Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Carcere tra dissipazione e indigenza… ricordando Nicola Ranieri

scuros

Il nostro amico Nicola Ranieri è morto nel settembre 2011. 

Ormai era libero.. perché era in condizioni così tragiche che il carcere lo aveva scarcerato. Almeno ha potuto passare gli ultimi suoi giorni di vita con i suoi familiari.

La sorella Mina più di un anno fa ci fece avere la stampa di tutto un patrimonio di testi di Nicola presenti sul suo computer che, nel frattempo, con notevole ritardo, le era stato restituito.

Da quel momento, di volta in volta, pubblichiamo uno di questi testi per ricordare il nostro amico.

Quello di oggi lo trovo di particolare interesse e di particolare attualità; soprattutto nella parte in cui si riferisce al vitto nelle carceri.

Cito un passaggio:

“Le caratteristiche delle gare d’appalto al massimo ribasso per la fortuna dei pasti dei detenuti sono tali da produrre cibi pressocché immangiabili dei quali si avvale una percentuale di persone detenute irrilevante. La stragrande maggioranza delle persone detenute compra i generi alimentari e si confeziona i pasti a spese proprie, intanto si continua a cucinare per l’intero numero delle persone detenute. Col risultato che almeno l’80% dei cibi confezionati finiscono nella spazzatura tutti i giorni. Si tratta quindi di quintali di pasta, carne, pesce, verdure, condimenti che tutti i giorni finiscono nella spazzatura. Del resto, nessuno sa che i tre pasti quotidiani per una persona detenuta devono essere  confezionati, mediamente, con un euro e mezzo! Se si tiene conto di cosa costa un kg di pane o un litro di latte, si capisce velocemente che il vitto fornito con questa risorsa non può essere accettabile, se non per necessità estrema ed in mancanza assoluta di qualsiasi altra risorsa! Ma intanto sono quintali di cibo (di qualità scadentissima) confezionato che ogni giorno finiscono nella spazzatura!”

Quando Nicola scrisse questo testo -non è indicato l’anno- il costo per alimentare un detenuto corrispondeva a un euro e mezzo. E temo che la cifra non sia cresciuta di troppo. Facciamo anche che sia 3 euro adesso -anche se temo sia di meno. Ma che cosa puoi veramente dare da mangiare ad un essere umano con una spesa di tre euro al giorno, e probabilmente anche meno?

Ma se un cane o un gatto costano di più come mangiare?

E si pensa di dare da mangiare a chi è in carcere cibo che viene a costare una miseria?

E’ inevitabile che si compri un cibo da cesso, e infatti finisce, spesso, nel cesso… ovvero fuor d metafora, buttato.

Io non so se le cose siano esattamente come le descrive Nicola… ma devo dirvi che raramente ho sentito un detenuto dirmi che mangia la sbobba immonda che evacua quotidianamente il carcere. Chiunque può si compra il cibo nello spaccio interno o usa quello che -limiti permettendo- i parenti gli inviano.

Anche se si facesse una miserabile valutazione di “risparmio totale”, se poi effettivamente quintali di cibo venissero quotidianamente buttati, ci sarebbe davvero questo “risparmio”.

C’è una domanda importante che fa Nicola… “sta bene a qualcuno che le cose vadano in questo modo?”.

Qualcuno ci guadagna?

E’ ora di fare seria luce su tutte le sfaccettature degli appalti per il cibo in carcere.

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Lo scandalo? Il Ministero della Giustizia spende mediamente un euro e mezzo per i tre pasti quotidiani di ogni persona detenuta. Un euro e mezzo per tre pasti! Un euro e mezzo!

Migliorare la vivibilità in carcere? Sarebbe sicuramente possibile, se lo si volesse fare davvero. Negli ultimi anni il carcere ha registrato presenze simboliche e fugaci anche di persone appartenenti a ceti sociali che mai avrebbero pensato di fare quest’esperienza, di solito riservata ai ceti poveri della società. Nei brevissimi soggiorni di questi personaggi il carcere diventa… scandaloso! Il politico, il professionista, l’amministratore, il play boy o il rampollo di qualche famiglia nobile. Perfino qualche nostalgico Reale o capitano d’impresa, improvvisamente scopre il carcere e tutte le sue ombre cupe, la dissipazione delle risorse impiegate male, il degrado!

Qualcuno di loro ne approfitterà per il fare il testimonial di una linea di occhiali, altri si ammantano di un’areola di martiri, e comunque il loro soggiorno in galera si risolve con una manciata di giorni. Per loro tutte le misure alternative al carcere sono praticabili.

E intanto il carcere… resta quel luogo di degrado ambientale ed umano che, enunciano i notabili di turno, desta scandalo nell’opinione pubblica. Poi cala il sipario e tutto resta com’era! Si potrebbe evitare tanto spreco! Si potrebbe fare di più per quel reinserimento tanto osannato, per quei principi fondamentali enunciati nella nostra Carta Costituzionale, dove la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. Bisognerebbe allora preparare gli agenti della Polizia Penitenziaria ad avere un rapporto umano, socievole e rieducativo nei confronti dei detenuti. Mentre per qualcuno o forse più, esiste solo questo distacco verso chi ha sbagliato. Anzi, alcuni agenti evitano perfino di parlare con le persone detenute, altri lo fanno ma non certo con gli strumenti  formali adeguati. Direzione e ufficiali non sempre vigilano sul comportamento degli agenti. Gli educatori, pochi, non riescono, nonostante i loro sforzi, ad essere presenti in tutto, o non hanno modi e mezzi per migliorare il vivere nelle carceri. Gli assistenti sociali che non conoscono per niente la realtà in cui, ogni tanto per poche ore, si addentrano, e la loro voce non si sente e non viene ascoltata. La scuola e i vari corsi di formazione sembrano volere dare l’immagine di un tentativo di cambiamento. Negli operatori sociali, volontari o dei progetti finalizzati, si nota di voler fare tanto di più, ma non è possibile. Hanno le mani legate, mancanza di mezzi e scarsa considerazione da parte degli addetti istituzionali  alla gestione. Tuttavia portano in carcere il senso di libertà, un’interlocuzione altra da quella istituzionale, d’insegnamento che la vita è altra cosa da quella che si vive qui dentro. Bisognerebbe di più tempo e più progetti, per essere più vicini ai detenuti per più ore. Formazione professionale, lavoro, cooperative, se ne sente solo parlare in qualche carcere. Perché non in tutti? Abituare le persone a quel vivere con una giornata di lavoro, dove non si pensa ad altro e non si ha tempo di pensare… Vogliamo parlare di sprechi?

