Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Suicida per ragion di stato… di Salvatore Torre (quarta parte)

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Pubblico oggi la quarta e ultima parte del racconto di Salvatore Torre -detenuto a Saluzzo- “Suicida per ragion di stato”, vincitore della menzione d’onore nell’ambito del premio Goliarda Sapienza. 

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Lei quando fu trasferito a Pianosa?
Dopo essere rimasto sette mesi al carcere dell’Asinara: stranamente qualche giorno dopo aver rivisto mia moglie e mio figlio.

“ Stranamente” ?

Sospettai subito che lo avessero fatto presupponendo che il regime di Pianosa mi avrebbe dato “il colpo di grazia”, spezzato definitivamente ogni mia resistenza.

Aspetti un attimo: ma questo cosa centra con il colloquio?

Vede, quel giorno lasciai mia moglie e mio figlio distrutto dai sensi di colpa e ritengo che l’amministrazione non fosse lasciata sfuggire quella ghiotta occasione- dissi, ritrovando tutta la sofferenza di quel giorno.
Eravamo in due nella sala colloquio: assieme a me, in attesa dei familiari, c’era un oumo multo anziano, immobilizzato nel corpo da una malattia da cui non so dire.

Era li, con il suo volto solcato dalle rughe, lo sguardo rattristato, in cui sfumavano degli occhi incupiti e stanchi. E il corpo caduto era li infossato dentro una carriola dove era stato infilato dalle guardie per dileggio. Ed io pensavo con amarezza quale angustia stesse vivendo in quel momento non potendo ribellarsi alla disabilità e soprattutto al sopruso.
E pensavo a quale sofferenza avrebbe segnato gli occhi dei suoi cari quando lo avrebbero scoperto abbandonato, dentro quella tragica cornice di penosa rassegnazione. Ma anche io, in un certo senso, ero in mobilizzato. Ero li, dritto dietro quel vetro con gli occhi fissi sulla porta dall’altra parte, e aspettavo. Ero li e desideravo aggrapparmi ad ogni istante dei momenti che da li a poco mi avrebbero regato il ricordo di un’altra vita. Ero li che aspettavo mia moglie, immaginando di riempire la memoria dei suoi sguardi delle linee del suo viso, e delle pieghe del suo corpo e di ogni parola che mi avrebbe raccontato poi di lei e di nostro figlio da cui sarebbe tornata dopo essere stata a trovare papà in quel luogo lontano dove lavoro.
Ero li, che aspettavo tutto questo, quando per la mia gioia e allo stesso tempo sconcerto, attraversò per primo quella porta mio figlio. Ma non poteva essere lui! Non doveva essere lui!

“ Papà!!Papà!” Urlò appena mi scorse, e correndo verso di me con quegli occhi animati dalla gioia di rivedermi. avrebbe voluto abbracciarmi, ma lo so che quella lastra di vetro arrivò prima di me. Le sue mani vi si posarono sopra e la senti, era li tangibile sotto alle sue dita, fredda, distante, mentre un velo di disorientata tristezza si disegnava sul suo giovane e bellissimo viso. Non capiva, era ovvio, come poteva.

“Papà… “ mormorò. Incerto, volgendo lo sguardo da una parte all’altra della lastra di vetro e allora vide là in fondo una porta. Scappò la giù e la spinse forte più volte, tentando di aprirla senza riuscirci.

“ Papà, apri! Papa!” lo sentii chiamare, pareva un agnellino che lancia un grido di aiuto.

Sua madre lo raggiunse e provò a quietarlo. “Lasciami! Lasciami voglio andare da papà”

“Perché non mi apri papà?” Esclamò, battendo le mani sul vetro. Io non seppi che fare, restai li paralizzato come quel vecchio sulla carriola con le mani e la fronte abbandonati sul vetro, limitandomi a mormorare il suo nome.

“Papà apri per favore!” – piagnucolò, ancora, prima di rifugiarsi sulle gambe di sua madre e affossare il viso nel petto.
Un’immagine davvero sconsolante…. Un bambino dovrebbe mai vivere simili esperienze- affermò Ilaria.

Quella volta vietai a sua madre di portarlo ancora con sé, fintanto che fossi rimasto in un carcere speciale; poi, due anni dopo smise di venire pure lei- confidai.

Mi dispiace…

No, no….. dopotutto come darle torto.

Quindi, se ho capito bene, secondo lei il suo trasferimento avvenne in quel momento perché la sapevano psicologicamente assai più debole?

Si.

Ma perché condurre un uomo al limite della sopportazione, perché tutta questa violenza, alla fine quale scopo avrebbe dovuto realizzare?

Ogni loro azione tendeva a costringerci a “ collaborare con la giustizia” o, quando male, a contare un altro “ Suicida per ragioni di Stato” – ironizzai amaramente.

Suicida per ragion di Stato?

Dicevamo cosi quel compagno che si uccideva, solitamente stringendo una corda al collo, perché lo Stato, attraverso i suoi funzionari penitenziari, gli aveva tolto la volontà di vivere: insomma, non appena tu stavi ancora a ipotizzare di impiccarti, lo Stato era già là a tirarti giù per le gambe.

Uh, capisco… e lei ci pensò mai?

A uccidermi?

Ilaria annui

Qualche volta- risposi.

Cosa l’aiutò a non farlo? L’ idea di sua moglie? Suo figlio?

No, non proprio…

Mi racconti.

Arrivai a Pianosa quando la dieta dell’Asinara mi aveva spolpato quasi per intero la carne di dosso, pesavo appena sessantadue chili, ma fu sufficiente appena un altro mese di vita a Pianosa perché arrivasse a parlare a tu per tu con la morte.
Morivo di inedia, perché il cibo non solo era poco e scadente, ma per riuscire a inghiottirlo dovevi prima ridurti come una bestia, senza ragione e coscienza, perché in mezzo al vitto vi9 trovavi ogni cosa : gomme da masticare, cicche di sigarette, anche topi morti.

Topi?

Conditi di ottimi sputi- dissi.

Scherza?

No. Dopo aver scatarrato nel pentolone erano pure cosi gentili da chiederti se ne volessi un po’: insomma, ti mettevano davanti a questa scelta: umiliarsi e sopravvivere o resistere e morire e, nel momento in cui sceglievi di sopravvivere, e prima o poi accadeva, allora e solo allora eri pronto a urlare dentro e stesso: “ si, figlio di puttana sputa, sputa di nuovo che mi è piaciuto il sapore!” Solo che io non ero ancora pronto a farlo.

Allora, cosa fece?

Nulla, a parte portarmi a presso la fame e gli strascichi della follia. Le giornate trascorrevano facendo ormai senza di me; mi trascinavo in giro la vita per inerzia, solo perché doveva andare cosi; neppure le guardie avevano più tanto interesse a maltrattarmi, anche perché non badavo più nemmeno ai loro abusi; andavo passivamente alla deriva e loro lo sapevano; aspettavano pazienti che giungessi alla fine di quel viaggio senza ritorno, ero prossimo alla meta.
L’idea della morte non mi era mai stata tanto vicina; non mi era più nemica, ora era un pensiero che mi accarezzava e che mi teneva compagnia; era un’alternativa che mi recava conforto: era li, a dirmi che potevo spegnere quella maledetta luce; e questo fu fino a quando, una mattina non trovai “appeso” alla finestra uno dei miei compagni di cella.
Lui si, aveva legata una corda al collo della sua vita e, adesso era li che penzolava inerme davanti a me. Non mi guardava nemmeno con quegli occhi tirati su, contro il soffitto. Né veniva un solo fiato da quella bocca sgorbiata dall’asfissia.
“ Un pezzo di merda in meno”.
Questa frase mi traversò tutto d’ un tratto la mente. La trapassò con violenza di una lama dentata di un coltellaccio da cucina e squartò ogni mio pensiero.
Non avevo dubbi, no, alcun dubbio: qualcuno di loro trovandolo lassù privo di vita lo avrebbe additato in quel modo. L’avrebbero deriso e umiliato anche da morto, ne ero certo: “ Svegliati! Svegliati! Non permettere loro di farlo!” Gli urlai, allora, mentre il dolore compulsava ossessivo dentro di me: “ Svegliati! Svegliati!” Lo incitai ancora, e ancora, fino a quando qualcuno non mi spintonò fuori dalla cella.

Ilaria non disse nulla, rimase per un momento a guardare lo smalto delle sue unghia.

E’ stata la morte di quell’uomo a salvarla- disse, poi, levando gli occhi per guardarmi.

Io annuii.

Si, per fortuna smisi di accettare l’idea che potessi fare quella fine.

Lei crede che il Governo del nostro paese abbia tollerato colpevolmente questo gioco al massacro?

Solo tollerato? Non fù forse il ministro dell’interno, quello della giustizia e il capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria a ordinare la deportazione di centinaia di detenuti in carceri territorialmente cosi isolati e inaccessibili, a predisporre quel tipo di regime? Non erano loro il governo?-obiettai.

In quel momento un agente entrò nella stanza, indicando che il nostro colloquio era giunto alla fine.

Ilaria ed io ci guardammo semplicemente negli occhi, comunicandoci il rammarico per quel tempo che andava “ più veloce delle parole”.

Grazie- disse lei, mentre le nostre mani rimanevano un momento a stringersi nella promessa di un arrivederci.

Grazie a lei- le risposi, poi la guardai raccogliere le sue cose, alzarsi e andare verso l’uscita, ma si fermò appena prima di infilare la porta. Fece un cenno alla guardia di attendere ancora un momento e tornò verso di me.

E Giuseppe? Lo ha più rivisto?- chiese, ricordando che non tutto le era stato detto.

Scossi la testa.

Ma la sua denuncia…cioè si è spogliato davanti ai Giudici? – insistette

Si, si tolse la maglia subito dopo avere raccontato degli abusi che aveva subito e pregato di non essere riportato in quel carcere: “ O se no sono morto” – aveva detto loro

E?

In effetti Giuseppe ottenne quel poco di attenzione che chiedeva, solo che lui non ebbe nessun guadagno.
Perché… cosa gli accadde?

Ne più ne meno di quanto aveva pronosticato ai giudici: l’indomani mattina, mentre nelle pagine del quotidiano locale era dedicato un trafiletto alla sua “protesta” lui, veniva trovato privo di vita, impiccato alla branda della sua cella.
Un altro suicida per ragioni di Stato… commentò lei, lasciando correre un sospiro, prima di lasciare la stanza.
Un altro suicida per ragiono di Stato – mormorai tornando a guardare l’articolo appeso alla parete, poi, senti dei passi lenti e un po’ affaticati, venire verso l’uscio di casa. Sentii la maniglia cigolare mentre era abbassata e quella leggera corrente d’aria che si trascina dietro la porta che si apre, invadere la stanza. Vidi mia madre, minuta lievemente strizzare gli occhi, per mettere a fuoco la mia persona, in piedi, ferma davanti a lei. Vidi le sue mani coprirle il viso e sentii un lamento salirle in petto.
Oh, figlio… figlio… figlio – ripetè fra i singhiozzi, mentre con il passo incerto della vecchiaia incedeva verso di me e, con la forza del sentimento materno, mi stringeva forte le braccia attorno ai fianchi.

