Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Lettera al Garante della privacy… di Domenico Papalia

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Il nostro Domenico Papalia -detenuto da qualche tempo nel carcere di Oristano- ha inviato una lettera di protesta al Garante per la privacy, denunciando come venga, nel suo caso, violata anche la parte di diritto alla privacy che permane nello stato di carcerato.

Di seguito potrete leggere il testo di questo reclamo.


Al Sig. Presidente Garante della privacy on. Antonello Soro

Piazza Montecitorio 121      00186   Roma

OGGETTO: Segnalazione di violazione sulla privacy del diritto residuo alla riservatezza del detenuto.

Il sottoscritto Papalia Domenico, nato a Platì (RC) il 18/04/1945, detenuto nella Casa di Reclusione di Massama- Oristano.

Si rivolge alla sua istituzione per segnalare la violazione del residuo alla libertà intellettuale e di pensiero mediante degli scritti, che pur sempre deve essere garantita costituzionalmente alle persone private della libertà personale e di movimento esponendo quanto segue:

-Il ricorrente è detenuto in espiazione della pena dell’ergastolo ininterrottamente dal 08/03/1977.

-Da circa 13 anni è stato autorizzato in tutti gli istituti carcerari della Repubblica a fruire e a fare uso del computer con stampante personale per motivi di studio.

-Il 25 agosto 2015 è stato trasferito dal carcere di Nuoro all’attuale casa di Reclusione di Massama/Oristano. Qui, dopo tanti ostacoli, è stato autorizzato al possesso del computer personale, mentre gli è stata negata l’autorizzazione della stampante personale.

-Avendo la necessità di stampare il contenuto dei lavori che produce con il computer per motivi di studio, essendo iscritto all’Ateneo di Pisa nella facoltà di scienze politiche (corso di scienze sociali) nonché appunti difensivi e istanze dirette alle autorità giudiziarie competenti ed ai propri legali.

-Ed ancora, sta scrivendo un libro di prossima pubblicazione, con la collaborazione del giornalista Francesco Kostner, con il quale vi è uno scambio epistolare frequente con le bozze elaborate da correggere e da integrare di volta in volta.

-Per stampare il contenuto delle attività anzidette il Direttore dell’istituto di Massama/Oristano, per non autorizzare l’uso e il possesso della stampante personale direttamente al detenuto, ha delegato un Ispettore della polizia penitenziaria il quale copia su un CD-DVD il contenuto di tutto ciò che il ricorrente scrive sul proprio computer, poi legge il contenuto decidendo la idoneità su quale file dare l’ok di stampa e su quale porre il veto. Superato questo vaglio procede all’operazione di stampa con una stampante dell’amministrazione penitenziaria. Il contenuto copiato sul CD-DVD da pc rimane in possesso dello stesso ispettore sul suo computer con il quale procede alla stampa, non sapendo né l’uso che ne fa, né la sua fine.

-L’istante, non essendo sottoposto ad alcun provvedimento di censura giudiziaria, ha sollevato dei rilievi in violazione della privacy sul metodo usato dall’Ispettore addetto alla stampa e, per tutta risposta, è stato applicato un giro di vite vietando di stampare le lettere, le istanze, le proteste ed i progetti rieducativi e di lavoro da inviare agli avvocati, ai magistrati, agli enti pubblici ed altri soggetti privati per qualsiasi motivo difensivo-beneficio-lavoro-sociale, sia esso a titolo sociale che di tutela dei propri diritti- però le modalità di stampa sopracitate restano invariate soltanto per motivi di studio e di lavoro, ma pure sempre vengono lette e controllate in modo indebito- anche gli appunti difensivi e gli atti processuali con le relative strategie di difesa memorizzate in precedenza nel computer, e che spesso ha necessità di stampare per motivi di difesa vengono lette indistintamente.

-Tanto è vero che la presente istanza è stata vietata su stampa al computer dallo stesso ispettore addetto alle stampe, dovo averla visionata e letta.

Per quanto fin qui esposto il ricorrente ritiene che vi sia fondato motivo della violazione del diritto alla privacy, sia per lo studio, sia per il diritto alla difesa e sia per la scrittura in corso del libro, le cui bozze preliminare non possono essere lette da chicchessia prima della pubblicazione.

CHIEDE

A codesta autorità affinché intervenga con adeguati strumenti e misure di tutela a garanzia dello scrivente emettendo apposito provvedimento di richiamo alla norma vigente in materia, e di sanzione nei confronti del Direttore della Casa di Reclusione di Massama/Oristano (Dr. Pierluigi Farci) per violazione del diritto alla privacy nei confronti di un soggetto privato della libertà personale e che continua, nonostante lo status detentivo, a mantenere un diritto residuo costituzionale nello svolgimento delle proprie facoltà intellettuali e di espressione del libero pensiero attraverso degli scritti all’interno di uno Stato democratico.

Ringrazia con ossequi.

Massama, 24/02/2016

Domenico Papalia

Lettera sul 41 bis… di Valerio Crivello

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Tramite il nostro amico Antonio ci è giunta questa lettera di Valerio Crivello, detenuto a Terni.
Lettera che delinea, in modo lucidissimo, le autentiche dinamiche, insensate e distruttive, del regime del 41 bis.
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Amici miei,
io non ho esperienza diretta del 41bis ma sono stato sottoposto ad un regime simile chiamato 14bis. Questo, similmente al 41bis inasprisce il trattamento carcerario limitando al minimo le libertà individuali che vengono oppresse con un controllo continuo ed asfissiante da parte del carcere. Entrambi sono figli di una psicologia repressiva militare ripresa e riammodernata a seconda delle esigenze storico politiche.
Sulla carta il 41bis è volto a impedire il perdurare di legami e collegamenti con l’ “associazione mafiosa” o “terroristica” di cui il detenuto è parte o leader; così nello specifico viene adottato nei confronti di elementi considerati “di spicco” all’interno di un “gruppo criminale”, individui capaci di mantenere una “leadership” e quindi di impartire ordini per il “perseguimento di obiettivi criminali”.
E come si esplica nella pratica questo trattamento speciale? Il detenuto è allocato in sezioni apposite con un limitato numero di detenuti, ognuno ospitato in una cella singola. L’arredamento interno è ridotto al minimo, gli armadietti, per lo più sono privi di ante, possono contenere solo “stretto necessario”, un indispensabile che può essere “contenuto” (non ampliato) a seconda del volere del carceriere e della direzione. Il fornelletto è consentito solo per scaldare le vivande; il detenuto non può cucinare per sé autonomamente come nelle sezioni AS, anche per questo gli alimenti acquistabili del sopravvitto sono limitati. E’ una tattica subdola per aumentare esponenzialmente la dipendenza del detenuto all’istituto: dipendenza significa schiavitù sottomissione e la sottomissione è uno dei risultati che l’amministrazione penitenziaria si pone.
Nel reparto 41bis le battiture di controllo sulle sbarre della cella sono effettuate con cadenza di 3 al giorno; in una normale sezione AS sono in genere 1 al giorno. E’ un elemento di stress di bassa intensità che ha funzione di rammento all’ “ospite” che il controllo è continuo, meticoloso, organizzato, che lui non è padrone di nulla. In casi particolari può essere predisposta la videosorveglianza anche nella cella. Niente di più asfissiante ci può essere di un continuo occhio monitore, spia: stupra le ore anguste dei giorni ripetuti all’interno di una cella.
Il detenuto può effettuare un solo colloquio al mese di un’ora presso locali appositamente adibiti. Un vetro divisorio impedisce qualsiasi contatto fisico tra famigliari, conviventi e detenuti, ogni conversazione viene registrata. Solo qualora il colloquio mensile non avvenga, il detenuto può essere autorizzato ad una telefonata mensile di 10 minuti. I famigliari possono ricevere la telefonata o presso il carcere più vicino o presso una caserma dei carabinieri. Queste misure, prese per prevenire qualsiasi contatto con l’organizzazione, recidono certo qualcosa, ma il più delle volte sono solo legami famigliari. Il “provvedimento” ha durata di 4 anni, prorogabile per periodi consecutivi di 2 anni. In realtà l’eventualità della proroga è la normalità, giacché il tempo non è considerato condizione sufficiente per garantire la rottura dei legami con l’organizzazione. Ciò sottintende che l’unica cosa che può provare che tale unione sia stata spezzata è una “manifesta dissociazione” un più diretto “pentimento”.
Credo sia ormai chiaro qual è lo scopo del 14bis e 41bis: sfibrare l’animo del detenuto e abbattere le sue difese per renderlo malleabile, un risultato che si ottiene de-individualizzandolo. Chi è sottoposto ad un tale regime non è padrone di guardare la propria immagine riflessa. Io personalmente ero obbligato a chiedere uno specchietto alla guardia (che lo teneva appositamente riposto) ogni qualvolta desideravo farmi la barba. Qualsiasi regime mira a disgregare l’identità del singolo polverizzandolo, per rimpastarlo a proprio piacimento; e lo fa con metodi decostruttivi anziché costruttivi.
L’ “ospite” deve imparare che lui è il più debole; deve imparare ad essere dipendente; deve imparare ad essere dipendente dalle mura carcerarie e dagli assistenti (guardie) così profondamente da giustificarne persino le azioni. Non è raro sentire detenuti pronunciare frasi tipo: “Lo deve fare, è il suo lavoro…” o “E’ stato bravo, mi ha concesso…”. L’impianto repressivo del 41bis cerca quindi di spezzare la volontà, esasperando l’uomo per spingerlo a collaborare pur di salvarsi da quella che è una tortura psicologica protratta nel tempo; o per instillargli una sorta di “sindrome di Stoccolma”.
Per esteso, la “sindrome di Stoccolma” è un complesso di risposte emotive riscontrabili nelle vittime di un sequestro di persona, tra cui l’instaurarsi di sentimenti positivi degli ostaggi verso i sequestratori e, a sua volta, sentimenti negativi degli ostaggi verso chi dovrebbe difenderli. …
Non esistono individui che una volta fuori dal 41bis, magari in libertà, non tornino “a delinquere” con maggiore e più accurata intenzionalità. In ambiente “criminale” chi ha sopportato il 41bis senza tentennare e pentirsi gode di un prestigio enorme. Alla rabbia motivata dalle angherie legalizzate dall’amministrazione penitenziaria, che fortifica le convinzioni “criminali”, finisce con l’aggiungersi l’orgoglio che scaturisce dalla resistenza alla tortura. SI’ TORTURA.
Le motivazioni accampate per la detenzione al 41bis sono sempre pretestuose. L’esigenza di evitare il perdurare dei legami con l’associazione è secondario rispetto al fine ultimo di estorcere informazioni che portino a nuove accuse a nuove incarcerazioni. Lo zelo delle procure di larga parte della magistratura e dei carcerieri – tutti organi di uno stato che infama sé stesso – è al di sopra della legge che vogliono preservare e difendere e gli abusi sono figli di quel delirio di onnipotenza tipico dei tiranni.
Questo modo di amministrare la legge, di usufruirne, di deprivarne l’altrui vita, fa anche del peggiore carnefice un vittima dello stato. Il 41bis è una tortura mascherata dal vessillo della legalità; tortura inutile che diffonde, espande, riverbera sofferenze anche agli innocenti (bambini traumatizzati dai colloqui) e ne posticipa un’altra parte per quando il detenuto ritornerà in libertà arrabbiato e con un’aurea carismatica riconosciuta dai facenti parte del suo ambiente.
La critica al 41bis non vuole giustificare le azioni a volte riprovevoli di quei detenuti costretti nelle strutture ultra-repressive (polizia, esercito, stato ne commettono altrettanti con la giustificazione che il monopolio della violenza è loro), tuttavia lo stato non può né vendicare le vittime perché diventa boia né tanto meno torturare perché diventa inquisitore. Il 41bis è un’offesa alla vita, all’umanità e all’alto valore morale della Costituzione. Due reati – quello del “criminale” e quello dello stato che lo tortura – non si elidono a vicenda, dando vita ad un’azione virtuosa, sono piuttosto solo l’inizio di una serie di conseguenze, un domino a cascata che scrive il necrologio della giustizia universale.
ABBRACCI
Terni 20 settembre 2015
Valerio Crivello, via delle Campore, 32 05100 Terni

