Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Le voci di dentro… di Marcello Dell’Anna

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Questo testo scritto da Marcello Dell’Anna, detenuto a Nuoro, nel carcere di Badu e Carros, è straordinario.

Marcello, entrò in carcere, per reati connessi alla criminalità organizzata, all’età di 22 anni.

Da allora è rimasto ininterrottamente in carcere, passando da detenuto oltre 25 anni dei suoi 47 anni di vita.

Il suo è stato un percorso straordinario. In carcere si è laureato, ha scritto libri, ha ottenuto attestati ed encomi.. ha fatto un percorso interiore che l’ha reso capace di essere una voce di civiltà, cultura, equilibrio.

Il testo che pubblico oggi è uno di quei testi che sono impedibili. Ci sono testi che hanno un respiro, una potenza, una capacità espressiva, un’anima che permette loro di andare oltre ogni confine, di lasciare un segno, anche quando quel segno sembra non vedersi ancora. 

Voglio citare uno dei tanti passaggi di grande intensità presenti in questo testo:

“Il contesto carcere è tanto più vario, movimentato, caotico e disordinato (anche sotto il profilo dell’attenzione alle relazioni interpersonali) quanto più è affollato. Qui infatti il tempo è rapido e lento, e non sembri una contraddizione. Le procedure si susseguono incalzanti, ma il progetto futuro è in sospeso, da riscrivere, perché il soggetto detenuto non conosce ancora quanto tempo non sarà in grado di gestire in piena autonomia e autodeterminazione. Nel tempo sospeso, non progettato, incerto, ogni comunicazione, parola, giudizio può pesare come un macigno, assumere contorni inaspettati, ingiustificati altrove, ma perfettamente prevedibili qui. Così, un familiare che comunica al congiunto detenuto che si assenterà per ferie scatena vissuti di abbandono talmente forti da desiderare la morte per cessare di soffrire; un colloquio saltato per uno qualsiasi dei validissimi motivi possibili è interpretato come disinteresse o prova di un pericolo occorso al congiunto; un operatore che scredita e offende le radici culturali può mortificare nel profondo e far crescere una rabbia generalizzata, un pregiudizio figlio del pregiudizio ricevuto; un giudice che rifiuta di acquisire delle prove può convincere che la giustizia non è equa e rinforzare il vissuto vittimistico, che sfocia nella scelta di immolarsi in quanto vittima sacrificale del sistema; un avvocato che “caldeggia vivamente” il patteggiamento prima ancora di ascoltare la versione dei fatti del suo assistito persuade che la verità non esiste e non interessa a chi deve ricercarla e ricostruirla con la maggiore imparzialità possibile; un cancellino che sottrae poveri effetti personali (prima fra tutte le sigarette, la biancheria intima, le foto dei familiari) scatena una rabbia cieca, o una remissività ancora più pericolosa qui. Una minaccia strumentale, sottovalutata e ridicolizzata, può trasformarsi in una tragica realtà. “

Prima di lasciarvi alla lettura de “Le voci di dentro” di Marcello Dell’Anna, due parole di presentazione da parte della nostra Grazia Paletta.

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Ritengo eticamente giusto e necessario parlare di carcere, conferirgli esistenza e dignità in questo mondo  di quasi giustizia e finta legalità che continua ad assicurare protezione e tranquillità agli ignavi cittadini che preferiscono deliberatamente confinare, oltre le mura, la devianza, seppur generata dalla stessa società alla quale affidano i loro sonni beati. E’ giusto e doveroso parlarne, ovunque e con chiunque, siano le platee e i dissertatori degli addetti ai lavori o semplicemente persone con una coscienza illuminata, è importante che se ne discuta, si approfondisca, si desideri conoscere e magari porsi in condizione di comprendere.

Ma, io credo, è primariamente indispensabile fermarsi ad ascoltare le loro voci, interpretare i loro scritti, per conoscere quale sia “davvero” la connotazione di un’esistenza serrata e, nel caso del Dott. Dell’Anna e degli altri ergastolani ostativi, un’esistenza priva di speranza giuridica e umana. Perché, come egli afferma “Piaccia o non piaccia, dunque, se si vuole conoscere più a fondo e dal di dentro il carcere e i suoi problemi, nel carcere bisogna entrare.”

E se non si ha l’opportunità o la determinazione per varcare gli innumerevoli cancelli che separano il bene dal male, almeno porsi in ascolto, lasciar scorrere le loro voci, permettere agli occhi di tradurre la lettura dei loro scritti in un semplice linguaggio dell’anima che ogni essere umano può scorgere, quel linguaggio che il rispetto e la dignità permettono di coniugare in lingua comune.

Nelle riflessioni di Marcello, intense e pregnanti, ho rivisto sguardi, momenti, desolazioni, ho riconosciuto quel “tempo” maldestro che diventa cemento, pietrifica e involve anziché scorrere e mutare, e ho riconosciuto voci, storie, vite sperdute e futuri inchiodati in quel “Paese delle meraviglie” che stupisce per la sua alterità, nel suo essere tuttavia radicato nel cuore delle metropoli.

“Molto spesso ho la sensazione di muovermi all’interno di un contesto assolutamente imprevedibile, vario, multiforme, multilingue, sfaccettato per modalità di rapporto tra noi e il personale. Ecco, ho come l’impressione di muovermi in un campo minato…”, con queste parole Marcello Dell’Anna descrive lo stato d’animo che io stessa ho molte volte provato entrando, seppur per poche ore, ho avvertito la precisa sensazione di camminare in una palude, tutto è fermo e  stagnante, ma ad ogni passo non sai che cosa ti aspetta e il terreno qua e là sembra inghiottire.

Come un’immensa pozza di sabbie mobili, circondata da un’avvinghiante vegetazione.

Ci vuole coraggio per inoltrarsi, ma se si ha la forza di procedere è possibile ammirare fiori di loto che aspettano di essere colti, alcuni nati per intrinseca volontà, poi altri, e sono molti, che necessitano di mani capaci di sciogliere il fango.

Grazia Paletta

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LE VOCI DI DENTRO

Questione Giustizia 2/2015

Il carcere reale. Ripreso dall’interno

di Marcello dell’Anna *

Il carcere in presa diretta, raccontato da chi ci vive dentro, da un “fine pena mai” che continua ad attraversare corridoi, sezioni, celle. Scorrono, dunque, le immagini di una staedycam che non si limita a registrare l’ambiente, ma ne racconta gli effetti sul vissuto di anima e corpo. Tra ansie, frustrazioni, processi di vittimizzazione e una promessa mai completamente attuata: quella costituzionale, secondo la quale nessun uomo è perso.

  1. Un “aggettivo” tra le sbarre

Dirvi il nome? Al suo posto preferisco quello che orami può considerarsi un “aggettivo”: sono un detenuto; uno di quelli, come si dice, di lunga pena. Lo dico per specificare il contesto della dissertazione. Dei miei 48 anni – appena poco più che ventenne venni arrestato per la prima volta (febbraio 1988) – ne ho passati in prigione oltre 26, rimanendo in libertà per soli diciotto mesi. Adesso, mi trovo ininterrottamente detenuto da circa 23 anni. Della legge penitenziaria, dunque, posso raccontarvi tanto, perché vissuta personalmente in restrizione, a partire dagli anni in cui la Legge Gozzini (varata nel 1986) dava un nuovo senso alla pena e nuova vita alle promesse della riforma del ‘75, sino ad arrivare alle “leggi d’emergenza” varate tra il 1991 e il 1992, introdotte a seguito dell’escalation del fenomeno mafioso e, più in generale, della criminalità organizzata. In quegli anni vennero varate le norme sul divieto di fruire dei benefici penitenziari (4-bis e 58- ter o.p.) per coloro che venivano condannati per reati riconducibili alla criminalità organizzata. Venne inserito, nell’art. 41-bis o.p., il comma 2°, ossia il famigerato “carcere duro”. Furono gli anni della riapertura di due storici penitenziari insulari, ossia Pianosa e Asinara. E, sempre in quegli anni e poi in quelli successivi, il Dap, in applicazione dell’art. 14 della legge del 1975, e delle norme regolamentari, si orientò per la differenziazione dei circuiti carcerari, istituendo con delle circolari due livelli carcerari, il primo cd di Media sicurezza (Ms) e il secondo cd. di Alta sicurezza (As), regolati e riformati successivamente negli anni. Ho vissuto sulla mia pelle questi cambiamenti normativi che hanno inciso in modo grave sulla mia vita. Oggi si fa un gran parlare di carceri, di sovraffollamento, delle conseguenze che ne derivano e che sono legate ad esso: la questione igienico-sanitaria, la coabitazione angusta oltre che coatta; poi, ancora, la lentezza della giustizia nel porre rimedio, le espressioni di malessere e disagio nelle varie forme. Ma la popolazione, specie quella sedicente esperta, almeno nella stragrande maggioranza, non sa realmente nulla di “questo mondo”. Un conto è conoscere i dati – freddi, descrittivi, distaccati – e un altro è vivere le implicazioni, calde, umane, sofferte. Quelle che io vivo ogni giorno. Ma, infondo, direste, «cosa vuoi…, te la sei andata a cercare….!». Ed ecco pronta una delle solite insipide risposte che spesso vengono date in modo sbrigativo e superficiale. L’intento di questo mio scritto è di offrire, a quanti non conoscono il metalivello di questa cultura reale e diversa da quella del “mondo di fuori”, alcuni spunti di riflessione, delle chiavi di lettura per comprendere con più cognizione, sentore emotivo e verosimiglianza, il contesto detentivo e così riuscire a capire, o quantomeno tentare di farlo, gli scenari che si realizzano e si manifestano al nostro mondo interno. E voglio far capire i devastanti effetti psicofisici che procura la pena dopo qualche decennio di carcere. Non potete nemmeno immaginare lo smarrimento e la paura che ho provato durante alcuni permessi speciali che ho fruito da uomo libero, dopo aver espiato vent’anni di carcere. Oggi, infatti, non sconto più la mia pena ma la subisco e basta, con delle gravose conseguenze psicofisiche.

  1. Esistere in carcere

Ecco, iniziamo da qui. Desidero concentrarmi infatti sul mal di esistere in carcere, sulle forme di quel disagio, che io sento e manifesto troppo spesso. Desidero farvi comprendere cosa c’è dietro e oltre le sbarre, il più delle volte generato da fattori che nella società libera passerebbero in secondo piano o verrebbero tralasciati, giudicati come futili. Già in letteratura viene rilevato che il primo fattore di rischio è l’incarcerazione. Come a dire che il solo fatto di averci messo piede, in galera, già implica il rischio potenziale che la persona detenuta manifesti disagio adattivo e psicofisico. E, aggiungo io, per sempre. Che dire poi degli altri fattori di rischio oggettivi, ovvero quelli che in qualche modo possono rinvenirsi sulla carta (il nostro fascicolo); dati anagrafici, giovane età, tipologia di imputazione, visibilità sociale per- sonale o mediatica della vicenda, condizioni di salute accertate (stato di tossicodipendenza, disturbo men- tale, ritardo mentale, malattia cronica che richiede assistenza costante, disturbo/malattia che richiede riabilitazione fisica, invalidità civile…), prima carcerazione ma anche precedenti ingressi con franchi episodi disadattivi (continui cambi cella, episodi reattivi sia in senso auto lesivo che etero aggressivo, quindi nutrito curriculum di rapporti disciplinari), mancanza di riferimenti e risorse esterne (povertà sociale, lunga disoccupazione/inoccupazione), mancanza di valido supporto dalla rete affettiva familiare e sociale (separazioni, espulsioni dal contesto abitativo in virtù del disagio personale e della perdurante condotta di violazione delle regole della convivenza intra familiare e della collettività), eventuali lesioni riportate in occasione dell’arresto, solo per citarne alcuni. Ma potrei continuare…

E ancora vanno aggiunti gli aspetti soggettivi, ovvero le manifestazioni afferenti al linguaggio, al pensiero, all’umore, alla postura, al tipo di interazione e collaborazione che il detenuto manifesta ed esprime durante il colloquio coi diversi operatori con cui entra in contatto. Ma sono fattori soggetti- vi anche tutte le manifestazioni espresse durante la carcerazione, come risposta personale e individuale, alle sollecitazioni che arrivano dal contesto carcere e da quello che ruota attorno: tribunali e famiglia in primo luogo. Questo significa, e non bisogna certo scomodare la letteratura, che a fronte di fattori analoghi le reazioni delle persone possono essere completamente diverse e all’apparenza ingiustificabili. Già, all’apparenza! Il carcere infatti è come il Paese delle meraviglie, dove i legami, i rapporti, le parole, i sentimenti, il tempo, lo spazio, il giudizio, la terapia… hanno espressioni e significati che valgono solo qui, che restano sconosciuti, inimmaginabili al mondo esterno. Dico il mondo esterno, perché il carcere è un pianeta a sé, è un altro mondo, dentro e fuori dal mondo reale, un accozzaglia di incoerenze e incongruità.

  1. Un campo minato

Molto spesso ho la sensazione di muovermi all’interno di un contesto assolutamente imprevedibile, vario, multiforme, multilingue, sfaccettato per modalità di rapporto tra noi e il personale. Ecco, ho come l’impressione di muovermi in un campo minato: a volte so dove sono nascoste le mine e riesco a disinnescarle; altre volte restano abilmente celate o dissimulate, oppure si disattivano da sé per effetto dei processi di evoluzione personologica comunque in corso, compresa l’assunzione costruttiva della responsabilità, il riavvicinamento affettivo; altre volte ancora, pur riuscendo ad individuarle, i mezzi per ridurle all’impotenza, per disattivarle non sono in mio possesso… ed ecco l’imprevedibile… atti autolesionisti, se non il peggio… il suicidio. Insomma è un cortocircuito che quando scatta fa perdere vite umane che potrebbero essere salvate e recuperate alla speranza, alla collettività civile, mentre i contendenti (attori del sistema carcere, giustizia, società civile) “perdono tempo”, citandosi addosso. Un cortocircuito che si avvita nelle giornate uguali a se stesse. Il giorno sopravvivo e patisco il caos carcere. Di notte soffro invece i silenzi. Il silenzio in carcere è un silenzio assordante che ti colpisce dritto al cuore. Non è un silenzio normale, ma diverso, animato, nel senso che prende vita. Il silenzio mi fa sentire le angosce, i sospiri, le voci mute di coloro i quali sono già stati in queste mura, che magari ho conosciuto, ma che oggi non sono più vivi.

Il contesto carcere è tanto più vario, movimentato, caotico e disordinato (anche sotto il profilo dell’attenzione alle relazioni interpersonali) quanto più è affollato. Qui infatti il tempo è rapido e lento, e non sembri una contraddizione. Le procedure si susseguono incalzanti, ma il progetto futuro è in sospeso, da riscrivere, perché il soggetto detenuto non conosce ancora quanto tempo non sarà in grado di gestire in piena autonomia e autodeterminazione. Nel tempo sospeso, non progettato, incerto, ogni comunicazione, parola, giudizio può pesare come un macigno, assumere contorni inaspettati, ingiustificati altrove, ma perfettamente prevedibili qui. Così, un familiare che comunica al congiunto detenuto che si assenterà per ferie scatena vissuti di abbandono talmente forti da desiderare la morte per cessare di soffrire; un colloquio saltato per uno qualsiasi dei validissimi motivi possibili è interpretato come disinteresse o prova di un pericolo occorso al congiunto; un operatore che scredita e offende le radici culturali può mortificare nel profondo e far crescere una rabbia generalizzata, un pregiudizio figlio del pregiudizio ricevuto; un giudice che rifiuta di acquisire delle prove può convincere che la giustizia non è equa e rinforzare il vissuto vittimistico, che sfocia nella scelta di immolarsi in quanto vittima sacrificale del sistema; un avvocato che “caldeggia vivamente” il patteggiamento prima ancora di ascoltare la versione dei fatti del suo assistito persuade che la verità non esiste e non interessa a chi deve ricercarla e ricostruirla con la maggiore imparzialità possibile; un cancellino che sottrae poveri effetti personali (prima fra tutte le sigarette, la biancheria intima, le foto dei familiari) scatena una rabbia cieca, o una remissività ancora più pericolosa qui. Una minaccia strumentale, sottovalutata e ridicolizzata, può trasformarsi in una tragica realtà. Potremmo continuare con esempi di vita quotidiana che fuori avrebbero un altro respiro, un’altra opportunità di essere gestiti, perfino quella di soprassedere saggiamente.

Qui dentro no, tutto è amplificato perché rimbalza all’interno di strette mura, tra stretti legami, tra rapporti che non si controllano, tempi che sfuggono, futuro sospeso, protagonismo passivo; qui le energie non si rinnovano, le persone non si ricaricano, non trovano occasioni, se non sporadiche, di rimotivarsi alla speranza, di riscattarsi. In un tale contesto, lo ripeto, le parole, i fatti, i rapporti interpersonali assumono un significato che è difficile da definire esattamente, da interpretare verosimilmente anche da noi detenuti. Anche quando ci riusciamo – perché i segnali premonitori ci sono, sono stati numerosi e registrati –, avanzando anche proposte per meglio gestirli per scongiurare il peggio, ci scontriamo con un fuori che non ci ascolta, che decide di soprassedere. Manca la collaborazione franca, la mutua conoscenza, essenziale per costruire la fiducia reciproca, per realizzare la sinergia tra le risorse, per condividere in modo equo la responsabilità delle vite assegnate dal sistema a parti di se stesso (carcere e giustizia). Manca la convinzione, realistica e prettamente umana, che è impossibile scongiurare il rischio anche suicidario e non accettare (almeno qualcuno) che di fronte al libero arbitrio l’illusione di onnipotenza e controllo si possa infrangere.

A volte il “sistema” si mostra sordo e cieco e poco importa se il disordine mentale del soggetto detenuto – unito alla rabbia crescente per l’insoddisfazione delle “necessità primarie” (telefonata, colloqui, lavoro, sigarette, terapie), per la frustrazione dei bisogni del momento (uscire dalla cella e dal proprio isolamento per allontanarsi da un contesto di ulteriori limitazioni che si aggiungono alle privazioni del carcere) e per una convivenza forzata con altri sfortunati – lo esaspererà fino a fargli perdere il controllo. La galera è un universo di ripetizione, di riproduzione. Un posto dell’attesa e della pazienza simulata, del fare, disfare e rifare; del tempo sospeso. La galera è un teatro, e come nel teatro si invecchia persino in un modo truccato. Le difficoltà quotidiane della sopravvivenza dietro le sbarre, dentro “questo ballo fermo del tempo”, sono inimmaginabili.

Il tempo qui non ha un senso, è un tempo insensato le cui regole disciplinano la staticità delle persone. Infatti, le giornate in carcere sono tutte uguali, ritmiche, gestuali (alzarsi la mattina dal letto, fare ginnastica, pulire, scrivere, mettersi a letto la sera e… il giorno seguente… torni a fare le stesse cose… identico al primo… per giorni, mesi, anni, decenni), vissute solo per difenderci dal senso del nulla, dal senso del vuoto, dalle ansie, dalle paure, dall’assenza di risposte. Corpi e menti che si ammalano velocemente, quando invece hanno bisogno di essere curati, ascoltati, considerati, valorizzati. Cerchiamo di tenerci in vita e di non perdere l’identità di persone umane, in un luogo che di umano ha ben poco e sopravviviamo pensando agli affetti, ai nostri cari. Ci manteniamo dentro questa strada, l’unica che tiene in vita, perché fuori da essa c’è solo “l’anormalità” della pena, quella anormalità che tende a togliere e mai a dare. Il carcere, inteso come solo luogo di restrizione, non «corregge» il reo ma lo abbruttisce, lo peggiora, lo annienta e tali amputazioni di vite non sono dovute solo a questioni strutturali, come qualcuno cerca di giustificare. La problematica è molto più complessa.

Il nostro sistema penitenziario migliorerà solo quando le istituzioni – una volta e per sempre – considereranno il detenuto una persona umana e non un mero fascicolo che va archiviato, ovvero un reato che cammina; migliorerà, insomma, solo quando il sistema capirà che, nonostante la privazione della libertà, i detenuti conservano, comunque, intangibili e inalienabili diritti civili. Quando una pena non la si sconta più ma la si subisce soltanto, tutto il tempo che eccede è una lesione del diritto alla dignità e alla salute. Per tanto tempo, troppo tempo, sono stato sottoposto ad un regime i cui “motivi di sicurezza” – è bene dirlo ai più e ricordarlo ai sedicenti addetti ai lavori – mi hanno privato anche delle cose più semplici. Non potevo tenere oggetti come l’accendino, che dovevo chiedere al poliziotto carcerario ogni volta che dovevo accendere il fornellino e, dopo l’uso, dovevo subito riconsegnarlo insieme allo stesso fornellino; non potevo tenere i prodotti per l’igiene personale, ma dovevo chiederli al momento dell’uso e subito restituirli, non potevo tenere qualunque oggetto, dalle matite colorate alla radiolina, dalle cinture alle stringhe, che potevano essere utilizzate come armi improprie, non potevo preparare tè o caffè perché non si potevano tenere pentolini, caffettiere e bombolette. E potrei continuare.

  1. Numeri assurdi. La questione dell’ergastolo ostativo

Ora vorrei parlarvi del “Fine Pena MAI”. Così è riportato su alcuni dei miei atti giudiziari. In altri, invece, trovo curioso come “qualcuno”, forse per pietosa concessione, ha voluto porre un termine al mio “fine pena” scrivendo al fianco della mia condanna una precisa data: “Fine della pena” al 31/12/9999. Numeri che oltrepassano l’assurdità sino a rasentare la beffa. Di recente, invece, a quei numeri ho dato un senso quando ho ascoltato le parole di Papa Francesco. Nel suo lungimirante discorso ha definito l’ergastolo una pena di morte nascosta. Ecco, vi parlo di ergastolo. Di quello ostativo, intendo. Una pena di morte nascosta, della quale pochi comprendono il senso. Una legge, a mio avviso fuori dalla Costituzione, perché ricattatoria e di cinquecentesca memoria, che rimette la libertà di una persona alla condizione che… ne metta un’altra al suo posto. Nel senso che per ottenere i benefici di legge (misure alternative o premiali) o il detenuto collabora con la giustizia – e poco importa se uno abbia già espiato 20 o 30 anni di carcere e, nel frattempo, sia divenuto una persona emendata – oppure deve trovarsi nella impossibilità o inesigibilità di dare un utile apporto collaborativo, sempreché tutti i fatti e le responsabilità siano stati accertati giudizialmente. Se non sono stati accertati… pazienza! Moriranno in prigione. Come morirà quell’innocente – e gli errori giudiziari in Italia non mancano – perché non può nemmeno collaborare pur volendolo. Ma intanto può scrivere il suo necrologio. Ecco, una legge, la nostra, quella per noi ostativi diversa da quelle vigenti per gli ergastolani normali, una legge fatta per noi che di normale, invece, non abbiamo nulla, siamo gli “ostativi”, i peggiori, quelli da nascondere, da ignorare per sempre, eternamente colpevoli.

Eccoci qui, in queste sezioni, né vivi, né morti, relegati ad un limbo senza tempo e senza dignità e da cui spesso è impossibile uscire. Ma c’è il non previsto, elemento nascosto in qualsiasi macchina sociale, anche la più perfetta – e c’è da sottolineare che la nostra perfetta non è – che emerge e si fa strada nel momento in cui, pur sospeso tra vita e morte, il detenuto decide di ritrovare la sua connotazione umana. Come ho fatto io, come hanno fatto altri come me. Ecco, io ho deciso di vivere comunque, con lo sguardo alzato, rendendomi degno di far capolino da questa falla della struttura giudiziaria che è “l’ergastolo ostativo” e dimostrare a me stesso e agli altri che sono un uomo adeguato alla mia natura umana, trasformato, migliorato, non più l’uomo del reato, bensì un portatore di cambiamento, di esempio, capace di adattarmi e di credere come persona migliorata anche nelle peggiori condizioni. Oggi, dopo tanti anni trascorsi in queste mura, se mi guardate negli occhi vedrete sicuramente che quella pena si sta abbattendo su di un altro uomo, contro un Marcello che è cambiato, s’è sviluppato, ha coscienza del male fatto, tanto da non dimenticare nemmeno per un istante il dolore che ha potuto arrecare ai familiari delle vittime delle sue sconsiderate azioni di un tempo. Oggi, di certo, rimane solo il fatto che non c’entro più nulla con il crimine che commisi. E il perdono che ho ricevuto da tante persone mi fa molto più male della condanna inflitta, perché non mi ha ancora permesso di trovare una giustificazione al male compiuto.

Con la società esterna, oggi, sono pronto a ricucire quel patto che un tempo ho violato e vorrei che «queste mie esplicite scuse» rivolte a tutto il consorzio sociale venissero intese come reale segno della mia sincera contrizione. Oggi, di certo, sconto la mia pena con sofferenza e dignità, non subisco il fallimento, non mi faccio spersonalizzare, annientare, annullare dalla restrizione del carcere e dalle catene mentali che lo animano, riuscendo a vincere ogni asservimento che impone il crimine sulla persona detenuta con le sue sub-regole carcerarie facenti parte di uno squallido codice non scritto, arcaico e vassallatico. Sono ritenuto un ergastolano, è vero, ma – aggiungo io – facente parte però della migliore riuscita dell’Amministrazione penitenziaria. Perciò oggi cerco riscatto ed emenda, sperando di riparare al male commesso.

Il paradosso del nostro diritto penale, dal quale derivano i mille mali e le mille afflizioni del sistema carcerario, è che l’ergastolo, in specie quello ostativo, non soddisfa nessuna sete di giustizia, ma solo quella della vendetta, tesa ad oscurare, a nascondere, ad annientare. E qui comincia l’orrore. Perché l’incarcerazione perpetua amputa vite, sfascia le menti, degrada gli animi. Purtroppo, non viviamo in un Paese che prova a risolvere i problemi delle sue prigioni. Persino solo presumerlo è utopistico. L’orrore implicito può essere che tutti ormai viviamo dentro i tessuti gonfi di un corpo politico permeato di cattiva coscienza, così cattiva che la risata di una iena riecheggia da ogni televisore, con il rischio di diventare il nostro vero inno nazionale. Per questo nel nostro Paese tutti parlano di migliorare le prigioni ma nessuno concretizza davvero questo cambiamento. Dopo tutti questi anni, conosco la prigione come il traghettatore conosce il passaggio per l’Ade. Ma il mondo, lo conosco solo attraverso i libri, dato che in quel libero mondo ci ho vissuto solo per poco tempo. Intervenire sull’ergastolo ostativo, quindi, non significa cancellare la responsabilità di una colpa accertata, ma semplicemente permettere alla speranza di poter continuare a fiorire anche su un binario morto della nostra umanità. Oscurare per sempre la parola speranza dal mio cuore è un po’ come costringere un bambino a imparare un mestiere e, poi, lasciarlo chiuso dentro l’angustia della sua camera. Vivrà, crescerà fino a sentirsi quasi bene, ma un giorno sospetterà di essere… un morto che cammina.

  1. Entrare in carcere. Per cambiarlo

Piaccia o non piaccia, dunque, se si vuole conoscere più a fondo e dal di dentro il carcere e i suoi problemi, nel carcere bisogna entrare. Non intendo farsi arrestare, cosa avevate capito, intendo visitare le strutture carcerarie e capire la vita “chiusa” dall’interno.  Il carcere non è più una fortezza, né all’opposto una più o meno confortevole e temporanea dimora, ma qualcosa di più, specialmente per coloro che vi sono ristretti e per il personale, civile e poliziotti penitenziari, che ci lavorano con non poche criticità. Nel nostro e negli altri Paesi europei, il passaggio del sistema sanzionatorio dalle pene corporali alla pena del carcere si è realizzato nella seconda metà del ‘700, sulla spinta dell’Illuminismo. Da allora la condizione carceraria italiana è decisamente cambiata, dapprima con l’entrata in vigore della Costituzione il 1° gennaio del 1948 e poi del nuovo Ordinamento penitenziario approvato con la Legge del 26 luglio 1975 n. 354, proprio alla legge fondamentale essa ispirato. Quest’anno, la Legge penitenziaria compirà i suoi primi quarant’anni. Un’età matura che il nostro ordinamento carcerario però non dimostra, perché le sue norme furono scritte da persone lungimiranti che riuscirono a vedere molto lontano. Per questo la nostra legge carceraria è ancora oggi giovanile, al passo coi tempi.

Il 30 giugno del 2000 è stato varato il «nuovo regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà». Esso, approvato a 24 anni dal precedente (1976), ha inteso disciplinare nel dettaglio la quotidianità detentiva con l’intento di elevare le condizioni di vita dei detenuti e rendere effettivi diritti altrimenti enunciati solo sulla carta. Tuttavia, continuano le difficoltà e le criticità. Per ottenere un’inversione di tendenza bisognerebbe ricorrere ad un maggiore utilizzo delle pene alternative. E per farvi fronte bisognerà ampliare la giustizia riparativa, potenziare la magistratura di sorveglianza, incrementare i rapporti con gli Enti locali e le Regioni. Bisognerà, insomma, applicare fino in fondo quella legge del 1975. I problemi sono presenti e devono essere affrontati in un settore dove la legislazione primaria è tuttora incompleta, dove l’Amministrazione penitenziaria è lasciata in genere sola nel suo isolamento tradizionale, dove il carcere e le istituzioni carcerarie si devono arrangiare da sole, badando di disturbare il meno possibile i sonni di chi sta fuori, di chi gode della libertà e non ha né tempo né voglia di pensare anche per gli altri, che tale libertà non hanno, poiché – evidentemente – non la meritano.

