Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per la categoria “Patrimonio”

Arte e cultura… di Pietro Lofaro

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Il “Mosaico italiano” è un supplemento del giornale “Comunità Italiana”, pubblicato in Brasile da Editora Comunità (editore Marco Lucchese) in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Rio de Janeiro. È destinato agli italiani in Brasile ed è realizzato anche con la collaborazione di docenti, specialisti e ricercatori delle università brasiliane. Il numero 146 di questa rivista è stato dedicato alla tematica dei detenuti in rapporto agli studi universitari. Sono stati  raccolti i materiali  emersi nell’ambito di una iniziativa partita dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo “Tor Vergata” di Roma. Iniziativa che aveva, tra i suoi scopi, quello di sostenere e agevolare la formazione universitaria dei detenuti reclusi nel carcere di Rebibbia, in vista di un loro futuro inserimento sociale.

Nella rivista sono presenti soprattutto tanti interventi di detenuti che raccontano le emozioni, le problematiche, le richieste connesse alle dinamiche del percorso universitario. Nel corso di questi mesi ho pubblicato alcuni di questi interventi. E oggi ne pubblico un altro, scritto da Pietro Lofaro.

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Per iniziativa di alcuni detenuti del reparto di alta sicurezza, dal primo luglio del 2015 è stato attivato in questo istituto (CC di Rebibbia) un laboratorio di pittura; il progetto è nato, oltre che con l’intento di mettere in pratica una passione comune, con la finalità di raccogliere fondi da devolvere in beneficienza e autofinanziarsi.

Fin da subito, il laboratorio ha riscosso un discreto interesse da parte della Direzione e ci è stato affiancato un educatore che, insieme a noi, ha seguito i progressi e ci ha supportato nelle fasi evolutive. Parlo non a caso di fasi evolutive. Il carcere, come la maggior parte della nostra società esterna, è formato da persone di diverse estrazioni sociali, culturali e regionali. Il laboratorio ci ha spronato a mettere a disposizione l’uno dell’altro le proprie conoscenze, i propri vissuti e a trasformarli nel tempo in disegni su tela. Attraverso la biblioteca di reparto ci siamo documentati sugli artisti, i generi, l’uso dei colori. Chi di noi aveva già una conoscenza sulla pittura e le tecniche pittoriche l’ha condivisa con il resto del gruppo e gli stessi che hanno messo a disposizione il loro bagaglio artistico, ne hanno beneficiato. E’ nato uno splendido processo creativo.

La difficoltà a reperire materiali, immagini nuove, colori, ci ha quasi obbligato a sperimentare, a ricercare modi diversi di dipingere e presentare una tela così come la si conosce. E’ stata proprio la condivisione a permettere tutto questo. L’arte è uno strumento di aggregazione, di conoscenza dell’altro, che non può restare confinata all’interno di quattro mura, ma va condivisa, per permettere di rigenerarsi continuare a creare. A tale scopo, a dicembre 2015, abbiamo avuto il piacere di organizzare la nostra prima mostra, nello stesso laboratorio che fino ad ora ci ha permesso di portare avanti questo progetto. La mostra è stata allestita nel nostro reparto non a caso. Era giusto che le persone che ci hanno appoggiato e seguito fino a quel momento, fossero i primi ad aver contezza dei risultati raggiunti. Volevamo condividerlo con chi, come la Direzione, la sorveglianza, l’educatrice, ha investito in noi, dedicando tempo e trovando spazi adatti ai nostri obiettivi. Poi i volontari, i professori, gli stessi detenuti, nostri compagni, che tutti i giorni hanno seguito, anche se da spettatori, i nostri progressi.

A questo punto mi chiedo: se un semplice laboratorio di pittura e tutta la cultura artistica, che di conseguenza si è venuta a creare attorno ad esso, è stata capace di avvicinare e far collaborare nei limiti del possibile detenuti e sorveglianti, operatori e volontari, perché non condividerlo? Non renderlo pubblico? In carcere, per cause che non dipendono sempre dalla nostra volontà, ma dalle burocrazie e dalla necessità, è tutto molto labile, effimero. La cultura creata può trasformarsi in cultura persa. Perché perdere l’occasione di testimoniare come, all’interno di un carcere, nuovi modi di investire il tempo e gli spazi, possano diventare, perché no, una fucina per artisti? E quanto possa essere pedagogico tutto questo?

A parer mio, l’immaginario collettivo ha un’idea incompleta e forse fuorviante del carcere. A causa del limitato accesso e della poca conoscenza di luoghi come questo, si creano degli stereotipi non sempre realistici.

Attraverso la condivisione di cultura, e in questo caso specifico, di cultura artistica, penso sia possibile abbattere alcuni chiché che si allontanano. L’arte è un processo creativo, che in carcere permette a noi di avere un’altra visione del mondo e a voi di farvi un’altra idea di noi, di come la cultura agisca e sia necessaria, forse maggiormente all’interno di realtà come queste.

Cultura e trasformazione del Sé… di Angelo Maurizio Moscato

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Il “Mosaico italiano” è un supplemento del giornale “Comunità Italiana”, pubblicato in Brasile da Editora Comunità (editore Marco Lucchese) in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Rio de Janeiro. È destinato agli italiani in Brasile ed è realizzato anche con la collaborazione di docenti, specialisti e ricercatori delle università brasiliane. Il numero 146 di questa rivista era stato dedicato alla tematica dei detenuti in rapporto agli studi universitari. Vengono raccolti i materiali che sono emersi nell’ambito di una iniziativa partita dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo “Tor Vergata” di Roma. Iniziativa che aveva, tra i suoi scopi, quello di sostenere e agevolare la formazione universitaria dei detenuti reclusi nel carcere di Rebibbia, in vista di un loro futuro inserimento sociale.

Nella rivista erano presenti soprattutto tanti interventi di detenuti che raccontano le emozioni, le problematiche, le richieste connesse alle dinamiche del percorso universitario.

Pubblico oggi uno dei materiali presenti in quel numero del Mosaico. L’autore è Angelo Maria Moscato. Sono degli stralci del suo intervento, rivisti da Serena Cataldo.

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(…) Sono stato arrestato a vent’anni e avevo come titolo di studio la terza media. In questi lunghi anni di caercere ho ritenuto importante intraprendere di nuovo il percorso di studio, ma, a differenza dell’età giovanile, questa volta è stato un percorso fatto con impegno, al quale ho dato il giusto valore.

La cultura è fondamentale nella vita, ti permette di confrontarti in modo migliore, perché ti arrichisce di conoscenze. La spiegazione che io posso dare del mio percorso di studio e a teatro è che esso è stato un percorso fondamentale per la mia crescita non solo culturale, ma soprattutto umana.

Posso dire che il confronto con i professori  è stata una esperienza umana significativa, non solo per noi, ma anche per loro, perché, lo si deve ammettere, sono davvero poche le persone che non hanno tanti pregiudizi sui detenuti, oppure hanno una immagine diversa da quella che è la realtà.

Il problema è che non c’è un’eco forte da poter diffondere nella società  e quindi rimane questo stereotipo del detenuto super pericoloso che sia impossibile quasi  il suo reinserimento nella società.

Voi professori, e anche voi che oggi siete qui, questo potete farlo: diffondere la voce che in carcere ci sono persone con le quali è possibile fare investimenti con risultati importanti, prova ne è il risultato del progetto universitario ancora in corso che, dall’impegno di tutti quelli che ci hanno creduto, è andato oltre ogni pregiudizio. Come sono andati oltre ogni pregiudizio i risultati della nostra attività teatrale.

Mi voglio soffermare su una concezione di tipo istituzionale (educazione-pedagogia) che vede la cultura come strumento di formazione di base. L’educazione è basata fortemente sulla cultura di un popolo e può portare a delle regole molto diverse o addirittura opposte man mano che due culture si allontanano nello spazio e nel tempo. L’educazione alla teatralità si pone l’obiettivo sia di educare le persone tramite e attraverso le arti espressive, sia di educarle alle arti espressive, sviluppando la creatività e l’espressività di ciascuno (io, per esempio, posso dire che il teatro mi è servito a superare quelle barriere psicologiche che mi ero erroneamente creato).

Infatti oggi sono qui a parlare con voi, su un palco, venti, dieci anni fa non l’avrei mai fatto.

La pedagogia è la scienza umana che studia l’educazione e la formazione dell’uomo nella sua interezza, ovvero lo studio dell’uomo nel suo intero ciclico segno di vita.

Insieme alle altre scienze umane, si rivolge dunqueai contesti formali (scuole, accademie, università), non formali (famiglia, amici) e informali (AS calcistiche, Club) dove avviene il processo di “trasformatività” proprio della pedagogia stessa.