Piccole storie… di Gioacchino Mineo

stories

Pubblico oggi un testo doloroso e potente nella sua efficacia di Gioacchino Mineo, detenuto a Voghera.

Un testo che sarebbe utilissimo da leggere per i tanti criticoni che pontificano sui detenuti, senza sapere nulla di quello che loro quotidianamente vivono.

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Luca, Matteo, Marco hanno gli stessi nomi degli evangelisti, ma non sono santi.

Questi vivono alla dieci, alla venti e alla ventuno del terzo piano sinistro.

Sono gli esclusi, gli emarginati, gli scarti della così detta società civile.

In galera devono marcire! Gridano i giustizialisti.

E loro ci invecchieranno in galera!

Sono stati condannati da dieci a quindici anni, in nome del popolo italiano.

Sono giovani, hanno visi da bambini, e fanno tenerezza.

Si atteggiano a duri…ma la loro fragilità è palese.

Non sono mostri.

Sono uomini…e come tali amano, soffrono, gioiscono, e qualche volta piangono.

Hanno storie tristi alle spalle, infanzia rubata, povertà, miseria e solitudine.

Non sono nati e cresciuti ai Parioli, ma in periferie malfamate di grandi città.

Non hanno frequentato scuole private, i loro maestri li avevano sulla strada.

Che misero destino è toccato loro!

Se fossero nati in Brianza o in Valle d’Aosta

forse, oggi sarebbero illustri medici o capitani d’industria.

E invece, la povertà e la miseria dei loro quartieri

li hanno resi scarti della società civile.

Sono le tre del pomeriggio.

Esco dalla cella per andare in doccia, e mi fermo alla dieci,

Luca mi invita ad entrare.

– Ti faccio il caffè, zio?!

Mentre prepara il caffè do uno sguardo alla cella.

Una grande foto di Padre Pio appesa al capezzale del letto porta su uno scritto

“Proteggi la mia famiglia!”

Sul muro di sinistra ci sono attaccate foto di bambini e adulti.

Sulla porta del bagno…un calendario con foto di ragazze seminude, la dice lunga

sulle privazioni che si è costretti a subire.

Il caffè è pronto.

Luca si siede al tavolo di fronte a me, e in silenzio lo sorseggiamo.

Poi si alza, prende una carpetta, e tira fuori una lettera.

Dentro c’è la foto di un bambino e un foglio con uno scritto in stampatello.

Mi mostra le foto e mi dice…

-Guarda com’è bello mio  figlio! Ha cinque anni…e già sa scrivere!

Mi porge il foglio, e a voce alta lo leggo.

– Papà ho imparato a scrivere…ora posso scriverti tutti i giorni…

Ti voglio bene tantissimo…tuo Marco

Ciao papà!

In basso, a destra, c’è disegnato un grande cuore colorato di rosso con la scritta…

TI AMO.

Alzo lo sguardo, e noto due lacrimoni scendere giù dal viso di Luca

Ha gli occhi rossi…li stringe per non fare uscire le lacrime.

Gli do un fazzolettino e con voce roca gli dico…

– Non vergognarti…anch’io mi commuovo quando guardo le foto dei miei figli…

E mi asciugo gli occhi.”-

– Non l’ho visto crescere – mi dice- quando mi hanno arrestato aveva solo sei

mesi…e non lo vedo da un anno.

Mia moglie non ha i soldi per venire a colloquio, sono troppo lontano da casa.

Poi, con un moto di rabbia, inveisce contro le istituzioni.

-Perché non mi hanno lasciato nella mia città? Almeno lì potevo vederlo una

volta la settimana e tenerlo in braccio per un’ora…invece no!…Non gli basta la

galera…devono tenermi pure lontano dagli affetti…

Zio, perché lo fanno?- mi chiede.

Io tentenno, non so dargli una risposta esaustiva, e mi invento mille scuse per

calmarlo.

-Chiedi l’avvicinameto.- gli dico

-L’ho già fatto.- mi risponde – Me l’hanno rigettato due volte. Non so più cosa

dirgli, ho il cuore a pezzi e un nodo che mi stringe la gola.-

Lo saluto e vado via.

Dalla dieci passo alla venti, la stanza è un pò buia.

La luce è spenta, e le tende alla finestra non permettono ai raggi di illuminare

la cella.

Matteo è disteso sul letto, ha gli occhi chiusi, ma non dorme.

Mi sente e mi invita ad entrare.

-Che cos’hai? -gli dico- Stai male?-

-No Gino – mi risponde – fisicamente sto bene, ho soltanto il cuore malato

e la mente confusa…Quel che temevo è accaduto!-

Si alza, prende una lettera e me la porge…-Leggi!- mi dice.

Io mi sento imbarazzato.

-Questa è una lettera di tua moglie…e io non posso leggerla!-

-No Gino -mi ripete- te lo chiedo per favore, tu devi leggerla a voce alta, perché io

ho bisogno di ascoltare le sue parole, e mentre tu leggerai, io immaginerò che sia lei

 a parlare.-

Apro il foglio e incomincio a leggere.

Sono poche righe, brevi e concise… c’è scritto…

-Caro Matteo, mi dispiace scriverti queste parole, lo so, penserai che sono una

vigliacca, ma dirtelo a colloquio sarebbe stato peggio.  Ti lascio…non posso

aspettarti per altri dieci anni. Voglio rifarmi una nuova vita. Ho conosciuto un altro

uomo, e vado a vivere con lui. Scusami…ADDIO!-

Sono confuso…ho il sangue gelato…

Mi chiedo cosa si dice in queste situazioni, e non trovo la risposta.

