Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per la categoria “Casi giudiziari”

“Mio padre ucciso da un tumore. Lo hanno lasciato morire in cella”… di Francesca De Carolis

Pubblico oggi questo articolo della nostra Francesca De Carolis.

——————————————————————————–

«Io chiedo a voi aiuto e giustizia, perché non capisco questo accanimento contro mio padre», così si rivolge – con una lettera indirizzata all’esponente del Partito Radicale Rita Bernardini – il figlio di un detenuto che morì consumato da un tumore in cella nonostante fosse incompatibile con il carcere. Si chiamava Giuseppe D’Oca e, malato di tumore ai polmoni, era detenuto nel carcere di Vigevano per scontare l’ergastolo. Il 2 agosto 2016 è venuto a mancare all’età di 59 anni presso l’azienda ospedaliera di Pavia. Giuseppe era giunto in ospedale in condizioni oramai compromesse, nonostante la continua richiesta di incompatibilità il regime penitenziario. Secondo la Corte d’Assise che rigettò la richiesta, l’ergastolano non solo era compatibile, ma addirittura la sua perdita di peso sarebbe stata imputabile unicamente a un problema di portesi dentaria.

Il tumore di Giuseppe D’Oca, durante la sua permanenza in carcere, avanzava sempre di più. Già a fine 2014 si vedeva che non stava bene e i famigliari hanno fatto una richiesta al tribunale per chiedere l’incompatibilità con il carcere, ma gli è stata negata. Da quel momento in poi è andato sempre peggiorando, dimagrendo visibilmente, non mangiando più. I medici del carcere – secondo la testimonianza dei famigliari- dicevano che Giuseppe faceva finta. La Corte d’Assise d’Appello di Milano nel 2015 aveva negato il trasferimento dell’ergastolano ad altro regime di detenzione, suggerendo l’acquisto di una dentiera, perché, nel frattempo, a causa di una piorrea il detenuto aveva perso l’intera dentatura. Era quello, secondo i magistrati, il motivo del dimagrimento.

A quel punto la moglie aveva scritto al Partito Radicale. Una militante radicale ha raccolto l’urlo di dolore e si era presentata davanti al carcere di Vigevano. Alla richiesta di poter parlare con Giuseppe D’Oca, è stata invece indirizzata alla sezione femminile, vietando di fatto al detenuto di poter dimostrare il suo malessere che piano piano se lo stava divorando dall’interno.

A quel punto i familiari pagarono un neurologo per effettuare una visita specialistica. Il medico aveva riscontrato che era incompatibile con il carcere. Ma niente da fare: secondo le autorità, D’Oca poteva essere curato in cella. In pochi mesi dimagrì di 40 Kg e fu ricoverato urgentemente il 28 maggio del 2016 perché il suo deperimento era talmente clamoroso da destare le preoccupazioni del medico di turno. Ma era troppo tardi: dopo due mesi è morto.

La condizione fisica nel quale arcon rivò in ospedale era già compromessa. Così, infatti, si evince dalla cartella clinica redatta dall’ospedale: “Inviato dal medico del carcere per astenia ed inappetenza da 20 giorni. Paziente in terapia con Augmentin, Clotrimazolo, Meritene, Mirtazapina, Zoloft, Contramal Gtt, Theodur, Asa 100, Antra, Valdrom, Rivotril, Floster Spray, Tavot”. In data 6 giugno del 2016 l’esame concludeva indicando una “possibile lesione neoplastica polmonare”.

Nel referto si legge come “il quadro funzionale respiratorio in condizioni basali evidenzia una sindrome disventilatoria di tipo ostruttivo di marcata entità”. Sempre dalla cartella clinica, si legge che in data 9 giugno subisce un intervento e viene riscontrato che il tumore maligno si era oramai diffuso in maniera incurabile. Lo stesso magistrato di sorveglianza per disporre un provvedimento di “differenziazione dell’esecuzione della pena” ha riscontrato che al momento del ricovero “le condizioni del soggetto sono gravemente compromesse”.

I famigliari del detenuto hanno presentato recentemente un esposto alla Procura per chiedere giustizia. Il dubbio è quello che un ricovero ospedaliero più tempestivo, avrebbe probabilmente consentito ai sanitari di intervenire su un fisico meno compromesso aumentando la possibilità di salvarlo. Non vogliono cancellare le colpe del loro caro quando era in vita, ma vogliono sapere se qualcuno ha sbagliato nel non riscontrare in tempo l’insorgere della malattia.

 

Domenico Papalia scagionato

Domenico Papalia lo conosciamo da anni.

Ha scritto molte volte su questo Blog.

Si è sempre dichiarato innocente.

Recentemente aveva ottenuto la riapertura del suo processo e, il 15 marzo, la Corte di Appello di Perugia ha emesso sentenza di assoluzione, per non aver commesso il fatto, nei suoi confronti.

Sono 41 anni che Domenico lotta per quella che sempre definito una ingiustizia.

Ora i giudici gli danno ragione. Ma che giustizia è una giustizia che costringe una persona a stare in galera decenni prima di ottenere giustizia.

————————————————

Massama, 20/03/2017

Caro Alfredo,

Come ti avevo anticipato qualche tempo fa, avevo presentato istanza di riapertura del processo riguardante la condanna all’ergastolo ostativo. L’istanza è stata accettata e si è fatto il processo di revisione presso la Corte di Appello di Perugia che il 15 marzo ha emesso sentenza di assoluzione, nei miei confronti, per non aver commesso il fatto.

Ho lottato 41 anni per dimostrare la mia innocenza e alla fine giustizia è stata fatta, anche con molto ritardo.

Mi dispiace che per questo processo si siano sprecati fiumi di inchiostro sulla stampa e sulla TV, mentre ora che c’è stata l’assoluzione c’è stato un silenzio di tomba, nonostante siano passati 41 anni. Mi sarebbe piaciuto che la stampa avesse dato il giusto rilievo perché gli operatori penitenziari e i Magistrati di Sorveglianza leggessero la mia assoluzione e capissero che non potevo collaborare perché innocente, oltre che essere un punto di riflessione per coloro che sostengono l’abolizione dell’ergastolo ostativo, ma non è stato così e mi dispiace. Perciò ti prego di mettere sul Blog questo messaggio.

Questo ergastolo revocato era stato dichiarato dai Magistrati di Sorveglianza.. “ergastolo ostativo”. Spero che ora non si inventino altro.

Ti ringrazio molto per la tua disponibilità.

Un caro abbraccio.

Domenico Papalia

Un quadrifoglio fra le sbarre, da una detenuta per Roverto Cobertera… di Carmelo Musumeci

DIGITAL CAMERA

Il nostro caro Carmelo, ha scritto un pezzo dove racconta di una detenuta che ha dedicato alcune sensibili parole a Roverto Cobertera, che sta affrontando un duro sciopero della fame per sostenere la propria innocenza.

—————————————————————————————–

Un giovane mio compagno con problemi di droga sta andando fuori di testa e sto pensando che molte volte non sono i reati che una persona commette a farlo diventare criminale, ma il posto dove lo mettono e gli anni di carcere che gli danno. (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com )

   All’inferno può accadere proprio di tutto e forse è per questo che si può trovare più umanità che in paradiso.
       Oggi una detenuta di un altro carcere mi ha mandato una lettera per Roverto, che ha fatto un duro sciopero della fame per sostenere la propria innocenza.
Dentro c’era un quadrifoglio con queste poche parole:
Ciao Roverto, sono una piccola ladra disperata, che per caso ha avuto la fortuna di conoscere Carmelo e anche la tua storia… Non mollare. Questo l’ho raccolto solo per te. Non è una montagna d’oro, però può essere un porta fortuna e una speranza in più. Non mollare. Un abbraccio.
A me invece ha scritto:
Senti, forse ti sembrerà una cazzata da parte mia, che sotto certi aspetti sono rimasta infantile (o sindrome di Peter Pan?).  Forse! Comunque i bambini si differenziano da tutti gli adulti perché conservano in loro l’innocenza, non sono cattivi ed egoisti come gli adulti.
La tua lettera a Gesù mi ha colpito molto. È bellissima. Talmente bella che l’ho trascritta e la farò appendere insieme ad altri scritti nella sinagoga vicino all’ex campo di concentramento, dove faremo una assurda festa del racconto, a dire che qui ci sono gli unicorni rosa e gli arcobaleni. Comunque anche se io ovviamente non sarò fra quelle arpie, perché sanno che inizierei a urlare peste e corna di ‘sto lurido posto, farò appendere il tuo scritto di “Marcellino pane e vino” e qualcuno lo leggerà.
Poi altra cosa che penso da giorni, ed è altrettanto infantile, però è il pensiero che conta, e il mio per te e per il tuo amico è solo buono, quindi potresti fargli avere questo bigliettino? È piccolino, ma dentro ci sono due giorni di ricerca tenace fra l’erba dell’area passeggi, finchè finalmente il mio occhio di falco ha centrato e staccato il bersaglio.
Pensavo a voi fratelli miei, a quello che sta passando Roverto, a quello che passano in molti, ma che all’ingiusta legge non frega niente. Poi però c’è la gente come te, Melo, per fortuna, e io penso che dovrebbero clonarti: ti batti per noi, ti batti per il giusto, senza paura e riesci a far vedere agli occhi esterni, coperti da chilogrammi di prosciutto, ciò che succede in questi inferni.  Ma meglio che non mi dilungo: ho colto il quadrifoglio per voi, per il tuo amico che non sa nemmeno chi sono, ma spero che vedere quel piccolo portafortuna gli dia la forza di non mollare, gli porti appunto fortuna, magari gli tiri su il morale come tu sei riuscito a  tirarlo su a me con poche ma preziose righe. Grazie per ciò che hai scritto, anch’io vi abbraccio forte fra le sbarre.
 
Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, ottobre 2015

“E’ stato morto il ragazzo”… ricordando Feredico Aldrovandi… di Francesca De Carolis

Federico Aldrovandi in un'immagine d'archivio. ANSA/GIORGIO BENVENUTI

Federico Aldrovandi in un’immagine d’archivio.
ANSA/GIORGIO BENVENUTI

Un ottimo articolo, della nostra Francesca De Carolis, che rievoca drammatica vicenda -carica di depistaggi e giochi sporchi- della morte di Federico Aldrovandi, il 25 settembre 2005.