La parte più matura della società sa che la trasformazione degli individui avviene attraverso la cultura. Io so che non esiste una sola cultura  e so anche che, una certa cultura giuridica, prevedendo pene di forma infinita, rende la trasformazione per me, e anche per molti di noi, fine a se stessa, cioè se cambi, cambi per te. Il diritto a rientrare nella società ti è impdito, così io resto nella mia prigione e voi nella vostra.

Nel momoento in cui ti ritrovi a vivere una situazione così grave da affontare subentrano per forza maggiore delle riflessioni, delle osservazioni e cerchi il modo migliore per superare questo lungo e tortuoso viaggio, che potrebbe essere pure infinito, lo metti incontro facendo una analisi razionale. Allora inizi il viaggio e cerchi di ricostruire la tua vita e questo ritengo sia doveroso farlo, soprattutto per te stesso.

(…) Nel tempo si cambia. E’ un dato scientifico che tanti emeriti in materia hanno sostenuto e confermato.

Non mi spiego, o meglio non riesco a capire perché quanto sostenuto  e confermato dalla scienza in merito al cambiamento comportamentale e dell’agire umano non venga accettato e riconosciuto possibile anche per una persona condannata all’ergastolo ostativo.

Molti insigni esperti in materia sostengono scientificamente che l’essere umano cambia (…)

Nella Social Cognition il Sé è considerato come una struttura di conoscenza. La concezione del Sé  si realizza nell’esperienza, come qualsiasi altro aspetto della conoscenza, attraverso l’elaborazione dell’informazione e gli altri processi cognitivi. Questa rappresentazione mentale di sé funziona come capacità di guidare e di coordinare i diversi aspetti dell’esperienza e del comportamento.

La trasformazione dell’essere umano esiste e lo sostengo con forza, ma non possiamo accetare che questa ci venga riconosciuta solo quando uno avvia un percorso collaborativo di delazione con la giustizia, che il più delle volte alto non è che una scelta di convenienza. Oggi purtroppo questa pratica di riconoscimento dell’essere è diventato l’unico meccanismo che permette il raggiungimento della libertà. Possiamo, allora, ritenere questo cambiamento autentico?

Infatti, una certa cultura giuridica ha trasformato il comune senso delle azioni umane favorendo con la garanzia dei benefici il reinserimento nella società attraverso istituti giuridici che prescindano dal cambiamento del sé (esempio 4 bis attraverso la delazione, 58 ter e l’inesigibilità). Le procedure giuridiche prevalgono quale significatività su quelle pedagogiche. Invero, con queste ultime, andiamo a riconoscere la trasformazione del sé. Al contrario, percorsi di reinserimento, studio, teatro, pittura, lavoro, corsi di formazione, che sono molto più lunghi e faticosi, vengono declassati. La pedagogia, scienza pratica, ci insegna che il percorso di crescita personale continua con il suo divenire a prescindere dal contesto spazio-temporale. Il nostro ordinamento penitenziario accoglie il presupposto pedagogico di osservazione scientifica della personalità  laddove richiede agli operatori in particolare all’educatore la riflessione con il definitivo rispetto alla commissione del reato.

E’  fondamentale il percorso della persona attraverso atti, componimenti e fatti successivi al giudicato penale e questo servirà per uscire da quella che io chiamo la “cultura della stagnazione del proprio pensiero”, anzi del giudizio negativo che mi sono fatto dell’altro.

(…) A questo punto mi permetto di concludere: se è vero che il passato se ne è andato per tutti, è altrettanto vero che conoscere il passato della persona serve per il presente e per progettare il suo futuro. Quello che non dovrebbe succedere è che il passato non influisca sempre e negativamente sulla persona.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La vicenda di Antonio Fiordiso

Colerrelo

Il nostro amico Antonio ci ha inviato questo testo che mira a che non cada ancora una volta il sipario sull’ennesima”strana” morte di un detenuto.

Riporto di seguito il testo che mi ha inviato Antonio.


Ancora una volta il mostro assassino mostra il suo vero volto alla vittima e ai suoi familiari.
Lo Stato, nella sua missione principale di cane da guardia della proprietà privata, decide di prendersi in custodia coatta un ragazzo di 27 anni e, dopo averlo tenuto sotto la sua “tutela” per 4 anni, ne restituisce il corpo privo di vita ai parenti; senza tralasciare tutta la serie di traversie fisiche, morali e burocratiche che in casi come questo riserva loro.
Nell’ottobre del 2015 i familiari vengono a sapere che il loro congiunto, detenuto nel carcere di Borgo San Nicola a Lecce, non si trova più lì.

Dopo richieste insistenti riescono a farsi dire che era stato trasferito in infermeria e da lì a quella del carcere di Taranto per abuso di psicofarmaci. Trovando il tutto molto strano, i parenti riescono a sapere ch,e da Taranto, Antonio (questo il suo nome) era stato trasferito niente meno che ad Asti. Poco dopo il giovane viene di nuovo trasferito all’ospedale di Taranto, dove i familiari riescono finalmente a vederlo.

Lo stato in cui lo trovano è disumano: irrigidimento degli arti e atrofie muscolari, in dialisi per intensa disidratazione, lividi evidenti sul corpo, commozioni cerebrale e intercostale, impossibilità a parlare. Il primario conferma che è arrivato in ospedale in stato comatoso, con polmonite così avanzata che era divenuta una setticemia ormai diffusa anche nel sangue; operato d’urgenza ai reni per la forte disidratazione.

Al carcere di Lecce danno la colpa ad alcuni detenuti che si sarebbero accaniti su di lui, ma tutto ciò non trova conferma in nessun incartamento dell’istituto. Antonio muore l’8 dicembre in ospedale, senza riuscire a dire molto, nelle condizioni in cui era, su cosa sia realmente accaduto, anche se ha fatto intendere ad un pestaggio da parte delle guardie. Un giudice di Taranto ha già chiesto l’archiviazione del caso. Un altro detenuto, compaesano di Antonio, aveva iniziato a fare delle domande un po’ scomode su quanto accaduto al suo compagno, ma è stato subito trasferito a Reggio Calabria. Questi i fatti, in breve.

Ciò che ci preme è che il caso di Antonio non venga taciuto e nascosto e che ancora una volta una morte di Stato passi per mero incidente. Siamo consapevoli che il carcere non ha affatto  la funzione di rieducare ma semmai quella di vendicarsi di chi è uscito fuori dai ranghi e di fungere da monito per chi non si adeguerà alle regole sociali.
Il carcere è il luogo della disumanizzazione, della spersonalizzazione, della violenza istituzionale, della privazione degli affetti.
Il carcere è un abominio e la vicenda di Antonio Fiordiso, come quella di tanti altri detenuti o di persone ammazzate mentre erano nella custodia di qualche forza di polizia ne sono la conferma. Vogliamo sapere chi sono i responsabili della morte di Antonio, vogliamo che nel ricordo Antonio riacquisti la sua dignità vilipesa.

Il carcere e il processo di antropopoiesi… di Juan Dario Bonetti

kagars

Il “Mosaico italiano” è un supplemento del giornale “Comunità Italiana”, pubblicato in Brasile da Editora Comunità (editore Marco Lucchese) in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Rio de Janeiro. È destinato agli italiani in Brasile ed è realizzato anche con la collaborazione di docenti, specialisti e ricercatori delle università brasiliane.

Il numero 146 di questa rivista è dedicata alla tematica dei detenuti in rapporto agli studi universitari. Vengono raccolti i materiali che sono emersi nell’ambito di una iniziativa partita dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo “Tor Vergata” di Roma. Iniziativa che aveva, tra i suoi scopi, quello di sostenere e agevolare la formazione universitaria dei detenuti reclusi nel carcere di Rebibbia, in vista di un loro futuro inserimento sociale.

Nella rivista sono presenti soprattutto tanti interventi di detenuti che raccontano le emozioni, le problematiche, le richieste connesse alle dinamiche del percorso universitario.

Ho già pubblicato giorni addietro un brano presente nella rivista. Oggi ne pubblico un altro, scritto dal detenuto Juan Dario Bonetti.

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L’uomo è il risultato parziale, è un prodotto precario a cui si giunge per il suo essere costantemente immerso  nell’irraggiungibile tentativo di diventare se stesso.

Ma cosa significa divenire se stesso? Probabilmente la risposta più  convincente sarebbe quella secondo la quale un uomo prima diventa uomo per poter diventare se stesso, cosa che avviene solo quando egli riesce ad assumere, a costruirsi, un’identità rispettosa dei canoni della società di cui si fa parte.

Prima di diventare se stessi bisogna diventare uomini, processo questo di non semplice spiegazione.

Noi potremmo facilmente spiegare il concetto di uomo attraverso una definizione semplicemente “semantico-referenziale”, ma cogliere il senso profondo, arrivare cioè all’intima complessità è quasi impossibile.

Non esiste una spiegazione assoluta che ci permetta di cogliere pienamente il senso del sintagma “essere uomo”.

