saperne di più e parlarne. E lei mi mise in contatto con la madre, Angela Fuma.

Il ragazzo si chiama Gennaro Giuffrida, detto “Gerri”. Ha 32 anni ed è nativo di Brindisi. Di lui la madre dice “Gerry,  un ragazzo come tanti, sognatore, appassionato di moto da strada,determinato ,socievole ,con un forte temperamento, facilmente influenzabile ,come tutti ha anche degli aspetti meno piacevoli ,come l’ essere superbo ,prepotente nei confronti della vita , ma anche insicuro su quello che riguardava l’ aspetto della sua famiglia, solo dopo aver subito il fatto e con grande rammarico (compiango i famigliari della vittima), ha capito il vero valore affettivo della vita dato che di figli ne ha due e una compagna che gli è accanto”.

Lo stesso Gerri nella lettera che ha inviato al Presidente della Repubblica scrive “Sono sempre stato un tipo debole, incapace di dire  no alla gente che mi chiedeva piccoli favori, ma questa mia bontà mi ha portato ad una vera e propria tragedia. Da quando avevo 17 anni ho iniziato a prendere psicofarmaci per ansia e attacchi di panico, ma la cosa che mi faceva stare ancora meglio era l’amore della mia famiglia. Nel tempo, però, gli psicofarmaci che prendevo aumentavano. Purtroppo il troppo amore della mia famiglia ha peggiorato la mia situazione, perché anche se facevo dei piccoli sbagli, loro  mi proteggevano fino alla morte”. Il riferimento all’ansia, agli attacchi di panico  e agli psicofarmaci, aiuta a comprendere la particolare fragilità di questo ragazzo, e la situazione delicatissima che già viveva, che poi il carcere, e il modo in cui è stato fatto valere nei suoi confronti, ha enormemente esasperato. In carcere infatti, così denunciano Gerri e la madre, sono avvenuti episodi brutali e intollerabili che sono andati a colpire una psiche già fragile ed insicura.

Il mio primo intento era pubblicare la lettera integrale che Gerri ha scritto al Presidente della Repubblica, nella quale ricostruisce tutta la sua vicenda, raccontando di come si svolgeva la sua vita, e di cosa lo ha condotto in carcere, per poi parlare di come si è svolta in buona parte la sua detenzione. Ma ho deciso di procedere in modo diverso. Essendo una lettera molto lunga… e dicendo la madre, in una lettera di accompagnamento, una serie di cose gravissime. Mettendo tutto insieme, si rischiava che non fosse data dovuta attenzione ad ogni aspetto della questione.

E le cose che scrive la madre sono troppo gravi per metterle in appendice ad una lunga lettera, rischiando che adesso qualcuno non le consideri come meritino.

Quindi procederò così.. inizierò citando alcuni stralci finali della lettera di Gerri, per poi pubblicare in buona parte la lettera che la madre Angela Fuma, mi ha inviato. In una successiva (e vicina) occasione, pubblicherò la lettera integrale che Gerri Giuffrida ha inviato al Presidente della Repubblica dove ricostruisce ciò che lo ha portato in carcere.

Che poi, ciò che veramente conta, ai nostri fini, è l’ingiustizia che Gerri subisce, a prescindere. La subirebbe anche se non fosse innocente. Lui e la famiglia affermano che è innocente, e noi diamo voce alla loro voce che afferma un’altra verità sostanziale rispetto a quella processuale. Ma su questo punto non possiamo certo dire noi ciò che è realmente avvenuto, possiamo solo augurarci che le ulteriori prove che adesso sembrano essere “utilizzate”, vengano prese in considerazioni, magari portando ad una riapertura del processo.

Ma quello su cui non facciamo sconti e su cui chiediamo chiarezza e giustizia totale.. E’ IL RISPETTO DELLA DIGNITA’ UMANA DI GERRY GIUFFRIDA. Il dovere morale che si faccia chiarezza sulla sua vicenda processuale, che si sappia  se abbia subito brutalità intollerabili, e che, soprattutto si intervenga ORA, perché ora si comprenda la situazione che sta vivendo Gerri, e si faccia in modo che questa non porti a un punto di non ritorno.

Gerri è in isolamento da mesi. Le sue sensazioni di panico ed ansia, e di debilitamento fisico, frutto di un percorso carcerario che è stato un calvario, rischiano di esplodere nella soffocante situazione dell’ isolamento che gli impostogli nel carcere di Opera. Le sue lettere ormai rivelano disperazione e pensieri suicidi.

Bisogna fare in modo che la sua vicenda diventi pubblica.

E pensavo anche che si organizzare un invio collettivo di lettere a Gerri, per sostenerlo psicologicamente ed emotivamente.

Adesso pubblicherò un brano finale tratto dalla lettera di Gerri al Presidente della Repubblica, e poi la lettera che la madre mi ha inviato, una lettera drammatica e disperata che racconta cose che, se fossero confermate, rappresenterebbero un’altra pagina nera della realtà del carcere in Italia.

La prossima volta pubblicherà per intero la sua lettera al Presidente della Repubblica.

Comunque la si pensi, questo ragazzo si sente sole e sta soffrendo. Stiamogli vicino.

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–Uno dei frammenti finali della lettera di Gerri Giuffrida al Presidente della Repubblica..