————————————————————-

Questa settimana, dopo che si è ricordato dell’assurda fine di Federico Aldrovandi, il 25 settembre di dieci anni fa, morto a 18 anni per “asfissia da posizione”, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia dei poliziotti… sono andata a rivedere “E’ stato morto un ragazzo”, il documentario di Filippo Vendemmiati che ha ricostruito quella terribile vicenda. E ve lo consiglio. Ha vinto nel 2011 il David di Donatello, come miglior documentario di lungometraggio, e intreccia inchiesta, stralci del processo, le parole della famiglia… lavoro rigorosissimo, lucido e straziante, che molto ci aiuta a interrogarci sul paese nel quale viviamo. A partire dalla frase di un testimone, che compare su fondo nero prima che inizino a scorrere le immagini del film, che tanto di noi racconta: “Non ho visto niente e non voglio sapere niente. La polizia si deve anche difendere delle volte, le forze dell’ordine fanno il loro dovere la notte. E che dovere che fanno. Delle volte ci rimettono anche la pelle e delle volte purtroppo ci sono anche delle vittime. E ci sono e non c’entrano niente”. (…)
Parlandone con Filippo Vendemmiati, ci conosciamo da trent’anni e più, che insieme iniziò la nostra avventura in Rai… “In fondo, mi ha detto, con questo film ho fatto i conti con un mestiere che mi piace sempre meno, il giornalismo”.
E perché sempre ancora m’interrogo e prendo appunti su questo nostro mestiere, l’ho ‘interrogato’.
Per ricordare, come nasce un racconto, che frughi nella verità… “Nella vicenda di Federico- mi ha confidato Filippo- il primo impulso è stato quello di riscattare le forme quasi vigliacche del giornalismo, che nei primi mesi si non era occupato della vicenda, ignorandola totalmente”.
Già. “… e siccome a questa vigliaccheria non è che io fossi stato estraneo, io ne ero in parte connivente e coinvolto, per motivi diversi, è vero… però anch’io nei primi mesi ( vuoi perché non abitavo più a Ferrara, vuoi per altro) ho sottovalutato questa storia, nonostante fin dal primo giorno un amico incontrato allo stadio, a Ferrara, mi ha detto: ‘guarda, ti consiglio di considerare bene quello che c’è dietro questa morte, temo che ci siano dietro cose molto grosse’”.
Questo amico, sapete?, non faceva il giornalista, ma l’edicolante. E gli edicolanti sbirciano magari titoli, sfogliano giornali, ma soprattutto ascoltano, confrontano, raccolgono le voci della gente, le chiacchiere. Come quella domenica mattina ( poche ore dopo quella morte nel parco di Ferrara)… ‘ma hai sentito… c’è la polizia, è morto un ragazzo…’. Aveva anche amici fra i carabinieri l’edicolante.
“Fatto sta che il giorno stesso l’edicolante mi ha detto: ‘Guarda i giornali, domani diranno che è morto per overdose. Non è morto per overdose, per malore… io ho sentito… vedrai ..’. E l’indomani i giornali titolavano come lui aveva previsto”.
Suggerimenti che rimangono ben stampati in mente, quelli di un edicolante che sa ascoltare, guardarsi intorno… “Così tornai su quella storia, memore di quel consiglio. Quando andai per la prima volta alla conferenza stampa dell’allora procuratore capo in dieci secondi cominciai non solo a dubitare, ma si aprì un mondo completamente diverso, e man mano che si andava avanti compariva un mondo sempre più intrigante e sempre più.. diciamo falsificato”.
Nel film, che racconta, indaga, confronta… tutto questo mondo falsificato viene piano piano sbugiardato. Vedrete, le registrazioni che smentiscono le dichiarazioni, le bugie, l’arroganza, le coperture, le “distrazioni”… E una famiglia, quella di Federico, un dolore immenso, ma che non si arrende.
“Ho seguito il caso per diversi anni. Per tutte le udienze del processo quotidianamente, giorno per giorno, facendo quello che da un po’ non si faceva più… E capii che poteva essere lo spunto per una piccola storia emblematica che poteva riguardare non solo un caso tragico di mala polizia, ma anche di mala informazione. Un caso emblematico di tanti altri, che conteneva in sé tutte le forme si insabbiamento, di depistaggio, che hanno i grandi misteri italiani. Insomma c’erano tutti gli ingredienti … Ma qualcuno della mia azienda non capì, non volle capire il valore simbolico, democratico e civile di questa storia”.
Già. Che mestizia, il nostro servizio pubblico… “E quando proposi alla Rai di farlo insieme, l’allora direttore di testata mi rispose: ‘ma a chi vuoi che interessi questa piccola storia che è successa a Ferrara’ ”.
In realtà, come ormai tutti sappiamo, non era una piccola storia successa a Ferrara, ma una grande storia italiana che meritava di essere raccontata.
Ascoltando, il racconto di Filippo Vendemmiati, e rivedendo il suo film, sempre più mi convinco che sono documentaristi, oggi, a riempire il vuoto lasciato dal giornalismo d’approfondimento, sempre più raro, soprattutto nell’informazione mainstreem. E molto svelano di questo nostro paese, che non sappiamo vedere. Come la vicenda della morte di Federico Aldrovandi, che qualcuno avrebbe voluto archiviare in fretta.
Molto racconta dell’Italia anche il fatto che lavori come questo difficilmente entrano nel giro della grande distribuzione. Eppure “E’ stato morto un ragazzo” sul web ha avuto cifre pazzesche di contatti. E lì invito ad andare a vedere. Per capire, se abbiamo ancora qualche dubbio, anche perché fa tanto orrore, non è accettabile, che chi è stato responsabile di quella morte indossi ancora una divisa… E magari ci interrogheremo su altre morti, di persone nelle mani delle forze dell’ordine, ci verrà il dubbio che non siano solo questioni private… che quella che è messa in gioco è la democrazia, di questo confuso paese…

Ancora sulla vergognosa vicenda di Vincenzo Longobardi, detenuto a Frosinone

Mors

Da qualche mese stiamo seguendo con molta attenzione il caso di Vincenzo Longobardi, 45 anni, 

Sul finire di febbraio pubblicai sul Blog una lettera di Vincenzo Longobardi (vai al link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2015/01/04/vergogna-nel-carcere-di-frosinone-lettera-di-vincenzo-longobardi/ (la data che appare sul Blog non è la vera data di pubblicazione, per un problema tecnico), 45 anni, detenuto nel carcere di Frosinone.

Vincenzo Longobardi soffre di varie problematiche di salute. Ne indico qualcuna:

-Apnea notturna.

-Problemi d’udito

-Una patologia che non gli consente di vedere con l’occhio sinistro, e che richiederebbe un intervento. Tale patologia gli sta danneggiando anche l’occhio destro.  

-Grossi problemi con la colonna vertebrale. Da anni sa che dovrebbe essere operato, ma nessuno muove un dito, eppure tutti noi sappiamo quanto è delicata la spina dorsale, e che, se non si interviene per tempo su certe problematiche, si rischia la paralisi e altri esiti devastanti.

Nulla viene fatto per permettere a Vincenzo di affrontare queste problematiche. Ci si limita solamente a tamponare i dolori che esse procurano, somministrandogli antidolorifici.

Inoltre viene imbottito di psicofarmaci (cosa estremamente frequente in carcere).

Intorno a metà marzo mi ginse un’altra lettera drammatica di Vincenzo, dove mi racconta del suo tentato suicidio, e di come è stato salvato per il rotto della cuffia. In quella lettera Vincenzo scriveva:

Caro Alfredo. Ti sto scrivendo per puro miracolo.In 28 febbraio ho deciso di farla finita IMMPICCANDOMI.
Per puro MIRACOLO un detenuto e la guardia si sono accorti che penzolavo. Sono corsi tempestivamente. Il detenuto mi tirava su e l’agente ha tagliato il cappio. Mi sono svegliato in infermeria. Ero incosciente di tutto.
Ti posso promettere che non è finita qua. Sto male. Preferisco farla finita. Vi sto scrivendo per mettere a conoscenza tutti. Ed è una MORTE ANNUNCIATA che si va ad accodare a tante altre prima di me. QUESTO CARCERE E’ IL CIMITERO. TI PORTA FINITO. NON FUNZIONA NIENTE. IL RECUPERO NON ESISTE. L’INFERMIERIA E’ UN MERCATINO RIONALE. Tutti che se ne fregano della vita dei detenuti.
LA SOCIETA’ LE SA QUESTE COSE? TI RIPETO. SIAMO VICINO ALLA CAPITALE. Perché si fa finta di niente? NON CE  LA FACCIO  PIU’ IN QUESTO CARCERE. AIUTATEMI, HO 3 FIGLI. FATELI VIVERE QUESTO PADRE. NON LASCIATELI ORFANI.
Vincenzo Longobardi”

Nel post in cui, il 17 marzo, pubblicai questa lettera (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2015/02/11/non-lasciamo-morire-vicenzo-longobardi/) invitavo, chiunque poteva, a inviare una lettera al Direttore del carcere di Frosinone, Francesco Cocco; oltre ad attivarsi per fare conoscere questa vicenda a più soggetti, e sensibilizzarli in merito ad essa.

Io stesso avevo scritto per due volte al Magistrato di Sorveglianza e al Direttore della Casa di Reclusione di Frosinone, Francesco Cocco.

Il 25 marzo mi giunge una email dalla Casa Circondariale di Frosinone. Questa email conteneva in allegato un PDF che riproduceva un atto di segnalazione che effettuato su questa vicenda dal Direttore Francesco Cocco.
L’atto, come contenuto, riportava la lettera che io avevo scritto al Direttore Francesco Cocco, preceduta da queste sue parole di accompagnamento.

“OGGETTO: Sig. LONGOBARDI Vincenzo detenuto presso la Casa Circondariale di Prosinone. Si allega alla presente ulteriore missiva pervenuta dall’associazione Fuori dall’Ombra, la quale fa seguito a note già trasmesse a codesto Uffìcio. Pertanto, si sensibilizza ulteriormente codesta ASL ad attivare, con massima urgenza, gli interventi e controlli di competenza. Si porgono distinti saluti.”

La segnalazione era indirizzata in prima battuta alla dottoressa Antonella Spazianti presso dell’ufficio del Coordinamento della sanità penitenziaria presso l’Asl di Frosinone. E (la segnalazione) per conoscenza era inviata al Magistrato di Sorveglianza di Frosinone e al Provveditorato Regionale del Lazio del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
La vicenda di Vincenzo si può dire quindi ormai conosciuta oltre che dal Direttore del carcere di Frosinone Francesco Cocco, anche dall’ufficio del Coordinamento della sanità penitenziaria presso l’Asl di Frosinone, oltre che dal Magistrato di Sorveglianza e dal Provveditorato Regionale del Lazio.
Fino ad adesso,però, non ci risulta esserci stato alcun intervento in merito a questa situazione. Anzi, l’ultima lettera che abbiamo ricevuto da Vincenzo Longobardi, segnala addirittura un peggioramento. La riporto di seguito.

—–

8  aprile  2015

Caro Alfredo, Sono il tuo amico Vincenzo, che ti scrivo per farti sapere che le cose qui non stanno bene, anzi malissimo, perché nessuno, dico nessuno mi ha chiamato, come tu mi fai sapere sulla tua lettera di tante persone che tu hai accennato, nessuno si preoccupa di me.
Adesso ciò altre cose nuove da dirti. Mio fratello da Sarino mi ha mandato un foglio per fare i colloqui visivi con lui, visto che tempo fa è uscita una circolare che è legge fare i colloqui con i propri famigliari. E’ quasi un mese che fino ad adesso non so quasi niente. Quanto tempo ancora devo aspettare per fare questi famosi colloqui? Poi, quando avevo fatto il tentativo di suicidio avevo il piantone fuori alla cella e io sto dicendo alle guardie “lasciatemi la cella aperta perché le voci che io sento e mi dicono di fare la stessa cosa, cioè impiccarmi di nuovo e se il mio amico di cella non c’é, chi mi salva?”.
Ho parlato proprio poco fa con lo psichiatra e gli ho detto che avevo ancora le voci e lui mi aumentato le gocce che sono allucinogeni e che mi fanno stare malissimo e figurati che sono andato a colloquio che non capivo niente e mia moglie si è preoccupata. Anche i miei figli mi hanno detto “babbo , cos’è che non va?”. Ed io gli ho detto che mi ero svegliato in quel momento.. perciò immagina come ti butta giù questa terapia.
Al d fuori della terapia.. tavor, tranquillanti, antidepressivo.. e di altre terapie che non ricordo come si chiamano.. perciò immagina come io, a 46 anni, mi debbo sentire. E’ meglio stare al manicomio che in questo carcere che ti porta finito. Poi ho fatto due domandine, una dietro l’altra per parlare con il giudice di sorveglianza, sperando che mi avrebbe chiamato. Poi ho fatto più di due domandine per parlare con il Direttore Francesco Cocco e fino ad adesso nessuna risposta. Perciò dimmi tu cosa debbo fare di più per parlare con chi è responsabile. Poi tu mi dici che vuoi un numero dei miei avvocati, ma siccome io sto a problemi, l’avvocato non ce l’ho, ti posso dare il numero di casa mia 081- 7011958, signora Imma è mia moglie.

(….) ti prego non abbandonarmi.

——————————————————-

Se tutto quello che ci scrive Vincenzo corrisponde a realtà.. potremmo sintetizzare la questione così:

I-C’è una persona (Vincenzo Longobardi) affetta da gravi patologie, in merito alle quali (dice Vincenzo) non vi è nessuna azione per permetterle di affrontarle da un punto di vista terapeutica. L’unica “azione” è imbottirlo di psicofarmaci.

II-Giunto all’esasperazione, Vincenzo tenta il suicidio. Si salva per miracolo grazie all’intervento di una guardia e di un detenuto che, accorgendosi che Vincenzo penzolava, intervengono appena in tempo per salvargli la vita.

III-Vincenzo, dopo averci scritto una prima volta per raccontare la sua drammatica situazione, ci scrive una seconda volta per raccontare il suo tentativo di suicidio e chiedere aiuto.

IV-Vengono avvisati della vicenda il Direttore del carcere di Frosinone, dottor Francesco Cocco, il Magistrato di Sorveglianza di Frosinone. Tramite il Direttore Francesco Cocco la situazione viene ulteriormente segnalata all’ufficio del Coordinamento della sanità penitenziaria presso l’Asl di Frosinone, oltre che dal Magistrato di Sorveglianza e dal Provveditorato Regionale del Lazio. A questi vanno aggiunti ulteriori soggetti a cui noi abbiamo sottoposto la vicenda.