Il significato di tale sintagma è sempre relativo, perennemente vincolato e determinato dal contesto, in parole semplici è l’effetto di tante concause.

La realtà di tale sintagma è sempre relativo, perennemente vincolato e determinato dal contesto. In parole semplici è l’effetto di tante concause.

La realtà è una struttura complessa costruita da un insieme di sottostrutture e di sottosistemi che ogni uomo, che ognuno di noi, è destinato ad affrontare nel processo di diventare prima uomini e poi se stessi.

Diventiamo uomini, per la finalità di potere vivere ed esistere fra gli altri uomini, con la necessità di riuscire a trovare la orma che contraddistingue la nostra individualità, che plasmi la nostra esistenza. Il processo per diventare se stessi è un viaggio difficile che ci porta ad affrontare la realtà nella sua inospitale durezza, ad attraversare le dimensioni del tempo e dello spazio, e per far ciò è necessario adattare la nostra forma, bisogna che ci lasciamo plasmare dalle forze che regolano il mondo fenomenico.

L’uomo adotta forme per poter camminare nel mondo, assume modelli di umanità che sono il risultato di fattori esterni che esplicano forze riducibili, anche se è una semplificazione estrema, alle forze della natura e alle forze della cultura, laddove il potere condizionante delle seconde è superiore a quello delle prime.

Citando Geertz: “essere umani non significa essere un qualsiasi uomo: vuol dire essere un particolare tipo di uomo… e poi: noi siamo animali incompleti e non finiti che si completano e si perfezionano attraverso  la cultura, attraverso forme di cultura estremamente particolari”.

Diventare uomini, diventare noi stessi significa trovare la nostra essenza attraverso la cultura, significa assumere una forma di umanità dovuta alla ricezione di un modello in grado di permetterci di poter partecipare allo spettacolo della vita.

Divenire uomini per poi diventare se stessi significa assorbire un modello culturale umanizzante, significa lasciarsi plasmare, a volte in maniera volontaria, e a volte involontaria, scegliere aspetti di una forma anziché di un’altra, significa divenire oggetti di un processo di foggiatura, di “antro poiesi”.

L’antropoiesi è un termine tecnico che definisce la costruzione dell’uomo, dell’individuo all’interno della società. Durante tale processo l’uomo si lascia plasmare in ogni sua dimensione.

L’uomo è una struttura complessa costituita da un insieme di sistemi interconnessi: il sistema etico, affettivo, estetico, linguistico, di competenze tecniche e tanti altri ancora che andannoa costituire la base su cui si fonderà la sua identità; in seguito naturalmente ad azioni di identificazione –indirizzazione- in maniera semplice possiamo dire che l’uomo assorbe dalla cultura una serie di segni e significati che lo doteranno di codici e parametri attraverso i quali potrà approcciarsi alla realtà fenomenica e agli altri uomini, l’uomo si costruisce attraverso la cultura e se così non fosse egli rimarrebbe umanamente incompleto.

Purtroppo ogni modello culturale di una società è sempre il frutto di una scelta che implica il rifiuto di altre possibilità culturali, ovvero non esiste un modello culturale perfetto benché ogni società possa credere che il proprio modello lo sia.

Le società attraverso l’antropoiesi sempre costruiranno uomini che si caratterizzeranno per la loro umana incompletezza.

Durante la sua costruzione l’uomo partecipa a tale processo ma non si potrà mai parlare di processo di auto costruzione, evento altamente improbabile, che potrebbe avvenire esclusivamente in una dimensione di pura autarchia.

L’uomo quindi è destinato a vivere il suo processo di costruzione all’interno di una particolare società la quale, per sua natura, non può non reggersi sul modello culturale predefinito.

Ogni società ha una propria cultura ed il suo scheletro è l’intelaiatura su cui essa si regge.

La cultura può essere interpretata come una rete di segni, un insieme di significanti e significati che hanno natura convenzionale, sono cioè frutti di scelte.

Indiscutibilmente “la cultura fa l’uomo”, ma ciò avviene attraverso processi che comportano l’apprendimento, l’incorporazione da parte dell’individuo di quella ragnatela di simboli che chiamiamo cultura.

Ogni società per poter auto perpetuarsi  e funzionare cercherà di imporre il proprio modello sostanziale di cultura attraverso una ampia serie di strumenti e meccanismi a ciò finalizzati.

L’uomo è il risultato finale di questo processo di creazione e il suo sé, la sua identità individuale purtroppo sarà sempre in contrasto con la sua identità di gruppo, egli sarà risultante di due forze in contrasto che sono l’autoidentificazione interna  e la categorizzazione esterna, e questa tensione catapulterà l’individuo all’interno di dinamiche esistenziali  altamente problematiche, perché l’uomo invero non potrà che vivere drammaticamente il contrasto tra la percezione interna di chi si vuole essere o di chi si è e il riscontro esterno di chi gli altri vogliono o pensano che sia.

Ogni individuo tende a diventare uomo per poi diventare se stesso, ma in fondo egli altro non è, o altro non diventa che il prodotto, il tentativo di un prodotto precostituito dovuto al modello culturale di una particolare società.

Non sempre l’essere rispecchi il dover essere, perché sebbene l’uomo nella sua essenza è materia malleabile allo stesso tempo, è materi difficile da lavorare.

In tante occasioni l’uomo diventa “altro” rispetto al modello precostituito di cui la società ha bisogno per la propria auto perpetuazione e per il proprio funzionamento, a volte succede che l’uomo per eccesso o difetto non assorba in maniera perfetta il modello che gli corrisponda e quindi non risponde all’ideal tipo di cui una società ha bisogno per esistere e per continuare ad esistere.

Quando ciò avviene ogni società sviluppa meccanismi predisponendo i mezzi necessari a salvaguardare il proprio funzionamento e a tutelarsi. In parole semplici da quando l’uomo vive in gruppo ha escogitato modi di azione (forse è meglio dire di reazione) nei confronti di chi mette in pericolo il funzionamento e quindi l’esistenza del gruppo stesso.

Questi modi di reazione possiamo individuarli lungo un asse di variazioni che ha, ad un estremo la riparazione e, nell’estremo opposto, la distruzione, passando per un punto medio dell’asse che rappresenta l’allontanamento dell’individuo visto ed interpretato  come un prodotto difettoso, il variare dei modi è direttamente proporzionale alla distanza tra il modello sociale e il modello sviluppato dall’individuo.

Le società moderne, soprattutto quelle “occidentali”, le più complesse forse mai esistite, hanno sviluppato sistemi altamente efficienti per la costruzione dei suoi membri al punto che i “prodotti difettosi” sono o dovrebbero essere soltanto delle eccezioni, ma nel caso in cui questi prodotti si manifestino esse sono preparate ad agire  nei loro confronti attraverso azioni che passano dalla riparazione all’allontanamento e in casi simili alla distruzione.

In realtà anche le società moderne non possono permettersi che l’individuo diverga nei propri modelli culturali oltre un certo grado dal modello culturale che le contraddistingue.

Pensiamo però a cosa succede quando un individuo adotta un modello culturale che produce dei comportamenti divergenti da quelli che una società considera fondamentali per il proprio funzionamento e prendiamo il caso in cui il prodotto difettoso lo per cause biologicamente intrinseche all’individuo, per esempio gli infermi menali i quali oggettivamente non hannocompla per quello che sono. Direbbe Seneca: “Nemo fit fato noceris” (nessuno può essere colpevole del proprio destino), antica massima filosofica che in una società civilizzata come la nostra dovrebbe fungere da principio fondamentale ed ineludibile per la risoluzione delle problematiche legate a tali soggetti.

Concretamente la nostra società, come qualsiasi altra società, agisce nei loro confronti allo stesso modo di quelle considerate le più incivili, perché nei confronti dei prodotti difettosi si agisce sempre alla stessa maniera, si tende a riparare, oppure ad emarginare o a distruggere.

Quindi se la nostra società è capace di agire in questo modo sui suoi membri difettosi “sine culpa”, provate ad immaginare come reagiranno nei confronti di coloro che invece le colpe le hanno.

Che hanno la colpa di avere sviluppato delle identità, delle personalità basate sulla adozione di forme  di umanità, di modelli culturalmente lontani e non corrispondenti al prototipo preselezionato.

Non sempre il processo di antropopoiesi comporta dei risultati soddisfacenti. Non sempre l’uomo diventa tale come la società vuole che sia e le cause sono innumerevoli.

Invero le società difficilmente ammetterà l’inefficienza dei propri meccanismi antropopietici bensì faranno ricadere la colpa della divergenza tra ciò che l’individuo è e come dovrebbe essere, sulla volontà dell’individuo stesso.

Senza entrare in merito alla questione delle colpe che sono intrinseche al sistema e quindi  alla società, ritengo che sia più utile al fine del nostro discorso prendere in considerazione solo il caso in cui l’uomo nel suo processo di diventare se stesso lo fa rifiutando parzialmente o interamene un modello culturale proposto o forse meglio imposto.

