Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Tanti punti interrogativi su un doloroso problema mai affrontato… di Fabio Falbo

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Pubblichiamo oggi un’altro dei testi di riflessione del nostro Fabio Falbo, detenuto a Rebibbia.

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Sulla cultura del pregiudizio sul giudicato per coloro che scontano la condanna in carcere.

Il punto di domanda è questo: perché se il giudicato penale può essere rivisto tramite l’istituto della revisione, la persona detenuta deve essere considerata sempre colpevole?

In una società culturalmente avanzata il pregiudizio sarebbe semmai neutro, nel senso che non ci sarebbe una etichettatura di colpevolezza, ma una presa d’atto: “sei in carcere e per questo forse hai bisogno di aiuto”.

Parlando di aiuto saremmo imparziali senza essere buonisti, ma realisti.

Infatti, se la condanna inflitta può essere revisionata senza limiti di tempo a venire, “salvo nei casi di flagranza di reato”, una società colta e attenta non parlerebbe in termini di colpevolezza, ma di condanna.

Piuttosto che dire “Tizio” è colpevole perché ha avuto una condanna penale, si dovrebbe dire che Tizio è stato semplicemente condannato.

Io che studio giurisprudenza e non sono un dotto e luminare della materia colgo immediatamente la differenza tra queste due impostazioni linguistiche nonché culturali.

Chiarisco la questione aperta in questi termini: se “Tizio” fosse veramente colpevole con un grado di certezza acclarata, per lui non potrebbe e non dovrebbe esserci possibilità di revisionare il suo giudicato, ma siccome la Legge stabilisce che tutti i giudicati possono essere revisionati, quindi anche quello di Tizio, se ne deduce che è irragionevole utilizzare la parola colpevole per chiunque subisca una condanna.

Convinto della fondatezza della tesi qui prospettata, faccio un ultimo passo in avanti proponendo la domanda: alla luce della mia tesi si può ancora parlare di “riabilitazione e rieducazione”? In questa società ci sono certe regole, certi pregiudizi come quello di additare la figura del detenuto quale “colpevole e questo a tutti i costi”. Quello che non è in sintonia con questa mentalità colpevolista sembra anormale, come anormale sembra porsi domande, nonostante la dolorosità del tema: la fallibilità delle condanne penali. 

Domande che mi pongo anche io da studente in giurisprudenza, senza trovare risposte. Sarà forse per una mia sbadataggine o disattenzione nello studiare?

A tal proposito deve segnalarsi il paradosso del nostro ordinamento di volere pretendere dal condannato, quando egli è innocente, un proficuo percorso di rieducazione e riabilitazione sul fatto per cui ha riportato condanna, accettando però allo stesso tempo la fallibilità delle condanne penali: con l’istituto della revisione, infatti, si ammette implicitamente -e in giurisprudenza anche esplicitamente- la possibile erroneità delle decisioni processuali, anche se definitive, per non elencare le tante ingiuste detenzioni che il nostro Stato di Diritto deve risarcire ogni anno.

In questi casi -ovviamente da considerarsi limite per persone di buon senso- si potrebbe dunque creare l’evidente paradosso per cui, un detenuto condannato innocente, oggetto di errore processuale impossibile da dimostrare attraverso un procedimento di revisione, non potrebbe mai accedere ai benefici penitenziari, in quanto non avrebbe la possibilità né di collaborare, né di dimostrare le ragioni della inesigibilità o irrilevanza della collaborazione, se non ululando vanamente la sua incolpevolezza. 

Senza considerare tutti gli elementi sottratti alla scelta del detenuto, e come tali aleatori nell’indicare al condannato innocente una soglia di pena ingiusta cui poter effettivamente sottoporre il suo percorso rieducativo  la sua condanna, al vaglio di una possibile riduzione o messa in libertà. 

La normativa nazionale, così analizzata e riassunta, palesa dunque l’esigenza di restituire alla Magistratura di Sorveglianza, la possibilità di valutare se esistano, nel percorso detentivo di ogni detenuto, anche condannato innocente, lo scindere quella che è la verità processuale da quella che è la verità “reale non avuta”. Elementi specifici che possono giustificare un tamponamento all’ingiustizia subita, ma anche in questo modo non si può parlare di avvenuta rieducazione e/o riabilitazione.

Io infatti, con la cultura giuridica posta in essere, ho certamente realizzato, nel corso della detenzione, un proficuo percorso di cultura che certamente non può essere definito con la locuzione rieducazione e/o riabilitazione.

Roma Rebibbia

Fabio Falbo

Dipingere la morte, dipingere la vita… di Francesca De Carolis

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Questo pezzo della nostra Francesca De Carolis non parla esattamente di carcere.

Ma è quel genere di brani che sono in profonda sintonia con l’anima di questo Blog ed inoltre è scritto magnificamente.

Per cui lo condividiamo, anche su questo blog, con grande piacere.