V-Vincenzo ci scrive ancora una volta, raccontando che nessuno è ancora concretamente intervenuto; e che, nello specifico, né il Direttore Francesco Cocco lo ha ancora incontrato, né è stato ancora ricevuto dal Magistrato di Sorveglianza. Vincenzo scrive anche come, di fronte a una problematicità di questo tipo, lo psichiatra del carcere abbia semplicemente aumentato le dosi degli psicofarmaci, provocandogli ulteriori malesseri.

Riguardo al presunto iper trattamento con psicofarmaci, esiste un’ampia controversia mondiale, emersa anche in varie cause giudiziarie, circa l’impatto tra l’abuso di psicofarmaci e il compimento di azioni violente verso altre persone o di atti di suicidio. Nel caso di un ipotetico rinnovato tentativo di suicidio da parte di Vincenzo Longobardi che andasse malauguratamente in porto, chiederemo una inchiesta anche sul trattamento psichiatrico posto in essere dai responsabili psichiatrici del Carcere di Frosinone.

Naturalmente, in caso di un qualunque esito nefasto (suicidio, morte per altri eventi, danni di salute irreparabili), chiederemo di renderne conto a tutti coloro che erano nelle condizioni di intervenire, avevano la facoltà e il dovere di intervenire, e non sono intervenuti.

Mai come in questo caso, abbiamo di fronte disperati e continui appelli, accompagnati anche da un agire corrispondente (il tentativo di suicidio posto in essere da Vincenzo). Mai come in questo caso, un domani, di fronte a una ipotetico malaugurato epilogo negativo di questa storia..  non si potrà dire che non si sapeva nulla. Perché più volte si è provveduto a segnalarla a chi poteva intervenire.

Nell’ultimo post che avevo pubblicato sul caso di Vincenzo, davo indicazioni su come scrivere al Direttore del carcere di Frosinone. Per chi vuole scrivergli una lettera, là troverà l’indirizzo  a cui scrivere e un prestampato se non vuole scrivere di proprio pugno.

In conclusione, Come Associazione Fuori dall’Ombra chiediamo, per l’ennesima volta, che si intervenga per aiutare Vincenzo Longobardi, per fare in modo che anche il suo nome si aggiunga alla lista di coloro che si sono tolti la vita in carcere. Chiediamo a tutti di appoggiarci in questa vicenda.

Salvatore Torre.. due telefonate in cinque mesi

focus2

Ci sono alcune vicende che potrebbero definirsi di “quotidiana follia” o, detto meglio, di “follia nella quotidianità”, o, detto ancora meglio di “quotidianità resa folle”.

Per una persona detenuta, soprattutto se ha lunghe pene o l’ergastolo, come Salvatore Torre, telefonare è una boccata d’ossigeno. Lo sono in senso ampio tutti i contatti umani. E invece, tanti i colloqui, quanto le telefonate ricevono mille ostacoli.

Nel caso di Salvatore, il regime delle telefonate, già di per se estremamente rigido e limitativo si è scontrato con tutto un “burocratismo” che ha portato, nei fatti, Salvatore, a potere fare solo 2 telefonate in 5 mesi. Una cosa inconcepibile… una vera violenza verso una persona che già vive i limiti oggettivi di una condizione estrema.

Negli ultimi tempi pare.. che la situazione si stia avviando a una risoluzione..

Pubblico una breve sintesi della vicenda che mi sono fatto fare dalla sorella di Salvatore, Giusy.

—————————————————————————————————————————

Mio fratello Salvatore Torre si trova nel carcere di Saluzzo dal mese di ottobre.

In 5 mesi ha potuto fare solo 2 telefonate con la domandina delle telefonate speciali, perché la direzione del carcere di Saluzzo non ha approvato le telefonate sulla linea telefonica Vodafone, dicendo che non è una linea telefonica fissa, dichiarando di  avere avuto conferma dalla stessa Vodafone.

Premetto che sulla stessa linea telefonica mio fratello ha chiamato per anni dal carcere di Tolmezzo, senza avere mai nessun problema ed ecco da parte della famiglia a provvedere per fare allacciare la nuova linea fissa telefonica (Infostrada).

Nel frattempo sono trascorsi altri 2 mesi. Spedito il contratto al carcere non viene accettato.. perché il contratto ha il numero telefonico scritto a penna.. l’unico contratto che ci può dare Infostrada.

Nel contempo si fa ricorso alla domandina per telefonate speciali che danno diritto a 2 telefonate al mese.

Avendo telefonato al carcere, al fine di risolvere definitivamente questo problema, hanno risposto che dobbiamo pazientare altri 2 mesi, fino a quando no arriva la prima bolletta a casa, per poi spedirla alla Direzione del carcere.

Non lasciamo morire Vicenzo Longobardi

 Maria-Micozzi

Vincenzo Longobardi, 45 anni, detenuto nel carcere di Frosinone, potrebbe, entro non molto, aggiungersi alla lista delle persone suicidatesi in carcere. Per pochissimo non è già in questa lista, come vi racconterò tra poco.

Sul finire di febbraio

pubblicai sul Blog “Le Urla dal Silenzio” una lettera di Vincenzo Longobardi che troverete a questo link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2015/01/04/vergogna-nel-carcere-di-frosinone-lettera-di-vincenzo-longobardi/ (la data che appare sul Blog non è la vera data di pubblicazione, per un problema tecnico).

Vincenzo Longobardi soffre di varie problematiche di salute. Ne indico qualcuna:

-Apnea notturna.

-Problemi d’udito

-Una patologia che non gli consente di vedere con l’occhio sinistro, e che richiederebbe un intervento. Tale patologia gli sta danneggiando anche l’occhio destro.  

-Grossi problemi con la colonna vertebrale. Da anni sa che dovrebbe essere operato, ma nessuno muove un dito, eppure tutti noi sappiamo quanto è delicata la spina dorsale, e che, se non si interviene per tempo su certe problematiche, si rischia la paralisi e altri esiti devastanti.

Nulla viene fatto per permettere a Vincenzo di affrontare queste problematiche. Ci si limita solamente a tamponare i dolori che esse procurano, somministrandogli antidolorifici.

Inoltre viene imbottito di psicofarmaci (cosa estremamente frequente in carcere).

Recentemente mi è giunta un’altra lettera drammatica di Vincenzo, dove mi scrive di avere tentato di impiccarsi, e di essere stato salvato per il rotto della cuffia. Ed aggiunge che ci riproverà.

Questa è la lettera che ho ricevuto:

“Caro Alfredo. Ti sto scrivendo per puro miracolo.

In 28 febbraio ho deciso di farla finita IMMPICCANDOMI. Per puro MIRACOLO un detenuto e la guardia si sono accorti che penzolavo. Sono corsi tempestivamente. Il detenuto mi tirava su e l’agente ha tagliato il cappio. Mi sono svegliato in infermeria. Ero incosciente di tutto.

Ti posso promettere che non è finita qua. Sto male. Preferisco farla finita. Vi sto scrivendo per mettere a conoscenza tutti. Ed è una MORTE ANNUNCIATA che si va ad accodare a tante altre prima di me. QUESTO CARCERE E’ IL CIMITERO. TI PORTA FINITO. NON FUNZIONA NIENTE. IL RECUPERO NON ESISTE. L’INFERMIERIA E’ UN MERCATINO RIONALE. Tutti che se ne fregano della vita dei detenuti.

LA SOCIETA’ LE SA QUESTE COSE? TI RIPETO. SIAMO VICINO ALLA CAPITALE. Perché si fa finta di niente? NON CE  LA FACCIO  PIU’ IN QUESTO CARCERE. AIUTATEMI, HO 3 FIGLI. FATELI VIVERE QUESTO PADRE. NON LASCIATELI ORFANI.

Vincenzo Longobardi”

——-

Amici miei, io sto cercando di segnalare, in varie sedi ed ambiti, la vicenda di Vincenzo Longobardi. Ma ho bisogno anche del vostro aiuto.

Vi chiedo, se potete e se volete, di fare essenzialmente due cose.

1)Segnalare questa vicenda a chiunque.. giornali, radio, associazioni, politici, ecc. (potete anche inviare direttamente il link de Le Urla dal Silenzio che porta a questo post…https://urladalsilenzio.wordpress.com/2015/02/11/non-lasciamo-morire-vicenzo-longobardi/)

2)Inviare una vostra lettera al carcere di Frosinone. Sulla busta della lettera, nella zona dove si indica il destinatario, scriverete:

All’attenzione del Direttore Francesco Cocco

Casa di Reclusione- via Cerreto n. 55 – 03100 – Frosinone (FR)

Potete scrivere una lettera di vostro pugno.

O, se preferite, potete riprodurre,  questo prestampato

Alla cortese attenzione del dott. Francesco Cocco, Direttore della Casa di Reclusione di Frosinone

Egregio dott. Francesco Cocco, le scrivo dopo avere essere venuto a conoscenza –sul Blog “Le Urla dal Silenzio”- della drammatica situazione in cui si trova un detenuto presso l’istituto da lei diretto. Questo detenuto si chiama Vincenzo Longobardi.  Dalle due lettere di Vincenzo che sono state pubblicate, è emerso, stando alle parole di Vincenzo che:

  • Vincenzo soffre di tutta una serie di patologie molto problematiche; apnea notturna, problemi alla spina dorsale, una patologia che non gli permette di vedere all’occhio sinistro (e che gli sta danneggiando anche l’occhio destro, e altro.
  • Nulla è stato fatto per aiutare concretamente Vincenzo ad affrontare queste problematiche. Lo si sta semplicemente imbottendo di antidolorifici e psicofarmaci.
  • Dall’ultima lettera è emerso che Vincenzo ha tentato il suicidio, ed è stato salvato per miracolo da un detenuto e da una guardia che si sono accorti che stava penzolando.
  • Vincenzo ha dichiarato di avere intenzione di riprovarci e, vista la sua situazione e visti anche gli ultimi eventi, un nuovo tentativo di suicidio non sembra affatto una eventualità improbabile.

Un Direttore di carcere ha il dovere di garantire il buon andamento dell’istituto che dirige e di garantire la sicurezza e il rispetto dei diritti umani all’interno dello stesso.

Io le chiedo, in quanto Direttore del carcere di Frosinone, di fare di tutto per permettere che Vincenzo Longobardi venga adeguatamente curato, e che, più in generale, venga trattato come un essere umano, e non come un rifiuto umano.

Per qualunque cosa dovesse accadere a Vincenzo Longobardi –suicidio, morte per conseguenze connesse ad alcune delle sue patologie, paralisi, perdita della vista o altri danni irreparabili- la considererò (insieme agli operatori sanitari del carcere di Frosinone) personalmente responsabile. 

Le chiedo di non contribuire, con l’omissione, alla morte di un essere umano (o a conseguenze irreparabili per lo stesso), tra l’altro padre di tre figli.

La ringrazio per l’attenzione.

In fede

——————————————

——————————————

—————————————————————————————————————————————

Amici, come avrete intuito, nella prima linea tratteggiata metterete il vostro nome e cognome. Nella seconda la data e, se volete, l’indicazione della città o paese da dove scrivete. Chi volesse il prestampato su file word, in modo da stamparlo e poi semplicemente sottoscriverlo, mi contatti via email (erasmuszed77@yahoo.it) e glielo invierò. E, ripeto anche questo, il prestampato vale per chi non vuole scrivere una lettera di suo pugno.

Chi vorrà, potrà scrivere anche direttamente a Vincenzo Longobardi, per incoraggiarlo.

Anche se ogni giorno muoiono tanti esseri umani in modo assolutamente ingiusto, ogni cosa che possiamo fare per impedire che un’altra persona muoia è importante. Vi chiedo questo piccolo impegno. L’impegno di inviare una lettera (anche solo il prestampato) al Direttore del carcere di Frosinone. Se poi volete fare anche altro (chiedere anche ad altre persone di scrivere al Direttore; avvisare soggetti che possano intervenire sulla vicenda; scrivere direttamente a Vincenzo), ancora meglio. Ma è già prezioso se scriverete questa lettera al Direttore del carcere di Frosinone.

Grazie per il vostro aiuto e per la vostra attenzione.

PS: l’immagine che accompagna il post è la riproduzione di un dipinto di Maria Micozzi.

Gregorio Durante, fatto morire in carcere-intervista alla madre dopo la sentenza di primo grado

gregorio1

Gregorio Durante venne trovato morto, nel carcere di Trani, la mattina del 31 dicembre 2011.