In quante carceri esiste il frigorifero in cella? Fino a pochi anni fa il frigorifero era un optional anche nelle case dei cittadini liberi. Oggi è un elettrodomestico imprescindibile in ogni civile abitazione. In carcere è ancora un tabù dai risvolti incredibili. Basterebbe pensare all’estate, quando per ore o per intere giornate i rubinetti dell’acqua restano aperti per raffreddare o conservare i viveri. Uno spreco immane dall’esito rilevante.

Eppure basterebbe un piccolo frigorifero (come è successo tanti anni fa con la televisione) non solo per economizzare le risorse, quando per “adeguare”.

La vita delle persone recluse a quella delle persone libere in fatto di gestione domestica. La luce elettrica? Lampadine a neon sempre accese nella cella per tante ore al giorno. Nei corridoi restano accese sempre, anche in posti dove la luce non serve. Ma chi va a spegnerle? Tanto chi paga? E che dire del vitto dell’amministrazione? Le caratteristiche delle gare d’appalto al massimo ribasso per la fortuna dei pasti dei detenuti sono tali da produrre cibi pressocché immangiabili dei quali si avvale una percentuale di persone detenute irrilevante. La stragrande maggioranza delle persone detenute compra i generi alimentari e si confeziona i pasti a spese proprie, intanto si continua a cucinare per l’intero numero delle persone detenute.

Col risultato che almeno l’80% dei cibi confezionati finiscono nella spazzatura tutti i giorni. Si tratta quindi di quintali di pasta, carne, pesce, verdure, condimenti che tutti i giorni finiscono nella spazzatura. Del resto, nessuno sa che i tre pasti quotidiani per una persona detenuta devono essere  confezionati, mediamente, con un euro e mezzo! Se si tiene conto di cosa costa un kg di pane o un litro di latte, si capisce velocemente che il vitto fornito con questa risorsa non può essere accettabile, se non per necessità estrema ed in mancanza assoluta di qualsiasi altra risorsa! Ma intanto sono quintali di cibo (di qualità scadentissima) confezionato che ogni giorno finiscono nella spazzatura! Eppure basterebbe poco per razionalizzare quello che è ora uno spreco assoluto. Se proprio non si riesce a fare una gara d’appalto che consenta la fornitura seria del vitto, la soluzione immediata potrebbe essere quella di distribuire crudi i generi alimentari… sta bene a qualcuno che le cose vadano in questo modo?

E’ ragionevole pensare di sì! Noi possiamo solo segnalare che le cose sono messe male e che lo spreco è enorme (senza alcun beneficio) e che si tratta di denaro pubblico. Possiamo solo segnalare la grave separazione che regna tra la società libera e le sue istituzioni. Possiamo solo suggerire ipotesi di adeguamento e razionalizzazione. Non è colpa nostra se troviamo orecchie sorde nei gestori della cosa pubblica.

Ranieri Nicola

Rinchiudevano i detenuti in celle di rigore… di Emilio Quintieri

Simbolic

Il nostro amico, Emilio Quintieri, ha scritto questo lucido testo su una vicenda che non merita ulteriori commenti.

Leggere il contenuto del testo è già sufficiente.

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RINCHIUDEVANO DETENUTI IN CELLE DI RIGORE, INCRIMINATI PER OMICIDIO COLPOSO E ABUSO DI AUTORITA’ AGENTI DI POLIZIA PENITENZIARIA

Rinchiudevano i detenuti con comportamenti “devianti, conflittuali o autolesionistici” in una cella di punizione, priva di acqua, di luce e di riscaldamento; senza servizi igienici, senza letto e senza uno sgabello per sedersi. E nella cella 408, dopo aver tentato il suicidio in una cella comune, ci finì anche Cherib Debibyaui, 28 anni, marocchino, che il 5 marzo 2009 si tolse la vita impiccandosi. Il giovane era arrivato nella Casa Circondariale di Santa Maria Maggiore da pochi giorni, trasferito da Reggio Emilia dove era stato condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. Non era stato accettato bene dai detenuti del carcere veneziano, neppure dai suoi connazionali perché soffriva di turbe psichiche e in cella si comportava in modo piuttosto strano.

Nonostante questo era stato sistemato in una cella con altri detenuti e quella mattina si era chiuso in bagno. Solo per caso, aveva bisogno di lavarsi, un altro detenuto si è accorto che si era appeso ai tubi del bagno e lo ha salvato, sollevandolo e facendo in modo che il nodo si stringesse intorno al collo.

Sono immediatamente intervenuti gli Agenti della Polizia penitenziaria che dopo aver controllato lo stato di salute del marocchino, lo hanno trasferito in una cella da solo, più che una cella una camera di sicurezza dove vengono trattenuti i detenuti pericolosi o in stato di agitazione.

Gli vennero sottratti cinghie, lacci, lenzuola, tutto ciò che lui poteva trasformare in una corda. Gli lasciarono solo una coperta. Lui, con pazienza e strappando con i denti ha ridotto quella coperta in striscioline di lana, le ha intrecciate e ha costruito una corda. È riuscito ad impiccarsi agganciandola alla cerniera della finestra, che stranamente ha retto i sui settanta chili.

Il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Venezia Dott. Massimo Michelozzi, titolare dell’inchiesta, ha raccontato in Udienza di essere entrato in quella cella e l’ha descritta : “buia, un odore forte e nauseante, gli escrementi per terra”. Per la sua morte furono sottoposte ad indagine diverse persone tra cui l’Ispettore di Polizia Penitenziaria Domenico Di Giglio, 46 anni, che quel giorno comandava gli Agenti in servizio e che fu accusato del delitto di omicidio colposo.

La vicenda finì con una ulteriore tragedia, poiché l’Ispettore Di Giglio, nel frattempo messo in congedo per problemi psicologici, si tolse la vita il 27 settembre 2009, dopo aver ammazzato con quattro colpi di pistola (due al torace e due al collo) la moglie Emanuela Pettenò, 43 anni, Guardia Giurata.