Pure lui ha le lacrime agli occhi, lo abbraccio, e le uniche parole che mi escono dalla

bocca, sono: -Fatti coraggio… Vedrai che ci ripensa e torna da te.-

-No Gino -mi dice- non la voglio più, l’adoravo come una dea, e adesso per lei

provo soltanto odio! Per favore lasciami solo…ho bisogno di riflettere.

Vado via mezzo rincoglionito, io che in carcere ci vivo da sette anni, capisco cosa

prova questo ragazzo.

Qui c’è bisogno di molto affetto, tonnellate ce ne vogliono!

Una notizia del genere può ucciderti all’istante!

Quando ti viene a mancare l’amore della moglie o delle persone più care sei un

uomo distrutto…non hai più nulla a cui aggrapparti per poter sopportare le pene

del carcere.

Mi passa per la mente un breve pensiero: -E se capitasse a me?

Un brivido freddo mi percorre la schiena, ma trovo subito la risposta…

Mi toglierei la vita!  Non potrei vivere senza mia moglie.

Tutti i mesi aspetto la sua visita come fosse l’unico scopo della mia esistenza.

Sto male, ho bisogno di distogliere la mente da questi pensieri.

Mi fermo alla ventuno, e trovo Marco con un libro di preghiere in mano.

Non voglio disturbarlo, e sto per andare via, ma lui mi chiama e mi fa entrare.

Mi chiede se voglio un caffè, rispondo di no, che l’ho già preso da Luca.

-Tu stavi pregando, non volevo disturbarti!

-Hai fatto bene a venire -mi dice- ho bisogno di parlare con qualcuno, e tu sei la

persona giusta.- Ha gli occhi tristi, forse ha pianto pure lui.

-Cosa c’è che non va?- gli chiedo.

-Mia madre, Gino,…le hanno scoperto un tumore al pancreas, mi ha scritto mia

sorella, e mi ha detto che alla mamma resta poco da vivere.

Oggi è proprio una brutta giornata, penso.

Non ce la faccio a reggere tutte queste disgrazie in un solo giorno.

Mi metto di santa pazienza, e cerco di confortarlo.

-Oggi, molti tumori si possono sconfiggere, conosco casi di gente che con la stessa

 patologia di tua madre si è salvata…non disperare.- gli dico

Lui mi guarda, e con la voce un po’ tremolante, mi dice:-Povera mamma, nella sua

vita ha conosciuto soltanto guai e dolori. Prima la morte di mio padre, quando io e le

mie sorelle eravamo piccoli, poi lo sfruttamento dei datori di lavoro. I soldi che

guadagnava non bastavano mai per sfamare la famiglia. Ancora oggi sogno i pianti

delle mie sorelline per i morsi della fame.

Quando diventai più grandicello cominciai a rubare, e i pochi soldi che riuscivo a

guadagnare li davo a mia madre per comperare il latte alle gemelline.

A otto anni sentivo tutto il peso della famiglia sulle spalle, e mi dicevo che quando

sarei diventato grande avrei fatto ricca mia madre.

E invece, il mio grande sogno svanì quando vennero ad arrestarmi.

Ora sono qua…mamma sta morendo, e io non posso fare nulla per aiutarla, quello

che mi rimane è solo la preghiera. Chiedo aiuto a Dio, a Cristo e ai santi, sperando

che qualcuno mi soccorra.

Agli uomini l’ho già chiesto, e hanno fatto orecchio da mercante.

-Stai sereno – torno a ripetergli – tu hai tanta fede, e credo che qualcuno da lassù

ascolterà le tue preghiere…non disperare…in qualche modo Dio ti aiuterà.

Lascio Marco afflitto dal dolore, e vado in doccia.

L’acqua calda che mi scorre addosso mi aiuta a schiarire la mente.

Mi sento oppresso…e sto soffrendo come un cane alla catena.

Ho bisogno di liberarmi dalle angosce che mi assillano.

Torno in cella senza fermarmi da nessuna altra parte.

Per oggi, non voglio ascoltare nient’altro.

Quello che ho sentito mi rimarrà addosso per molto tempo, e non so quando

riuscirò a smaltirlo…forse mai!

I visi e il dolore di quei ragazzi mi rimarranno impressi nella memoria fino alla fine

dei miei giorni.

LUCA, MATTEO, MARCO

Sono nomi di fantasia, ma le loro storie sono vere.

A VOI, CHE DEL CARCERE NON SAPETE NULLA, DEDICO QUESTO MIO RACCONTO.

Diario di Pasquale De Feo- 22 novembre – 21 dicembre (2015)

diario11[1]

Come già detto in varie occasioni, per una serie di problematiche, nel corso del 2015 gran parte dei diari mensili di Pasquale De Feo -attualmente detenuto ad Oristano- si erano accumulati, senza che fosse stato possibile trascriverli.

Grazie alla nostra preziosa Nadia Bizzotto, da alcuni mesi è stata intrapresa l’operazione di recupero.

Oggi pubblichiamo il Diario del dicembre 2015. Prima di lasciarvi alla lettura integrale dello stesso, riporto una citazione di un passaggio..assolutamente emblematico…

“Ieri un compagno di sezione mi informa che il Commissario gli ha comunicato che la direzione ha deciso di concederci la coperta, però dobbiamo comprare una coperta con una sigla apposita che dimostri che sia ignifuga. Dopo tanti anni di carcere non mi abituo mai a certe cervellotiche disposizioni dettate esclusivamente dall’ottusità burocratica. Il motivo è che se un detenuto fuma può addormentarsi con la sigaretta in mano e prendere fuoco il letto. Non sapendo cosa inventarsi hanno tirato fuori questa barzelletta, dimenticandosi delle lenzuola. Il Codice penitenziario stabilisce che i detenuti possono avere il corredo del letto personale, il corredo completo è composto da coperta, copriletto e lenzuola. Qui proibiscono il copriletto, adesso hanno fatto lo sforzo concedendoci la coperta ma comprare un determinato tipo; dobbiamo fare impazzire le nostre famiglie. Le lenzuola c’è ne danno un solo paio, quando dobbiamo lavarle rimaniamo senza fino  quando non si asciugano, tutto questo per non darci un paio di lenzuola di ricambio. La scusa è che abbiamo l’asciugatrice in sezione, gli abbiamo detto tante volte che non funziona, ora ci dicono che con tre gettoni si asciugano, a parte che non è vero, ma anche se fosse vero, perché dovremmo spendere tre gettoni dal costo di un euro e mezzo l’uno per asciugare un paio di lenzuola? Ragionano come fossimo tutti ricchi e le nostre famiglie hanno le rendite sparse al sole. La direzione non ha un po’ di empatia con la popolazione detenuta, decide secondo le sue interpretazioni lontano dalla realtà.” (16 dicembre)

Lenzuola

In altre trent’anni di carcere non mi era mai successo di dormire senza lenzuola, dovevo venire a Oristano per provare anche questa cosa.
Il direttore del carcere ha dato ordine tassativo che possiamo avere solo un paio di lenzuola personali; a nulla è valso far presente al Commissario che la macchina che asciuga la biancheria non funziona, ci ha risposto che quando le laviamo ci possiamo far dare un paio di lenzuola dell’Amministrazione nell’attesa che asciugano le nostre.
Ieri mattina verso le ore 7,30-sabato 21 novembre- c’è il cambio di lenzuola dell’Amministrazione, passa il carrello per ritirarle e mandarle in lavanderia per lavarle, ho chiesto un paio di lenzuola, erano circa le 16,00 quando mi comunicano che non è possibile perché non ho fatto la domandina; una giornata per darmi questa risposta.
Nelle ore più tardi hanno interpellato il capoposto e la sorveglianza, la risposta è stata sempre la stessa.
Siccome è iniziato il freddo per evitare problemi di influenza ho dormito con la tuta e usato la coperta dell’Amministrazione.
Stamane quando mi sono alzato ho trovato la tuta piena di peli e anche la cella, ho lavato entrambi.
Una burocrazia abnorme, pelosa e ottusa, mi ha costretto a dormire senza lenzuola, ma principalmente il divieto di non avere un paio di lenzuola di ricambio, solo una mente lontano dalla realtà del carcere poteva concepire una stupidaggine del genere.
22-11-2015