Entrai in contatto con la madre, Ornella Chiffi, e, dopo ore di confronto telefonico, pubblicai sulle Urla dal Silenzio, il 3 marzo 2012, un lungo resoconto sulla vicenda (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/03/04/avete-ucciso-gregorio-durante/). Una vicenda che ha generato l’indignazione di chiunque ne sia venuto a conoscenza.

Il 14 novembre di quest’anno si è concluso il primo grado di giudizio sui fatti di questa vicenda. Si è concluso con una sola condanna, quella del Dirigente Sanitario del carcere di Trani. Condannato a soli 4 mesi di carcere. Condanna che ha fortemente amareggiato la madre e i famigliari.

Oggi, dopo tre anni dalla prima volta che mi occupai di questa vicenda, ci ritorno, con una intervista che ho fatto alla madre, in merito alla controversa sentenza del novembre 2014, e a come lei e i famigliari intendono adesso procedere.

Prima di questa intervista, però, “devo” nuovamente narrare la vicenda di Gregorio Durante.

Quello che avvenne a questo ragazzo è talmente indegno da richiedere che la dinamica dei fatti sia conosciuta. E quindi la narro nuovamente, sia per quelli che non lessero mai il lungo pezzo che pubblicammo tre anni fa. Sia per coloro che lo lessero, ma hanno, nel frattempo rimosso molti aspetti della vicenda.

Riprenderò quindi il resoconto che scrissi 3 marzo 2012, riformulando però vari passaggi, e togliendone altri. Per poi passare all’intervista che ho recentemente fatto ad Ornella.

————–

Questa è una storia di quelle di cui, se è possibile, non va rimandata la lettura. E’ una di quelle storie che vanno affrontate adesso, perché a un ragazzo che ha passato le pene dell’inferno, glielo dobbiamo. Andate fino in fondo nella lettura, non interrompetela. Perché un ragazzo è morto solo come un cane e merita almeno un po’ del nostro tempo, e lo merita sua madre, e tutti coloro che adesso sono in una posizione simile alla sua e ora rischiano di fare la stessa fine.

Adesso procedo con la storia, per poi, alla conclusione della narrazione, fare delle considerazioni finali.

Nel 1995 Gregorio, all’età di diciassette anni fu colpito da una meningalncefalovirarle. Questa lo portò a quaranta giorni in coma, e, in totale, a tre mesi e mezzo d’ospedale.
Da questa malattia non se ne esce vivi, o se si resta in vita, se ne esce con gravi deficit. Gregorio ne uscì vivo e sano; ma con gravi crisi epilettiche. Le crisi le curava con un farmaco, il gardenale. In qualche modo, supportato dai farmaci, Gregorio non aveva attacchi epilettici e riusciva a fare una vita sostanzialmente normale.

Nel 2004 si ripresentò una crisi epilettica. Aveva 25 anni allora. Questa unica crisi lo portò ad uno scombussolamento completo di tutto il suo equilibrio. Ne derivarono gesti in consulti, tremori, balbettii, momenti di lucidità e no. In quei frangenti di crisi non riusciva a parlare, non riusciva a deglutire. Nel complesso ciò che gli accadeva di frequente, dopo avere avuto una crisi epilettica, viene chiamato “crisi psicomotoria”. Dopo quella crisi epilettica, si succedettero nei giorni,  tutta una serie di crisi psicomotorie. Durante queste crisi si contorceva come un animale, sbatteva le mani e sbatteva le gambe. La madre gli stava vicino per evitare che lui si facesse male.
Venne ricoverato nell’ospedale di Lecce per dieci giorni. Fu dimesso con queste crisi che erano arrivate ad un livello molto lieve. Stette a casa tre mesi. La madre lo seguiva come un bambino. Momenti di lucidità che si alternavano a momenti di lucidità.
Ornella aveva appreso tutta una serie di modalità con cui approcciarsi con lui nei momenti di crisi. Non appena arrivava una crisi, lui la avvisava e lei lo faceva stendere sul divano, e lo aiutava nei movimenti che non riusciva a controlla, per evitare che si facesse male.
Adesso non bastava più il Gardanale, ma dovettero aggiungere un altro farmaco, il Tolep 600. Dopo tre mesi e mezzo, riprese a vivere decentemente. Le crisi scomparvero. Stava anche lavorando, nelle pompe funebri. A conti fatti, stava bene. Era sposato ed aveva due bambini; e guidava regolarmente anche.

Gregorio fu arrestato nel 2010.  Il fatto scatenante l’arresto furono degli schiaffi che diede al figlio di una guardia penitenziaria. L’arresto non si reggeva solo sul singolo fatto violento. Ma anche sul fatto che era stato già precedentemente condannato, per associazione mafiosa –condanna che aveva già scontato agli arresti domiciliari, e che aveva comportato la misura della sorveglianza speciale. L’atto violento, considerato in questo contesto, fu valutato come reato in violazione della sorveglianza speciale, e da questo ne derivava un livello sanzionatorio più elevato.

Il ragazzo finì per essere condannato a sei anni. In appello la pena venne ridotta  a tre anni e mezzo; e poi definitivamente riconfermata in Cassazione.  Gregorio Durante è morto dopo un mese dalla sentenza definitiva; due anni precisi di detenzione. Era stato arrestato il sette novembre 2009. E è morto il 31 dicembre 2011. Due anni pieni, due anni integrali. Senza avere mai un permesso. Ricordiamo che era giovane, e che aveva due figli minori. Ma non gli venne mai concesso alcun beneficio. Tutte le sue richieste -come i domiciliari- gli furono rigettai in quanto socialmente pericoloso.

Gregorio fu inizialmente detenuto a Lecce e poi, dopo solo 20 giorni, fu trasferito a Bari. Sia a Lecce che a Bari Gregorio riceveva regolarmente la terapia.    A Bari, però, la sezione era pericolante, e suo figlio, nell’aprile del 2011 venne trasferito nel carcere di Trani. E questo segnò la sua condanna a morte.
Di colpo gli venne soppressa la compressa di Tolep. Era stato mantenuto solo il gardenale. Nonostante le pressioni della madre perché quel farmaco fosse dato a Gregorio, il Dirigente Sanitario diceva che l’Asl non la passava.

Per otto mesi Gregorio non avrà quel farmaco. Le istanze che, a tal proposito, la madre fece al Magistrato di Sorveglianza, non sortirono alcun esito.

Gregorio è stato relativamente bene fino al 4 dicembre. Da lì iniziò quell’allucinante mese da incubo che lo condurrà alla tomba.

La sera del 4 dicembre Gregorio fu colpito da una crisi epilettica. La mattina del 5 scrisse alla moglie, e quella fu l’ultima lettera che scrisse. In quella lettera raccontava le dinamiche della crisi che aveva avuto. All’inizio aveva avuto fortissimi tremori in tutto il lato sinistro del corpo, la lingua storta di fuori, e altri segni di perdita della consapevolezza e del controllo psicofisico. Doveva essere sorretto dai compagni. Venne poi condotto in infermeria, dove gli fu somministrato il valium, per poi essere riportato in cella.
Dopo altre tre ore, Gregorio venne colpito da un’altra crisi epilettica, ancora più forte della precedente. Lui non ricordava nulla di quest’altra crisi. Furono i compagni a raccontare le dinamiche della vicenda. Gli stessi compagni che, in quel momento, avvisarono chi di dovere. Gregorio venne condotto nuovamente in infermeria, gli fu nuovamente somministrato il valium, per poi ricondurlo in cella. Questa volta, però, venne chiamato il 118. Il 118 arrivò ma i medici non ritennero opportuno portarlo in ospedale. Si limitarono a somministargli un calmante , poi gli somministrarono un altro medicinale, e lo lasciarono in carcere. Gregorio avrebbe dormito fino alla mattina preso del giorno dopo. E, fu quella mattina che, svegliatosi, avrebbe preso carta e penna per scrivere alla moglie il resoconto di queste vicende. Fu l’ultima lettera che scrisse.

Dal giorno di quella crisi, la madre ebbe con lui circa quattro colloqui. E ogni volta stava peggio. Era talmente confuso in quei colloqui, che spesso doveva essere lei ad alzarsi dalla sedia e bloccarlo, perché lui, di prima battuta, non  riconosceva lei e chi la accompagnava.
Dal 4 al 31 dicembre si sono succedute fortissime crisi psicomotorie. Il 118 venne molteplici volte, anche nell’arco della stessa giornata (come risulta dal diario clinico carcerario). Ma, Gregorio non venne mai portato in carcere. Ci si limitava, al massimo, a somministragli calmanti.

Il 10 dicembre, durante un colloqui con la madre, Gregorio ebbe una fortissima crisi psicomotoria. Mentre chi era intorno cercava di farlo riprendere, la madre, furibonda, chiedeva di parlare con chiunque, nel carcere, fosse in grado di intervenire e, comunque, chiedeva che fosse trasferito.  La madre quel giorno parlò con il medico di turno, con l’ispettore, con il comandante e con decine di agenti penitenziari.
Il dialogo col medico fu decisamente emblematico. Mentre la madre disperata esponeva la situazione del figlio e quello che sarebbe successo se fosse continuato a rimanere in ospedale, il medico a un certo punto, tenendo le mani in tasca,  disse: “Signora, è già un miracolo che lei stia parlando con me”.
La madre insisteva, chiedendo se fossero stati fatti gli esami adeguati; tac, risonanza magnetica, ecc. Ma lui continuava a stare con le mani in tasca, facendo spallucce e non dando risposte.

Però la madre tanto disse e tanto fece, minacciando che non si sarebbe mossa di lì finché non fosse stata chiamata un’ambulanza per portare Gregorio in ospedale, che alla fine l’ambulanza venne chiamata e lui fu portato in ospedale, ma venne messo nel reparto psichiatrico. In quel reparto restò solo due giorni –durante le quali ebbe anche crisi psicomotorie- per poi essere rimandato in carcere, con la glicemia, tra l’altro, molto al di sotto della norma.

In tutto questo drammatico succedersi di eventi, la madre si era accorta che i

medici del carcere, il Dirigente Sanitario, direttore sanitario e Direttore della struttura del carcere di Trani, si erano fatti la convinzione che Gregorio simulasse per avere benefici penitenziari. Quindi, appena tornato dall’ospedale, si decide di “punire” questo povero Cristo dandogli l’isolamento diurno. Quindi, Gregorio –sottolineiamolo, già devastato dagli attacchi epilettici, e poi da due giorni di crisi psicomotorie, e con la glicemia bassa-  venne mandato, dalle autorità del carcere di Trani, in isolamento. E questa misura durò tre giorni. Solo in cella. Solo con le sue crisi e con tutto quello che ne comporta.
Dopo questi tre giorni, venne messo in una cella dell’infermeria, dove non vi era alcun oggetto o suppellettile. Questo perché, il trattamento che gli era inflitto determinava, come era preventivabile, dei momenti di aggressività. E allora, per evitare che facesse atti pericolosi, fu piazzarono in una cella dove non c’era niente oltre al letto. Gli venne affidato un piantone. Ovvero un detenuto che non stava in cella con lui, ma che lo lavava, lo vestiva e gli dava da mangiare. Lui ormai era sempre più debilitato e incapace di agire. Non riusciva più a farsi la barba, e tante altre cose. E, a un certo punto, non fu più capace neanche di parlare. E non riuscendo neanche a camminare, veniva trasportato su una sedia a rotelle.

La famiglia, viste le sue devastanti condizioni, aveva scritto a Magistrato di Sorveglianza che Gregorio ricevesse la sospensione della pena per gravi motivi di salute. Ma il Magistrato di Sorveglianza, invece di dare la sospensione della pena, pensò bene di stabilire per Domenico trenta giorni di ospedale psichiatrico giudiziario, per capire se Gregorio stesse simulando o meno. Avete capito bene. Un ragazzo in fin di vita, con un pregresso stato patologico, con ricorrenti crisi,  ricoverato da poco in ospedale..  e prima il carcere lo punisce con un regime di isolamento, e poi il Magistrato di Sorveglianza lo manda per 30 giorni in un ospedale psichiatrico giudiziario per capire se stava simulando o no.

Gregorio non ci arriverà mai all’ospedale psichiatrico, perché sarebbe morto prima.