Insomma si deve restaurare la dignità dello stare in carcere e la necessità di leggere la detenzione alla luce dei principi e dei diritti costituzionali; ripartendo dalle condizioni materiali di chi vive all’interno del carcere, per provvedere ad un vero cambiamento. Su una cosa vorrei soffermarmi, in quest’ottica di cambiamento. Bisogna introdurre nel nostro ordinamento un “diritto all’affettività”, concesso in diverse carceri europee. Non è un’eresia ma una questione di dignità. Un modo per recuperare alla società delle persone integre, anche negli affetti. È un tema che le nostre istituzioni dovrebbero affrontare con più attenzione per prevenire in molti casi il disfacimento di tante coppie e di tante famiglie. Provate ad immedesimarvi nel congiunto di una persona detenuta e privarvi per 5, 10, 20, 30 anni, di quell’affettività che è un pilastro portante che sorregge l’amore. A poco a poco la fiamma dell’amore diventerà un lumicino che, al primo piccolo problema che soffierà, si spegnerà, con le tragiche conseguenze che ne derivano. Sono soprattutto i figli a subire forti traumi a livello psicologico. Poi il genitore detenuto, il quale avendo le mani legate non può risanare la situazione. Con il passare dei giorni si perde anche quel poco di tranquillità che è rimasta, si diventa irascibili, per sfogo si arriva all’autolesionismo, all’aggressività verso tutti, spesso al suicidio. Ecco perché è importante, anche, poter espiare la pena in un carcere vicino ai propri affetti. Uno stato civile non può assolutamente accettare il mantenere in vita questa problematica. Sono molti i detenuti ai quali è capitato di trovarsi impacchettati o, per meglio dire per chi non conosce il termine, trasferiti lontano dal luogo di residenza 1000 o addirittura 1500 km. Chilometri che, tradotti in viaggio di andata e ritorno, diventano il doppio, ma questo soltanto per chi ha possibilità economiche e riesce a raggiungere il carcere per fare colloquio. Ci sono, invece, i “poveracci e le poveracce”, detenuti che non vedono i propri cari da anni. Ciò provoca inevitabilmente stati d’animo ansiosi e stressanti. Appare assai difficile riuscire a capire perché si voglia far pagare anche ai familiari una pena, la quale non può che apparire ingiusta e priva di qualsiasi rispetto del senso di umanità. Non resta, quindi, che augurarci una concreta svolta, un cambiamento reale teso al miglioramento dei valori della persona ristretta e corrispondente ai dettami costituzionali.

* Marcello Dell’Anna è nato il 4 luglio 1967 a Nardò (Lecce). Sconta una condanna all’ergastolo nel carcere di Badu e Carros, a Nuoro; è sposato ed ha un figlio di 27 anni. È un detenuto con il tarlo dello studio e della scrittura. Nel corso degli anni di detenzione, infatti, gli sono stati conferiti diversi encomi. Ha conseguito diplomi di scuola superiore e nel 2012 si è laureato in giurisprudenza col massimo dei voti.

1 Termine con cui in carcere si definisce il compagno di cella.

Diario di Pasquale De Feo- 22 luglio – 21 agosto

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Il diario di Pasquale De Feo che tra poco leggerete risale  al mese di agosto del 2014. 

Come ho scritto già in altri post, nel corso dello scorso anno diversi diari di Pasquale De Feo si accumularono perché la persona che doveva occuparsene ebbe una serie di problemi. Vi sono stati poi altri problemi tecnici. Solo da un mesetto abbiamo ripristinato la situazione, e, grazie alla cara Nadia, stiamo trascrivendo i vecchi diari non ancora trascritti. 

Prima di lasciarvi alla lettura integrale di questo diario di più di un anno fa, riporto una citazione:

“L’amico Antonio mi ha mandato un piccolo libro, dello stesso formato di quello che ha fatto Francesca sulla corrispondenza di Carmelo e il Professore Ferraro. Si tratta della corrispondenza dei quattro ragazzi arrestati per la No Tav, Chiara, Niccolò, Mattia, Claudio. Quello che mi ha colpito ed è degno di ammirazione, è la loro determinazione nel credere in quello che fanno, lottare contro la No Tav è allo stesso tempo combattere contro i gruppi di potere che tengono in ostaggio il paese e l’hanno ridotto in queste condizioni. Sembrerà strano, ma leggendo le loro lettere ho compreso la volontà tenace degli abitanti della Val di Susa, dopo vent’anni sono ancora lì più determinati che mai. Non solo gli italiani ma tutti gli europei dovrebbero prenderli a esempio e combattere tutte le prepotenze che i gruppi di potere degli Stati commettono contro le popolazioni. Questi grandi opere sono ormai i bancomat della politica e i lucrosi guadagni dell’imprenditoria collusa con la politica, dove ci guadagnano tutti i gruppi di potere del paese:banche, sindacati e la  Chiesa che avvalla sempre. Chi paga tutto ciò? I cittadini con le tasse e i sacrifici. Tutto ciò non sarebbe possibile senza la complicità delle istituzioni, in primis la magistratura e i servizi segreti. Ho estrapolato una frase dalla loro prima lettera: “La strada è lunga, ci saranno momenti esaltanti e  batoste clamorose, si faranno passi avanti e si tornerà indietro, impareremo dai nostri errori. Per ora guardiamo il nostro carcere negli occhi e non è facile, ma se “la Valsusa paura non ne ha”, noi di certo non possiamo essere da meno”. Credo che questo cemento costruito in tanti anni in Val di Susa, sarà un addestramento per le future lotte contro questo Stato criminale che ci ritroviamo. I quattro ragazzi sono ancora detenuti, dopo cinquanta giorni di isolamento nel carcere di Torino, sono stati trasferiti, Chiara a Rebibbia; Niccolò e Mattia ad Alessandria; Claudio a Ferrara. Sono classificati AS-2 perché la procura di Torino li accusa di terrorismo. Il procuratore Capo della Procura di Torino Giancarlo Caselli, è un maestro nel criminalizzare la gente essendo sempre al servizio del potere. In ogni epoca ci sono sempre stati i torquemada di turno.” (10 agosto)

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SCAMPATO PERICOLO

Il nuovo PM di Varese che aveva preso il posto del PM Agostino Abate nell’omicidio di Giuseppe Uva, che in modo truffaldino aveva fatto intendere che avrebbe chiesto il rinvio a giudizio dei sei poliziotti e un carabiniere che avevano ucciso Uva nella caserma dei carabinieri di Varese, per vendetta nei suoi confronti essendo che era l’amante della moglie del carabiniere. Nello stupore generale aveva chiesto lo proscioglimento, notizia fresca del rinvio da parte del GIP.
Nella procura di Varese ci deve essere un focolaio di onnipotenza che non si curano nemmeno di cosa pensa la gente, lasciamo perdere la giustizia perché è palese che fanno solo i loro interessi di bottega.
Mi auguro che con la riforma della giustizia tolgono questo sproporzionato potere a questi funzionari dello Stato che sono ormai fuori dalla Costituzione e usano la legalità delle leggi per commettere azioni illegali e arresti arbitrari.
Con l’illegalità non possono ripristinare la legalità ma fomentare altra illegalità.
22-07-2014

POVERTÁ

Essere poveri è la peggiore di tutte le colpe. Così dicevano in un film. Forse più che la colpa si può dire disgrazia, perché non c’è “disgrazia più terribile”.
Nei paesi dove la povertà raggiunge i livelli di degrado che devastano le persone socialmente, moralmente ed eticamente, si tocca con mano l’abisso in cui fa sprofondare la povertà.
La favola religiosa che i poveri avranno un paradiso quando trapasseranno nell’aldilà, serve per tenerli buoni perché sono miliardi. Quando non ci riescono ci pensa l’oppressione politica con la repressione poliziesca.
Quando ero ragazzo ricordo che un mio zio diceva che “si può essere poveri basta avere tanti soldi” ne ridevo perché pensavo che avesse ragione, erano quelle battute di persone che se non si alzano la mattina per andare a lavorare non potevano mettere il piatto a tavola; un tempo si chiamava saggezza popolare.
Dalla povertà nascono tutti i mali della società, anche tante malattie, ma nei fatti i governi non fanno niente, cercano solo di contenderla, nel frattempo chi ha molto continua ad avere ancora di più. Sembra di vedere come quando c’erano le monarchie in tutti i paesi: “il re, l’aristocrazia e il clero”, il resto stavano tutti fuori da questo cerchio.
Eppure se si volesse si potrebbe creare una società orizzontale in modo da distribuire la ricchezza a più persona e si renderebbe equa la vita a milioni di persone.
Purtroppo chi sta in cima, persone, istituzioni e poteri non hanno nessuna intenzione di mollare i loro privilegi, anche le religioni in generale predicano la povertà ma poi nei fatti mirano ad arricchirsi per essere più potenti e prevalere. I poveri in tutte queste lotte di potere politico, religioso e di arricchimento vengono usati e abbandonati alla loro povertà.
Non credo che una rivoluzione come quella francese sia più possibile, ma penso che sia possibile usare le istituzioni democratiche per cambiare il sistema.
23-07-2014

OTTIMO LAVORO

Carmelo Musumeci insieme al professore Giuseppe Ferraro dell’Università Federico II di Napoli, hanno scritto un piccolo libro sulla loro corrispondenza, per far comprendere alle persone cos’è l’ergastolo ostativo e il carcere, il prezzo e di un euro per permettere a chi ritiene questa lotta giusta di comprarne 10-20 per distribuirli ai propri conoscenti affinché si informi su queste tematiche che sono poche conosciute alla popolazione.
Il piccolo libro è intitolato “L’Assassino dei Sogni”. Lettere fra un filosofo e un ergastolano a cura di Francesca De Carolis, edizione Stampa Alternativa.
L’amica Francesca ha fatto un ottimo lavoro, dopo letto ha colpito anche me, immagino che farà lo stesso effetto su tutti quelli che lo leggeranno.
Ho trovato pensieri molto profondi e concetti filosofici che ti entrano nell’animo, inoltre il professore Ferraro usa le parole in modo meraviglioso.
Scrivono delle autentiche verità: “chi ha l’ergastolo in questo paese è alla stregua di un prigioniero di Guantanamo, un nemico dello Stato e della società”. Effettivamente è così.
Il prof. batte sempre sui legami sociale ed ha ragione perché una volta recisi con la violenza l’uomo diventa come una bestia: “La giustizia giusta è quella che restituisce i legami, la giustizia ingiusta è quella che giudica recidendo per sempre i legali con i tuoi cari e i legami con la società”.
La legalità vera e quella dei legami che mirano al rispetto di tutti, al bene comune.
C’è un passaggio che mi piace molto perché inquadra un concetto che dovremmo tutti tenere a mente: “Mostrarsi cattivi si fa un gran piacere ai buoni-cattivi che usano la legalità per esserlo, così facendo li giustificano nel loro essere cattivi”.
Concordo su tutto, tranne qualche passaggio che viene spiegato in filosofia non tenendo presente che la vita dura nelle carceri e con le pene spropositate sono realtà che sono con i fatti possono essere sanati, con le teorie filosofiche non si risolvono certi problemi anche se aiutano a riflettere e trovare soluzioni alternative.
Se ci fossero più scambi tra il carcere e la città, se solo il carcere non fosse un luogo fuori della città, come i cimiteri. Se solo ci fosse scambio tra scuola e carcere. Aggiungo che le relazioni con la società e le scuole abbatterebbero la cultura giustizialista in tutti i campi e porterebbe la civiltà nel sistema penitenziario improntata elusivamente sulla repressione e l’isolamento per annientare i reclusi.
Carmelo in uno dei suoi passaggi esprime un suo concetto che mi trova moltissimo d’accordo: “La storia della strategia della tensione paga sempre. Quando non ci sono nemici, s’inventano o si creano, una volta si dichiarava guerra ad un altro Stato. E quando i nemici sono nel cuore dello Stato, si sposta l’attenzione da un’altra parte”.
Ha colto il punto di quello che è stato fatto negli anni 90, però anche se gli autori dei reati sono stati individuati, hanno pagato e pagano ancora oggi migliaia di meridionali.
Voglio chiudere con una citazione di Antonio Gramsci: “Quando vedo agire e sento parlare uomini che sono da cinque, otto, dieci anni in carcere e osservo le deformazioni psichiche che essi hanno subito, davvero rabbrividisco, e sono dubbioso nella previsione di me stesso”.
Nulla è cambiato quando Gramsci scrisse questo e altro, parliamo quasi di un secolo fa, questo dovrebbe far riflettere tutta la società.
Ho riportato qualche citazione ma il libro anche se piccolo merita di essere letto e divulgato, chiedo a tutti quelli che ci seguono nel blog di comprarne 20 copie e regalarli ai propri conoscenti.
24-07-2014

FINALMENTE

È uscito un bellissimo articolo sulla gazzetta del Sud su quel criminale di Cesare Lombroso, hanno fatto un ottimo lavoro, menziona anche il comitato No Lombroso a cui stiamo partecipando anche noi detenuti.
Ho scoperto da questo articolo che il suo razzismo scientifico è stata la piattaforma ideologica di successive derive, come quelle sviluppate da Alfred Rosenberg, l’ideologo nazista della superiorità della razza ariana.
Inoltre quando Lombroso morì, sottoposto ad autopsia dal suo collega Foà, secondo le “autorevoli teorie lombrosiane” sarebbe risultato affetto da cretinismo perpetuo.
Con tutto ciò il suo cretinismo criminale ha causato milioni di morti, e due città come Torino e Verona l’osannano, la prima come museo dell’orrore e la seconda con un monumento in una piazza.
C’è stata una forte censura da parte dello Stato per coprire non solo lui artefice morale di nefandezze inimmaginabili, ma principalmente per difendere le menzogne del risorgimento.
Il comune di Motta Santa Lucia in Calabria è in prima fila per riportare a casa e seppellire nel suo cimitero un suo concittadino, che catalogato come brigante fu deportato nel carcere di Pavia dove morì di stenti e il suo cadavere fu dato dai Savoia al criminale Lombroso, il suo cranio si trova nel museo di Torino.
Sono contento che qualcosa di muove, la verità sta venendo a galla anche se ci ha messo 150 anni.
25-07-2014

HANNO INCOMINCIATO

Il Tribunale americano hanno condannato una multinazionale di tabacco a risarcire una vedova con 23 miliardi di dollari. Se continua così finirà l’industria del tabacco, e sarà un bene per l’umanità.
La vedova non si aspettava un risarcimento record, aveva capito milioni di dollari, poi il suo avvocato gli ha spiegato che si trattava di miliardi.
Il Tribunale della Florida ha stabilito che il colosso americano che produce le sigarette Camel, la Reynolds American dovrà risarcire la vedova che ha perso il marito nel 1996 per un cancro ai polmoni all’età di 36 anni. L’uomo per oltre vent’anni ha fumato fino a tre pacchetti al giorno.
Ha citato la multinazionale perché non informava con su chiarezza sul rischio e i pericoli che andavano incontro.
Il colosso del tabacco farà ricorso, mi auguro che l’appello confermi la sentenza.
26-07-2014

TOPONOMASTICA

Leggo una lettera sul Corriere della Sera, dove il signor Francesco Valsecchi si lamenta che a Sarajevo è stato inaugurato un monumento alla memoria di Gavrillo Princip, autore dell’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando che causò lo scoppio della prima guerra mondiale.
In oltre che hanno inaugurata una lapide a Carrara e una via a Prato a Gaetano Bresci che uccise re Umberto I di Savoia il 29 luglio 1900.
Il signore in questione non capisce questi “capricci ideologici” come lo chiama lui.
Premesso che qualunque popolo che si ribella allo straniero occupante della propria terra sono da considerare degli eroi, solo i collaborazionisti non si ribellano; facilmente questo signore fa parte di questa classi abbietta.
L’Austria occupava la Bosnia e gli eroi che parteciparono all’attentato erano tutti bosniaci, pertanto era normale che facessero qualcosa.
Ritiene che Gaetano Bresci non dovrebbe avere queste manifestazioni. Posso comprendere che non sappia della Bosnia ma almeno dell’Italia dovrebbe sapere qualcosa.
Il re Umberto I diede l’ordine al macellaio generale Bava Beccaris di massacrare la gente a Milano che protestava per l’aumento del pane, usò addirittura i cannoni commettendo un massacro.
Gaetano Bresci anarchico emigrato in America perché in Italia non trovava lavoro essendo schedato come anarchico, ritornò per fare un atto di giustizia, pagando con la sua vita, uomini del genere non si può fare altro che ammirarli.
Al processo spiegò perché l’aveva fatto e che aveva agito da solo. In carcere fu torturato in tutti i modi per farlo impazzire, l’anno dopo nel 1901 fu trovato impiccato.
Sandro Pertini durante la Costituente dopo la guerra disse ad alta voce: “a Gaetano Bresci l’hanno ammazzato le guardie carcerarie, prima l’hanno massacrato di botte e poi l’hanno impiccato”.
Le strade, piazze e monumenti del nostro Paese sono dedicati a degli autentici criminali che oggi sarebbero dinanzi alla Corte internazionale dell’Aia per crimini contro l’umanità, Vittorio Emanuele II che ne abbiamo fatto il “Padre della Patria”, Cavour che in pochi mesi prima di morire sfasciò e saccheggiò il Meridione, Garibaldi che ingannò tutti i meridionali con promesse che non mantenne, anzi quando si incontrò a Teano con il macellaio Vittorio Emanuele II disse obbedisco “infame” e consegnò il Sud ai nazisti piemontesi, poi ci sono i vari Cialdini, La Marmora, Pallavicini, Fumel, Dalla Chiesa che paragonarli ai nazisti gli si fa torto, e tanti altri mascalzoni criminali come loro, ma quello che è stato il più distruttivo è Cesare Lombroso il padre del razzismo antimeridionale che legittimò con le sue folli teorie i massacri sulle popolazioni meridionali, e ha dato la base ideologica al teorico della supremazia della razza ariana Alfred Rosemberg che sfociò nello sterminio degli ebrei e di altri milioni di persone. Oggi questo criminale patentato ha vie a lui dedicate, un monumento a Verona e un museo a Torino.
Potrei citarne altri di più recenti, come quelli del dopoguerra.
Questo signore dovrebbe studiare la storia prima di parlare.
27-07-2014

SOLIDARIETÁ DI UN DENTISTA

A Grosseto un dentista e la moglie hanno deciso di dedicare il giovedì ai bambini nella cura dei denti gratis.
Con la crisi economica le famiglie non possono permettersi le cure dentistiche dei bambini e così non soffrono solo gli adulti ma principalmente i bambini.
Queste persone che donano il loro cuore per aiutare chi si trova in difficoltà sono degni di ammirazione.
Purtroppo in Italia “l’aristocrazia” ha tutte le agevolazioni nelle cure sanitarie, mentre il popolo deve tirare la cinghia per mantenere e pagare i privilegi di questi signori, la loro fortuna che non succederà una rivoluzione di quelle che cancellano questi sistemi infami.
In Finlandia le cure per i bambini sono gratis fino a 18 anni, negli altri paesi scandinavi hanno analoghi sistemi.
Nel nostro Paese la gente in difficoltà per la crisi economica non causata da loro, deve avere la fortuna di incontrare gente che dedica tempo, risorse e la loro arte in solidarietà, in caso contrario devono soffrire e patire.
28-07-2014

BOLIVIA

La Bolivia mi era simpatica per il suo Presidente, che aveva ripreso in mano in paese e le sue risorse che i suoi predecessori scialacquavano nella corruzione, vendendo quasi gratis il gas agli americani, per questo quando e scappato dalle proteste popolari si è messo su un aereo ed è scappato negli Stati Uniti dove è stato accolto da amico.
Avendo i più grandi giacimenti di litio, il materiale che serve per le nuove batterie, non ha permesso che le multinazionali se ne impossessassero, e ha formato delle partership con la maggioranza del governo o aziende boliviane.
Mi era piaciuto anche per la difesa della foglia di coca e dei cocalero che coltivavano, perché era una cultura indios, quando le mangiò alle Nazioni Unite fu uno spettacolo.
Oggi leggo una notizia a dir poco devastante per il mondo moderno, hanno legiferato e legalizzato il lavoro minorile. Il Parlamento ha stabilito che i bambini a 10 anni possono già lavorare sotto la super visione dei genitori e a condizione che vadano anche a scuola. Aberrante realismo.
Anche se hanno voluto normalizzare un milione di bambini su dieci milioni di abitanti, perché illegalmente lavorano nelle maniere, nei campi e in altri campi.
Comprendo la povertà del paese, ma non dovrebbero mai far lavorare i bambini, quello che mi meraviglia e che le associazioni internazionali non hanno dato voce mediatica a questa sciagurata decisione.
Ricordo che quando ero bambino anche in Italia lavoravano tanti bambini, io stesso a 12-13 anni andavo in campagna a cogliere pomodori e altra verdura, e non si creavano problemi nel farmi caricare le cassette di pomodoro che mi rigavano la spalla e quando un pomodoro si schiacciava l’acidità del sugo mi faceva bruciare la pelle per un bel po’. Ma anche in altri campi era lo stesso, meccanico, carrozziere, fabbro ecc..
Credo che la scuola sia troppo lontano dalla vita reale, bisognerebbe creare le scuole come le botteghe del rinascimento, imparare a scuola anche il lavoro, in modo che finita la scuola a 18 anni non rimane solo la cultura ma anche un mestiere nella vita reale.
29-07-2014

BEATRICE

Mi ha scritto l’amica Beatrice raccontandomi un episodio che purtroppo rimane coperto dal potere che ormai ha acquisito la DNA; redigono una relazione semestrale possono accendere i riflettori su chiunque e dovunque.
Il 18 giugno a Roma si è svolto un convegno “Protomoteca”. Il carcere si fa cultura. La dialettica debito/credito nelle relazioni umane.
Erano presenti e partecipato:
1.Roma capitale- Ufficio Diritti Fondamentali, Silvia di Franca.
2. Garante Diritti detenuti regione Lazio, Angiolo Marroni.
3. Responsabile progetto laboratorio scrittura Rebibbia NC, Luciana Scarcia.
4. Docente criminologia, Milano Bicocca, Coordinatore Scientifico Ufficio mediazione Penale Milano, Adolfo Cerretti.
5. Giornalista Rai e Presidente VIC Caritas, Daniela De Robert.
6. Presidente onorario Associazione Antigone e docente Filosofia di Diritto, Stefano Anastasia.
7. Magistrato, Sostituto Procuratore nazionale Antimafia, Anna Canepa.
8. Presidente Commissione Diritti Umani Senato, Luigi Manconi.
9. Direttore CC Rebibbia NC e Regina Coeli, Mauro Mariani.
10. Vicecapo Vicario Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, Luigi Pagano.
11. Attore. Salvatore Striano.
12. Ex magistrato, consigliere Cda Rai, Gherardo Colombo.
E tanti altri.
Alla domanda sul 41 bis il PM della DNA Anna Canepa ha risposto che è un male necessario, inoltre ha alimentato tante collaborazioni. La tortura è ritenuto un male necessario, si dovrebbe vergognare, ma ormai si sentono talmente onnipotenti che non temono neanche le critiche, anche perché certi che i media non li attaccano.
Un solo direttore li attaccava Piero Sansonetti di Calabria Ora, lo inserirono nella relazione semestrale e lo fecero fuori, ora è direttore di un nuovo giornale uscito di recente “Il Garantista”, il titolo dice tutto.
Dopo essere licenziato da Calabria Ora fece una intervista sul Giornale di Sicilia e dichiarò che ormai in Italia comandavano i magistrati, prima erano protetti dalla sinistra e in particolar modo dal PD, ora sono diventati i sovrani del Paese dopo aver fatto fuori Berlusconi e dettano anche l’agenda politica del PD.
Senza dimenticare che Sansonetti è ed e sempre stato di sinistra, ma è uno dei pochi che ha capito il pericolo dello strapotere della magistratura principalmente dei PM.
Questo PM difende la tortura in un convegno senza crearsi nessun problema morale, questo la dice lunga su come la pensano e agiscono.
Ti lascio immaginare come imbastiscono i processi e come usano i pentiti.
Bene ha fatto Marroni a rispondergli: “Il male è male e basta, non esistono mali necessari”.
Forse sarebbe stato meglio dirgli che non si possono difendere i sistemi di tortura, che il 41 bis è tortura senza se e senza ma, e necessario usare le parole giuste senza diplomazia, perché anche su questo fanno affidamento.
Ad aprile è venuta in visita a Catanzaro L’On. Bossio del PD accompagnata da Emilio Quintieri, tra le tante cose gli ho detto e che il 41 bis è una tortura senza se e senza ma, poi gli ho scritto anche una lettera per rimarcare questo concetto e altri.
Marrone l’ho sentito in TV a Rai Tre qualche anno fa e lo disse che era una tortura, dovrebbe ripeterlo anche in questi convegni, perché sono le parole che muovono il mondo.
Siamo diventati il paese più corrotto del mondo, con una giustizia lenta, burocratica e politicizzata, con arretrati di milioni di processi, che hanno fatto scappare tutti gli investitori stranieri, eppure nessuno dice che sono stati i magistrati che hanno causato tutto ciò, si ha paura di dirlo, e quando la giustizia viene temuta significa che non c’è giustizia, non c’è libertà e non c’è democrazia, ma esclusivamente potere dispotico di un apparato dello Stato.
Fino a quando non si dice apertamente che le leggi emergenziali hanno devastato le istituzioni oltre l’emergenze, non diventerà mai un Paese normale.
30-07-2014

È USCITO IL PECORAIO

Stamane è uscito Rocco dopo 25 anni di carcere, come al solito sempre a fine pena, perché dalla mia sezione escono tutti così.
A dicembre 2013 aveva chiesto gli arresti domiciliari, non glieli hanno mai discussi.
Due mesi fa aveva chiesto un permesso, non glielo hanno mai discusso.
Come a maggio ad Antonio, mancava un mese e l’area educativa mise parere contrario per un permesso.
Certo si rimbalzano la palla tra l’area trattamentale e la Sorveglianza, non vogliono dare niente a nessuno e ogni scusa e buono per dire no.
A Natale 2013 su 700 detenuti, uno solo era in permesso, questo dice tutto.
Rocco ha visto crescere i figli, sposarti e diventato nonno.
Una persona che esce dopo un quarto di secolo, una generazione, un mondo che non c’è più, con quale animo deve guardare alle istituzioni tra le più corrotte del pianeta, certamente non con benevolenza.
Il sistema penitenziario è una fucina di odio, rabbia e rancore, una fabbrica recidiva, un girone dantesco che non finisce mai, perché quando si è scontato la pena la prigionia non è infinita, iniziano le misure di sicurezza di mussoliniana memoria, dove la libertà è solo una parvenza ma di fatto di è ancora prigionieri dello Stato, che solo chi non vuole vedere non vede e non capisce che la sua repressione è un arma politica e un business del potere tosco padano, la colonia ha bisogno di repressione per mantenerla tale.
Rocco aveva deciso di comprarsi una decina di pecore e godersi la vecchiaia in santa pace, gli auguro che l’apparato repressivo glielo consente, e che il futuro gli riservi ciò che desidera.
31-07-2014

ADUNATA GENERALE

A mezzogiorno tutti quelli del padiglione che volevano partecipare in teatro a un colloquio con la direttrice potevano chiederlo e andarci.
Ci siamo ritrovati circa un centinaio su circa 300 detenuti del padiglione, eravamo tutti all’oscuro di cosa si trattava.
La direttrice ha iniziato a discutere sul fatto dei tre metri quadri netti che toccano a ogni detenuto, si riferiscono solo agli spazi liberi, pertanto non si può conteggiare lo spazio del letto, del tavolo, dello sgabello, e degli armadietti, questo discorso scaturito dal fatto che i reclusi dell’AS-3 stanno facendo tutti reclamo per stare da soli in cella, perché il magistrato di sorveglianza ha emanato più di qualche ordinanza dando ragione ai detenuti, essendo che non ci sono neanche i tre metri a testa, pertanto ha ordinato che entro tot giorni il detenuto del reclamo deve essere allocato in cella singola.
Questi carceri degli anni 70-80 sono stati costruiti a norma europea, pertanto sono tutte celle singole, quelli di oggi, principalmente i nuovi padiglioni sono tutti illegali perché hanno fatto cameroncini a 3-4-5 persone che non rispettano minimamente lo spazio che ogni detenuto ha diritto.
Il codice penitenziario europeo stabilisce che un detenuto deve avere 8-9-10 metri quadri di spazio, per dare l’esempio, l’UE ha costruito a Scheveningen (Olanda) il carcere dove vengono alloggiati i detenuti condannati per i crimini contro l’umanità dinanzi al Tribunale dell’Aia, celle di 15 metri quadri secondo il diritto internazionale.
Inoltre stabiliscono le norme penitenziarie che solo in casi eccezionali e con il consenso di tutte e due possono essere messi insieme due detenuti. Invece in modo truffaldino e con l’imposizione mettono due detenuti in celle singole.
I tre metri quadrati sono un altro escamotage; i nostri politici sono molto creativi, la sentenza Sulejmanovic che condannò l’Italia perché il detenuto aveva dovuto vivere in una cella dove il suo spazio non superava i tre metri quadrati, la CEDU stabilì che in una cella con più di un detenuto lo spazio minimo non doveva scendere sotto i tre metri quadrati perché era tortura, come al solito l’Italia la fece diventare misura standard.
Il CPT “Comitato per la prevenzione della tortura in Europa” ha stabilito che al di sotto dei sette metri quadrati è tortura. Confermato da una sentenza della CEDU “Corte europea dei Diritti dell’Uomo”.
Il Ministero della Sanità italiana emanò un decreto il 5 luglio 1975, in cui stabiliva che lo spazio per ogni detenuto era convenzionalmente misurato in 9 metri quadrati.
Decisione presa per uniformarsi con il codice penitenziario europeo, questo spiega perché i carceri degli anni 70-80 furono costruiti con celle singole.
Purtroppo oggi abbiamo dei gnomi politici che fanno della furbizia la loro virtù primaria, e negli ultimi vent’anni hanno devastato non solo l’Italia, ma anche la giustizia e il sistema penitenziario.
Quella civiltà che negli anni 80 stava sbocciando nelle carceri con le celle singole, la legge Gozzini e quella apertura culturale, sono stati affossati con la complicità della magistratura, che oggi impera anche al ministero della giustizia.
Dal ministero arrivano direttive che violano la legge e costringono le direzioni a violare le norme e applicare queste violazioni con la forza del potere che l’apparato penitenziario dispone.
La burocrazia non riesce a comprendere che vivere in pochi metri quadrati 20 ore al giorno con un’altra persona e qualcosa che supera la pazienza di Giobbe.
L’UE, le leggi internazionali e quelle nazionali sanciscono che una gallina deve avere 4 metri quadrati di spazio, un maiale 9 metri e un cane 14 metri, se ciò non viene rispettato i NAS hanno il potere di chiudere l’allevamento o sequestrare gli animali.
I detenuti non hanno tutte queste tutele così dirette e chiare, ma con la burocrazia e l’intimidazione mediante ricatto, li si costringe ad accettare le direttive delle circolare ministeriale a cui vengono date in modo illegale forza di legge.
Con questi metodi si “allevano” persone piene di rancore e odio contro le istituzioni, non si sana l’illegalità figlia di politiche sbagliate o meglio dire infami. Con l’illegalità non si guarisce e non si vince l’illegalità, con la legalità si insegna la consapevolezza che l’illegalità è una ferita inferta alla comunità a cui tutti apparteniamo, pertanto è interesse di tutti difendere la società con la legalità. Con il male non si produce il bene, il male porta solo altro male, come la violenza, e con il bene che si produce altro bene.
Mi auguro che quanto prima le istituzioni insieme alla politica comprendono che solo repressione produce vittimizzazione e di conseguenza un circolo vizioso che non ha mai fine.
Devono guardare a paesi come la Norvegia o la Svezia, o prendere ad esempio il carcere di Bollate ed esportarlo in tutta Italia.
Gli spazi di vivibilità sono il punto di partenza, poi viene la regionalizzazione della pena, ognuno deve scontare la sua condanna vicino ai familiari, deve diventare una consuetudine le pene alternative affinché siano l’ordinario e non l’eccezione, perché uccidere la speranza è il più grande dei crimini, consentire ai detenuti di accedere a tutte le tecnologie informatiche, per non ricadere nell’ignoranza del nuovo millennio, oggi chi non conosce l’uso rientra nella schiera del nuovo analfabetismo, consentire più facile accesso ai contatti familiari con le telefonate e colloqui via telematica.
Queste sarebbero le basi per un cambiamento culturale proiettato nel futuro, ma purtroppo il sistema è talmente incancrenito che sarà difficile, anche con l’aiuto dell’Europa a portare un po’ di civiltà nelle nostre carceri e nella giustizia.
01/08/2014