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Suicida per ragion di stato… di Salvatore Torre (terza parte)

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Oggi pubblico la terza parte del racconto di Salvatore Torre -detenuto a Saluzzo- “Suicida per ragion di stato”, vincitore della menzione d’onore nell’ambito del premio Goliarda Sapienza. 

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GENNAIO 1993

Il deja –vu  è quella sensazione di aver vissuto qualcosa che si presenta a  noi per la prima volta, io invece, lo stesso identico risveglio lo avevo già vissuto in quel messe di agosto. Mi e occhi spalancarono non appena  le orecchie intercettarono e trasmessero al cervello  il rumore minaccioso  degli anfibi  che calpestavano il pavimento nel corridoio.

 “Merda! di nuovo!”  mi arrabbiai, mentre mi tiravo giù dal  letto   e correvo  a  infilare pantaloni, che la sera prima, avevo la sciato sullo sgabello; mentre lo facevo, riflettevo, pero, che questo rumore c’era qualcosa di strano, mi sembrava meno rumore dell’altro. Scoprii di avere ragione qualche istante dopo, quando vidi comparire davanti alla mia cella “ soltanto” se agenti ma erano tutti venuti per me.

“Finisca di vestirsi e ci segua” disse uno di questi, una volta che fu aperta la cella e potè dominare la soglia. Questa gentilezza fu ancora più strana. Fui tentato di domandare dove si andava ma non avrei avuto certo risposta e ,quindi, vi rinunciai.

Mi scortarono fino ad una saletta, non molto lontana dall’ufficio matricola. Qui dopo che fui spogliato mi perquisirono gli abiti e ogni parte del corpo.   Mi dissero di rivestirmi poi lasciandomi solo a tormentarmi tra i dubbi. Cosa cavolo stava succedendo? La risposta mi venne un’ora più tardi, quando, presso di me, vidi arrivare un drappello di carabinieri, con in mano un paio di schiavettoni: mi stavano trasferendo.

Su due piedi? Perche? E le mie cose?

Fui issato su un furgone blindato e chiuso in una delle sue microscopiche celle, che peraltro era anche ceca. Tuttavia l’andatura regolare e monotona del furgone mi indusse a pensare che stessimo viaggiando sopra l’autostrada.

Verso Catania o Palermo? Un’altra domanda che avrebbe trovato, forse, risposta più tardi. Mi appisolai durante il tragitto fino a quando, fattosi diverso, il moto del furgone, mi avvisò che stavamo attraversando un centro abitato: dovevamo essere prossimi alla destinazione e infatti dopo un altro quarto d’ora di strada, il furgone fermò la sua corsa.

Quando il motore fu spento cercai di aprirmi ai rumori che venivano dall’esterno e appena sentiti più di un aereo alzarsi in volo, compresi di trovarmi sulla pista di un aeroporto.  Sarei, dunque, volato via?

Dove?

E ancora perché?

 Pensai a mia moglie   e a mio figlio.

“ Dai dai, mettiamolo giù!” disse qualcuno ad un certo punto. Il portellone del furgone si apri ed io, tenuto da un carabiniere per la catena, fui trascinato per la strada.

Sulla pista vi erano altri furgoni e attorno all’aereo mobile un cordone di militari con il giubbotto antiproiettile e il mitra in mano. Tutto questo per me?

In realtà non era proprio cosi, perché sull’aereo trovai imbarcati un’altra decina, e forse più di detenuti. Fu una magra consolazione sapere, di non essere solo. Fui sospinto in fondo all’aereo e fatto accomodare sopra il sedile accanto al finestrino. Mi sedette vicino un carabiniere che, levatomi gli schiavittoni, infilò una manetta attorno al suo polso, e  l’altra attorno al mio.

Cos’era questa situazione?

Pensando alle voci di radio carcere, dubitai che potesse essere una deportazione verso gli istituti a regime di carcere duro, come quella che nei mesi passati aveva già confinato almeno $== detenuti.

Ma lo era davvero anche questa?

Lo avrei saputo senz’altro più tardi, mi dissi mentre l’aereo prendeva quota conducendomi in un luogo che mi era ancora del tutto ignoto.

L’Asinara ci accolse mostrandosi il suo volto migliore: quello scorbutico e severo dei burocrati dell’ufficio matricola, un poco scocciati per essere costretti ad eseguire, per ognuno di noi, la procedura di schedatura: occhi, capelli, altezza impronte  digitali eccetera.

Prima di farlo suddivisero le celle per quattro: io capitai con due palermitani e un agrigentino. Restammo in quella cella forse mezz’ora e potemmo scambiare qualche parola e ognuna di queste confermava le altre, tese a indicarci un tunnel nero come il nostro futuro.

Un tunnel nero come il nostro futuro…. –   ripetè Ilaria, che sembrava aver abbandonato in parte la sua iniziale diffidenza.

E’ solo una brutta metafora per rappresentare l’inizio di quella terribile esperienza che per me, e molti altri, ha avuto un solo nome: Regime speciale di carcere duro.

E’ stato cosi terrificante??

Distruttivo.

Quanto la Cella Nove? – chiese, suggerendo un elemento di paragone.

Scossi la testa.

La segregazione alla Cella Nove era certamente dolorosa e umiliante, ma per chi ha vissuto il carcere duro nelle isole sarde, era come la polvere su un vestito  rimasto  per troppo tempo  inutilizzato: una rispolverata e torna  come nuovo – dissi, sperando di darle un’idea di cosa fosse quel regime penitenziario.

Uhm, come immagine  non è male, ma ho bisogno che mi dica di più, se lei vuole che comprenda davvero di cosa sta parlando… Immagini che  la Cella Nove  sia per me il male assoluto: allora, mi dica, come faccio a vedere oltre il male assoluto? – mi interrogò.

Ci pensai su un momento.

Magari considerando che il male assoluto della Cella Nove era comunque temporanea e casuale: c’era, ma potevi anche non patirlo, eventualmente lo soffrivi, però poi, quasi sempre tornavi a vivere. Il male assoluto delle isole sarde, invece, oltre a includere quello della Cella Nove, era poi sistematico e collettivo: c’era, non gli sfuggivi e vi sopravvivevi a stento… anzi diversi non riuscirono neppure in questo.

Pensi che dal nostro arrivo all’ Asinara, tra le altre cose, per oltre venticinque giorni non ci fù permesso di comunicare ai nostri familiari dove fossimo stati trasferiti né di avere loro notizie; poi,per tutto quel tempo rimanendo con addosso gli stessi indumenti con i quali eravamo arrivati, potemmo lavarci solo con una saponetta e con l’acqua del rubinetto(per altro salina e sporca).

E i vostri legali?

Facevano quel che potevano: si arrabattavano tra la procura e il carcere dal quale eravamo stati trasferiti, senza riuscire ad ottenere alcune informazioni; del resto, le loro denunce venivano sbrigativamente archiviate e le richieste al D.A.P. , volte a conoscere la nostra destinazione, restavano prive di risposte.

Capisco – disse Ilaria, distraendosi un momento a guardare l’ orologio, come le era già capitato di fare altre volte.

E’ tardi? – chiesi.

No, non proprio, temo solo che il tempo vada più in fretta delle parole, così ogni tanto gli lancio un occhiata sperando di rallentare la sua corsa, di modo che io possa sentire sino in fondo la sua storia.Continui per favore… – disse infine.

Lo fece.

Quel primo giorno e quella nostra prima notte al carcere speciale della Sinara, apparte qualche tono sgarbato,  la luce rimasta sempre accesa e lo spioncino dei blindi che, intorno alle tre, sbatterono di colpo, facendoci sobbalzare dal letto (e questo si sarebbe ripetuto ogni notte), trascorsero relativamente tranquilli. Fummo la per dubitare che radio carcere avesse un pò esagerato, riferendo quali orrendi abusi scrivessero i deportati alle carceri dell’ Asinara e di Pianosa.

Poi però venne l’indomani.

La chiave aprì le nostre celle pressappoco alle 7:30. “ In piedi, forza!” urlò una delle cinque guardie, alti e grossi come armadi, entrati nella nostra, mentre strattonava per la maglia il più anziano dei miei cellanti , costringendolo a sollevarsi dal letto.

“Ti spacco il culo, se ti ripesco a letto! Coglione!” gli urlò sulla faccia spingendogli contro il petto il manganello. Poi si voltò a guardare maligno verso di noi. Io ebbi l’ impulso di dire qualcosa, ma l’ alrto detenuto ansiano, mi fermò lanciandomi un occhiata ammonitrice.

“Tra mezz’ora tutti in cortile, per l’ ora del passeggio. E’ vietato rimanere in cella!” Aggiunse questa guardia, prima di lasciare la nostra cella. Lo sentii poi urlare dentro le altre celle. Alle 8:00 le nostre celle furono di nuovo aperte. Nel corridoio ci aspettava la classica doppia fila di agenti con lo sfollagente in pugno. Mentre la attraversavo di corsa, colpito da qualche manganellata, non sapevo ancora che quella sarebbe stata prassi non solo di ogni mattina ma anche di ogni pomeriggio, alla seconda ora di cortile : due volte al giorno, tutti i giorni.

Tutti i giorni? – chiese allora Ilaria, come  se la possibilità che da quella pratica ne potesse sfuggire qualcuno la potesse consolare.

Sì, tuttavia, gli agenti che calavano il manganello su di noi non erano poi tutti e quelli che lo facevano non davano quell’ impulso tale da menomarti fisicamente, per quanto facessero lo stesso male. In questo caso a frustrarti, più che la violenza in sé era la tensione nervosa di doverla affrontare quotidianamente. Il discordo era invece diverso a Pianosa… Là il regime era spietato, feroce, incredibilmente sadico.

Cioè ?

Tanto per restare in tema, le manganellate “pre-cortile”, non soltanto erano elargite con una forza e una violenza tale da “spezzarti il fiato” , ma anche arricchite da un diversivo di non poco conto: prima di somministrarle, infatti, distribuivano lungo il corridoio, tra le due file di agenti, un liquido che rendeva il pavimento scivoloso, cosicchè tu, nel momento in cui per scampare a qualche randellata ti arrischiavi a correre, finì immediatamente a gambe all’ aria, fracassandoti le ossa. Ovviamente ad allargare la ferita veniva poi la derisione, il ghigno beffardo che ti proponevano mentre ti serbavano queste umiliazioni.

Vi era anche li una Cella Nove?

Altrimenti della “Stanza delle candele”: ogni sera qualcuno di noi era destinato a raggiungerla e a subire qualche cattiveria.

Ogni sera? – chiese Ilaria.

Io annuii.