L’atto del Magistrato di Sorveglianza giunse il 14 dicembre, ma l’Ospedale psichiatrico giudiziario in quel momento era pieno. E quando si sarebbe liberato un posto, Gregorio aveva già lasciato questo mondo.
Nel mondo “esterno”, Gregorio era assistito da un luminare della neuropsichiatria, il professore Luigi Specchio. Fu lui che nel 2003 lo aveva letteralmente tirato fuori dalla morte. Gregorio, quando cominciò il suo tunnel nero, nel dicembre 2011, chiedeva costantemente di potere avere la visita del suo medico di fiducia, il professore Luigi Specchio appunto. Ma doveva fare la domandina, perché tutto in carcere funziona con la domandina. Il piccolo problema era che Gregorio non era proprio nelle condizioni materiali di riuscire a compilare una domandina.
Il 14 dicembre la madre ebbe un colloquio con Gregorio. Viste le sue condizioni sempre più deterioriate, e la costante possibilità di una crisi distruttiva, la madre chiese alle guardie non lasciarli completamente soli, e di stare nelle vicinanze. In quell’ora di colloquio, Gregorio non riuscì a dire quasi una parola; ma sembrava che riuscisse comunque a capire qualcosa. Questa impressione era confermata dai cenni che dava con la testa. Aveva gli occhi semichiusi. Fu proprio da quel giorno che Gregorio incominciò a non parlare, per poi, a partire dal 17, non dire più neanche una parola.

Torniamo al colloquio del 14. Sul finire del colloquio di quel giorno, comparvero nella sala il Direttore e lo psichiatra del carcere. Lo psichiatra le disse.
“Signora, non so più che cosa devo fare con suo figlio. Sto cercando di stimolarlo in tutti i modi”.
Al che la madre rispose sdegnata..
“Lui non aveva bisogno di stimoli, ma di essere ricoverato”.
“Chiede del professor Specchio”, continua lo psichiatra del carcere.
“Sì, è il suo medico curante”, dice la madre.
E a questo punto è il Direttore ad intervenire..
“Sì, sì, proprio stamattina ho autorizzato la domandina perché venga a visitarlo il medico di fiducia”.

Queste furono le parole del Direttore. Famiglia e avvocati aspettarono un paio di giorni, ma il professor Specchio continuava a non ricevere alcuna chiamata dal carcere.

Successivamente, sostiene la madre, sarebbe emerso come la richiesta del Direttore non è era mai partita dal carcere. Ovvero il Direttore del carcere di Trani avrebbe deliberatamente mentito.

Nel colloquio che la madre ebbe il 17, trovò Gregorio ormai totalmente debilitato, incapace di fare assolutamente niente. Tutta l’ora del colloquio passò con la madre che lo abbracciava, che abbracciava un corpo abbandonato e con gli occhi semichiusi. Tuttavia, vi fu un’ultima fiammata di questo ragazzo. Al momento del saluto, il figlio di colpo ritrovò un ultima scintilla di vitalità, e strinse forte la mamma con una forza inaudita, e la baciò sulla bocca. Quando, alla fine, lo stavano riportando via, poi, Gregorio le cadde sulle braccia. Gli agenti lo presero e lo portarono via sulla sedia a rotelle. Quel fortissimo abbraccio, e quel bacio in bocca, fu l’ultimo estremo saluto di Gregorio alla madre, l’ultimo suo grande atto d’amore.

Quando il 24 dicembre la madre arrivò in carcere per un altro colloquio, Il figlio le venne portato completamente inerte, sulla sedia a rotelle, e con gli occhi ormai completamente chiusi. Neanche il capo reggeva più, ed era la madre a tenerlo, mentre la nuora (la moglie di Gregorio), venuta anch’essa a colloquio, gli teneva le mani.
Sul finire di quel colloquio, un detenuto, chiamando la madre in disparte, le disse “Fate qualcosa, o lui di qui esce morto”.

Il 27 dicembre, finalmente,  vi fu la visita in carcere del prof. Specchio. Dopo la visita, il prof. Specchio disse espressamene che Gregorio doveva essere portato urgentemente in ospedale, perché ormai poteva succedere di tutto. Venne inviata al Magistrato di Sorveglianza una relazione scritta del Prof. Specchio, dove il professore  spiegava in modo chiarissimo la drammatica situazione in cui si trovava Gregorio.

Il Magistrato di Sorveglianza, a questo punto, invece di chiedere un immediato ricovero, fa un atto col quale chiede al carcere di accertare le attuali condizioni di salute di Durante Gregorio. Lo stesso carcere che per un bel periodo aveva considerato Gregorio un simulatore. Lo stesso carcere che aveva lasciato inevase le drammatiche richieste della madre. Lo stesso carcere dove il medico si permetteva di fare spallucce davanti ad una madre col cuore a pezzi. Lo stesso carcere dove il Direttore poteva dire una cosa, rivelatasi poi non vera, come quella per cui, la domandina per la visita del prof. Specchio era stata autorizzata. Era a questo carcere che il Magistrato di Sorveglianza chiedeva fossero accertate le condizioni del ragazzo.

Il 31 mattina la Ornella e la nuora mentre stanno arrivando in carcere per un nuovo colloquio, ricevono una telefonata in cui vengono avvisate che Gregorio non ce l’ha fatta. Gregorio era stato trovato morto, proprio quella mattina, durante un’ispezione nella cella numero cinque.

Nonostante la tremenda notizia, Ornella ha la forza di continuare il tragitto verso il carcere per riprendersi il corpo del figlio. Appena arrivata, vedendo il Direttore che la guarda dalla sua finestra, le dice “Animale, animale”. Il Direttore per tutta risposta, alzò le braccia e fece il gesto di mandare a fare in culo.

Un paio d’ore dopo, comunque, il Direttore ricevette la madre e la moglie di Gregorio nel suo ufficio.  Il Direttore dice ad Ornella che proprio quella mattina si era deciso ad attivarsi presso il Magistrato di Sorveglianza per fare ottenere a Gregorio la sospensione della pena. Proprio quella mattina.. che coincidenza.. Il Direttore, continuava a parlare dicendo che lui in carcere si faceva il mazzo, finché a un certo punto Ornella gli dice:

“E quando vedeva mio figlio, cosa vedeva? Nn vedeva un ragazzo che stava morendo? Io le ho consegnato una montagna. E adesso è stato ridotto ad un corpo denutrito fino alla morte”.
Denutrito.
Sì, perché Gregorio oltre a non essere curato, non è stato neanche messo in condizioni di mangiare. Quando nel 2003, si era trovato in condizioni simili, era stato nutrito con un sondino naso gastrico.

Quando nel dicembre 2011 in carcere non fu nuovamente in condizione di nutrirsi, non si pensò mica a trovare un modo per alimentarlo. Ma, la sua impossibilità a nutrirsi venne interpretata come “rifiuto del cibo”. Sul diario clinico del carcere è scritto..
“Rifiuta il cibo”.
Non sembra che nessuna delle menti sanitarie del carcere di Trani abbia pensato che molto probabilmente non poteva mangiare, che non poteva deglutire, e si doveva cercare di alimentarlo in qualche modo.

Altro dato inquietante. Quando, IL 24 dicembre,  il prof. Specchio era stato a visitarlo, raccontò di avere visto sul labbro di Gregorio, uno strano impasticciamento rosato. Solo successivamente Ornella ricordò  che le compresse di Tolep, che suo figlio prendeva a suo tempo, insieme al Gardenale, erano di colore rosato. Sì, le stesse compresse che per otto mesi, da quando giunse nel carcere di Trani, non gli vennero più date. Quell’impasticciamento rosa  sul labbro di Gregorio –questa fu l’interpretazione a cui giunse la madre- derivava dalle pillole di Tolep che, non potendo il ragazzo ingoiarle, perché ormai incapace di deglutire, si scioglievano lentamente in bocca, per poi formare una pasta rosa, che fuoriusciva all’esterno sul labbro, cristallizzandosi sopra di esso. E ricordò che effettivamente Gregorio, nella lettera che il 5 dicembre scrisse alla moglie, dopo la devastante crisi epilettica del 4, a un certo punto diceva..
“Miracolosamente, subito dopo la crisi epilettica, si è trovato il Tolep”.
E la cosa spaventosa è che una volta che queste pillole uscirono “magicamente” uscite fuori, non ci fosse un cane che capisse che questo povero disperato non poteva più neanche deglutire. Se l’interpretazione della madre corrisponde al vero, ci si limitò a ficcargli queste compresse in bocca. Le ficcavano in bocca ad una persona ormai incapace di reggersi in piedi, di parlare, di fare alcunché. La ficcavano in bocca, e magari non davano neanche l’acqua. E magari non controllavano neanche se riusciva ad ingoiare. Gli ficcavano le pillole in bocca come a una cavia da laboratorio. E queste si scioglievano lentamente. Chissà se qualcuna di queste “menti sanitarie” abbia mai avuto il dubbio che quello strato rosa sulle labbra di Gregorio, fosse la stessa pillola rosa, sciolta però, che loro gli davano.

L’analisi del corpo del ragazzo, è stata causa di ulteriore sofferenza per la madre. Non solo perché, dopo la morte di Gregorio, si è trovata davanti un corpo denutrito, devastato e pieno di ecchimosi. Ma anche per le modalità in cui sembra essere giunta la morte.

Ornella mi disse:
“Mio figlio è morto durante crisi violente. I pugni sono stretti incredibilmente e le dita sembrano artigli. E’ morto solo. Quando il blindato era chiuso veniva lasciato sulla sedia a rotelle, da solo. Senza suppellettili, senza che nessuno lo controllasse, gli mettevano un pannolone se ne andavano. Lo hanno lasciato morire da solo”,
Morto come un cane, in una condizione di totale impotenza ed abbandono. Morto solo in una cella col blindo chiuso, nonostante fosse ormai totalmente non autosufficiente, e avrebbe dovuto avere qualcuno sempre con lui, ad aiutarlo per eventuali esigenze, o pronto ad intervenire in caso di pericolo. Invece era solo, solo, incapace di andare in bagno, incapace di mangiare, incapace di muoversi, inchiodato su una sedia, come un sacco di patate.
Circa sette o otto giorno dopo la morte di Gregorio… casualmente… i detenuti a lui vicino sono stati trasferiti. Questi detenuti si dimostrarono disposti a testimoniare; ed anzi sono stati loro stessi a contattare la famiglia.

—-

Quella che avete appena letto è il resoconto della vicenda di Gregorio Durante fino alla sua morte e all’inizio dell’inchiesta in seguito alla denuncia della madre e degli altri famigliari.

In questi anni nel frattempo, come ho scritto all’inizio del post, l’istruttoria si è conclusa e vi è stata, il 14 novembre 2014, la sentenza di primo grado. Sentenza fortemente discutibile e fortemente contestata dalla famiglia.

Risentendo Ornella, le chiedo di raccontare quanto avvenuto dai fatti raccolti nel resoconto di marzo 2012 ad oggi.

Allora, da parte nostra, dopo la morte di mio figlio, c’era stata la denuncia. Ci sono state le indagini, è stata fatta l’istruttoria. Durante l’istruttoria il PM aveva fatto le indagini su 14 persone. Alla fine ha fatto richiesta di archiviazione per il Direttore, i medici dell’ospedale, e qualche medico della struttura sanitaria. Il rinvio a giudizio è stato chiesto –e accettato- solo per il Dirigente Sanitario più quattro medici che ruotavano nel carcere.

-Quindi si è arrivati al processo, in cui una parte sostanziosa di soggetti verso i quali sicuramente avete molto da ridire, a cominciare da Direttore, aveva avuto la propria posizione archiviata.. voi avevate pensato di opporvi a queste archiviazioni? 

Noi non ci siamo opposti all’archiviazione del Direttore e company perché non volevamo infuocare gli animi, andando contro la volontà del PM, che comunque, in quel contesto, continuava, in un certo senso, ad essere  il nostro tutore.  Comunque sia, finalmente,  un processo, per quanto solo con parte dei soggetti che ritenevamo responsabili, ci sarebbe stato.. Quando, dopo vari rinvii, il processo è, a tutti gli effetti, iniziato, gli imputati hanno chiesto il rito abbreviato. E’ stato ovvio per loro chiederlo. Nel rito abbreviato non sarebbero state sentite le persone che noi volevamo fossero sentiti. Non sarebbero emersi tutti i fatti che noi volevamo emergessero. Il giudice ha accolto la loro richiesta  e loro si sono evitati la pessima figura che avrebbero fatto se fosse venuto fuori tutto quello che avevano combinato. Noi naturalmente ci siamo rimasti malissimo, ci sono cadute le braccia, avremmo voluto il processo vero e proprio.. 

– Io penso che ci sono tipologie di reati e tipologie di cause dove il rito abbreviato non dovrebbe essere accettato, o dovrebbe essere accettato in circostanze molto rare. 