“Cinque mesi fa la Cassazione mi confermò la pena, e riuscirono ad ammazzarmi per la terza volta. Aspettavo solo i carabinieri che venissero a prendermi, e addirittura li chiamai io perché tardavano, e quella attesa, nel vedere la mia compagna e mio figlio forse per l’ultima volta, era tormentosa. Decisi che in carcere l’avrei fatta finita.

L’8 giugno mi portarono nel carcere di Villa Fastiggi, dove, come in ogni altro carcere, trovi appuntati che ti trattano come ad un animale. E a me non andava giù, perché ritenendomi ancora innocente, non potevo accettare le cose che loro mi chiedevano di fare, e quindi venivo punito.

Dopo una decina di giorni mi trasferirono al carcere di Fermo. Carcere infernale dove non c’è neanche lo spazio per fare due passi all’aria. I dottori mi visitarono. In dieci giorni avevo perso circa 8 kg, avevo attacchi di ansia e panico, e chiamavo sempre gli appuntati perché chiamassero il dottore, che si trovava solo dalle 11 del mattino alle 19 della sera. Poi se chiami una guardia e dici che stai male, c’è qualcuno che addirittura ti risponde, che quando muori poi ci si pensa.

Ora sono arrivato a perdere 25 kg in 4 mesi e 15 giorni, e il mio avvocato ha chiesto un periodo, che va dai sei mesi ai tre anni, agli arresti domiciliari, in modo da potere essere curato, dato che sono adesso 14 anni che, oltre all’aiuto della terapia, ho bisogno della gente a me vicina. Sto malissimo e piango e basta. Non ho più voglia di vivere. Non riesco nemmeno a vedere la televisione perché ci sono solo cattiverie.

E’ venuto un mio medico di parte, che mi ha visitato e ha descritto le mie precarie condizioni fisiche. Il magistrato ha chiesto il parere al dirigente sanitario del carcere che non mi ha mai visitato.”

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–Lettera della madre di Gerri Giuffrida

(…..) Dopo la condanna definitiva della Cassazione è stato portato al carcere di Pesaro provvisoriamente, perché lì non tengono detenuti con condanne definitive superiori  ai dieci anni. La stessa settimana è stato trasferito al carcere di Fermo. Lì fu un periodo infernale, cominciò a dimagrire vertiginosamente. Mandai subito la psichiatra accompagnata da una psicologa. Lo trovarono gravissimo, sia fisicamente che psicologicamente. Non aveva più muscolatura e non reagiva più agli stimoli (un marocchino nella cella si prese cura di lui, cercava di farlo mangiare cucinandogli un po’ di riso e lo copriva perché lui si stava lasciando morire).

Quindi accertarono  che avrebbe potuto fare un gesto inconsulto. Subito dopo, il nostro perito ha fatto una relazione che certificava le condizioni di mio figlio. L’avvocato ha mandato l’istanza con questa relazione al Tribunale di sorveglianza, chiedendo per un breve periodo i domiciliari, per dargli le giuste cure, ma l’istanza è stata rigettata per ben due volte. Alla terza volta lo hanno trasferito a Roma, in un carcere dove c’è un reparto in cui curano i detenuti ammalati. Il trasferimento avvenne a sua insaputa. Lo svegliarono di notte, dicendogli di vestirsi che doveva essere trasferito. Mio figlio fu preso dal panico, cominciò a piangere e a supplicare le guardie di lasciarlo lì perché stava vicino alla compagna e a suo figlio, e aveva paura di restare solo. Ma per tutta risposta lo picchiarono senza pietà, a calci e pugni in testa, e a calci nello stomaco e nei fianchi. E senza soccorrerlo lo portarono in quello stadio pietoso a Regina Coeli. Era messo così male che, quando arrivò, gli fecero firmare che si trovava già in quello stato e che loro non c’entravano niente. Poi lo chiusero per due giorni nudo per terra, in un buco al buio. Lì dentro non si respirava, mancava l’aria. Ci ha raccontato che cercava di respirare da una fessura. E a me che sono la madre, ogni volta che lo ricordo mi sanguina il cuore. Quando siamo stati avvisati per vie traverse del suo trasferimento, siamo partiti subito io e una mia amica per andarlo a trovare. Ci avevano preavvisato che non l’avemmo trovato in buone condizioni e che le guardie c’erano andate giù pesanti. Arrivammo a Roma col cuore in gola, disperate. Ma io non entrai, perché avevamo anche il bambino che aveva solo tre anni. Non potevamo fargli vedere il padre in quelle condizioni, perché mia nuora aveva capito la situazione critica. Puoi immaginare con che angoscia rimasi fuori. Infatti, quando mia nuora entrò vide che era pieno di ematomi giganti in tutte le parti del  corpo. La testa non si riconosceva, la faccia rovinata, sanguinava ancora dalla bocca, e tremava e piangeva. Non poteva muoversi né mangiare.