Erano così puntuali che bastava sentire lo scalpiccio lungo il corridoio per sapere che quella volta sarebbe toccato a qualcun’ altro e tu stai lì a chiederti: “Sarò io?” e quando passavano dritti davanti alla tua cella preferendo qualche altro a te, tiravi un egoistico respiro di sollievo.

Perché “Stanza delle candele”?

La chiamammo così dopo quello che fecero a un vecchio malavitoso vede, quest’ uomo aveva l’ abitudine di pregare e leggere la bibbia per diverse ore al giorno e, siccome i nostri carcerieri erano molto scettici riguardo alla sua devozione, un bel di – bontà loro – pensavano di mettere alla prova la sua fede. Pertanto lo condussero in questa stanza, al centro della quale per l’ occasione avevano predisposto un altarino con attorno una recinzione di candele accese, lo fecero inginocchiare sul pavimento, con una bibbia tra le mani e, frattanto che lo investivano da getti di acqua fredda lo costrinsero a recitare dei salmi- raccontai trovando ancora tristezza per quell’ uomo.

Tutta questa storia è raccapricciante … – mormorò Ilaria, dicendo più a se stessa che a me.

Bè, non per nulla l’Asinara era detto “lo scannatoio”.

Quindi il regime repressivo di Asinara, per quanto terribile, era comunque attenuato rispetto a quello di Pianosa: vi era forse una ragione che lo spieghi? – disse Ilaria.

Immagino che dipendesse dalla circostanza che mentre il direttore, il comandante e gli agenti che comandavano all’Asinara erano adibiti stabilmente presso quell’istituto, coloro che lo facevano a Pianosa venivano sostituiti ogni tre mesi.

E questo perché spiegherebbe la differenza che si diceva prima?

Perché la prolungata convivenza tra agenti e detenuti faceva via via di “umanizzare” il rapporto di contrapposizione tra i due soggetti, rendendo il primo meno oppressivo e violento; nell’altro caso, l’agente non aveva il tempo di “ scoprire” che quei detenuti erano comunque esseri umani con u8n proprio bagaglio di vita: ai suoi occhi erano e restavano degli obiettivi, senza passato né presente, che andavano solo colpiti e distrutti; questo sentimento rendeva quel carceriere privo di ogni pur minimo scrupolo e quindi capace di infliggere anche la più crudele delle sofferenze…

Suicida per ragion di stato… di Salvatore Torre (seconda parte)

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Oggi pubblico la seconda parte del racconto di Salvatore Torre -detenuto a Saluzzo- “Suicida per ragion di stato”, vincitore della menzione d’onore nell’ambito del premio Goliarda Sapienza. 

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Il comandante della squadretta un sessantenne dal collo taurino con una folta capigliatura biancastra e un paio di baffoni ben curati era seduto alla scrivania. Di fianco a lui ma in piedi c’erano invece tre energumeni che quando li vidi mi parvero alti il doppio di me.

Appena fui fatto entrare nel suo ufficio il comandante mi scrutò dalla testa ai piedi poi mi fissò negli occhi e allora sul suo volto si disegnò un ghigno che sembrava dire :”Ah, eccoti qua”

D’ altro canto ero pur sempre un irriducibile, uno di quelli che nel giro di pochi mesi si era guadagnato una sfilza di sanzioni punitive, un paio di soggiorni nella “ Cella Nove” e senza ombra di dubbio uno dei primi posti nella lista nera del regime; eppure a parte quelle di agosto di legnate non ne avevo avute altro sospettavo così che questa volta le avrei avute “Una tantum”.

Il comandante si alzò e fece il giro della scrivania e intanto che le tre guardie si stringevano attorno a me, con le gambe divaricate e le mani sui fianchi – che pareva un Mussolini coi capelli e i baffoni – si Venne a parare davanti a me.

“E’ cosi ai detto pezzo di merda a uno dei miei uomini”, incominciò fissandomi fisso negli occhi.

Risposi di no, facendo lampeggiare i suoi occhi in modo sinistro : “ Non ho detto questo ma vaffanculo” – precisai dopo

“Ah” – esclamò lui torcendo lievemente il collo di lato – Gli hai detto vaffanculo – aggiunse annuendo e protendendo le labbra come quando si dà un bacio.

“Si è riferito a mia nipote chiamandola quella cosa” chiarii per quanto lo sapessi inutile.

“ E gli hai detto vaffanculo …

Si.

E allora dillo a me, se hai il coraggio!” – e ruppe quindi spingendomi le dita di una mano dietro la spalla.

Io non fiatai.

“ Dillo a me! Dillo a me ti ho detto!” continuò a urlare ripetendo con le dita lo stesso gesto provocatorio di prima.

Era la per saltarmi addosso assieme ai suoi tre mastini, che nel frattempo si erano chiusi ancora più su di me.

“Allora? Allora?” schiumava dalla bocca il comandante, spingendo il suo viso contro il mio quasi fino a sfiorarmi.

A quel punto parlai :”Comandante lei mi può ferire fisicamente, non moralmente”- mi fidai di dire nonostante le budella annodate dalla tensione.

Immaginavo si incazzasse di brutto quello invece si placò.

“Umh…”- fece soltanto, senza levarmi gli occhi di dosso: “Moralmente…”mormorò mentre tornava a sedere alla scrivania.

Lo guardai distendere là sopra le braccia, posare una mano sopra l’altra, storcare ancora il collo e meditabondo tornare a fissarmi.

“Togli i lacci dalle scarpe” mi ordinò qualche momento dopo.

Cominciai a farlo.

Livacci! –gridò, poi.

Livacci, un brigadiere locale fece immediatamente capolino alla soglia.

“Portalo in isolamento, e fagli fare cinquanta flessioni. Bada che le faccio fare a te, se scopro che hai disubbidito a questi ordini!” lo minacciò.

Livacci si fece minuscolo.

Vai – aggiunse ancora, questa volta rivolto a me facendo cenno con il capo verso la porta.

Mi avviai da quella parte, ma dopo avere fatto qualche passo, la voce del comandante mi chiamò a voltarmi.

“Io sono un uomo in quanto tale so che gli uomini non sono tutti uguali” sentenziò, muovendo l’ indice verso di me.

Quella fù la prima, ma anche ultima volta che lo vidi.

“Però, curioso questo comandante … ma quella frase finale?”- chiese desiderando una spiegazione.

Alzai le spalle.

Credo abbia voluto dire che comunque rispettava chi non si arrende davanti alla minaccia del potere, per quanto, in quel caso, il potere fosse lui – risposi, ripetendole quanto avevo detto quella volta a me stesso.

Le flessioni, le avete fatte, poi?

Si:”Coi vestiti ma falle! Mi pregò LIvacci, terrorizzato più di me.

Ancora la “Cella Nove”?

Non questa volta: là vi era già segregato un ragazzo di nome Giuseppe: uno di quelli che prendeva le botte per tutti.

Un Intemperante?

Annuì.

Vuole parlarmene?

Certo.

Fui chiuso alla cella di rimpetto alla cella 9. Intravidi Giuseppe attraverso lo spioncino aperto del blindo. In quel momento, faceva avanti e indietro per la stanza, cercando di scaldarsi. Sul suo corpo erano visibili le ecchimosi delle percosse.

“Hai una sigaretta? Una sigaretta?”- mi chiese Giuseppe non appena si avvide di me, trascinando le parole a causa della mascella intirizzita sporgendo il naso dalla feritoia.

Gli dissi che non fumavo.

“Da quanto tempo stai lì?” gli chiesi.

“Ora? Due giorni, due” rispose sporgendo un braccio dallo spioncino e mostrando le dita.

“Magari domani ti faranno tornare in sezione” pronosticai sapendo che quel tipo di segregazione non durava, di solito, più di tre giorni.

“Bastardi! Sono bastardi: lo dico al giudice che sono dei Bastardi. Hai acqua? Una bottiglia? Feci cenno di no con la testa.

“Sono stato portato qui direttamente dall’ ufficio del comandante.

Ho sete … bevo questa qua – disse sparendo dentro la stanza.

Lo immaginai mente si piegava a bere dal rubinetto sopra il bagno alla turca. Quell’ acqua non era potabile.

Ricomparve poco dopo.

Hai una sigaretta?- chiese nuovamente avendo di sicuro scordato di averlo già fatto.

Scossi la testa.

“Cosa dicevi dei giudici?”

“Domani… no, dopodomani… dopodomani vado al processo e lo dico al giudice, lo dico al giudice.”

Io sollevai le spalle.

“Fallo pure ma non ti aspettare che succeda chissà che…” commentai pensando solo che fosse una perdita di tempo.

“ Ma io mi spoglio! Mi spoglio! Lo faccio!” si accalorò Giuseppe, facendomi dubitare che fosse preso da una crisi isterica anche perché lui era già nudo, ma fù solo un attimo.

“Ah vuoi dire in aula che ti spoglierai lì?”

“Si, in aula, dove ci sono i giudici.. lo faccio lì dive ci sono i giudici! Gli mostro i segni! Gli dico tutto, tutto!”

“Shh!!” lo zittii io, facendo passare il naso tra l’ indice e il medio, nel nostro gergo mimico indicava la presenza di sbirri.

Giuseppe si ritrasse fulmineamente dallo spioncino, rifugiandosi in fondo alla stanza.

Accetta una caramella?- propose Ilaria, infilando la mano nella borsetta e traendone un pacchetto di Vivident.

Sono gomme: fa lo stesso??- chiese.

Si grazie.

Ilaria lasciò cadere una di quelle gomme sul palmo della mia mano e un’altra la prese per sé, portandosela alla bocca.

La imitai.

Senta, lei poco fa ha parlato delle “Ecchimosi” di Giuseppe: mi spiega come ha fatto a notarle? – chiese quindi, con un tono di voce dubbioso.

Sul momento non colsi il senso di quell’ obbiezione e per un attimo rimasi lì, come preso in contropiede, poi, mi resi conto di avere ancora parlato come se la mia interlocutrice fosse onnisciente.

Oh , mi scusi!- esclamai, sfiorandomi la fronte con la mano- avrei dovuto premettere che Giuseppe era stato fatto spogliare e lasciato nudo.

Nudo?

Si, nel senso più letterale del termine

Quindi il freddo di Giuseppe era dovuto alla nudità?

E alla mancanza in quella stanza di vetri alle finestre e di qualsiasi altra cosa, eccetto di un bagno alla turca pieno di escrementi – aggiunse

Capisco… mi dica ora, perché lo zitti’ non era normale che qualche agente venisse a controllarvi di tanto in tanto?

Bè si, ma a noi detenuti era severamente vietato parlare, tranne quando eravamo nel cortile o nella stessa camera di detenzione.

Vuole dire che incontrandovi, magari nel corridoio, non potevate scambiarvi neppure un saluto?

“Mani dietro la schiena e sguardo fisso al pavimento!” recitai, imitando il tono severo di un agente qualunque.

Quindi, zittendo Giuseppe volle evitare che foste puniti per aver infranto questa regola?