TESTIMONE DIRETTA

Ilaria Cucchi insieme a Guido Magherini(il padre di Riccardo Magherini ucciso dai carabinieri a Firenze, un caso simile a quello di Ferulli a Milano), dopo aver partecipato alla cerimonia per l’anniversario della morte di Dino Budroni, ucciso durante un inseguimento con la polizia sul Grande raccordo anulare della Capitale.
Percorrendo via Tiburtina in compagnia del loro legale Fabio Anselmo, quando nei pressi del cimitero del Verano, Magherini ha gridato a Ilaria di fermarsi facendogli vedere cosa stavano facendo a un ragazzo, hanno assistito a una scena che nel loro cuore conoscono bene avendo perso nelle stesse condizioni un familiare. Tre agenti della polizia penitenziaria prendevano a calci un ragazzo e dopo averlo sbattuto a terra con il volto insanguinato sull’asfalto, lo hanno ammanettato.
Racconta Magherini, uno lo teneva per il collo e gli altri due gli davano dei calci dietro le gambe per fargli piegare le ginocchia e farlo cadere a terra. Il ragazzo era esile, non arrivava a pesare 50 KG. Non c’era bisogno di usare tutta quella forza.
Insieme hanno presentato denuncia alla polizia.
Questi fatti sono quotidiani, una minima parte ha rilevanza mediatica, il resto viene coperto dal corporativismo omertoso degli stessi corpi, ma principalmente dai loro sindacati e spesso dalla gente che vede e tace per paura delle varie polizie e procure.
Il marcio non sono i singoli agenti di qualsiasi corpo, ma la struttura piramidale che ha la certezza dell’impunità e la trasmettono agli agenti, che gli deriva dalla politica e dalla magistratura.
In questi tempi di crisi la politica ha bisogno di una polizia fascistizzata, in modo che qualunque dissenso possa essere criminalizzato dalla magistratura, dargli risonanza con le menzogne dei media e legittimo dalla politica. La possiamo chiamare una dittatura democratica.
Per questo motivo il potere che impera nel paese cerca di minimizzare questi episodi, e interviene pesantemente per censurarli.
Ci vuole il reato di tortura, solo così si può contenerli, con la paura di andare in galera e perdere il posto di lavoro, gli toglierà la voglia di fare soprusi e ammazzare la gente.
02/08/2014

“IO NON SAPEVO…”

Nel comune di Marcellinaria in Calabria hanno fatto un convegno che il titolo è tutto un programma: “Io non sapevo…”, gli organizzatori scrivono “non sapevo che i piemontesi, nel 1861, fecero come i nazisti a Marzabotto”.
Gli ospiti sono Gennaro De Crescenzo, Michele Bisceglie, Domenico Iannantuoni e Pino Aprile.
L’interrogativo è d’obbligo “furono briganti o patrioti?” Dopo un secolo e mezzo è giunto il tempo di riscrivere la storia menzognera scaturita dalla favoletta risorgimentale.
Dopo Garibaldi arrivò l’esercito piemontese, da quella data il Meridione con i Bordoni era lo Stato più ricco della penisola, oggi è diventato il più povero d’Europa.
La motivazione è che l’unificazione fu fatta per depredare le ricchezze del Sud da parte dei Savoia, avevano un debito astronomico e lo saldarono con il saccheggio mascherato da una repressione terroristica. Trasformarono il Meridione in una landa desolata, chiusero tutte le fabbriche, l’unica borsa lavori della penisola era Napoli e la chiusero, con carta straccia e con il terrore delle baionette dei bersaglieri e la repressione poliziesca dei carabinieri, rastrellarono tutti in ducati in oro e argento, da Nazione che era il Regno delle due Sicilie divenne una colonia tipo africana, e dall’ora non è cambiata l’impostazione. Continua la spoliazione e la repressione.
Mi auguro che tutte questa manifestazioni aumentino sempre di più, affinché non rimangono voci isolate, ma diventi una marea che non potrà più essere arrestata dalla censura del potere tosco padano.
03-08-2014

DA NON CREDERE

Un mio compagno di sezione mi ha raccontato un episodio successo nel carcere di Carinola (CE), quando c’era la sezione AS-1, adesso l’hanno chiusa, come hanno fatto anche con l’AS-3, ora è diventato solo media sicurezza.
A scuola arrivò un professore che parlando di storia disse che quella scritta nei libri non è vera, perché il Meridione era ricco e aveva le fabbriche, non gli mancava niente, e inizio a raccontare quello che nei libri di storia non c’è scritto.
Un agente riferì al direttore quello che diceva il professore, fu convocato dal direttore, comandante e la preside della scuola, e gli fecero la romanzina, lui insisteva che nulla diceva di male, allora fu minacciato e lo terrorizzarono a tal punto che non si avvicinava più ai banchi dei detenuti-studenti e non parlava più di storia.
Il triunviro era composto da meridionali, a dimostrare che aveva ragione Pino Aprile, sono i meridionali i peggiori censori della verità del Sud. Hanno una sorta di sindrome di Stoccolma, come gli schiavi dell’Antica Roma difendevano i loro padroni fino alla morte.
La realtà supera la fantasia più di quello che pensiamo.
04-08-2014

COLOMBIA

Dacia Mariani scrive un articolo sul Corriere della Sera descrivendo quello che stanno facendo in Colombia, e dice una cosa molto giusta, che bisognerebbe costringere i politici a viaggi di conoscenza affinché imparino e non facciano sempre gli stessi errori.
In Colombia i governi che si sono succeduti hanno puntato tutto sulla repressione per contrastare i narcotrafficanti e i guerriglieri, legittimando la violenza di Stato.
Sotto il governo di Uribe (socio di Pablo Escobar, alleato di ferro degli americani e di conseguenza protettore dei loro interessi politici e economici), la repressione per la strategia politica, risolvere il malessere sociale con il carcere, la tortura e le fucilazioni. Questo stato permanente di conflitto non ha fatto altro che impoverire il paese e consegnarlo in mano alla violenza da parte di tutti.
L’elite del paese aveva puntato sugli squadroni della morte, che ammazzavano la povera gente se protestava; proprio in questi giorni il più famoso capo di questi gruppi è stato arrestato in Liguria, gli accusano 130 omicidi e una marea di reati.
Il nuovo presidente ha capito che continuare sulla strada della repressione non avrebbe portato da nessuna parte, se non continuare a distruggere il paese, e ha puntato sulla pace. Ha preso a volo la mediazione di Cuba per un tavolo di pace con le FARC; il gruppo guerrigliero più longevo dell’America Latina.
Hanno trovato un accordo che fino a questo momento regge, ma sarà più duratura quando le FARC faranno parte del gioco istituzionale. Ma, li si può capire, in cinquant’anni non hanno mai potuto fidarsi.
La pace si mantiene consolidandola con quella sociale, nelle scuole, alimentando la cultura e creando coscienza civile, riducendo le distanze tra poveri e ricchi, rispetto dei diritti civili e giustizia uguale per tutti, ed è quello che stanno facendo in Colombia.
La Mariani racconta che è andato a trovare padre Carmelo, un sacerdote siciliano che fa missione in un “Barrio” (così si chiamano i quartieri), dove prima anche la polizia non entrava per quanto era pericoloso, oggi grazie alla sua opera e con l’aiuto di un gruppo di volontari, hanno pacificato il quartiere aprendo scuole, infermerie, dicendo messa nelle piazze, e man mano che la cultura si diffonde e i ragazzi capiscono che c’è un’altra alternativa alla strada, i fenomeni illegali regrediscono.
Ho pensato che la stessa cosa servirebbe in Italia, ma purtroppo i gruppi al potere non vogliono perdere i loro privilegi e l’impunità. Hanno usato e usano gli stessi metodi della Colombia ma più scientifici e moderni, siamo in Europa non potevano essere rozzi e selvaggi.
Negli anni ottanta hanno preparato il terreno per le stragi del 92-93, negli ultimi vent’anni con la copertura della lotta alla criminalità, hanno macellato il paese come fosse una colonia africana, e continuano a fare proclami di repressione invece di costruzione di pace sociale e creazione di coscienza civile. Purtroppo questo paese ha sempre avuto questo potere spietato e crudele, ricordiamoci dei principi rinascimentali, quelli odierni non sono diversi, uccidono e usano il potere adeguandosi ai tempi.
Per questo motivo temo che da soli non si riuscirà a cambiare niente, solo l’Europa può costringerci a voltare pagina.
05-08-2014

SCARABEO STERCORARIO

Come ho sempre detto non si finisce mai di imparare dalla natura. Ho ripreso in mano la rivista che mi manda l’amico Giuseppe testimone di Geova, mi ha incuriosito la notizia che mi era rimasta impressa la prima volta che l’avevo sfogliata.
Spesso ci sono cose che ti colpiscono e ti rimangono in menta, ogni tanto salgono a gala e si ripropongono. Sono andato a rileggere e approfondire con l’enciclopedia multimediale.
Gli scarabei sono circa trentamila specie, pertanto ce ne sono un infinita di variazioni, ma questo è particolare perché da forza alla Blue economic, quella che ritiene il superamento della green economic. Ogni scarto di ogni essere vivente è materia prima per un’altra specie.
Questo scarabeo si nutre di escrementi e li usa anche per deporci uova, così appena nascono hanno già da mangiare, pertanto sono utili per loro e per l’ambiente.
La cosa impressionante e che hanno studiato come facessero a orientarsi di notte, hanno scoperto che usano la luce solare e lunare.
In Sudafrica alcuni ricercatori hanno scoperto che durante le notti senza luce solare, si orientano seguendo la luce della Via Lattea, ed è il primo caso nel regno animale che si fa uso della Via Lattea.
Il ricercatore Marcos Byrne afferma che gli scarabei stercorari possiedono un vero e proprio sistema di navigazione a vista in grado di funzionare con la più fioca luce stellare sfruttando una limitata capacità di calcolo. Aggiunge che hanno quindi il potenziale per insegnare all’uomo a elaborare complesse informazioni visive. Ad esempio, imitando il sistema di navigazione degli stercorari si potrebbe programmare un drone per perlustrare gli edifici crollati.
Sono sempre più convinto che studiando la natura si troverebbero tutte le risposte ai nostri bisogni.
06-08-2014
n

VERGOGNA SENZA CONFINE

Dopo 13 anni sono stati sospesi da tre a sei mesi i poliziotti delle varie polizie che torturarono e massacrarono i manifestanti della scuola Diaz e nella caserma Bolzaneto al G8 di Genova nel 2001.
È avvenuto dopo che la maggior parte di loro sono in pensione, una presa in giro, ma tutto è successo perché il primo ministro degli Interni ha ritenuto le violenze e le torture “colpose” e pertanto non li ha sospesi, oggi la Corte di Appello di Genova ha provveduto. Anche su questo punto la Corte Europea ha bacchettato l’Italia rimproverandola di non aver destituito dalle cariche i poliziotti condannati.
Gli avvocati e Vittorio Agnolotti portavoce del “Genoa Social Forum” nel 2001 a Genova, hanno detto che è una presa in giro, sia per il tempo e sia per l’esiguità della sanzione in confronto ai reati che hanno commesso, ma è coerente con l’atteggiamento tenuto dal ministero dal 2001 fino ad oggi.
Il potere che gestisce il paese ha bisogno delle polizie per la repressione, pertanto non solo li proteggono a spada tratta ma hanno permesso anche che si fascistizzassero, oggi li vediamo che usano i metodi della polizia di Pinochet come fosse normale, e la politica, sindacati e magistrati, non dicono niente, e la società civile deve subire e stare in silenzio, quando un cittadino subisce torture o nei casi più gravi la morte di un congiunto, viene abbandonato dallo Stato e combattuto dalle istituzioni, si trovano soli contro l’apparato poliziesco che invece di proteggerli facendo il loro dovere, si comportano peggio dei criminali che dicono di combattere.
07-08-2014

LA TRANQUILLITÁ DEL CARCERE…

Dopo un anno e mezzo che era qui, ieri sera hanno chiamato Gennaro e gli hanno dato il regime di tortura del 41 bis.
Dopo nove anni era uscito dal 41 bis dell’Aquila, la famiglia andò a prenderlo, ma mentre stava ritornando a casa, sull’autostrada la DIA lo bloccò e lo riarrestò, perché la DDA gli aveva rifatto il mandato di cattura che il tribunale del riesame gli aveva annullato. Non lo fecero neanche arrivare a casa.
Lo portarono qui e da un anno e mezzo era qui con noi, ci sono rimasto male perché ritengo la tortura senza motivazione questo infame regime, inoltre comprendo lo scombussolamento che gli avrà portato.
Ho saputo che le accuse nel decreto riguardano tutti i fatti per cui era in prigione, dopo dieci anni a che serve continuare a vessare e torturare un detenuto? L’unico motivo e di torturare per farlo collaborare, non ci sono altri motivi. Ciò è condannato da tutti i trattati dei diritti umani del pianeta, a cui l’Italia ha aderito, ma come sempre non applica. Come il reato di tortura, dal 1988 ancora devono introdurlo nel codice penale. Per il semplice motivo di non urtare l’apparato repressivo.
Questo sistema di torture e vessazioni si va sempre più burocratizzando e normalizzando, quando i cittadini apriranno gli occhi sarà difficile smantellarlo.
08-08-2014

SCOLARI MODELLO

Avevo letto alcuni giorni fa una notizia molto singolare, in India nello stato del Gujarat oltre cento bambini la mattina per andare a scuola devono attraversare un fiume infestato da coccodrilli e devono percorrere cinque KM, perché sono sette anni che aspettano che costruiscono un ponte.
Alle sette di mattina 125 alunni che vivono nei 16 villaggi del distretto di Chhota Udepur, sono costretti a guadare il fiume con l’aiuto di giare in plastica dove stipano i vestiti asciutti e i libri, nuotando per 600 metri.
Nel pomeriggio a fine lezione devono fare la stessa strada per ritornare a casa. Alcuni genitori a turno li accompagnano, la traversata dura 30 minuti, con i monsoni ci vogliono buone capacità natatorie. Raccontano che a volte la corrente del fiume trascina a valle qualche bambino, ma per fortuna fino ad oggi sono riusciti a recuperarli tutti.
La cosa sorprendente e che questo Stato è il più industrializzato dell’India, anche se ci sono zone molto povere, mi sembrava strano e sono andato a controllare nell’enciclopedia, effettivamente è così.
Stamane mentre guardavo i TG è uscita la notizia e in più hanno fatto vedere il servizio come i bambini attraversavano il fiume. I maschietti quando arrivavano all’altra sponda si asciugavano e si vestivano, mentre le femminuccie attraversavano il fiume vestite e si asciugavano i vestiti addosso durante il percorso per arrivare a scuola, pertanto si ammalano spesso.
Dopo la risonanza mondiale della notizia, finalmente lo Stato ha annunciato che al più presto costruiranno il ponte, speriamo che sia vero e non per tacitare i media che si sono impadroniti della notizia.
I nostri alunni dovrebbero prendere esempio da questi bambini indiani, per pur di studiare affrontano rischi e pericoli.
09-08-2014

NO TAV

L’amico Antonio mi ha mandato un piccolo libro, dello stesso formato di quello che ha fatto Francesca sulla corrispondenza di Carmelo e il Professore Ferraro.
Si tratta della corrispondenza dei quattro ragazzi arrestati per la No Tav, Chiara, Niccolò, Mattia, Claudio.
Quello che mi ha colpito ed è degno di ammirazione, è la loro determinazione nel credere in quello che fanno, lottare contro la No Tav è allo stesso tempo combattere contro i gruppi di potere che tengono in ostaggio il paese e l’hanno ridotto in queste condizioni.
Sembrerà strano, ma leggendo le loro lettere ho compreso la volontà tenace degli abitanti della Val di Susa, dopo vent’anni sono ancora lì più determinati che mai.
Non solo gli italiani ma tutti gli europei dovrebbero prenderli a esempio e combattere tutte le prepotenze che i gruppi di potere degli Stati commettono contro le popolazioni.
Questi grandi opere sono ormai i bancomat della politica e i lucrosi guadagni dell’imprenditoria collusa con la politica, dove ci guadagnano tutti i gruppi di potere del paese:banche, sindacati e la Chiesa che avvalla sempre. Chi paga tutto ciò? I cittadini con le tasse e i sacrifici.
Tutto ciò non sarebbe possibile senza la complicità delle istituzioni, in primis la magistratura e i servizi segreti.
Ho estrapolato una frase dalla loro prima lettera: “La strada è lunga, ci saranno momenti esaltanti e batoste clamorose, si faranno passi avanti e si tornerà indietro, impareremo dai nostri errori. Per ora guardiamo il nostro carcere negli occhi e non è facile, ma se “la Valsusa paura non ne ha”, noi di certo non possiamo essere da meno”.
Credo che questo cemento costruito in tanti anni in Val di Susa, sarà un addestramento per le future lotte contro questo Stato criminale che ci ritroviamo.
I quattro ragazzi sono ancora detenuti, dopo cinquanta giorni di isolamento nel carcere di Torino, sono stati trasferiti, Chiara a Rebibbia; Niccolò e Mattia ad Alessandria; Claudio a Ferrara. Sono classificati AS-2 perché la procura di Torino li accusa di terrorismo.
Il procuratore Capo della Procura di Torino Giancarlo Caselli, è un maestro nel criminalizzare la gente essendo sempre al servizio del potere. In ogni epoca ci sono sempre stati i torquemada di turno.
10-08-2014

L’INDIPENDENZA DELLA MAGISTRATURA…

Negli Stati Uniti una Corte ha condannato una multinazionale del tabacco a pagare a una vedova 23 miliardi di dollari, una cifra astronomica, ma che sarà esempio per il futuro.
Qualche giorno addietro leggo una notizia di un fatto analogo in Italia, la condanna è di pagare a una vedova italiana la somma di 776.000 euro, con la rivalutazione e gli interessi arriva a un milione di euro.
In Italia quando i giudici devono condannare imprese, multinazionali o enti a pagare per i loro misfatti, la giustizia italiana mantiene sempre la cifra bassa. Dimostrano come siano garanti o protettori del sistema, viceversa in America sono capaci di dimostrare la loro indipendenza.
I magistrati italiani parlano di indipendenza quando si tocca il loro potere, i loro interessi e i loro privilegi, per il resto massacrano la povera gente e difendono i gruppi di potere.
Una volta ascoltai un intervista di un intellettuale che diceva: “quando si parla di sistema mafioso, parliamo di persone che con gli strumenti istituzionali abusano del potere di cui sono investiti per i loro interessi e i loro fini nell’accrescere il loro dominio e arricchirsi. Riversare quando detto sul delinquente con la coppola e nascondere la realtà”.
Credo che abbia fotografato la realtà senza sotterfugi. Nel nostro paese il paese che gestisce il potere, è un sistema mafioso, uguale ai principi rinascimentali in quanto a ferocia e crudeltà.
La magistratura difende a spada tratta questo sistema, lo fa anche per difendere se stessa.
Purtroppo questa ragnatela è talmente intrecciata tra tutti i gruppi di potere che difficilmente si possono colpire una alla volta, ma bisognerebbe abbatterli tutti insieme. Fino ad oggi non c’è stato un leader che abbia solo detto di fare una cosa del genere. Grillo non fa testo perché dice tutto il contrario di tutto e si sta comportando come i politici della prima repubblica.
Renzi mi suscita delle perplessità, vedremo se ai proclami verranno i fatti.
11-08-2014

L’ORO VERDE

L’America negli anni 60-70 ha usato tutto il suo potere per far bandire e rendere vietata la canapa-marijuana in tutto il mondo.
Aveva un documentario dei radicali nel computer, in cui spiegava il vero motivo del loro impegno nel farla diventare un reato, l’hanno mostrificata senza ritegno, d’altronde gli yankee diventano spietati quando si toccano i loro interessi.
Dalla canapa si ricava il biocombustibile che poteva fare concorrenza ai derivati del petrolio, e questo ha causato lo sradicamento di colture secolari, l’Italia era il secondo produttore mondiale, fu tutto azzerato e se ricordo bene sostituito con il tabacco, che fa più male della canapa.
Oggi questa pianta è rivalutata anche in campo medico, perché riesce a calmare i dolori cronici, modera i postumi della chemioterapia, aiuta in tante cure, ma quello che è importante e che è un prodotto naturale e non chimico.
Gli americani hanno capito le potenzialità del business, consapevoli che non può più creare problemi alla loro economia del petrolio, viene usata nel campo medico senza problemi, si sono buttati a capofitto nell’affare, faranno di tutto per diventare leader mondiale del settore.
Già due Stati americani l’hanno legalizzata e resa un business da due miliardi di dollari, la coltivano, la commercializzano, hanno aperto distributori con migliaia di negozi, addirittura ci sono le distribuzioni a domicilio come la pizza, in più si è creato un turismo in questi Stati. Altri Stati stanno vagliando di accordarsi alla legalizzazione e a tutta la trafila dalla coltivazione fino alla vendita.
Già ora ci sono 80 società quotate in borsa, la legalizzazione ha rivoluzionato l’economia in vari campi, sono nate aziende per sistemi di irrigazione, illuminazione, fertilizzazione ecc., come tutte le nuove economie galoppa a pieno ritmo, e credo che nasceranno molte multinazionali del settore.
La canapa è una pianta che somiglia al maiale, non si butta niente e ha molteplici usi, dal biocombustibile, alla fibra tessile, ai cosmetici, all’uso medico ecc..
Tempo fa ho visto in TV che in Emilia Romagna un laboratorio statale aveva seminato vari ettari di canapa senza il principio della cannabis, pertanto a parte l’uso medico poteva essere usata in tutti gli altri campi.
Nella stessa trasmissione facevano vedere in Svizzera come coltivavano trasformavano la canapa, gli intervistati erano italiani che si erano trasferiti apposta per intraprendere questa attività.
Come al solito l’Italia dorme e aspetta che il “padrone” americano gli dia il permesso per iniziare questo commercio.
12-08-2014

FINALMENTE QUALCOSA VIENE FUORI

Una mia amica mi ha mandato uno scritto che ha trovato su internet, credo che sia molto esaudiente sullo squilibrio tra il Sud e il Nord-
La Banca d’Italia, nato dalla Banca Nazionale di Carlo Boldrini un manutengolo di Cavour, che aiutò i Savoia a rapinare il Meridione, dovunque arrivavano i bersaglieri e i carabinieri si apriva uno sportello della banca nazionale.
Con leggi emanate per ripulire il Sud di tutti i ducati in oro e argento, fece razzie con il terrore della violenza piemontese, con carta straccia di faceva consegnare i ducati. (leggere “L’invenzione del Mezzogiorno”. Una storia finanziaria.)
Oggi la Banca d’Italia ha pubblicato una ricerca sullo squilibrio tra nord e sud, ma cosa strano questo studio è stato pubblicato solo in inglese, chissà perché. Il lavoro si chiama “Quaderni di Storia Economica di Bankitalia”N°4, luglio 2010.
Credo che avranno paura che la gente inizi a porsi domande e con la Rete inizino a trovare le risposte che da troppo tempo sono state nascoste.
I studiosi che hanno scritto il certosino saggio, sono il professore Stefano Fenoaltea docente di Economia Applicata all’Università di Tor Vergara di Roma, insieme al suo collega Carlo Ciccarelli, Dottore di Ricerca in Teoria economica ed istituzioni nella stessa Università.
I due professori hanno confermato come all’origine dell’attuale sottosviluppo del Sud ci sia una “bugiarda unificazione nazionale”, l’arretratezza industriale del Sud, evidente già all’inizio della prima guerra mondiale, non è un’eredità dell’Italia pre-unitaria.
Con dati economici alla mano rafforza le principali ipotesi revisionate suggerite dai dati regionali, sono i numeri che parlano esplicitamente.
Nonostante l’opera devastatrice dei piemontesi “liberatori” con lo smantellamento dell’apparato industriale dell’ex Regno delle Due Sicilie, dopo dieci anni nel 1871, il tasso di industrializzazione del Piemonte era del 1.13%, quella della Lombardia 1.37%, quella della Liguria 1.48%, l’indice di Napoli era ancora 1.44.
Cito solo qualche esempio: le officine metallurgiche di Pietrarsa a Portici (Napoli), oltre 1000 addetti prima dell’unificazione, ridotti a 100 nel 1875, alle proteste degli operai la risposta fu feroce come era nello stile dei Savoia ci furono svariati morti per mano dei carabinieri “nei secoli fedeli” sic; quelle di Mongiano in provincia di Catanzaro, 950 addetti prima, ridotti a poche decine di guardiani nel 1873, venduta per “ferro vecchio”a un ex garibaldino. Di esempio c’è ne sarebbero a decine ma mi fermo qui.
L’indice della Sicilia era allo 0,98% agli stessi livelli de Veneto che era al 0,99. La Puglia era allo 0,78% con la provincia di Foggia allo 0,82% molto più di Sondrio allo 0,56%. L’Emilia era allo 0,85%, la Calabria era allo 0,69% con Catanzaro allo 0,78% molto di più di Reggio Emilia e Piacenza che erano allo 0,76% e di Ferrara che era allo 0,74%.
Questo dimostra che nonostante il saccheggio e lo smantellimento iniziato da Cavour, il Meridione aveva una base industriale costruita in quarant’anni, reggeva nonostante tutto.
Il Nord nonostante il saccheggio del Sud che serviva a finanziare la nascente industria nordica, non riusciva a superare l’indice del Meridione, perché non avevano una base industriale, essendo che prima facevano i piazzisti dei prodotti francesi e inglesi.
Ma dopo cinquant’anni, nel 1911 la forbice si allarga molto di più, il Piemonte alza l’indice a 1.30% mentre quello della Campania era sceso a 0,93%, con Napoli all’1.32%. La Lombardia era salita a 1.67% , la Liguria a 1.62%, mentre la Sicilia era crollata allo 0,62, la Calabria allo 0.58, la Basilicata allo 0.51%.
I numeri se resi pubblici non possono mentire e ne ingannare, con questo studio i due studiosi hanno dimostrato che l’arretratezza del Sud non era pre-umanitaria, ma bensì un sottosviluppo voluto e scientificamente pianificato da una unificazione strumentalizzata in modo infame ai danni del Meridione, che purtroppo continua tutt’ora perché il feroce impianto coloniale non ha mai smesso la sua opera colonizzatrice.
Siccome la Banca d’Italia non ha fatto stampare la ricerca in italiano, dimostra come sia complice-responsabile del “genocidio” che è stato commesso ai danni del Meridione e delle sue popolazioni.
Ci vorrebbe qualcuno di buona volontà che traducesse questo studio in italiano e farlo girare in Rete.
Solo con la verità ci può essere consapevolezza nei meridionali, e facendoli finalmente ribellare dalla schiavitù tosco padana.
13-08-2014