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Giorno della memoria… torno, permettete, sullo sterminio degli altri, di quelli di cui raramente si parla. Il genocidio di sinti e rom, Porrajmos, “grande devastazione”, in lingua romanì.
C’è un libro nel quale inciampai tempo fa. Un libro che trasmette tremore fin dal titolo: “Forse sogno di vivere”. Ma è il sottotitolo che, così, semplice e didascalico, apre le porte sullo strazio della storia: una bambina rom a Bergen-Belsen. Un libro da avere fra le mani. E’ stato pubblicato una decina d’anni fa in Italia da Giuntina nella collana Schulim Vogelmann.
E’ rievocata, la bambina che è stata, da Ceija Stojka, che era nata del 1933 in un paesino della Stiria, che fu deportata a Bergen-Belsen con la madre quando aveva undici anni, e che cinquant’anni dopo racconta, ritrovando lo sguardo e le parole della bambina di allora. Le parole dello stupore di fronte a una quotidianità fatta di violenze, di fame, di tormento, di immagini di morte che si fa fatica a immaginare. Stupore rimasto intatto, più di mezzo secolo dopo, perché: “mi volto, dice, e sono ancora lì”. (…)
Non c’è traccia di odio nel racconto. Semplicemente un narrare lucido e ostinato, per chiedersi e chiedere, ancora: come è stato possibile? E testimoniare la volontà di vita. Sono pagine di una cantatrice, che come in un lamento senza lamento culla il ricordo di quei giorni, di lei, della sua mamma…
Ascoltate: “La cosa peggiore per noi era l’arrivo dei treni alle tre di notte. Senti quello stridore di freni e senti come camminano gli esseri umani, come vengono incalzati dai kapò e dai soldati coi cani. I cani guaiscono, il rumore sale fino al cielo. Poi senti come i loro vestiti strisciano sul terreno, come si preparano per entrare nel crematorio. Poi, per un po’, non senti più niente. Poi c’è solo silenzio, capisci? E poi, all’improvviso, soffia un alito di vento e l’odore penetra nella baracca. E mia madre ha sempre detto: – Tra gli ebrei ci sono sicuramente pure rom. Dove saranno le tue nonne?”
Ancora: “Spesso la mamma mi ha detto:- Se vuoi morire Ceija è semplicissimo. Ci sdraiamo, siamo così stanche che ci addormenteremo facilmente e dormendo ce ne andremo. Non abbiamo bisogno d’altro, bambina mia. Ma poi non vedrai più né Mongo, né Karli, non la Mizzi né Kathi, che forse però saranno ancora vivi! Forse!- In quel momento è nata la tua forza di volontà e hai guardato dove fosse un po’ d’ortica, dove sul mio albero fosse spuntata una foglia”.
Un po’ d’ortica, qualche foglia da mangiare… Ritrovando dentro di sé, ho immaginato, la memoria di quando gli zingari avevano le ali, e per vivere non dovevano mendicare e rubacchiare. Di quando volavano con gli altri uccelli, e quel che mangiavano gli uccelli mangiavano anche loro. Questo oggi non lo ricorda più nessuno, ma è storia di cui sono certa. Ne ho letto in un libro di quel fantastico viaggiatore nella storia di popoli che fu Charles Leland, “Magia degli zingari”, di cui pure vi leggerei qualche pagina, ma che ora non ho perché l’ho regalato a Francesco, un giovane rom che in carcere, nelle letture, sta cercando le tracce della sua storia.
Dunque, una bambina a Bergen-Belsen. In attesa che in qualche modo la mamma cuocia l’unica patata, Ceija va a fare un giro… “ecco il mucchio dei morti, la montagna, e ci passeggio attorno come un topolino. Sto in mezzo ai cadaveri, guardandone uno capovolto, oppure uno girato come si deve. Semplicemente come si deve”. Racconta, cinquant’anni dopo, Ceija Stoica. Ancora stupita, sembra, di essere viva. Dopo tanto convivere con la morte.
Ceija Stojka è morta tra il 28 e il 29 gennaio di tre anni fa, a 79 anni. Mi colpì moltissimo quel suo racconto, e la forza del suo narrare, che a tratti ho letto e riletto. Cercando ancora tracce di lei, che è poi vissuta a Vienna facendo la venditrice ambulante, e che è stata pittrice e musicista, e ha scritto poesie e racconti in lingua rom e attraverso le sue opere ancora ha testimoniato quella terribile esperienza, lei che in un’intervista aveva detto “In ogni momento della mia vita ricordo Auschwitz”. Ammonendo: Auschwitz non è morto, ha detto, sta solo dormendo. E i suoi dipinti sono ricordo del tempo della morte, che è cosa che sempre rimane nell’anima.
Quadri, che sono retate a spezzare la vita libera fra i boschi, che sono treni di morte in viaggio verso un orizzonte bruciato di fuoco, che sono l’ombra di sua madre fra ghiaccio e filo spinato, e corpi e capanne e camini di fumo…
Ma sono anche, i suoi dipinti, colori vibranti vita. Perché Ceija è sempre rimasta la bambina che “mamma, quando uscirò di qui facciamoci un bel vestito! Un vestito arcobaleno!”. “Ah!, vuoi dire un vestito come quello che ti ha fatto tuo padre col tessuto di quel vecchio ombrello”. “Certo,- ho detto- voglio averne uno proprio uguale”.
Pensando allo sterminio dei rom. Di cui troppo poco vogliamo sapere. Pagina della storia di un popolo che, ha ricordato Moni Ovaidia quando l’ha proposto per il Nobel per la pace, non ha mai fatto la guerra a nessun altro popolo.

Volume “Ergastolani senza scampo” di C. Musumeci e A. Pugiotto

           penitenziario

Nel discorso pubblico si ripete, monotona, la convinzione che in Italia l’ergastolo non esiste e che i condannati al carcere a vita, prima o poi, escono tutti di galera. La realtà rivela, invece, un dato esattamente capovolto: attualmente sono 1.619 i condannati alla pena perpetua e, di questi, 1.174 (pari al 72,5% del totale) sono ergastolani ostativi, ai sensi dell’art. 4-bisdell’ordinamento penitenziario.

            Sconosciuto ai più, l’ergastolo ostativo è una pena destinata a coincidere, nella sua durata, con l’intera vita del condannato e, nelle sue modalità, con una detenzione integralmente intramuraria. Una pena perpetua e immutabile cui è possibile sottrarsi solo collaborando utilmente con la giustizia.

            Il presente volume, nella sua Parte I (scritta da Carmelo Musumeci) narra con autenticità la giornata sempre uguale di un ergastolano senza scampo, scandita nei suoi ritmi esteriori e interiori – alba, mattino, pomeriggio, sera, notte – costringendo il lettore a immaginare l’inimmaginabile. Nella sua Parte II (scritta da Andrea Pugiotto), ripercorre criticamente la trama normativa dell’ergastolo ostativo, argomentandone i tanti profili di illegittimità costituzionale e convenzionale, in serrata dialettica con la giurisprudenza delle Corti, costituzionale e di Cassazione, ad oggi persuase del contrario.

            Il volume è impreziosito dall’eloquente Prefazione del Presidente Emerito della Corte costituzionale Gaetano Silvestri, che rilegge il regime dell’art. 4-bis o.p. alla luce del principio supremo di dignità della persona. L’Appendice (curata da Davide Galliani) illustra i risultati di un’inedita ricerca empirica condotta tra circa 250 ergastolani, finalizzata a rilevare le materiali condizioni di salute, fisica e psichica, derivanti da un regime detentivo perpetuo, esclusivamente intramurario, frequentemente declinato nelle forme del c.d. carcere duro (ex art. 41-bis o.p.).

            Il volume (quarto della collana Diritto penitenziario e Costituzione, nata dall’esperienza dell’omonimo Master promosso da Dipartimento di Giurisprudenza dell’ateneo di Roma Tre) è il risultato del primo progetto di ricerca UE dedicato al regime dell’ergastolo nel contesto europeo (www.lifeimprisonment.eu)

Sulla collaborazione (seconda parte)… di Pierdonato Zito

Ipocrisia

Pubblico oggi la seconda parte del saggio sulla collaborazione scritto dal nostro Pierdonato Zito.

Prima di lasciarvi alla lettura del testo di Pierdonato, riporto la premessa che ho fatto alla pubblicazione della prima parte:

“Una domanda eterna che viene fatta all’ergastolano ostativo è “se collaborando verrebbe meno l’ostatività, ma perché non collabori?”… 

Ci siamo già occupati in varie occasioni di tutta la problematicità che grava sul concetto di “collaborazione”, nel mondo dell’ostatività.

Il nostro Pierdonato Zito, detenuto a Voghera, è una delle anime più luminose che hanno collaborato da anni in questo Blog. Nel corsoll’ della sua detenzione ha portato avanti un profondissimo lavoro interiore, acquisendo un rigore personale, una “pazienza” esistenziale, una acutezza nel sentire che sono rari. La sua stessa scrittura da tanto tempo esprime cura, attenzione, sensibilità, rigore, onestà. E in lui è potente l’amore, quell’amore che lo ha spinto a lottare, durante i suoi anni di detenzione, per mantenere unita la famiglia.

Ecco.. uno come Pierdonato nonostante l’immenso lavoro su di sé non è praticamente mai uscito e rischia concretamente di morire in carcere. Ci sono invece stati collaboratori di giustizia che dopo pochi tempo di detenzione sono usciti dal carcere, senza nessun lavoro su di sé, senza nessun cambiamento personale, ma anzi -in taluni casi- pronti a ricommettere reati.

Dov’è l’onesta? Dov’è la morale? Dov’è il rigore morale? Dov’è il bene? Dov’è il male?”