Il giudice poteva non accogliere il rito abbreviato e fare il processo normale, con le varie parti, ascoltando i testimoni. Ma ha preferito accoglierlo. Il processo normale sarebbe stato scandaloso per le istituzioni. Sarebbero venute fuori tante di le magagne che loro hanno combinato. Mentre con il rito abbreviato tutto si è deciso in base alle carte che loro avevano in mano, senza ascoltare nessuno. Non sono stati ascoltati i testimoni che noi volevamo fossero ascoltati. Non sono stati ascoltati i medici di parte mia, quei medici che all’epoca io avevo mandato per fare visitare mio figlio. Il rito abbreviato si è svolto in tre udienze, a porte chiuse,  senza televisioni, senza giornalisti, solo noi e l’altra parte. Considera anche che al momento del processo il PM che aveva fatto le indagini e che aveva chiesto il rinvio a giudizio, è stato sostituito con un altro PM.  In pratica i giudici fanno quello che vogliono. Hanno un potere illimitato. Io dico sempre“i magistrati sono Dio in terra”.

Dopo queste tre udienze, c’è stata la sentenza. Solo un condannato: il Dirigente Sanitario a cui sono stati dati 4 mesi di pena. Tutti gli altri sono stati assolti. C’è da considerare che non era presente il PM che aveva condotto le indagini, era stato sostituito da un altro. Comunque, inoltre, il pubblico ministero del processo non era più il pubblico ministero dell’istruttoria, col quale si era arrivati al rinvio a giudizio.  Poco prima del processo il vecchio Pubblico Ministero era stato sostituito da un altro che, delle cinque persone rinviate a giudizio, aveva chiesto la condanna solo per due, ma per un reato più grave, “abbandono di incapace”, per il quale aveva chiesto una condanna, per entrambi, a tre anni. Va anche detto che, oltre questo, il nuovo pm aveva chiesto che gli atti fossero rimandati in procura, perché venissero fatte nuove indagini. Evidentemente egli vedeva delle responsabilità anche da parte di altri soggetti, altrimenti non avrebbe fatto quella richiesta.

 -Quindi, i soggetti che voi considerate colpevoli erano varie, il primo pubblico ministero ha fatto le indagini sono su 14 persone. Il rinvio a giudizio è stato chiesto e accolto solo per il Direttore Sanitario e altre quattro persone; con l’archiviazione per il Direttore e tutti gli altri. Il secondo pubblico ministero ha chiesto che venissero condannate solo due persone, però anche che gli atti fossero rimandati alla procura; rinvio che no c’è stato. Alla fine è stata condannata una sola persona, il Direttore sanitario, a 4 mesi. E’ così?

Esattamente… una sentenza vergognosa. Per me non va assolutamente bene che gli altri quattro se la siano cavata, e sia stato condannato solo il Direttore Sanitario. In pratica uno sta pagando per tutti. E quanto poi? Quattro mesi? Se la situazione fosse stata capovolta, a mio figlio avrebbero dato quattro mesi? Se per uno schiaffo è stato condannato a sei anni.

Dopo la lettura della sentenza, il Direttore Sanitario si è messo le mani nei capelli ha cominciato a piangere. Mentre stava piangendo, io sono andata da lui e gli ho detto  “stai piangendo? Assassino .. cosa piangi? .. Io sono tre anni che piango l’assassinio di mio figlio.. e tu stai piangendo perché? Perché ci hai rimesso la faccia.. per quattro mesi..?… No dovevi piangere mesi fa quando non riuscivi a venire a capo di questa situazione.. avresti semplicemente potuto fare come Pilato, lavartene le mani e mandare mio figlio in una struttura adeguata a lui, alla sua malattia. E invece con  caparbietà fino alla fine hai dichiarato che mio figlio simulava”.  Mio figlio poteva simulare di non poter mangiare, di non poter camminare, delle cadute continue che aveva? Mio figlio non sarebbe potuto scappare, non sarebbe potuto andare da nessuna parte. E poi noi chiedevamo soltanto la sospensione della pena che significa “sospendiamo la pena, va in ospedale, si cura, e poi quando torna finisce la pena”.

Io so benissimo che mio figlio è stato ucciso. E’ stato ucciso dall’incompetenza, è stato ucciso dall’ignoranza. E’ stato ucciso per loro volere. Non si uccide solo con la pistola.

-Tornando alla sentenza.. 

Gli altri quattro medici erano pienamente responsabili. Ruotavano in carcere come si fa in ospedale. Otto ore ognuno. Tutti hanno visto che mio figlio stava dando l’anima  a Dio. Tutti lo hanno visto. Tutti sono responsabili, anche quelli che non erano stati rinviati a giudizio. A cominciare dal Direttore che sapeva quanto il medico. E poi il Direttore parlo proprio con me quando mi mandò a fare in culo.

Il Direttore Sanitario, comunque, è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali, e al risarcimento danni in separata sede. Risarcimento danni noi non abbiamo chiesto una tot di somma, in quanto non c’è somma che possa ripagare me della perdita di un figlio, mia nuora della perdita di un compagno, i miei nipoti della perdita di un padre.

Io, insieme a mia nuora abbiamo vissuto i 25 giorni di calvario di mio figlio. Abbiamo visto con gli occhi, abbiamo toccato con mano. Tutti sapevano quello che stava succedendo a mio figlio. Tutti, a cominciare dal Direttore, fino all’ultimo gatto del carcere. Ognuno ha le sue responsabilità, ovviamente in maniera diversa, perché un Direttore non può fare il medico e un medico non può fare il Direttore, ma tutti sapevano.

Altra cosa grave. Il processo ha “considerato” il periodo che partiva dal 24 dicembre, la vigilia di Natale, fino al giorno della morte di mio figlio. Ovvero solo gli otto giorni finali.  Tutto il periodo antecedente, dal 5 al 24 dicembre, non è stato considerato. Loro hanno considerato il 24, quando mio figlio era arrivato ormai agli estremi. Tutto quello che è avvenuto prima non è stato preso in considerazione. Questo è stato giustificato dal fatto che fino al 24 non c’erano notizie nella cartella clinica di mio figlio. Non c’è scritta una parola di quello che è stato fatto a mio figlio. Se niente è stato scritto, niente è stato fatto. Ma come ci è arrivato mio figlio alle condizioni in cui era il 24? Io lo so che cosa è successo. Non è stato creduto nessuno che poteva aiutare a ricostruire la verità dei fatti. Non è stato creduto mio figlio. Non siamo stati creduti noi famigliari. Non è stato creduto il medico che avevamo mandato per visitarlo. Non sono stati creduti i legali che presentavano le istanze a raffica una dietro l’altra per poterlo portare in ospedale. Non è stato creduto nessuno. E questo perché? Sono domande a cui non ho avuto risposta. Questo è quello che avviene nelle carceri  italiane.

-Farete bene se vi appellerete. Questa vicenda merita che vi sia una riapertura delle indagini e che si ricominci da zero, facendo un processo vero e proprio e non un rito abbreviato. 

Assolutamente,Ora aspettiamo le motivazioni, perché senza le motivazioni è come parlare di aria fritta. Dobbiamo vedere tutto. Comunque, una condanna, se solo per 4 mesi, anche se ridicola, c’è stata. Alfredo, lo ripeto, a me non interessano i soldi. Ma forse mi potresti dire “se saranno condannati tuo figlio ritorna?”.. no mio figlio non ritorna comunque, ma perlomeno sono stati condannati gli assassini di mio figlio. Perché questo sono. Assassini. 

-Ricordo che quasi nessuno vi aveva dato voce..

E così è stato anche dopo. Noi abbiamo mandato email a tutte le trasmissioni possibili e immaginabili; proprio a tutte. Nessuno si è degnato nessuno anche solo di risponderci. A me non interessava niente dei cashet  delle trasmissioni; lo avrei tranquillamente rifiutato. A me non interessava la visibilità televisiva. Io volevo che l’Italia potesse sapere quello che succede nelle carceri italiane. Quello che è successo a mio figlio. Solo dalla trasmissione Pomeriggio Cinque, quella con Barbara D’Urso, ero stata chiamata. Avevo dato la mia disponibilità, ma, poi, non sono più stata ricontattata.

-La vostra battaglia continua..

Assolutamente.. tutto ciò che la legge mi consente di fare, io lo farò, fino all’ultimo respiro. Perché, l’ho detto. Io ho visto quello che hanno combinato a mio figlio. In questa storia Tutto è allucinante fin dall’inizio. Quando penso a tutte le cose che sono accadute, mi chiedo  “ma forse mio figlio è stato portato a Trani perché avevano deciso di farlo morire?”. E non le nascondo che sono tutti i santi momenti della giornata. Nessuno escluso.

L’Italia deve sapere quello che succede nelle carceri. Deve sapere quello che hanno fatto a mio figlio. Lo hanno fatto morire. Non è che è morto.. lo hanno fatto morire.. che è diverso.. Io ad oggi mi trovo a vedere due bambini senza un padre, io senza un figlio e il piccolino di cinque anni che ogni tanto piange e mi dice “Mi manca papà” e io cosa gli devo rispondere. Dai miei occhi non scendono più lacrime normali, vengono giù lacrime di sangue. La mia vita è distrutta. Io nell’animo sento di non avere più niente dentro. Mi è rimasta solo la rabbia. La rabbia di dovere andare avanti. Io vado avanti ormai con la rabbia.

La foto che ha aperto questo articolo e le foto che lo concludono, sono tra le foto che avevo allegato all’articolo che pubblicai il 3 marzo 2012. La foto di apertura mostro come Gregorio era prima di finire in carcere. Le foto che seguono mostrano  com’era dopo otto mesi di “trattamento” nel carcere di Trani.

 

gregorio2

gregorio3

gregorio7

In memoria di Pianosa… di Rosario Indelicato

41bis

Questo testo venne scritto alcuni anni fa. Da una delle persone che furono detenute nel supercarcere di Pianosa.

Una delle due supercarceri.. quella di Pianosa e quella dell’Asinara.. che fecero furore all’inizio degli anni 90 e che adesso qualcuno vorrebbe riaprire, dopo che, nel 1997, furono chiuse.

E che adesso qualcuno vorrebbe riaprire.

Quel qualcuno forse non sa, o non vuole sapere, cosa furono Pianosa e l’Asinara.

Ci eravamo già occupati di questa questione.

Questo di Rosario Indelicato è uno dei testi più emblematici in tal senso.

—————————————————————————————————————-

In memoria di Pianosa

(di Rosario Indelicato)

Grazie. Buonasera. Io sono stato arrestato nel 1992 a maggio. Mi trovavo nel carcere de l’Ucciardone, nella seconda sezione. Successero le stragi. Dopo l’ultima, ero ristretto nella seconda sezione con altri detenuti. Non avevo addirittura neanche l’associazione di stampo mafioso. La notte dopo la strage ci vengono a prendere alle tre di notte: “dobbiamo fare la perquisizione”, allora dico: “Mi devo preparare, devo prendere qualcosa?”. “No, no, vada nel cortile che dopo la perquisizione risalite tutti”. “Va bene”. Scendo addirittura con un paio di jeans e una camicia e mi buttano lì nel canile, perché così chiamano le celle di isolamento. Dopo tre ore cominciano ad arrivare carabinieri, polizia, finanza. “Ma cosa sta succedendo?”, penso. Ci caricano sopra ai blindati, ci portano all’aeroporto di Punta Raisi e da lì a Pisa. A Pisa con gli elicotteri militari. Ricordo un particolare, terrorizzato com’ero dalla visione del carcere che non avevo ancora fatto, un capitano dei carabinieri contava i detenuti ammanettati sull’elicottero con la pistola, così…: uno, due, tre, quattro, per comunicare agli altri quanti eravamo sull’elicottero.