Più che altro, volevo volevo evitare che lui fosse di nuovo maltrattato, perché essendo segregato nella Cella Nove, la punizione sarebbe consistita appunto in altre cattiverie.

Per questo motivo Giuseppe si defilò all’istante?

Si, ma quei nuovi soprusi non riusci comunque a evitarli…

Continui, per favore.

Non vidi molto in realtà a parte tre agenti fermarsi davanti alla Cella Nove e un quarto venire a sbattermi in faccia il blindo e lo spioncino della mia cella.

Non vidi altro, sentii però il rumore di qualche schiaffone, di strattonamenti, il sarcasmo delle ingiurie e persino qualche bestemmia rivolta dagli agenti all’indirizzo di Giuseppe e pure la stizzita lamentosa protesta di quest’ultimo.

“Bastardi! Bastardi!” Si ostinava a ripetere con quella voce disperata dal pianto, mentre subiva quelle umiliazioni.

Furono dieci lunghissimi minuti di frustante attesa per me, che per tutto quel tempo rimasi a scuotere il cancello e a tirare calci contro il blindo intanto che gridavo agli agenti di lasciarlo stare in pace.

Mi calmai solo quando sentii gli agenti allontanarsi e il lamento di Giuseppe farsi a poco a poco più sommesso, fino a sparire nel silenzio che segui a quei momenti.

Rimasi ancora li tuttavia, con le dita delle mani serrate attorno alle sbarre del cancello finche , sfiancato dal senso di impotenza, non mi mossi nella penombra della stanza e raggiunsi la brand; diedi un paio di manate sul materasso nel vano tentativo di spolverarlo e vi sedetti; incrociai le braccia sulle ginocchia e poi attesi che la stanchezza e il sonno mi facessero scordare di quella giornata e anche di dover dormire assieme ai pidocchi.

La chiave giro nella serratura del blindo della mia cella e lo apri. Io schiusi gli occhi: era di nuovo mattina.

 Mi tolsi dal materasso  e raggiunsi il lavandino; sciacquai il viso e lo asciugai con la maglia che avevo addosso.

Giuseppe non avrebbe potuto fare neppure  quello. Pensai: Alzai lo sguardo verso il corridoio e lo spinsi oltre lo spioncino che guardava dentro la sua cella, ma non riuscii a vederlo.

Mi chiesi se avesse dormito, probabilmente rannicchiato sul pavimento, con le braccia strette attorno alle gambe o se, invece, angosciato dall’idea che quelli potessero tornare  e trattarlo male, fosse rimasto sveglio tutta la notte… provai una terribile amarezza e rabbia mentre lo immaginavo li, rintanato in un angolo della stanza, con le spalle contro al muro e gli occhi fissi allo spioncino.

Scorsi Giuseppe più tardi, mentre afferrava la sua porzione di pane e di frutta dalle mani di una guardia. Mi vide subito, poi, in quel momento spinse un braccio oltre la feritoia e lo lascio li un attimo, a mò di saluto. Lo ricambiai con un cenno del capo. La guardia ci guardo in cagnesco, ma non intervenne; dopotutto non avevamo aperto boca.

Dovette passare qualche altra ora, prima che il blindo e il cancello della Cella Nove fossero aperti. Allora il corpo macilento di Giuseppe, si mostrò in tutta la sua disgraziata e nuda interezza.

“Vestiti e torna su” – gli ordinò un agente lanciandogli contro il petto degli indumenti che aveva portato con sé.

Giuseppe sporco, maleodorante, indolenzito e un po’ andato di testa, avrebbe avuto bisogno di almeno un anno per riuscire a rimettersi un attimo in sesto. Invece, gli rimanevano appena una ventina di ore per aggiustarsi un tantino, prima di arrancare  verso il suo destino, verso quell’aula del tribunale in cui difficilmente avrebbe trovato un “ Giudice a Berlino”.

Giuseppe non se lo lasciò dire mezza volta, indossò sbrigativamente quegli abiti e lasciò di fretta quella  Cella Nove, non prima però di  avermi rivolto uno sguardo, pallido come la morte e, infrangendo il silenzio, fatto una promessa: “Domani mi spoglio”.

Fui graziato a mia volta quella sera.

Quando misi piede nella sezione, mi accolse un silenzio ricolmo di sguardi increduli. Dietro ogni cancello, gli altri detenuti stavano diritti e muti. Non era permesso parlare, ma quando avessero avuto il coraggio di farlo, mi avrebbero, di certo, cosi interrogato: “O tu, perché sei già qui è pari non aver preso neppure una legnata?”

Che arcano mistero: forse mi ero spiegato?

Nella mia mente, mandai a fare in culo anche loro.

Quando fui in cella senza neppure svestirmi infilai il necessario per la doccia in un secchiello e diedi una voce alla guardia. Questa, vedendomi con l’accappatoio sopra il braccio,  mosse la chiave che aveva tra le dita come a dire : “ ma dove vorresti andare?”

Dissi soltanto “doccia”.

“Domani” replicò lui, altrettanto succinto, e aveva ragione: era possibile fare la doccia il lunedì e il venerdì e, quel giorno, non era né l’uno né l’altro.

Mi lavai in cella, con l’acqua del rubinetto. Mentre in saponando i capelli, ricordati dei pidocchi ed ebbi una  stizza: “cazzo”, esclamai pensando di dovermi rapare . Mi presi ancora  altro freddo, strigliando il resto del corpo, quando Ma quando fini di farlo , miri tirai  del nel letto e null’ atro importo di sentire  oltre le lusinghe del sonno.

Ilaria fece un sospiro come fosse rimasta  sino a quel momento col fiato sospeso. Doveva essere il sollievo  di quando si pensa che il peggio sia passato. Pero quanta tristezza – aggiunse poi. Vi estato di peggio… Peggio di essere denudati, picchiati e la sciati a gelare una stanza? OH? Molto di più, mi creda. Va bene, mi racconti  

 

Suicida per ragion di stato… di Salvatore Torre (prima parte)

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Oggi pubblico la prima parte del racconto di Salvatore Torre -detenuto a Saluzzo- “Suicida per ragion di stato”, vincitore della menzione d’onore nell’ambito del premio Goliarda Sapienza. 

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Il tassista fermò il taxi fermo sulla piazzola del paese e, avuto quanto gli dovevo per la corsa, attese che lo lasciassi libero di andare per la sua strada. Io in verità, esitai qualche istante prima di farlo, giusto il tempo di trarre al petto un sospiro di malinconico stupore. Quando fui sulla strada, con il borsone in mano, una donna anziana mi squadrò per intero con attenzione, senza però  che le riuscisse di conoscermi. Per  vero neppure io riconobbi lei.

Mi avviai verso la scalinata, che rampicava a lungo la parete della collina e salii verso la casa dove abitava mia madre. Faticai un po’, con il borsone, mentre la raggiungevo.

La porta era aperta, ma quella casa era sempre stata aperta. Mi accolse un piccolo salotto, quello di sempre, per quanto rinnovato negli anni e, accanto, il cucinino.

Mia madre era fuori, da qualche parte, assieme ai suoi ottantasette anni di vita: ci separano diciotto anni.

Lasciai cadere il borsone per terra e ruotai gli occhi intorno alla stanza: sulle pareti, ovunque, ritratti di me di quando ero bello e giovane: in mezzo alcune foto di Mario mio figlio e di fianco ben incorniciato, il lungo articolo di giornale scritto da Ilaria, la giovane laureanda venuta a trovarmi in carcere dopo aver letto alcuni miei scritti.

Scritti che ricordavano tra le altre cose, anche di una “ Feroce repressione governativa” attuata all’interno delle carceri italiani. Un tema interessante per Ilaria, che aveva deciso di scrivere la sua tesi di laurea su “ La tortura in carcere” .

Dal nostro colloquio trasse poi spunto anche per scrivere questo articolo che ebbe pubblicato su un giornale locale.

Come lo titolava?

“Suicida per ragion di Stato” – lessi, alzando gli occhi sulla parete, mentre mi rivedevo nella saletta del carcere dove ero detenuto, intento a raccogliere idee ed emozioni, attorno allo stato d’animo che mi aiutava a rispondere alle sue domande.

Senta, lei in uno dei suoi scritti racconta riguardo una “Feroce repressione governativa”  che sarebbe stata messa in atto durante gli anni Novanta all’interno delle carceri italiane: ecco, vuole spiegare meglio a cosa si riferisce? –  esordi Ilaria, dopo i convenevoli di rito.

Io guardai quella giovane donna seduta compostamente di fronte a me, con il taccuino davanti a sé e la penna tra le dita, considerando che a quel tempo forse non era neppure nata, le chiesi cosa avesse letto al riguardo.

Alla reazione brutale, violenta e illegale attuata dallo Stato italiano  contro  i detenuti in seguito alle pur tragiche stragi di Capaci e Via D’Amelio – rispose, francamente.

Falcone e Borsellino- ricordò lei.

Già.

Uhm… incomincio a capire qualcosa, ma esattamente in cosa sarebbe consistita questa “ Reazione brutale” eccetera?

Ha abbastanza tempo a sua disposizione?- scherzai.

Tutto quello che permetteranno di dedicarle- rispose, intanto che io cominciavo a ritrovare ricordi di quegli anni.

Agosto 1992

Quella notte fui svegliato da un rumore insolito;  un rumore cadenzato, strisciante, che pareva venire da lontano per farsi via via, più prossimo e sinistro.

Guardai l’ora: erano le quattro del mattino. Cosa poteva mai essere a quell’ora? Un poco incerto, mi levai sui gomiti infilai le orecchie nel torpore della notte e ascoltai di nuovo, con maggiore attenzione. Allora compresi: era il rumore di anfibi, di decine di anfibi che marciavano veloci lungo il corridoio.

Colto da una premonizione, balzai giù dal letto corsi a prendere una tuta dentro l’armadietto e mi premurai di indossarla; in quel mentre, una chiave ruotò, fragorosamente dentro la toppa di un cancello, liberandolo, una dopo l’altra dalle sue mandate.

Mi venne allora la visione di questo cancello spalancato e di una squadriglia di guardie, in tuta antisommossa, che si buttava impetuosamente oltre lo stesso, invadendo il corridoio, poi una ad una, le nostre celle. E cosi avvenne: le celle furono presto assediate ognuna da tre agenti, e quando, poco dopo, quella stessa chiave permise loro di entrare, furono lesti ad urlare:  In piedi! Faccia contro il muro! Mani incrociate dietro la nuca!”.

“ Le scarpe! “ io esclamai invece, correndo a cercarle sotto al letto e a metterle ai piedi. Lo sapevo, restava solo il tempo di un sospiro perché arrivassero fino a me, in fondo al corridoio; e di fatti, mi trovarono, allora, ancora piegato sopra un ginocchio, indaffarato a legare i lacci delle scarpe. Sarà stata questa posizione, ma quelli presero ad  urlare contro di me ancora più forte, cosi  che quegli ordini mi parvero ancora più ordini.