L’uomo a volte non è in grado di incorporare un modello che in epoca moderna è diventato sempre più complesso, perché non è semplice strutturare il proprio sé, la propria personalità attraverso quella sempre più inestricabile rete di simboli su cui si fonda la cultura moderna. In parole povere non tutti gli uomini hanno la forza, la capacità di sapere mettere in ordine i principi, i valori, la gerarchia di valori, di avere coscienza del pieno significato e del giusto utilizzo di concetti come “il bene”, “la giustizia”, “il normale”, rapportandoli ad altri valori, come “il bene”, “la giustizia”, “il normale”, rapportandoli ad altri valori, come “l’utile”, “il necessario”.

Inoltre il gruppo sociale non reagisce sull’individuo partendo dall’analisi del suo modello di fondo, bensì agisce sull’individuo partendo dall’analisi del suo modello di fondo, bensì agisce su comportamenti  di tali individui, he altro non sono che una proiezione del modello stesso.

Le condotte che divergono da quelle comunemente accettate all’interno di una società all’interno di una società vengono definite devianze e nello specifico quei comportamenti che per loro natura rientrano nella sfera  giuridico/penale vengono tecnicamente definite devianze criminogene.

Esistono atti, comportamenti da parte di individui che sono talmente disfunzionali, inaccettabili da parte della società che vengono categorizzate come atti criminali e passibili quindi dell’applicazione di particolari meccanismi di reazione affinché questi non si ripetano né da parte di altri membri della società né da parte dello stesso individuo che l’ha commesso.

Ritengo che esista la concreta possibilità che le inclinazioni alla devianza criminogena di determinati individui possano, attraverso il binomio carcere/cultura essere azzerati, determinando in loro un nuovo modo di agire rientrante all’interno di schemi comportamentali socialmente accettabili.

Questo può essere fatto a partire da due premesse: innanzitutto la devianza criminogena va interpretata come risultato finale di un modello culturale “sbagliato” che è l’origine profonda di tale comportamento, nel secondo punto l’uomo dovrebbe essere concepito come un messere la cui essenza è tanto fragile quando la sua forma è quindi mutabile. Sulla stessa premessa la mia base teorica è una sintesi di due teorie classiche della devianza criminogena: “la teoria della subcultura” di Edwein Sutherland e “la teoria della scelta razionale” di David Matza, sono convinto che ogni comportamento deviato dipende certamente da un previo calcolo di convenienza, ma l’atto volontario ha sempre come concausa un modello culturale deficitario, in particolare nella sua dimensione etica. Per quanto riguarda invece la fragilità dell’essenza umana, io ho adottato previamente delle considerazioni sull’uomo proposte da Geretz, perciocché non posso non considerare l’essere umano che “materia” che diventa forma, la cui essenza è determinata dalla forma stessa, forma che altro non è che la cultura appresa, che è transitoria e precaria. L’uomo se messo in determinate condizioni culturali può adattare e mutare la sua forma a esse, trasformandosi in altro, cambiando la sua essenza. Questa serie di “trasformazioni a catena” non sono e non possono essere un processo facile perché il cambiamento della propria forma di umanità, come dimostra l’antropologia, è un’operazione molto dolorosa. Ed  è a questo punto il carcere acquista la sua importanza, la sua ragione di esistere. La nostra società dovrebbe  pensare al carcere non come uno strumento  per l’allontanamento o l’accantonamento dei prodotti umani difettosi, una sorta di discarica di scarti umani, ma il carcere dovrebbe essere interpretato come un viaggio oppure un meccanismo in grado di poter favorire la riparazione dell’individuo attraverso la sua trasformazione, una sorta cioè di rito iniziatico capace di favorire la sostituzione di un modello di umanità e quindi la trasmutazione dell’identità.

Chi conosce bene il carcere sa che innanzitutto è un luogo e un tempo di privazioni e di sofferenza che spinge l’individuo, ogni individuo, sul perché del proprio dolore. Questo avviene in quanto il dolore, quando è costante e profondo, può essere alleviato solo se ad esso gli si attribuisce  un senso, gli si trova un significato. In carcere l’uomo ha il tempo e il modo di scavare in se stesso per capire il perché delle sue scelte sbagliate, per conoscere il proprio universo simbolico che lo ha portato a interpretare la realtà in maniera difforme dagli altri, e se riesce a farlo nel modo giusto, sentirà la necessità di mettere in discussione la propria essenza e capirà che la propria visione del mondo è stata l’origine principale delle sue scelte sbagliate. Questa funzione del carcere benché dolorosissima è molto importante perché permette che avvenga ciò che in antropologia tecnicamente si chiama “desenbodyment” ovvero la distruzione, la frantumazione del modello umano culturale preesistente. L’individuo scegliendo  la propria forma disattiva tutte le sovrastrutture che lo sostengono lasciando il proprio sé, la propria essenza indifesa, l’uomo resta nudo, inerme contro la realtà che lo circonda, non potrebbe vivere a lungo in tali condizioni, infatti, subito dopo inizia in lui un altro processo definito “enbodyment”, tecnicismo che definisce il processo di sostituzione o di ricostruzione antropopietica del nuovo modello di umanità che ricaratterizzerà  l’individuo. Ed è a questo punto che intravedo sia la potenziale efficacia della cultura formale al fine della ristrutturazione dell’identità dell’individuo, sia l’incapacità del carcere di portare a pieno compimento il processo di trasformazione efficacemente avviato nella persona privata di libertà.

In carcere l’uomo conosce il dolore, attraverso il trascorrere del tempo vuoto impara che l’uomo può perdere la sua umanità, egli mette in crisi le sue certezze e costruisce da solo le basi del proprio cambiamento. Ma il cambiamento, la ricostruzione di un nuovo modello di umanità, non è un processo semplice, non garantisce che il cambiamento sia sempre positivo e soprattutto non è un percorso che l’individuo può fare in solitario.

Per troppi anni il carcere è servito soltanto a fungere da deterrente nei confronti di pochi e a favorire un cambiamento  negativo nei confronti di tanti, comunemente il carcere veniva definito e in tanti ancora lo fanno, “l’università del crimine”.

Si entrava in esso con un modello di umanità sbagliato e si usciva con uno ancora peggiore. Ma c’è una causa se questo avveniva e ancora avviene, ed è data dal fatto che qualsiasi essere umano può e non deve essere lasciato da solo durante quella fase antro poietica che lo porterà a rivoluzionare il proprio universo simbolico ad avere nuove prospettive per l’interpretazione  della realtà a dotarsi quindi di una nuova visione del mondo. Durante questa fase importantissima, se lasciato da solo, l’individuo purtroppo cercherà  di accedere agli strumenti, di attingere al materiale che troverà intorno a sé, è consequenziale che se lasciato da solo in un ambiente ostile come il carcere, di per sé culturalmente arido, non potrà che sviluppare dei nuovi codici interpretativi della realtà che lo porteranno a riformularla quasi certamente in un modo ancor più sbagliato del precedente. Per questi motivi ritengo che il carcere possa svolgere la sua funzione rieducativa e determinare il cambiamento dell’identità della persona, ma che possa farlo se, e solo se, agisce in sinergia con la cultura formale. Perché l’indiividuo deve essere messo in contatto con idee, con valori, egli deve essere immerso nella materia elementare, primordiale, sostanzia la struttura che regge quella complessa rete di segni che ci permette la vita del tempo e dello spazio, la ree che noi chiamiamo in senso lato cultura.

Solo così l’individuo a causa del dolore, nonostante la tragica esperienza del carcere, si troverà a poter attingere, a disporre delle unità costituenti elementari della cultura, avrà a disposizione “materiale puro e incontaminato con il quale potrà rifondare il proprio universo semantico e così finalmente sviluppare una nuova visione del mondo.

Detto con parole semplici, l’individuo finalmente avrà gli strumenti per sapere valutare in maniera nuova, giusta e soprattutto autentica la realtà che lo circonda e le proprie azioni.

Concludo dicendo che anche se la cultura rappresenta la strada più sicura verso il traguardo del cambiamento, la stessa da sola non basta perché l’individuo ha bisogno di essere accompagnato  quando crede di essere solo, di essere aiutato quando sente di non farcela, di una guida quando pensa di essersi smarrito, ha bisogno di persone qualificate con cui instaurare rapporti umani qualitativi e non quantitativi, l’individuo ha bisogno di modelli concreti tanto quanto di concetti astratti. La trasformazione di un essere umano sarebbe impossibile se non vi fossero operatori culturali pedagoghi in grado di seguire il compimento del difficile e complesso processo chiamato antropopoiesi. Solo se così concepita la cultura trasformerà concretamente il carcere in una officina di riparazione dell’individuo

 

Da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

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Pubblico oggi un altro brano tratto dal bellissimo libro “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro.