Avevamo deciso di denunciare tutto, ma siccome hanno minacciato mio figlio che avrebbe passato, in quel caso, guai ancora maggiori, visto che sarebbe dovuto tornare al carcere di Fermo, timorosi decidemmo di non denunciare più. Un mese dopo l’hanno riportato a Fermo. Quel mese  non è stato neanche un istante bene, non facevano altro che fargli raggi dalla testa ai piedi, e imbottirlo di medicinali, anche per la bronchite, che gli avevano fatto venire tenendolo in quello stato. Quel mese si è cibato solo di medicinali. Potete immaginare le conseguenze. Una volta arrivato al carcere di Fermo, le condizioni non miglioravano. Ormai era arrivato a pensare 49 kg tutto vestito, perdendo 25 kg del suo peso iniziale. Per cui decisero di trasferirlo ad Ascoli Piceno (sbattuto da un carcere all’altro come fosse un sacco di patate), dove sarebbe dovuto essere curato dato che lì c’erano i medici tutto il giorno (medici mai visti o quasi). Qui le condizioni peggiorarono ulteriormente, cominciarono ad aumentare le fobie, gli attacchi di panico, ed il bisogno d’aria, perché si sentiva soffocare. Per la disperazione ha scavato nel muro, ma subito dopo si è reso conto di quello che aveva fatto, ed i suoi compagni di cella hanno tentato di coprire il danno con una tenda, ma durante la perquisizione quel buco è stato scoperto e lui  è stato accusato di evasione. Lui non voleva scappare dal carcere, anche perché sapeva che era impossibile. E soprattutto c’era la speranza, se tutto andava bene, che da lì a poco lo avrebbero preso al carcere di Gorgona, dove avevano capito i suoi problemi ed erano disponibili ad aiutarlo.

Quindi, non considerando i problemi di mio figlio, lo sbattono ad Ancona, nel carcere di Montacuto. Ogni spostamento per lui era un trauma. Questo carcere era invivibile, si stava in condizioni pietose e lui chiedeva continuamente di essere spostato, altrimenti l’avrebbe fatta finita. Grazie ai nostri frequenti colloqui e alle lettere, siamo riusciti  a togliergli parzialmente questa idea dalla testa, anche se nella sua mente il pensiero ricorre continuamente. Il suo sfogo è stato quello di danneggiare la cella, forse sperando di farsi spostare da quel carcere infernale. Viene nuovamente accusato di danneggiamento di beni impropri, e spedito al carcere di Opera-Milano. Qui viene messo in punizione, con sei mesi di isolamento con il 14 bis. E la sua condizione ora è davvero drammatica. Nelle lettere continua scrivere che sta malissimo, e alla sua compagna continua a dire che si vuole ammazzare, che non ha senso vivere così. Noi siamo angosciati e viviamo con il terrore che da un momento all’altro possiamo ricevere una brutta notizia.

Voglio salvare mio figlio. Vorrei poterlo tenere a casa, per dargli  le cure di cui ha bisogno, perché con il nostro amore potrà venire fuori da questa depressione, pur scontando la sua pena. Se non è possibile tenerlo ai domiciliari, aiutatemi per una comunità riabilitativa idonea.

Non si può lasciare morire così un ragazzo tanto fragile, e per giunta innocente. Cosa possiamo fare di più di tutto quello che abbiamo fatto? Perché nessuno ci capisce?

Vi supplico. E’ il cuore di una mamma che vi scrive. Mio figlio se continua a stare in carcere muore. Aiutatemi a salvarlo.

Angela Fuma

Gino Rannesi, diario di un giorno in Tribunale. Poesia del Duca per Nazareno. Risposte a i vostri commenti

E’ drammatica la pagina di oggi di Gino Rannesi. E’  il racconto della sua notte prima di un’ udienza e il diario dei momenti in Tribunale per chiedere per l’ennesima volta un permesso di necessità, qualche ora dopo decenni di carcere…  Non so se è perchè conosco personalmente Gino e so quanto ci teneva a questo permesso, ma a volte quando devo spiegare l’ergastolo ostativo, la “pena di morte viva” ,  penso che dovrei  far leggere questi racconti. Vorrei che giudici, legislatori e forcaioli di turno potessero mettersi, per una volta sola nella vita, dall’altra parte della barricata. E sentire, una volta solo nella vita, tutto il dolore che esce…. Sono passati tanti giorni  da quel udienza, troppi per poter sperare ancora in un esito positivo.  Pensateci quando leggerete qui sotto: “Devo farcela, ho bisogno di questo permesso.   Oppure(…) ma mi rendevo conto del fatto che le cose che dicevo non facevano breccia alcuna.   E anche quando leggerete:    Presidente, ho bisogno di questo permesso, ora, mi serve ora.

In mezzo, prima che Gino, qualche giorno dopo aver scritto il diario dell’udienza del 23 giugno, risponda ad alcuni di voi che hanno lasciato commenti su alcuni scritti suoi precedenti, c’è anche una poesia de “Il Duca” dedicata  a Nazareno, l’ergastolano di Spoleto morto qualche settimana fa.

Ecco Gino:

 

 

Oggi,  23 giugno 2011.

La notte scorsa ho dormito poco e male.

Come di solito sono andato a letto intorno alle ore 22, ma non riuscendo a prendere sonno sono stato costretto ad alzarmi più volte. Camomilla e avanti e indietro per cella. Quattro passi in avanti, giravolta e ancora quattro passi in avanti, e rigiravolta e ancora quattro passi ….Solo intorno a mezzanotte stanco e avvilito sono riuscito a dormire per qualche ora. Anche la notte scorsa come di consueto ho sognato.