Oggi sul banco degli imputati ci sono l’ex Comandante della Polizia Penitenziaria del Carcere di Santa Maria Maggiore di Venezia Daniela Caputo, l’Ispettore Stefano Di Loreto, l’Assistente Capo Vincenzo Amoroso, il Vice Sovrintendente Francesco Caputo e gli Ispettori Leonardo Nardino e Pietro De Leo. Caputo e Di Loreto devono rispondere di omicidio colposo e abuso di autorità mentre gli altri quattro solo del secondo reato.

Nei giorni scorsi il Giudice per l’Udienza Preliminare Dott. Andrea Comez, dopo che il Pubblico Ministero ha ribadito la richiesta di rinvio a giudizio per i cinque imputati, ha rinviato l’Udienza al 23 dicembre prossimo per l’ex comandante della Polizia penitenziaria Caputo, che ha chiesto di essere processata allo stato degli atti con il rito abbreviato, mentre quelle per gli altri quattro, al 12 novembre, giorno in cui il Magistrato dovrà decidere se indizi e prove sono sufficienti per mandarli sotto processo.

Di Loreto, stando al capo d’imputazione, a causa del tentativo di suicidio di Cherib, che era stato sventato in precedenza da due detenuti che erano con lui in una cella comune, lo avrebbe trasferito nella cella di punizione, dove dopo 62 ore di isolamento era riuscito ad impiccarsi al chiavistello della finestra. La Caputo avrebbe avvallato la decisione del sottoposto e non avrebbe disposto la sorveglianza sul detenuto a rischio. La stessa sorte avrebbero subito nel corso del 2008 e del 2009 altri detenuti, in particolare, il tunisino Kais Latrach (rinchiuso nella cella 408 per 25 ore una prima volta e per altre 32 una seconda), il tagico Omar Basaev (per 175 ore), il romeno Ilie Paval (per 46 ore), gli iracheni Mohamed Sami (per 30 ore una prima volta e per altre 121 una seconda) e Karim Eddi (per 9 ore).

Per la maggior parte degli episodi la Comandante della Polizia Penitenziaria di Santa Maggiore avrebbe approvato la decisione dei suoi sottoposti a rinchiudere in una cella di rigore, in gergo definita “cella liscia” i detenuti, non solo quelli che avrebbero minacciato o percosso altri carcerati o danneggiato le strutture di Santa Maria Maggiore, ma anche chi, come il 28enne Cerib aveva cercato di uccidersi. E nonostante fosse stata la presenza di altri detenuti a salvarlo, con tutta evidenza sarebbe stata la decisione di metterlo in una cella da solo, oltre che senza acqua, luce e riscaldamento, a permettere che i suoi tentativi di suicidio andassero a buon fine. Al processo era presente anche Eddy Karim, costituitosi parte civile con l’Avvocato Marco Zanchi, che ha ricordato che c’era voluta la morte per porre fine ad una pratica che durava da tre anni.

Solo nei primi 10 mesi del 2013 sono decedute 123 persone, 39 delle quali si sono tolte la vita mentre, dal 2000 sino ad oggi, i prigionieri che sono passati a miglior vita nelle nostre Carceri sono 2.210 di cui ben 791 si sono suicidati.

I Radicali Italiani con l’On. Marco Pannella denunciano da tempo la flagranza criminale dello Stato e la Corte Europea dei Diritti Umani condanna ripetutamente l’Italia per violazione sistematica dell’Art. 3 della Convenzione di Roma che proibisce categoricamente la tortura e le pene ed i trattamenti inumani e degradanti.

Recentemente, in seguito alla battaglia dei Radicali e dopo l’ultimatum dell’organo giurisdizionale istituito presso il Consiglio d’Europa, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inoltrato un formale messaggio al Parlamento chiedendo una serie di interventi per risolvere la questione carceraria suggerendo di valutare la concessione dell’Amnistia ed dell’Indulto, provvedimenti clemenziali specificatamente previsti dall’Art. 79 della Costituzione.

Immediatamente si sono registrati gli attacchi al Capo dello Stato da parte di alcune Forze Politiche e, nello specifico, la Lega Nord Padania, i Fratelli d’Italia ed il Movimento Cinque Stelle ritenendo che il suo intervento fosse un “salvacondotto” per l’ex Presidente del Consiglio On. Silvio Berlusconi, Leader del Pdl, condannato definitivamente per frode fiscale e che comunque non sono necessari i provvedimenti di clemenza generale invocati.

Oggi a Bari il Sindaco di Firenze e candidato in pector alla Segreteria del Partito Democratico Matteo Renzi dice “Affrontare oggi il tema dell’Amnistia e dell’Indulto è un clamoroso autogol. Bellissimo vedere chi fa volontariato nelle Carceri, ma come facciamo a insegnare la legalità ai giovani e agli studenti se ogni sei anni buttiamo fuori i detenuti perché le Carceri scoppiano ?”.

Purtroppo oltre alla Lega Nord, a Fratelli d’Italia ed al Movimento Cinque Stelle, bisognerebbe spiegare al Sindaco Renzi (e a coloro che la pensano come lui) che in questo momento occorre interrompere con urgenza la strage che si consuma quotidianamente ai danni dei reclusi nelle nostre Carceri che dovrebbero essere il “Regno del Diritto” ed invece sono delle “Discariche Sociali” dove ci sono moltissimi poveri cristi, dove viene praticata la tortura, dove dalla disperazione ci si toglie la vita e dove vengono regolarmente violati quei diritti umani fondamentali garantiti dalla Legge fondamentale dello Stato.

Non esistono altri provvedimenti – se non l’Amnistia e l’Indulto – che siano in grado di porre freno a questa “situazione di prepotente urgenza sempre più prepotentemente urgente sul piano costituzionale e civile. Una realtà che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana – fino all’impulso a togliersi la vita – di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo, per non parlare dell’estremo orrore dei residui ospedali psichiatrici giudiziari, inconcepibili in qualsiasi paese appena appena civile”.

Caro Sindaco, dovrebbe dire ai giovani e agli studenti, che lo Stato Italiano che si definisce civile e democratico, che si vanta di aver abolito la pena di morte, incarcera i suoi cittadini in attesa di una condanna che il più delle volte, come dimostrano fonti ufficiali, non arriverà mai, costringendo i condannati ad espiare la loro pena in condizioni indegne che ledono gravemente la dignità umana in celle piccole, sporche e buie unitamente ai topi ed agli scarafaggi per 20 ore al giorno su 24, senza acqua calda, senza riscaldamenti, senza assistenza sanitaria e psicologica, etc., condizioni che non esistono nemmeno in Paesi certamente non migliori dell’Italia come la Turchia.