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Adesso vado al concreto e parlo con dati di fatto: qui nel carcere di Voghera, nella sezione cosiddetta “OMOGENEA” quella che ospita i collaboratori di giustizia era detenuto fino a qualche anno fa M.R. coimputato in miei vari processi, mio accusatore, collaboratore di giustizia. Con la sua collaborazione scaturirono diverse operazioni di polizia. Decine di arresti, coinvolgendo perfino carabinieri, agenti di custodia, avvocati (successivamente tutti assolti), ecc. ecc. Ottiene i benefici viene rimesso in libertà.  Unitamente ad altri due collaboratori di giustizia continua a delinquere, fanno rapine ecc. ecc. non dividono il bottino in modo equo, si ammazzano tra di loro. Quindi si è continuato in una condotta totalmente illecita, utilizzando il mezzo della collaborazione, per vantaggi economici ecc. ecc.

M.R. viene sì arrestato e riportato sempre qui nel carcere di Voghera nella medesima sezione riservata ai collaboratori di giustizia. Poi qualche anno fa è deceduto qui in carcere in seguito all’aver inalato del gas, usato come “stupefacente” come effetto allucinogeno ecc.ecc.

Questo breve fatto di cronaca che ha interessato, ripeto, le mie vicende personali giudiziarie (parlo per cognizione di causa) dimostra quello che sostengo da sempre cioè

L’ANTINOMIA

Nel senso ufficialmente M.R. risultava agli atti giudiziari come persona che aveva dato una svolta decisiva alla propria vita, che era stato “Folgorato sulla via dei Prati Nuovi n. 7 di Voghera… in provincia di Pavia”. Che la sua decisione di collaborare era meritevole di ottenere i benefici  previsti, quindi ottenere libertà.

I fatti, come ho dimostrato, hanno rivelato il contrario. Quindi quel “patto scellerato” tra lo Stato e i collaboratore R.M. è stato immorale, perché ha consentito di continuare a delinquere un soggetto che non si era per niente ravveduto. Questi sono dei fatti corroborati da attività investigative prime e processuali dopo. Tutto il resto sono chiacchiere da bar.

Il sottoscritto invece, dall’altro lato, scegliendo di difendersi in aula, senza accusare nessuno, lasciando ai magistrati la valutazione della responsabilità di ognuno, risulta paradossalmente ancora oggi persona non ravveduta, irriducibile, che non si piega, ostinato, che è fermamente convinto, in senso negativo, delle proprie opinioni. Sono ancora oggi, dopo due decenni di detenzione, una persona che non desiste dal proprio proposito secondo la loro visione.

Come ho cercato di spiegare, in realtà io ho meditato molto, e forse più di altri, sui miei errori. Il vero tribunale di me stesso è stata la mia coscienza ed ho mutato da decenni il mio atteggiamento. Non erano, tra l’altro, sbagliate, le mie ragioni. Ciò che era profondamente errato era il metodo per are alere quelle ragioni. E’ chiaro che se avessi compreso in tempo tutto questo, oggi non sarei qui. Purtroppo gli errori non sono eliminabili dalla nostra vita, per cui bisogna quantomeno contenerli.

Il “dovere” in questo caso ha fatto riferimento ad un’autorità interiore, indipendentemente se fosse sancita da regole sociali, norme penali, ecc.ecc. Per cui io so che se mi dovessi trovare oggi ad un bivio, saprei esattamente la strada e la direzione da prendere. Quindi in me è avvenuto un profondo mutamento, pur non avendo collaborato. E quindi la collaborazione non è indice di sicuro ravvedimento. Non è valida l’equazione: collaborazione uguale revisione critica. Quindi è avvenuta una modifica della visione del mondo, delle cose e della mia posizione  rispetto ad esse. Prima di salire su una nave bisogna sempre sapere prima dove questa nave ci porterà, se su scogli o in un porto sicuro. Avere consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Solo questa è la vera e unica garanzia per la società che l’individuo non ripeta le stesse medesime azioni, quindi non rappresenti né un pericolo da un lato, né uno che l’ha fatta franca dall’altro.

Quindi capire ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che non è giusto. Avere misura, buon senso, equilibrio, autocontrollo, responsabilità, senso critico.

Per cui la collaborazione può fare apparire una persona cambiata, ravveduta. La non collaborazione, invece, può fare apparire non ravveduto il detenuto. Nella realtà il primo può farlo per esclusivo tornaconto, senza ravvedersi. Il secondo, invece, non sceglie la collaborazione, ma nella realtà è più ravveduto del primo.+

Potevo prestarmi benissimo a questo sporco gioco. Sarebbe stato facile. Non l’ho fatto. Per cui torno alla domanda a cui io devo rispondere che è sempre la stessa: “chi ha agito a questo punto più correttamente sul piano etico morale? Il sottoscritto che si è reso conto dell’errore compiuto  e non ha chiesto nulla in cambio, pur non rispondendo di tutte quelle accuse che gli vengono attribuite e sottoponendosi alla pena, oppure il collaboratore di giustizia che mi ha continuato a calunniare per i propri interessi?

La mia scelta è stata accompagnata da una intenzione totalmente disinteressata.  Il mio unico interesse era l’azione in se stessa. Non è forse la mia una azione moralmente valida? E non lo è indipendentemente dal risultato e dalle conseguenze?

La mia drammatica porzione di vita vissuta in carcere dimostra che non ho scelto la strada più facile, ma la più difficile, la più ostica, quella che non cerca niente in cambio. Non per un senso di masochismo, amo la vita, amo la mia libertà, così come amo la mia famiglia. Quindi ho scelto la meno piacevole portando con me tutte le conseguenze nefaste che un essere umano privato di libertà in carcere può portare.

Concludendo, il “pentimento” , come definito erroneamente, non è altro che un mezzo per conseguire altri obiettivi. Non è una scelta in sé di ravvedimento e quindi moralmente giusta. Non rientra nella valutazione morale come buona.

Così come le mie argomentazioni non sono un giustificarsi visto che io ammetto di avere cercato di fare valere le mie ragioni in modo errato, e di una serie di concause adesso un po’lunghe da spiegare che hanno influito sulle scelte. Quindi di una gestione non corretta nella complessità della vita. Non mi sottraggo a questo.

Ho “PUNITO” (se vogliamo usare questo termine) me stesso con una scelta del genere. Ho avuto coraggio ed onestà, e questo credo mi debba essere riconosciuto. Non ho avuto secondi fini, come è dimostrato dalla mia lunga carcerazione e questa scelta è ricaduta con grave danno sui miei famigliari. Quando invece, in alternativa come ho detto prima, potevo prestarmi allo sporco gioco di essere argilla nelle mani del vasaio, potevo dire tutto e di più, di cose che sapevo o non sapevo, a prescindere se fossero vere o fossero false come hanno fatto i collaboratori verso di me, guardando il solo mio interesse che sarebbe stato: la libertà, evitare il carcere,conservare i propri interessi. Bastava simulare, come fanno il 99,9% dei collaboratori. Era un gioco da poco, non era difficile. Quindi per non accusare, si può dire, sono stato accusato ed è stata riversata addosso a me una valanga di bugie.