Arrivati a Pianosa, c’era qualcuno di noi più vecchio che già immaginava cosa potesse succedere. Io, invece, ero ignaro. Sinceramente non avevo la cultura del carcere pesante. Comunque  ci portarono nelle celle, diciamo nella Grippa. Passò un giorno e l’indomani cominciò l’inferno. Di tutto: legnate, manganellate, acqua tirata, sputi, spinte, fatti cadere a terra. C’era di tutto e di più. Ricordo che si cercava di normalizzare la situazione facendo fare delle denunce ai propri famigliari. Ricordo che venne addirittura la Maiolo, venne Taradash, vennero altri politici ma durante il giorno della loro visita era tutto normale perché le guardie, dietro di loro, ci imponevano di stare zitti per cui nessuno, per timore, diceva cosa ci facevano. La cosa durò per mesi. Io lì ce ne feci cinque anni un mese e venti giorni proprio contati. Io ho brutti ricordi, brutti ricordi e dico solo che la violenza è generatrice di violenza e se ad una persona tu levi la libertà, le levi tutto e non c’è più bisogno di usare violenza su quella persona che magari si vuole riscattare, ma ancor di più quando la persona viene infangata nell’onorabilità come è nel caso di molti siciliani, di molte persone. Lasciamo stare queste cose che poi ne sono uscito a testa alta da tutti i processi. Il discorso invece è un altro. Lo Stato che si è prestato a queste direttive che trovo vergognose. Mi devono spiegare perché su di me si è fatto un crimine perché per questo crimine non sta pagando nessuno, anche se ho denunciato gli artefici di questi abusi. Volevo rispondere al Dottor Palma della commissione europea che in Italia pur avendoli condannati, non hanno espiato un giorno di pena e si ritrovano attualmente a lavorare all’interno del carcere, per cui, dico io, non cambia niente. In Spagna e in Italia le cose non cambiano, tanto è vero che poi non c’è stato più luogo a procedere. Per quattro denti mi hanno portato dal dentista e questo dentista, seduto là, fece. “togliete le manette al detenuto”. “No, no, operi così”. “Guardi che deve anche sciacquarsi”. “No, no, operi così e basta, stia zitto”.

E allora si misero in sette otto di loro, chi con le pinze chi con lo scalpello, con gli arnesi diciamo per tirare il dente perché questo medico ha avuto paura e questo è nella mia denuncia. Questo medico ebbe paura e allora diete luogo a sistemare il dente, ma comunque non capì quello che stava facendo, tanto è vero che ha  rovinato quello buono e lasciato quello cattivo. Alla fine mi ha detto: “Fra 15 giorni ci vediamo e completiamo il lavoro”, ma vidi che era più terrorizzato di me. Quindi venni messo sul blindato (andavamo fuori dalla sezione Agrippa, ci portavano in un carcere dove c’erano gli ergastolani che però andavano a lavorare fuori), messo sul blindato e venni massacrato. Questo il 22 dicembre 1992. Ero stato portato lì il 20 di luglio. Figuratevi quello che avevo passato.

Mi portarono in cella, massacrato. Passarono 3 giorni, arrivò Natale e mi portano patate bollite con la pasta condita con la margarina fredda, tutte cose appiccicate. Presi le paste e le buttai –tant’è vero che i primi mesi persi 16 chili- buttai la pasta, non volli mangiare andai a letto. Dopo, il 27 mi vennero a prendere. Ogni volta non volevamo uscire dalla cella per non prendere legnate. Sistematicamente tutte le volte c’era la perquisizione corporale, dovevamo fare piegamenti perché dovevano vedere se eventualmente si nascondesse qualcosa nelle parti intime. Dovevamo aprire la bocca, ci infilavano le dita nelle orecchie, tutto quello che potevano… Ma sicuramente dovevano esserci le istruzioni, le direttive di qualche psicologo o psichiatra, perché non erano persone intelligenti quelle che si adoperavano a fare queste cose, per cui le direttive dovevano esserci dall’alto.

Il 27 dicembre, come dicevo, mi portarono dal comandante e il comandante guardò i miei mandati di cattura, già ne avevo tre, e disse: “Guardi che lei ha una brutta posizione”. Io, sempre con la testa bassa, con le guardie dietro, davanti, risposi: “Guardi che la cosa non mi tocca se lei pensa così, perché lei sui di me non può dare nessun giudizio, questo lasciamolo decidere ad un tribunale e vedrà che la mia onorabilità verrà pulita nuovamente, non infangata come in questo momento”. Il Direttore: “Ma lei vuole andare a casa?”. “No, no, io a casa non ci voglio andare, io le chiedo solamente di finirla con questa vessazioni, queste legnate, queste torture, queste cose. Guardi che io a casa ci andrò a tempo debito2. Lui non fece nessun cenno e disse: “Può andare”. Quando mi girai e già stavo uscendo dalla porta seguito dagli… diciamo aguzzini, non li voglio neanche chiamare guardie per non infangare chi veramente fa questo lavoro con rispetto verso l’umanità, il Direttore mi disse: “Sa Indelicato se ha ricevuto minacce a casa…?”. Risposi: “Son 13 mesi che non faccio colloqui. Sa perché non faccio colloqui? Perché mia moglie, ogni volta che viene qua, viene vessata più di me, perché deve passare le perquisizioni corporali, deve fare i piegamenti, deve fare tutto. Mia moglie che non c’entra niente, i miei figli che non c’entrano niente con queste torture. E allora io, siccome sono stato scelto come agnello sacrificale, preferisco subirle io, per cui qua colloqui non ne faccio. Quindi lei sa meglio di me se io, visto che c’è la censura, posso ricevere informazioni in merito a quello che mi sta dicendo. Se così è e hanno fatto questo abuso…”.

Perché, che cosa fece questo direttore? Mi chiese se avevo ricevuto minacce a casa, tipo incendi, cose varie. Ma io ovviamente non lo potevo sapere. Me ne sono andato. Però questo pallino, questa idea mi rimase in testa. Quella era una mossa psicologica, perché loro ti smontavano, volevano creare il pentito. Questa è la realtà. E questo hanno fatto, perché ci sono state persone che si sono pentite e persone che si sono pure uccise. E persone che, forse la dico grossa, le hanno costrette o le hanno proprio uccise loro, perché uno non può tacere su quello che vedeva.

Per cui andai in cella e cominciò tutta ‘sta trafila. Era il 27 dicembre e non ricevevo neanche la posta, mi avevano bloccato tutto. Feci il telegramma perché volevo che venisse l’avvocato. E il telegramma non partiva. La risposta non arrivò, perché il telegramma non partiva. Comunque sto due mesi malissimo, proprio non ci stavo più con la testa. Poi ci fu un detenuto della mia sezione che andò al colloquio e lo pregai di chiedere che il suo avvocato si mettesse in contatto con il mio per vedere se poteva venire e darmi delucidazioni in merito a quello che mi avevano detto. E venne. Mi disse: “No guardi, tutto a posto, tranquillo”. Dissi: “Va beh, ho capito”. Si trattava di un altro tipo di tortura. Ma al pomeriggio mi portarono tutta la posta che era un bel po’ di lettere, di telegrammi, di auguri di amici, fratelli e così via.

Le altre torture erano: uscivo dalla cella, si doveva correre per circa… il primo braccio – io mi trovavo alla nona -, il primo braccio era 15 metri, c’erano altri 15 metri per arrivare al cancello dell’aria e lì, sistematicamente, si mettevano 20 di loro, o 15, o 30, dipende da chi voleva partecipare al gioco. Allora ci facevano levare le scarpe, ce le facevano buttare a terra, ci facevano la perquisizione, poi andavamo a prendere le scarpe e qualcuno dava una pedata. Andavamo a prendere le scarpe e chi ci metteva la manganellata, chi la pedata, chi la spinta, chi ci sputava, chi ci buttava l’acqua; si scivolava nella curva ed erano botte nuovamente. In una di queste tante  giornate passate così, ci fu una guardia che mi disse “Lei quando esce all’aria, quando esce dalla cella non deve correre. “Guardi, io non lo capisco se corro, se ho corso, perché non ho più cognizione di causa di capire quello che faccio”. “No, lei non deve correre. Prego si accomodi”. Apre il cancello, quello di dietro mi mette una pedata nella schiena, cado all’interno dell’aria, lui chiude il cancello e mi incastra il ginocchio destro che poi mi sono operato una volta finito lì, diciamo la pena, la situazione. Comunque, questa fu una delle tante.

Un’altra fu che nella perquisizione ci fu uno che fece un atto eroico e io non so come ringraziarlo. Prese lo scroto e lo tirò talmente forte che mi staccò una vena all’interno. Caddi a terra e lì ci fu un altro pestaggio. Mi alzai ma non poteva fare più niente: ero una noce dentro un sacco, non potevo parlare, perché il fatto che avessi il processo a Marsala mi comportava che loro mi trasferivano e dalla relazione volevano che arrivasse il chiaro di tutto, che io non parlavo con nessuno, che non facevo nessuna denuncia, sennò erano problemi seri.

Ritornai lì e comunque persisteva sempre questo stato di cose: trovai vetro nella pasta, trovai detersivo nella pasta, trovai un preservativo nella pasta, presi sputi in faccia nella notte quando mi venivano a svegliare. Andavo allo spioncino a chiedere che volessero e, nel momento in cui mi affacciavo, mi dicevano: “Come si saluta’”. Dicevo: “Buona notte…”. “Come si saluta’”. Dicevo: “Buona notte…” e seguiva lo sputo: “Buona notte signore”. Allora dicevo: “Buona notte signore”. Andavo a letto e non spegnevano più la luce per cui le zanzare facevano festa.

Poi un giorno ebbi delle coliche renali, mi presero, avevo bisogno del medico, mi ci portarono, e mi prescrisse che dovevo bere tre litri d’acqua al giorno. E loro cos’hanno fatto? Mi hanno preso, mi hanno portato nelle celle d’isolamento, mi hanno dato un litro d’acqua al giorno. Mi piegavo per il dolore perché non resistevo a stare in piedi e non appena mi abbassavo veniva qualcuno di loro e mi diceva: “Alzati, devi stare in piedi se no… non c’è neanche gioia a vederti abbassato che ti attutisti il dolore”. Nel mentre lui andava via, mi riabbassavo perché questo stiramento mi faceva stare un tantino meglio. Queste sono state alcune delle migliaia e migliaia e migliaia di situazioni che mi sono capitate nella detenzione a Pianosa.

Ricordo che una volta dovevo andare al colloquio, allora loro mi vennero a prendere all’aria e mi hanno detto: “Lei deve andare al colloquio”.”Io qua sono, pronto”. Non ci avevo niente. Non ci avevano fatto prendere niente a Palermo. Dicono: “Vada in cella, che poi la veniamo a prendere”. Va bene, vado in cella, esco dalla cella, mi metto le mani al muro che mi dovevano fare la perquisizione, perché questa perquisizione prima era fatta manualmente e poi ti dovevano passare al metal detector. Passo questa perquisizione e uno mi fa: “Ma lei, quando esce dalla cella – ci eravamo visti un minuto prima- come dice? Non saluta?”. “Ho detto buongiorno poco fa quando sono uscito, poi mi siete venuti a prendere, vi ho salutato, sono entrato in cella e vi ho risalutato, sono qua, vi ho detto buongiorno”. “No, no, no. Come si dice?”. A me il “buongiorno signore” non mi usciva, non ce la facevo. Quel “buongiorno signore” non mi usciva e io, sistematicamente prendevo le legnate. “Vi ho detto buongiorno” ripetei, sempre con le mani al muro e allora, da sotto le bracci che tenevo alzate, mi arrivò un pugno qui, nell’occhio. Io ho fatto il pugile da professionista e lo so quello che significa prendere le botte, ma quante ne ho prese lì… manco in vent’anni di pugilato ho preso tutti i pugni che ho preso lì. Va bene. Mi si gonfia l’occhio. Vengono a maniche nude con le unghie sporche, perché quelle erano sporche, perché molti erano anche sardi, napoletani . Mi prendono…

Non sono un razzista però queste persone mi ricordo essere più umane.

Mi prendono uno per un braccio e uno per l’altro, stringono forte e mi entrano le unghie nelle carni, comincia a sanguinare il braccio, mi portano nella saletta, mi fanno rispogliare, mi rivesto e mi ripresento al grande pubblico che erano mio fratello e mia moglie. La situazione è stata disastrosa, io non riuscivo manco a contenere la rabbia, avevo paura di qualche reazione scomposta di mio fratello, anche se solo uno sguardo potesse nuocere a loro, allora dissi: “State calmi, non è successo niente, state tranquilli che piano piano ci rimettiamo”.

In questo modo loro facevano capire ai famigliari… C’era qualche famigliare che diceva: “Ma se tu hai qualcosa da raccontare, la racconti e te ne esci”. Cioè cercavano di fare pressione sui famigliari affinché a loro volta la facessero a noi. Comunque ho fatto colloqui di due minuti: ti portavano là e poi: “Signora si deve preparare perché il mare si sta mettendo brutto, deve partire”. “Ma guardi che sono arrivata ora…”. “Signora non insista, prego si accomodi . Due volte me l’hanno fatta questa discussione. Un minuto… Ogni volta mi costava tre milioni fare venire per un colloquio, uno al mese.