Maria Cuffaro

Mentre assistevo a un servizio del TG da Parigi, condotto dalla giornalista Maria Cuffaro, sono rimasto sbalordito da quello che affermava.
Nello stato di emergenza messo in campo dal governo francese, ci sono delle normative che danno ampia discrezionalità alle polizie di fermare e fare perquisizioni senza il mandato del giudice.
Lo diceva con tanta preoccupazione come se fosse un fatto incestuoso, essendo la Francia la Patria dei diritti.
L’Italia viene ritenuta la culla del diritto, ma questi problemi non se li crea minimamente, perché fermano e perquisiscono chiunque e dove vogliono senza nessun mandato dei giudici, anzi quando suonano alla porta se non si è solleciti ad aprire la sfondano, e lo fanno senza crearsi nessun problema, come anche buttare tutto all’aria senza nessun rispetto della proprietà dei cittadini.
Potevo capire se a fare quelle osservazioni fosse stato un giornalista norvegese, ma detto da un cronista molto vicino alla setta giustizialista, è ipocrisia allo stato puro.
Un tale di nome Gesù, circa duemila anni fa disse: “non guardare la pagliuzza nell’occhio del vicino mentre non ti accorgi della trave che hai nell’occhio”.
23-11-2015

Le fandonie della Lega

I leghisti, da Bossi a Salvini e tutti i loro compagni di merende, sono anni che non fanno altro di sovvertire la realtà affermando che il Nord paga le tasse per mandare soldi al Sud e che i meridionali vivono da parassiti alle loro spalle.
Che siano menzogne lo sanno tutti, però questo messaggio per interesse politico viene lasciato circolare affinché la gente crede che ci sia del vero.
La CGIA ha rilasciato sul televideo questa dichiarazione: “pagano più tasse i cittadini di Reggio Calabria (7.684 euro) all’anno, mentre i veneti e i friulani pagano molto meno”.
Credo che tutto il Settentrione paga di meno, anche perché tra le tasse e quelli che ricevono dal governo, il conto non sarebbe pari neanche se tra Nord e Sud la cifra pro capite di tasse fosse uguale per tutti.
Se nell’arco di un anno si controllano finanziamenti dei governi, la suddivisione nelle migliori delle ipotesi, è un terzo del Sud e due terzi al Nord ma nella stragrande maggioranza è un quarto al Sud e tre quarti al Nord.
Pertanto non sono solo tasse che dovrebbero essere uguali per tutti, ma anche gli stanziamenti per le infrastrutture e le politiche sociali.
Fino a quando rimaniamo una colonia, e gli ascari meridionali dei tosco padani continuano ad essere i peggiori nemici della nostra terra e dei loro fratelli meridionali, non cambierà mai niente.
24-11-2015

La diga del Vajont

Ho visto il film Vajont, da quello che ho potuto capire è stato fatto su documenti processuali e dalle testimonianze dei sopravvissuti.
Era palese che la montagna, sarebbe franata, l’unica cosa da stabilire era quando sarebbe successo.
L’interesse di vendere la diga allo Stato e possiamo immaginare gli intrallazzi politici-economici ha sorvolato su tutto il resto.
Gli abitanti sapevano che il monte TOC; lo chiamavano così perché era affidabile per i suoi continui smottamenti, ma con la forza “legale”del potere li fecero sgombrare e spostare dove il disastro lì colpì in pieno.
Quando la montagna franò sul lago della diga, un onda di 200 metri si alzò e si abbatté sulla valle sottostante, radendo al suolo alcuni paese, il totale delle vittime furono circa 2000 e non tutti poterono dare sepoltura, le migliaia di tonnellate di fango li rese introvabili.
Fu aperto il processo, l’ingegnere responsabile si rese latitante, si celebrò dopo otto anni nel 1971, gli altri chi fu assolto e chi fu prescritto, l’ingegnere fu condannato a cinque anni di cui tre condonati, si presentò e scontò un anno di prigione e fu scarcerato.
Dal film si evince che fu una strage premeditata, perché avevano la consapevolezza che sarebbe successo, purtroppo un morto è un omicidio, duemila una statistica.
Quando si tratta di questi disastri, non pagano mai questi signori, come succede anche nel presente, con l’amianto, le discariche ecc..
La magistratura è uno strumento per tenere sotto controllo il popolino e proteggere le elite del potere.
25-11-2015

INPS

Il governo Monti con il ministro Fornero hanno creato un buco nero nell’IMPS, con le accorpo razioni di due enti, uno degli impiegati dello Stato che aveva 4-5miliardi di euro in rosso e l’altro sempre di persone che lavoravano per lo Stato di 1-2miliardi.
Non accorparono mai gli enti pubblici e privati in attivo, solo quelli in passivo.
I sindacati fanno fuoco e fiamme quando si tocca un ente in attivo, ma guarda caso furono molto silenziosi quando fecero questa operazione.
Ora l’IMPS ha un rosso di 9 miliardi, chi ne paga le conseguenze? I cittadini, a cui la pensione già è minima, ma la politica se ne frega, perché loro in quel pozzo di San Patrizio ci hanno, e ci sguazzano.
Un operai dopo 40 anni di contributi prende una pensione appena di sopravvivenza, mentre i politici, e sindacalisti, funzionari di Stato, magistrati, prendono pensioni spropositate. I loro vitalizi non vogliono che vengano toccati.
Che bella democrazia, diritti uguali per tutti, chiacchiere.
Nel Regno delle Due Sicilie attuale Meridione, dopo 40 di lavoro si andava in pensione solo con lo stipendio, parliamo di oltre 155 anni fa.
26-11-2015

La mala setta

Ho letto un articolo del quotidiano Il Manifesto, si tratta di una recensione del libro “La mala setta”. Alle origini di mafia e camorra, 1859- 1878. Ed. Einaudi.
Ho perso l’appunto del nome dello scrittore, ma chi è in interessato su internet lo troverà.
Il discorso è improntato sulle origini della mafia e della camorra ritenuto dall’autore un sotto-prodotto del risorgimento, derivanti dalle operazioni di polizia dell’Italia liberale.
Silvio Spaventa (l’Adolf Eichman delle deportazioni dei meridionali) è stato il maggior esponente ad usare senza scrupoli nel manipolare e ingigantire a vantaggio dei propri referenti politici il richiamo a mafia e camorra nei momenti di maggior tensione politica.
Lo storico afferma che l’apprendistato all’organizzazione mafiosa e camorrista, avveniva attraverso l’esperienza delle cospirazioni risorgimentali.
Iniziano a esistere veramente solo nel novecento o nel secondo dopoguerra.
La strategia è stata quella di creare nemici, dopo averli prodotti e usati per finalità di politica interna.
Ancora oggi continua questo sistema di usare episodi di cronaca per fini politici.
Qualche anno fa ho visto un film di Jhan Gotti, ritenuto l’ultimo padrino della mafia americana. Alla fine del film mentre era all’interno della cella, parlando tra se, dice che cosa nostra vive da un secolo e mezzo e continuerà a sopravvivere anche dopo di lui.
Riflettendo, ci deve essere del vero in questo libro.
La storia dal risorgimento in poi è stata tutta manipolata in funzione del potere dominante.
27-11-2016

Libertà interiore

Antonella un’amica di Beatrice mi ha mandato un libro da leggere, è stata molto carina, mi ha scritto che mentre lo leggeva ha pensato a me e l’ha dato a Beatrice per spedirmelo.
Avendo altri due libri da leggere ho dovuto finirli per prendere quello di Antonella.
Premesso che i libri imbevuti di teologia non li digerisco molto bene, perché coprono l’essenza del testo.
Il libro è intitolato “La libertà interiore”. La forza della fede, della speranza e dell’amore. Scritto da Jacques Philippe. Ed. San Paolo.
Devo ammettere che ho provato alcune cose molto interessanti e qualcuno da cui dissento.
Condivido quasi tutto sull’amore, la libertà, anche sul tempo-passato-presente-futuro. Quello che non condivido che tutto sia riportato a Dio.
Premesso che sono convinto che ogni essere umano è un dio, perché è una creatura meravigliosa, ed è la natura a renderlo tale. Ma, rispetto molto chi crede in modo positivo.
Il discorso sull’amore e la libertà è molto articolato e profondo, i concetti molto elaborati e colpiscono tutti i punti di questi sentimenti.
Il tempo, con qualche distinguo concordo, ma non si può vivere con la mente solo nel presente, perché essa deve svariare dai ricordi del passato, alle speranze del futuro.
C’è un capitolo che riguarda noi prigionieri, cita le frasi che ho estrapolato perché le condivido: “I muri sono solo un punto di vista. Tutti hanno un muro che recinta i loro orizzonti psicologici”.
“Tante persone hanno trovato la vera libertà dopo aver perso ogni cosa, chiusi dietro le sbarre.”
“I prigionieri che non hanno più nulla da perdere, riacquistano la loro libertà”.
Può insegnare molte cose perché vari capitoli sono argomenti quotidiani.
C’è una frase che è un concetto che ho fatto mio da molti anni: “Chi non è in pace con se stesso per forza sarà in guerra anche con gli altri”.
Grazie Antonella per il tuo regalo.
28-11-2015