< A bordo di una macchina,  con alla guida la buonanima di mio padre, percorrevamo una strada dissestata. Ad ogni curva, ad ogni avvallamento temevo che la macchina potesse cappottare. Invece no. Alla fine di quel percorso sono sceso dalla macchina, ho controllato le ruote della stessa per constatare se durante il tragitto qualcuna di queste fosse rimasta danneggiata. Dopo una attenta verifica ho notato che una delle ruote  anteriori aveva il cerchione ammaccato.> Stamattina al risveglio ho cercato di “analizzare” il sogno fatto durante la notte. La conclusione a cui sono giunto è la seguente: un viaggio a bordo di una macchina con alla guida mio padre. Il tragitto percorso e  superato indenne nonostante lo stesso nascondesse numerose insidie, come buche, avvallamenti e pericolosissime curve, lascerebbe intendere alla riuscita di un progetto in corso. Tuttavia però, quell’ammaccatura al cerchione pare voglia mettermi in guardia su qualcosa che potrebbe vanificare il tutto. Immagino che chi sta leggendo quanto sin qui scritto, legittimamente si stia chiedendo: ma stu sciminitu di che cazzo sta parlando.

Bene, stu scimunito crede fermamente nei sogni cosidetti premonitori, su questo argomento se volete ne possiamo parlare la prossima volta. Sono un “esperto in materia.” Andiamo al sodo. Stamattina sono stato al Tribunale di Sorveglianza di Perugia. Oggetto della discussione è stata l’ennesima istanza inoltrata dal sottoscritto tendente ad ottenere la concessione di un permesso di necessità della durata di qualche giorno. Chi si trova nelle mie condizioni non può chiedere permessi premio, ma solo di necessità. Questi possono essere concessi anche agli ergastolani ostativi. Tuttavia, però, questo avviene rarissimamente. Art.30.Op. al comma uno.

Ad esempio nei casi di imminente pericolo di vita di un congiunto. O ancora al comma due:

La nozione di evento familiare di particolare gravità, in linea con quanto già affermato nelle precedenti ordinanze cui si è fatto richiamo, debba ritenersi estesa a situazioni non necessariamente caratterizzate in senso drammatico, in quanto conseguenti a privazioni di affetti determinate da eventi luttuosi, e possa, di conseguenza, avere riguardo ad ogni possibile situazione della vita familiare di un individuo che sia idonea, anche da un punto di vista soggettivo, ad incidere fortemente sulle condizioni di vita individuale e di relazione della persona detenuta, anche in rapporto alle pregresse dinamiche socio-ambientali di riferimento.

La mia istanza è stata improntata al comma due. Dunque avrete capito  il motivo per il quale stanotte ho dormito poco e male. Bene, si parte.

Ore 10 del mattino, a bordo di un furgone unitamente ad una nutrita scorta di agenti, ci siamo avviati alla volta del Tribunale. Durante tutto il tragitto ho pensato e ripensato a quello che avrei dovuto dire innanzi alla corte. Premesso che tale richiesta in passato è già stata avanzata diverse volte, e che la risposta è stata sempre la stessa: Pur dando atto di una situazione che … …. … Tuttavia la richiesta va rigettata in quanto non vi sono i presupposti per la concessione di un permesso ai sensi dell’art. 30 o.p.

Stavolta però tra i motivi a sostegno del tanto agognato permesso, ce n’è uno nuovo, credo che se questo avrà la giusta considerazione……… allora è fatta. Ma quel cerchione ammaccato mi rende nervoso. C’è qualcosa che potrebbe vanificare tutti i miei sforzi posti a fondamento della richiesta. Arrivati al Tribunale sono stato condotto in una piccola celletta sita proprio davanti all’aula, la stessa che da lì a poco avrebbe visto il mio ingresso con il coltello tra i denti. Ecco che una voce di donna dall’interno dell’aula rivolgendosi al capo scorta: Potete introdurre il detenuto Rannesi.

Gli agenti hanno aperto la celletta: E’ il suo turno. Questi mi hanno condotto all’interno di quella che è una grande sala. Eccomi di fronte a chi in terra ha il potere di  vita e di morte sulle persone.

Nell’occasione chi presiedeva l’udienza era il primo Presidente del Tribunale di Perugia. Questo mi conosce bene. L’ho salutato con un sentito “Buongiorno”!!! Questo  ha risposto con un sorriso. Un sorriso che ai più sarebbe apparso di buon auspicio. <Quando un uomo sta per prendere una decisione importante, non sorride> Il giudice relatore in due minuti ha illustrato quella che era la mia richiesta con le relative motivazioni a sostegno. Dopodiché la parola é passata al procuratore generale: Bisogna riconoscere come il Signor Rannesi sia una persona realista, infatti, sa bene che la sua richiesta per i motivi esposti non può essere accolta, e tuttavia ritiene sia suo dovere quello di provarci. Parere sfavorevole.

Sono rimasto attonito. Forse il procuratore non aveva ben capito quello che aveva appena detto il giudice relatore? Probabile, infatti quest’ultimo nell’illustrare i motivi a sostegno della richiesta, era stato molto, troppo, sintetico …….. in effetti nei motivi da me scritti vi è  un passaggio che recita:

< Preso atto che allo stato non posso usufruire  dei permessi premio …>

Quelle che erano le  mie certezze vacillarono …. visto l’andazzo mi sono reso conto che i giochi erano ormai fatti. Il Presidente: Rannesi ha qualcosa da dire?