In piedi, forza! Faccia al muro! Mani incrociate dietro la testa, forza! – recitò un agente appena fu sulla porta della mia cella.

Questo trambusto, durò forse dieci minuti, poi, nella sezione, venne un silenzio di morte; perché, molestato soltanto da qualche sussurro, dal fruscio delle mimetiche e dal respiro degli agenti, sembrava pari una veglia funebre.

Restammo a cuocere dentro quella silenziosa attesa, per una buona mezz’ora, finchè non sentimmo strillare questi altri ordini: ! Fuori dalla cella! Via, nel cortile, forza!”

A queste urla però si accodava uno strano rumore, un certo “ plac- plac- “ e qualche esclamazione di dolore. Mi preoccupai, è veroMa non potei fare altro che aspettare il mio turno che, puntuale, venne.

Fuori dalla cella! – mi urlo una guardia strattonandomi per un braccio sino al corridoio, lungo il quale due fila di agenti con il manganello stretto nel pugno, erano pronti a colpire.

Brutti Bastardi – pensai, intanto che, a testa bassa, gli passavo in mezzo e il  “ plac- plac” dei manganelli suonava anche a me.

Una cinquantina di corpi lamentosi e doloranti perlopiù con il pigiama e le ciabatte o anche scalzi, ci trovammo cosi radunati nel cortile, ma non dicevamo quasi una parola, a parte queste mormorate qua e là… “la squadretta, è arrivata la squadretta.”

La campana della vicina chiesa dovette rintoccare dodici volte prima che ci fosse permesso di tornare nelle nostre celle e quando fummo li restammo a bocca aperta: sembrava essere passato un tornado, tanto erano state messe a soqquadro.

Fu cosi che il Gruppo Operativo Mobile, il corpo speciale della polizia penitenziaria, in gergo chiamata “Squadretta” si presento a noi quella mattina- raccontai.

E voi non denunciaste questi abusi? Non vi rivolgeste alle autorità perché i vostri diritti fossero tutelati? – chiese Ilaria.

Eccome se non lo facemmo, ma ne ottenemmo in cambio solo altri guai.

-In che senso?

La “ squadretta” godeva di immunità su tutta la loro linea operativa, pertanto nel momento in cui un detenuto riusciva in qualche modo a rendere note gli abusi e le violenze subite, anziché allentare la tensione, reagiva mettendo in atto delle ritorsioni ancora peggiori.

  • Che genere di ritorsioni?
  • Bè, ad esempio la segregazione alla  “ cella nove” del reparto di isolamento, di norma riservata agli  intemperanti…”
  • Intempe… cosa?

Eh? Si certo, mi perdoni, lei non può saperlo: gli “Intemperanti” erano uno dei quattro gruppi di detenuti che si erano andati delineando in seguito all’introduzione del nuovo duro regime penitenziario; gruppi che si distinguevano l’uno all’altro essenzialmente per il diverso modo che ognuno aveva di affrontare la nuova situazione… spiegai.

  • E gli altri gruppi erano?
  • Oltre agli “ intemperanti” c’erano i “Codardi”, i “Paraculo” e, infine, gli “Irriducibili”

Uhm, quanto ai Codardi e agli Irriducibili potrei anche arrivarci da me, forse anche per i Paraculo, ma gli Intemperanti? – disse Ilaria, mordicchiandosi il labbro inferiore.

Io sorrisi:

La distinzione è semplice: i Codardi erano disposti a fare qualunque cosa – dalla delazione alla diffamazione, purchè gli fosse risparmiata ogni forma anche minima di sofferenza, i Paraculo facevano invece buon viso e cattivo gioco, lasciando che fossero gli altri a indignarsi e a protestare di fronte alle prevaricazioni; dall’ altra parte, gli Irriducibili rifiutavano l’ oppressione opponendovi una “Resistenza passiva”, che pretendeva la disubbidienza agli ordini e l’ infrazione di quelle regole ritenute ingiuste, mentre gli Intemperanti, già schizzati di loro, reagivano insultando e aggredendo a loro volta quegli agenti che praticavano gli abusi – spiegai.

Mi sembra di capire che lei si collegasse agli Irriducibili ….

Direi di sì, sebbene qualche volta mi sono approssimato anche agli intemperanti.

Mi dica pure.

D’accordo.

Novembre 1992

Mia sorella entrò nella sala colloqui con in braccio sua figlia, offrendomi un sorriso raggiante di materna soddisfazione. Gemi, mia nipote, era nata da quattro settimane e io la vedevo, per la prima volta, quel giorno. Seguivano mia sorella, mia moglie e mio figlio e immancabilmente mia madre.

Impacciati dal muretto che ci separava, ci scambiammo un abbraccio e, prima che ci fosse ordinato di sedere. Allora sarebbe stato vietato anche lo sfiorarsi le dita. Feci in tempo a dare un bacio e una carezza alla bambina.

Mentre facevamo colloquio, guardavamo mia nipote sonnecchiare in grembo a sua madre, con le sue gote rosee e le sue manine chiuse a pugno, dentro cui, pensai, stringeva una vita intera, quella che doveva ancora venirle, ed ebbi gran desiderio di stringerla un poco al petto. Perciò, notando la distrazione della guardia, feci cenno a mia sorella di porgermi la figlia. Gemi continuò a sonnecchiare anche tra le mie braccia, così. Le solleticai il naso con il mio finchè non si decide ad aprire gli occhi. Allora mi osservò per un momento, se ne uscì con un espressione incerta, brontolò qualcosa nella sua lingua e dopo aver fatto uno sbadiglio, tornò ad appisolarsi.

Un’ emozione piena di tenerezza mi teneva ancora stretta a sé, quando la guardia battè forte contro il vetro della garitta, lo fece più e più volte tanto che la bambina, spaventata, cominciò a piagnucolare.

Restituisci quella cosa subito! – urlò la guardia guardando me.

Mi chiesi sul momento di cosa diavolo stesse parlando poi però i suoi occhi e quindi i miei si posarono su mia nipote.

Ma vaffanculo – replicai accompagnando l’ offesa con un inequivocabile gesto della mano. Gli altri detenuti mi guardarono attoniti, solo un pazzo avrebbe potuto fare quello che avevano appena visto fare a me e io almeno fino a quel momento non avevo dato segno di esserlo.

La chiave rotto nella toppa della porta alle mie  spalle cinque minuti dopo seppi che per me il colloquio era finito.

“Tu fuori di qui”- intimò un agente affacciandosi sulla soglia. Sospirai porgendo Gemi a sua madre.

Mia moglie intuito il pericolo, aveva gli occhi venati di lacrime e pena.

Va tutto bene – le sussurai sfiorandole le labbra con un bacio.

Mio figlio rimasto fino a quel momento sulle gambe di sua madre, mi diede un bacio e nella inconsapevole freschezza dei suoi sette anni mi chiese: “Devi tornare a lavorare papà?”

Il primo permesso premio dopo 24 anni da uomo ombra (sesta parte)… di Carmelo Musumeci

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Lo scorso 14 marzo Carmelo Musumeci, finora ergastolano ostativo ai benefici penitenziari, è uscito per la prima volta, per nove ore, in permesso premio, dopo 24 anni di detenzione.
In carcere ininterrottamente dal 1991, non aveva mai usufruito di nessun beneficio e gli era stato concesso solamente un permesso di necessità di undici ore, nel maggio 2011, per laurearsi in Giurisprudenza a Perugia. Di questo giorno ne aveva descritto ogni fatto ed emozione in un libro: “Undici ore d’amore di un uomo ombra” , di Carmelo Musumeci, con la prefazione di Barbara Alberti- Gabrielli Editori. 
 
Avendo di recente il Tribunale di Sorveglianza accertarto la sua impossibilità ad un’utile collaborazione con la giustizia, dopo decenni da “uomo ombra“, egli ha potuto per la prima volta usufruire invece di un permesso premio.
Ne ha scritto un racconto, in otto parti; dopo le prime cinque,  ecco la sesta.
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Per molti anni, forse troppi, ho escluso che il mondo esisteva e adesso sto facendo fatica a pensare che il mondo esiste ancora.
(Diario di un ergastolano http://www.carmelomusumeci.com)

Sesta parte

Arriva il giorno del permesso.
Il mio cuore si sveglia all’alba.
E mi accorgo subito che l’Assassino dei Sogni dorme ancora.
Il silenzio in carcere però è diverso da quello di fuori perché fa rumore lo stesso.
Guardo l’orologio.
Sono le quattro del mattino.
E penso che sia ancora troppo presto per alzarmi.
Sospiro.
Se fosse per me dormirei ancora un po’.
Il mio cuore però mi ordina di alzarmi.
Io faccio sempre quello che mi consiglia il mio cuore.
E mi alzo dalla branda.
Lancio uno sguardo fuori dalle sbarre della finestra.
E vedo che è ancora tutto buio.
Noto che la luce gialla del muro di cinta illumina tutto il piazzale.
E anche un lato del campo sportivo.
Poi apro la finestra.
Mi accorgo che l’aria è ghiacciata.
E la giornata non mi sembra molto bella.
Corruccio la fronte.
E mi auguro che fra qualche ora il tempo migliori.
Poi mi muovo svelto avanti e indietro per la cella per riscaldarmi.
Mi preparò un caffè.
E poi inizio a farmi la barba.
Vedendo il mio viso riflesso nel piccolo specchio mi viene voglia di scambiare due chiacchiere con lui:
Chi sei? Sono io! Io chi?Io! Come ti chiami? Io non mi chiamo, mi chiamano gli altri. Non fare lo spiritoso, dimmi il tuo nome. Sono la tua ombra, chi vuoi che sia? Io però non sono più un uomo ombra. Questo lo dici tu. Non è vero, lo hanno detto i giudici. Sciocchezze, perché da uomo ombra sei passato solo ad essere un uomo penombra. Ti sbagli questo è solo l’inizio. Non t’illudere il tuo fine pena rimane “mai” o, bene che vada, uscirai nel 9.999, come c’è scritto nel tuo certificato di detenzione. Intanto fra poche ore dopo ventiquattro anni uscirò per la prima volta in permesso premio. Divertiti pure, tanto questa sera saremo di nuovo insieme. Vai a quel paese. Non posso perché se ci vado io ci vai anche tu.


Ad un tratto sospiro.
Scrollo la testa.
E smetto di parlare da solo e ad alta voce come uno scemo.
Poi mi vesto.
Ed inizio a passeggiare avanti ed indietro per la cella, in attesa che mi chiamino per uscire.


Continua

Il Drago… di Giovanni ZITO

Red_Dragon_by_SnowSkadi

La nostra Grazia Paletta ci ha inviato un racconto di Giovanni Zito -detenuto a Padova- dedicato alle sue nipotine.