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E’ facile essere amati, e dopo un attimo essere odiati.

L’uomo è più plasmabile della bestia.

Basta una sola parola d’un suo simile per farlo camminare nell’illusione. Ormai mi avevano chiuso dal lavoro.

E’ molto raro incontrarsi nella gioia, l’uomo la felicità la tiene nascosta, ha paura che gli venga rubata. Ogni grido di dolore ha pronto il suo carnefice  che scaglia la pietra e nasconde la mano.

L’odore del sangue attira gli avvoltoi, gli spazzini degli esseri senza vita che non si possono difendere.

L’abbattimento del vento ci fa sentire forti, per il momento il vincitore si sente immortale. Non ci rendiamo conto che cancellando dal sentiero della vita i nostri simili, cancelliamo dalla terra le nostre origini, uccidiamo i nostri padri.

Da “Nonostante il cacciatore di uomini”… di Giovanni Farina

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Pubblico altri brani tratti dal bellissimo libro di Giovanni Farina -detenuto a Catanzaro- “Nonostante i cacciatori di uomini”.

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Ricordo una mattina d’inverno

Mi dovevo alzare dal letto perché la luce del giorno, che filtrava dalla fessura di una tapparella della finestra, mi diceva che un nuovo dì era arrivato. Ero sdraiato nel mio letto e ascoltavo il silenzio di quel giorno ancora inesplorato dai miei occhi. Da dentro la stanza chiusa ascoltavo i rumori della campagna che non sentivo. Anche gli uccelli sembrava si erano dimenticati di svegliarmi, non sentivo il loro canto. Le capre che erano nella stanza non richiamavano i loro figli come era loro abitudine biologica. A quell’ora nevicava nel massimo silenzio, non c’erano rallentamenti nella foschia dei fiocchi di neve.

Vedo fuori e devo guardare il cielo sempre di traverso, dove scorgo l’orizzonte. Il mio cuore ha dimenticato le parole che colorano il cielo. Solo i miei occhi, quando guardano l’orizzonte, sanno dire una preghiera. Tanti anni sono passati, eppure io vedo ancora oggi il mio sguardo che domanda al cielo dov’è quella finestra che cercavo, in mezzo alle stelle del cielo azzurro di quella notte. Quando ancora ero un giovane, dai sogni senza ombre.

Limbara, questo era il nome della capra che tutti gli anni faceva tre capretti. Il terzo capretto era accovacciato sulle gambe vicino al sasso, sembrava che dormisse, era morto. Ogni volta che mi moriva un animale, anche alla nascita, mi dava un senso di colpa, mi faceva soffrire. Pensavo che la sua morte fosse colpa mia. A pare che in una nuova nascita c’era il lavoro di un anno, mi dava molta tristezza perdere quello che mi era nato dai miei animali. Le mie capre non erano selvatiche, anche se erano in branco. Erano semibrade, conoscevano il padrone, e dagli estranei non si facevano avvicinare. Col tempo tutti i viottoli fatti dai miei animali sono diventati dai veri tracciati topografici, registrati dai boy scout. Dei veri itinerari per gli escursionisti e i cacciatori, per gli esploratori che salivano in quella montagna.

L’uomo è sempre pronto a essere giudice, giustiziere di altri uomini. Sin quando ci saranno giudici e giudicai, le parti non coincideranno mai. Ci sarà sempre la disuguaglianza, perché siamo noi che non siamo uguali. Il mio pensiero resta scritto nel mio respiro ogni giorno, da quando la luce dell’alba dà gioia ai miei occhi.

Le mie finestre sono esposte da anni al vento di tramontana, per questo quasi sempre le tengo chiuse. Chissà quando potrò tenerle aperte, e respirare il vento libero della vita, quando non sentirò più questo vento ingiusto. 

Nella mia vita non mi sono mai arreso, perché ho incontrato anche degli uomini che mi hanno insegnato la fiducia di crescere. Nel mio profondo silenzio, l’anima mia continua a respirare paziente. E per questo non voglio deluderli.

Non sono solo io una testimonianza d’uomo che è sopravvissuta alle catene. Altri uomini prima di me sono sopravvissuti alle catene. E hanno tracciano la loro storia con la vita.

Sono abituato a prendere quello che la vita caritatevole mi ha dato. Non ho mai desiderato quello che non avevo. Sarà per questo che sono restato sempre la stessa persona. Desiderare quello che non necessitiamo, e come tute le cose in più, diventano superificiali alla nostra esistenza.

Non si può desiderare ogni raggio di luce che vediamo. La luce perfetta tutta per noi non ci appartiene, perché nella nostra natura ci appartiene l’imperfezione.

Molte volte l’animo sorridente mi ha dato la definizione di chi si vuole prendere gioco di quello che gli sta davanti.

Il sorriso dell’uomo è parte di me stesso, e sono contento di sorridere, di essere me stesso. Non è vero che il sorriso abbonda sulla bocca degli sciocchi.

Ho chiuso gli occhi e sento gli uccelli che cantano.

Stanno cercando per me la loro canzone.

Da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

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Pubblico oggi un altro intensissimo brano tratto da “Nonostante i cacciatori di uomini”, il bellissimo libro scritto da Giovanni Farina, attualmente detenuto a Catanzaro.

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Mi è stato scritto un telegramma da casa, mi è stato consegnato con venti giorni di ritardo, per dirmi, nel telegramma, che eri morto, che non ci sei più, babbo. Non potrò più vederti su questa terra. Continuerò a sentirti nel mio pensiero, i miei giorni non saranno mai soli, la tua figura resterà per sempre dentro di me. L’altra notte ti ho sognato, eravamo lassù, a casa nostra, dove la vita ci ha visto per tanti anni insieme e dove i nostri pensieri più volte si sono incontrati, uniti in uno solo. E tramite la tua persona, padre, ho vissuto dentro al tuo tempo, ho camminato dentro ai tuoi occhi nella tua gioventù. In questo giorno triste per la tua scomparsa, mi resta la conclusione che tramite il tuo tragitto di vita, vivo la tua vita. Con gioia riconosco il mio tempo. Sono contento che tu, padre, mi hai fatto assaporare il profumo della vita della terra che mi ha visto nascere. Ti ringrazio per avermi fatto ricordare col tempo le mie radii, e riconoscermi uomo nel mondo.

“Svegliati, devi andare a mungere le pecore. Il cavallo è già sellato, ti aspetta; svegliati, i bidoni in alluminio per il latte sono a cavalcioni sul cavallo”. Ascolto la tua voce che mi chiama, e mi indica la strada del monde. Con la tua voce di padre mi parli penetrando il mattino, e il mio sonno di fanciullo. La luce del mattino fa guardare il sole e l’erba che cresce nel mondo. La mia casa è stata la gioia degli anni felici: quando si parla guardando oltre le barriere visibili ed invisibili del cuore.

Non si vorrebbe mai salutare la sera.

Perché ogni giorno ha una bellezza irripetibile. 

Da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

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Inserisco oggi un altro brano tratto da “Nonostante i cacciatori di uomini” del nostro Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro.

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Il padiglione della terza sezione sarà il luogo ove inizieranno le mie giornate infinite. La mattina, alle otto e mezza, apertura della porta della cella. La guardia carceraria le apriva una ad una e aperte restavano fino alle otto di sera. I detenuti potevano girare nel padiglione. Non vi era la televisione, in cella. Ve n’era una in bianco e nero nel corridoio vicino al finestrone. All’ora del telegiornale veniva accesa da una guardia, e anche per le manifestazioni sportive. Lo sport aveva la precedenza su tutti gli altri programmi. Ogni carcerato che volva vedere la TV si portava dalla propria cella lo sgabello in formica e vi si metteva a sedere. In inverno non resistevi molto seduto in quel corridoio, nemmeno il tempo del telegiornale perché era un luogo freddo. Vi era solo una stufa a carbone, piazzata dov’era la guardia, vicino al cancello che apriva e chiudeva ogni volta che qualcuno entrava o usciva dal padiglione. Era l’unica forma di calore per l’intero padiglione. Nelle fredde giornate invernali i carcerati più freddolosi si accalcavano addosso a quella piccola stufetta senza lasciarla libera per un solo istante nell’arco dell’intera giornata. Quando non erano attaccati alla stufetta, restavano a letto sotto le coperte, l’unico altro modo per salvarsi dal freddo. Un giorno qualche irresponsabile, senza essere visto, buttò nella stufa una bomboletta di gas da campeggio, che scoppiò mentre vi erano attorno quattro persone; le portarono all’ospedale con seri danni fisici causati dalle schegge della stufa andata in mille pezzi. Per quell’anno non ebbero il coraggio di rimetterne un’altra.

Da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

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Oggi pubblico un altro estratto tratto da “Nonostante i cacciatori di uomini”, bellissimo libro scritto dal nostro Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro.