E certo che sì. Con riferimento a quanto affermato dal procuratore, vero è che sono realista, nel senso che so di non poter usufruire dei permessi premio, lo so, perciò ho chiesto e chiedo un permesso di necessità.

Ho esposto le mie ragioni quasi con veemenza, ma mi rendevo conto del fatto che le cose che dicevo non facevano breccia alcuna. Era ora di tirare fuori quello che io consideravo essere il mio asso nella manica. Nell’esporre i fatti accadde l’imprevedibile, vista la delicatezza dell’argomento trattato, d’un tratto sentii un nodo in gola. Mi sono bloccato. Un sussulto mi ha scosso, realizzai che non c’era tempo per l’emozione, dovevo continuare, ed inoltre dovevo chiudere tutto in fretta il discorso iniziato. Con il cuore in gola ripresi a parlare, nel farlo continuai a ripetere a me stesso: Devo farcela, ho bisogno di questo permesso. Con immenso piacere notai che finalmente ero riuscito ad attirare l’attenzione del Presidente: Presidente, ho bisogno di questo permesso, ora, mi serve ora. Continuai a parlare, a quel punto il Presidente ordinò al cancelliere che alcune cose da me affermate fossero messe a verbale. Per un attimo pensai che forse le cose si stessero mettendo bene. Solo per un attimo però. Ancora una volta ripresi a parlare, e ancora una volta ebbi  qualche esitazione. Mi sono bloccato nuovamente. Ho portato la mano destra sulla bocca. Era evidente come fossi in sofferenza. Avevo paura di non essere credibile. Intervenne l’avvocato, questo con due colpetti sulla spalla mi invitò ad andare avanti. Come da accordo, il mio seppur bravissimo avvocato non avrebbe preso la parola. La questione non’era tecnica, ma basata solo ed esclusivamente sui lati umani della vicenda rappresentata …. … Buongiorno signor presidente, e buon lavoro. Allo stato non conosco l’esito dell’udienza. Si sono riservati. Di solito quando l’esito è positivo, la risposta arriva entro 4-5 giorni. Nell’uscire dall’aula volutamente mi sono girato per guardare indietro. Ho visto degli uomini che in terra hanno  il potere di vita e di morte su altri uomini. Quel cerchione ammaccato non mi lascia sereno. Durante il viaggio di ritorno, per un attimo ho pensato a Nazareno. Poi però ho cominciato a pensare ai prossimi motivi che metterò a sostegno di una nuova richiesta di permesso. Ciao a tutti. Gino.

  

Anche il Duca ha voluto dedicare un suo scritto a Nazareno.

Notte spessa, dedicata a Nazareno.

 

Notte spessa.

Sospeso in un remoto incantesimo lo spirito mio.

Levo gli occhi al firmamento:

come magiche lettere,

tremule stelle raccontano l’eterno poema di un sapiente scritto.

Cullate da uno spicchio di luna, cinque di esse,

più luccicante di altre,

esprimono un’unica, semplice, straordinaria parola: AMORE !!

Dieci, cento, mille volte la leggo:

l’anima di Nazareno accarezzata da un immortale infinito.

 

IL DUCA.

  

Risposte agli amici del blog urla dal silenzio. 29 giugno 2011

 

SALVATORE- Caspiterina! Ciao Salvatore, poco fa ho ricevuto parecchi scritti e commenti da parte degli amici del sito. Tra questi, anche due tuoi.

Mi associo al tuo appello. Sarò di parte, ma non fazioso, perciò mi associo.

Qui nessuno intende fare vittimismo. I processi li abbiamo subiti, e siamo stati condannati.

Rimodulerei il tuo appello semplificandolo ulteriormente.

Ecco il nostro punto di vista. Prima di andare avanti occorre precisare che, quando uso il plurale, questo va identificato solo negli ergastolani ostativi in lotta per la vita.

Dunque, il nostro punto di vista: Chi sbaglia deve pagare. Nessuno può sentirsi al di sopra della legge. Chi viene condannato con sentenza definitiva, a torto o a ragione, dovrebbe poter scontare la propria condanna in modo dignitoso. Dunque, sì alla tanta decantata certezza della pena. Siamo d’accordo,  anche noi la vogliamo. Una data certa al posto di quella scritta “Fine pena mai”.

Mai, mai, ma che significato ha? Un mai che nei casi di ergastolani ostativi è un mai reale. Anni or sono ho fatto una domanda al mio avvocato di fiducia, ossia: secondo lei, quei giudici che negli anni scorsi hanno elargito ergastoli come fossero caramelle anche a dei ragazzi arrestati poco più che diciottenni, sapevano quello che stavano facendo?

Ossia, erano consapevoli del fatto che quei ragazzi, uomini e anziani sarebbero morti in galera?

Ad oggi non ho ancora avuto risposta alcuna.

Ecco la risposta a una tua domanda. Buoni o cattivi, non vi è alcuna differenza.

Tra le altre cose  scrivi: Dovè l’umanità che deve essere riconosciuta a coloro che hanno dimostrato di essere redenti?

Bene, mi fermo qui. Credo che a molte cose di quello che hai scritto, ti abbia risposto in modo esaustivo il signor Catania: La conoscenza rende l’uomo potente. La non conoscenza lo rende libero a metà.

 Ciao Salvatore, un grande abbraccio da chi ti considera un fraterno e sincero amico  di chi “voce non ha”.