LA CIVILTÁ CARCERARIA

Ogni due mesi mi spediscono da Padova il giornalino che stampano nel carcere, Ristretti Orizzonti.
Leggendo ho trovato un articolo di un ergastolano che prima di venire estradato in Italia è stato cinque anni detenuto in Belgio, nel carcere di Saint Gilles, Bruxelles.
Racconta che nonostante la reclusione, le relazioni familiari erano concrete, talmente normali che la moglie e i figli gli dicono che quando era in Belgio non si sentivano soli, oggi si sentono orfani.
In Belgio la detenzione è molto umana riguarda gli affetti familiari, aiutano a tenerli vivi con agevolazioni che qui ci sogniamo, anche se nell’Ordinamento Penitenziario ci sono.
Ogni detenuto ha una carta telefonica che da accesso ai numeri autorizzati, che può telefonare dalle 8:30 alle ore 18:30 tutte le volte che vuole senza limitazioni.
Lasciano fare tre ore di colloquio a settimana, più due colloqui affettivi di quattro ore al mese.
Con i figli minori, fino al diciottesimo anno di età, ogni mercoledì si possono fare colloquio dalle ore 14,00 fino alle ore 18,00 senza la presenza degli agenti, ma seguito da un educatrice, dove si può giocare, fare i compiti della scuola e parlare dei loro problemi.
Tutti i reclusi hanno un lavoro con uno stipendio che permette di non gravare sulle spalle della famiglia e mandare qualcosa casa.
L’ergastolano dice che a Belgio ti lasciano fare il padre, il marito, il figlio, in modo che un giorno quando rientri a casa non sei un estraneo.
Telefonando a casa, trova solo la moglie e gli chiede dove sono i figli, la moglie afflitta gli dice che la figlia è in ospedale per un incidente, finiscono i dieci minuti, chiede all’agente di usufruire la telefonata straordinaria (a Padova hanno tutti due telefonate straordinarie, a parte quella settimanale), gli risponde che non è possibile avendo appena telefonato, a nulla è valso spiegarli quello che è successo, la burocrazia prima di tutto.
Sono decenni che discutono di umanizzare le carceri, a niente sono valse le condanne della CEDU, in modo truffaldino continuano e niente cambia.
La disumanizzazione e la tortura è diventato un business, l’apparato della repressione e i tanti campioni della legalità, con la complicità dei politici e dei media alimentano la sofferenza e la tensione per non perdere i loro privilegi e i loro interessi. Anche se in Europa siamo uno dei paesi più sicuri e in ultimi nella classifica della commissione dei reati, e storicamente il periodo con l’indice più basso dei reati perpetrati, loro continuano con “l’inquisizione”, esclusivamente per nascondere le loro ruberie, corruzione e proteggere le loro rendite parassitarie.
14-08-2014

NON MI MERAVIGLIO PIÙ

Ieri sera nei TG davano la notizia che Conte l’ex allenatore della Juve, dopo essersi fatto pregare e poste le sue condizioni economiche e di lavoro, ci ha fatto la grazia di accettare, ora vedremo il “messia” cosa farà.
Nessun allenatore si è comportato come lui, ha imposto ogni cosa, dallo stipendio alla supervisione di tutte le nazionali. Perfino Mancini che prende il doppio dello stipendio di Conte aveva dichiarato che si sarebbe adeguato ai parametri stabiliti dalla federazione, per di più che lui ha esperienza internazionale, cosa che Conte ha dimostrato tutti i limiti nelle coppe europee.
Credo che Tavecchio nuovo presidente della Federazione, vecchio mestierante delle poltrone, ha voluto dare un contentino al “ragazzotto” presidente della Juve che capitanava la frange avversa alla sua elezione.
Non fanno altro che parlare di regole e poi a un posto così prestigioso ci mettono uno che è stato condannato per comportamento illecito, certamente l’esempio che hanno dato è pessimo, perché trasmettono che il potere se ne frega e fa prevalere la sua arroganza.
Nel servizio passato al TG mi è rimasta impressa una notizia che hanno dato, Conte è il primo allenatore meridionale della storia della nazionale. In circa un secolo non c’è mai stato un allenatore meridionale che meritasse questo posto? Credo che ha prevalso il razzismo antimeridionale.
Conte è il primo perché ha dato prova di essere un bravo servo a Torino.
15-08-2014

LIBERARE LE SCUOLE

Leggendo “Una città”una rivista che pubblicano a Forlì a cui collaboro e me la inviano tramite l’abbonamento, ho trovato un articolo molto importante sulla scuola, si tratta di una intervista ad Alessandra Cenerini presidente dell’A.d.i. (Associazione docenti e dirigenti scolastici italiani).
Fondata nel 1998 con la finalità di affermare il professionismo della docenza e della dirigenza scolastica.
In Italia l’insegnamento è una sorta di serbatoio di posti di lavoro monopolizzato dai sindacati e dalla politica, pertanto il degrado nel corpo insegnanti non deriva dai singoli docenti, ma dal sistema creato dal cancro criminale del sindacalismo istituzionale e dalle segreterie dei partiti.
I paesi che hanno puntato sull’istruzione in poco tempo sono diventati eccellenza nel mondo con un ritorno anche economico.
Il Presidente Cenerini cita due paesi come esempio: la città Stato di Singapore, prima della sua indipendenza nel 1965 era una piccola isola tropicale povera e con un analfabetismo dilagante. Puntò molto sull’istruzione con grandi investimenti sulla scuola e in particolare sugli insegnanti, oggi è la quarta potenza finanziaria mondiale.
Risulta che i quindicenni di Singapore hanno la media più alta nell’indagine internazionale.
In Finlandia hanno fatto la stessa cosa, ed è internazionalmente riconosciuto che hanno le migliori scuole del mondo, questo ha contribuito a farle acquisire un benessere sociale tra i più alti al mondo.
Sia Singapore che la Finlandia hanno introdotto una forte e severa selezione nell’ingresso degli insegnanti. Vengono selezionati tra i migliori studenti solo il 10%, e nella loro carriera tutto viene valutato secondo i meriti acquisiti.
Seppur piccole nazioni, essendo che i loro abitanti non superano i cinque milioni di abitanti, con una seria programmazione di investimenti sono diventate leader del mondo, questo dimostra che l’istruzione paga sempre, anche in termini economici ma principalmente crea cittadini consapevoli.
Nel nostro Paese gli interessi di vari settori hanno creato una ragnatela che opprime qualsiasi apertura affinché siano i migliori a emergere, e allo stesso tempo la qualità degli studenti ne risente.
I punti dolenti e le soluzioni li elenca il presidente nell’intervista, ma dubito che la piovra statalista della politica e del sindacato molli una rendita di potere così appetitosa.
Il primo passaggio è quello di decentralizzare l’amministrazione del personale, spezzando la dipendenza del personale dal ministero. Allo Stato deve rimanere solo la definizione di regole generali nazionali.
Ridare prestigio sociale a questa professione, anche con un aumento dello stipendio che attualmente è il più basso d’Europa.
Creare una rete scolastica con più poteri ai dirigenti, se un insegnante non ha le capacità deve poterlo licenziare.
Istaurare la meritocrazia e dare più autonomia agli istituti scolastici.
Se venissero applicati questi criteri che suggerisce il presidente Cenerini sarebbe una rivoluzione che spazzerebbe tutti quei migliaia di vincoli burocratici che tengono imbrigliati gli istituti e i loro dirigenti da ogni innovazione.
Renzi fino ad oggi non ha fatto altro che dire di voler abbattere i privilegi e liberare la pubblica amministrazione dalla burocrazia, speriamo che liberi anche le scuole.
16-08-2014

NIKOLA TESLA

L’amico Gianfrancesco mi ha mandato il film su Nikola Tesla, l’ho visto subito perché sono appassionato del personaggio, credo che si possa definirlo il Leonardo da Vinci dell’era moderna.
A parte la corrente alternata che usa tutto il mondo, la radio che il congresso americano gli ha riconosciuto dopo cinquant’anni l’invenzione e tante altre invenzioni che lui da idealista ha venduto per continuare i suoi esperimenti.
Credo che al giorno d’oggi avrebbe portato a termine tutti i suoi progetti, perché nessun governo l’avrebbe lasciato in balia di squali come Thomas Edison e Morgan il petroliere.
Avevo letto la sua biografia scritta da Massimo Teodori, ma nel film ho appreso meglio la sua grande scoperta, quella di produrre energia pulita inesauribile, ma quando lui ingenuamente lo disse al suo finanziere Morgan questi gli tagliò i fondi.
Morgan aveva finanziato le sue ricerche per trovare un modo come trasmettere la corrente senza fili, quando gli riferirono che gli esperimenti di Tesla erano per dare energia pulita gratis a tutto il mondo, subentrò la morale da business di Morgan e gli tarpò le ali.
Nel film lui dice chiaramente che bruciare per produrre energia avrebbe ridotto il mondo a quello che attualmente è, inquinamento intollerabile.
Morgan disse che non si poteva mettere a vendere le antenne.
Oggi il mondo avrebbe preso un’altra direzione e non avremmo il grado di inquinamento attuale e tutte le guerre che succedono per il petrolio e derivati.
17-08-2014

STORIA DEL BRIGANTAGGIO DOPO L’UNITÁ

Ho finito di leggere il libro “Storia del brigantaggio dopo l’Unità”. Scritto da Franco Molfese. Edizione Feltrinelli.
È palese che sia uno scribacchino unitario, ma per amore della verità devo dire che ha scritto cose che un fazioso non avrebbe mai scritto, forse essendo che era vice direttore della biblioteca della Camera dei Deputati non poteva esporsi troppo, ma allo stesso tempo ha innalzato autentici criminali sull’altare della gloria, facendo passare i loro crimini come dovere.
Comunque, anche se fazioso fa riflettere, con tutte le sue inesattezze.
Riduce il tutto a una guerra politica tra democratici, liberali e borghesia agraria, e che la rivolta dei contadini fu istigata dai Bordoni e dal clero, semplifica questo aspetto, e omette a grande linee il nazismo stragista dell’occupante piemontese con la complicità dei fuoriusciti del 1848 piemontesizzati nell’esilio torinese che lui chiama patrioti.
Liborio Romano disse: “gli esuli napoletani del 1848, piemontesizzati ed estranei al loro Paese, alimentarono la rappresentazione negativa del Sud, disprezzando i loro fratelli rimasti in Patria, tornati a Napoli credevano non esservi più nulla di buono tranne essi solo”.
Mentre i contadini “cafoni” sono ritenuti da lui briganti senza progetto politico, animati solo da spirito di vendetta e di rivalsa contro i “galantuomini” e l’invasore piemontese.
Non si piegarono allo straniero, e anche senza armi e senza ufficiali, corsero sui monti a tenere alto l’onore della Patria e la bandiera dei gigli, autentici patrioti che pennivendoli salariati savoiardi consegnarono alla storia come briganti.
I combattenti della seconda guerra mondiale che andarono in montagna a combattere contro l’invasore tedesco, sono ritenuti eroi e osannati anche oltre i loro meriti, come giusto che sia, viceversa i patrioti meridionali neanche oggi dopo 150 anni viene riconosciuta la loro eroicità.
I popoli meridionali per intuito infallibile avevano capito che la posta in gioco non era il loro re Francesco II ma l’indipendenza della loro terra; non la monarchia borbonica ma l’autonomia amministrativa dello Stato; non il destino di una dinastia ma quello proprio, e questo sollevò il 99% dei meridionali contro il nemico piemontese.
Il Regno delle Due Sicilie non crollò o implose come vogliono farci credere nella loro favoletta risorgimentale, ma cadde tramite un complotto orchestrato dagli inglesi e francesi, sia per interessi di supremazia industriale e sia di monopolio commerciale, come quello del zolfo in Sicilia che Ferdinando II aveva cacciato gli inglesi che volevano controllarlo, come le protezioni alle industrie contro l’invasione dei prodotti inglesi. Ma, principalmente perché il Regno di Sardegna Sabaudo aveva un debito enorme con i banchieri inglesi e francesi, anche con i Rothschild, che convinti dagli inglesi e francesi finanziarono gli altri 50 milioni di lire per la spedizione in Sicilia. Tutti e tre sapevano quando era ricco il Regno delle Due Sicilie, il primo in Italia e il secondo in Europa, solo con il saccheggio del Meridione i Savoia avrebbero potuto pagare il debito astronomico che il creativo “truffaldino” Cavour aveva contratto.
La conquista del Meridione fu una rapina per pagare i debiti; il braccio destro di Cavour, Pier Carlo Boggi nel 1859 al Senato di Torino disse in aula: “O la guerra o la bancarotta”, si salvarono con il saccheggio del Regno delle Due Sicilie.
D’altronde Francesco II mentre saliva sulla nave che l’avrebbe portato a Roma in esilio disse: “Non vi lasceranno che gli occhi per piangere”, chissà se fu un profeta o perché conosceva bene la capacità dei Savoia.
Cavour, il primo atto che fece fu di ripulire il Banco delle Due Sicilie, erano depositati 118 sacchi di oro che ammontavano a 405 milioni di lire, per fare un paragone, dopo qualche anno stanziarono un milione di lire per appalti pubblici nel Meridione.
Il secondo atto fu di cancellare tutto l’apparato industriale, che nel giro di pochi anni morì di “asfissia”, e con il saccheggio del Sud costruirono da zero l’attuale industria del Nord.
I conquistatori piemontesi, per meglio spremere il Sud, si mossero sia sul fronte militare e sia su quello politico, istillando nel resto delle popolazioni italiane, con l’aiuto di Cesare Lombroso la predisposizione criminale dei meridionali, la differenza raziale, di degenerazioni e di inferiorità, di tutto ciò ne erano impregnati anche i dibattiti parlamentari.
L’arroganza è la loro presunta superiorità, protrassero per decenni la guerra con la crudele repressione, per spremere bene le popolazioni meridionali. Dopo il saccheggio iniziale, iniziarono a piovere tasse di ogni risma, circa 36 orpelli di ogni tipo, non contento Cavour, con il suo manutengolo, più mascalzone di lui, il direttore delle Banca Nazionale (futura Banca d’Italia) Carlo Boldrini, dove prendevano posizioni carabinieri, bersaglieri e prefetti, impiantava una succursale della Banca Nazionale, con leggi varate da un parlamento al servizio di questi masnadieri, costringevano i meridionali a usare la carta straccia che emanava la banca, consegnando i ducati in oro e argento.
Rubarono, estorsero, rapinarono, espropriarono nel modo più miserabile dei termini, coprendo il tutto con la repressione e la retorica dell’unità d’Italia. Si dicevano nostri fratelli mentre ci trattavano da servi e ci massacravano.
Il Meridione fu considerato dall’inizio un allargamento dei confini del Piemonte, il loro approccio fu colonialista e da tale si comportarono, istaurarono un regime di terrore facendo scorrere il sangue a fiumi, massacrarono un milione di meridionali, mezzo milione furono gli arrestati, 54 paesi rasi al suolo. Ogni soldato o chiunque portasse una divisa aveva potere di vita e di morte sulla gente, potevano fucilare qualcuno solo perché a loro giudizio aveva un po’ di pane in più mentre andava in campagna a lavorare, fucilarono donne, bambini e anziani, stuprarono e oltraggiarono come facevano le orde mongole, l’arbitrio divenne la norma e il sangue l’unica legge. La legalizzazione pura e semplice della crudeltà, dove la ferocia calpesta ogni sentimento umano.
“Erano tanti i ribelli che numerose furono anche le fucilazioni, e da Torino mi scrissero di moderare queste esecuzioni, riducendole ai solo capi. Ma i miei comandanti di distaccamento che avevano riconosciuta la necessità dei primi provvedimenti, in certe regioni dove non era possibile governare, se non incutevano terrore, vedendosi arrivare l’ordine di fucilare soltanto i capi, telegrafavano con questa formula: “Arrestati, armi in mano, nel luogo tale, tre, quattro, cinque capi do briganti”. E io rispondevo: “Fucilateli”. Poco dopo il Fanti a cui il numero dei capi parve straordinario, mi invitò a sospendere le fucilazioni e a trattenere prigionieri tutti gli arrestati. Le prigioni e le caserme rigurtivavano.
Generale piemontese della Rocca
In Parlamento lo sapevano, come lo sapevano in quello inglese. Il deputato Ferrari, nella seduta alla Camera del 19 novembre 1862, con la violenza accusò: “vengono cacciate nelle carceri e fucilate famiglie intere; il numero delle vittime e dei carcerati è enorme. È questa una guerra di barbari! Se il sentimento vostro morale non vi fa inorridire di comunicare, sguazzando nel sangue, io non saprò più comprendervi. E quando io affermo del Regno di Napoli, ditelo pure alla Sicilia. Là pure si cacciano le genti in prigione, e si uccidono a fucilate senza nessun formale procedimento. Versare sangue è diventato sistema… Ma non si rimedierà già al male, versando il sangue a torrenti. In questo sistema di sangue, chi veste un uniforme si crede di avere diritto di uccidere chiunque non ne porte”.
Francesco Crispi riferiva alla Camera che a Girgenti (odierna Agrigento), con un atto ufficiale del prefetto, in un solo mese nelle prigioni c’erano 32.000 prigionieri. Crispi chiede al ministro dell’Interno “ne avete ancora da arrestare?”. (nel libro riporta 4.000, queste sono una delle inesattezze di cui accennavo all’inizio).
I prigionieri delle popolazioni della provincia di Salerno:scrissero una lettera al loro RE Francesco, firmata da oltre 5000 reclusi.
“Sire, né tempi di lutto e di dolore nazionale è pur dolce rivolgere il pensiero e la parola a colui che nel breve suo regno fu simbolo alla Nostra Patria nativa di gioia, di pace e di prosperità… È tre anni che noi fummo da mani parricide venduti al popolo beato d’Italia, che siamo schiavi sotto l’impero di una feroce forza, che colle sostanze e le vie dei nostri cari perdemmo anche il diritto di lacrimare.
Ma, udite, Sire, il nostro Onore è salvo; né codardo è il vostro popolo, come vanno alcuni politici strombazzando.
Lo dicono il disprezzo e l’odio, onde ricambiato l’efferata piemontese dominazione; lo dice la resistenza attiva e passiva che ad ogni piè sospinto incontra in tutti gli ordini sociali; lo dicono quelle migliaia di vittime umane, che tuttodì cadono sotto il ferro dell’infame usurpatore; lo dicono le carceri riboccanti di migliaia di infelici”.
Salerno 3 gennaio 1863
Nel 1861 il deputato inglese Giorgio Bowyer aveva indirizzato una lettera a Lord Palmerstan, raccontandogli quello che succedeva nel Meridione. Cita tanti episodi di stragi, ma termina che la distruzione è totale, e il governo inglese dovrà rendere ragione al Parlamento quando si adunerà, sui delitti commessi nell’Italia meridionale sotto la tirannia di Cialdini e Pinelli- 12 agosto 1861.
Lord Lennox, dopo aver visitato alcune carceri e visto l’inferno e le torture di cui erano vittime migliaia di meridionali, fece una relazione al Parlamento inglese. Dopo aver elencato le sue visite e il girone dantesco, concluse “Sento il debito di protestare contro questo sistema. Ciò che è chiamata unità italiana deve principalmente la sua esistenza alla protezione e all’aiuto morale dell’Inghilterra, deve più a questo che non a Garibaldi, che non agli eserciti stessi vittoriosi della Francia, e però, in nome dell’Inghilterra, denuncio tale barbare atrocità, e protesto contro l’egidia della libera Inghilterra così prostituta”.
Impiantarono un sistema burocratico- poliziesco che dura tutt’ora, si inventarono il confino, il domicilio coatto, l’arresto per sospetto, l’associazione brigantesca; oggi mafiosa, riempiendo i carceri all’inverosimile, non contenti dei massacri emanarono la famigerata legge Pica per dare legittimità legale alle loro infamie e avere più mano libera nel comportarsi peggio dei nazisti.
Massari deputato del collegio di Bari. Apparteneva al gruppo di esuli unitari che in una certa misura si erano distaccati dalla realtà del loro paese di origine.
Mentre era in viaggio nel Meridione con la Commissione d’inchiesta sul brigantaggio, Massari confidò a Spaventa: “in quei barbari e selvaggi paesi…”, con la “Relazione Massari” sfociata dal pregiudizio dei piemontesizzati, Massari, Spaventa ecc., sfociò l’obbrobrio della legge Pica”.
Con questa legge la sbornia di sangue non ebbe freni, e siccome non volevano ostacoli, saturarono collegandoli a riposo il 90% dei magistrati, il restante si adeguarono complici alla crudeltà piemontese.
Fecero venire quasi tutti prefetti dal settentrione, dandogli poteri illimitati. Ai prefetti venivano attribuiti poteri eccezionali in materia industriale, commerciale, trasporti, chiusura di masserie e forni di campagna, concentramento di animali, disarmo della popolazione, sospensione e sostituzione dei sindaci, ufficiali e militi della guardia nazionale, oltre al confine dei sospetti.
Non riuscendo a domare la ribellione pensarono alla deportazione, parlarono con il Portogallo per avere un isola dove deportare i meridionali, venuta a conoscenza la stampa l’Europa inorridì, e questo bloccò i Savoia, ci riprovarono qualche anno dopo con l’Argentina per avere un pezzo di Patagonia, ma anche loro si rifiutarono, allora ripiegarono sulle isole nostrane: Pianosa, Asinara, Ponza, Santo Stefano, Capraia, Gorgonia, Favignana ecc., ma prima di queste Cayenne avevano già aperto lager nelle Alpi per portarci i soldati meridionali, la più tristemente famosa “l’Auschwitz”piemontese di Fenestrelle(un forte sopra Torino a 2000 metri di altezza), dove si sopravviveva non più di tre mesi, poi venivano buttati in una vasca con la calce (esiste ancora) per fare scomparire i corpi, si presume che oltre 26.000 perirono in questo lager, avevano anticipato di ottant’anni i nazisti.
Quando iniziò la deportazione interna, ogni giorno file di centinaia di persone, vecchi, donne incinte e anche bambini di 10 anni, venivano strappati dalle loro case e mandate incatenate nelle isole della Toscana o di Sardegna a morire di malaria e di stenti.
Nel 1863 patrioti napoletani, a rischio della vita, affissero questo manifesto nella città di Napoli, nell’occasione della venuta di Vittorio Emanuele II nei suoi nuovi possedimenti, il contenuto dice tutto senza fraintendimenti.

A RE VITTORIO EMANUELE
OMAGGIO DE’ NAPOLETANI

Se calpestando ogni diritto, divino, ed umano, volontario ti cacciasti nelle lordure della rivoluzione, ed ora, trascinato dalla sua corrente, sei per la china a subirne la finale catastrofe; se, dopo l’assassinio de’ Sovrani, e dei popoli d’Italia, per cui ài steso la mano sacrilega sulla CASA DI DIO, e sui popoli traditi, riducendo il nostro sventurato Paese a una squallida prigione di miseri, ti lusinghi, colle riviste militari, con i viaggi, e le procurate feste, illudere ancora i Napoletani, ed addormentarli nella dura servitù per puntellare il tuo usurpato, e cadente potere… t’inganni!!
Ad onta delle barbare leggi, dei vili satelliti, che ti circondano, e delle bajonette, che supponi ti potessero difendere… noi non siamo un popolo di schiavi; noi, fra ceppi, ed il patibolo, franco ti parliamo, come si conviene ad un uomo, che si è messo fuori di ogni legge!
Dopo tre lunghi anni di calamità, e di dolorosa esperienza, l’illusione è svanita, l’inganno si è dileguato, ed il tuo riapparire fra noi equivale a quello di ‘infausta cometa, apportatrice di nuove sventure, che le piaghe sanguinanti dell’infelice PATRIA NOSTRA rinnova!
Che dunque pretendi da noi? Le nostre sostanze? Le ài tutte rapite! La nostra proverbiale prosperità? Non vi è che lo squallore! La nostra gioventù per lanciarla in guerra fratricidia? È tutta in armi per le campagne a pugnare contro la tua usurpazione! Le nostre acclamazioni? Le avrai sì da ottantamila prigionieri politici, da duegentomila famiglie, che ài ridotto alla mendicità; dal clero tutto incatenato, e proscritto; da dieci milioni di uomini insomma cui non ài lasciato, che l’ultimo anelito di vita, e questo ti maledice, ed impreca quale FLAGELLO DI DIO!
Credi forse di governare sulle nostre intestine discordie? Sappilo che seppur divisi in tutt’altro, siamo però tutti concordi nell’ODIARTI, Ché TUTTI ài tradito, ed oppresso! Che sei a tal riguardo di brutalità e di barbarie sei giunto da non sentire il rimorso delle tue nefandezze, onde ài emulato, e vinto tutti i tiranni, tutti i grandi scellerati della storia, non ti lusingare però, che le feste ufficiali, che per te si fanno collo stremo dei sudori, e del sangue dei popoli, o imposte dal terrorismo de’ tuoi spietati manigoldi, fossero contrassegno di simpatia, o pubblica gioja! No, sono un prato fiorito nel quale si ascondono velenosi rettili!… Sono un’amara ironia, un solenne oltraggio, che gli stessi uomini del potere, per sordido profitto, e per covrire enormi frutti, fanno alla tua odiata persona!
Sappilo, l’Europa civile, la Diplomazia, il mondo intero àn portato il loro severo giudizio sulle opere nefande del tuo infernale governo, e sulle nostre giuste querele!… Poc’altro, e col nostro compiuto trionfo l’Italia sarà libera dalla tua importuna esistenza!! Sappilo, non si conculca impunemente la giustizia, né gli interessi, e la pace dei popoli!…
Dilèguati dunque presto dal nostro sguardo, chè questa classica terra, tanto da te straziata brucia sotto i tuoi passi, ti ributta ed abomina! Dilèguati, mentre noi anche una volta abbiamo la soddisfazione di ripetere lo storico grido:
VIVA L’AUTONOMIA E L’INDIPENDENZA DELLE DUE SICILE!
Napoli 9 novembre 1863
L’autore del libro cita più di una volta Luigi Settembrini, farò anch’io una citazione dell’intellettuale, dove stravolge quello in cui aveva creduto.
Nel suo libro “Ricordanze della mia vita” del 1870, ricordò ai suoi studenti durante una lezione dopo l’unità: “Figli miei, bestemmiate la memoria di Ferdinando II (padre di Francesco II), perché è sua la colpa di tutto questo”, allo stupore degli allievi aggiunse: “Se egli avesse impiccato noi altri, oggi non si sarebbe a questo. Fu clemente e noi facemmo peggio”.
La infame propaganda piemontese fece diventare l’esercito borbonico una macchietta, quando invece furono traditi dai comandi che si erano venduti agli inglesi e alla massoneria, essendo che la stragrande maggioranza erano aristocratici e massoni, alcuni di questi vigliacchi infami furono fucilati dagli stessi soldati.
Preferirono morire tra mille stenti piuttosto che abiurare la propria patria, su 97.000 effettivi solo 1700 si arruolarono nell’esercito piemontese. Politici prezzolati andavano per convincerli, rimanevano meravigliati perché seppur allo stremo rispondevano “un solo Dio e un solo re”.
Dopo anni furono liberati soldati e ufficiali a patto che emigrassero.
Se nel 1860 ci fossero stati tanti borbonici come l’anno seguente, Garibaldi sarebbe stato linciato anche se aiutato dagli inglesi. Come dimostra la freddezza ricevuta dai meridionali nell’avventura per la conquista di Roma nel 1862 fermata in Aspromonte.
Con la parola unità aveva illuso tanti meridionali, aveva creduto di avere un futuro pieno di prosperità e benessere per tutti, invece andavano incontro all’inferno che mai avrebbero immaginato. L’illusione unitaria fu una truffa di Garibaldi. Consegnò il paese nelle mani di quel despota sanguinario di Vittorio Emanuele II, che oggi viene ritenuto il “Padre della Patria”; come se i tedeschi avessero nominato Hitler padre della Germania.
Lui sapeva l’orrore che stavano combinando, ma non fece niente, suo figlio Ricciotto fu onesto e giusto, tornò nel meridione ma a combattere da parte dei meridionali, come fecero anche tanti soldati piemontesi, che per carità di patria viene taciuto.
Tutti sapevano. Anche Cavour. Alcuni storiografi palesano che non sapeva niente delle stragi e dei lager sulle Alpi, invece sapeva tutto. Il Conte Gustavo Ponza di San Marino (piemontese) denunciò a Cavour l’enormità delle fucilazioni sommarie, senza peraltro riuscire a impedirle e ne farlo intervenire, non poteva perché era uno dei fautori.
La storiografia ha fatto passare i briganti come uomini truci e senza ideali, dediti solo al saccheggio e alle scorribande, invece erano uomini veri, che pur sapendo che non potevano vincere si battevano con onore, morivano con dignità e non tradivano, come hanno riconosciuto i tanti criminali piemontesi, Nino Bixio, il maggiore Pieri, il generale Franzini, il colonnello Mazè de la Roche e il generale Villarey, ammisero che i briganti affrontavano la morte con coraggio, erano imperturbabili davanti alla fucilazione. I capibanda morivano sempre con coraggio ed una sorta di dignità ancora maggiore dei gregari.
“Non ci fu mai un caso in cui un brigante catturato avesse preferito denunciare i compagni o coloro che li avevano soccorsi nel tempo del pericolo”. “Io stesso vidi combattere con molto valore, nella banda Caruso, una donna armata di due revolver nelle mani, e affrontare, presso Francavilla, la mia cavalleria”. Il generale Pallavicini.
La banda Carbone composta da 22 uomini, accerchiata il 20 dicembre 1862, da fanteria, cavalleria e guardie nazionali nella masseria Boreano in territorio di Melfi, si rifiutò di arrendersi, avendo gli assalitori appiccato il fuoco all’edificio, i briganti abbatterono i loro cavalli e si uccisero poi tutti.
Hanno avuto tanta paura di divulgare la storia quella vera che l’hanno occultata e usato tanti scribacchini per crearne un’altra, ma tutto risorge e mi auguro che con internet ci sia questa possibilità di riscrivere la storia, affinché noi meridionali possiamo studiarla; un popolo senza passato non potrà avere un futuro.
Voglio concludere con un scritto di Carmine Crocco conosciuto come il generale dei briganti:
“Calpestati, come l’erba dagli zoccoli dei cavalli, calpestati ci vendicammo. La libertà non è cambiare padrone, non è parola vana e astratta, sentire il possesso di qualcosa, a cominciare dall’anima. E vivere di ciò che si ama.
Vento forte impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, è così sempre sarà.
18-08-2014