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Nella mia prigione, per riempire gli spazi vuoti che si creavano intorno a me iniziai a leggere qualche libro. Erano molti anni che non leggevo un libro, nemmeno il titolo o il nome dell’autore. Da quando avevo finito la quinta elementare, non avevo avuto occasione di leggere libri o di scrivere lettere. I miei giorni erano stato impegnati a crescere, a diventare adulto con il mio lavoro.

Nel silenzio del mio pensiero iniziai a comunicare con i protagonisti che l’autore di ogni libro mi proponeva. Iniziai con loro a scrivere il mio pensiero. Mi sono messo a scrivere tutto ciò che sentivo in ogni momento, lontano dal mondo avevo creduto mio e non c’era più. Scrivere tutte le vicissitudini che trasportavo dentro al mio corpo e che ero costretto a soffocare, perché credevo che non mi appartenessero più.

Il mio pensiero con la lettura aveva iniziato a vivere nuove emozioni, riusciva in parte a cacciare le ombre che si erano posate su di me. Riuscivo di nuovo a fermare lo sguardo in mondi lontani. A rivivere il vissuto, a capire quello che non ero mai stato. A quel punto sentivo di migliorare il mio tempo, desideravo frequentare una scuola, avere una guida per migliorarmi. Non volevo farmi conquistare da quel luogo senza espressione.

Avevo vissuto tutta la mia vita fino a quel momento in un luogo dove anche l’aria aveva una luce inesauribile. Quel luogo grigio era stato costruito per annullare la mente dell’uomo, era indispensabile trovare una strada che portasse di nuovo verso la vita.

Aspetto il silenzio

Perché questo posto me lo fa sognare

come è bello il silenzio

quando il solo rumore

è il grido dell’anima.

Come desidero il silenzio

se la vita non è fatta di canto, di luce,

di aurore, di tramonti.

Il silenzio molte volte

è la notte che chiude la tua ombra.

Perché uomo aspetti il silenzio?

Perché vivo la sofferenza del cuore.

Il silenzio è l’unica voce che riesco ad ascoltare.

Non si può imparare a sentire quello che la vita non ti ha fatto ascoltare. Non avresti mai pensato di impegnare un solo minuto della luce del tuo giorno, a scrivere su un foglio di carta il tuo ricordo. Avevi paura di svelare agli altri il tuo pensiero, la voce del tuo cuore, quello che ha sempre detto la tua mente, quando ti fermavi a pensare.

Non avere paura, ogni momento di felicità che hai vissuto nessuno lo può strappare. La vita è un dono prezioso, e quando un essere la possiede deve amarla, rispettarla, anche se è chiusa dentro la cella di un carcere. La vita di un giovane spensierato, nato e vissuto all’aria dei monti, non tornerà più. Resterà in me il ricordo, l’insegnamento di tutti i padri che ho incontrato nel mio cammino e la parola della natura viva e genuina della terra. Quando vivevo al suo contatto, non ha mai smesso di farmi imparare qualcosa. Mi ha fatto guardare nella sua nascita e la mia momentanea morte non conta. Anche se mi è stata fermata la crescita, perché avevo tanto da imparare sotto la sua guida. Ogni strada va attraversata, e ogni polvere trasportata dal vento va masticata con la propria bocca.

Introduzione alla devianza di un cane…. di Salvatore Torre

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Giusy Torre, la sorella di Salvatore Torre, detenuto a Saluzzo, ci inviò alcuni suoi racconti.

Oggi pubblico questo splendido racconto dal titolo “Introduzione alla devianza di un cane”.

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Introduzione  alla devianza di un cane

Che palle! – Sbuffavo tra me, dopo aver guardato l’ora per l’ennesima volta.

Erano difatti già ben venti minuti che me ne stavo là ad aspettare.

E dire che mi avevano pure sollecitato a sbrigarmi.

In quel momento, sedevo su una panca, ma le mie gambe non volevano saperne proprio di starsene ferme!

Il cervello poi mi andava quasi in corto circuito: ancora là a ripassare e a rielaborare mentalmente quella materia. La paura era quella di presentarmi alla commissione di esami senza trovare più una sola parola di quanto avevo studiato per tutto quel mese di maggio!

Tutta colpa della memoria breve!

Eh, già, perché  vedete nell’altra pensavo di non conservarci mai nulla, ma proprio nulla di quanto affollava temporaneamente la breve!

Sì, dicevo proprio temporaneamente perché, chissà per quale mistero della natura, appena finivo di svolgere un esame quella memoria si svuotava di un colpo senza lasciare traccia alcuna delle nozioni cui abbondava fino a un istante prima!

Ero arrivato persino a pensare che questa mia curiosa ma più ancora molesta singolarità fosse dovuta allo stress sottinteso all’esame: tanto era cioè esorbitante lo stress, che alla fine lo sforzo faceva tabula rasa della mia mente!

Di quello avevo fatto ben esperienza studiando per il diploma di Geometra!

Avevo immaginato allora la mia mente uguale a un floppy, che a contatto con un magnete perdeva le informazioni registrate al suo interno: sol che del floppy una      spiegazione scientifica l’avevo pure trovata, ma del mio caso nulla, neppure un indizio, un accenno, niente di niente.

Dovevo essere di sicuro l’unico caso al mondo!

E comunque il terrore più  grande era quello che un giorno o l’altro questa memoria breve anziché dopo si svuotasse prima di dare l’esame!

Eh, sì, un poco strano  c’ero, ma è da dire, solo per amor del vero, che delle mie fisime ero finito per ultimo per farmene una ragione!

Detestavo però enormemente dovere aspettare: madonna la nevrosi mi prendeva alle gambe senza più darmi pace! Mi tormentava proprio senza avere per me  un minimo di pena! Eh, però altra era quel dì l’angoscia che concorreva a sollecitarmi in quel senso: vedete, mi tribolava a quel modo il pensiero che alla commissione venisse giusto di fargli una certa domanda …

Non che in tal caso avessi poco da dire, anzi era proprio quello il dramma che ne avevo anzi ad abbundantiam, tanto cioè da poter questionare dell’argomento per ore, soprattutto qualora avessi dovuto confutare talune conclusioni alle quali perveniva il saggio da me  studiato: conclusioni che sentiva per vero sullo stomaco!

Già, ma al guaio si aggiungeva sempre altro guaio. E infatti, come se non bastasse quel mio assillo, si dava il caso che l’autore di quel saggio fosse, manco a farlo apposta, tra i membri facenti parte la commissione!  

Oh, buon Dio: sarei riuscito mai  a non far trapelare quel mio irrispettoso dissenso?

No, certo che no!  Qualora mi avessero chiesto proprio di quella certa cosa, l’avrei anzi contestata non poco. 

Ah, non avessi smesso di fumare, avrei forse trovato conforto in una bionda, mi dicevo allora, tra l’altro.

E quella stanzetta presso di cui mi obbligavano ad aspettare?

Dio, era per davvero opprimente! Era tanto piccola che a non starci attento ci sbattevi il grugno contro lo spigolo.  Appena un metro e venti per uno e sessanta di spazio, racchiuso poi tra due porte, entrambe belle chiuse. Io guardavo fisso quella che introduceva agli uffici: ma non s’apriva.

Mannaggia, ma quanto ancora ci voleva per venirmi a chiamare.

Boh.

Ma intanto era trascorsa la mezz’ora.

Possibile che si fossero scordati in quel modo di me?

A quel dubbio ero tentato di dare una voce, così da far tornare a quelli la memoria, qualora lo avessero fatto sul serio!

Eppure mi trattenevo: fosse mai che disturbavo qualcuno!

Insomma ritenevo opportuno non farlo.

E poi dovevo far pazienza ancora più d’altri: ero o no iscritto al corso di laurea per Educatore Professionale?

Cacchio, lo ero eccome!

Certo, era quello appena il primo anno di corso; era, è vero, il primo esame, ma, per la miseria, pur sempre di educazione si trattava,  no?

E però quell’esame, quel  primo esame del primo anno, mi aveva fatto per davvero  inquietare!  Perché, sapete, tra le pagine di quel saggio, che ripeto aveva studiato per un mese intero, vi  si celava infido un inganno!

Eh, sì, perché giusto a me, che di un mondo gregario della disuguaglianza sociale avevo vissuto, dacché ero nato, per intero la tragedia; a me che della devianza minorile ero stato, per mia mala sorte, l’emblema, si andava a raccontare di non avere afferrato nulla, non già di altro, ma di me stesso!

Ah, di quello sì voleva persuadermi quello scrittore!

Tuttavia, io resistevo: mi dicevo, infatti, che quel saggio offriva certo una visione d’insieme soddisfacente, ma pure che non mancava di  sostenere delle sciocchezze!

Vi dico meglio: all’inizio di ogni paragrafo di quel saggio, una domanda introduceva alla relativa trattazione; ad esempio, al sesto era chiesto: “Quali problematiche sociali inducono i giovani al crimine?   