Io, una cosa mi ricordo, ecco perché la voglio porre all’attenzione: non sono tutti così i sardi, però ce n’era uno in particolare che… Gianluca Valletta. Abbiamo fatto n processo e non l’hanno manco condannato, cioè l’hanno condannato ma non ha neanche scontato la pena. Questo ogni volta che arrivava con il carrello nella sezione diceva: “Forza porci, da che si mangia, dai che si mangia. Affacciatevi tutti, porci”. Andavo per prendere il pane e “Levati di mezzo”. “Ma il pane me lo devi dare”. “Togliti”. Mi toglievo e me lo buttava a terra, e dovevo raccogliere il pane… 

Un’altra cosa che mi ricordo e me la ricordo perché… crdetemi ne sono passati di anni  però sono cose che non riesco a cancellare. Il fatto era che lavavi la cella, il giorno, la mattina, tutto bello e sistemato perché  per un detenuto occupare il tempo, lavare qualcosa, lavare qualche indumento, lavare la cella, fare le pulizie significa non oziare, occupare il tempo e non pensare a come ti va a finire, a quanti anni hai da scontare… Lavai la cella la mattina, rientrai dall’ora d’aria che erano le 11.00, presero un prodotto, non so cosa, lo buttarono dentro, gli occhi mi bruciavano e mi fecero: “Era sporca, comincia a ripulire la cella”. Ma questo capitava…

Dentro le docce, dentro le docce era che s’entrava come mandrie, come i tori quando passano attraverso… (anche perché ci chiamavano così), attraverso il valico. Avevamo il tempo di bagnarci, insaponarci e loro chiudevano l’acqua: “Fuori, avanti un altro… avanti un altro”. Gente anziana che soffriva di queste cose. Chi scivolava. Insomma, sono tante le cose… Non riesco a delineare tutto e a raccontare, ma c’è da parlare pure molto di quanta cattiveria c’è all’interno. Si sono fatti dei crimini che non hanno una giustificazione.

Credetemi, io da incensurato non dovevo essere portato lì a Pianosa: che c’entro io a Pianosa e che c’entra quello che ha la pena definitiva? Se il carcere deve essere rieducativo non c’entra nulla la repressione. Ma con chi la fanno la repressione? Con quelli che sono dentro e che non si possono nemmeno difendere?

Io ho avuto come avvocato in Cassazione l’onorevole Alfredo Biondi che venne qui a Piombino per presentare l’appello in Cassazione e disse a mia moglie: “Signora guardi che suo marito lì non ci può stare, suo marito è un semplice indagato e lì non ci può stare, vedrà che le cose cambieranno”. Per undici volte ho avuto rinnovato il 41 bis, il dottor Margara, ogni volta che me lo rinnovavano e io mi appellavo, il tempo di arrivare le carte a lui e mi facevano la traduzione qui nel carcere di Sollicciano, e arrivava nuovamente la carta che me lo rinnovavano. Ma come? Io non ero mai stato in carcere, non avevo mai avuto sequestri di beni, non ero stato nemmeno sottoposto a vigilanza. Il guardasigilli… Io avevo passato tutte queste cose mentre ero un semplice incensurato, perché alla fine si evince che “il soggetto non collabora”. Ma che devo dire, che volete sapere di me che io non so? Vi rendete conto di come viene amministrata la giustizia? Alla fine la giustizia viene amministrata da gente che non ne è degna?

Vi ringrazio.

(…..)

Ricordo che feci un colloquio e volli vedere mia figlia dopo 16 mesi, una bambina di appena 6 anni. Allora mia moglie la preparò e la portò. Io avevo il processo a Termini Imerese. Ero arrivato a Termini Imerese da qualche giorno in traduzione da Pianosa, smagrito. Feci subito la domandina e feci un telegramma chiedendo a mia moglie di portare la bambina che la volevo vedere. Il giorno del colloquio andai nella saletta per due posti, e c’era anche Pippo Calò. Entrai e vidi che c’erano mia moglie e mia madre. Chiesi dove fosse mia figlia. Mia moglie disse: “E’ qui sotto, nascosta”. C’era il muretto  e poi tutto il vetro fino al soffitto; allora mia figlia salta su per farmi uno scherzo, mi vede e si aggrappa a mia moglie e comincia a piangere: “Portami via, questo non è papà, non è il mio papà”, a gridare, a piangere. Ho detto loro di andarsene per non rovinare il colloquio all’altra persona che era nella saletta e che aspettava come me questo momento. 

Perché si perdeva tantissimo tempo prima dei colloqui e nelle traduzioni. Nelle traduzioni pensi che arrivi là, poi ti rimandano su, poi ti dicono che lo faranno da un’altra parte, poi rimandano il processo. I soldi li bruciavano così nelle traduzioni, io non capisco il perché. Dovevo stare un giorno lì, una settimana, per poi ridiscendermi un’altra volta a Palermo. Cose assurde, nondimento era questa la situazione che si veniva a creare anche con i famigliari. (Questo secondo me è da togliere, perché qui non si tratta di un appendice su tutte le tematiche carcerarie, come il problema delle traduzioni, ecc.) Mia figlia la lasciai a 3 anni e la trovai più grande e non ho più intrattenuto un rapporto con lei perché la bambina nella sua crescita avrebbe avuto bisogno di un padre, di una sicurezza che le è venuta a mancare. Ormai è sposata e abbiamo un altro tipo di rapporto, ma quella mancanza le è pesata e grazie alle istituzioni che me l’hanno vietata, che mi hanno vietato di vederla, di toccarla, di abbracciarla, ho perso la sua infanzia, non ho potuto crescerla, volerle bene, esserle vicino quando era bambina. .

(…)

Il piatto veniva lavato con il Cif, quello con il quale si pulisce il bagno. Con il Cif in polvere noi ci lavavamo i piatti dove mettevamo la pasta.

 

 

Ercolano, il giudice dice basta alla tortura… di Maria Brucale

quarantunobis

La nostra Maria Brucale, il bravo e coraggioso avvocato col quale da qualche tempo stiamo percorrendo un viaggio nel (non) mondo del 41 bis, ci ha inviato questo testo che è stato anche pubblicato sul quotidiano “Il Garantista”del 26 settembre.

Aldo Ercolano è un detenuto che per due volte ha avuto attribuito il 41 bis e per due volte i Tribunali di Sorveglianza glielo avevano revocato.

Sotto il clamore mediatico di un giustizialismo montato ad arte succeduto alla seconda revoca, il Ministero aveva riattribuito per la terza volta la misura del 41 bis ad Ercolano. 

Per la terza volta, però, è intervenuta la magistratura (il Tribunale di Sorveglianza di Roma) per revocare una misura che ormai, nel caso di Ercolano, è considerata infondata da un pezzo.

Complimenti a quei giudici che ancora ricordano cos’è il diritto e a quegli avvocati come Maria Brucale che non hanno timore delle battaglie scomode.

—————————————————————————————–

Una estenuante battaglia difensiva sembra essersi finalmente conclusa con la revoca del regime del 41 bis dell’ordinamento penitenziario ad Aldo Ercolano da parte del Tribunale di Sorveglianza di Roma.

Manifesta soddisfazione il difensore, avvocato Piera Farina: “E’ la terza volta che Ercolano approda alla revoca che, pur confermata dalla Corte di Cassazione, veniva sistematicamente vanificata da un provvedimento di rinnovata applicazione emesso dal ministero della giustizia a dispregio vistoso della normativa di riferimento perché del tutto mancante di elementi di novità atti a sovvertire la decisione dei magistrati”. In sostanza, la magistratura vagliava, nell’esercizio del suo potere – dovere di controllo dell’operato della pubblica amministrazione, il decreto che stabiliva il carcere duro per Ercolano, ne riteneva l’illegittimità e il ministero della giustizia, solo in astratto – a quanto pare – vincolato al controllo da parte dell’organo giudicante, ripristinava la detenzione restrittiva.

Ma ciò che appare inquietante è la genesi dell’ultima applicazione al detenuto della carcerazione speciale. Dopo ben due anni dalla precedente revoca, esplode agli onori delle cronache la notizia che Aldo Ercolano non è più in 41 bis. Contestualmente si palesa la preoccupazione di alcuni esponenti politici per il pericolo insito nella restituzione ad una carcerazione ordinaria di un boss come Aldo Ercolano, ergastolano, nipote di Nitto Santapaola.

Lo stato di allerta rimbalza su tutte le testate giornalistiche fino all’annuncio di Orlando del rinnovo del decreto che applica a Ercolano il carcere di rigore, il 41 bis.

Il sentire collettivo viene armato di sdegno dal clamore mediatico, il clima del terrore è fomentato, il pubblico è pago, il cattivo c’è e soffre. La legge sepolta ma a chi importa?

Eppure, successivamente alla revoca del 2011, Ercolano, trasferito presso la Casa Circondariale di Sulmona, aveva immediatamente iniziato un percorso rieducativo. Si era iscritto all’istituto agrario ove aveva conseguito la promozione al IV anno; aveva partecipato ai corsi di lettura e di apicoltura. Aveva, dunque – pur sempre ristretto in un regime protetto quale quello dell’alta sicurezza – mosso i primi passi, dopo molti anni di carcere – Ercolano è detenuto dal 1994 – verso il recupero di una vita palesando la volontà di compiere un percorso di cambiamento dapprima negatogli a causa della diuturna sottoposizione al regime di cui all’art. 41 bis.

Ma un condannato per mafia può essere rieducato e restituito alla società? La Costituzione lo impone, la legge ordinaria sembra darle ragione, la pratica si frappone in modo distonico e disinteressato all’una e all’altra.

Eppure la Corte Europea ricorda all’Italia di continuo che la soggezione al 41 bis è misura emergenziale che mantiene la propria legittimità ove si ponga come necessità a rispondere ad un pericolo attuale e concreto per la sicurezza pubblica, attualità che deve essere ancorata ad elementi specifici e non può asetticamente derivare dalla pregressa condanna subita da un soggetto per fatti di particolare gravità. La sospensione delle regole del trattamento penitenziario – quello volto al recupero del detenuto ed alla sua riammissione nella collettività – deve, infatti – pena la stridente violazione dei principi fondamentali stabiliti dalla Costituzione – essere circoscritta nel tempo e preludere alla restituzione del ristretto ad un circuito detentivo ordinario.

Nel caso di specie, il giudizio dei magistrati ormai cristallizzato perché irrevocabile, era stato sovvertito da un’ipotesi di pericolosità nella sostanza radicata alle vicende giudiziarie che avevano visto Ercolano imputato e condannato senza l’apporto di un solo elemento che ne comprovasse una rinnovata pericolosità. “Una persecuzione immotivata – afferma l’avv. Farina – nei confronti di un soggetto che sta pagando con la lunga detenzione i reati per i quali è stato condannato; persecuzione e soggezione a tortura immotivate se si pensa che in venti anni dal suo arresto non gli sono stati attribuiti reati commessi in costanza di detenzione”.

E di tortura si tratta, perché il regime di cui all’art. 41 bis impone al detenuto prescrizioni e restrizioni che rendono la carcerazione all’evidenza inumana e degradante tanto più se tale condizione, temporanea per sua essenza, viene prorogata sine die. In 41 bis il detenuto trascorre 22 ore nella propria cella. Ha un’ora d’aria in uno spazio rettangolare e angusto sotto uno spicchio di cielo senza riparo dal sole e dalla pioggia. Non può studiare perché gli è precluso l’acquisto di libri di testo dall’esterno del carcere. Non può, salvo rarissime eccezioni, lavorare perché ciò lo porrebbe in contatto con altri detenuti nel girone dei cattivissimi. Può incontrare i propri familiari per un’ora al mese in locali infimi di ferro e vetro; vederli attraverso un pannello divisore; parlare loro attraverso un microfono. Può tenere tra le braccia i suoi figli se minori di anni dodici per la durata del colloquio ma gli adulti presenti devono essere allontanati. Riceve e invia corrispondenza attraverso l’ufficio censura e soggiace a tempi di attesa infiniti e indefiniti. Dopo venti anni di carcere Aldo Ercolano è riammesso ad aspirare al recupero sociale. Così hanno voluto, per la terza volta, i giudici che hanno  ritenuto illegittimo il decreto che ne stabiliva la soggezione al carcere duro, sperando che i media e chi li agita siano d’accordo.

 

Navigazione articolo