Per cui se le persone “ravvedute” sono questi collaboratori  (mi verrebbe da dire “di ingiustizia”), allora io sono ben contento di essere così come sono, perché sicuramente sul piano morale ed etico sono migliore di loro, ed è in questo che io faccio la differenza.

Pierdonato Zito

Voghera 2 gennaio 2016

Sulla collaborazione (prima parte)… di Pierdonato Zito

IpocrisiaUna domanda eterna che viene fatta all’ergastolano ostativo è “se collaborando verrebbe meno l’ostatività, ma perché non collabori?”… 

Ci siamo già occupati in varie occasioni di tutta la problematicità che grava sul concetto di “collaborazione”, nel mondo dell’ostatività.

Il nostro Pierdonato Zito, detenuto a Voghera, è una delle anime più luminose che hanno collaborato da anni in questo Blog. Nel corsoll’ della sua detenzione ha portato avanti un profondissimo lavoro interiore, acquisendo un rigore personale, una “pazienza” esistenziale, una acutezza nel sentire che sono rari. La sua stessa scrittura da tanto tempo esprime cura, attenzione, sensibilità, rigore, onestà. E in lui è potente l’amore, quell’amore che lo ha spinto a lottare, durante i suoi anni di detenzione, per mantenere unita la famiglia.

Ecco.. uno come Pierdonato nonostante l’immenso lavoro su di sé non è praticamente mai uscito e rischia concretamente di morire in carcere. Ci sono invece stati collaboratori di giustizia che dopo pochi tempo di detenzione sono usciti dal carcere, senza nessun lavoro su di sé, senza nessun cambiamento personale, ma anzi -in taluni casi- pronti a ricommettere reati.

Dov’è l’onesta? Dov’è la morale? Dov’è il rigore morale? Dov’è il bene? Dov’è il male?

Pierdonato ha scritto, al riguardo, un testo magistrale. Un testo che per la sua importanza ho diviso in due parti, ed oggi pubblico la prima.

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Mi scusi, ma lei, proprio non può uscire più dal carcere? No. La pena che sto scontando è interamente ostativa alla concessione dei benefici, tranne, come dicono, “collaborando con la giustizia”. E lei perché non lo ha fatto o perché non fa il collaboratore di giustizia?

Da questo breve scambio di battute tra me e una professoressa di filosofia nasce questo mio scritto. La mia risposta è molto semplice: “perché ho ritenuto e ritengo tuttora giusto, consolo e conforme alla rettitudine questa mia scelta”.

Devo chiaramente argomentare, a questo punto, la mia risposta, per rendere comprensibile questa mia affermazione. Ho meditato molto sulla mia posizione giudiziaria. Mi sono chiesto: “Chi agisce più correttamente io o un collaboratore di giustizia? Qual è la condotta moralmente ed eticamente più corretta?”.

Le risposte a questi miei profondi interrogativi sono venuti da un profondo esame di coscienza avvenuto all’interno di me stesso.

Innanzitutto io devo parlare della mia storia e dei collaboratori di giustizia che hanno interessato i miei procedimenti penali, evitare quindi generalizzazioni e sovrapposizioni con storie molto diverse dalla mia.

Va stabilito che tutti coloro che compiono un’azione o comunque una scelta, non perché la ritengano GIUSTA IN SE’, ma solo perché in cambio ricevono benefici o per timore di punizioni, non può dirsi tale azione moralmente corretta. Come dire, non rubo non perché non è giusto appropriarmi di ciò che non è mio, ma non rubo per timore delle conseguenze. E i collaboratori di giustizia questo fanno.

Il collaboratore di giustizia viene comunemente ed erroneamente chiamato “pentito”, quindi confuso con quel REO che riconoscendo l’azione che ha compiuto decide di voltare pagina alla sua vita, nel senso che si ravvede, compie una revisione critica del suo passato. Quindi questa sua scelta è accompagnata da un consapevole ravvedimento. Quello che viene chiamato RESIPISCIENZA.

Ma la legge sui collaboratori di giustizia non richiede affatto questo. E’ una sorta di patto che si basa su questo ragionamento… “se tu mi dai qualcosa a me, io ti do qualcosa a te”… DO UT DES… DO’ PERCHé TU MI DAI. Quindi ciò che gli viene richiesto è di fare il DELATORE, non la revisione critica. E chi è il DELATORE? E’ colui che per ragioni di interesse personale, o anche per vendetta, denuncia qualcuno alle autorità. Quindi di moralmente corretto non c’è nulla nella sua scelta, dal momento che lo fa perché ci sono interessi in gioco che lo riguardano.

Diverso sarebbe se ci fosse stato un mutamento dell’animo umano, e fosse lui stesso il più acerrimo  accusatore di se stesso, causa penale di avere agito male e non vorrebbe nulla in cambio. Cioè il collaboratore di giustizi non compie questa scelta in seguito al dolore o al rimorso che prova per avere trasgredito una legge morale, sociale, penale ecc. ecc. ma semplicemente perché in cambio ottiene dei vantaggi, degli sconti di pena, dei benefici, e si salva dal carcere. Non è quindi svincolato da interessi i quali hanno influito sulla sua scelta.

Il problema quindi si basa su questa errata valutazione. Cosa va chiarito quindi subito dopo? Va chiarito anche la sua condizione al momento dell’arresto. Il collaboratore di giustizia si trova ad un drammatico bivio. Deve scegliere da un lato se farsi il carcere, oppure farla franca. Quindi da un lato c’è una strada più dolorosa, sofferta, piena di privazioni, di umiliazioni, disagi ecc. ecc. In alternativa dall’altro lato, un’altra strada più facile… ricevere benefici, riduzione di pena, magari subito libero, magari –come dimostrerò- ritornare a delinquere, ricevere un compenso economico dallo Stato, magari togliendosi sassolini dalle scarpe, accusando persone a lui scomode, usare la collaborazione come vendetta verso terzi. Per cui sceglie naturalmente la seconda, ovvero la più conveniente e favorevole a lui.

Non si tratta di una scelta assolutamente disinteressata. E’ una scelta che appare subito opportunistica, perché in cambio ci sono determinati benefici. Moltissimi collaboratori  (la maggior parte) collaborano subito, quindi non in seguito ad una lunga meditazione interiore, m a da un giorno all’alto, proprio perché spinto dall’allettante convenienza opportunistica. Quindi ci troviamo di fronte a persone opportuniste e prive di scrupoli di coscienza.

La mia lunghissima permanenza in carcere mi ha dato modo di conoscere tante persone e tante storie e di essere io stesso protagonista di tanti processi penali, ho acquisito quindi empiricamente molta conoscenza, che è il risultato di avere vissuto in prima persona le situazioni che sto raccontando.

Sia questo che i fatti di cronaca che tutt’ora ascoltiamo dai mass-media mi portano tranquillamente ad affermare che i cosiddetti collaboratori di giustizia non sono affatto “pentiti” di nulla e di niente, che la loro scelta è stata dettata da esclusivi interessi di convenienza, di tornaconto personale, per tirare acqua al loro mulino, non certo a quello della verità e della giustizia. Infatti se non avessero avuto in cambio la libertà e tutto il reso dubito che avrebbero fatto un passo del genere.