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Un giorno nonno Giovanni disse ai suoi adorabili nipotini “Volete che vi racconti la favole del vecchio drago?” “Sì” dissero i bambini “dai nonno che tu sei bravissimo”.
“Tanto tempo fa, quando i primissimi dei avevano già creato il mondo e passavano il loro tempo a far niente, gli uomini e le donne vivevano lavorando la terra, e così trascorrevano le loro giornate.
Ma raccontano che un giorno comparve in un villaggio un grande drago così enorme che sembrava ricoprisse tutto il cielo. Questo drago si nutriva di uomini nel senso che mangiava solo i maschi, mentre le donne non le toccava nemmeno. E dopo che aveva mangiato tutti gli uomini di un villaggio, si trasferiva in un altro e ricominciava da capo.
Presto i villaggi si avvertirono a vicenda di questa immane sciagura che li stava per colpire, e gli abitanti terrorizzati discutevano di questo drago enorme.
E raccontavano che era così grande e lungo che arrivava a circondare un paese intero.
Il drago sorvolava i villaggi come una nube più nera della notte, non permetteva a nessuno di lasciare il villaggio, erano tutti prigionieri e ostaggi di questa massa informe e malefica e diceva soltanto che se non gli avessero dato tutti gli uomini in pasto non avrebbe lasciato vivere nessuno, e così alcuni si arrendevano, altri provavano a combattere, ma il drago era troppo forte perché oltre a mangiare gli uomini sputava fuoco dalla bocca che sembrava una fornace sopra le loro teste, non c’erano dubbi, il drago era invincibile, aveva sempre la meglio.
I villaggi vivevano nel terrore, in attesa del giorno in cui sarebbe arrivato il grande drago a mangiarsi tutti gli uomini, perché se li mangiava tutti interi.
Raccontano però che ci fu un uomo che riuscì a sfuggire alla bestia con la sua famiglia e andò a rifugiarsi nel villaggio che aveva già subito il suo micidiale attacco lì, davanti a sole donne, l’uomo disse: “Sono venuto in questo villaggio con la mia famiglia perché il drago è già passato da questo luogo, quindi sono certo di aver fatto la cosa giusta”. L’uomo disse pure alle donne che era giunto il momento di combattere per sconfiggere il drago, perché grande era il danno che recava alla vita umana.
Le donne si dissero: “Noi siamo soltanto delle donne, non sappiamo lottare come fanno gli uomini, che cosa ci possiamo fare, noi siamo capaci solo di coltivare la terra e di crescere i nostri figli, e poi come possiamo combatterlo senza l’aiuto degli uomini? Come possiamo assalirlo se non fa più ritorno nel nostro villaggio perché si è già mangiato tutti gli uomini e ormai non ce ne sono più?” Le donne si allontanarono molto triti e scoraggiate.
Tutte tranne una, la più bella e forte, il suo nome era Letizia, si avvicinò all’uomo e gli chiese: “Io sono d’accordo con te straniero, proprio come te io devo difendere le mie sorelle, vedi laggiù quella ragazzina che gioca con il tigrillo è la mia sorellina Giorgia e poi c’è la mia gemella Lucrezia. Ma dimmi, come pensi di sconfiggere il drago?” L’uomo rispose che non aveva un piano preciso, ma che bisognava pensarci insieme.
Allora l’uomo e la donna si misero a studiare un piano folle ma efficace e lo elaborarono. Poi andarono a chiamare le altre donne per spiegare loro il piano e furono tutte d’accordo.
Poco dopo l’uomo si mise a passeggiare allo scoperto proprio in mezzo al villaggio e da lontano il drago li vide con la sua vista acuta.
Arrivò subito e si piombò come un lampo sul villaggio e ordinò alle donne di consegnargli quell’uomo, altrimenti non avrebbe permesso a nessuno di salvarsi. Le donne si sottomisero subito al suo volere, ma chiesero di potersi riunire per mettersi d’accordo.
Il drago acconsentì. Allora le donne si misero in cerchio intorno all’uomo e siccome erano tante il cerchio diventava sempre più grande, finché non arrivò a toccare quello formato dal drago sopra le loro teste intorno al villaggio.
A quel punto l’uomo disse: “Va bene sono disposto a consegnarmi per il bene della mia gente” e s’incamminò verso la testa del drago.
Mentre il drago era tutto indaffarato a mangiarsi l’uomo, le donne presero dei pali aguzzi e cominciarono a colpire il drago in tutto il corpo e siccome erano tante, dislocate dappertutto e la sua bocca era piena perché stava mangiando l’ultimo uomo di quel villaggio, il drago non poté difendersi.
Non gli era mai venuto in mente che i deboli lo avrebbero potuto attaccare in quel modo e da tutte le parti, e ben presto si vide debole e sopraffatto.
Allora disse: “Abbiate pietà di me, non uccidetemi, vi prego!” “No”, risposero le donne. “Ti uccideremo perché ci hai fatto soffrire tanto, hai fatto troppo male e hai ucciso i nostri uomini”.
“Facciamo un patto”, disse il drago. “Se voi non mi uccidete vi restituisco i vostri uomini, perché li tengo tutti nella pancia”.
Allora le donne decisero che non lo avrebbero ucciso, ma lo avrebbero costretto ad allontanarsi per sempre dalle loro terre.
Ma il drago rispose “Dove vivrò, cosa mangerò? No, così non è giusto”
Erano bloccati su questo punto, quando Letizia suggerì che bisognava chiedere consiglio all’uomo che era scampato al drago e si era rifugiato con la sua famiglia nel loro villaggio, e così disse al drago: “Libera l’uomo che hai appena mangiato e vediamo se gli viene in mente l’idea giusta per tutti noi!”
Il drago liberò l’uomo, ormai più morto che vivo, e questi a fatica riuscì a dire che bisognava chiedere consiglio agli Dei.
Lui stesso sarebbe potuto andare ad accecarli perché ormai era più morto che vivo. Allora l’uomo si mise in cammino, e trovò gli Dei addormentati sotto un albero magico, l’albero era ricoperto da foglie d’oro, li svegliò e spiegò loro il problema, e gli dei si riunirono per pensarci su e raggiungere un accordo.
Quindi si diressero nel luogo dove si trovavano il drago e le donne che lo avevano sconfitto, ascoltarono le loro ragioni e dissero che la colpa era del drago, che doveva essere punito e restituire gli uomini che aveva ingoiato se non voleva morire, e così il drago vomitò tutti gli uomini di tutti i villaggi.
Allora gli Dei dissero che il drago doveva andare a vivere sulla montagna più alta. Tuttavia, siccome una sola montagna era troppo poco per la sua grande mole, ne doveva prendere due, le più alte del mondo, e in una avrebbe tenuto la coda, mentre nell’altra avrebbe messo la testa e per pranzo avrebbe mangiato la luce del sole, e le mille ferite inflitte dalle donne guerriere non si sarebbero mai più rimarginate.
Detto questo, gli dei se ne andarono, e altrettanto fece l’enorme drago, che si arrampicò tutto triste sulle montagne più alte del mondo e in una mise la testa e nell’altra la coda, e stese il suo enorme corpo da un lato all’altro del cielo e da allora mangia di giorno la luce del sole e di notte quella luce si riversa da tutte le parti, uscendo dai mille buchi delle sue ferite inflitte dalle donne guerriere.

Alle mie nipotine Letizia, Lucrezia e Giorgia dal vostro nonno Giovanni che vi pensa sempre. Baci, baci.

Ecchimosi di un ergastolo… di Salvatore Torre (quarta parte)

ARCHEOS

Pubblico oggi la quarta e ultima parte di “Ecchimosi di un ergastolo”, racconto scritto da Salvatore Torre, detenuto nel carcere di Saluzzo. Questo testo ci è giunto tramite la sorella Giusy. 

Ricordo che Questo racconto è tra i racconti di detenuti presenti nel libro “Il giardino di cemento armato. Racconti dal carcere”; libro a cura di Antonella Bolelli Ferrera.

Questo racconto è splendidamente scritto ed emblematico in tutti i suoi aspetti. Per la sua ricchezza, per l’apertura che dà a molte riflessioni ho deciso di pubblicarlo per parti..”a puntate”.. quella che pubblico oggi è l’ultima parte.

Nella parte che leggerete oggi è la corrispondenza ad avere un ruolo chiave.

Spesso, nel “mondo esterno”, non si comprende quanto sia importante per un detenuto ricevere corrispondenza.

La corrispondenza è uno dei pochissimi strumenti di contatto umano che hanno i detenuti.

Certo ci sono i colloqui con i famigliari.. ma sono estremamente contingentati, e non tutti i detenuti riescono a farli.. perché a volte, per motivi di distanza e/o di soldi (le due problematiche possono sovrapporsi) molti detenuti non riescono a fare tutti i colloqui che potrebbero fare. E le telefonate.. possono essere fatte solo a famigliari.. e comunque anche qui in modo molto restrittivo.

La corrispondenza allora diventa vitale.. e questo genera nei detenuti, in molti di essi almeno, una senso di costante aspettativa ogni volta che arriva il momento della distribuzione delle lettere… seguito da un senso di amarezza, o comunque, di delusione, quando, quel giorno, non c’è nessuna lettera per loro.

Tutto questo si radicalizza ulteriormente nei condannati all’ergastolo.. specie quello ostativo.. gli ergastolani senza benefici.. quelli che rischiano concretamente di morire in carcere… al loro peso interiore di non riuscire a intravedere un limite al fine pena.. si aggiunge anche il vedere, nel corso dei decenni assottigliarsi la rete delle loro corrispondenze.. come a dire… “Piano a piano la vita fa il suo corpo e le persone troppo spesso allentano i loro contatti…”. C’è un brano, del testo che tra poco leggerete, che voglio già citare adesso:

“Lo status quo di un condannato al carcere a vita logora progressivamente la sua rete di relazioni sociali e lo proietta inevitabilmente verso la dimenticanza e la solitudine. È un limbo nel quale, presto o tardi, si apre la strada che conduce a confrontarsi drasticamente con la sensatezza o meno della propria esistenza. Si fatica a persuadere se stessi dell’utilità di continuare a vivere. Del resto, di fronte alla consapevolezza di dover trascorrere tutta la vita rinchiuso in un carcere, come possibilità di liberazione rimane il suicidio o la meno spettacolare ma uguale rinuncia alla vita, rappresentata dalla totale negazione della propria umanità e di quella altrui, ovverosia dalla pazzia. Solo l’incapacità neuronale di intendere la vita, ti permette di scordare di non viverla.”

La battaglia dell’ergastolano, specie se ostativo, è una battaglia in primo luogo interiore.. per mantenersi in piedi, per non cedere alla disperazione, per restare ancorato alla speranza, per credere nel futuro.

Ma, per non farlo sentire meno solo in questa lotta, scrivetegli, scrivete a persone detenute in carcere, specie ergastolani. Una lettera.. anche una semplice lettera.. può regalare un bel momento a chi ogni giorno, in carcere, lotta per restare umano.