Da quello che hai scritto, capisco che ti piaccio ancora. Comunque sono contento di sapere che per voi sono sempre beddu, forse un po’ rincoglionito, ma sempre beddu, e soprattutto all’occorrenza anche spacchiusu. Baci Gino. Un abbraccio affettuosissimo a tutti i tuoi cari.

 

 MARIO- Ciao buon Mario, il tuo scritto anche se molto breve è toccante. Toccante per l’ingenuità con cui dici: Mi sembra giusto che dopo 20 lunghissimi anni tu possa usufruire almeno di un giorno al mese di libertà per poter riabbracciare la tua famiglia.

Mario, negli ultimi 20 anni mi sarei accontentato anche di un solo giorno all’anno.

Vedo che sei rimasto colpito dalla foto che mi ritrae con il vestito. Una volta sono stato in un casinò, ma non per giocare. Da libero ero uno con la testa sulle spalle. Niente casinò, niente alcool, niente droga, niente donn … scusa, stavo per dire una cazzata. Le donne, quelle sì. Dunque, di mestiere fai il parrucchiere. Bene, ma perché cosa hanno i miei capelli che non va?

Giustamente dici che non vedi alcun sorriso, beh, la colpa è del “fotografo”, neanche il tempo di mettermi in posizione che subito ha fatto lo scatto. D’altronde, era la vigilia della S. Pasqua, inoltre questo non è un fotografo di professione, chissà dove cazzo aveva la testa!!! (lui.)

Ciao ti abbraccio affettuosamente. Gino.

 

FRANCY- Ciao Francy, ho qui davanti a me quello che hai scritto il 15.2011 alle 7:01, e poi ancora alle ore 7:27. Inizio ad “analizzare” quanto hai scritto, e nel farlo voglio iniziare da quello che hai scritto in fondo: Sei molto elegante nella foto! Un professorino!   

Grazie, visto che mi leggi ormai da un po’ di tempo, avrai capito come io non sia affatto vanitoso.

Tuttavia devo dirti che, di presenza sono meglio … … scherzo, scherzo pero è vero!!!

Sì, in uno scritto precedente ho accennato ad un permesso che se Dio vuole potrei avere. Potrei…No, io non mi laureo. I motivi a sostegno della richiesta per quanto mi riguarda sono molto più importanti della laurea.  Al momento sono al 3° anno dell’istituto d’arte.

Comunque, ho discusso il 23 scorso, ad oggi non ho ancora alcuna risposta. Io ci spero, ci spero, ma non sono sicuro. Forse riuscirò tra qualche mese. La risposta dovrei averla se non domani, sicuramente dopodomani, e comunque entro la fine del mese. L’attesa è snervante.

Oooh! Ma mi vuoi un po’ di bene? Oppure vuoi farmi fuori?

Ma come, chiudi con un, BACI Gino! E poi riapri con una salsa verde?

Gli ingredienti che la compongono sono a dir poco discutibili, ma che è sta cosa? Ma dico io,  santa Donna, ma tu baceresti un uomo dopo che questo abbia mangiato tutta questa roba? Aglio, acciughe, uovo sodo. Lo so che il pepe è dannoso, preferisco usare il peperoncino, possibilmente fresco. Setesetesetesetesetesetesete. Ben ti sta. Un affettuosissimo abbraccio. baci Francy.

 

ANTONIA TRIPODI­- Antonia, colei che più di ogni altri mi ha fatto molto riflettere su alcune tematiche importantissime. Antonia cara, spero di non deluderti se ti dico che no, io non mi laureo, almeno per il momento. Però a scuola ci vado, sono al 3° anno dell’Istituto d’arte. Il permesso l’ho chiesto per altri motivi. Se Dio vorrà lo saprai quasi in tempo reale.

Antonia, la foto che hai visto ritrae me e Ivano. Quella cosa fitusa del duca la conoscerai  più avanti. Quindi quell’altro sarebbe più bello di me. Non credo che tu lo pensi davvero, lo dimostra il fatto che dopo questa affermazione hai scritto: ah ah ah !!!  Ragion per cui, inutile  nasconderlo, ti sono piaciuto più io. Sai giocare a dama, quindi avrai senz’altro capito il significato di questa affermazione che un tempo si faceva in certi contesti. Sono andato a dama diverse volte. Ma poi ho perso la partita della vita. La mia affermazione naturalmente è diversa dalla tua. Ossia, quando riesci in qualcosa di importante esclami con un bel min … ce lo fatta!?!

Ciao Antonia, a presto. Un abbraccio. Gino.

 S’è fatto tardi, domani consegnerò questo mio scritto, dopodiché  continuerò a rispondere a tutti coloro che hanno scritto, che sono tanti.

Voglio chiudere raccontandovi una cosa che mi è accaduta proprio stamattina.

Da qualche settimana è arrivato un ragazzo che viveva in un quartiere limitante al mio. Stamattina, come ogni mattina nel dividere la spesa, tra le altre mi sono accostato anche nella cella di questa persona. Questo mi chiama a se e dice: Gino, io sono stato arrestato da poco, come sai vivo vicino al tuo quartiere. Ho tanto sentito parlare di te. A distanza di 20 anni nel tuo quartiere sono in tanti quelli che non si sono dimenticati di te. Ti amano. Mai nessuno ha parlato male. Adesso avendoti conosciuto di presenza ho capito, ho capito perché tutti parlano bene di te. Ho capito perché a distanza di 20 anni sei ancora nel cuore di tanti ….. Quello che ha detto questa persona ha provocato in me una fortissima emozione. Le persone a cui l’amico faceva riferimento, sono tutte persone che nulla hanno mai avuto a che fare con la malavita ………..  Vi saluto.