Fortunata

La bambina del racconto che sto scrivendo dovrebbero chiamarla Fortunata, perché la fortuna l’ha aiutata a rimanere in vita.
A Los Angeles negli USA, una neonata è stata sepolta vicino a un fiume, il pianto ha attirato la gente, un poliziotto ha scavato e tirato fuori la neonata che si è salvata senza subire problemi di nessun genere.
Sembrano notizie inverosimili, ma spesso la realtà supera la fantasia.
Quello che fa riflettere è la crudeltà di cui sono capaci gli esseri umani.
Il destino a pochi giorni, gli ha fatto conoscere la ferocia e la bellezza della vita, avrà sicuramente un futuro luminoso.
29-11-2015

Il diavolo spinoso

Dalle riviste che mi spedisce l’amico Giuseppe, ho trovato una notizia su una lucertola australiana chiamata diavolo spinoso, che ha dell’incredibile.
Come tutti sappiamo, nel deserto l’acqua scarseggia o non c’è affatto.
L’evoluzione della natura sopperisce a qualsiasi problema, come ha fatto con questa lucertola.
Per bere assorbe l’acqua dalla nebbia e dall’umidità presente nell’aria e nella sabbia, convoglia l’acqua attraverso piccoli canali fino alla bocca.
La sua pelle gli consente tutto ciò perché è ricoperta di scaglie e gli scienziati ipotizzano che tra le scanalature delle scaglie formino una rete di canali che raggiunge i lati della bocca dissetandola.
Gli scienziati vorrebbero imitare questo meccanismo naturale della lucertola, per creare un sistema in grado di rimuovere l’umidità dall’aria e così ridurre la temperatura negli edifici e ottenere anche acqua potabile.
Dalla natura si potrebbe ottenere tutte le soluzioni ai nostri bisogni.
30-11-2015

Angelino Alfano

La settimana scorsa hanno alzato un polverone nei notiziari per un blitz a Corleone, arrestati mafiosi che progettavano attentato contro il ministro dell’Interno Angelino Alfano.
Già all’inizio c’era qualcosa che non andava, perché nei vari notiziari c’era qualcosa di ambiguo.
Ho atteso alcuni giorni per leggere qualcosa di più chiaro nei quotidiani essendo che in Tv tutto era “grigio”.
Nel frattempo Alfano ha lasciato una dichiarazione dove affermano che non si curava dalle minacce e andava avanti.
“La liberazione della Sicilia valeva più della sua vita”. Cuor di Leone.
Trovo un articolo dove sono riportate le intercettazioni degli arrestati. Chi parla dice che a Kennedy l’avrebbe neciso cosa nostra americana, e siccome Alfano si è comportato come lui; prima si è preso i voti per salire al potere e poi avrebbe voltato le spalle tradendo gli amici. Inoltre in carcere ne parlano male per questo comportamento. Nei discorsi lo criticavano anche per l’inasprimento del regime di tortura del 41 bis.
Se questi sono i discorsi che ha fatto trapelare la DDA di Palermo, dovrebbero spiccare ordini di custodia cautelare al 90% dei detenuti, perché tutti ne parlano male di Alfano, per la repressione ai fini politici ed elettorali.
Gli stessi PM raffreddano gli entusiasmi di chi vorrebbe usare questa chicca “distorta” per fini di visibilità e fare apparire Alfano come un “cavaliere” senza macchia e senza paura.
Il senatore Francesco Campanella si domanda: “Perché i boss hanno detto di sentirsi abbandonati dal ministro Alfano? A cosa alludono quando ricordano chi lo avrebbe fatto eleggere?”.
Chiede a Renzi se non sente l’esigenza di chiarire questa vicenda.
La protezione del Vaticano e della sinistra sono note, ma non è vergognoso che quando era il lacchè di Berlusconi era un diavolo e ora è un santo perché è nel governo di Renzi?
È indecente che nessuno dica due parole, qualunque avversario politico sarebbe stato messo in croce dalla sinistra e tutto il suo apparato mediatico.
In questi giorni sono stato inquisiti una decina di poliziotti con il sequestro dello Kazaca Shalabayeva e la figlia di sei anni, anche in questo caso è stato protetto, lui l’unico responsabile come ministro degli interni, non è stato inquisito.
Questo dimostra che il sistema politico è talmente marcio che non si preoccupa di niente, trasforma anche la realtà, poi ci sono i magistrati che non hanno l’interesse a distinguere tra la realtà e la rappresentazione.
1-12-2015

Gaetano Azzariti

A Napoli nel quartiere Pendino c’era una strada dedicata a Gaetano Azzariti. Questo signore ha contribuito a scrivere le leggi razziali ed era Presidente del tribunale della razza, nel dopoguerra divenne braccio destro di Togliatti al ministro della giustizia, con l’aiuto comunista divenne Presidente della Corte Costituzionale; ancora oggi c’è il suo busto alla Consulta.
Un criminale che cambiando la camicia nera con quella rossa è stato purificato dalla “chiesa” comunista.
Dopo 70 anni è stata fatta giustizia, la strada è stata dedicata a Luciana Pacifici morta a soli 8 mesi durante il viaggio che l’avrebbe portata ad Auschwitz. Ha preso il posto del suo carnefice.
Questi sono giorni belli per la giustizia storica.
2-12-2015

I chiodi della croce

Il regista investigatore Simcha-Jacobovici ha girato un doc – film sul ritrovamento nella tomba di Caifa di due chiodi, siccome il capo del Sinedrio ha partecipato a una sola crocifissione, quella di Gesù, lui presuppone che siano quelli usati dai Romani
per la crocifissione.
Questi estratti da internet di cui mi accingo a scrivere me li ha mandati l’amico Giuseppe, per un discorso fatto nella nostra corrispondenza.
Tutto il discorso sui chiodi è improntato sul dubbio, la tomba di Caifa è in dubbio che sia la sua.
Dopo il ritrovamento, i due chiodi sono scomparsi per 20 anni, l’investigatore afferma di averli rintracciati in un laboratorio di Tel Aviv da un antropologo esperto di ossa antiche.
L’unica cosa certa e che ha fatto il doc-film imbastendo questa storia, chi gira deve far lavorare la fantasia.
Jacques Le Goff disse che con tutti i frammenti della croce di Gesù disseminati nei reliquari di tutta Europa ci si potrebbe costruire un galeone.
Credo che se per credere si ha bisogno di una reliquia, non è vera fede ma superstizione.
3-12-2015

Il saccheggio fiscale continua

Avevo letto e scritto che Reggio Calabria era la prima città più tartassata del paese, oggi leggo che le prime 13 città sono tutte meridionali, vengono in questo ordine: Reggio Calabria, Napoli, Salerno, Messina, Roma, Siracusa, Catania, Latina ecc..
La prima città del Nord è Genova, posizionata al 14° posto. Le città meno tartassate si trovano nel Nord Est: Verona, Vicenza, Padova, Udine, pertanto nel Veneto e nel Friuli.
La differenza va da 500 a 1000 euro. Considerando la qualità dei servizi, il Sud subisce una vera ingiustizia.
Salvini con tutti i compagni di merende dovrebbero informarsi prima di usare i soliti toni razzisti coloniali; è il Sud che sostiene il Nord e non viceversa.
Nel tempo hanno convinto gli stessi meridionali che il Nord ci aiuta, quando invece le nostre condizioni derivano dalle politiche coloniali degli ultimi 155 anni, dal “glorioso” risorgimento.
4-12-2015

Roberto Vecchioni

Il cantautore Roberto Vecchioni si trovava all’università di Palermo per un convegno.
Durante il dibattito fa il suo intervento e nel suo discorso dice in modo chiaro e senza ambiguità che la Sicilia è un’isola di merda.
Si può immaginare i presenti come si sono sentiti, ma lui non ha chiesto scusa e ha mantenuto la sua posizione.
Questo snob di sinistra, come la stragrande maggioranza dei nordici tosco padani, sono razzisti antimeridionali, le teorie ambrosiane sono diventate una seconda pelle e pertanto e del tutto naturale per loro questa superiorità di cui sono convinti e ritenerci una razza inferiore.
La rete mediatica di sinistra l’ha coperto, tutto è sfumato nel giro di una giornata.
Immagino se questa affermazione l’avesse detta Berlusconi o Grillo, avrebbero innescato un vespaio mediatico.
Comunque a Vecchioni mando una grande pernacchia e gli auguro di affogare nel suo razzismo.
5-12-2015

Enrico Cialdini

Davanti alla Camera di Commercio a Napoli c’è un busto per ricordare il generale Enrico Cialdini, il macellaio piemontese che massacrò migliaia di meridionali durante il “glorioso” risorgimento.
Con la venuta a Napoli di Salvini, c’è stata, una manifestazione contro la sua presenza, non potendo avvicinarlo per il cordone delle forze dell’ordine, hanno ripiegato su Piazza della Borsa per dare un segno contro la Lega Nord, sono andati davanti al busto di Cialdini e l’hanno avvolto nella carta igienica.
Credo che sia stato migliore quest’azione che riempire di insulti Salvini.
La gente deve sapere che la nostra toponomastica è piena di criminali tosco padani.
6-12-2015