Racconto di un sopruso nel carcere di Bologna.. di Benito Macrì

Tramite la nostra Pamela, che a sua volta l’ha ricevuto da Giovanni Lentini -detenuto nel carcere “La Dozza” di Bologna e amico storico di questo Blog- ci è giunto questo esposto che Benito Macrì -un compagno di Giovanni- ha inviato al Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna.

Benito vuole che questo documento venga pubblicato, perché si sappia come la violenza fisica e psicologica sia una costante in tante carceri.

Nella storia che leggerete non c’è stato nessun pestaggio, ma stava per esserci se Benito non si fosse adeguato agli ordini perentori dell’ispettore, che non ha preso (stando a quello che racconta Salvatore) in nessuna considerazione le sue contestazioni (quelle che lo avevano portato a chiedere di parlare con l’ispettore).

Anche se non c’è stato pestaggio..stava per esserci.

Anche la violenza non consumata, è violenza, è strumento di pressione, di ricatto, sottomissione. Vedere gli agenti che si mettono i guanti di gomma, pronti a mettere in scena il rito “fatti i bicipiti col detenuto”.. minacciarla come si fa coi cani randagi..  è già di per se stesso un trauma, è come “strizzare” dentro una persona, strizzarla l’anima come un asciugamano bagnato.

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Al Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna Dott. Maisto

Il sottoscritto MACRì BENITO, nato a Crotone il 13/08/1970, attualmente detenuto presso la CC di Bologna, espone quanto segue affinché si vogliano fare accertamenti e, di conseguenza, prendere provvedimenti necessari per non far ripetere eventi umilianti, degradanti, poco edificanti e che non rientrano nel trattamento educativo previsto dall’ordinamento penitenziario.

Mercoledì 9 maggio 2012, alle ore 14:30 circa, sono entrato nel carcere della Dozza dopo aver fatto sosta, per 4 ore, in celle fatiscenti dell’accettazione, sono stato accompagnato al 3° piano sezione B del reparto di Alta Sicurezza. Erano le 18:30 quando mi è stato detto dall’agente di turno della sezione 3B di entrare nella cela 23. Io ho adagiato le borse contenenti i miei indumenti davanti la predetta cella, ho aspettato che l’agente mi aprisse il blindo per entrarvi;

quando l’agente ha aperto la cella, il detenuto che c’era dentro mi ha fatto notare che i posti erano entrambi occupati e che il suo compagno di cella era in ospedale e che sarebbe tornato il giorno dopo, e che, se fossi entrato io, lui sarebbe stato costretto ad andarsene in isolamento. Sentito tutto ciò e costatando che effettivamente i letti erano già sistemati con lenzuola personali, mi è sembrato brutto entrare in una cella dove entrambi i letti erano occupati: avrei dovuto disfare il letto del compagno detenuto per poterne avere uno mio (cosa che dopo sono stato costretto a fare).

Nello stesso tempo ho notato che il detenuto Schettino Alberto, ubicato nella cella 2 del 3° B, era stato declassificato e lo stavano accompagnando al 2° piano, quindi da lì a poco si sarebbe liberato un posto dove potermi sistemare senza creare disagi a nessuno.

Ho detto all’agente di poter essere ubicato nella cella 2. Lui mi ha detto che dovevo entrare per forza nella 23. Io gli ho detto che non potevo entrare in una cella dove non c’era nemmeno un letto dove potermi coricare ed ho chiesto di farmi parlare con un ispettore.

Dopo nemmeno 10-15 minuti, è arrivato un ispettore che con 7-8 agenti non mi ha dato nemmeno l’opportunità di esporre il problema che si era creato, mi ha invitato ad entrare in cella, io stavo cercando di spiegare cosa era successo, ma lui con toni perentori, ha ordinato agli agenti di mettersi i guanti e di chiudere i blindi delle altre celle (in modo che nessuno dei compagni detenuti vedesse cosa stava accadendo). Lui stesso ha messo i guanti e chiuso gli spioncini del blindo della cella 22. Quando ho visto tutto ciò ho capito che stavano per picchiarmi, mi sono impaurito e sono entrato in cella senza opporre alcuna resistenza.

Allora mi chiedo: cosa mi sarebbe successo se non fossi entrato in cella?

Per quanto sopra esposto, chiedo alla S.V. di voler prendere atto di quanto accaduto e prendere provvedimenti necessari per evitare che si ripetano violenze del genere.

A conferma di quanto esposto, si citano come testimoni i seguenti compagni detenuti del 3° B, che hanno assistito inermi all’infausta e umiliante vicenda.

*Si fa presente altresì che a causa di questo esposto, in data 18 maggio 2012 ho subito un consiglio disciplinare e mi sono stati inflitti 8 giorni di isolamento.

 Benito Macrì.

Mattatoi

Amici, non ci potremo mai abituare sugli orrori le bestialità che vengono commessi su altri esseri umani. Mai immaginarle tanto crude, tanto accanitamente violente e ottuse nel loro scatenarsi.

Questa è la testimonianza di un uomo, realmente esistente, con tanto di nome e cognome e altri dati, ma che qui chiamerò Gino. Mi sono imbattuto casualmente in lui. Da poche parole compresi che aveva molto da raccontare. E gli chiesi se volesse farlo. Lo ha fatto con questa lettera. E gli ho chiesto se potevo pubblicarla. Ha dato il suo consenso, purchè la firmassi solamente a nome “Gino”.

Ecco i mattatoi all’opera amici miei.

E sono parole che sentite da uno come me che non ama l’orgia retorica e che ama distinguere, e che sa che il mondo del carcere non è solo un film dell’orrore, che le guardie carcerarie non sono solo animali sadici, che i direttori non sono solo ottusi burocrati dediti solo alla propria carriera, e che i medici del carcere non sono solo strafottenti impiegati del dolore. Ho trovato sempre inaccettabili le generalizzazioni. Eppure, va però anche detto che se queste cose non sono tutto il mondo carcerario, ne sono però una parte, e neanche piccola. Una parte consistente.