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Oltre il cancello, osservo Mugugno distribuire la corrispondenza. Trattiene un mozzicone di sigaretta tra i denti e socchiude le palpebre per impedire al fumo di accecarlo del tutto. Controlla il nome del detenuto sulla imposta della cella, scartabella la pila di lettere che tiene tra le mani, poi, consegna la busta e attende che il ricevente la apri e gli mostri il contenuto, allora sbircia fugacemente in quella direzione e tira avanti. Molti compagni, appoggiati al cancello delle rispettive celle, aspettano impazienti che giunga presso di loro e gli dia la lettera della compagna, dei figli o di qualche amico. Alcuni rimangono delusi e vedono accentuare le proprie ansie intanto che Mugugno scivola dinanzi a loro senza fermarsi; altri, avendo esaudita la propria attesa, espirano consolati; in pochi, pochissimi, restano pressoché indifferenti al suo passaggio perché, non avendo più alcuno con cui scriversi, non attendono nulla.

Conosco anche questa particolare apatia. Di quanti mi corrispondevano anni prima è rimasto veramente poco perché possa avere delle aspettative. La distanza e il tempo erodono lentamente il ricordo di chi non c’è, per quanto l’affetto continui ad abitare da qualche parte nel cuore di chi lo ha provato. Accade così per le persone care che sono morte, e lo stesso è per quelli che morti lo siamo socialmente.

Mugugno si ferma davanti alla mia cella, mi guarda qualche istante mentre rimango con le spalle appoggiate contro la finestra, poi sbircia tra le lettere che gli rimane da consegnare e, come da rituale, sfarfallando il pollice e l’indice di una mano, fa cenno di no. Alludo un sorriso e muovo leggermente il capo in segno di assenso, allora, lui prosegue il suo giro.

Lo status quo di un condannato al carcere a vita logora progressivamente la sua rete di relazioni sociali e lo proietta inevitabilmente verso la dimenticanza e la solitudine. È un limbo nel quale, presto o tardi, si apre la strada che conduce a confrontarsi drasticamente con la sensatezza o meno della propria esistenza. Si fatica a persuadere se stessi dell’utilità di continuare a vivere. Del resto, di fronte alla consapevolezza di dover trascorrere tutta la vita rinchiuso in un carcere, come possibilità di liberazione rimane il suicidio o la meno spettacolare ma uguale rinuncia alla vita, rappresentata dalla totale negazione della propria umanità e di quella altrui, ovverosia dalla pazzia. Solo l’incapacità neuronale di intendere la vita, ti permette di scordare di non viverla.

Per fortuna o per disgrazia, in me residua ancora un barlume di lucidità, con il quale continuo a mediare tra la voglia di non lasciarmi imprigionare dalla retorica dell’abbandono e il senso di dannazione che provo all’idea che mi è negata la possibilità di tornare ad abitare la vita.

 

Il crepuscolo alza un velo d’ombra tra gli alberi oltre la finestra, mentre le ruote del carrello con il vitto dall’amministrazione, cigolano puntuali lungo il corridoio.

Artin, un bulgaro che indichiamo con il soprannome di Whisky, perché non di rado si regala il piacere di emulare Mugugno sul fronte del coito vinicolo, accompagna il carrello strascicando sul pavimento le grosse scarpe antinfortunistiche e, man mano, distribuisce il cibo nelle ciotole che gli sono porte dalle celle; i suoi gesti, meccanici e indolenti, ripetendosi con cadenza irregolare e tremebonda, tradiscono la sua perdurante infrazione al divieto di alzare il gomito.

Mugugno, con la consueta sigaretta rappresa tra le labbra, gli cammina di lato e, trascurando di vigilare sull’operato del lavorante, si rivolge agli altri detenuti con mimiche ipertrofiche e beffarde, tutte intese a evidenziare lo stato mentale ottenebrato di Whisky, senza rendersi conto che, in questo, loro due sembrano l’uno la riproduzione dell’altro.

Ammiro incuriosito questo strano duetto fintanto che giungono in prossimità della mia cella.

Insalata verde e wurstel – avvisa allegramente Mugugno.

Whisky lo guarda con l’aria di chi si sente defraudato della propria autorità, poi si volge verso me – C’è pure la minestra – aggiunge, non volendovi rinunciare.

Io provo a dissimulare il sorriso che nasce spontaneo sulle mie labbra e, mostrando disinteresse verso il cibo offerto dall’amministrazione, penso che nonostante tutto anche per oggi la mia giornata volge a termine.

Ecchimosi di un ergastolo… di Salvatore Torre (terza parte)

ARCHEOS

Pubblico oggi la seconda parte di “Ecchimosi di un ergastolo”; racconto di Salvatore Torre, detenuto a Saluzzo.

Si tratta di un racconto così emblematico in tutto il suo svolgimento, che ho preferito pubblicarlo “a puntate”, in modo da permettere una riflessione più consapevole di tutti gli elementi che in esso emergono.

Prima di lasciarvi alla lettura di questa terza parte, cito il passaggio che la conclude:

“Rifletto, con malinconica ragionevolezza, che la colpa può essere di uno solo, ma che la speranza dovrebbe essere di tutti, anche la sua.”

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Raggiungo la stanza che mi ospita poco dopo, mi appare disordinata più del solito e comincio a rassettarla. In realtà, è un modo come un altro per quietare il senso di frustrazione che continuo a provare ripensando alla discussione con l’educatrice.

Lucido i vetri della finestra, frattanto fuori pioviggina.

Mi attardo a guardare tra gli alberi, quando il fragore della “battitura”, proveniente dalle sezioni dei detenuti “Comuni”[1], richiama bruscamente la mia attenzione. Si tratta di una modalità di protesta caratterizzata dallo sbattere degli oggetti contro le sbarre del cancello o le inferriate della finestra. Mi porto davanti al cancello all’unisono con gli ospiti delle celle di rimpetto. Ci guardiamo, senza comunicarci altro a parte l’ignoranza di quanto accade sopra di noi. Trascorre qualche momento perché dai piani sovrastanti ci sia comunicato l’accaduto: un marocchino è stato trascinato con forza dagli agenti presso le celle di punizione.  

Solidarizziamo con loro, allargando la protesta alla nostra sezione.

Mugugno e due agenti di rinforzo si mostrano presto nel corridoio e prendono nota di coloro che aderiscono alla protesta.

 Qualcuno s’intimorisce e si ritrae, ma in larga parte continuiamo ostinati a battere sul cancello; smettiamo di farlo solo quando c’è data voce che il ragazzo è stato ridato alla sezione.

Ognuno torna allora a occuparsi delle proprie inquietudini, più o meno  uguali a quelli di questi giovani extracomunitari, molti dei quali si sono avventurati su delle imbarcazioni di fortuna ed hanno attraversato il mare, sperando di trovare qualcosa di diverso dalla disperazione dalla quale si erano messi in fuga; invece, hanno conosciuto il carcere, questo microcosmo in cui si articola un viaggio che sprofonda il visitatore dentro la complessità delle differenze umane, fatta di etnie, lingue, riti, culture e religioni spesso in conflitto tra loro, ma accomunata dall’emarginazione sociale, dal cinismo burocratico e, soprattutto, dall’assenza di punti di riferimento.

Perché si è soli, qui, lontani dal mondo…

Mi dolgo di me, mentre l’immagine di mia madre, quella figura minuta dagli occhi tristi, eppure mai vuoti di tenerezza, mi rimprovera che non è poi del tutto vero, perché lei è lì, instancabile, che aspetta il mio ritorno a casa.

L’idea di liberarla dalla schiavitù di questa attesa, è più che altro un’illusione che mi allontana dalla verità … ma, d’altra parte, è un’illusione che reca un fiato di vita dove di vita non ce n’è. Vita che si accorcia comunque anche mancando del tutto.

L’altro giorno, osservavo il mio volto allo specchio e lo comparavo con quello del ragazzo, ancora punzecchiato dall’acne, ritratto in una foto di ventitré anni prima. Mi era stata scattata l’anno precedente il mio arresto. Guardavo l’immagine nella foto e quella riverberata dallo specchio quasi senza riuscire a scorgere tra loro una rassomiglianza.

Alla luminosità di quel volto imberbe e sorridente si era sostituito lo sguardo inquieto e infelice di un quarantenne che si addolora, tra l’altro, di avere mancato l’appuntamento con la giovinezza; quella stessa giovinezza ostentata nella fotografia.

Ma non è finita, anni di agonico distacco dalla vita, indifferenti alle sofferenze, mi aspettano ancora di là di questo racconto.

Rifletto, con malinconica ragionevolezza, che la colpa può essere di uno solo, ma che la speranza dovrebbe essere di tutti, anche la sua.

[1] Detenuti per reati di non particolare gravità.

Ecchimosi di un ergastolo… di Salvatore Torre (seconda parte)

ARCHEOS

Pubblico oggi la seconda parte di “Ecchimosi di un ergastolo”; racconto di Salvatore Torre, detenuto a Saluzzo.

E’ un racconto che oltre ad essere ottimamente scritto, è così carico di significato e di momenti su cui soffermarsi, che la cosa migliore è pubblicarlo a puntate.

In questa seconda parte emerge la figura emblematica dell’educatrice… in pratica… una tipologia di educatrice che è l’esatto opposto di quella che un educatore e una educatrice dovrebbe essere.

Esistono, ahimé, per davvero personaggi del genere. Educatrici bacchettone, moraliste, barricate nei propri pregiudizi.. con quel tono di maestre irrancidite che hanno di fronte sempre l’eterno tipo indegno.. verso il quale hanno non rispetto o “compassione” nel senso alto della parola.. ma quella forma di pietismo che abbassa, invece di aiutare a rialzarsi.

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La chiave che batte sul ferro della porta mi chiama a voltarmi da quella parte: gli occhi onnubilati di Mugugno mi osservano di là della fenditura[1].

L’educatrice – mi avvisa.

Dille che sono uscito – rispondo.

Mugugno storce il collo e solleva le sopracciglia: l’ironia della mia risposta si spiega nel suo cervello qualche istante dopo, allora scuote la testa e si allontana.

Finisco di lavarmi.

 

L’educatrice è una donna che ha passato da poco i quarant’anni, mora, in sovrappeso, con disegnato sul viso un’espressione di perenne rimprovero. La vidi la prima volta mentre scontavo l’isolamento diurno, una sanzione penale che vieta al condannato ogni contatto con gli altri detenuti. Agosto era là per volgere a termine e la sua inquietudine mi suggerì che fosse impaziente di godersi le ferie estive.

Entro nel suo ufficio.

Questo mese dovremmo aggiornare il suo Programma Trattamentale – mi riferisce, dopo i convenevoli.

Lo farete? – dubito, essendo quattro anni che attendo che lo facciano.

Beh, il Magistrato di Sorveglianza deciderà sulla sua richiesta di permesso solo dopo averlo ricevuto.

La guardo perplesso.

Scusi, lei non ha richiesto questo beneficio? – chiede.

Sì, ma perché aspettare l’aggiornamento? – obbietto, dal momento che ho presentato la richiesta ritenendo scontato il suo rigetto e, quindi, solo allo scopo di avere poi modo di ricorrere ad altro giudice. 