In questo modo è stato barattato e contraccambiato la loro libertà con quella di altre persone; uscendo loro fuori dal carcere e facendo entrare altre persone all’interno del carcere. A questo punto mi pongo ragionevolmente un dubbio e una domanda: “come facciamo ad essere sicuri  che una persona priva di scrupoli (come ho spiegato) che ha compiuto una scelta non etica  e non moralmente corretta dica la verità dei fatti? Oppure sia valido l’assioma che se una persona non compie una scelta morale corretta conseguenzialmente anche la sua verità può essere ritenuta dubbia e quindi messa in discussione? Perché parla in quanto mosso da interessi non da rimorsi.

Si deve comprendere che il collaboratore di giustizia è una persona che non ha scampo, sta per pagare le sue responsabilità, è spalle al muro, è una persona ormai finita, non ha più scampo, quindi a quel punto  pu prestarsi anche a sporchi giochi, ed essere argilla nelle mani del vasaio. Non è una persona libera, è “ricattata” quindi , come dice un detto proverbiale “attacca l’asino dove vuole il padrone” e lui a quel punto può dire anche cose che non sa ma chi lo manipola vuole che egli dica. Essere strumento di interessi altrui. Tutto ciò è confermato da centinaia di processi penali. Diventa così un’arma pericolosissima e a doppio tagli. Per questo dopo decenni che è in vigore la legge sui collaboratori di giustizia si è cercato di migliorarla, e anche se è stata man mano sempre più modificata, presenta sempre e tutt’ora queste gravi criticità.

Allora ritorno alla mia domanda iniziale.. “chi è che compie un’azione moralmente corretta, io o il collaboratore di giustizia? Io che ho accettato di affrontare un processo, io che mi sono sottoposto ad esame e controesame da ambe le parti ecc.ecc. io che ho avuto fiducia nelle istituzioni, io che ho portato su di me (e parallelamente anche il mio nucleo familiare) un peso devastante quale quello dal carcere da ben 22 anni, oppure il collaboratore di giustizia?

Io che ho scelto liberamente, coraggiosamente, disinteressatamente e consapevolmente di portarmi sulle spalle tutto il peso di una scelta di questo tipo?

(FINE PRIMA PARTE)

Il Rapporto tra il Processo e la Verità (prima parte)… di Fabio Falbo

July 7th Bombings...Mcc0014946.DT.Tomorrow July 7th sees the Anniversary of the July 7th bombings in London.Tomorrow sees the unveiling by HRH The Prince of Wales and HRH The Duchess of Cornwall of the Memorial to the Victims in Hyde Park Pic Shows The memorial

Pubblico oggi la seconda (e ultima) parte  del un memoriale scritto dal nostro Fabio Falbo -detenuto a Rebibbia- in merito alla sua vicenda giudiziaria. Ma, come dissi già nel momento in cui pubblicai la prima parte, si tratta di un memoriale che esprime concetti e argomenti che potremmo definire “universali” e che quindi è “utilizzabile” anche in tanti altri casi.

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Si sa che oggi esistono due gradi di giudizio di merito e un grado di legittimità, una volta che tutto l’iter processuale è stato compiuto è come se ad un certo punto il primo grado si concludesse dando del passato una certa ricostruzione: il Giudice di primo grado condanna “tizio”, ad esempio, per l’omicidio di “caio”, perché, dai fatti concreti che ha osservato e ricostruito, lo ritiene colpevole.

La vicenda continua ed è come se un altro storico si interessasse dello stesso fatto e, in appello, invece, la sentenza viene riformata per cui l’imputato viene assolto.

Poi la vicenda prosegue in Cassazione, che cassa con rinvio o senza rinvio in disaccordo con quello stabilito in Appello.

Questi passaggi tra la Cassazione e Appello spesso si rimpallano la sentenza e per quanto la giustizia italiana possa essere lenta, a un certo punto succede che la sentenza passa comunque in giudicato, e ciò significa che avverso al giudicato definitivo non è disponibile alcun mezzo di ricorso. Non è più contestabile.

Quindi ci dobbiamo rendere conto che la particolarità tra processo e Verità, a differenza di quanto avviene per la vicenda storica, la Verità processuale diventa incontrovertibile, diventa definitiva. Cioè nessuno può metterla in discussione, mentre nel caso degli studi storici c’è sempre un nuovo storico che potrà mettere in discussione le conclusioni.

Allora quando parliamo  di giudicato, come è stato notato da tanti studiosi, è in un certo modo una rinuncia alla Verità, cioè è come se il legislatore dicesse “vabbé, abbiamo un po’ di tempo per cercare la Verità”. Una volta che questo tempo è terminato, qualunque sia stato il risultato della ricerca della Verità, questa ricerca deve finire, sapendo bene che spesso quella Verità non è la Verità effettiva delle cose, non è la Verità storica, ma è diversa o può essere che ci siamo sbagliati.

Per quanto la percentuale di errore sia possibile, ad un certo punto la ricerca della Verità deve finire.

Questo perché c’è un’esigenza che si bilancia con quella della Verità, cioè tutti noi, qualunque comunità, ha bisogno che la Verità venga fuori, ha interesse che si scopra come sono andate le cose, ad esempio “chi ha davvero ucciso chi”.

Tutte le comunità, piccole o grandi che siano, hanno questo interesse e si inventano strumenti come i processi, procedure per arrivare alla scoperta di questa Verità, ma hanno un interesse ulteriore e contrapposto che è quello della certezza.

In una comunità le vicende non possono essere incerte, non si può vivere nell’incertezza, perché è come se si dicesse “ho interesse di sapere chi ha ucciso chi, chi ha davvero commesso il reato di cui si discute, ma questo interesse si deve bilanciare con l’interesse ulteriore a che una risposta, quale che sia, a questa domanda mi venga data e, come dire, che vi do il tempo di cercarla questa Verità, ma dopo un po’ è più importante che la vicenda si chiuda.

Si può anche ammettere l’errore, purché una parola certa su quella vicenda venga detta, sapendo che, appunto, può non essere la Verità, perché questa possibilità c’è, perché il giudicato è passibile di errore, è, in qualche modo, una rinuncia alla Verità, in quanto il tempo nella ricerca, ripeto, non è infinito.

La Verità non è alla portata dell’uomo e noi questo lo sappiamo bene, sappiamo che la Verità con la “V” maiuscola forse non la troveremo. Sappiamo che in un certo processo forse c’è qualcosa che non è stato considerato, forse c’è qualche elemento che è stato valutato diversamente, forse la persona che è stata condannata è innocente. Però ad un certo punto qualcosa si deve dire. Se si hanno elementi validi per una condanna si condanna, viceversa si assolve, sapendo che ambedue le soluzioni possono essere lontane dalla Verità.

Potrebbe succedere di condannare un innocente o di assolvere un colpevole, ma questo per una comunità è molto meno dannoso che continuare ad indagare per l’eternità.

E’ molto più utile che le vicende processuali si concludano piuttosto che continuare a tenerle aperte nella speranza di trovare un nuovo elemento, un nuovo dato.

Ogni processo indiziario ci lascerà sempre il dubbio che le cose non stavano così, però l’unico modo per arrivare alla Verità in senso assoluto è quello di non finire mai di cercare, ma in questo modo non ci sarebbe né una condanna né una assoluzione.