Ciao Nadia, buona notte. A domani.                           

 

La pena dell’attesa.. di Claudio Conte

Claudio Conte (che scrive da Catanzaro) interviene poco.. ma sembre con momenti di assoluto valore. Il suo ultimo contributo è stato un racconto di argomento natalizio. Oggi torna con una riflessione, molto acuta ed efficace sul tempo, la pena dell’attesa, la tremenda intensità di alcuni momenti.

Ma prima voglio riportare la parte finale della lettera personale che Claudio mi ha inviato.. perchè merita di essere condivisa con tutti..

“Mi congedo con un caro saluto, in particolare ad Alessandra, Pina, Antonella e a tutti coloro che si sono interessati alla campagna “Bambini in carcere”. Il prossimo “passo” sarà quello di sollecitare una legge che preveda la detenzione di madri con bambini in comunità strutturalmente modellate su quello di recupero dei tossicodipendenti. Nelle quali è assicurata la vigilanza e lo scopo è aiutare e non punire. Chi ne avesse la possibilità, investa della proposta gli assessori alle politiche sociali del comune di residenza e i parlamentari. E teniamoci informati.

Claudio        Catanzaro, 15 febbraio 2011″

E’ una degna battaglia amici. Una battaglia di civiltà. Sosteniamola.. ognuno di noi dia una mano.

E ora torniamo al post di oggi. Premetto che Claudio ha uno stile molto fluido, sa essere estremamente chiaro, comprensibile, ma senza essere prosaico.. brusco.. è chiaro, ma lo sa essere “esteticamente”.. è un modo di scrivere che definirei.. “limpido”…:-)

Il pezzo tocca temi delicati, come indicavo in precedenza. La dimensione temporale nelle sue connotazioni emotive. Il tempo è gravido di sentimenti ed emozioni. E tutto ciò si amplifica in quei luoghi dove la scansione temporale è “forzata”.. specie negli “incontri” e nei “distacchi”.

Testi come questi sono utili perchè sono una sfida ad immaginare, ad “immedesimarsi”. Ma ci siamo mai chiesti veramente cosa si prova quando attendi con ansia un colloquio, quando vedi i minuti correre via, e quando si avvicina il distacco e le parole ti si rompono in gola. Voglio citare un pezzo bellissimo del testo di Claudio, che ha un verismo emotivo che mi ricorda Dostoevkji:

L’incontro in carcere assume un’ntensità eccezionale, ma raggiunge il suo apice con la separazione. Nel “mondo libero”, anche quando non è voluta, è una scelta. Non in carcere. Qui è forzata, è quella del tempo scaduto che si consacra nel momento del saluto e dell’addio. Quello in cui gli occhi si inumidiscono, la voce è impastata, i lineamenti del viso si induriscono, tradendo la tempesta di sentimenti che si scatena nel cuore. Un momento nel quale, sull’ “altare del tempo”, si rinnova la “promessa”: ci dividono, ma solo fisicamente. Per rendere meno doloroso il distacco di quello che può essere un “pezzo” del tuo cuore. Un “vuoto” che ti accompagnerà fino alla prossima occasione, al prossimo incontro. Se ci sarà. Perchè non è scontato, in carcere come nella vita. In specie per quei legami che pur “sacri”, non hanno riconoscimento giuridico. Per i quali i cancelli del carcere rimarranno chiusi. Resta solo il pensiero che può spiccare il “volo” e non trova ostacoli.”

Claudio definisce il carcere “l’emblema della separazione”… e lo è davvero.. e lo è ancora di più per certe norme tribalie a antiquate e certe mentalità burocratiche e iperrigide che fomentano invece di stemperare il tasso di “separazione” dal mondo, dal cuore, e dalla vita.. di cui è impregnato il carcere.

Buona lettura

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La vita stessa pare breve… altrimenti il tempo si allunga, diventa interminabile, uno spreco. E l’anima si contorce e si consuma, perchè solo nella riunione trova pace.

Questa è una sensazione che conosciamo tutti, che appartiene a tutti.

Come conosciamo la “pena dell’attesa”. Ne vogliamo parlare? Ne vogliamo parlare veramente? Ma davvero? Va bene ne parlo…

Vogliamo ricordarci, specie noi maschietti, che l’attesa inizia appena nati con la “pappata”, la riviviamo nella “cerimonia del trucco” durante la vita (mentre a noi non è dato neanche pitturarci). Senza tralasciare che continua anche nell’ “altro mondo”. Statisticamente per noi.. la “dipartita”… arriva prima. Comnque voi.. fate pure con calma :-)!

Ma ironia a parte, l’attesa per chi è in carcere è “pena” che si aggiunge a quella dei giudici. Che può però trasformarsi in “felicitàà”.. quando si realizza. E l’unica “pena” che ha questa capacità. E’ il potere che hanno le persone a noi care. Un sorriso ci “illumina” la vita. Tutto è chiaro. Comprendi quanto sono importanti. E a volte neanche glielo dici. Quante volte ci è successo. Facciamolo alla prima occasione. Io lo sto facendo in questo momento, in un certo senso. E quelle persone che mi incontrano e alle quali manco, perchè c’è separzione dove c’è condivisione (non sono sicuro di avere scritto correttamente questa frase o che non mancasse qualche parola.. nota di Alfredo).