Summit per l’ambiente

A Parigi ci sono state tutte le nazioni del mondo per siglare un accordo per bloccare l’emissione di anidride carbonica e altro, che sta riscaldando l’atmosfera terrestre.
Le maggiori potenze cercano di contenere le norme contro l’abbassamento delle emissioni per non intaccare i loro interessi. Vorrebbero fermare l’innalzamento a 2 gradi, che è già troppo perché sommergerà molte isole negli oceani e si prevede che ciò produrrà immigrati ambientali.
I popoli dei paesi poveri che pagheranno un prezzo molto alto, chiedono che l’accordo sia a 1,5 gradi in modo che non influisca sulle popolazioni costiere.
I popoli indigeni e tribali che abitano l’80% delle zone più ricche di biodiversità al mondo e le loro riserve sono una cruciale difesa contro la deforestazione.
Pur essendo i meno responsabili del riscaldamento globale, questo accordo può mettere a rischio la loro sopravvivenza.
Hanno avanzato la proposta di creare un tribunale per il pianeta, come esistono per proteggere gli investimenti e per pagare i debiti finanziari, ritengono che sia giusta una Corte internazionale di giustizia ambientale per proteggere i diritti della natura e costringere a pagare i debiti ecologici.
Il mondo occidentale non vuole avere lacci al suo capitalismo e pertanto vuole continuare su questa strada, hanno creato un fondo per i paesi poveri e credono di risolvere il problema che riguarda la sopravvivenza del pianeta. Sono talmente accecati dal prevalere che non si rendono conto che non abbiamo un pianeta di riserva.
Alla fine del Summit cercheranno di fare un accordo che non intacchi l’economia delle nazioni che primeggiano nel mondo, lasciando tutto il peso dell’inquinamento sulle spalle dei paesi poveri.
Se la politica non diventa indipendente dall’economia, ritornando al servizio della gente nulla cambierà.
7-12-2015

Guerra all’ISIS

Oggi hanno cambiato nome all’ISIS, la chiamano Daesh, ho sentito in TV che in arabo sarebbe qualcosa di dispregiativo, anche se mi sembra strano, perché anche quelli dell’ISIS chiamano Daesh il loro territorio.
Gira voce, non si sa quando attendibile, che il capo di Daesh Al-Baghdadi sarebbe a Sirte in Libia, dopo essersi curato in Turchia dalle ferite di un raid aereo.
La Turchia è stata insieme all’Arabia Saudita, il più grande alleato dell’ISIS, vendevano il loro petrolio, la Russia ha portato le prove aeree e dei satelliti, gli americani hanno subito smentito, questo significa che lo sapevano già anche loro, e fino ad oggi hanno coperto ogni cosa, tutti i traffici loschi dei turchi con il Daesh.
Personalmente credo che la Turchia del futuro non sarà più quella del passato, perché il “Sultano” di Antara l’ha sta islamizzando e allontanandola dall’Occidente.
Gli americani e i pecoroni dell’Unione Europea stanno concedendo troppa libertà a Erdogan, ormai fa uccidere i suoi avversari politici in mezzo alla strada come un gangster da marciapiede, altrettanto fa con i kurdi, sta cercando di uccidere il leader del maggiore partito kurdo il HDP.
Continua a fare raid contro i kurdi del PKK e i kurdi siriani del Rojava, questi sono gli unici kurdi che hanno combattuto contro l’ISIS, quando tutti scappavano, anche i Peshmerga kurdi. Mentre la Turchia dava totale appoggio all’ISIS, persino vendendogli armi in cambio di petrolio.
Il premio Nobel turco Orhan-Pamuk è intervenuto sull’arresto dei due giornalisti ordinati da Erdogan, dichiarando che è diventato un problema per la democrazia, dove non c’è la democrazia gli americani la vogliono esportare, dove c’è fanno di tutto per eliminarla. Con l’appoggio totale a Erdogan è quello che stanno facendo in Turchia.
Leggevo un intervista di un maggiore dei Pashmerga iracheno, si lamentavano che non vengono armati dagli americani, anche se combattono contro l’ISIS, per il semplice motivo che non vogliono renderli autonomi, ma tenerli legati a Bagdad, in modo che gli sarà più facile controllare l’Iraq.
Prevale sempre l’interesse geopolitico degli americani e non l’interesse naturale di un popolo che ha dimostrato che è immune da derive islamiche e fedele ai valori dell’Occidente.
Farà bene la Russia ad armare i contani kurdi del Rajava e il PKK, avendo già un accordo con Assad di una futura autonomia dei contoni in cambio della lotta contro l’ISIS.
La Russia sta rompendo le uova nel paniere agli americani, che con la loro sudditanza ai turchi e ai sauditi, non aiuta chi veramente lotta contro la loro “creatura”, l’ISIS.
Se potessi un consiglio darei ai kurdi, di non fidarsi di nessuno, perseguendo la via dell’indipendenza.
8-12-2015

Banche truffaldine

Come al solito le banche la fanno da padrone, e tutti i governi, non solo questo, si mettono a pecoroni!
Alla fine pagano sempre i cittadini; polli da spennare.
Il governo ha fatto una legge chiamata salva banche, l’anno scorso aveva commissariato quattro banche che stavano fallendo, ma i dirigenti continuavano a vendere ai clienti delle banche le obbligazioni e titoli vari della banca.
Il governo ha salvato le banche affossando circa diecimila risparmiatori, convinti della fiducia che avevano, essendo banche locali. Avevano un rapporto amichevole basato sulla conoscenza di anni.
Il Parlamento di Strasburgo avevano già votato una legge che azzerava i titoli degli azionisti, equiparandoli a quelle banche americane fallite con buchi di centinaia di miliardi di dollari.
Queste quattro banche sono piccole e locali, pertanto il governo poteva opporsi o rimandare prima della decisione di Strasburgo.
L’Unione europea è troppo quella dei banchieri e poco quella dei cittadini.
Il maggiore responsabile è la Banca d’Italia, a ogni crac tira fuori da qualche cassetto qualche relazione di avvertimento, cosa strana sempre dopo.
D’altronde non c’è da meravigliarsi, è nata male, sulle ceneri della banca Nazionale, usata dai piemontesi per rastrellare ciò che era possibile dal Meridione.
Qualche anno addietro, investì due professori della Sapienza per uno studio sulle cause della questione meridionale, quando fluirono e lo presentarono, non risultò gradito a Banca d’Italia, perché affermava che la colpa era tutta dell’unità d’Italia, di conseguenza anche gli antenati della banca stessa, cosa fanno? Lo studio viene pubblicato solo in inglese, questo dice tutto sulla buona fede di questo ente che dovrebbe essere un pilastro dello Stato, invece nata male, è solo un conglomerato di interessi dei poteri del paese.
Quando la Banca Nazionale divenne Banca d’Italia, al Meridione che aveva contribuito con il 60% per il tesoro del paese, il Piemonte-Liguria con il 4%, la Lombardia con l’1%, il resto diviso tra i vari Stati del paese.
Le azioni furono suddivise in questo modo: 20.000 azioni al Meridione, per il resto furono date tutte alla toscopadania, tra cui 120.000 azioni solo alla banca di Genova.
Questa impostazione di potere non è venuta mai meno.
La finanza creativa di Cavour e portata avanti dal suo sodale Carlo Boldrini, direttore della Banca Nazionale poi trasformata in Banca d’Italia, le persone e la mentalità rimasero le stesse, pertanto non c’è da meravigliarsi che non vedano prima dei crac ma dopo dicono che avevano previsto e avvisato.
Queste banche davano crediti secondo indicazioni politiche, della Chiesa ecc; bastava controllare le esposizioni dei crediti e si capiva tutto.
Mi è rimasto impresso un episodio che ho letto, un imprenditore riceve un prestito di 34 milioni di euro per costruire yatch di lusso, non solo non ne costruisce neanche uno, a parte una specie di panfilo come specchio per le allodole, ma di quei soldi fa un’abbondante beneficienza al Cardinale Bertone, che si era interessato per fargli avere il prestito.
Questo è uno dei tanti prestiti che la banca Etruria non avrebbe rivisto mai più.
Se andava una persona normale che voleva un prestito per aprirsi un’attività o comprarsi una casa, avrebbero preteso mille garanzie.
Con i soldi dei risparmiatori hanno foraggiato chi volevano portando le banche al fallimento, per cercare di rimanere a galla hanno truffato i clienti, convincendoli che i titoli erano sicuri e il rischio era zero.
Ora il governo se ne lava le mani e scarica la colpa sull’Europa, facendo anche una brutta figura, perché subito ha risposto tramite uno dei suoi commissari, accusando l’Italia di non aver fatto niente, ha votato la legge senza curarsi dei clienti delle banche.
Si è suicidato un cliente, un anziano di circa 70 anni, che su consiglio di uno dei dirigenti, gli ha fatto investire i risparmi di tutta la sua vita, 110.000 euro, in obbligazioni della banca. Pochi giorni prima che scoppiasse il caso, avendo sentito voci, era andato in banca per salvare i suoi soldi, l’hanno rassicurato che non era vero niente e che i suoi risparmi investiti nelle obbligazioni erano al sicuro.
Il dirigente ha rilasciato un intervista su Repubblica e ha detto di portare sulla coscienza il pensionato, ma era costretto dal direttore a vendere i titoli e rassicurare i clienti.
Ricordo che quando fallirono quelle banche americane, ai dirigenti sequestrarono il patrimonio, lo Stato Acquisì le banche, le risanò e dopo le ha vendute, anche con profitto.
In Italia, i dirigenti, quando sanno che sta arrivando la fine, si aumentano gli stipendi e i bonus, hanno la certezza di non pagare niente; niente sequestro dei beni, niente galera, passata la bufera torneranno di nuovo in auge.
Come sempre pagheranno solo i cittadini, l’anello debole della catena, e nulla varranno le loro manifestazioni, saranno fortunati che non li faranno manganellare, alla fine, forse, avranno un po’ di elemosina, e tutto torna alla normalità.
Quando parlano di mafia, questi poteri sono mafia, usano la loro forza per calpestare, derubare e truffare la popolazione, e non pagano mai.
Mi chiedo dov’erano i politici, i sindacati; la Banca d’Italia, l’organo di controllo, le procedure e la Chiesa che ha il polso di tutto nei piccoli luoghi.
Le banche fanno parte del direttorio mafioso che gestisce il potere in questo paese, tra di loro si aiutano: Banche, politica, sindacati, confindustria e la Chiesa. Con la magistratura che opera affinché nessuno dia fastidio alla gestione dei loro affari.
Il popolino deve subire anche con la beffa di essere in democrazia e che ha delle libertà; quella di essere una pecora da tosare.
Il potere si è adeguato all’era moderna, ma non è cambiato dai tempi dei principi rinascimentali.
9-12-2015