C’è sempre la possibilità che un elemento che non è stato considerato prima venga alla luce o che un testimone ci racconti qualcosa di nuovo, ma quello del processo infinito è un prezzo molto alto.

Quindi, da questo narrato abbiamo trovato due modi nei quali si può parlare di Verità se ci riferiamo ad una vicenda processuale: un primo modo è quello tipico che il giudizio deve tendere alla Verità per ciò che si dice e per ciò che è successo (in latino una “adeguatio rei et intellectus”, cioè una coincidenza tra la rappresentazione intellettuale di un fatto e la cosa come davvero sta quel fatto), quanto più questa rappresentazione intellettuale e il fatto si integrano l’un l’altro, tanto più vicini si è alla Verità.

Ma c’è un altro modo di parlare della Verità che è quello del giudicato secondo cui la Verità diventa incontrovertibile, cioè la  Verità non è ciò che rappresenta i fatti, ma diventa ciò contro ui non si può più discutere, ciò contro cui nessuno può sollevare obiezioni.

Però esistono ulteriori, forse meno importanti, ma comunque significativi, dove parliamo di Verità nei processi,  ad esempio quando chiediamo ad un testimone di dirci la Verità e tutto quanto è in sua  conoscenza.

Prima si giurava ora non più, ma l’impegno alla Verità viene sempre richiesto al testine. Che tipo di Verità è in gioco in questo caso, cioè che cosa deve dire il testimone, che cosa chiediamo a un testimone, il testimone ci deve dare la sua Verità, che significa solo sincerità, cioè come lui ha percepito i fatti a lui noti e oggetto del processo.

Poi sarà il Giudice a dire se il testimone si è sbagliato, se ha preso fischi per fiaschi, se ha visto una cosa per un’altra, ma questo al testimone non gli si può imputare. Non si può imputare un testimone di falsa testimonianza se si è sbagliato.

Tu testimone mi dici cosa hai percepito, cioè il testimone deve dirci come egli ha interpretato la realtà che ha visto, alla quale ha potuto accedere direttamente, alla quale era presente. Non come sono andate le cose, perché questo è il fine del processo, è la conclusione della vicenda processuale.

Al testimone chiediamo di dire la Verità, ma la Verità non va intesa né come “adeguatio rei et intellectus”, cioè come corrispondenza, né come incontrovertibilità, ma va intesa come sincerità. Si deve essere sinceri per fare il “mestiere di testimone”:

Al perito balistico portato dall’accusa sono state poste delle domande dal mio legale. Gli si è domandato se aveva fatto la perizia sulle autovetture “duplice omicidio Fabbricatore/Campana”.

La risposta è stata che la perizia era stata effettuata su delle foto e non sui mezzi in uso alle vittime o ai killer e da qui nasce un’altra mia considerazione sul ruolo del perito che riporto alle Vostre Cortesi Att.ni.

Ad un perito gli chiediamo di dire la Verità, ma non nello stesso senso del testimone, non chiediamo come sono andate le cose, perché questo lo dirà il Giudice alla fine, non come incontrovertibilità, perché le perizie sono  ovviamente controvertibili, sono oggetto di discussione, non come sincerità, perché non importa che il perito sia sincero, importa che applichi correttamente le metodologie scientifiche di cui è titolare.

Così se è perito balistico deve applicare correttamente i metodi balistici, quindi gli si chiede una Verità di tipo scientifico.

Chiediamo al perito, allo stato della scienza che cosa è successo?

Questo non è un problema di sincerità, perché è oggettivo. Non è un problema di incontrovertibilità, ma di certezza scientifica, cioè il perito deve applicare correttamente le metodologie che la scienza gli mette a disposizione e rispondere ai quesiti postigli dagli elementi peritati e dalle successive domande postegli dalla difesa e dalla Corte.

La cosa non è semplice, perché il perito ci dà una Verità scientifica e noi sappiamo che la scienza non ci dà la Verità in via definitiva.

La teoria della scienza è una teoria vera fino a prova contraria. La scienza si evolve, cambia, perché le teorie con il passare del tempo vengono migliorate a seguito dell’affinarsi delle tecnologie e del sapere umano.

Pensavamo di avere il vero, ma questo poi si rivela falso, si rivela una interpretazione figlia di una teoria vecchia, passata, perché c’è una teoria nuova che spiega i fatti in modo migliore, più adeguatamente.

Quindi, la Verità che ci spiega la scienza è solo una probabilità che sia così. Allo stato delle nostre conoscenze questa è la probabilità maggiore, ma è solo appunto una probabilità, perché non si può escludere a priori una teoria successiva più adeguata, più elaborata, che ci dica su quello stesso fatto una cosa diversa da quella che sapevamo o pensavamo di sapere.

Tutto questo mio ripetere serve, si spera, a fare capire che esiste un’ulteriore accezione del concetto di Verità.

Non stiamo parlando di Verità come probabilità: è probabile che sia così,questa sembra una nozione talmente astratta, ma su questa nozione di Verità, sulla debolezza della Verità scientifica si sono giocati processi noti nella storia d’Italia, quindi questa dell’ulteriore accezione della Verità è una certezza.

In Italia nel processo penale la colpevolezza deve essere provata al di là di ogni ragionevole dubbio. Quindi, o si ha un modo al di là di ogni ragionevole dubbio che dall’azione dell’imputato è dipesa la morte di “tizio” o di “caio” o si deve assolvere. E, ripeto, siccome la Verità scientifica ci dà un calcio di probabilità nell’Ordinamento italiano, tale principio è stato normativizzato nel 2006 con la cosiddetta Legge Pecorella, che ha modificato l’art. 533 del C.P.P., prevedendo espressamente che il Giudice possa pronunciare sentenza di condanna solo se la colpevolezza dell’imputato risulti provata oltre ogni ragionevole dubbio.

Prima della modifica dell’art. 533 C.P.P., tuttavia, le SS.UU. della Cassazione avevano già sostanzialmente affermato il principio con la sentenza n. 45276/2003.

Alla fine di questo assurdo primo grado, si può sostenere che la norma di attuazione dell’art. 146 bis “partecipazione al dibattimento da distanza” è stata applicata, come da notifica, per motivi sanitari e, non come la disposizione vuole. In più la notifica per la “partecipazione al dibattimento a distanza” è avvenuta circa 6 giorni prima dell’udienza e non, come la disposizione vuole, di giorni 10.

Altra situazione di nullità assoluta e insanabile è stata relativa a tutte le udienze celebrate senza la mia presenza e senza che ci fosse una mia rinuncia a presenziare, come risulta dagli atti, che di sicuro i miei legali hanno allegato nei motivi di appello; “vedasi udienze del 13/04/; udienza del 28/11/2012 ecc.ecc.”.

In breve, la Corte motivava che “la non presenza mia al processo” era regolare perché ad una udienza per l’escussione del collaboratore Curato, “collaboratore che sostiene le accuse”; lo stesso, in quell’udienza non aveva menzionato il mio nome, con tanto di violazione del diritto alla difesa e non solo.