LO SPECCHIO

Mi hanno applicato due volte il 14 bis OP, isolamento particolare, in entrambe le volte la mattina dovevo chiedere lo specchio.
Nelle celle lo specchio è cementato nel muro con l’aiuto del silicone, diviene impossibile di toglierlo dal muro, anche romperlo diviene difficile.
Ma per assurde e cervellotiche decisioni che prendono al DAP, e le direzioni che applicano sempre con il bilancino le parole scritte nel provvedimento del 14 bis, ci includono anche lo specchio.
Il paradosso e che senza il 14 bis lo si ha cementato nel muro, con il 14 bis lo si tiene libero in mano nella cella, con tutta la possibilità di farne quello che temono.
A loro non importa l’uso che ne potresti fare, quello che gli interessa che devi chiedere lo specchio, come dire che ti concedono di poterti specchiare, non è più un tuo diritto ma una concessione.
La mattina quando vado a prendere lo specchio a Nellino, sta scontando il 14 bis, non posso non pensarci.
Ricordo che l’ultima volta che ho avuto il 14 bis, sono stato tre mesi senza farmi la barba, non chiedevo lo specchio, i due ispettori responsabili della sezione. Mi chiesero perché non mi facevo la barba e né i capelli, gli risposi che l’avrei fatto quando mi avessero messo lo specchio in cella.
Quando videro che non retrocedevo sulla mia posizione, un mese prima che finivo il 14 bis mi vennero a mettere lo specchio.
Non finii il 14 bis perché il Tribunale di Bologna accettò il mio ricorso 10 giorni prima della scadenza.
Il carcere ha un solo scopo, quello di annullarti con la repressione e il contenimento, questo comporta di alimentare odio e rancore contro le istituzioni e la società, di conseguenza alimenta la recidiva che in Italia è al 70% la più alta d’Europa.
19-08-2014

PARMA NON SI SMENTISCE MAI…

Il carcere di Parma non si smentisce mai, l’impronta data dall’ex direttore è continuata con la nuova direttrice e ora sarà ancora peggio con il nuovo direttore che una volta era qui a Catanzaro e mi hanno raccontato le sue gesta…
Carmelo mi ha mandato uno scritto che ha inserito in Ristretti Orizzonti, riguarda una lettera che gli hanno scritto tre amici dal carcere di Parma, che gli hanno fatto sapere che la direzione non gli ha concesso di comprare diversi libri, volevano sapere perché compravano tanti libri a testa. Qualcuno ricorderà che poco tempo fa Marcello dell’Utri si lamentò che non gli facevano tenere più di tre libri in cella.
Questo piccolo libro dal titolo: “L’Assassino dei sogni” curato da Francesca De Carolis riguarda la corrispondenza tra Carmelo Musumeci e il professore di Filosofia Giuseppe Ferraro dell’Università Federico II di Napoli, l’intento e di far conoscere il carcere e l’ergastolo, per permettere la divulgazione il costo è di un euro, come i piccoli libri di mille lire di una volta.
Anche io ne ho comprato 20 copie e sto aspettando che me li portino, ne ho ricevuto due e ne ho spedito uno al magistrato di Sorveglianza e un altro alla direttrice. Quando mi arriveranno gli altri li farò avere un po’ a tutti, dall’area educativa, ai professori e altri.
La censura della cultura è l’orrore più grande che uno Stato può fare, in Italia nel 2009 con la legge N°94 di Angelino Alfano che ha azzerato la cultura nel regime di tortura del 41 bis, di conseguenza a Parma che c’è anche la sezione del 41 bis, e siccome non fanno differenza con gli altri regimi come l’AS-1, si comportano allo stesso modo. Conosco come agiscono a Parma, ci sono stato e ho avuto molti scontri con la direzione.
Il Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna Francesco Maisto, ha commentato su internet “L’Assassino dei sogni”: “Lettura importante per la profondità di Giuseppe che incrocia la dignitosa sofferenza di Musumeci”29 luglio 2014 alle ore 16,43.
Sono convinto che su questo punto bisognerebbe fare una battaglia di civiltà con una petizione da mandare in Parlamento, e cercare di dare quando più risonanza mediatica possibile, perché la gente deve sapere quello che succede nelle carceri.
20-08-2014

IL TEMPO PASSA MA NULLA CAMBIA

“Le carceri italiane rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si sia mai avuta: noi crediamo di avere abolito la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura la più raffinata. Noi ci vantiamo di avere cancellato la pena di morte dal codice penale comune, e la pena di morte che ammanniscono goccia a goccia le nostre galere è meno pietosa di quella che era data per mano dal carnefice; noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli, e le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti, o scuole di perfezionamento dei malfattori”. (Filippo Turati, discorso alla camera dei Deputati del 18 marzo 1904. Citazione tratta dal libro “Viaggio nelle carceri” di Davide La Cara e Antonino Castorina edito da Eir).
Sembrano parole dette ieri alla Camera, nulla è cambiato, eppure sono passati 110 anni, dall’800 siamo nel terzo millennio, sono passate quasi cinque generazioni, ma nulla è cambiato nell’impostazione data al sistema carcerario dai piemontesi con i Bandi promulgati da Carlo felice di Savoia del 22 febbraio 1826, anche se vengono sostituiti da un regolamento provvisorio nel 1863, nella sostanza non cambia niente, tutto continua come prima con le torture, un elenco da brivido.
Con i tempi moderni le torture sono più sofisticate ma nulla è cambiato, oggi addirittura abbiamo un regime che è tortura il 41 bis, la censura lo tiene celato coperto con le parole.
Questo dimostra che è il sistema che deve essere cambiato, ma con questi politici miserabili che ci ritroviamo non credo che abbiano il coraggio di fare un cambiamento di civiltà.
21-08-2014

Introduzione alla devianza di un cane…. di Salvatore Torre

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Giusy Torre, la sorella di Salvatore Torre, detenuto a Saluzzo, ci inviò alcuni suoi racconti.

Oggi pubblico questo splendido racconto dal titolo “Introduzione alla devianza di un cane”.

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Introduzione  alla devianza di un cane

Che palle! – Sbuffavo tra me, dopo aver guardato l’ora per l’ennesima volta.

Erano difatti già ben venti minuti che me ne stavo là ad aspettare.

E dire che mi avevano pure sollecitato a sbrigarmi.

In quel momento, sedevo su una panca, ma le mie gambe non volevano saperne proprio di starsene ferme!

Il cervello poi mi andava quasi in corto circuito: ancora là a ripassare e a rielaborare mentalmente quella materia. La paura era quella di presentarmi alla commissione di esami senza trovare più una sola parola di quanto avevo studiato per tutto quel mese di maggio!

Tutta colpa della memoria breve!

Eh, già, perché  vedete nell’altra pensavo di non conservarci mai nulla, ma proprio nulla di quanto affollava temporaneamente la breve!

Sì, dicevo proprio temporaneamente perché, chissà per quale mistero della natura, appena finivo di svolgere un esame quella memoria si svuotava di un colpo senza lasciare traccia alcuna delle nozioni cui abbondava fino a un istante prima!

Ero arrivato persino a pensare che questa mia curiosa ma più ancora molesta singolarità fosse dovuta allo stress sottinteso all’esame: tanto era cioè esorbitante lo stress, che alla fine lo sforzo faceva tabula rasa della mia mente!

Di quello avevo fatto ben esperienza studiando per il diploma di Geometra!

Avevo immaginato allora la mia mente uguale a un floppy, che a contatto con un magnete perdeva le informazioni registrate al suo interno: sol che del floppy una      spiegazione scientifica l’avevo pure trovata, ma del mio caso nulla, neppure un indizio, un accenno, niente di niente.

Dovevo essere di sicuro l’unico caso al mondo!

E comunque il terrore più  grande era quello che un giorno o l’altro questa memoria breve anziché dopo si svuotasse prima di dare l’esame!

Eh, sì, un poco strano  c’ero, ma è da dire, solo per amor del vero, che delle mie fisime ero finito per ultimo per farmene una ragione!

Detestavo però enormemente dovere aspettare: madonna la nevrosi mi prendeva alle gambe senza più darmi pace! Mi tormentava proprio senza avere per me  un minimo di pena! Eh, però altra era quel dì l’angoscia che concorreva a sollecitarmi in quel senso: vedete, mi tribolava a quel modo il pensiero che alla commissione venisse giusto di fargli una certa domanda …

Non che in tal caso avessi poco da dire, anzi era proprio quello il dramma che ne avevo anzi ad abbundantiam, tanto cioè da poter questionare dell’argomento per ore, soprattutto qualora avessi dovuto confutare talune conclusioni alle quali perveniva il saggio da me  studiato: conclusioni che sentiva per vero sullo stomaco!

Già, ma al guaio si aggiungeva sempre altro guaio. E infatti, come se non bastasse quel mio assillo, si dava il caso che l’autore di quel saggio fosse, manco a farlo apposta, tra i membri facenti parte la commissione!  

Oh, buon Dio: sarei riuscito mai  a non far trapelare quel mio irrispettoso dissenso?

No, certo che no!  Qualora mi avessero chiesto proprio di quella certa cosa, l’avrei anzi contestata non poco. 

Ah, non avessi smesso di fumare, avrei forse trovato conforto in una bionda, mi dicevo allora, tra l’altro.

E quella stanzetta presso di cui mi obbligavano ad aspettare?

Dio, era per davvero opprimente! Era tanto piccola che a non starci attento ci sbattevi il grugno contro lo spigolo.  Appena un metro e venti per uno e sessanta di spazio, racchiuso poi tra due porte, entrambe belle chiuse. Io guardavo fisso quella che introduceva agli uffici: ma non s’apriva.

Mannaggia, ma quanto ancora ci voleva per venirmi a chiamare.

Boh.

Ma intanto era trascorsa la mezz’ora.

Possibile che si fossero scordati in quel modo di me?

A quel dubbio ero tentato di dare una voce, così da far tornare a quelli la memoria, qualora lo avessero fatto sul serio!

Eppure mi trattenevo: fosse mai che disturbavo qualcuno!

Insomma ritenevo opportuno non farlo.

E poi dovevo far pazienza ancora più d’altri: ero o no iscritto al corso di laurea per Educatore Professionale?

Cacchio, lo ero eccome!

Certo, era quello appena il primo anno di corso; era, è vero, il primo esame, ma, per la miseria, pur sempre di educazione si trattava,  no?

E però quell’esame, quel  primo esame del primo anno, mi aveva fatto per davvero  inquietare!  Perché, sapete, tra le pagine di quel saggio, che ripeto aveva studiato per un mese intero, vi  si celava infido un inganno!

Eh, sì, perché giusto a me, che di un mondo gregario della disuguaglianza sociale avevo vissuto, dacché ero nato, per intero la tragedia; a me che della devianza minorile ero stato, per mia mala sorte, l’emblema, si andava a raccontare di non avere afferrato nulla, non già di altro, ma di me stesso!

Ah, di quello sì voleva persuadermi quello scrittore!

Tuttavia, io resistevo: mi dicevo, infatti, che quel saggio offriva certo una visione d’insieme soddisfacente, ma pure che non mancava di  sostenere delle sciocchezze!

Vi dico meglio: all’inizio di ogni paragrafo di quel saggio, una domanda introduceva alla relativa trattazione; ad esempio, al sesto era chiesto: “Quali problematiche sociali inducono i giovani al crimine?   

Domanda innanzi alla quale io esclamavo: La subcultura della quale sono vittime! Che domande! 

E così seguitavo a rispondere di paragrafo in paragrafo, vale a dire sino a quando non capitavo all’undicesimo.

Ah, signori, in quello stesso istante, cioè appena voltata la cento ventiduesima pagina, mi prendeva pressappoco un colpo!

“Perché questi giovani non fanno una scelta di vita diversa?”

Ecco, mi aspettava al varco proprio questa domanda!

Lo so: a voi non farà magari alcuna impressione, ma a me, vi ripeto, poco manco che mi rincoglionisse!

Intendeva suggerire forse quella domanda che un giovane, cresciuto in una contesto sociale fuorviante, indottrinato a uno stile di vita delittuoso, abbagliato da simboli e valori criminali,  avesse comunque la consapevolezza di poter scegliere  di vivere una realtà differente da quella che lo aveva cinto a sé sin dalla nascita ?

Minchia!” – esclamavo a dubitare di quello.

Perché, vedete, io non avevo neanche mai sospettato che, a quelli come me, fosse data una scelta! Anzi, ero certo che non fosse proprio possibile vedere di là del proprio mondo, cioè che potesse esisterne uno diverso!

Eppure quello si sosteneva a un certo momento in quel saggio!

Tanto mi buttava sul subito nel panico e dipoi, ancor peggio, mi ossessionava fino a farmi perdere il sonno!

In buona sostanza, andavo di matto!

Diamine, alla diabolica speculazione lombrosiana che voleva, tra l’altro, un difetto genetico quale responsabile della personalità deviata, si sostituiva un paradigma altrettanto sconcertante che, del giovane emarginato, affermava il libero arbitrio nello scegliere di vivere una realtà equivoca e pericolosa come quella delittuosa!

Vero era che io sentivo ancora l’eco della mia voce di adolescente, affermare che, da grande, avrebbe voluto diventare uguale il Malpassotu, Alias Giuseppe Pulvirenti, storico capo clan tra i più violenti e sanguinari della Sicilia.

Ma davvero avrei avuto per idolo non il Papa, non Gandhi ma la loro suprema antitesi, quando realmente avessi conosciuto l’esistenza di una realtà diversa da quella che mi aveva forgiato in quel senso?

Io non lo credevo affatto.

Ravvisavo anzi, solo allora, ahimè!, i condizionamenti che stavano a valle di quell’indole indomita e fuorilegge: quale possibilità avevo di guardare oltre quella mia vita, se ero cresciuto in un ambiente simile, per usare una metafora, a quella stanzetta dove facevo da un po’ anticamera, cioè un luogo racchiuso in se stesso, impermeabile alle sollecitazioni esterne e dominato da valori e convincimenti irragionevoli, violenti, fuorvianti, criminogeni, quello che vi pare, ma così fortemente radicati nella mentalità del gruppo, da essere considerati parte del proprio patrimonio ereditario?

Potevo mai farlo quando era inculcato nella mia mente l’essere onorevole ospitare a cena un malvivente e una vergogna avere in famiglia uno sbirro? L’essere cosa buona e giusta proteggere il criminale dalle forze di polizia e invece immensamente disonesta denunciare un delitto?

Certo che no! –  continuavo a ripetermi.

Indubbiamente, erano quelli disvalori:  lo diremmo senz’altro, oggi, a guardare dall’alto e da lontano quel tempo, ma lo si vada a raccontare a un giovinetto che, lasciato lesto di  giocare a pallone con i suoi compagni, prendeva improvvisamente a correre, con quanta forza e fiato aveva in corpo, per andare ad allertare il padre o, quando questi era carcerato, gli amici di lui, della presenza di una volante sulla strada del paese!

I poliziotti, tutori della legge e dell’ordine?

Chi, quelli là?

Macché: erano piuttosto dei malvagi che assaltavano di continuo  casa mia per metterla a soqquadro o ancora peggio per arrestarmi il padre!

Diamine, chiuso in quello sgabuzzino, quei pensieri facevano di tormentarmi con maggiore insistenza! Decidevo quindi di distrarmi, mi alzavo dalla panca, facevo due passi, cioè nel senso letterale di due, fronteggiavo così la prima porta, mi voltavo allora su me stesso, facevo altri due passi e contemplavo la seconda: non avevo via di uscita, mi dicevo, riflettendo ancora di me ragazzino.

Al che  levavo il pugno, intenzionato a battere la porta, ma anziché farlo restavo col braccio teso a mezz’aria: e il cane? Dove lo mettiamo il mio cane?

Il pensiero di quell’animaluzzo veniva dal niente a rimestare ancora del mio passato. Evidentemente, non riuscivo a distogliermi dallo stesso.

Be’, che cosa c’entra adesso il cane, vi chiederete voi … Nulla, in verità, se pensate a un cane uguale a tanti altri, ma quello era un cane diverso, perché di fatto un cane deviato!

Proprio così.

Vedete, il mio cane, un bastardino tutto nero, dimorava abitualmente sulla strada, esattamente davanti casa mia. Dico abitualmente perché non di rado spariva senza preavviso anche per un’intera settimana. Ma non questo lo faceva strano, infatti, destava meraviglia il fatto che faceva transitare per quella via chicchessia, a qualsiasi ora del giorno e della notte, eccetto, guarda caso, carabinieri e affini! 

Sul serio!, e a nulla valeva che fossero oppure no in divisa: li fiutava appena quando sopraggiungevano sulla piazzola del paese, che dalla casa, badate, distava non meno di trecento metri!

Cosi docile e caro, quel cane si trasformava in una belva giusto quando uno di quei signori faceva solo di recarsi alla nostra dimora. Tanto ringhiava e mostrava i denti, tanto era rabbioso e pronto per azzannare, tanto cioè faceva paura che una volta minacciavano con le armi perfino di ammazzarmelo!

Voi penserete che sia da ridere, ma non lo è per niente e appunto anche di questo meditavo in attesa di dare quegli esami.

Ah,  sapeste, a vedermi a quel modo, con il braccio ancora levato a mezz’aria e con gli occhi spiritati, che parevano fissare chissà dove, mi avreste preso di sicuro per uno squilibrato. Ma in quell’attesa, mi chiedevo nuovamente quale salvezza potevo mai avere, se quel mondo subdolo e perfido, aveva persino suggestionato la ragione di un cane!

Vero, si potrebbe ora discutere, ma avremmo voglia a farlo, delle  capacità di quell’animale di assecondare le pulsioni e di far sue le emozioni di quanti aveva in affetto, ma anche laddove ne concordassimo il senso, resterebbe dipoi che finanche lui, il cane, si era di fatto conformato alle leggi di quella scellerata società!

Quale salvezza, dunque?

Nessuna!

Deciso questo, riposavo finalmente il braccio, lasciandolo cadere malinconico lungo il fianco: che cosa avevo da scegliere,  continuavo comunque a chiedermi, se già dalla prima giovinezza ogni cosa intorno a me dichiarava qual era la mia sorte?

Qual altra idea potevo avere della vita, se  a pascere quel giovane che ero, non era la poesia né l’arte, ma la mala e il crimine?

Magari qualcuno o qualcosa, mi avesse fatto stirare il collo dall’altra parte di quel mio mondo … giusto per mostrarmi che di là c’era sicuramente di meglio, avrebbe forse insinuato nella mia vita non certo subito il dubbio, ma certo la curiosità mi avrebbe spinto a riguardare da quella parte e poi a farlo ancora e quindi chissà … potevo davvero trovare un richiamo che mi transitasse verso un altro destino!

Ma, chiederete voi, non avevo famiglia?

Famiglia?

Quale?

Quella serva, tale e quale al cane, di quella subcultura?

Quella in cui mio padre bivacca più per le galere che per la casa?

Quella che mi guardava, ragazzino, come l’erede e depositario di quei valori comunitari?

Mi rodeva proprio ripetermi quelle penose condizioni, perché,  vedete, le avevo meditate tutte, non già una ma mille volte!

Ebbene, se non la famiglia, quali altre  istituzioni sarebbero state là a perdere con me quel tempo?

L’assistenza sociale! –  direte ora voi.

Chi?

Sì, va be’ … quella cosa là, era sconosciuta, non a me o alla mia famiglia, ma credo all’intera cittadina! Non che da quelle parti sentissimo l’esigenza di averci a che fare, per carità di Dio: ognuno si tenesse nel suo! 

Però, in effetti, la presenza di quell’istituzione sarebbe potuta servire a qualcosa … chissà, avrebbe magari potuto convincere mio padre a prendere in considerazione la necessità di costringermi a tornare a scuola, subito quando avevo abbandonato quella dell’obbligo!

Già che quest’ultima, la scuola, mi aveva cacciato via perché caratterialmente irrequieto e violento!

E’ vero, non lo rinnego: da ragazzino avevo uso di picchiarmi, giorno sì e l’altro pure, con qualcuno dei miei compagni! Ma, d’altronde, non riuscivo proprio a sopportare che dicessero male della mia famiglia.

Ad ogni modo, poteva anche  insistere la scuola nel tentativo di recuperarmi!

Del resto, erano quelli gli anni ottanta e la filosofia della scuola, perlomeno in quella parte della Sicilia, era appunto quella di allontanare dal suo grembo gli alunni irrequieti e tenersi stretti quelli buoni  e saggi!

A quel ricordo sussultavo: fossi vissuto in Lombardia, Piemonte, Toscana o Emilia Romagna!  Da quelle alture l’assistenza sociale magari non avrebbe fatto  di lavarsene in quel modo le mani! Anzi, probabilmente sarebbe corsa a casa mia e minimo minacciato di querelare mio padre se non si fosse occupato di farmi tornare  a scuola!

E la scuola mi avrebbe forse cacciato via?

Ma scherziamo?

Avrebbe semmai chiamato presso di sé i miei genitori per sottoporgli la questione e trovare così insieme la soluzione più idonea! Ma, appunto, in quella parte della Sicilia, quelle pratiche non erano per nulla in uso: forse manco esisteva l’assistenza sociale!

A quella considerazione ciondolavo  la testa, sorridendo amaro di me.

Intanto,  pativo, in silenzio, ben quarantacinque minuti di attesa.

Pazienza… mi ripetevo, mentalmente.

Avevo allora trentasei anni, ma già i capelli e il pizzetto mi si mostravano con qualche filo di grigio. Non ero sposato e, in realtà, non sapevo bene se un giorno mi sarebbe stata data la possibilità di farlo.

Disperavo, in verità.

Del resto, donne non potevo frequentarne tante e quelle poche, anzi pochissime che avevo modo di conoscere, non mi ritenevano per nulla affidabile. Per vero, mi guardavano solitamente di trasverso: i loro occhi sembravano sovente volermi esplorare la  mente, mi scrutavano punto.  Cercavano forse di capire chi fossi in realtà. Non che dessi loro agio di equivocare sulla mia personalità, anzi facevo semplicemente di mostrarmi così com’ero: ma forse proprio quello mi  rendeva a quegli occhi un poco dubbio … ero un ergastolano, dopotutto.

Avevo però, da un po’, conosciuto una ragazza, che pareva fidarsi un poco di me: sulle prime non si era mostrata molto convinta, piuttosto era stata forse più lunatica delle altre.

Tuttavia, in lei qualcosa c’era di diverso.

Così almeno pensavo.

Ci vedevano una o due volte al mese e non facevamo che parlare e parlare … in verità, ce ne stavano là, seduti l’uno di rimpetto all’altro,  pensando di voler fare tutt’altro.

Ad ogni modo, poi finiva.

Tornavo dunque a sedere sulla panca. Mi stringevo le mani tra le cosce e, sovrappensiero, cominciavo a  dondolarmi con la schiena: non riflettevo però della mia storia con la ragazza, continuavo anzi a rimuginare sulla mia vita. A quando dall’uso delle  mani, ero passato  a quello delle armi:  dalle rapine all’omicidio, la via era stata breve.  

Mi accadeva di farlo quando non avevo ancora diciotto anni. Ma non per quello mi sentivo un barbaro o un malvagio. Niente affatto, era stata quella legittima difesa: perlomeno, in quel modo mi rassicuravano i grandi. Dipoi  dalle nostre parti era detto: “o ammazzi o ti fai ammazzare”, ed io facevo il possibile perché ciò non accadesse. Tanto ero accorto che non mi si vedeva mai passeggiare per la piazza, mettere piede in un bar, né giammai entrare giusto dal barbiere; vedete, il rischio era appunto quello di prendere una fucilata sulla faccia.

Tuttavia, non pensiate che quello mi tenesse troppo sulle spine, anzi, per taluni aspetti, lo credevo persino naturale: alla galera sentivo semplicemente di essere destinato, mentre alla morte sapevo di potere scampare fintanto che la scaltrezza, ma più ancora la fortuna lo avrebbe permesso.

Smettevo allora di dondolarmi e cominciavo, invece, a scrollare la testa: quali farneticazioni avevano a quel tempo affollato  la mia giovane mente!  

Non io, mi dicevo, dovevo essere rinnegato dalla società, ma quella mentalità perversa e funesta, che aveva sorretto le fondamenta della esistenza!

Poi, come morso da una tarantola, balzavo in piedi, facevo due passi in avanti, ruotavo quindi su me stesso e facevo pertanto altri due passi: la porta rimaneva ancora bella sprangata. 

Possibile mai che mi lasciassero ad aspettare per tutto tempo? Mi chiedevo, tornatomi il dubbio che mi avessero per davvero scordato colà! Non che prima non lo credessi, ma buon Dio, come potevano averlo fatto! Poggiavo quindi l’orecchio contro la gelida lastra di ferro della porta e mi concentravo ad ascoltare: non fiatava una mosca!

Bah!

Era passata un’ora!

Che fare?     

Allora, decidevo e battevo con il pugno due volte: chissà mai qualcuno, si convincesse a guardare! Attendevo un momento e, in assenza di una risposta, tornavo a sedere.

Sistemavo bene il gomito sulla coscia e con la mano mi trattenevo disperato la fronte: per me, ovviamente, c’era stato poco da fare. Appena compiuti vent’anni non ero finito ammazzato, per mia fortuna, ma dritto, dritto ero stato condotto in galera.

Ma io quella con Dignità e onore la sopportavo!

Non per nulla avevo per idolo Peppino u Malpassotu!

Che minchione!

Chi, il Malpassotu? No, no io, null’altro che io!

Del Malpassotu poteva dirsi difatti di tutto, tranne essere un minchione, perché lui di farsi la galera non ci aveva pensato manco un istante: mi pento, mi pento di duecento omicidi! – aveva gridato al giudice appena il giorno appresso il suo arresto!

Alla faccia della dignità e dell’onore!

Ma il Malpassotu era uno sbirro! Uno che l’infamia l’aveva nel sangue! Un verme mascherato d’uomo! Un tragediatore nato e cresciuto! Non poteva che essere in quella maniera, solo che non lo si sapeva!

Ah, queste ed altre ne avevo trovato a quel tempo di ragioni, per consolarmi della delusione!

Eh, però, il Malpassotu avevano poi emulato in tanti: centinaia, migliaia! Anche gli amici miei lo avevano fatto: ma non il mio cane, lui, poveretto, moriva  appena qualche anno più tardi il mio arresto.

Decidere di collaborare con la giustizia, per avere uno sconto di pena, quella  poteva certo dirsi una scelta. Ma non di sicuro nascere in una data famiglia, crescere in un certo contesto ambientale, formarsi caratterialmente in una maniera anziché un’altra! A scegliere in tal senso, era, a mio vedere, non altro che un compendio di combinazioni del tutto indipendenti dalla volontà umana.

A quell’ennesima considerazione, sospiravo: continuavo a meditarci sopra, vedete, ma mi sentivo stanco, soffrivo, in verità, a farlo così spesso.

Però, di acqua ne era passata sotto i ponti dacché il Malpassotu si era pentito: tanta che avevo passato da allora altri tredici anni di carcere!

Io, disgraziato per natura, non mi pentivo: non quella via sceglievo per riguadagnare la libertà … ditemi fesso, ma quello decidevo.

Tuttavia, non trascorrevo quegli anni di prigionia con le mani in mano, infatti, mi  diplomavo,  cominciavo gli studi universitari, mi dedicavo alla poesia, alla scrittura e, ancora, analizzavo e criticavo il mondo attorno a me e soprattutto la mia stessa persona … per quanto mi era detto un giorno di farlo inutilmente.

Avrebbe dovuto pensarci prima”,  aveva ritenuto opportuno rispondermi un giovane vice comandante,  un giorno che mi lamentavo di non avere data la possibilità di sfruttare le mie attitudini  intellettuali e creative.

Pensarci prima: ma prima, quando?

Magari tra una sparatoria e l’altra?

Ecco, ritenere tardivo l’impegno di un detenuto a migliorarsi rappresenta, secondo me, per intero l’errore del disastroso e fallimentare progetto di recuperare alla società i soggetti deviati: considerare inutile il tentativo di riscattarsi dalla realtà che li ha cresciuti tali è , infatti, il sistema migliore attraverso il quale rigettarli tra le sue braccia.

Mi rammaricavo appunto di quello, prima di  sbuffare: ora basta! 

Al che, balzavo in piedi e  levavo il pugno per battere di nuovo e forte alla porta, ma giusto allora quella si apriva.

L’agente, a vedermi pronto a picchiare, faceva lesto un passo indietro, poi esclamava: “Oh e che cavolo, un momento di pazienza, no!

Giovanni Farina in merito al suo fine pena

La nostra Francesca De Carolis ci ha inviato una lettera di Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro, dove parla della rideterminazione della sua pena in trent’anni, con la scadenza che viene fissata per il 2023.

In fondo all’articolo le riproduzioni del pronunciamento dell’ufficio di esecuzione presso l’Ufficio Esecuzioni del Tribunale di Roma.

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Finalmente mi è arrivata la tanta attesa ordinanza dell’incidente di esecuzione che, può essere cambiata da qui in avanti soltanto in meglio, questa ordinanza e da parte della Procura.

Sono in attesa dell’ordinanza della Corte d’Assise che mi ha discusso l’incidente di esecuzione perché vedo che mi contano i 17 anni che ho espiato dal 1998 ad oggi, i 5 anni della liberazione anticipata che ho beneficiato per la carcerazione del passato. In questo documento mi hanno assegnato il fine pena per il 2023. Mi stanno tenendo fuori dal cumulo dei trent’anni i 3 anni di condono di cui ho beneficiato nel 2006 per i reati minori e il condono di un anno e mezzo che ho beneficiato nel 1988 e nel 1990. Per questi fatti farò richiesta che mi vengano applicate nei trent’anni di pena che devo scontare; che senso ha darmeli fuori dal cumulo, tanto valeva non darmeli proprio.