E questo con buona pace dei pompieri ipocriti, che preferiscono che la desolazione dilaghi ma che “i panni sporchi si lavino in casa”. Con buona pace dei solerti e scrupolosi soldatini di piombo e di latta che minimizzano sempre, che edulcorano sempre.. per i quali la cosa più importante è salvaguardare prestigio e onorabilità delle istituzioni e delle singole strutture o del “corpo” a cui appartengono. E questo è più importante delle vite spezzate, degli abusi brutali, della dignità gettata nel letame… di tanti esseri umani. Sono esperti parolai, carte da parati incolore, collaudati da conferenza, specializzati in aria fritta e in discorsi retorici e vacui. E aggiungono sempre che.. “sì.. qualcosa non va.. sì ci sono delle macchie..delle pecche..dei limiti….”..ma… “non siamo precipitosi.. discutiamo.. valutiamo.. iniziamo un lungo confronto e ipotizziamo e bla bla bla…”

La realtà che descrive questa letterà non è tutto il carcere. Ma il carcere è ANCHE questo. VIOLENZE.. PESTAGGI.. MENEFREGHISMO.. OTTUSITA’.. CARRIERISMO E CORRUZIONE MORALE. Arbitrio che nasce dalla abdicazione alle proprie responsabilità e ai propri doveri. Dove non ci sono diritti e doveri, ma privilegi e abusi. Dove non ci sono uomini ma feudatari e servi. Oligarchi e clienti. Ed è troppo facile lanciare strali solo contro le guardie violente. Le guardie imparano l’irresponsabilità da medici, funzionari  e direttori che per quieto vivere, convenienza personale e carriera fanno finta di non vedere e chiiudono più di un occhio e mezzo, e con la loro omissione ai propri doveri diventano complici anche degli atti più brutali. Con la loro strafottenza e viltà insegnano a chi fa i pestaggi che ognuno in fin dei conti mira al suo vantaggio e tutela la sua barca. E’ facile prendersela solo con le guardie violente. Se ci sono troppi pestaggi e abusi fisici e morali.. il campo delle responsabilità è molto più ampio, e in prima fila ci sono anche direttori, funzionari, medici… e tutti coloro che sono investiti del dovere di vigilare e non vigilano.. e tutti coloro che pur sapendo non parlano.

Andiamo alla storia di Gino..

Storia di un essere umano, sballottato da un carcere all’altro. Storia di un essere umano trattato come un punchball. Che porta la memoria di infiniti pestaggi, e gli “affettuosi” ricordi delle “simpatiche” “squadrette” (è un caso la vicinanza semantica con … “squadristi”?). Un essere umano che impigliato a un certo momento in una storia di tensione e violenza con le guardie.. sarà “marchiato” e sconterà di carcere in carcere questa “colpa”. Sembra che alcuni detenuti siano quasi come in una “lista nera”, e dovunque li “sballottino”, godono dei “diritti” di un “trattamento speciale” a suon di cazzotti, provocazioni e umiliazioni.

Un essere umano perde più di trenta chili. Ma chi se ne accorge?

Un essere umano soffre dolori lancinanti per anni? Ma a chi gliene frega?… è normale che questo essere umano abbia incontrato per anni solo menefreghismo? E che per anni i medici se ne sono fottuti alla grande? E’ normale? Ma che razza di medici sono questi? Non sono medici. Non ne sono degni? Sono gli addetti apatici e pigri del mattatoio. Voglio riportare uno dei passaggi finali della lettera di Gino, che trasmette tutta questo avvilimento..

“Non capivano che stavo male, il menefreghismo generalizzato anche dei medici è disumano. Ma per uno come me non era nulla perdere 50kg . Fatto sta che convivevo con un male oscuro, è stato inutile gridare il mio dolore, nessuno ha ascoltato il mio grido. Solo qualche anno piu tardi, ormai allo stremo, mentre mi trovavo a Poggioreale “Padiglione Venezia”, eravamo EIV e 41 bis, venni sottoposto ad una tac e mi riscontrarono una forma tumorale all ultimo stadio, avevo il linfoma di odgkin 4° stadio b, avevo i linfonodi in metastasi. Il medico del carcere mi disse hai 1 mese di vita se non fai la chemio.”

Alla fine Gino in qualche modo ne esce, come vedrete alla fine della lettera, e adesso, faticosamente, si è ricostruito una propria vita.

Eppure queste storie devono uscire fuori. E ci si deve indignare anche fosse una soltanto una storia del genere. Anche una storia soltanto sarebbe troppo.

Nessun essere umano può essere trattato così. Nessun essere umano deve essere trattato così.

Vi lascio alla storia di Gino.

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Salve vengo a risponderle al suo messaggio, mi diceva di parlare del mio vecchio passato detentivo ,mi ci vorrebbero anni per elencarle tutto. Le posso dire che ho girato moltissimi istituti di pena ero entrato per scontare un cumolo di rapine estorsioni etc non avevo reati associativi ma per via del mio comportamento mi e stato dapprima applicato l art 14 bis op prorogatomi per ben quasi 5 anni allo scadere dei 6 mesi mi si prorogava poi di volta in volta poi mi e stato applicato e.i.v e quello e stato il colpo di grazia .

Penso che ho battuto il primato delle punizioni con l’ isolamento totale dei pestaggi subiti dagli agenti sono stato segregato mesi nudo in cella , sono molto noto negli ambienti carcerari ho conosciuto Nino Faro a Badu e Carros, Mario tuti etc etc . Loro potrebbero confermare tutto quello che ho passato in quel periodo maledetto della mia vita.

Il mio comportamento violento era all epoca da attribuire agli abusi e soprusi che ho ricevuto da parte di chi dovrebbe operare per il reinserimento del detenuto. Ho conosciuto la direttrice Miserere Armida a Sulmona, e pace all anima sua ma sono stato veramente privato anche del carrello del mangiare per diversi giorni. Ero ormai un auto senza freni ho il corpo tutto tagliato , pancia gambe braccia, mi stavano facendo impazzire, venni mandato a fare la perizia psichiatrica mi dissero che ero borderline e mi rispedirono in carcere.

Ho girato i seguenti istituti: Verona, Padova, Udine, Belluno, Tolmezzo, Treviso, Venezia, Milano- Opera, Milano- S.Vittore, Livorno, Volterra, Spoleto, Napoli Secondigliano, Napoli Poggioreale, Bellizzi, Irpino, Fossombrone, Sollicciano, Bologna, Vasto, isola Porto Azzurro, Nuoro, Badu e Carros etc.