Perché l’attuale programma non prevede per lei la possibilità di fruire dei benefici premiali e, quindi, decidendo adesso, il magistrato sarebbe costretto a rigettare la sua istanza – spiega.

Nell’animo s’inocula un sibilo di speranza e, senza pensarci, lascio che una domanda fugga, improvvida, dalla mia bocca: possibile che stia valutando l’opportunità di accordarmi il permesso?  – azzardo, infatti, appena fiducioso.  

Con l’ergastolo che ha? Ma se lo levi dalla testa! – esclama la mia educatrice, come se avessi proferito una bestemmia.

Le rivolgo uno sguardo vitreo, privo di sorpresa.

Probabilmente, la donna che ho davanti non ha molta dimestichezza con il concetto di logica, ma la sua presa di distanza dal dettato costituzionale dell’articolo 27, secondo il quale le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, mi è ampiamente nota.

La mia educatrice sostiene apertamente che le condanne al carcere debbano essere espiate sino all’ultimo giorno e, anzi, già il reato più lieve andrebbe sanzionato con almeno cinque anni di detenzione, e questi dovrebbero essere espiati senza alcuna possibilità di usufruire di misure alternative alla detenzione: solo così, afferma, il reo può realmente comprendere il proprio errore e non ripeterlo più in futuro. Una teoria alla quale resta fedele, checché ne dicano contro i vari trattatati di sociologia criminale.

Guardandola, mi sorge il dubbio che la irriti persino l’idea che uno come me, un ergastolano, possa anche solo aspirare di uscire dal carcere.

Da tutto ciò, si coglie di buono che perlomeno non veste i panni dell’ipocrisia; poi, che l’atteggiamento mentale punitivo e la totale assenza di empatia non si addicano ad una persona che avrebbe compito di guidare dei soggetti deviati verso la comprensione e il rispetto delle regole sociali, è un dettaglio, magari del tutto trascurabile.

Accetterei pure il suo consiglio, se qualcuno avesse prima la decenza di spiegarmi per quale motivo il mio ergastolo deve essere diverso, ad esempio, da quello del mio coimputato che, già cinque anni fa, è stato ammesso a fruire di permessi – replico, ma solo per spirito di protesta.

Infatti, la diversità di trattamento nell’esecuzione di pene detentive per reati di uguale specie e gravità, dipende dalla discrezionalità della quale godono i magistrati di sorveglianza nell’applicare i benefici penitenziari e, pertanto, dalla loro marcata o flebile adesione al principio per cui il condannato abbia comunque diritto alla possibilità di riabilitarsi. Di conseguenza, un soggetto ristretto in carcere nella cui circoscrizione la magistratura di sorveglianza risulta più sensibile al tema del reinserimento sociale del detenuto, può avere la fondata speranza di accedere alle misure extracarcerarie in tempi relativamente adeguati, mentre altri, condannati alla stessa pena, a causa della rigidità mentale del magistrato che si occupa dei loro casi, sono destinati a espiare la loro pena in prigione, se non per intero, di certo in larga parte;  ovviamente, quando alla visione restrittiva del magistrato, si associa quella disgraziatamente giustizialista dell’educatore, il niet diviene un dogma. Verità che conosciamo sia io che la mia educatrice.

Non si aspetti che sia io a farlo. E quanto al suo coimputato, magari avrà aderito alla richiesta di collaborare con la giustizia, cosa che lei si è sempre rifiutato di fare – precisa lei, dandomi una stoccata che mi fa rivoltare lo stomaco.

Dalla mia gola si snoda un sogghigno.

E già, perché il condannato possa accedere ai benefici penitenziari, non si pretende un atto di penitenza, una presa di coscienza dell’ingiustizia causata ad altri con i propri crimini, né che si conformi alle leggi e alle regole democratiche, no, perché le porte del carcere si riaprano e la società lo accolga di nuovo nel suo grembo, si mette semplicemente di fronte alla scelta di barattare la propria vita con quella di qualcun altro. Al mercimonio della dignità umana, niente di più, niente di meno di questo. Vede, dottoressa, io ho già ucciso in passato e non intendo certo ricominciare a farlo! – finisco per dire, ormai sommerso dal malumore.

Sul volto della mia interlocutrice si tratteggia un’espressione orripilata, sprezzante, ricolma di dissenso, ma esita a replicare ed io ne approfitto per chiudere la discussione.

Posso andare? – chiedo, prima che cominci parlare.

Lei mi guarda brevemente e sospira, poi, annuisce con il capo.

Vada, vada … tanto con lei è tempo perso.

[1] Feritoia sulla porta.

L’attesa…. di Pipino Vincenzo

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Questo scritto di Pipino Vincenzo -detenuto nel carcere di Padova- richiama l’inquietante e indimenticabile racconto-parabola “Davanti alla legge” di Franz Kafka contenuto in uno dei suoi capolavori, “Il processo”.

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Davanti al palazzo di giustizia c’era un addetto alla sorveglianza; davanti a costui si presenta un ergastolano “ostativo” chiedendo di volere entrare nel palazzo. Ma il guardiano gli risponde che ora non gli può concedere di entrare.

L’ergastolano, perplesso e leggermente contrariato, gli chiede se almeno potrà entrare più tardi.

“Può darsi”, risponde il guardiano,”ma ora no”.

Siccome la porta che conduce nel palazzo di giustizia era aperta come al solito, il guardiano si fa da parte, l’ergastolano si inchina semplicemente per dare un’occhiatina all’interno di quel palazzo da lui tanto agognato.

Quando il guardiano se ne accorse, si mise a ridere a crepapelle: “Se ne hai tanta voglia, prova pure ad entrare, nonostante io te lo proibisca. Bada, però: io sno potente e sono soltanto il più carognesco dei guardiani. Davanti a ogni sale e porta ne troverai uno più potente e cattivo di me. Già alla vista del terszo guardiano non riesco a sopportarlo nemmeno io”.

Il povero ergastolano non si aspettava tali difficoltà; il palazzo di giustizia dove si governano le leggi, pensava che dovesse essere accessibile almeno per lui che era stato condannato a “fine pena mai”:

Il guardiano, tutto agghindato, avvolto da una specie i toga alquanto logora e rattoppata da un povero ermellino spelacchiato dal tempo (io le pellicce non le rubavo mai nei palazzi della nobiltà veneziana).

Il malefico custode decise di attendere piuttosto che l’ergastolano ottenesse il permesso di entrare nel palazzo di giustizia; in fondo, nonostante la sua infida personalità, quell’ergastolano gli faceva pena (lo so, è raro, ma può succedere).

Appena l’ergastolano cercò con lo sguardo di vedere l’interno del palazzo, il guardiano lo fece accomodare su uno sgabello -simile a quello che abbiamo noi nelle celle, con una fessura al centro- (a proposito, hai mai pensato perché lo sgabello che abbiamo in cella ha ala fessura al centro? Io, molto meno prosaicamente, ho sempre pensato che serva a una scoreggia per inalare la cella di profumo e non per sporcarsi le mutande di merda), lo fa sedere di fianco alla porta del palazzo.

L’ergastolano, imperturbabile -tanto il tempo non gli mancava- rimase seduto in supina attesa per giorni, mesi e lunghi anni; ciononostante non intendeva arrendersi; pensava: arriverà il giorno in cui anch’io potrò godere di uno schizzo di libertà e così insisteva tenacemente (una speranza che non nutre è una speranza morta), con numerose suppliche di volere entrare in quel fottuto palazzo di giustiza.

Il guardiano, preso da un leggerissimo senso di umanità -tanto per dire- in fondo anche il guardiano era anch’esso “incatenato” da leggi assurde; pesanti come macigni, sostava davanti a quella dannata porta di giustizia da troppo tempo. Cominciò a dialogare con l’ergastolano. Gli chiese notizie della sua famiglia, da dove veniva e di molte altre cose, ma solo domande e risposte prive di interesse come usano fare di solito chi detiene le chiavi del potere e alla fine il guardiano gli ripete che ancora non lo può fare entrare. 

L’ergastolano che per l’occasione si era portato dentro molte cose, tra cui anche qualcosa di prezioso, tentò di corrompere il guardiano. Questo accettò ogni cosa che gli offrì (così come fanno tutti, avvocati compresi).

Il guardiano (come un vero politico) più infido che mai, però gli disse: “Accetto soltanto perché tu non creda di aver trascurato qualcosa” (furbo vero?).

Durante tutti quegli esecrabili anni di vera tortura, l’ergastolano osservò quell’infido guardiano come non mai. Dimenticò gli altri guardiani giacché il primo gli sembrava l’unico ostacolo all’ingresso del palazzo.

L’ergastolano, nonostante la sua cocciutaggine, cominciò a maledire tutti quelli che l’avevano ridotto in quella disumana condizione.

Nei primi anni si limitava a protestare con rispetto; ma poi, visto che stavano uccidendo la sua speranza, cominciò a inveire contro i suoi aguzzini ad alta voce; ma con l’avanzare dell’invecchiamento si limitava a brontolare tra sé e sé.

Le forze cominciarono a indebolirsi e giacché per anni aveva conosciuto l’essere immondo  di quel guardiano, implorò per l’ennesima volta di aiutarlo a entrare nel palazzo di giustizia.

Infine, il lume dei suoi occhi si indebolì al punto che non sapeva se veramente faceva più buio intorno a lui o se soltanto gli occhi lo ingannavano. Tuttavia distingueva ancora nell’oscurità un riverbero di luce irrompere inestinguibile dalla porta del palazzo.

Oramai l’ergastolano, nella sua lunga attesa, sente di non potere vivere più  a lungo. Prima di esalare l’ultimo respiro vitale, tutte le esperienze di quel tempo si condensarono nella sua testa in una domanda che fino allora non aveva rivolto al guardiano. Gli fa un esile cenno, giacché non poteva più erigersi con il corpo che stava irrigidendosi. Il guardiano è costretto a piegarsi verso l’ergastolano morente e gli chiede: “Che cosa vuoi sapere ancora? Sei insaziabile!”.

L’ergastolano, con un filo di voce raccolto dalle ultime forze che gli sono rimaste, riuscì a dire: “Tutti tendono a rispettare la giustizia. Come mai in tutti questi anni nessun altro ha chiesto di entrare in questo fottuto palazzo?”.

L’infido guardiano, resosi conto che l’ergastolano era giunto alla fine del suo “fine pena mai”, per farsi intendere gridò a squarciagola: “NESSUN ALTRO POTEVA ENTRARE QUI PERCHE’ QUESTO INGRESSO ERA DESTINATO SOLO A TE: E ORA VADO A CHIUDERLO!”.

P.S.: questa metafora kafkiana penso servi a tutti noi, legislatori compresi, per fare sì che l’ingresso debba rimanere aperto per tutti quelli che chiedono giustizia!

Un abbraccio, 

Pipino Vincenzo

Carcere di Padova, marzo 2014

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