Il fatto è, se trovi un giudice persecutorio, queste manovre sono facoltative, possono farlo e nessuno gli può dire nulla. E visto il comportamento persecutorio che hanno avuto fino ad oggi, non mi aspetto che il loro comportamento cambi, anche perché vogliono dimostrare che il 2006, con l’applicazione dell’ergastolo nel cumulo non mi hanno danneggiato, smentita dalla Cassazione che li ha obbligati a rivalutare le loro sentenze, che sono durate 10 anni di ricorsi e smentite, e due ricorsi in Cassazione. Hanno provato in tutte le maniere di cancellarmi dalla faccia della terra, hanno iniziato con l’accusarmi di fatti che non ho commesso, costruendo prove false di ogni genere nel sequestro Soffiantini e nell’uccisione dell’ispettore di polizia Samuele Donatoni, facendo una campagna mediatica accusatoria senza esclusione di nessun genere d’ìnfamia, quando non mi potevo difendere perché non ero in Italia ed ero all’oscuro di tutto.

Al processo Soffiantini, quando avevo capito che la sentenza l’avevano già scritta, chiesi l’abbreviato, perché mi dissi che è inutile difendere le sponde del Piave se non hai la forza, tanto vale arrendersi. Con l’abbreviato mi avrebbero dovuto togliere da una condanna a trent’anni un terzo della pena. A quel punto mi aspettavo il massimo della pena, un terzo della condanna sarebbe stato 20 anni, non avrebbero più potuto darmi l’ergastolo col cumulo delle pene, perché visto come erano prevenuti nei miei confronti, mi aspettavo di dover subire le ritorsioni che ho subito per tanti anni da parte della Corte esecuzioni cumuli. La Terza Corte di Assise di Roma mi rispose che loro erano disposti a darmi l’abbreviato, con le modalità che: io dovevo rinunciare alla richiesta dell’estradizione dall’Australia dell’omicidio dell’ispettore di polizia Samuele Donatoni, che mi avrebbero condannato all’ergastolo, ma avrebbero tolto l’isolamento diurno di tre anni. Sentite le loro mostruose proposte, risposi alla Corte che continuassero a fare il processo come gli pareva. Dopo anni con la condanna all’ergastolo, con il fine pena 9999, che dovevo morire in carcere, sono a discutere di qualche anno di galera. All’età di 65 anni sono stanco di continuare a fare la galera da innocente, non gli è bastato, si sono presi tutta la mia gioventù, si stanno prendendo anche la mia vecchiaia.

Anni fa m’ero messo in testa di volermi attivare per la revisione del processo Soffiantini, mi sono consultato con un avvocato. E mi disse che il minimo ci voleva sui 300000 euro di spesa perché si doveva impegnare degli investigatori privati e le ricerche del mio caso erano molto laboriose e lunghe perché si dovevano fare anche all’estero. Mi informava, per chiedere la revisione del processo, non c’era il gratuito patrocinio da parte dello Stato per chi non aveva la possibilità di pagarsi un avvocato. Tutte le spese erano a carico di chi inoltrava un procedimento del genere, non avendo il denaro e neppure il tempo fisiologico di vita perché mi disse: “procedimenti del genere supponendo che venivano accettati, in Italia, sapevi quando iniziavano, ma non sapevi quando finivano, pronosticando tutto bene il minimo ci volevano 20 anni. In Italia è quasi impossibile fare una revisione di un processo. Mi ha sconsigliato.  A dire la verità questo signore mi sconsigliò anche di inoltrare le mie richieste del cumulo delle pene al quale ne sono venuto a capo dopo 10 anni. A suo dire non avevo via d scampo, mi dovevo rassegnare alla pena dell’ergastolo. Su una cosa aveva ragione, sul tempo interminabile che ci vuole in Italia per farti applicare un diritto di legge semplicissimo come quello ottenuto da parte mia, mi doveva essere applicato per via d’ufficio senza che io lo richiedessi, risparmiando tempo e denaro dei contribuenti.

Io ho iniziato questa dura lotta con la giustizia italiana perché non avevo altra soluzione, era vivere qualche anno della mia vecchiaia fuori dalle mura del carcere o morirci dentro, ero all’ultimo bivio della mia vita, non avevo nulla da perdere.  Non sono felice, perché non auguro a nessuno di farsi la galera da innocente, come l’ho fatta io da anni, nella repressione delle carceri speciali all’art. 90 e al 41 bis, tuttora sono nella sezione speciale AS1, dove non posso beneficiare di permessi premio, della semilibertà o della condizionale. Sono da 20 anni che non vedo le mie sorelle che vivono in Toscana. Non possono venire a Catanzaro a trovarmi. Ho chiesto più volte l’avvicinamento in Toscana, mi è stata rifiutata più volte da parte del DAP, con la risposta: sin quando ero sul suolo italiano ero vicino a casa. Nel carcere di Catanzaro sono l’unico detenuto che vive a più di mille chilometri dal luogo di residenza dei propri famigliari.

9.8.2015 Catanzaro

Giovanni Farina

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Diario di Pasquale De Feo- 22 giugno – 21 luglio (2014)

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Il diario di Pasquale De Feo che tra poco leggerete risale effettivamente al mese di luglio del 2014. 

Nel corso dello scorso anno diversi diari di Pasquale De Feo si accumularono perché la persona che doveva occuparsene ebbe una serie di problemi. Vi sono stati poi altri problemi tecnici. Solo da un mesetto abbiamo ripristinato la situazione, ma vi è tutta una serie di diari che stiamo riscrivendo.. grazie principalmente al supporto che ci sta dando la cara Nadia.

Prima di lasciarvi alla lettura integrale di questo diario di più di un anno fa, riporto una citazione:

“Pierre Rabhi, filosofo e contadino francese di origine algerine è uno dei pionieri dell’agroecologia. Ha fondato diversi movimenti come “Terre et Humanisme e Colibris”, ed è il creatore del concetto “un’oasi in ogni luogo”. Promuove un modello basato sul rispetto dell’uomo e della terra, e lo fa attraverso i libri, conferenze e iniziative che hanno toccato l’Africa, l’Europa e la sua vita stessa, votato alla campagna del 1961.Ritiene che ci vuole meno petrolio e più agricoltura, perché con l’urbanizzazione si è allontanata la gente dalla campagna e per questo motivo non vogliono più bene alla terra. Nel 1961 tornò a vivere in campagna come scelta politica, perché non voleva sottostare all’evidente alienazione di chi barattava la propria vita come un salario. È una esistenza che sa di carcere, nel nome di un mito di un progresso che rinuncia alla natura. Un progresso che in teoria doveva liberare, non fa altro che imprigionare. Ha lanciato una nuova iniziativa per fare 10.000 orti in Africa. La situazione è disastrosa perché gli asiatici depredano le risorse, i capi di Stato sono corrotti. Prende ad esempio l’Algeria, non produce ma esporta, si è addormentata sullo sfruttamento petrolifero. Non producono cibo e i settori vitali sono morti. Se l’Algeria smette di esportare petrolio muore. Come in tutti i paesi africani ci sono caste che si prendono tutte le ricchezze e lasciano il popolo nella povertà. In Africa i contadini sono talmente poveri che l’agricoltura chimica non possono farla perché non hanno i soldi per acquistare fertilizzanti e diserbanti, un sistema insostenibile perché è fatto per vendere e non per nutrirsi. È il sistema che produce la fame. Questo meccanismo sta rovinando anche i contadini europei, perché per fare agricoltura industriale gli strumenti sono troppo cari e la crisi peggiora la situazione e si impoveriscono sempre di più. La gente facendo un piccolo orto per nutrirsi, diventa un atto politico e di resistenza. Un orto in ogni luogo, anche sul balcone, la gente inizierebbe di nuovo a gustare di nuovo i sapori di una volta, si ribellerebbe alle multinazionali e alla grande distribuzione. Principalmente in Africa dove la fame miete molte vite, con un orto come si faceva un tempo potranno sfamare una famiglia. Ricordo che quando aiutavo a coltivarlo l’orto a casa, l’unica cosa che usavamo era il verderame che adoperavamo per il pergolato d’uva che avevamo davanti a casa, per il resto acqua e un po’ di letame, cresceva tutto molto bene. Quando in TV vedo che in molte città i comuni hanno messo a disposizione terreni comunali per coltivare orti, con gli anziani che occupano il loro tempo in modo costruttivo e mettono disposizione il loro sapere per i cittadini che conoscono solo la città, è una solidarietà che riempie il cuore e finalmente i sindaci fanno qualcosa di veramente positivo.”

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BRAVO POPE

Nel suo discorso fatto nella piana di Cassano in Calabria, il Papa ha detto tante cose, ma su due voglio approfondire.
“Torturare le persone è peccato mortale”, nel nostro Paese la tortura è stata istituzionalizzata, mi riferisco al regime di tortura del 41 bis. Quando gli scrissi tempo fa e lui mi rispose, gli parlai sia dell’ergastolo che del 41 bis, nella sua lettera ho trovato tutto sull’ergastolo, ma niente sul 41 bis.
“I mafiosi sono scomunicati”, sicuramente c’è la mano di quel signore di Torino in questa frase, ma qualcuno vicino a lui doveva fargli presente che in carcere ci sono migliaia di persone accusate di essere mafiosi, tra cui il sottoscritto, e in Italia basta un comma non c’è bisogno di un articolo del Codice Penale, per diventare mafioso, se lui ritiene che questa decisione sia corretta dovrebbe ritirare tutti i cappellani dalle carceri, o imporgli di farsi un elenco dei detenuti tramite l’ufficio matricola di tutti i detenuti imputati di reati mafiosi, e vietargli qualsiasi conforto religioso, tra cui la messa.
Purtroppo il Papa non è italiano e non conosce le dinamiche trasversali di un sistema di potere che ha bisogno di mostri per continuare a fare i loro affari e mantenere i loro privilegi, e quelli annidati nel Vaticano fanno bene la loro opera di complicità a questi mafiosi con la cravatta.
22-06-2014

REPRESSIONE SPROPORZIONATA

Hanno rapito tre ragazzi seminaristi ebrei nella Cisgiordania, i media hanno subito fatto una copertura mediatica asfissiante, e il primo ministro israeliano ha cominciato a minacciare a destra e sinistra, l’impressione che aspettava un episodio del genere per strumentalizzarlo.
Da quando i palestinesi avevano fatto un governo di unità nazionale, inserendo anche Hamas, il governo di destra israeliano ha fatto di tutto per trovare scuse per sabotarli.
L’esercito ha iniziato a fare rastrellamenti e arrestare centinaia di persone, tra cui alcuni sono morti, hanno libertà e impunità di fare quello che vogliono.
Ormai la Palestina è una prigione a cielo aperto, tutto ciò è possibile perché i paesi Occidentali chiudono gli occhi complici come fecero settant’anni fa con i nazisti.
Un mio amico che spesso va in Palestina a fare volontariato, mi ha scritto che è impossibile descrivere il senso di oppressione a cui sono sottoposti i palestinesi, uno stillicidio quotidiano che senza la ferrea volontà di questo popolo di resistere all’occupazione, non riuscirebbero a sopportare l’infamia a cui sono sottoposti tutti i giorni.
Il disegno è chiaro, sa settantacinque anni anno dopo anno la spartizione originaria dell’ONU del 1948 si è dileguata a favore di Israele, del 50% a testa si è arrivati all’80%, e temo che fra cinquant’anni se continua così arriverà al 100%.
23-06-2014

NON SI FINISCE MAI DI MERAVIGLIARSI

Nel carcere di Modica in provincia di Ragusa sono stati arrestati due assistenti capo della polizia penitenziaria per violenza sessuale su cinque detenuti.
I due spiavano i detenuti mentre facevano la doccia e sceglievano quelli più virilmente dotati, e poi iniziavano a circuirli, quando resistevano partivano con le minacce di tutti i generi, dal soggiorno vessatorio, ai rapporti disciplinari, a fargli trovare droga nella cella, alcuni cedevano, ma quelli che resistevano venivano trasferiti.
La cosa andava avanti da parecchio tempo e sicuri dell’impunità avevano nominato nell’immaginario di entrambi il carcere come loro caravanserraglio privato.
Uno dei detenuti che ha subito le evances dei poliziotti era stato trasferito al carcere di Ragusa, confidandosi con un compagno di cella, ha trovato in lui un’altra vittima, e hanno trovato il coraggio di denunciare quello che succedeva al carcere di Modica, così sono stati arrestai e posti agli arresti domiciliari, nel frattempo sono venuti a galla altri otto casi.
Conoscendo un po’ le carceri, mi sembra strano che in un piccolo carcere potesse passare in silenzio tutta questa attività di abusi sessuali, e i reclusi abbiano trovato il coraggio di denunciare ma in un altro carcere e non nello stesso carcere, a mio parere ci dovevano essere altre complicità di loro colleghi che sapevano e tacevano per spirito di omertà corporativa.
24-06-2014

DISFATTA

L’illusione gioca brutti scherzi, pensando già alla finale dopo la prima partita, invece era un fuoco di paglia perchè l’Inghilterra stava peggio di noi.
L’allenatore Prandelli si era fissato con Balotelli, un ragazzino viziato e capriccioso che dovunque è andato non ha mai combinato niente ha solo creato confusione e divisione negli spogliatoi.
Aveva il capocannoniere della serie A Immobile, ma per lui non contava, l’ha messo in campo solo a furore di popolo, senza togliere Balotelli.
Non bastava Balotelli, si è portato anche Cassano, così non si è fatto mancare niente. Come diceva il Sommo Poeta “chi è causa del suo male pianga se stesso”.
A lasciato a casa ragazzi seri e bravi per portarsi sia questi due sconosciuti in tutto il mondo ma anche degli acciaccati, c’erano Rossi, Criscito, Florenzi, Ranocchia, Astori e credo che anche Totti avrebbe fatto meglio.
Un fallimento totale, almeno è stato uomo dimettendosi subito dopo la sconfitta.
Il mio sogno è che la nazionale venga data in mano a Zaman, ma siccome lui non è ben visto dal palazzo per la sua onestà, sarà difficile che venga nominato CT della nazionale.
Mi auguro che il prossimo faccia piazza pulita, incominciando da Balotelli e chiami solo chi la merita la nazionale e non perché gioca dei grandi club italiani.
25-06-2014

L’ENI E LA COPERTURA DI BEFERA

Finito il suo mandato a Equitalia, Befera è stato assunto dall’Eni, cosa strana se non c’è stata qualche aiuto da parte dello stesso nei confronti del colosso Eni.
Oggi con le inchieste in corso nei confronti dell’Eni, per evasioni milionarie sull’accise dei carburanti, si capisce perché fino ad oggi nessuno ha mai mosso un dito per scoprire l’evasione fiscale che incrociando i dati si potevano scoprire.
Befera ha fatto i Torquemada inflessibile contro i poveri cristi, facendo chiudere migliaia di piccole aziende, mandando sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie, ha rastrellato soldi anche dal sangue della povertà più estrema, ma contro l’Eni non ha mai aperto una sola procedura di infrazione, per questo gli avevano promesso il posto, doveva chiudere tutti e due gli occhi.
Quello che mi suona strano, nessuno ha detto niente, tutti hanno paura dell’Eni. Quando sento parlare di omertà mafiosa mi viene da ridere pensando a quello che l’Eni ha creato nei suoi settant’anni di vita, Enrico Mattei ha creato un mostro come Idra e sarà difficile sradicare il Paese dai suoi influssi malefici.
26-06-2014

AL PEGGIO NON C’È MAI FINE

Certe notizie non vengono riportate da tutti i quotidiani, perché fanno sempre la scelta settaria politica e quasi nessuno vuole mettersi contro certe icone dell’antimafia.
Nicola Gratteri ormai lo chiamano anche in TV come una pop star, purtroppo nessuno critica i suoi strafalcioni, la gente crede che siano verità assolute, mentre sono sue cervellotiche interpretazione.
Quello che non manca mai di sottolineare nei suoi squilibrati sermoni televisivi e interviste ai quotidiani, che ha arrestato i suoi compagni di scuola, devono averlo fatto molto soffrire con il loro bullismo per avercela tanto.
È uscito un articolo su di lui sul Manifesto, riportano ciò che ha detto il 5 giugno davanti alla Commissione dei diritti umani del Senato sull’applicazione del regime penitenziario per i mafiosi.
Corleone scrive che si tira un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo di avere questo PM ministro della giustizia.
L’analisi nazista di questo signore sul funzionamento del regime di tortura del 41 bis dimostra tutta la sua ignoranza in materia; non me ne meraviglio perché i PM conoscono le carceri dagli uffici dove interrogano i detenuti, e quando fanno sapere alle direzioni delle sezioni di tortura del 41 bis di pressare i reclusi per farli pentire, forse oggi non si prestano più come prima a queste loro direttive.
Siccome i 750 detenuti sepolti vivi nel regime di tortura del 41 bis, sono allocati in 12 istituti, con rischi di interpretazione diverse da parte dei direttori sulle norme da applicare, allora lui ha trovato la soluzione al problema, un “genio”, perché bisogna essere intelligenti per avere l’idea di uniformare la tortura.
Costruire 4 nuovi carceri dedicati esclusivamente al 41 bis, con 4 direttori specializzati, forse sarebbe meglio dire scegliere i direttori più aguzzini sulla piazza.
Questo novello Torquemada si è chiesto perché negli anni 90 sono stati chiusi i gulag di Pianosa e Asinara, e auspica la loro riapertura con la stessa destinazione.
Bene fa il giornalista a sottolineare il motivo della chiusura, la scelta fu dovuta al rifiuto doveroso da parte dello Stato democratico di sopportare condizioni di violenza inaudita e di gestione paranoica da parte di direttori immedesimati nella parte di vendicatori e aguzzini. Non credo che lo Stato voglia essere condannato per violazione dell’art.3 della Convenzione dei diritti umani da parte della CEDU, dopo averne evitata sia una all’epoca (per un solo voto) e sia una di recente.
Ha sciorinato anche su un altro punto, i colloqui con i familiari, che bisogna controllare la loro mimica facciale quando fanno i colloqui, inoltre trovare una soluzione con i detenuti che hanno la moglie avvocato, essendo che il colloquio non si può registrare. Si può sopperire con il trasferimento di militari dell’esercito adeguatamente formati per controllarli.
Non ha dato una soluzione, ma l’unica sarebbe di farli divorziare, suggerisce Franco Corleone che ha redatto l’articolo.
Il culmine dello slancio riformatore di questa notizia del terzo millennio è stato quando si è espresso sul lavoro: “I sono per i campi di lavoro, non per guardare la TV:Chi è detenuto sotto il regime del 41 bis coltivi la terra se vuole mangiare. In carcere si lavori come terapia rieducativa. Occorre farli lavorare come rieducazione, non a pagamento. Se abbiamo il coraggio di fare questa modifica, allora ha senso la rieducazione. Farli lavorare sarebbe terapeutico e ci sarebbe anche un recupero di immagine per il sistema”.
Nel trattato di Nizza del 2000, all’art.5 (se non vado errato) stabilisce che è proibito ogni obbligo lavorativo forzato.
Ci vuole un coraggio presentarsi davanti a una Commissione del Parlamento e chiedere di stracciare le norme penitenziarie europee, le sentenze della Corte Costituzionale, la legge Smuraglia, la riforma penitenziaria del 1975, peggiorando addirittura il Regolamento penitenziario di Alfredo Rocco (fascista) del 1932.
I commissari hanno risposto con un silenzio glaciale, l’unica risposta adeguata che gli potevano dare.
Corleone chiede al ministro Orlando di avviare subito la procedura per la nomina del garante nazionale dei diritti dei detenuti. L’unico argine a simili fanatici paranoici.
Posso immaginare come imbastisce i processi, conosco il metodo perché ne ho conosciuto qualcuno di questi schizzati che si sentono investiti da poteri divini, al di sopra della legge e che sono infallibili.
Avrebbe bisogno di un analista per fargli superare i traumi avuti a scuola con i suoi compagni, perché la sua è solo ed esclusivamente sete di vendetta.
27-06-2014

SI SONO FINALMENTE DECISI

Dopo circa tre mesi di celle con il 14 bis(isolamento particolare) hanno fatto risalire dal reparto isolamento Nellino, in questo momento si sta sistemando le sue cose nella cella.
L’importante che ora si trova in sezione, fra tre mesi finisce il 14 bis così sarà di nuovo libero, per modo di dire, scadrà le limitazioni di questo articolo usato dal DAP per spaventare e reprimere con limitazioni assurde che sono elusivamente dei soprusi, in caso contrario non se ne capisce il motivo, perché vietare la TV? Perché togliere le ante agli armadietti?Come tanti altri piccoli divieti, ma quello che stupisce che li mettono per iscritto come se fosse una cosa naturale.
Con l’oppressione anche una pecora diventa un leone, e con questi residui ottocenteschi non fanno che alimentare odio, rabbia e rancore contro il sistema. Forse è quello che vogliono? Ai posteri l’ardua sentenza.
28-06-2014

MAI GIUDICARE GLI ALTRI

Stavamo discutendo di alcuni politici e quelli che un tempo i comunisti chiamavano “boiardi di Stato”, l’influenza sovietica dettava anche gli insulti.
Oggi che la maggioranza dei boiardi di Stato sono tutti di sinistra, sono diventati geni illuminati, perché fanno parte della loro parrocchia.
Il discorso era improntato sulle amicizie che ognuno di loro ha, sia i politici, i boiardi, imprenditori, banchieri, sindacalisti e religiosi.
Da sinistra quando usano il metodo “Boffo” fanno le pulci alle persone che il partito ha deciso di attaccare, d’altronde lo fanno anche dal lato opposto, Berlusconi ha ricevuto un buon insegnamento in questo campo.
Allora usano tutte le loro corazzate, la sinistra con l’armata di Repubblica che ha dei novelli Goebbels secondi solo a quelli del Fatto Quotidiano, poi c’è Rai Tre e altri giornalisti nelle altre due reti della Rai.
Dal lato opposto c’è la corazzata Mediaset con i quotidiani il Giornale e Libero, che non le mandano a dire nell’inventarsi nefandezza per colpire gli avversari.
Sono vent’anni che questo metodo è usato senza riguardo e si specializza sempre di più.
Quando devono colpire iniziano a criticare come si è vestiti, i difetti, si spulciano le parole per trovare frasi che possono essere strumentalizzate, ma su quello che le artiglierie scatenano l’inferno sono le amicizie, basta una amicizia che possa essere immortalata sulla gogna mediatica per qualunque problema ha, allora i roghi di Campo dei Fiori a Roma si accendono.
In cella ho trovato una frase che mi avevo appuntato tempo fa, che dovrebbe fare riflettere un po’ tutti, perché l’essere umano non può essere giudicato per le sue amicizie, cosa che purtroppo fanno anche nei tribunali. “Non giudicare mai una persona dalle sue amicizie, perché Gesù Cristo ne aveva di discutibili”, altrettanto si può capovolgere il concetto su Giuda “lui ne aveva di ineccepibili”.
Ogni persona dovrebbe essere giudicata in base ai suoi comportamenti e non in base alle sue amicizie, qualunque esse siano, ma purtroppo è più facile a dirsi che a farsi.
29-06-2014

MAGISTRATO DI SORVEGLIANZA

Leggendo la rivista Ristretti Orizzonti che mi mandano dal carcere di Padova, mi è rimasto impressa l’intervista del magistrato di sorveglianza, perché tra quello che dicono e quello che applicano c’è di mezzo il mare.
Parla della Costituzione, dell’art.27 che stabilisce che la rieducazione è un obbligo per lo Stato; dell’art.3 che stabilisce l’uguaglianza, la dignità e la libertà per tutti i cittadini, lui ritiene che nelle scuole insegnano che la libertà e l’uguaglianza sono beni supremi, come anche che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, quindi anche la dignità è un bene supremo.
Ritiene che l’Europa ha fatto bene a condannarci, perché non si possono tenere migliaia di persone in più, pressate come sardine.
Attacca l’informazione che sindaca in modo errato, facendo leva sull’emotività per attrarre il pubblico, e ci vorrebbe una nuova cultura giuridica anche nei media.
La sua funzione che ricopre allo stesso tempo due ruoli, da un lato il giudice della rieducazione e dall’altro il giudice dei diritti delle persone detenute. Questo presupposto dovrebbe consentire di frequentare il carcere più spesso, purtroppo tutto il lavoro dell’ufficio non glielo consente, principalmente la liberazione anticipata che intasa le scrivanie.
La liberazione condizionale, sono poche perché legate al sicuro ravvedimento, condizione difficile da provare.
L’art. 4 bis andrebbe rivisto se non abolito, perché deriva da una concezione arcaica che dovrebbe scomparire dal nostro Ordinamento Penitenziario. Se una persona è cambiata non può portarsi dietro per tutta la vita questa nota negativa che discende solo dalla natura del reato compiuto.
Sull’ergastolo ostativo, lui ritiene che lo stesso ergastolo non ostativo è in contrasto con la Costituzione. La sua incostituzionalità deriva dal conflitto con l’art. 27, perché una pena perpetua non può essere rieducativa. Bisognerebbe mettere mano all’ergastolo, ergastolo ostativo e l’art.4 bis.
Interviene anche sull’ex Cirielli e tante altre cose.
Finisce la sua intervista con la sollecitazione di una nuova cultura giuridica e gli interventi riformatori intelligenti, non devono essere dominati dalla paura. Più uomini recuperati alla società significa più sicurezza e anche più giustizia.
Aggiungo che i discorsi sono necessari per esternare i propri pensieri, ma sono i fatti quelli che contano, pertanto applicare i benefici in senso di umanità e di apertura, e non sempre rigorosi e di chiusura.
30-06-2014

FA INORRIDIRE LA DEPORTAZIONE DEI DETENUTI PER GABBARE L’EUROPA

Mi è arrivato uno scritto dei radicali datato il 9 giugno 2014 postato in Condizioni carcerarie.
Come sempre i radicali non misurano le parole ma usano quelle giuste con diplomazia, iniziano massacrando il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa: “fa inorridire il giudizio che hanno dato sulla situazione carceraria italiana “significativi risultati” quasi si possa stabilire una gradazione della tortura, dei trattamenti inumani e degradanti. Hanno accettati “il gioco dei tre metri” dei “tre cartari”italiano, il primis il presidente del Consiglio Matteo Renzi del quale abbiamo chiesto le dimissioni; tre metri quadri a disposizione di ogni detenuto, calcolati chissà come e ottenuti violando altri diritti umani come la deportazione di migliaia di reclusi in istituti lontani centinaia di Km dalla propria famiglia”.
Per garantire i tre metri quadri, il ministro della giustizia ha provveduto a deportazioni di massa distribuendo qua e là i detenuti, così provocando sofferenze inimmaginabili a migliaia di detenuti che si trovano a centinaia di KM di distanza dalla propria famiglia.
Dal carcere di Poggioreale hanno spostato ottocento detenuti mandandoli a centinaia di KM, molti anche in Sardegna, ed ora non possono più vedere i propri familiari, genitori e coniugi. La stragrande maggioranza non possono permettersi viaggi così costosi, lo possono fare solo quella piccola minoranza di detenuti ricchi.
Come negli ultimi vent’anni hanno preso in giro l’Unione Europea, così hanno fatto anche adesso, li hanno truffati, sicuramente ciò è stato possibile perché c’è stato un complice che si può individuare in un italiana che fa parte del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, avevo letto il suo nome su un articolo del Manifesto.
Adesso andranno avanti per altri anni nel degrado più squallido, con la scusa che l’Europa li ha assolti.
Mi auguro che da qui al 2015, anno in cui dovranno passare di nuovo sotto il controllo europeo, ricevano migliaia di lettere per informarli della truffa in cui sono stati vittime. Quello che bisogna fargli sapere che hanno fatto un gioco di prestigio:questi i maghi dovevano fare e non i politici.
01-07-2014

LE TRUFFE LEGALIZZATE

L’amica Francesca mi ha mandato un piccolo opuscolo sulle autostrade in Toscana.
A Roma usano i soldi pubblici per interessi privati, uno dei modi per farlo sono le autostrade, hanno una genialità nel crearne con semplici tratti di penne, sconvolgendo zone che sono ammirate in tutto il mondo.
Inoltre queste autostrade sono tutte a pagamento, con somme importanti, un salasso per i cittadini.
Dovevano sistemare l’Aurelia e farla a quattro corsie, siccome non conveniva ai “profittatori”, in trent’anni non ci hanno mai messo mano, e su quella strada ci sono il doppio di incidenti e morti del resto d’Italia.
Il degrado che ne consegue rimane ai cittadini, mentre i miliardi rimangono ai politici e alle imprese a loro vicino, un sistema collaudato da decine di anni.
Sono cambiate le architetture dello Stato, dalla monarchia, alla dittatura del fascismo alla democrazia, ma nulla è cambiato, anzi è peggiorato.
Nei giorni scorsi il presidente della Corte dei Conti ha detto che la corruzione sfrenata del nostro Paese va pari passo con la legislatura, e ha citato ciò che scrisse Tacito “Moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto”.
Sono rimasto meravigliato da ciò che diceva il Presidente della Regione Enrico Rossi, riportato nell’opuscolo: “sei un ambientalista di sinistra se ti occupi di foche monache e della foresta fluviale; mentre se ti interessi del tuo territorio, del tuo ambiente, dei tuoi cittadini, diventi subito di destra irresponsabile, nemico del progresso e sai dire solo NO”.
Gli appalti pubblici sono il bancomat dei politici e delle imprese, ma poi ci “mangiano” un po’ tutti, dalle banche, confindustria, sindacati, politici e in ultimo la Chiesa sotto forma di donazioni.
Controllando i media e con la protezione della magistratura, continueranno fare quello che vogliono, rubando, devastando e inquinando, tanto il conto lo pagano sempre i cittadini.
02-07-2014