Domanda innanzi alla quale io esclamavo: La subcultura della quale sono vittime! Che domande! 

E così seguitavo a rispondere di paragrafo in paragrafo, vale a dire sino a quando non capitavo all’undicesimo.

Ah, signori, in quello stesso istante, cioè appena voltata la cento ventiduesima pagina, mi prendeva pressappoco un colpo!

“Perché questi giovani non fanno una scelta di vita diversa?”

Ecco, mi aspettava al varco proprio questa domanda!

Lo so: a voi non farà magari alcuna impressione, ma a me, vi ripeto, poco manco che mi rincoglionisse!

Intendeva suggerire forse quella domanda che un giovane, cresciuto in una contesto sociale fuorviante, indottrinato a uno stile di vita delittuoso, abbagliato da simboli e valori criminali,  avesse comunque la consapevolezza di poter scegliere  di vivere una realtà differente da quella che lo aveva cinto a sé sin dalla nascita ?

Minchia!” – esclamavo a dubitare di quello.

Perché, vedete, io non avevo neanche mai sospettato che, a quelli come me, fosse data una scelta! Anzi, ero certo che non fosse proprio possibile vedere di là del proprio mondo, cioè che potesse esisterne uno diverso!

Eppure quello si sosteneva a un certo momento in quel saggio!

Tanto mi buttava sul subito nel panico e dipoi, ancor peggio, mi ossessionava fino a farmi perdere il sonno!

In buona sostanza, andavo di matto!

Diamine, alla diabolica speculazione lombrosiana che voleva, tra l’altro, un difetto genetico quale responsabile della personalità deviata, si sostituiva un paradigma altrettanto sconcertante che, del giovane emarginato, affermava il libero arbitrio nello scegliere di vivere una realtà equivoca e pericolosa come quella delittuosa!

Vero era che io sentivo ancora l’eco della mia voce di adolescente, affermare che, da grande, avrebbe voluto diventare uguale il Malpassotu, Alias Giuseppe Pulvirenti, storico capo clan tra i più violenti e sanguinari della Sicilia.

Ma davvero avrei avuto per idolo non il Papa, non Gandhi ma la loro suprema antitesi, quando realmente avessi conosciuto l’esistenza di una realtà diversa da quella che mi aveva forgiato in quel senso?

Io non lo credevo affatto.

Ravvisavo anzi, solo allora, ahimè!, i condizionamenti che stavano a valle di quell’indole indomita e fuorilegge: quale possibilità avevo di guardare oltre quella mia vita, se ero cresciuto in un ambiente simile, per usare una metafora, a quella stanzetta dove facevo da un po’ anticamera, cioè un luogo racchiuso in se stesso, impermeabile alle sollecitazioni esterne e dominato da valori e convincimenti irragionevoli, violenti, fuorvianti, criminogeni, quello che vi pare, ma così fortemente radicati nella mentalità del gruppo, da essere considerati parte del proprio patrimonio ereditario?

Potevo mai farlo quando era inculcato nella mia mente l’essere onorevole ospitare a cena un malvivente e una vergogna avere in famiglia uno sbirro? L’essere cosa buona e giusta proteggere il criminale dalle forze di polizia e invece immensamente disonesta denunciare un delitto?

Certo che no! –  continuavo a ripetermi.

Indubbiamente, erano quelli disvalori:  lo diremmo senz’altro, oggi, a guardare dall’alto e da lontano quel tempo, ma lo si vada a raccontare a un giovinetto che, lasciato lesto di  giocare a pallone con i suoi compagni, prendeva improvvisamente a correre, con quanta forza e fiato aveva in corpo, per andare ad allertare il padre o, quando questi era carcerato, gli amici di lui, della presenza di una volante sulla strada del paese!

I poliziotti, tutori della legge e dell’ordine?

Chi, quelli là?

Macché: erano piuttosto dei malvagi che assaltavano di continuo  casa mia per metterla a soqquadro o ancora peggio per arrestarmi il padre!

Diamine, chiuso in quello sgabuzzino, quei pensieri facevano di tormentarmi con maggiore insistenza! Decidevo quindi di distrarmi, mi alzavo dalla panca, facevo due passi, cioè nel senso letterale di due, fronteggiavo così la prima porta, mi voltavo allora su me stesso, facevo altri due passi e contemplavo la seconda: non avevo via di uscita, mi dicevo, riflettendo ancora di me ragazzino.

Al che  levavo il pugno, intenzionato a battere la porta, ma anziché farlo restavo col braccio teso a mezz’aria: e il cane? Dove lo mettiamo il mio cane?

Il pensiero di quell’animaluzzo veniva dal niente a rimestare ancora del mio passato. Evidentemente, non riuscivo a distogliermi dallo stesso.

Be’, che cosa c’entra adesso il cane, vi chiederete voi … Nulla, in verità, se pensate a un cane uguale a tanti altri, ma quello era un cane diverso, perché di fatto un cane deviato!

Proprio così.

Vedete, il mio cane, un bastardino tutto nero, dimorava abitualmente sulla strada, esattamente davanti casa mia. Dico abitualmente perché non di rado spariva senza preavviso anche per un’intera settimana. Ma non questo lo faceva strano, infatti, destava meraviglia il fatto che faceva transitare per quella via chicchessia, a qualsiasi ora del giorno e della notte, eccetto, guarda caso, carabinieri e affini! 

Sul serio!, e a nulla valeva che fossero oppure no in divisa: li fiutava appena quando sopraggiungevano sulla piazzola del paese, che dalla casa, badate, distava non meno di trecento metri!

Cosi docile e caro, quel cane si trasformava in una belva giusto quando uno di quei signori faceva solo di recarsi alla nostra dimora. Tanto ringhiava e mostrava i denti, tanto era rabbioso e pronto per azzannare, tanto cioè faceva paura che una volta minacciavano con le armi perfino di ammazzarmelo!

Voi penserete che sia da ridere, ma non lo è per niente e appunto anche di questo meditavo in attesa di dare quegli esami.

Ah,  sapeste, a vedermi a quel modo, con il braccio ancora levato a mezz’aria e con gli occhi spiritati, che parevano fissare chissà dove, mi avreste preso di sicuro per uno squilibrato. Ma in quell’attesa, mi chiedevo nuovamente quale salvezza potevo mai avere, se quel mondo subdolo e perfido, aveva persino suggestionato la ragione di un cane!

Vero, si potrebbe ora discutere, ma avremmo voglia a farlo, delle  capacità di quell’animale di assecondare le pulsioni e di far sue le emozioni di quanti aveva in affetto, ma anche laddove ne concordassimo il senso, resterebbe dipoi che finanche lui, il cane, si era di fatto conformato alle leggi di quella scellerata società!

Quale salvezza, dunque?

Nessuna!

Deciso questo, riposavo finalmente il braccio, lasciandolo cadere malinconico lungo il fianco: che cosa avevo da scegliere,  continuavo comunque a chiedermi, se già dalla prima giovinezza ogni cosa intorno a me dichiarava qual era la mia sorte?

Qual altra idea potevo avere della vita, se  a pascere quel giovane che ero, non era la poesia né l’arte, ma la mala e il crimine?

Magari qualcuno o qualcosa, mi avesse fatto stirare il collo dall’altra parte di quel mio mondo … giusto per mostrarmi che di là c’era sicuramente di meglio, avrebbe forse insinuato nella mia vita non certo subito il dubbio, ma certo la curiosità mi avrebbe spinto a riguardare da quella parte e poi a farlo ancora e quindi chissà … potevo davvero trovare un richiamo che mi transitasse verso un altro destino!

Ma, chiederete voi, non avevo famiglia?

Famiglia?

Quale?

Quella serva, tale e quale al cane, di quella subcultura?

Quella in cui mio padre bivacca più per le galere che per la casa?

Quella che mi guardava, ragazzino, come l’erede e depositario di quei valori comunitari?

Mi rodeva proprio ripetermi quelle penose condizioni, perché,  vedete, le avevo meditate tutte, non già una ma mille volte!

Ebbene, se non la famiglia, quali altre  istituzioni sarebbero state là a perdere con me quel tempo?

L’assistenza sociale! –  direte ora voi.

Chi?

Sì, va be’ … quella cosa là, era sconosciuta, non a me o alla mia famiglia, ma credo all’intera cittadina! Non che da quelle parti sentissimo l’esigenza di averci a che fare, per carità di Dio: ognuno si tenesse nel suo! 

Però, in effetti, la presenza di quell’istituzione sarebbe potuta servire a qualcosa … chissà, avrebbe magari potuto convincere mio padre a prendere in considerazione la necessità di costringermi a tornare a scuola, subito quando avevo abbandonato quella dell’obbligo!

Già che quest’ultima, la scuola, mi aveva cacciato via perché caratterialmente irrequieto e violento!