Mi trasferivano perche incompatibile con la custodia e con la direzione tante volte ho tentato di evadere ma a vuoto. Non conto le volte che sono stato massacrato dalle cosidette squadrette, fratture mai medicate. Penso, senza togliere nulla a nessuno, di averne passate davvero tante che non credo un altra persona se avrebbe resistito. Ho avuto in quegli anni solo il conforto dei detenuti, che sapevano tutta la mia situazione.

Si entra nel girone dell inferno quando vieni trasferito da un carcere per motivi di condotta ho perche hai aggredito un agente.. sei davvero finito, perché come arrivi nell’ altro istituto ti massacrano anche loro e cosi via. Anche se tu sei tranquillo sei segnato e sei sempre oggetto di abusi, ritorsioni, dispetti, percosse, etc , da parte della direzione o del personale.

Si ho trovato anche persone brave direttori al dialogo, ma 1 su cento. Ero solo un ragazzino mai capito. Mi ricordo sempre un tragico episodio che ha fatto si che l’inferno cessasse. Mi trovavo nel carcere di Parma nel 2000. Io peso di solito 80 kg; era un periodo che stavo davvero male, perdevo kili tutti i giorni; da 80kg ne pesavo 53 . Non capivano che stavo male, il menefreghismo generalizzato anche dei medici è disumano. Ma per uno come me non era nulla perdere 50kg . Fatto sta che convivevo con un male oscuro, è stato inutile gridare il mio dolore, nessuno ha ascoltato il mio grido. Solo qualche anno piu tardi, ormai allo stremo, mentre mi trovavo a Poggioreale “Padiglione Venezia”, eravamo EIV e 41 bis, venni sottoposto ad una tac e mi riscontrarono una forma tumorale all ultimo stadio, avevo il linfoma di odgkin 4° stadio b, avevo i linfonodi in metastasi. Il medico del carcere mi disse hai 1 mese di vita se non fai la chemio. Ritornato in cella volevo impiccarmi, mi misi in lacrime il lenzuolo attorno al collo, ma poi non ebbi il coraggio di farlo, non volevo morire in quel posto, volevo rivedere la mia famiglia almeno per l ultima volta, volevo morire fuori da quell inferno. Così, avvisata la mia famiglia, il 26 dicembre del 2002 fui mandato in detenzione domiciliare a Verona da mia madre.

Ho avuto altre volte la detenzione domiciliare. Sono stato arrestato nel 2004 ma subito assolto. Mi sono sposato, ho avuto una bambina, ho divorziato, adesso convivo in attesa di risposarmi con la mia attuale compagna da cui ho avuto 3 figli. Da poco mi e stata tolta la sorveglianza speciale, ma attualmente ho la detenzione domiciliare per reati commessi in carcere 11 anni fa. Però ho tre ore al mattino e tre ore al pomeriggio per uscire. Sono commerciante, vendo scooter e auto usate.

La malattia è sotto controllo, ma come le dicevo non c’e notte che non vivo incubi ricorrenti collegati a quel mio passato d inferno vissuto in quei contenitori di carne umana che servono solo ad ucciderti fisicamente e psicologicamente. Penso spesso ai miei vecchi amici che sono ancora li, in quei regimi strazianti e mi auguro che un giorno anche per loro finisca la continua tortura.

Chiudo qua il mio sfogo cogliendo l occasione di mandarle un caro saluto.

Gino

Lettera di Sebastiano Milazzo all’Onorevole Casellati

Sebastiano Milazzo, di cui tutti voi ormai conoscete la vicenda, ci ha inviato questa lettera che ha spedito al Sottosegretario alla Giustizia, Onorevole Elisabetta Alberti Caseellati.. in merito sì al suo caso personale, ma col discorso che si espande ed abbraccia problematiche generali relative alla giustizia.

Il caso di Milazzo lo troverete in tanti post precedenti. Il 3 ottobre è stato trasferito da Spoleto  a Carinola.. ovvero in uno dei peggiori carceri di Itali, un carcere tra l’altro considerato “punitivo”. Il trasferimento sembra fortissimamente avere motivazioni di “rappresaglia”, in stile vendicativo e punitivo. Sebastiano si era opposto ALLA PRATICA ILLEGALE di introdurre altri compagni nella cella degli ergastolani. L’art. 22 del Codice Penale prevede l’isolamento notturno degli ergastolani.. tradotto.. prevede di essere gli unici “abitatori” della loro cella, dato che è un pò “strampalato” immaginare altri compagni “a mezza giornata”.. nei fatti quell’articolo porta al diritto dell’ergastolano di soggiornare da solo in cella.

LA PRATICA CHE ALCUNE CARCERI CERCANO DI ATTUARE, COL BENEPLACITO O L’ACQUISCIENZA DELL’AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA, DI METTERE ALTRI DETENUTI NELLE CELLE DEGLI ERGASTOLANI E’ UNA PRATICA ILLEGATE. UNA PRATICA COMMESSA IN VIOLAZIONE DELLA LEGGE.

E state certi che lo diremo costantemente. E che di volta in volta segnaleremo, anche a organi di stampa e altri soggetti, quelle carceri CHE VIOLANO LA LEGGE.

La lettera di Sebastiano è interessante, come tutti i suoi interventi del resto.. Da una parte il suo discorso è di ampio respiro, abbracciando ad esempio il tema dell’irrazionalità dell’attuale sistema dei trasferimenti di detenuti.. dall’altra si sente il suo furore e la sua indignazione… anche tra le righe.. e questo rende ancora più viva e autentica la sua lettera.

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On. Elisabetta Alberti Casellati

Sottosegretario alla Giustizia

Oggi 19/11/2010 l’ho sentita commentare in tv. Un video sul povero Stefano Cucchi.. e dalle sue parole traspare una sensibilità che le fa onore.

Con franchezza però, mi permetto di affermare che quando è passata a parlare del sistema carcere, le sue sono state parole che dimostravano la sua non conoscenza di ciò che è realmente il sistema carcere.