LA NATURA INSEGNA SEMPRE

Gli ingegneri dell’Università della California di Riverside diretti da David Kisailus, studiando il gambero mantide, hanno inventato un materiale molto resistente e leggero.
Il gambero mantide caccia le sue prede muovendo le chele a una velocità superiore a quella di un proiettile, provocando un’onda d’urto capace di stordire le prede a distanza.
Come fa a non spezzarsi? Questo era il quesito degli ingegneri, visualizzando la struttura a spirale in cui sono disposti gli strati di chitina della chela, sono arrivati alla conclusione riproducendo la stessa struttura con resine, hanno ottenuto una lega più resistente di quelle aerodinamiche.
Dalla natura non si finisce mai di imparare, l’evoluzione ha avuto milioni di anni per adattarsi ai luoghi più estremi, pertanto basta studiare e si troveranno tante soluzioni ai nostri bisogni.
3-07-2014

PIANTA MANGIAMETALLI

L’Università delle Filippine ha scoperto una pianta che ha la proprietà di assorbire in modo esponenziale il nichel dal terreno.
Si tratta della Rinorea Niccolifera una pianta originaria dell’isola di Luzon, ha la capacità di immagazzinare nelle sue foglie mille volte più di quanto riescano a fare la maggior parte delle piante.
Questo consente di usarla sia per la bonifica dei terreni, ma anche a fini commerciali, perché una tale quantità di nichel può far diventare i terreni inquinati una maniera a cielo aperta con l’estrazione in modo ecologico.
La natura non finisce mai di stupirci.
4-07-2014

GLI OMICIDI LEGALI

Lo Stato italiano è nato male e continua nel solco di una illegalità normativa, non è questione recente che vengono commessi omicidi che passano impunemente, è un metodo che viene da lontano con la complicità della magistratura che gli assicura l’impunità.
Proprio l’altro giorno i quattro assassini di Ferulli sono stati assolti dal tribunale di Milano, eppure c’erano i filmati che avevano ripreso tutto, non fossero stati poliziotti avrebbero preso una forte condanna, se poi fossero stati pregiudicati, stranieri o rom il pregiudizio avrebbe preceduto ogni giudizio.
Leggevo un articolo sull’anarchico Gaetano Bresci che uccide il 29 luglio 1900 nei pressi di Villa Reale a Monza il re Umberto I.
Lui era nato a Coiano nel 1869 frazione di Prato (Toscana), operaio tessile, emigrato in America nel 1897 per l’impossibilità di trovare lavoro, essendo schedato come sindacalista e anarchico, avendo partecipato a molte manifestazioni di protesta operaie, viveva a Paterson (New Jersey)una cittadina poco distante da New York, nota per essere un focolaio della cultura anarchica internazionale.
Il suo gesto era per vendicare i morti di Milano, la sanguinosa repressione popolare del 7 maggio1898 ordinata dal generale Bava Beccaris, che causò dai 100 ai 300 morti e innumerevoli feriti..
Proteste popolari per il rincaro del pane, che come al solito i Savoia sapevano risolvere solo con la repressione e i massacri.
Gaetano Bresci maturò il proposito di vendicare le vittime colpendo il maggiore responsabile, il re savoiardo Umberto I. Rientrò nel giugno 1900 e a luglio uccise il re a Monza.
Subito catturato disse che aveva agito da solo e l’aveva fatto per vendicare i morti di Milano. La tesi nel processo: “non ho ucciso un uomo, ma un principio”.
Ad agosto fu condannato all’ergastolo con l’aggravante dei primi sette anni di segregazione cellulare.
Trasferito a Santo Stefano (dove era rinchiuso per alcuni anni anche Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica) dove fu trovato impiccato il 22 maggio 1901.
Le crudeltà inflitte a Bresci durante le sue giornate è spietato: “ferri e catene, pasti minimi, mutismo assoluto, luce dei controlli anche di notte, sonni brevi e spezzati, e tante guardie acquattate dietro gli spioncini”, un trattamento per portarlo alla pazzia.
Sveglia alle sei di mattina, pranzo alle undici, fino alle sei di sera non poteva abbassare il letto e stendersi per addormentarsi anche se difficile per via delle catene e delle ispezioni.
Che sia stato suicidato non c’è nessun dubbio, e se qualcuno ne avesse, basta ricordarsi le parole di Sandro Pertini che all’Assemblea Costituente del 1947 aveva precisato: “Non è vero che Gaetano Bresci si sia suicidato. Prima l’hanno ammazzato di botte e poi hanno attaccato il cadavere all’inferriata e diffuso la notizia del suicidio”.
I Savoia hanno trasmesso a tutto il territorio italiano, quando l’hanno annesso al Piemonte, tutte le loro leggi barbare e spietate. Nei carceri vigevano i Bandi da Carlo Felice di Savoia del 22 febbraio 1826, anche se vengono sostituiti da un regolamento provvisorio del 1863, (anno della famigerata legge Pica), nella sostanza non cambia niente, tutto continua come prima con le torture del bastone(severamente vietato anche dal governo Ottomano), le catene ai piedi, la condanna al banco con le manette durante la notte, cella d’isolamento a pane e acqua, le segrete di rigore (senza luce, aria e né spazio), le camicie di forza, la palla al piede per 12 ore appeso con le mani a due anelli al muro, il cassone (chiuso in una specie di cassa da morto, con due buchi, uno sotto per i bisogni e uno sulla bocca per mangiare, legato in modo che doveva rimanere immobile, essendo che gli veniva messa anche la camicia di forza), il puntale (con un collare legato ad un anello al muro,rimaneva in piedi almeno per due giorni), quella dei ferri corti (legato mani e piedi per tenerlo accovacciato su se stesso sulla nuda terra).
Tutte queste infamie le scrisse prima il giornalista Giovanni Gervasi sul “Popolo” 1868, e poi riprese dall’inglese Wilford che le pubblicò sul Times, dove aggiunse che tutto ciò che di turpe, di feroce, d’immondo, di barbaro e d’infame veniva praticato sui reclusi nelle carceri italiane.
A Bresci usarono tutte le “delicatezze” delle leggi savoiarde, che nel tempo non sono andate perdute ma adeguate alla modernità e all’Unione Europea.
Oggi abbiamo la tortura del 41 bis, legge barbara che è figlia di quella cultura, come i tanti morti che le procedure insabbiano come suicidi.
Per entrare a pieno titolo della civiltà europea bisognerebbe spiemontesizzare tutto il Paese, non solo la toponomastica ma tutte le leggi che abbiamo ereditato dall’infamia savoiarda.
05-07-2014

LA RICERCA PROGREDISCE

Non passa giorno che non leggo di nuove scoperte di come risparmiare e tagliare i combustibili fossili, anche se le multinazionali del settore mettono in campo tutto il potere economico per bloccare la fine di un “Era” quella del petrolio, del gas e del carbone, seppur necessaria per il cambiamento climatico che l’inquinamento atmosferico ha stravolto il naturale susseguirsi delle stagioni.
L’Università di Miami ha scoperto un nuovo metallo termoelettrico, in grado di trasformare uno scarto di temperatura in corrente elettrica, si tratta del litio LiPB.
L’idea che hanno avuto per adoperarlo per convertire tutti i disavanzi di calore per generare elettricità, come quello prodotto dagli scariche dei veicoli e di tante altre fonti che dal loro scarto producono calore.
Credo che oggi esiste la tecnologia per dimezzare in breve tempo di almeno il 50% i combustibili fossili, ma non c’è volontà politica.
Il nostro Paese che è ritenuto uno dei più industrializzato del mondo, non ha un programma energetico, perché così vuole l’ENI, e i politici sempre proni ai suoi comandi.
6-07-2014

EPIDEMIA GLOBALE

Il mio amico Giuseppe Testimone di Geova, mi manda sempre le due riviste che la sua religione stampa periodicamente.
In una ho trovato uno scritto sul fumo, francamente sapevo che era una piaga, ma non pensavo che potesse arrivare fino a questo punto.
Uccide una persona ogni sei secondi, uccide 6 milioni di persone ogni anno, ha ucciso 100 milioni di persone nell’ultimo secolo.
Le autorità stimano che entro il 2030 il fumo ucciderà 8 milioni persone all’anno, prevedendo che alla fine del nuovo secolo avrà ucciso un miliardo di persone.
Ogni anno muoiono anche 600 mila persone per il fumo passivo.
A parte la strage “legale”, tutti i costi per le cure mediche ricadono sui cittadini, che devono sopportare il fumo passivo e pagare in termini economici, mentre le multinazionali del tabacco non pagano niente ma guadagnano miliardi di euro e molti ne spendono in pubblicità per invogliare a fumare e trovare nuove vittime.
Tutte le droghe e l’alcool messe insieme, tutti gli incidenti d’auto e tutte le mafie del mondo non causano tante morti, con tutto ciò nemmeno l’ONU interviene per sradicare questo cancro malefico, nemmeno i governi del mondo intervengono in modo adeguato per stroncare questa carneficina.
La coltivazione e la vendita della Marijuana non produrrebbe neanche lo 0,001% dei morti del tabacco, anzi è provato scientificamente che il suo uso terapeuta aiuta a curare e contenere tante patologie, principalmente neurologiche e del dolore, ma con tutto ciò è vietata.
Siccome il tabacco, l’alcool e le auto producono molti soldi in tasse per i governi, allora lasciano correre e non fanno niente, come sempre i soldi non hanno odore come diceva l’imperatore romano Vespasiano.
07-07-2014

RITORNIAMO ALL’ORTO

Pierre Rabhi, filosofo e contadino francese di origine algerine è uno dei pionieri dell’agroecologia. Ha fondato diversi movimenti come “Terre et Humanisme e Colibris”, ed è il creatore del concetto “un’oasi in ogni luogo”.
Promuove un modello basato sul rispetto dell’uomo e della terra, e lo fa attraverso i libri, conferenze e iniziative che hanno toccato l’Africa, l’Europa e la sua vita stessa, votato alla campagna del 1961.
Ritiene che ci vuole meno petrolio e più agricoltura, perché con l’urbanizzazione si è allontanata la gente dalla campagna e per questo motivo non vogliono più bene alla terra.
Nel 1961 tornò a vivere in campagna come scelta politica, perché non voleva sottostare all’evidente alienazione di chi barattava la propria vita come un salario. È una esistenza che sa di carcere, nel nome di un mito di un progresso che rinuncia alla natura.
Un progresso che in teoria doveva liberare, non fa altro che imprigionare.
Ha lanciato una nuova iniziativa per fare 10.000 orti in Africa. La situazione è disastrosa perché gli asiatici depredano le risorse, i capi di Stato sono corrotti. Prende ad esempio l’Algeria, non produce ma esporta, si è addormentata sullo sfruttamento petrolifero. Non producono cibo e i settori vitali sono morti. Se l’Algeria smette di esportare petrolio muore. Come in tutti i paesi africani ci sono caste che si prendono tutte le ricchezze e lasciano il popolo nella povertà.
In Africa i contadini sono talmente poveri che l’agricoltura chimica non possono farla perché non hanno i soldi per acquistare fertilizzanti e diserbanti, un sistema insostenibile perché è fatto per vendere e non per nutrirsi. È il sistema che produce la fame.
Questo meccanismo sta rovinando anche i contadini europei, perché per fare agricoltura industriale gli strumenti sono troppo cari e la crisi peggiora la situazione e si impoveriscono sempre di più.
La gente facendo un piccolo orto per nutrirsi, diventa un atto politico e di resistenza.
Un orto in ogni luogo, anche sul balcone, la gente inizierebbe di nuovo a gustare di nuovo i sapori di una volta, si ribellerebbe alle multinazionali e alla grande distribuzione. Principalmente in Africa dove la fame miete molte vite, con un orto come si faceva un tempo potranno sfamare una famiglia.
Ricordo che quando aiutavo a coltivarlo l’orto a casa, l’unica cosa che usavamo era il verderame che adoperavamo per il pergolato d’uva che avevamo davanti a casa, per il resto acqua e un po’ di letame, cresceva tutto molto bene.
Quando in TV vedo che in molte città i comuni hanno messo a disposizione terreni comunali per coltivare orti, con gli anziani che occupano il loro tempo in modo costruttivo e mettono disposizione il loro sapere per i cittadini che conoscono solo la città, è una solidarietà che riempie il cuore e finalmente i sindaci fanno qualcosa di veramente positivo.
08-07-2014

ALFREDO DI STEFANO

È morto Alfredo Di Stefano, era ritenuto il più grande calciatore di tutti i tempi, superiore a Pelè, Maratona, Eusebio, Cruijff ecc..
Molti anni fa lessi un intervista prima della sua morte di Nils Liedholm, alla domanda chi fosse stato il calciatore più grande rispose senza esitare Alfredo Di Stefano, eppure lui aveva giocato contro Pelè ai mondiali in Svezia nel 1958, aveva conosciuto tanti campioni da giocatore e da allenatore. Disse che era il più completo e il più determinante per la squadra in cui giocava.
Era nato a Buenos Aires in Argentina il 4 luglio 1926, nel quartiere Barracas, figlio di Alfredo(stesso nome del padre) partito dall’isola di Capri, un napoletano emigrante, giocò nel River Plate e nel Boca. A 16 anni gioca già in prima squadra del River, gli daranno il soprannome “saeta rubia” freccia bionda, lo accompagnerà tutta la carriera.
Passa al Millionarios di Bogotà dove rimane per tre anni. Giocò un amichevole con il Real Madrid e fece innamorare anche il Barcellona. Il Real Madrid si accordò con i Millionarios e il Barcellona con il River. Il proprietario del cartellino era il River; il Barcellona si fece da parte sdegnato perché immaginarono e non a torto che fosse intervenuto il dittatore spagnolo Francisco Franco.
Nel 1953 a 27 anni sbarca a Madrid dove non vincevano la Liga da 20 anni e due anni prima stavano retrocedendo in B, e nella loro storia avevano vinto solo due scudetti.
In 11 vince otto scudetti, 5 Coppe dei Campioni (attuale Champions League) consecutive (segnò in tutte e cinque le finali) segnando 49 gol in 58 partite, 2 Coppe Latine, una Coppa di Spagna e una Coppa Intercontinentale. Dal 1953 al 1964 giocò 396 partite e segnò 307 gol, vincendo due volte il Pallone d’Oro nel 1957 e 1959.
Prima del Real aveva vinto due scudetti con il River Plate, 3 scudetti con i Millionarios, una Coppa di Colombia e una Coppa America.
Lasciò il Real nel 1964 dopo aver perso la finale di Coppa dei Campioni con l’Inter, giocò altri due anni con l’Espanyol e si ritirò a 40 anni.
Ha giocato 6 partite con l’Argentina segnando 6 gol, 2 partite con la Colombia e 31 partite con la Spagna segnando 23 gol, non ha mai giocato un mondiale, nel 1962 un infortunio glielo impedì. Con tutto ciò in 50 anni il France Football ha assegnato solo a lui il Superpallone d’Oro, riconoscimento unico per un giocatore unico.
Per tanti da Gianni Brera, Bobby Charlton, Sandro Mazzola, era stato il più grande di sempre, dicevano che “era al principio, durante e alla fine delle giocate da gol, e segnava reti in tutti i modi”.
Mazzola ritiene che il mito, la leggenda. Di Stefano è stato il Calcio, perché sapeva fare tutto: intercettava la manovra avversaria e perciò difendeva; impostare l’azione partendo dalla sua metà campo; rifinirla per i compagni; andare egli stesso a segno. E poi dribbling, velocità, visione di gioco, scelta di tempo, precisione e forza nel tiro. Nessuno da Pelè, Maratona e Cruijff avevano la capacità di interpretare tutti i ruoli della commedia ai massimi livelli, era un giocatore universale.
Se esiste un aldilà, ora starà giocando su verdi praterie celesti.
09-07-2014

FINALMENTE…

Era ora che a quel ragazzotto che hanno messo a fare il presidente della Juve, qualcuno dicesse in modo chiaro quello che pensano milioni di italiani.
Andrea Agnelli parla come se tutto gli fosse dovuto; ricordo due anni fa quando sbraitava e se non se ne capiva il motivo, lo si capì dopo il regalo della supercoppa giocata a Pechino, l’arbitro ridusse in nove il Napoli, dopo rimase in religioso silenzio.
Agnelli aveva bocciato Tavecchi perché ritenuto vecchio, è intervenuto Mario Macalli il N°1 della Lega Pro, dicendo le cose come stanno e attaccando Agnelli senza mezze misure: “per un anno e mezzo la Serie A ha disertato il Consiglio Federale perché voleva più stranieri, oggi vogliono fare lezioni. I disastri non li hanno creato le piccole società ma quelli che in A fanno giocare nelle loro squadre il 60% di stranieri che per il 90% sono pippe. Parlano di seconde squadre ma quanti giovani hanno tirato fuori dai loro vivai? Da me non farebbero neanche i portinai”.
Macalli è andato anche sul personale nei confronti di Agnelli: “Io quando vado a lavorare produco e pago le tasse, lui e la sua famiglia fino ad oggi hanno spolpato l’Italia. Cerchiamo di offendere meno, a nessuno è permesso. Non sono unti dal signore, hanno solo il cognome senza quello forse andrebbero in un tornio ogni mattina e vediamo quanti pezzi producono in un’ora. Io mangio a casa mia, non mangio con i soldi del governo italiano”.
Concordo pienamente con il signor Macalli, e aggiungo che gli Agnelli non hanno mai dato niente al popolo italiano, hanno sempre avuto dallo Stato come dei parassiti, anche attualmente ricevono sovvenzioni nell’ordine 2-3 milioni al giorno, tutti tirano la cinghia e loro ingrassano in qualsiasi periodo, crisi o non crisi.
10-07-2014

SCHIAVITÙ

A volte i quotidiani riportano delle notizie di cui si stenta a credere, ma nell’era di internet è difficile che un episodio possa essere inventato in sana pianta, perché verrebbe subito smentito.
Una bambina birmana di etnia Karen rapita a 7 anni era stata venduta come schiava a una famiglia tailandese, la trattavano in modo crudele, la torturavano e la picchiavano tutti i giorni, addirittura per punirla la immergevano nell’acqua bollente, la sua pelle è diventata un insieme di cicatrici talmente deturpata che neanche il più bravo chirurgo estetico potrà mai farla diventare come prima, gli manca mezzo orecchio glielo hanno tagliato i suoi aguzzini, la facevano dormire nella cuccia del cane.
La sua famiglia era immigrata illegalmente in Thailandia per cercare lavoro, l’avevano trovato nella raccolta della canna da zucchero, quando scomparve la figlia non poterono fare neanche la denuncia perché erano dei clandestini, dei fantasmi.
Dopo cinque anni è scappata e aiutata dall’associazione Haman Rights and Development Foundation, hanno portato il caso al tribuale con un risarcimento di 143 mila dollari, i due aguzzini sono fuggiti, ora gli avvocati cercheranno di aggredire il patrimonio dei responsabili.
Con questi soldi la bambina potrà costruirsi un futuro e il precedente fungerà da deterrente in futuro per chi si macchierà di colpe simili.
Il problema maggiore è il pregiudizio molto fastidioso da abbattere e il muro d’omertà che coinvolge anche la polizia e l’elite del paese.
Il Dipartimento di Stato americano ha declassato la Thailandia, è considerata tra i peggiori Paesi per quanto riguarda il traffico degli esseri umani. Nel rapporto di quest’anno gli sforzi di Bangkok sono stati definiti “insufficienti” e grave il coinvolgimento di civili corrotti e di militari conniventi.
John Kerry Segretario di Stato americano ha detto che: “non ci può essere impunità per chi è nel mercato degli esseri umani, sia che si tratti di una giovane ragazza costretta a prostituirsi o a elemosinare per strada.
Secondo il rapporto della Casa Bianca, sono più di ventimilioni le persone nel mondo che finiscono in schiavitù. Moltissimi sono minori. E in Asia la piaga è più grande che altrove.
11-07-2014

OGNI TANTO UN PO DI LUCE

Ieri sera è ritornato Rocco dal processo con l’assoluzione, aveva una condanna a 25 anni per associazione mafiosa e omicidio.
Era incensurato faceva il barbiere, l’avevano accusato perché un pentito ha “pensato” che lui avesse avvisato i killer.
Dopo cinque anni di carcere, tra il regime di tortura del 41 bis e in giro per i carceri italiani, l’ultimo l’avevano deportato a Badu Carros(Nuoro) in Sardegna, è finito il suo calvario.
Per paradosso deve anche ritenersi fortunato, perché in questi processi di livello industriale è difficile fare emergere la verità, prevale sempre quella delle DDA.
In questi casi, spesso elargiscono una condanna per associazione mafiosa per non dare un assoluzione, la quantificano con il carcere già scontato.
Ogni tanto vedere qualcuno che esce è una bella sensazione, felice per lui, piacevole per noi. 12-07-2014

LA CULTURA CALPESTATA

Tempo fa avevo già letto sul mensile “Il Diario”di Siracusa che il detenuto Alessio Attanasio ristretto nel regime di tortura del 41 bis, aria riservata e con il14 bis, aveva avuto risposta positiva dal Tribunale di Perugia contro la legge 94/2009 e conseguenti circolari ministeriali, sulla limitazione dei libri, riviste e quotidiani, ma con tutto ciò le direzioni delle carceri se ne fregano.
Trasferito al carcere di Novara (I lager dei Savoia sulle Alpi) la direzione del carcere gli vieta di avere due libri di Isabel Allende in spagnolo, fa reclamo al magistrato di sorveglianza che gli da ragione, ma la direzione calpestando l’ordinanza di un giudice e commettendo reato di omissione nell’applicazione di una disposizione di un magistrato, non gli da i due libri.
L’Attanasio fa ricorso al TAR, rispondono che non è di loro competenza e se ne lavano le mani.
Sembra strano perché tutto ciò che riguarda l’Amministrazione Pubblica li riguarda.
La direzione di Novara è la stessa che li fermò la lettera che aveva scritto al Papa, sbloccata successivamente dal magistrato di sorveglianza; ne ho scritto anche nel diario.
In Inghilterra gli scrittori e gli intellettuali si sono ribellati a una limitazione del genere, il ministro aveva escogitato la patente di buona condotta, chi non l’aveva non poteva ricevere libri e riviste.
Hanno messo in piedi una petizione e chiesto le dimissioni del ministro. In Italia a parte la tortura del 41 bis, nessuno si e mosso per urlare allo scandalo per la limitazione della cultura.
Al carcere di Ascoli Piceno nel regime di tortura del 41 bis, avevano proibito la lettura del libro “Il nome della rosa” di Umberto Eco, il 2 gennaio c’è stata una certa risonanza mediatica, ma nessun intellettuale è intervenuto.
Sembra di assistere alla violenza “legale” delle camere di tortura e i roghi di piazza di un tempo.
Dov’è la società civile che inorridisce per un cane maltrattato e di fronte a barbarie simili fa come la scimmietta che non vede, non sente e non parla. Vergogna!
13-07-2014

LA SVOLTA DEMOCRATICA

Oggi si celebra in Francia la presa della Bastiglia. La rivoluzione francese è stato il seme per la svolta democratica nel mondo.
Furono coniati i principi che ancora oggi in certe nazioni non sono applicati, figuriamoci per quei tempi cosa dovevano rappresentare per la popolazione, una liberazione da secoli di oppressione.
In Francia come in tutte gli Stati europei c’era la monarchia, poi venivano gli aristocratici e il clero che teneva buono il popolo ammonendolo che per loro c’era il paradiso dopo la morte, una bella truffa, mentre il re e gli aristocratici se lo godevano in terra il paradiso.
Senza la rivoluzione francese, forse saremmo ancora sotto la dittatura monarchica e l’oscurantismo religioso in tutta Europa, ci è voluto un altro secolo per arrivare la democrazia come forma di governo, ma l’importante che sia arrivata.
Come disse Winston Churchill: “la democrazia è imperfetta ma è l’unico sistema democratico che conosciamo”. 14-07-2014

LE TRUFFE MEDIATICHE

In questi giorni c’è stata una cagnare mediatica alimentata dal partito dell’antimafia, che ogni tanto deve inventarsi qualcosa per creare la tensione per giustificare il loro apparato.
Le parole di Leonardo Sciascia sono sempre attuali: “I professionisti dell’antimafia, per esistere fanno vivere la mafia anche dove non c’è”.
A Oppido Mamertino in provincia di Reggio Calabria, durante la processione i portatori della madonna si sono fermati in una strada, il maresciallo dei carabinieri del paese ha gridato allo scandalo perché a suo dire avrebbe fatto l’inchino a un boss ottantaduenne che era agli arresti domiciliari.
Subito hanno iniziato le icone antimafia ad accusare a destra e sinistra; la Chiesa, i politici e i portatori della madonna.
Nei giorni seguenti hanno gridato che anche in altri paesi succedeva la stessa cosa, ma non hanno trovato nessun paese da crocifiggere.
La DDA ha acquisito 25 portatori della madonna del paese, perché avendo fatto l’inchino possono essere collusi con l’ndrangheta.
Tutte le voci fuori dal coro o meglio dire pensiero unico di questo potere trasversale, che con la scusa della lotta alla mafia prosperano nel mantenere i loro privilegi, le loro poltrone e si arricchiscono.
Oggi finalmente esce un piccolo articolo sulla Gazzetta del Sud, un intervista al prete del paese Don Benedetto Rustico, la prima cosa che ha detto è stata che in caso di processo sarà al fianco dei portatori della madonna perché non hanno fatto niente e non li abbandoneremo.
Ha continuato dicendo una cosa che il sindaco del paese ha avuto paura di dire comportandosi da pusillanime, che la madonna sono decenni che passa per quella strada e si ferma allo stesso posto, anche quando la famiglia del boss in questione non abitava in quella strada. Questo dimostra che si è voluto creare il caso e il gruppo di fuoco antimafia composto da politici, magistrati, giornalisti e le icone depositarie della verità, hanno aperto il fuoco di sbarramento.
Non c’è stato un solo politico calabrese che abbia detto una parola, il terrore che incuotono questi signori è uguale a quello dell’inquisizione, allora c’erano i roghi in piazza oggi c’è la gogna mediatica e qualche procedimento penale per eliminare le persone.
Don Benedetto Rustico dice: “la mattina vado al bar a prendere il caffè, chi me lo serve ha il figlio in carcere, fa di me un affiliato? Oggi va di moda il prete che fa le manifestazioni, partecipa ai cortei, lancia slogan, io scelgo la strada del silenzio e della mediazione, nessuno in questi giorni ha detto che sono presidente di una cooperativa che si occupa di beni confiscati. Per me l’ndrangheta si combatte solo agendo sull’humus nel quale si sviluppa. Gli arresti non servono. Quando all’attività della DDA- si criminalizza e basta-”.
Nel paese e sui social network sono compatti e in modo incondizionato schierati in difesa di Don Benedetto Rustico, più di tutti è stato bersaglio di un devastante e umiliante fuoco incrociato.
L’associazione cattolica diocesana ha fatto un comunicato in cui elogia il parroco: “per aver interpretato, con vero spirito evangelico, la “Chiesa del grembiule”al servizio degli ultimi senza mai abbattersi, alzando la voce davanti alle ingiustizie, per cui ha anche pagato di persona”.
Su un sito o blog “StoConDonBenedetto dei ragazzi dell’associazione cattolica della frazione Cannavà di Rizziconi, hanno scritto: “Se la grandezza di un sacerdote si misura davvero dalle opere di carità, e non dal modo di apparire, o da quando siano eloquenti e perfette le omelie, sicuramente caro Don, tu sei un gigante per la Chiesa che rappresenti”.
Una persona così apprezzata viene distrutta e messa alla gogna da una concrea che ha incancrenito il paese inquinandolo con il veleno del sospetto, della menzogna mediatica e dal terrore che hanno istaurato nei cuori delle persone.
I vescovi che dovrebbero difendere queste belle persone, si mettono subito sugli attenti per non finire anche loro sulla graticola, pertanto esercitano il loro ministero con la paura nel cuore.
La Chiesa ormai inquinata da teorie oscurantiste fa voto di silenzio, lasciando questi agnelli ai lupi famelici della setta antimafia, ormai una sorta di massoneria.
15-07-2014

PIF

Pif al secolo Pierfrancesco Dilimberto, palermitano conduttore televisivo e ha fatto anche un paio di film-doc.
In un articolo sul Corriere della Sera, nell’elogiarlo per un suo documentario sulla mafia è stato anche intervistato e ha detto: “Non riesco a capire come sia possibile che i giudici di Palermo non possono arrestare una persona all’estero perché il reato del 416 bis (associazione mafiosa) esiste solo in Italia, è una cosa inconcepibile.”
Quando leggi queste cose ti cascano le braccia a terra, mi viene il sospetto che questo signore non è solo l’impressione che apparire sfasato fa parte del personaggio ma lo è nei fatti, perché una persona con un minimo di intelligenza si chiederebbe perché un simile obbrobrio esiste solo in Italia?
Ormai dopo oltre vent’anni di catechiazzazione questo è il risultato; così si può comprendere come Hitler era riuscito a robotizzare i tedeschi e a fargli commettere atrocità orribili.
Il 416 bis è un articolo barbarico perché da ai magistrati la discrezionalità di arrestare chiunque, bastano le parole di un pentito senza bisogno di prove, siccome hanno migliaia di pentiti e busta paga, quando vogliono rovinare qualcuno o mettersi in mostra perché il personaggio ha una nomea e possono avere una risonanza mediatica, subito li chiamano e con il loro aiuto costruiscono l’architettura del processo.
Mi auguro che quanto prima l’ONU intervenga su questo famigerato articolo come è intervenuto nei giorni scorsi sul 41 bis, l’ha classificato tortura, aspetto la documentazione con ansia.
16-07-2014