E’ vero, non lo rinnego: da ragazzino avevo uso di picchiarmi, giorno sì e l’altro pure, con qualcuno dei miei compagni! Ma, d’altronde, non riuscivo proprio a sopportare che dicessero male della mia famiglia.

Ad ogni modo, poteva anche  insistere la scuola nel tentativo di recuperarmi!

Del resto, erano quelli gli anni ottanta e la filosofia della scuola, perlomeno in quella parte della Sicilia, era appunto quella di allontanare dal suo grembo gli alunni irrequieti e tenersi stretti quelli buoni  e saggi!

A quel ricordo sussultavo: fossi vissuto in Lombardia, Piemonte, Toscana o Emilia Romagna!  Da quelle alture l’assistenza sociale magari non avrebbe fatto  di lavarsene in quel modo le mani! Anzi, probabilmente sarebbe corsa a casa mia e minimo minacciato di querelare mio padre se non si fosse occupato di farmi tornare  a scuola!

E la scuola mi avrebbe forse cacciato via?

Ma scherziamo?

Avrebbe semmai chiamato presso di sé i miei genitori per sottoporgli la questione e trovare così insieme la soluzione più idonea! Ma, appunto, in quella parte della Sicilia, quelle pratiche non erano per nulla in uso: forse manco esisteva l’assistenza sociale!

A quella considerazione ciondolavo  la testa, sorridendo amaro di me.

Intanto,  pativo, in silenzio, ben quarantacinque minuti di attesa.

Pazienza… mi ripetevo, mentalmente.

Avevo allora trentasei anni, ma già i capelli e il pizzetto mi si mostravano con qualche filo di grigio. Non ero sposato e, in realtà, non sapevo bene se un giorno mi sarebbe stata data la possibilità di farlo.

Disperavo, in verità.

Del resto, donne non potevo frequentarne tante e quelle poche, anzi pochissime che avevo modo di conoscere, non mi ritenevano per nulla affidabile. Per vero, mi guardavano solitamente di trasverso: i loro occhi sembravano sovente volermi esplorare la  mente, mi scrutavano punto.  Cercavano forse di capire chi fossi in realtà. Non che dessi loro agio di equivocare sulla mia personalità, anzi facevo semplicemente di mostrarmi così com’ero: ma forse proprio quello mi  rendeva a quegli occhi un poco dubbio … ero un ergastolano, dopotutto.

Avevo però, da un po’, conosciuto una ragazza, che pareva fidarsi un poco di me: sulle prime non si era mostrata molto convinta, piuttosto era stata forse più lunatica delle altre.

Tuttavia, in lei qualcosa c’era di diverso.

Così almeno pensavo.

Ci vedevano una o due volte al mese e non facevamo che parlare e parlare … in verità, ce ne stavano là, seduti l’uno di rimpetto all’altro,  pensando di voler fare tutt’altro.

Ad ogni modo, poi finiva.

Tornavo dunque a sedere sulla panca. Mi stringevo le mani tra le cosce e, sovrappensiero, cominciavo a  dondolarmi con la schiena: non riflettevo però della mia storia con la ragazza, continuavo anzi a rimuginare sulla mia vita. A quando dall’uso delle  mani, ero passato  a quello delle armi:  dalle rapine all’omicidio, la via era stata breve.  

Mi accadeva di farlo quando non avevo ancora diciotto anni. Ma non per quello mi sentivo un barbaro o un malvagio. Niente affatto, era stata quella legittima difesa: perlomeno, in quel modo mi rassicuravano i grandi. Dipoi  dalle nostre parti era detto: “o ammazzi o ti fai ammazzare”, ed io facevo il possibile perché ciò non accadesse. Tanto ero accorto che non mi si vedeva mai passeggiare per la piazza, mettere piede in un bar, né giammai entrare giusto dal barbiere; vedete, il rischio era appunto quello di prendere una fucilata sulla faccia.

Tuttavia, non pensiate che quello mi tenesse troppo sulle spine, anzi, per taluni aspetti, lo credevo persino naturale: alla galera sentivo semplicemente di essere destinato, mentre alla morte sapevo di potere scampare fintanto che la scaltrezza, ma più ancora la fortuna lo avrebbe permesso.

Smettevo allora di dondolarmi e cominciavo, invece, a scrollare la testa: quali farneticazioni avevano a quel tempo affollato  la mia giovane mente!  

Non io, mi dicevo, dovevo essere rinnegato dalla società, ma quella mentalità perversa e funesta, che aveva sorretto le fondamenta della esistenza!

Poi, come morso da una tarantola, balzavo in piedi, facevo due passi in avanti, ruotavo quindi su me stesso e facevo pertanto altri due passi: la porta rimaneva ancora bella sprangata. 

Possibile mai che mi lasciassero ad aspettare per tutto tempo? Mi chiedevo, tornatomi il dubbio che mi avessero per davvero scordato colà! Non che prima non lo credessi, ma buon Dio, come potevano averlo fatto! Poggiavo quindi l’orecchio contro la gelida lastra di ferro della porta e mi concentravo ad ascoltare: non fiatava una mosca!

Bah!

Era passata un’ora!

Che fare?     

Allora, decidevo e battevo con il pugno due volte: chissà mai qualcuno, si convincesse a guardare! Attendevo un momento e, in assenza di una risposta, tornavo a sedere.

Sistemavo bene il gomito sulla coscia e con la mano mi trattenevo disperato la fronte: per me, ovviamente, c’era stato poco da fare. Appena compiuti vent’anni non ero finito ammazzato, per mia fortuna, ma dritto, dritto ero stato condotto in galera.

Ma io quella con Dignità e onore la sopportavo!

Non per nulla avevo per idolo Peppino u Malpassotu!

Che minchione!

Chi, il Malpassotu? No, no io, null’altro che io!

Del Malpassotu poteva dirsi difatti di tutto, tranne essere un minchione, perché lui di farsi la galera non ci aveva pensato manco un istante: mi pento, mi pento di duecento omicidi! – aveva gridato al giudice appena il giorno appresso il suo arresto!

Alla faccia della dignità e dell’onore!

Ma il Malpassotu era uno sbirro! Uno che l’infamia l’aveva nel sangue! Un verme mascherato d’uomo! Un tragediatore nato e cresciuto! Non poteva che essere in quella maniera, solo che non lo si sapeva!

Ah, queste ed altre ne avevo trovato a quel tempo di ragioni, per consolarmi della delusione!

Eh, però, il Malpassotu avevano poi emulato in tanti: centinaia, migliaia! Anche gli amici miei lo avevano fatto: ma non il mio cane, lui, poveretto, moriva  appena qualche anno più tardi il mio arresto.

Decidere di collaborare con la giustizia, per avere uno sconto di pena, quella  poteva certo dirsi una scelta. Ma non di sicuro nascere in una data famiglia, crescere in un certo contesto ambientale, formarsi caratterialmente in una maniera anziché un’altra! A scegliere in tal senso, era, a mio vedere, non altro che un compendio di combinazioni del tutto indipendenti dalla volontà umana.

A quell’ennesima considerazione, sospiravo: continuavo a meditarci sopra, vedete, ma mi sentivo stanco, soffrivo, in verità, a farlo così spesso.

Però, di acqua ne era passata sotto i ponti dacché il Malpassotu si era pentito: tanta che avevo passato da allora altri tredici anni di carcere!

Io, disgraziato per natura, non mi pentivo: non quella via sceglievo per riguadagnare la libertà … ditemi fesso, ma quello decidevo.

Tuttavia, non trascorrevo quegli anni di prigionia con le mani in mano, infatti, mi  diplomavo,  cominciavo gli studi universitari, mi dedicavo alla poesia, alla scrittura e, ancora, analizzavo e criticavo il mondo attorno a me e soprattutto la mia stessa persona … per quanto mi era detto un giorno di farlo inutilmente.

Avrebbe dovuto pensarci prima”,  aveva ritenuto opportuno rispondermi un giovane vice comandante,  un giorno che mi lamentavo di non avere data la possibilità di sfruttare le mie attitudini  intellettuali e creative.

Pensarci prima: ma prima, quando?

Magari tra una sparatoria e l’altra?

Ecco, ritenere tardivo l’impegno di un detenuto a migliorarsi rappresenta, secondo me, per intero l’errore del disastroso e fallimentare progetto di recuperare alla società i soggetti deviati: considerare inutile il tentativo di riscattarsi dalla realtà che li ha cresciuti tali è , infatti, il sistema migliore attraverso il quale rigettarli tra le sue braccia.

Mi rammaricavo appunto di quello, prima di  sbuffare: ora basta! 

Al che, balzavo in piedi e  levavo il pugno per battere di nuovo e forte alla porta, ma giusto allora quella si apriva.

L’agente, a vedermi pronto a picchiare, faceva lesto un passo indietro, poi esclamava: “Oh e che cavolo, un momento di pazienza, no!

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