L’incontro in carcere assume un’ntensità eccezionale, ma raggiunge il suo apice con la separazione. Nel “mondo libero”, anche quando non è voluta, è una scelta. Non in carcere. Qui è forzata, è quella del tempo scaduto che si consacra nel momento del saluto e dell’addio. Quello in cui gli occhi si inumidiscono, la voce è impastata, i lineamenti del viso si induriscono, tradendo la tempesta di sentimenti che si scatena nel cuore. Un momento nel quale, sull’ “altare del tempo”, si rinnova la “promessa”: ci dividono, ma solo fisicamente. Per rendere meno doloroso il distacco di quello che può essere un “pezzo” del tuo cuore. Un “vuoto” che ti accompagnerà fino alla prossima occasione, al prossimo incontro. Se ci sarà. Perchè non è scontato, in carcere come nella vita. In specie per quei legami che pur “sacri”, non hanno riconoscimento giuridico. Per i quali i cancelli del carcere rimarranno chiusi. Resta solo il pensiero che può spiccare il “volo” e non trova ostacoli.

Il carcere in questo senso è l’emblema della separazione. Le sue alte mura la rappresentano fisicamente. Le sbarre che si protrarranno nel tempo. L’ergastolo che, probabilmente, lo sarà per sempre.

Eppure.. la libertà è di tutti.

Un abbraccio

Claudio Conte

Cani e figli

In questi giorni sono rimasto sorpreso della sensibilità del nostro Ministro della  Giustizia, tanto che ora quando qualcuno dei miei compagni di pena brontola che viviamo in un paese senza giustizia, vado su tutte le furie.

Come si fa a dire sciocchezze del genere, se il nostro Ministro, nel momento in cui è venuto a conoscenza che un cagnolino soffriva d’ansia, perché gli avevano arrestato il proprio padrone, si è impegnato in prima persona perché il padrone ottenesse gli arresti domiciliari e potesse consolare il suo cagnolino.

Onore al cane, onore al suo padrone che ha capito di vivere in un paese in cui i cani hanno più diritti dei figli dei detenuti, onore al Magistrato che gli ha concesso gli arresti domiciliari, onore al Ministro Alfano e alla sua sensibilità, che ha permesso di non mortificare la dignità di un cane che soffriva d’ansia.

Vede signor Ministro, sono un condannato per reati di poco conto, a pochi anni di carcere, ma siccome sono nato a Palermo, tra quei reati è stata aggiunta anche la ciliegina del 416 bis, che in Sicilia non si nega a nessuno e per questo devo scontare sino all’ultimo giorno di pena segnato in sentenza.

Signor Ministro, durante tutta la durata della pena ho visto una sola volta a colloquio i miei figli, perché nonostante il 416 bis, non ho mai avuto la possibilità economica per farli venire a trovarmi, a Spoleto.

Ora che mi restano pochi mesi di carcere da scontare, avevo chiesto un permesso e mi è stato negato, perché i miei figli non soffrono d’ansia per un padre che non vedono da anni e non sono stati ritenuti altrettanto meritevoli d’attenzione di quel cane che lei ha preso così tanto a cuore.

I miei figli non soffrono e non hanno bisogno della presenza del padre, per essere confortati come quel cane che lei ha preteso venisse rasserenato dalla presenza del suo padrone.

Signor Ministro mi consenta  di dirle  che è davvero un grande Paese quello dove il Ministro della Giustizia si preoccupa per l’ansia di un cagnolino e non dei figli dei detenuti che non possono vedere i genitori per anni.

Di Gregorio Girolamo

Casa di reclusione di Spoleto lì, 1 settembre 2010

 

ON. GIORGIO NAPOLITANO

Al ministro della Giustizia

ON. ANGELINO ALFANO

Sulla vicenda surreale che ha per oggetto il cuore d’oro del Misericordioso Ministro Angelino Alfano (“Dio benedica il suo nome” come dicono gli islamici) ci eravamo già occupati nel post “Sfogo di un carcerato indignato” d Tommaso Amato, anche lui detenuto a Spoleto, come Gregorio Di Girolamo, autore di questa lettera per il Presidende della Repubblica e per il Pietoso e compassionevole Alfano Angelino.

Merita anche questa lettera di essere letta. Perché mentre ci si dispiace di cagnolino e della sua ansia (e non sto certo sminuendo l’ansia del cagnolino..:-), però si dovrebbe avere a quel punto ancora più attenzione per tanti figli costretti a non vedere i genitori per anni. Si dovrebbe pensare a una rinnovata disciplina dei permessi. A dislocazioni geografiche che tengano conto della vicinanza con la famiglia e di un realistico ed effettivo percorso di rieducazione e risocializzazione. Naturalmente anche solo il pensarle queste cose implica una mentalità non particolarmente rigida, ottusa e burocratica.. ovvero implica qualcosa di non molto diffuso tra le alte sfere dell’Ammininistrazione Penitenziaria.

Vi lascio anche allo sfogo di Girolamo Di Grigorio

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Al presidente della Repubblica

 

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