Questo principio da lei affermato: CHI SBAGLIA PAGA, non vige nel sistema. Ma vale invece il principio che chi più opera per scatenare gli istinti più bassi per portare il sistema verso il collasso, più fa carriera, e resiste ad ogni maggioranza. Un principio che porta il sistema a viaggiare  come slitte alla velocità del cane più lento, più incapace, del più malvagio, che riesce a mortificare le migliori potenzialità presenti nel sistema, e ce ne sono tante; ed esalta chi indirizza ogni sua azione verso pratiche stupidamente inutili e malvagiamente crudeli e prive di ogni controllo e destinate alla gestione delle carceri.

Costoro trovano comodo interpretare la pena come una vendetta per mascherare la loro incapacità e i loro fallimenti rispetto ai valori che la Costituzione assegna alla pena. Promotori eccelsi dell’industria delle traduzioni, trovano comodo addossare la colpa delle cose che non vanno ai mancati finanziamenti e alle mancate assunzioni, e mai agli sprechi di cui sono artefici. Le faccio un esempio concreto di spreco che racchiude in sé incapacità, irrazionalità e scientifica malvagità.

Il 03/10/2010 vengo trasferito da Spolet a Carinola, perché qualche giorno avanti, non avevo aderito all’invito di mettere un altro compagno nella piccola cella che occupavo da solo da dieci anni, invocando oralmente e per iscritto, con un documento allegato, il rispetto dell’art. 22 del Codice Penale.

Le assicuro che non c’entra niente la prevenzione dei reati. I miei comportamenti in 18 anni di carcere sono stati all’insegna del più totale rispetto delle norme e delle professionalità che operano in carcere,e ho operato all’insegna di una crescita personale, come testimoniato dalle stesse relazioni trattamentali. Non c’entra nemmeno il sovraffollamento, in quanto la stessa mattina è stato trasferit un altro detenuto e portato in un luogo dove chiedevo di andare da anni, per potere coltivare al meglio i rapporti affettivi. C’entra soltanto la malsana volontà di allontanarmi ulteriormente dai miei familiari. Una pratica assurda, becera e costosa che nessuna maggioranza riesce a correggere, messa in atto nei miei confronti per avere osato chiedere civilmente il rispetto della legge a chi è deputato a farla rispettare, in un luogo dove si dovrebbe rieducare alla legalità.

Non so dirle se il mio trasferimento sia stato deterrminato da volontà interne, o di qualche funzionario che rifiuta i confini e gli argini della legge e della logica. So soltanto che per privarmi definitivamente ei rapporti affettivi, sono state spese cifre enormi e sprecate risorse umane non indifferenti che potevano essere meglio utilizzate.

“Nel 2009 la polizia penitenziaria è stata impegnata in 330.000 trasferimenti di detenuti, con un aggravio veramente importante per la polizia penitenziaria (…) , sono stati spesi 8/9 milioni di euro solo per le compagnie aeree, senza contare spese pari a 2/3 agenti per detenuto”. (Franco Ionta Dir. DAP, Agenzia Asca 25/05/2010).

Uno spreco di risorse per trasferire detenuti anche quando esigenze reali e documentate non li giustificavano, e uno spreco di agente per traduzioni inutili, in un periodo di sovraffollamento, in cui carceri nuove restano chiuse per mancanza di agenti.

Risorse economiche e umane sprecate per una mancata territorializzazione della pena, e che soddisfa solo la malsana malignità dei singoli, che privi di ogni controlo sul proprio operato, hanno acquisito la convinzione che il detenuto è solo un oggetto “in senziente”, che non può permettersi, come nel mio caso, nemmeno di chiedere di coltivare i rapporti affettivi.

“Come osi tu, oggetto del mio diletto e delle mie perversioni, chiedere il rispetto della legge?”.

Mi scuso per il mio amaro sfogo, so di aspettarmi ulteriori ritorsioni per avere esternato la mia amarezza a tutte le istituzioni e che nessuno potrà né evitarle, né impedire queste malvagie pratiche assunte a sistema, sbandierando inuili, quanto ingiustificate e non documentate esigenze di sicurezza.

Spero soltanto che questo ulteriore mio amaro sfogo possa offrirle spunti di riflessione sui motivi che hanno portato a collasso il sistema.

Carinola, 30/11/2010

Distini saluti

Sebastiano Milazzo

Mani sporche in carcere.. di Pasquale De Feo

Come ricorderete, pubblicando il primo numero del “Diario” di Pasquale De Feo, mi colpi l’immagine di quelle persone, che lui vedeva dalla finestra, intente a mettere da parte e a portare con sé quella che in sostanza era la “cresta” sul cibo e le cose dei detenuti. Mi colpiva la “naturalità” con cui sembrava che questo atto accadesse. Che poi.. senza fronzoli.. è di sciacallaggio che si tratta naturalmente. E che siano implicate persone che lavorano in carcere e anche detenuti.. se lo sono, come fa  intendere Pasquale De Feo, la cosa non è meno grave, e quindi da sussurrare. Ma è più grave, e va bandita ai quattro venti. Dato che di mezzo ci sono persone in condizioni di difficoltà e il dovere di correttezza, onore e servizio che hanno persone che svolgono lavori particolarmente delicati.

Scrissi allora a Pasquale De Feo per saperne un pò di più..

E con questa lettera (ma credo che ce ne saranno altre) il quadro che emerge è ancora più desolante. Ossia quello che veniva descritto non solo è confermato, come prassi costante in molte carceri intendo, ma inserito in un contesto più ampio, nel quale.. per dirla in soldoni.. dove si possono  mettere le mani le si mettono. E quindi mele acquistate come Melinda, con relativo esporso di denaro e invece si tratta di mele da cassetta, e il differenziale viene messo  in saccoccia da chi gestiste queste miserabili pratiche. Oppure piccole “tangenti” sugli acquisti della cucina e tanto altro.

Colpisce quando Pasquale parla di un sistema sostanziale collaudato, con le aziende libere di fare il loro gioco.. DATO CHE HANNO DETENUTI E AGENTI SUL LORO LIBRO PAGA. Suona male detto così. E se qualcuno si infastidisce non possiamo farci nulla. Una scimmia, d’altronde, resta scimmi anche se vestita di sposa.. diceva la mia nonna.. e credo proprio dicesse bene.

Ci tengo a spingere ad avere uno sguardo più ampio verso queste vicende.  A non cascare nel gioco di chi dice una cosa perchè “è dalla parte dei detenuti..” ( o dei poveri.. o degli stranieri.. o dei bambini..ecc.. a seconda dei casi); come se non esistessero cose avvertibili comunque come degne o indegne di una coscienza morale, e si prendesse parte esclusivamente per appartenenze o simpatie.