E’ inutile precisare che l’istante è persone incensurata e, come risulta dal memoriale presente agli atti del giudizio di primo grado –circa 20 pagine- figura la mia personalità “non come è stata riportata in sentenza senza un dato logico veritiero” e quella dei miei familiari come reti, corretti al senso della giustizia. Non a caso ricordo di avere allegato le pagelle dei miei figli, nonché l’encomio ricevuto presso la C.C.  Roma Rebbbia per la partecipazione in qualità di attore al Film “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, vincitore dell’Orso D’oro al festival di Berlino e, non per ultimo, l’iscrizione presso l’università di Roma “Tor Vergata”, alla facoltà di Giurisprudenza, con un ottimo percorso di esami.

La mia personalità è quella di uno che, appena legge o sente in TV una notizia cattiva, si commuove pensando alle vittime. Figuriamoci se si dovesse pensare alle accuse che mi sono state rivolte.

Si allega a questo memoriale numero due missive inviate dai miei figli, dove mi viene chiesto di inviare una risposta alle loro missive, ma on so proprio cosa dire a proposito, visto che il primo grado ha  oltrepassato le colonne d’ercole del diritto, senza dare una spiegazione logica di fatto e di diritto.

Non si vuole elencare il calvario e tutti i problemi di natura incognita che ho dovuto sopportare per vedermi riconosciuto il Diritto alla salute, “perché affetto da patologia rara”.; il diritto allo studio; ad avere un trattamento umano e non degradante stando in carcere; e, infine, tutte le conseguenze fisiche e psicologiche che, inevitabilmente ricadono sulla persona che, totalmente estranea ai reati ascrittigli, deve comunque confrontarsi in un processo e lì trovare per forza le giuste energie per risolvere i problemi derivanti dagli atti processuali che di egli riferiscono.

In esse è ricorrente il problema della fallacia della giustizia per la inafferrabilità della verità reale e la contraddizione tra verità processuale e verità reale.

Con l’occasione si porgono sentiti ossequi e si auspica un Giusto senso di Giustizia e un Equo, Coscienzioso e Sereno prosieguo.

Roma Rebibbia

In fede

Fabio Falbo

Reclamo dei detenuti AS1 del carcere di Oristano

Oristano-Carcere-di-Massama-1

Il nostro Pasquale mi ha inviato questa lettera di reclamo che i detenuti dell’Alta Sicruezza 1 del carcere di Oristano hanno scritto all’Ufficio di Sorveglianza di Cagliari. Lettera che per conoscenza è stata inviata anche varie altre autorità, a parlamentari, a giornali e associazioni.

Noi naturalmente sosteniamo pienamente la rivendicazione dei detenuti AS1 del carcere di Oristano.

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UFFICIO DI SORVEGLIANZA DI CAGLIARI

Oggetto: reclamo ai sensi dell’art. 35 bis e 69 OP

I sottoscritti detenuti della sezione in regime AS1 del carcere di Oristano propongono reclamo collettivo per violazione delle norme europee sancite con le sentenze CEDU: Sulemanovic del 16/07/2009, Torreggiai dell’8/01/2013, che stabiliscono che lo spazio vitale per ogni detenuto non deve essere inferiore a tre metri quadri calpestabili –franco letti e mobilio. In caso contrario si viola l’art. 3 della Convenzione Europea.

Le celle sono state costruite per due persone, i sei mesi quadrati per due detenuti ci sono.

La Direzione in modo subdolo ha saldato la terza branda con l’intento di imporre una terza persona, costringendo a dividere i sei metri quadrati calpestabili con tre persone: due metri quadrati a testa.

Le sentenze CEDU sono state confermate da varie sentenze ed ordinanze, che hanno prodotto una copiosa giurisprudenza.

Quello che chiediamo è legalità e tutela dei nostri diritti da parte del Magistrato di Sorveglianza e di tutte le persone interpellate.

Chiediamo inoltre che venga tolta la terza branda dalla cella.

Alleghiamo due ordinanze che sono molto chiare su questo diritto dello spazio vitale dei tre metri quadrati calpestabili a persona.

Fiduciosi in un presto intervento, inviamo cordiali saluti.

Ossequi

Detenuti regime AS1 di Oristano

Oristano 26 settembre 2015

Annunziato Zanettieri

Orlando Abruzzese

Giovanni Bonforte

Aldo Ercolao

Salvatore Pulvirenti

Stefano Ganci

Antonino Nastasi

Domenico Papalia

Paolo Palmeri

Salvatore Fiandaca

Catello Fontanella

Matteo Serino

Pietro Salerno

Salvatore Casano

Antonio Capasso

Luigi Torino

Giuseppe Marchese

Pasquale De Feo

Carmelo Stavino

Francesco Perna

Giuseppe Laudani

Diritto islamico-lezione otto… di Fabio Falbo

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Continuo con la pubblicazione del saggio sul diritto islamico scritto da Fabio Falbo, detenuto a Rebibbia.

Questa è l’ottavo capitolo.

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Il sistema giudiziario afgano si presenta in maniera paradigmatica. Dopo gli eventi catastrofici dell’11 settembre, abbiamo scoperto che questo Paese rappresenta il cuore dell’Asia. Attualmente in quel territorio vivono vari gruppi, clan, tribù che rappresentano il potere politico del Paese. Il maggior gruppo è quello dei Pastum che poi ha generato i Talebani.

In questi gruppi, il Diritto vivente riposa nelle consuetudini stratificatesi negli anni da queste comunità che spesso si presentano contro il Diritto islamico. Le tribù Pastum sono quelle che hanno combattuto contro gli inglesi, e per questo sono viste dalle altre tribù in modo prestigioso.

Lo Stato in Afghanistan non è mai coinciso con la tipologia di Stato occidentale. Ha sempre avuto un ruolo tribale e poco istituzionale. La guerra in Afghanistan è stata una delle più cruenti. E’ durata 25 anni, lasciando un milione e mezzo di morti, feriti, storpi. Una guerra originata dalle varie fazioni di sunnisti, sciiti, ecc. Con 25 anni di guerra è stato distrutto un intero corpo di giuristi ed istituzioni. Nel 2004 in Aghnistan, sotto la lente delle Nazioni Unite, è stata emanata una carta fondamentale nella quale si trattano argomenti come la discriminazione delle done, i Diritti dell’Uomo, ma veniva scacciata  la Sharia. Si è tentato di ammodernare il diritto di famiglia, non riuscendovi; ed è stato emanato un Codice Civile, tutt’ora vigente, e che contiene norme di diritto di famiglia. Riguardo i diritti delle minoranze, in questo caso degli Sciiti, nel 2004 è stato permesso loro di servirsi di questo diritto di famiglia e delle successioni. Le parti dovevano essere entrambe sciite; altrimenti se di appartenenza sunnita doveva prevalere il diritto spettante a questo gruppo.

Nel corso degli anni si è tentato di proporre un progetto di legge per gli Sciiti, dando loro la possibilità di rispondere ad un Diritto di Famiglia chiaro e semplificato. Per i motivi suddetti questo progetto veniva non dai dotti sciiti, perché tra gli sciiti non vi erano dotti. Il diritto non si esaurisce nella norma, è cosa ben più larga, cioè pluralismo giuridico, strati formatisi negli anni.