I fuochi illegali

Quando ero ragazzo ricordo che il 13 giugno facevano un grande fuoco, lo preparavano cercando di farlo il più alto possibile, usavano un palo centrale con all’estremità uno straccio come bandiera, poi accostavano tutto ciò che poteva bruciare, fasci di canne che avevano preparato prima per farla seccare, legna, vecchi mobili, a volte rubavano le traversine di legno dalla ferrovia, casette, scarti di potatura insomma tutto ciò che poteva bruciare.
Nel paese ne facevano un altro e si rivaleggiava a chi lo faceva più grande e più alto.
La sera che lo accendevano, tutto il rione era radunato intorno al fuoco, principalmente noi bambini, era come una festa e c’era l’eccitazione di poter stare fino tarda sera, essendo che lo si accendeva verso le dieci di sera.
Erano usanze che nel tempo si sono perse, ma in certi paesi sono ancora vive e vegete.
Questi ricordi sono tornati a galla leggendo un articolo su un episodio a Castellammare di Stabia, la tradizione è ancora viva, ma il commissario prefettizio ha posto il divieto; non spiegava il quotidiano il motivo.
Sfidando il divieto di questi piccoli dittatori del potere centrale, tutti i rioni del paese hanno fatto il “fucaranzo”, non si sono lasciati intimidire e l’hanno fatto, nella serata ardevano tutti.
Credo che tutto ciò che proviene dalla prefettura sia antidemocratico, antiliberale e illegale.
Aveva ragione Luigi Einaudi nello scrivere che le prefetture vanno azzerate dalle radici, neanche la gabbiola del portinaio deve rimanere in piedi.
10-12-2015

L’illegalità legalizzata

Nel 1930 quando fu emanato il codice penale Rocco che sostituiva quello di Zanardelli. Il fascismo ripristinò la pena di morte, e alla pena dell’ergastolo aggiunse tre pene accessorie: l’isolamento diurno, l’isolamento notturno e l’obbligo del lavoro.
L’isolamento diurno è deciso in sentenza dalla Corte di Assisi, il massimo sono tre anni.
L’isolamento notturno consiste nello scontare la pena in cella da solo.
L’obbligo del lavoro deriva dai lavori forzati, con la condanna all’ergastolo obbligava il recluso a lavorare.
Oggi l’isolamento diurno viene applicato e aggravato dalla direzione per renderlo il più afflittivo possibile.
Fino a 35-40 anni fa, l’isolamento notturno era molto afflittivo perché non c’era TV, non c’erano scuole, corsi, i libri erano limitati, come la lettera dei quotidiani che venivano censurati insieme alla posta, pertanto era una sorta di isolamento.
Oggi con la TV, studio, libri, quotidiani, relazioni sociali con l’esterno, volontari, rendono l’isolamento notturno piacevole e non più afflittivo, perché nei pochi metri quadrati si ha la sensazione di libertà, impossibile quando si è in compagnia.
Da soli si legge e scrive quando se ne ha voglia, altrettanto la TV o la si spegne quando si vuole, come dormire o alzarsi la mattina, insomma pur avendo la consapevolezza di dover morire in carcere, si ha la serenità di finire i propri giorni tranquillamente.
Siccome non è più afflittivo come un tempo, come lo è l’isolamento diurno, non vogliono applicarlo con la scusa che sono diventati “magnanimi”, alcuni direttori si arroccano la discrezionalità dell’applicazione.
Senza vergogna questa barzelletta la scrivono anche nelle relazioni che spediscono ai magistrati di sorveglianza quando gli ergastolani fanno reclamo.
Il diritto ha le fonti gerarchiche, un direttore non può avere l’autorità di essere superiore al codice penale, perché è un semplice funzionario.
L’obbligo del lavoro, è stato fatto diventare facoltativo, perché essendo diventati molti gli ergastolani, non possono dare il lavoro a tutti.
Le norme penali possono essere revocate con una legge del parlamento, e non secondo la discrezionalità del ministero della giustizia.
Costringono gli ergastolani a protestare per far rispettare un loro diritto sancito dal codice penale.
Le direzioni delle carceri hanno l’obbligo-dovere di applicare le norme penali sempre e non solo quando gli fa comodo.
11-12-2015

Il buco nero di Parma

Nel carcere di Parma c’era un regime repressivo creato dall’ex direttore Silvio DE Gregorio e l’ex Commissario Angusto Zaccariello.
Ho avuto notizia che il nuovo direttore inviato dal ministro con carta bianca, stava demolendo l’apparato granitico costruito in tanti anni di oppressione e abusi.
Oggi leggo un articolo dove comprendo il motivo di questo cambiamento, sono uscite fuori le torture che commettevano a Parma nelle celle d’isolamento di tipo medievale, lontano da occhi indiscreti si praticava la tortura, nel tempo sono morte tante persone che reclamano ancora giustizia.
Un detenuto ha registrato le autoaccuse di un brigadiere e di alcuni agenti, per le botte che gli hanno dato, questo è successo nel 2009, quando c’era ancora De Gregorio e Zaccariello.
Io sono stato a Parma fino al 26 aprile 2010, ero arrivato da Fossombrone il 26 settembre 2006.
Nella sezione AS-1 non si sono mai permessi di fare violenza su un detenuto, ma gli abusi erano sistematici e regolamentizzati, mi sono sempre opposto con una lotta senza quartiere.
Oggi ci sono altri detenuti che hanno denunciato, costringendo il ministro a intervenire.
La cosa singolare che l’apertura di un procedimento è avvenuta perché i detenuti hanno denunciato le torture al Presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna Francesco Maisto, per competenza ha mandato tutto alla procura di Parma che è stata costretta ad aprire un’inchiesta.
Informando il ministero hanno dovuto muoversi e mandato un direttore per cambiare le cose.
Il nuovo clima e l’apertura istaurata dal nuovo direttore inizia a dare i suoi frutti.
Di denuncie la procura di Parma ne ha ricevute tante negli anni, anche io ho fatto denunce contro il direttore, mai che abbiano aperto un procedimento o venuto a sentire chi propone gli esposti.
Sono le procure che danno certezza di impunità alla polizia penitenziaria e al direttore di turno, viceversa, si riguarderebbero bene di agire illegalmente e torturando.
12-12-2015