LE STRAGI DIMENTICATE

Una volta ho letto su un libro, forse “l’Arte della guerra”, una frase che recitava così: “se uccidi una persona sei un assassino, se massacri migliaia di persone diventa una statistica”. Non ricordo se la frase fosse esattamente così, ma il senso era questo.
Lo stesso discorso lo possiamo fare con i grandi dittatori, con un paragone a Hitler e Stalin, due sanguinari che rimarranno nella storia fino a quando esisterà, ma Stalin solo dopo la morte è stato elevato allo stesso livello di Hitler. I paragoni si possono fare su tanti, addirittura le religioni hanno santificato assassini certificati.
Ogni tanto viene pubblicato sui quotidiani qualche strage che gli americani hanno commesso nella loro “liberazione”, sono tante, ma vengono taciute, viceversa quelle dei tedeschi vengono esaltate fino al parossismo più estremo.
A Mileto in provincia di Reggio Calabria, 71 anni fa ci fu la strage di Carasace, gli aerei americani bombardarono e mentre fuggivano mitragliavano i contadini che scappavano nelle campagne, fu fatto in modo deliberato. Uccisero 39 persone, tra cui 13 bambini tra le braccia delle madri, molti furono feriti.
Tutto faceva parte di una strategia studiata a tavolino dallo stato maggiore americano, terrorizzare la popolazione per metterla contro Mussolini e accelerare la caduta del fascismo. Se avessero perso la guerra ci sarebbe stata una Norimberga anche per loro.
Nell’eccidio perirono tre sorelline, si chiamavano D’Onofrio, il comune gli intitolerà la nuova scuola dell’infanzia. Finalmente, danno il nome a tre anime innocenti e per questo le si può classificare nell’olimpo degli eroi, essendo che le strade e le piazze sono piene di nomi di autentici criminali, non parliamo nel Meridione che è vergognoso, perché è pieno di questi personaggi che hanno ridotto il Sud a un paese africano, ma vengono lo stesso osannati a eroi.
Gli americani ci hanno liberato dal fascismo, senza di loro la resistenza non sarebbe mai riuscita a fare niente, ma sono 71 anni che hanno preso il posto dei fascisti e tengono sotto occupazione il paese, e non hanno nessuna intenzione di andarsene. Ma quello che è vergognoso nessuno ha il coraggio di dirlo.
17-07-2014

NON TUTTI I MORTI SONO UGUALI

In questi giorni imperversa su tutti i media quello che sta succedendo in Palestina, ma quello che è vergognoso è che nessuno è imparziale, tutti parteggiano con Israele.
La guerra l’ha innescata il Primo ministro israeliano Netanyahu, la morte di quei ragazza è stata un occasione che ha preso a volo, non avendo mai digerito l’unita politica ritrovata del popolo palestinese. Subito ha accusato Hamas e gliela avrebbe fatta pagare cara, anche dopo che erano stati scoperti i veri responsabili, due palestinesi in fuga.
Ha iniziato a fare raid aerei, di rimando Hamas ha risposto con i razzi, l’unica possibilità che di rispondere, che poi sono solo di propaganda, perché fanno rumore e qualche danno ma non incidono militarmente in nessun modo per fare pressione su Israele.
Dall’altra parte tra raid e cannonate hanno già ucciso 260 persone e 2000 feriti, tra cui 43 bambini, gli ultimi sette ieri, quattro mentre giocavano sulla spiaggia e una nave israeliana ha fatto tiro a bersaglio, altri tre nel centro della città di Gaza.
Avvisano le famiglie con il telefono do abbandonare la casa che sarà bombardata, non fanno in tempo a uscire che dopo tre minuti la colpiscono, e uccidono donne e bambini.
La striscia di Gaza è una prigione a cielo aperto, come lo era il Ghetto di Varsavia, perché non possono usare il mare, né la terra né il cielo. Il mare è pattugliato dalle motovedette israeliane, i veicoli controllati da israeliani e quelli con il confine dei Sinai dagli egiziani, e l’aeroporto di Gaza costretto dagli israeliani a rimanere chiuso, prigionieri come in un carcere, sottoposti per ogni cosa agli israeliani perché hanno l’embargo totale, per sopperire a ciò scavano tunnel nel confine con l’Egitto per reperire di contrabbando tutto ciò che gli occorre per i bisogni primari; è una vergogna planetaria con un omertà peggiore di quella enfatizzata della criminalità.
Sentire dei servizi in TV, leggere degli articoli sui quotidiani è nauseante, perché la colpa la danno tutti ai palestinesi, sono terroristi perché quando sparano i missili e risuonano le sirene mettono paura alla gente, non potendo dire altro essendo che Israele non ha subito né morti e ne feriti civili, a parte un soldato ucciso in combattimenti nell’avanzata di terra. Ci vuole decenza per raccontare in questo modo un tiro a bersaglio, dove non c’è differenza tra bambini, donne e anziani.
L’Occidente come al solito si comporta come gli struzzi, la stessa cosa faceva quando i nazisti massacravano gli ebrei, a guerra finita fecero finta di indignarsi. La stessa cosa stanno facendo ora con i palestinesi che al pari degli ebrei stanno subendo un genocidio.
Israele ha uno degli eserciti più potenti al mondo dotato anche di armamento nucleare, come possa far credere alle persone con un minimo d’intelligenza che la disperazione di un popolo portato all’esasperazione possa farle paura, la sua è solo una strategia per portarli con paura e il terrore alla rassegnazione accettando tutti gli interessi israeliani, che sarebbero, mai uno Stato palestinese e accettare i confini che hanno tracciato loro e non quelli stabiliti dall’ONU nel 1948.
Un giorno la marea islamica ci chiederà conto di tutto questo, e avranno tutte le ragioni per sfogare la rabbia, il rancore e l’odio accumulato per tanti anni di soprusi.
Chi fa del male gli ritorna sempre.
18-07-2014

STORICA SENTENZA

Il tribunale dell’Aja ha condannato l’Olanda per il massacro dei civili a Srebrenica. È la prima volta che uno Stato viene processato e condannato per le azioni dei suoi soldati sotto il mandato ONU, è civilmente responsabile della morte di 300 uomini e ragazzi mussulmani di Srebrenica. Si erano rifugiati nella base dei caschi blu olandesi, furono espulsi il 13 luglio 1995 per trovare la morte per mano dei soldati serbi.
Non sono stati ritenuti responsabili del massacro degli 8000 civili uccidi dai serbi dopo che era caduta la città.
L’ONU gode dell’immunità e pertanto tutti quelli che sono impegnati a mantenere la pace e la sicurezza non possono essere perseguiti.
Questa sentenza è storica perché i soldati sotto mandato ONU non potranno più fare tutto quello che vogliono sicuri dell’impunità.
Ricordo che in Somalia si macchiarono di nefandezze di ogni genere, dalle torture alle violenze sessuali, tra cui anche gli italiani. Talmente erano sicuri dell’impunità che fecero foto e filmini.
Già l’anno scorso la Corte Suprema dell’Olanda aveva confermata la responsabilità del proprio paese, nella causa intentata all’ex interprete dei caschi blu, Hasan Nuhanovic, che aveva perso il padre e il fratello, e di un altro uomo, costretti a lasciare la base e praticamente consegnarsi ai carnefici.
Spero che presto inizieranno a fioccare le condanne anche per gli americani, perché dovunque vanno si comportano come i nazisti in Unione Sovietica che ritenevano gli slavi una razza inferiore.
19-07-2014

L’AFFARE MORO CONTINUA…

I tasselli della verità sulla morte di Moro si arricchiscono di un altro capitolo che riguardano gli americani.
Gli americani avevano interesse a fare eliminare Moro, perché non volevano che ci fosse il compromesso tra comunisti e democrazia cristiana, e siccome lui era l’artefice di questa idea, prima che si potesse realizzare lo sistemarono…
I servizi segreti italiani erano al servizio degli americani, perché tengono sotto occupazione il paese da 71 anni.
I magistrati di Roma sono andati a interrogare in Florida Steve Pieczenik, si ritiene un psichiatra al servizio del suo paese. Ha detto che fu mandato dal governo USA in Italia ad aiutare il ministro Cossiga all’epoca ministro degli interni, l’ordini che gli impartirono i suoi superiori della CIA (deve essere per forza un agente della CIA) era di non far rilasciare l’ostaggio ma di stabilizzare il Paese. Oggi sostiene che l’incompetenza dell’Italia uccise Moro.
Questo signore la sa molto lunga, prima sponsorizzò con l’aiuto del partito comunista la linea della fermezza, poi in un libro di un giornalista francese intitolato “Abbiamo ucciso Moro” affermò che aveva contribuito con la fermezza all’eliminazione del Presidente.
Ritiene le brigate rosse dei dilettanti perché con l’uccisione di Moro hanno accelerato la loro autodistruzione.
Il quadro dell’omicidio Moro si sta delineando, credo che non passerò molto tempo ancora affinché non esploderà tutta la verità.
Comunque ritengo che Moro può essere come omicidio di Stato e le che brigate rosse siano state manipolate e usate.
Gli americani sono bravi a trovare esecutori che non li conducono a loro, l’hanno fatto con John e Bob Kennedy e in tante parti del mondo.
20-07-2014

FINALMENTE VEDONO LA REALTÁ

Stamane mentre vedevo la rassegna stampa in TV, sul quotidiano il Tempo in prima pagina c’era un articolo sull’arresto di una magistrata.
Questa signora si chiama Schettini ed era talmente baldanzosa che diceva che lei era più mafiosa dei mafiosi, con l’arresto ha gridato che la carcerazione preventiva è un male per la società e le carceri sono un inferno.
I PM conoscono le carceri solo dagli uffici dove interrogano, talmente è diventata un’abitudine ad arrestare le persone che hanno perso quel senso di umanità che dovrebbe essere la parte di chi applica la legge, anzi per mettersi in mostra cercano sempre di moltiplicare il numero degli arrestati, questo dimostra che il sistema corporativo li ha messi fuori dalla realtà senza nessuna empatia con il loro datori di lavoro; il popolo che pagando le tasse gli paga gli stipendi più alti d’Europa e molteplici privilegi, ma la loro resa è l’ultima del nostro continente, mentre hanno portato la giustizia dietro i paesi africani. Se parli con loro la colpa e degli altri e non la loro, che i dieci milioni di processi arretrati non è colpa loro, che gridano sempre all’indipendenza anche quando gli volevano far firmare il cartellino come tutti i dipendenti dello Stato, non parliamo di togliergli qualcosa dallo stipendio come è stato fatto a tutti i dipendenti pubblici, l’hanno ritenuto un attentato nei loro confronti e subito i loro colleghi della Consulta gli hanno ridato fino all’ultimo centesimo con tutti gli interessi.
Ormai parlare di loro come gli inquisitori della Chiesa è qualcosa di reale essendo che si comportano come tale.
Il potere ha bisogno di tenere a bada il popolo, la magistratura è un ottima istituzione per reprimere e terrorizzare.
21-07-2014

Lettera di Pasquale De Feo al CPT

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Dopo avere pubblicato a suo tempo il reclamo scritto dal nostro Pasquale De Feo in seguito al suo trasferimento da Catanzaro al carcere di Oristano in Sardegna.. pubblico oggi una lettera scritta da Pasquale De Feo al Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene inumane e degradanti.

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C.P.T
Commissione per la prevenzione della tortura e delle pene
Strasburgo
Francia
c/c Council of Europe
F-67075
Strasbourg
Codex-France

Commissione Europea per la prevenzione della tortura e delle pene

Mi chiamo De Feo Pasquale, detenuto dal 1983 in espiazione della pena dell’ergastolo denominato ostativo che viola la convenzione europea perché è una pena perpetua; una condanna a more la cui sentenza è affidata al tempo che funge da boia.

L’ergastolo perpetuo è una tortura, come stabilisce la Convenzione, nessuna pena può esserlo per sempre.

L’Italia ha subito varie condanne sulla tortura del sovraffollamento e delle condizioni carcerarie a cui sono sottoposti i reclusi.

Ancora esiste il regime di tortura del 41 bis, una istituzionalizzazione della tortura.

Per risolvere l’ultimatum della Corte Europea sul sovraffollamento, hanno costruito carceri nella regione Sardegna, creando un’isola prigione, deportando migliaia di reclusi, allontanandoli dalle loro famiglie.

Hanno diluito il sovraffollamento , ma hanno creato una tortura peggiore del sovraffollamento, perché la lontananza impedisce i contatti familiari, questo contribuisce a disgregare i nuclei famigliari.

Il regolamento penitenziario italiano stabilisce che il detenuto non deve essere allontanato dalla famiglia non oltre i 200 km, non viene rispettato. 

Le carceri italiane sono i luoghi più illegali del Paese, i detenuti sono alla mercé di interessi politici e burocratici del Ministero di Giustizia, ma principalmente vittime del business dei trasferimenti da un capo all’altro del paese, e della costruzione delle carceri dove impera corruzione e clientele politiche. 

Non contenti della deportazione di massa, vogliono imporci con la prepotenza di condividere la cella con altri detenuti, in spregio alle leggi penitenziarie e penali italiane e a quelle del codice penitenziario europeo.

Il mio destino è di morire in carcere, essendo un ergastolano ostativo (pena perpetua), non chiedo altro che di finire i miei giorni nel “LOCULO MORTUARIO” da solo, senza dividerlo con nessuno, come prescrivono le leggi.

Siccome il sistema difende se stesso, con una complicità criminale, l’unica tutela sono le istituzioni europee, che la Vostra attenzione affinché non si subisca abusi di potere. Vi invio il reclamo che ho presentato alle autorità europee.

Fiducioso della Vostra attenzione e di un intervento presso le autorità competenti italiane.

Vi invio distinti saluti.

Con osservanza

Pasquale De Feo

Oristano 12 giugno 2015

 

Fuga d’affetto- cortometraggio sull’ergastolo ostativo

Fugaaffetto

Fuga di affetto è un cortometraggio direttamente connesso a dinamiche reali; alcuni lo definirebbero un docu-fiction.

Questo documentario è il frutto finale del laboratorio “Fare cinema in carcere… libera la bellezza”. Un laboratorio nato dalla collaborazione della Cooperativa sociale Sirio e della associazione culturale Kinoki con il liceo artistico Paolo Toschi di Parma.

Questo laboratorio ha coinvolto anche 25 detenuti delle sezioni AS1 e AS3 del carcere di Parma, i quali, dal giugno al dicembre 2013, hanno partecipato a una serie di incontri dove hanno acquisito gli strumenti del linguaggio cinematografico e i meccanismi di costruzione di un film.

Da tutta questa complessiva sinergia di soggetti è nata questa opera.

Vedetela, perché entra delicatamente, senza retorica ma con forte intensità nei rapporti umani, soprattutto famigliari, duramente feriti dall’ergastolo ostativo.

Voglio adesso riportare le parole che la nostra Grazia Paletta ha sentito di scrivere, dopo la visione del film:

“Bellissimo e piacevole filmato, coinvolgente e senza perdita di vigore, lo si vede e rivede con il desiderio di guardarlo ancora…mi sono chiesta da subito se gli attori fossero professionisti e no…mi è stato detto, sono studenti, sono persone al loro debutto.

Eppure trapela un’emozione forte ad ogni parola, ad ogni scena, una liricità che commuove, quella che solo si può fruire da una visione d’insieme, da una coralità d’intenti che si fa boomerang e, dopo aver disegnato la sua traiettoria di volo oltre le mura, ritorna a definire i contorni di un filo spinato che non ha più senso di esistere.

E’ un lavoro che apre alla speranza e, nel suo confezionarsi  sulla punta delle dita di innumerevoli mani, nello spazio lasciato dal vuoto  tra due generazioni, diventa testimonianza di esistenze impegnate a mantenere in vita “gli affetti in fuga”. Quegli affetti che il carcere vorrebbe distruggere, quelli che invece diventano esseri viventi invincibili, se le difficoltà si uniscono nella potenza di un unico abbraccio.

Il messaggio che leggo nel fluire delle scene è che niente e nessuno può fermare una richiesta di attenzione e comprensione, là dove gli emittenti sono persone detenute che sanno mettersi in gioco scoprendo le loro debolezze e il mezzo di trasmissione è la cooperazione tra “dentro e fuori”. I fruitori, cittadini di un mondo sovente sordo e cieco, non potranno che inchinarsi a questa sinergia d’intenti.

Ringrazio tutti coloro che hanno collaborato ad aprire un’altra breccia tra le mura e che hanno saputo, con determinazione e perseveranza, dimostrare che “Insieme si può”. “

Di seguito il link del cortometraggio. Vedetelo e fatelo conoscere..

https://vimeo.com/110998468

Diario di bordo dai giorni della felicità… di Carmelo Musumeci

Pubblico oggi queste bellissime pagine che il nostro Carmelo ha scritto dopo avere vissuto, a fine luglio, il suo permesso premio.. giunto dopo il venire meno della ostatività. In quei giorni Carmelo ha anche compiuto sessanta anni. 
Potrete immaginare tutto il vulcano di emozioni che quei giorni sono stati per Carmelo
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Nei giorni passati mi hanno notificato un permesso premio:
(…) concede, a Musumeci Carmelo, sopra generalizzato, il permesso di recarsi a Bevagna (PG) presso la Comunità Papa Giovanni XXIII, Casa di Accoglienza “Il Sogno di Maria” (…) Il detenuto uscirà dalla Casa di Reclusione di Padova alle ore 9.00 del 24 luglio 2015 e vi farà rientro alle ore 20.00 del giorno 27 luglio 2015.
 
 Da tanti anni tengo un diario giornaliero, per raccontare agli altri quello che vivo e per rassicurare me stesso di non essere dimenticato. Questo è quello che ho scritto negli ultimi giorni di luglio:
 
23/07/2015
Avevo smesso di sognare per paura di spezzarmi il cuore e invece incredibilmente domani esco per passare il sessantesimo compleanno, da uomo libero, insieme alla mia famiglia.
 
24/07/2015
Questa mattina sono ritornato alla vita.
Mi si sono spalancate le porte del carcere e del mio cuore.
E fuori dal carcere c’era il mio “Diavolo Custode” che mi aspettava.

Carmelo1

  25/07/2015
Oggi mi hanno raggiunto i miei familiari.
Ed ho passato una delle giornate più belle della mia vita.
Ho giocato tutto il giorno con i miei nipotini.
Solo oggi mi sono accorto che sono invecchiato perché non riuscivo a stargli dietro.
Ed ho pensato che nei sogni si fatica di meno.

Carmelo2

 

26/07/2015
Domani compio sessant’anni, ma è anche il giorno che debbo rientrare in carcere, e la mia famiglia e la Comunità Papa Giovanni XXIII hanno deciso di festeggiare oggi il mio compleanno.
Sono venuti a trovarmi da tutte le parti d’Italia (anche dalla Sardegna).
E mi hanno fatto una festa bellissima.
In alcuni momenti pensavo che non meritassi tanta felicità, ma spero di meritarla in futuro per ricambiare tutto l’amore e il bene che sto ricevendo da tante persone che ho incontrato in questa mia nuova vita.
Ho dovuto farmi molto coraggio e superare un vortice di emozioni quando, davanti a  un centinaio di persone che erano venute a festeggiarmi, ho detto queste parole:
 
Voglio subito dirvi che sono terribilmente emozionato.
Desidero senz’altro  iniziare ricordando Don Oreste Benzi, perché se adesso sono qui davanti a voi è grazie soprattutto a lui.
Ho conosciuto Don Oreste nel 2007 nel carcere di Spoleto, in un incontro fra la sua Comunità e un gruppo di ergastolani ostativi a qualsiasi beneficio, condannati alla “Pena di Morte Viva” (o Pena di Morte Nascosta come la chiama Papa Francesco).
Quella volta, mi ricordo, pensando di conoscere già la risposta, gli chiesi, in modo provocatorio e ironico, se lui e la sua Comunità avrebbero appoggiato uno sciopero della fame, che a breve gli ergastolani volevano intraprendere,  per sensibilizzare e attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sull’esistenza in Italia, Patria del Diritto Romano e della Cristianità, della tortura del fine pena mai.
Mi ricordo, come se fosse adesso, che lui sonnecchiava, per un attimo pensai persino che stesse dormendo.
D’altronde io ero sicuro che mi avrebbe detto di no: non poteva dirmi di si, sapevo che non poteva schierarsi dalla parte dei cattivi e colpevoli per sempre.
E invece, prima con un sorriso e poi con le parole, mi disse di sì.
Vi confido che mi crollò il mondo addosso, perché per la prima volta mi venne il dubbio  che forse i buoni non erano poi così cattivi come avevo sempre immaginato e creduto.
A distanza di alcuni mesi purtroppo Don Oreste morì, ma mi lasciò in eredità un angelo senza ali (che a volte io chiamo il mio Diavolo Custode perché è un po’ prepotente e devo fare sempre come vuole lei…).
Questo angelo si chiama Nadia Bizzotto,
Ecco, se adesso io sono qui, libero, davanti a voi è grazie soprattutto a lei.
 
Ora però devo ringraziare i miei familiari e non posso non iniziare dalla mia compagna, perché se ancora sono vivo è grazie al suo amore, che mi ha aiutato sempre in questi ventiquattro anni a fare sera e a fare mattina: decenni di carcere sempre in regimi duri, anni di continue punizioni, perché sono sempre stato un detenuto ingombrante, scomodo e difficile.
La mia compagna mi ha dato due splendidi figli che sono il sole, la luna e le stelle del mio cuore.
Ringrazio i miei figli perché senza di loro non avrei avuto il motivo, l’energia e la forza per andare avanti e lottare.
Grazie Barbi e grazie Mirko: per molti anni siete stati orfani di un padre ancora vivo e questo è stato il dolore più grande con cui ho dovuto lottare.
Ringrazio tutte le persone che in questi anni mi sono state vicine, mi hanno aiutato a esistere al di là del muro di cinta e mi hanno sostenuto: la figlia adottiva del mio cuore,  Mita, suo marito Francesco, Suor Grazia, Francesca De Carolis, Alessandra Celletti, Tiziana, Agnese Moro e tanti altri ancora che sono qui presenti, ma anche quelli che non lo sono… ecco, senza di voi io adesso non sarei qui.
Non mi resta che ricordare i miei compagni ergastolani dicendo loro che io non potrò mai essere libero e felice fin quando tutti i detenuti non avranno nel loro certificato di detenzione la data di un fine pena.
Grazie di avermi ascoltato, il mio cuore vi abbraccia tutti.
 Carmelo3
27/07/2015
Oggi è stato il giorno delle telefonate e mi sono arrivate centinaia di telefonate di auguri da tutte le parti d’Italia.
Bellissime le parole che mi sono arrivate dalle sorelle di clausura del monastero di Pratovecchio capitanate da Suor Grazia.
Poi il mio “Diavolo Custode” mi ha riportato di nuovo dentro l’Assassino dei Sogni di Padova, ma mi ha promesso che un giorno mi verrà a prendere per sempre.
Sono tranquillo perché mi dicono che gli angeli mantengono le promesse.
L’unica paura che ho è che il mio “Diavolo Custode” è un po’ lenta sic!

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 28/07/2015
Questa mattina mi sono di nuovo svegliato in carcere e la mia cella mi è sembrata più piccola, forse perché in questi giorni trascorsi da uomo libero il mio cuore s’è un po’ allargato.
 
29/07/2015
Qualche mio compagno mi ha detto che ho ancora l’aria imbambolata dalla libertà.
È vero: ho ancora davanti ai miei occhi le immagini del mondo dei vivi, dei miei familiari e dei miei nipotini.

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30/07/2015
Suor Marta, sorella di clausura del monastero di Lagrimone, dopo aver letto “Fuga dall’Assassino dei Sogni” mi ha scritto:
-(…) Io mi sono commossa alle lacrime nel capitolo XLIV: “ deciso di andare incontro alla morte”.  In quel capitolo emerge una pacata, ma profonda e coinvolgente lotta-giustificazione interiore per dare vita alla libertà della persona e pienezza senza ostacoli all’amore che da sempre la possiede. A specchio della sua decisione ci sono le persone che ama teneramente. Tragiche e colme di tenerezza amorosa le lettere alla compagna e a Nadia. Non sembra il dolore averla vinta, ma l’amore, la vera libertà a cui l’uomo aspira. Ritengo che anche il capitolo XLV sia di una ricchezza straordinaria, una pagina di grande autore.
Pure Suor Daniela mi ha scritto:
Ciao Carmelo. Ho cominciato a leggere il tuo libro. Stile avvincente. Difficile smettere.
 
31/07/2015
Il mio libro “Fuga dall’Assassino dei Sogni” che ho dedicato a Papa Francesco è arrivato nelle mani del Pontefice.
Oggi ho ricevuto una lettera da Don Antonio:
Carissimo Carmelo, ho avuto oggi la conferma dal mio “postino” che il tuo libro è stato consegnato direttamente nelle mani di papa Francesco, con le dovute spiegazioni. Il papa ha avuto attenzione ed un sorriso di accoglienza. Giustamente il mio “postino” ha commentato che difficilmente il papa avrà il tempo di leggerlo, visto che riceve circa 1000 lettere al giorno… ma il filo diretto c’è stato. Anche ai tuoi amici che hanno collaborato alla realizzazione del libro lo puoi dire con sicurezza e soddisfazione. Un affettuoso abbraccio.

L’empio despota ha colpito ancora… di Gino Rannesi

Massimiliano

Ed ecco che anche il nostro Gino Rannesi viene trasferito presso il carcere di Oristano, che sembra essere stato designato per essere il carcere dove scaricare molti degli AS1 detenuti nelle varie carceri d’Italia.

Ecco che Gino Rannesi dovrà ricominciare daccapo come avviene dopo ogni trasferimento.

Il fatto che Gino avesse cominciato a trovare un suo equilibrio, che avesse ricominciato un percorso trattamentale, che avesse trovato a Nuoro un buon ambiente che gli stava dando stimoli.. cosa importa? Che cosa davvero importa?

Cosa importano le minime nozioni di salvaguardia psicologica di un essere umano, di “ragionevolezza” verso una esistenza?

Cosa importano?

Per l’amministrazione penitenziaria i detenuti sono pacchi di spostare, da una parte all’altra, senza alcuna considerazione della violenza che questo, troppo spesso, comporta.

PS: la foto che accompagna il post riproduce un’opera di Massimiliano Cammarata.

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Ecco che il despota romano ha steso la sua empia mano sulla sezione degli AS1 di Nuoro.

L’empio non ha voluto sentire ragioni…”via alla deportazione “, poco fa sono partiti i primi sei.

Occhi tristi e visi stanchi: “Ciao Gino, ci cacciano via ma ci rimpiangeranno…”

Il compagno voleva dire ci rimpiazzeranno. Infatti, cacciano via gli AS1 per fare posto a un’altra categoria di detenuti.

Già una volta avevo parlato di strazio, e precisamente, quando fummo cacciati da Spoleto, però

stavolta a differenza di quell’altra non saremo dispersi qua e là, no, stavolta ci spostano tutti sullo stesso carcere. Oristano per l’appunto.

Vita facile per costoro, perché sanno di avere a che fare con persone che hanno scontato 20.30 anni di galera e che i più, oltre ad essere indifesi sono anche molto stanchi…

“preparate le vostre cose, si cambia aria…”

Ormai l’empio despota non si cura più di nulla, altro che sicurezza. Buon per  lui che oggi in questi regimi speciali ci sono uomini desiderosi di un riscatto, gente stanca che ha capito di essere stata

usata come carne da macello…

Dunque, è probabile che questo mio scritto non vedrà mai la luce, infatti mentre scrivo sento la voce dell’agente:”Tizio, Caio, Sempronio, preparate le vostre cose, partirete fra  poche ore …”

questa è la seconda tornata, non ho sentito il mio nome, forse più tardi o forse domani, quello che è certo è che mi aspetta una  spoglia cella nella nuova sezione degli AS1 del carcere di Oristano.

Sappiamo quello che stiamo lasciando qui a Nuoro, e, ahimè, sappiamo anche quello che troveremo a Oristano, ossia il nulla. Lasciamo questo posto interrompendo il trattamento penitenziario e nel caso di specie le varie pendenze con la magistratura di sorveglianza nuorese… Ho visto persone come le prof con gli occhi  pieni di lacrime… Nessuno si spiega il motivo per il quale dobbiamo andare via da questo posto… Infatti, il motivo per il quale dobbiamo essere allontanati, lo può capire

solo chi è stato un “delinquente”…

Quindi le prof, i volontari, gli amici del gruppo teatrale etc., non capiranno mai…

Anche gli operatori che lavorano in questo carcere nutrono qualche dubbio circa la legittimità di questa deportazione, ma anche loro hanno famiglia, perciò è meglio tacere…

Mi chiedo se non sarebbe il caso di ricordare al despota romano che se lui  occupa quel posto di tutto rispetto è perché qualcuno ce l’ha messo in quel posto. Ed inoltre, che la legalità prima di chiederla bisognerebbe darla… Bene, nell’attesa di essere chiamato per preparare le mie poche cose e lasciare per sempre il carcere di Nuoro, vi saluto tutti con un caro abbraccio.

Un affettuoso saluto con la promessa di rivederci al più presto fuori va alla professoressa Eva Cannas (Lettere), Licia Nunez (Spagnolo), Pietro Era (Regista), e a tutta la compagnia teatrale.

Un grosso bacione a Suor Rita, a suor Pierina, Lidia e alla Caritas di Nuoro. Mega baciotto al

parroco Gian Paolo Murusu… (ci mancherai tanto)

Un grande abbraccio a Giovanna e a tutti coloro che si sono presi cura di me durante la degenza all’ospedale San Francesco   di Nuoro… una stretta di mano vigorosa e due baci sulle guance all’eccellente garante dei detenuti di Nuoro dott. Gianfranco Oppo, altresì all’ufficio GOT…

Gino Rannesi

Ultima da Nuoro Agosto 2015

Le vignette di Ivano Ferrari

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