Norma, dottrina, e soprattutto diritto vivente. L’ordinamento dell’Afghanistan presenta una struttura piramidale dove gli accordi internazionali rischiano di rimanere sul piano di principio; poi la carta costituzionale che riserva all’Islam un ruolo prioritario; la legislazione statale improntata sugli standard dei principi occidentali, infine il diritto consuetudinario

Il dirito è un prodotto storico, cioè in continuo mutamento adeguandosi allo sviluppo della vita e della società Il diritto vivente è consuetudinario e rappresenta la maggiore fonte in Afghanistan. Altro che diritto islamico; perché è il solo a rappresentare i fenomeni giuridici della società. Codice d’onore dei Pastum, i quali hanno smorzato a proprio piacimento le norme della Sharia, come ad esempio: la dona deve essere coperta interamente dal burqa. Non esiste una norma nella Sharia, cioè nel diritto islamico, che preveda tutto ciò. E’ diventata prassi o consuetudine in questa popolazione, per esplicito volere egli stessi per salvaguardare l’onore della donna dagli occhi indiscreti.

Lettera di Pasquale De Feo al Presidente della Repubblica

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 31-01-2015 Roma Politica I Presidenti di Camera e Senato annunciano a Sergio Mattarella l'elezione a Presidente della Repubblica Nella foto Sergio Mattarella Photo Roberto Monaldo / LaPresse 31-01-2015 Rome (Italy) The Presidents of the Chamber of Deputies and Senate go to Sergio Mattarella to announce the election for President of the Republic In the photo Sergio Mattarella

Pubblico oggi questa lettera che il nostro Pasquale De Feo ha indirizzato al Presidente della Repubblica.

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Egregio Presidente

sono un galeotto rinchiuso nelle patrie galere da oltre 30 anni. Non si vede la fine di questo calvario iniziato quando ero un ragazzo. L’unica prospettiva che ci viene data è quella di aspettare la morte biologica.

A nulla valgono le relazioni del carcere che ritengono sia maturo il tempo per uscire con una pena alternativa. La repressione impera come ai tempi dei tribunali dell’inquisizione. Forse allora c’era più umanità, perché con il rogo finiva tutto. Oggi ci tengono in vita perhé dobbiamo soffrire ed essere usati come mostri per oscuri disegni politici.

La pena perpetua che toglie ogni speranza è una tortura istituzionalizzata spacciata come strumento civile per la sicurezza; parola abusata e usata per corruttele, carriere e privilegi.

Aldo Moro, nel 1976, in una sua lezione all’università disse: “L’ergastolo che priva, com’è, di qualsiasi speranza di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione  al pentimento ed al ritrovamento del soggetto, appare crudele e disumano non meno di quanto lo sia la pena di morte. Quando si dice pena perpetua si dice una cosa… umanamente non accettabile”.

Papa Francesco ha detto che l’ergastolo è una pena di morte nascosta. 

Papa Francesco ha detto che l’ergastolo è una pena di morte in vita. Siamo condannati a morte, ma tenuti in vita. 

Oggi con l’ergastolo ostativo, inventato dalla magistratura e non legiferato dal Parlamento, la crudeltà  ha raggiuntola ferocia del Torquemada. Siamo dei morti viventi con l’unica speranza che l’agonia finisca presto.

Noi meridionali (99,99% degli ergastolani ostativi) saremo sempre trattati lombrosianamente perché brutti, sporchi e cattivi, essendo difettosi geneticamente a propensi a delinquere, criminali per nascita con innate tendenze malvagie.

Non mi aspetto niente da questa classe politica che persegue solo i propri interessi personali; e noi “mostri” duosiciliani serviamo all’occorrenza come cortina fumogen. 

Questa mia lettera è solo uno sfogo che faccio con il Presidente del mio Paese. Sono consapevole che ormai la nostra civiltà penale va a braccetto con il Medio Oriente, allontanandosi sempre di più dall’Europa.

Augurandole che la vita le sorrida sempre, la saluto cordialmente.

Il cittadino galeotto ergastolno.

Pasquale De Feo

14 ottobre 2015

L’ergastolo… di Giovanni Zito

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Giovanni Zito -il nostro caro amico detenuto a Padova- è stato forse l’autore più prolifico di questo blog.

Da un bel po’ di mesi, però, non scriveva.

Recentemente mi ha inviato, in allegato ad una lettera personale, una serie di suoi articoli che volentieri pubblicherò, a cominciare da questo, che ritorna sulla tematica dell’inaccettabilità dell’ergastolo.

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L’ergastolo è una pena superiore alla vita di una persona. Non si può scontare una pena così sproporzionata che va oltre la propria esistenza. Chi vive con una condanna del genere sa di morire in qualche angolo di un penitenziario. E’ una pena perpetua che scioglie ogni legame affettivo e familiare. Che uccide nel decorso del tempo ogni forma di speranza. E se non c’è speranza nella vita di una persona, che senso ha tenerla in vita per morire domani?

Gli Stati europei hanno superato da moltissimo tempo questo grado di disparità di vita con la massima pena di 30 anni, proprio perché una pena così devastante può nuocere sia al condannato che alla sua famiglia. In un Paese civile e democratico, come è l’Italia, affrontare un tema del genere sembra una utopia. Ma un giovane che abbia un commesso un errore all’età di 20-25 anni e a cui viene inflitta la condanna dell’ergastolo, non ha più un mondo da vivere, ma una eutanasia; cioè ha da aspettare la morte dentro un cubo di cemento. Mentre sarebbe più opportuno recuperare il soggetto stesso così come prevede la nostra costituzione italiana.

Il Vaticano, la sede del Papa, ha rimosso l’ergastolo proprio in virtù di clemenza e lungimiranza. Che poi nel nostro Paese ci sono due tipi di ergastolo. Quello ostativo, che non rientra in nessuna forma  di pena alternativa né di rieducazione. E’ rivolto a tutti coloro che hanno commesso determinati tipi di reati nell’ambito della criminalità organizzata e che solo una eventuale collaborazione porterebbe alla libertà. In poche parole per uscire vale il sistema “una vita per un’altra vita”. E poi c’è l’ergastolo ordinario, cioè il cosiddetto “comune”; in cui l’ergastolano esce, in presenza di determinate condizioni, dopo 26 anni di carcere, ma rimane vincolato al sistema della pericolosità sociale. 

Oggi gli ergastolani nel nostro Paese sono oltre 1500, e solo una piccolissima parte può beneficiare di poche ore di “libertà”. Nessun uomo dovrebbe vivere così perché non è vita, e non è neanche morte. Un ergastolano lo sente dentro di sé l’odore del dolore, della disperazione causata dalla propria giovinezza. 

Oggi l’ergastolo è la follia della democrazia, una deviazione della subcultura che affligge il nostro Paese. Mentre una pena certa porta sicuramente un notevole cambiamento culturale e sociale, in quanto si possono recuperare quelle vite spezzate dal dolore perpetuo. Scontando una pena certa si incide nel futuro del condannato recuperando il soggetto stesso. Non possiamo dimenticare le persone che attualmente hanno scontato più di 20-25 anni di carcere, e persino chi ne ha scontati più di 30. E a chi attualmente ha 50-55 anni, cosa resta da vivere? E quante ne sono morte nelle carceri con questa pena sulla pelle. Usiamo spesso e volentieri la parola sicurezza, ma forse dimentichiamo che dietro questa banale parola chiamata sicurezza è stata fatta una forma di violenza agli ergastolani che non chiedono altro di scontare una pena certa per un futuro migliore da vivere. Per ricordarsi che ancora ci può essere la speranza di un domani.

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