Quello che si racconta in questa lettera è semplicemente sbagliato.. anche se non c’entrassero i detenuti. E il carcere, da questo punto di vista, non è un epicentro del male. Ma fa parte del “contesto”. Un contesto globale, che abbraccia ogni campo e territorio dell’economia, della produzione, dell’informazione, della gestione.. è che è incentrato su una profonda corruzione, e su un inquinamento, che è prima di tutto morale. Queste descritte sono pratiche che, paradossalmente, non dovrebbero stupire.

C’è un filo che collega i chirurghi che piazzano valvole che non servono nel cuore o riempiono i bambini di psicofarmaci per avere l’incremento di percentuale da parte delle case farmaceutiche di cui sono al solo.. e un filo che collega la gestione dei concorsi nelle Università.. gli ospedali diventati buco nero e epicentro della gestione clientelare, specie nel meridione.. gli appalti forniti agli amici degli amici.. e via via, fino ad ogni piccola forma di servilismo e di corruzione.

E non è una questione giuridica, di astratto diritto. E’ una questione di civiltà morale e di bassa umanità..  che potremmo definire con nomi altisonanti e scientificamente corroborati.. ma che preferisco senza tanti fronzoli chiamare PARASSITI.

Caratteristica di ogni forma vivente parassitaria (chiamare uomini questi pagliacci perdonatemi non mi ci riesce proprio) è SFRUTTARE LE RISORSE, I BENI, E LE ENERGIE ALTRUI.. ABUSANDO DELLE PROPRIE POSIZIONI E RUOLI.. PER AVERE PROFITTI E INTROITI ILLEGALI.

TIPICO DELLA FORMA DI VITA PARASSITARIA E’ PRENDERE, SENZA DARE. SI TRATTA DI PESI MORTI PER TUTTI COLORO CHE HANNO LA SVENTURA DI AVERCI A CHE FARE. E PER LA SOCIETA’ IN GENERALE, CHE PERDE OGNI ANNO RISORSE CHE VANNO A FINIRE NELLE TASCHE DI QUESTI PESI MORTI. SI’, PESI MORTI, ZAVORRE. Una vita senza dignità e senza onore è una vita in cui ti accovacci in quella zona del crepuscolo in cui conta solo servire e fottere (scusate l’inglese).

Naturalmente quelle descritte da Pasquale (come cose a cui ha assistito nel corso degli anni) non sono grandi ruberie o infamie da capogiro, come quelle che ho citato “extra mura”. Ma il principio non cambia. E non può esserci alcuna tolleranza. Specialmente quando tu SFRUTTI una situazione di obiettiva difficoltà di altri. Come chi sfrutta una affittuaria che non può pagare l’affitto, chiedendole prestazioni sessuali. Sebbene sono contro gli atti di violenza.. trovo più dignità in un duello ottocentesco o in un rissa tra eguali, che in questo patetico accampare piccoli privilegi sulle spalle altrui.

I parassiti sono forme di vita che infestano l’intero paese.

Lo scritto di Pasquale è utile, perché ci apre una piccola finestrella, di come operano in carcere.

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Caro Alfredo,

ho ricevuto la tua lettera dove mi informi che hai ricevuto il mio plico.

Sono contento che il diario ti sia piaciuto e che vada bene. Siccome non l’avevo mai fatto, non sapevo come regolarmi. Così ho scritto ciò che sentivo. Riguardo la mia nipotina, e in generale i miei nipoti, la cosa triste è che la maggioranza li conosco solo i foto. Alcuni sono grandi, hanno diciotto anni. Le leggi penitenziarie sollecitano l’apparato ad agevolare i rapporti e i contatti familiari. Tutte balle, perché questi despoti del DAP e i direttori si attaccano sui cavilli anche per le telefonate, figuriamoci per il resto.

In merito al secondo punto, in altre carceri ho fatto denunce in merito.. per le ruberie sul peso e sulla qualità. Ad esempio.. paghi le mele Golden o Melinda e ti portano quelle da cassette che si pagano a cassetta. Con 4-5 kg si pagano la cassetta e il resto che rimane, 25-30 kg è franco. Così con altra frutta e verduta. Poi qualcosa la prendono anche sul peso. Questo per quanto riguarda quello che compriamo noi. Poi c’è il rifornimento della cucina del carcere. Lì c’è poco  controllo, anche se formalmente c’è una commissione di detenuti. Ma i ricatti e le persecuzioni scoraggiano la maggior parte di loro.

LE DITTE PAGANO A PERCENTUALE A CHI COMANDA IL CARCERE, E FANNO QUELLO CHE VOGLIONO.

Questo è un costume che si perpetua nella maggioranza, o quasi totalità, delle carceri.

Possono farlo perché il D.A.P. è complice passivo. Tutti sanno; dagli agenti, operatori, e i detenuti. Ma purtroppo tutti hanno paura delle conseguenze; e se i detenuti denunciano, le Procure non fanno niente. Al massimo ti vengono a interrogare. Solo formalità, e poi non fanno niente. Come lo stesso i Provveditorati, gli Uffici di Sorveglianza e il D.A.P.

Il detenuto dovrebbe avere prove e controprove.. dove li va a prendere? Noi siamo come i Dalid, “intoccabili”. La nostra paroa non conta niente, a parte quando qualcuno per uscire rovina altri poveri cristi, come noi. La realtà è questa. E credimi, ho provato tante volte. Ho vinto qualche battaglia, anche se poi le ho pagate caramente. Ma non sono riuscito a smuovere le acque.

Anche a Parma ho fatto questa battaglia. Sono venuti a interrogarmi i N.A.S., mandati dalla Procura. Ho visto un miglioramento di decenza, ma niente di più. Senza menzionare gli appalti in carcere, che è un’altra vergogna.

Il D.A.P. sa tutto, perché i detenuti scrivono, ma non fa niente. Una casta di intoccabili.

In sindacati della Polizia Penitenziaria sono peggiori di certi politici della peggiore specie.

Spero di averti fatto un quadro completo. Dimenticavo.. con questo governo ora, e l’altra legislatura 2001-2006, le cose sono peggiorate.

(..)

Ti saluto con un abbraccio..

Pasquale…

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