Napoli

Il calcio Napoli aveva incassato 18 risultati utili consecutivi, poi domenica scorsa è andata a sbattere contro il Bologna, che si trova nelle ultime posizioni.
Nel pomeriggio ha giocato contro la Roma a Napoli, si sperava che vincesse, anche perché la situazione della Roma, principalmente in difesa è catastrofica, invece è finita pari senza gol.
Giovedì scorso aveva vinto contro la squadra polacca con un sonoro cinque a due, pertanto le attese erano alte, è stata una mezza delusione.
Per fortuna la Juve ha vinto contro la Fiorentina e pertanto è rimasta al secondo posto con noi, anche se la Juve si è avvicinata e ha solo due punti di distacco.
L’Inter ha quattro punti in più, ma la strada è lunga.
Se il Napoli riprende la sua corsa, sarà difficile fermarlo, speriamo che la batosta di Bologna non incide ancora psicologicamente.
Anche se è finita pari con la Roma, il Napoli ha giocato alla grande dominando tutta la partita, è stata sfortunata nelle tante occasioni create.
13-12-2016

La tecnologia avanza

E universalmente conosciuta la Villa dei papiri scoperta qualche secolo fa a Ercolano(NA), i papiri trovati sono depositati nella Biblioteca Nazionale di Napoli.
I rotoli di papiri fanno parte dell’unica biblioteca del mondo classico sopravvissuto.
Fino ad oggi non si riusciva a leggerli perché dal caldo delle ceneri vulcaniche erano diventati neri dal forte calore, quando si provava ad aprirli si sbriciolavano.
Sono ricorsi alla tomografia a raggi x ed hanno inventato un sistema per leggerli.
Vito Mocella dell’Istituto per la Microelettronica e Microsistemi(IMM) del Consiglio Nazionale delle Ricerche(CNR) ha spiegato come sono riusciti a leggere i primi due papiri, la ricerca continua per perfezionare il metodo.
Si potrebbe portare alla luce scritti ormai ritenuti perduti, come quelli di Epicuro e tanti altri.
Si pensa che a Ercolano ci sia sepolta un’altra biblioteca, neanche si può immaginare i tesori della cultura classica che potrebbero risorgere.
Una notizia del genere ha fatto sicuramente il giro del mondo nell’ambiente degli archeologi, avrebbe meritato una risonanza mediatica a livello nazionale, invece è uscita su un quotidiano locale poco diffuso e nelle pagine delle cronache di Ercolano, che leggono solo gli abitanti del paese.
Il ministro della cultura Franceschini dice che vuole valorizzare il patrimonio artistico italiano, anche se i tesori artistici di Napoli c’è li indiano tutto il mondo, mi dà l’impressione che gli piacciono solo le passerelle come quelle della Scala di Milano.
14-12-2015

L’ipocrisia di Renzi

Finita la conferenza di Parigi sul clima, dove Renzi ha proclamato di voler salvare il pianeta spingendo per un mondo di rinnovabili, in Italia macella ogni proposito con l’autorizzazione selvaggia di trivellazioni petrolifere in ogni luogo. Pur consapevole che il petrolio che si potrebbe ricavare da tutte queste trivellazioni basterebbe per pochi mesi alla nostra economia energetica, pertanto è solo mettersi a pecoroni con il potere dell’oro nero. Le multinazionali del petrolio fanno il bello e il cattivo tempo nel mondo intero a discapito della salute della gente e del pianeta, perché rappresentano il potere economico.
Non prevedendo che tutte le regioni interessate si sarebbero coalizzate per proporre un referendum, quando ha costatato che sono riusciti nella raccolta delle firme, per spaccare il fronte antitrivelle ha messo un emendamento nella legge sblocca Italia per revocare le concessioni in Abruzzo, così da disarmare il movimento NO OMBRINA.
Questo dimostra che sotto pressione Renzi retrocede sulle sue posizioni, anche se cerca di usare il metodo del potere- dividi e impera-.
15-12-2015

Coperta

Ieri un compagno di sezione mi informa che il Commissario gli ha comunicato che la direzione ha deciso di concederci la coperta, però dobbiamo comprare una coperta con una sigla apposita che dimostri che sia ignifuga.
Dopo tanti anni di carcere non mi abituo mai a certe cervellotiche disposizioni dettate esclusivamente dall’ottusità burocratica.
Il motivo è che se un detenuto fuma può addormentarsi con la sigaretta in mano e prendere fuoco il letto.
Non sapendo cosa inventarsi hanno tirato fuori questa barzelletta, dimenticandosi delle lenzuola.
Il Codice penitenziario stabilisce che i detenuti possono avere il corredo del letto personale, il corredo completo è composto da coperta, copriletto e lenzuola.
Qui proibiscono il copriletto, adesso hanno fatto lo sforzo concedendoci la coperta ma comprare un determinato tipo; dobbiamo fare impazzire le nostre famiglie.
Le lenzuola c’è ne danno un solo paio, quando dobbiamo lavarle rimaniamo senza fino quando non si asciugano, tutto questo per non darci un paio di lenzuola di ricambio. La scusa è che abbiamo l’asciugatrice in sezione, gli abbiamo detto tante volte che non funziona, ora ci dicono che con tre gettoni si asciugano, a parte che non è vero, ma anche se fosse vero, perché dovremmo spendere tre gettoni dal costo di un euro e mezzo l’uno per asciugare un paio di lenzuola?
Ragionano come fossimo tutti ricchi e le nostre famiglie hanno le rendite sparse al sole.
La direzione non ha un po’ di empatia con la popolazione detenuta, decide secondo le sue interpretazioni lontano dalla realtà.
16-12-2015

Legalizzazione

In Messico la Corte Suprema ha accolto il ricorso di un gruppo di attivisti di un’associazione per il consumo creativo della maryuana, oggi la Commissione Federale rilascerà i primi quattro permessi.
Alla Commissione ne sono stati presentati altre 155 richieste di permesso. Anche se venissero rifiutate e la Corte Suprema ne accogliesse solo cinque, il governo sarebbe costretto a varare una legge, anche se il Presidente del Messico è contrario ha dovuto prendere atto della situazione e ha lanciato un dibattito politico nazionale.
L’Ex Presidente Fox ha fatto una dichiarazione forte: “Tutte le droghe, incluso la cocaina, l’eroina e la metamfetamina saranno legali in Messico entro 10 anni. La maryunana e un primo passo, ma il processo è irreversibile”.
Inoltre fa un discorso sulla guerra lanciata dal presidente americano Nixon 45 anni fa, non ha fatto altro che convogliare risorse per armi e polizia trasformando il Messico in un campo di battaglia che ha prodotto migliaia di morti all’anno; 150.000 solo negli ultimi 7 anni.
La correlazione tra il proibizionismo e illegalità, è un fatto acquisito, anche l’ONU ne ha preso atto, per questo motivo ad aprile 2016 ci sarà una sessione straordinaria per discutere della politica fallimentare sulle droghe.
Le crociate sono sempre iniziate dagli americani, i motivi sono esclusivamente per proteggere i loro interessi di varia natura con un gioco di geopolitica per imporre il loro imperialismo, come in Colombia, una guerra voluta e finanziata dagli americani che ha provocati migliaia di morti, milioni di profughi interni e distruzioni di intere comunità.
Temo che la legalizzazione in Messico sia pilotata dagli americani, per annegare il proibizionismo che tanti danni ha causato nel mondo.
Diversamente da quello che è successo in Uruguay, dove il Presidente Pepe decise contro l’opposizione yankee.
17-12-2015

Il vescovo di Mazara del Vallo

Ho già scritto del vescovo Magavero, che gli piace vestire Armani e altri marchi famosi, proprio una vita al di sopra di ciò che predica Papa Francesco.
Come tutti questi personaggi, seguono la via più facile per coprire i loro scheletri nell’armadio, la retorica della lotta antimafia.
Ricordo che non volle celebrare la messa per le esequie di un detenuto morto perché ritenuto mafioso.
Come tante dichiarazioni per mettersi in mostra e mettere le mani sui beni sequestrati, perché il fine è sempre una questione di “palanche”.
Stamane nei TG trovo la notizia che il vescovo è stato inquisito per appropriazione indebita, ha sottratto i soldi della curia per fini privati; il lusso costa.
Non mi meraviglierei apprendere che è tutto un complotto della mafia. Per adesso si è limitato a dire che è stato lui a denunciare gli ammanchi nella curia.
Ormai non c’è limite e né decenza dove certi figuri possono arrivare per i loro interessi privati.
18-12-2015

Le menzogne giustizialiste

Avevo chiesto la fotocopia all’amica Francesca di un articolo scritto sull’Espresso che riguardava il regime di tortura del 41 bis nel nuovo carcere di Sassari.
Il giornalista Di Lirio Abbate ha scritto questo articolo che reputarlo indegno e poco, perché ironizza sulla tortura, minimizza con sarcasmo le condizioni disumane e di enorme sofferenze di centinaia di reclusi in questi centri dove la dignità umana non ha valore, sporge menzogne a piene mani per compiacere la sua setta.
Conosco un po’ il reparto del regime di tortura del 41 bis di Sassari, per avermelo raccontato tra le righe nelle sue lettere, per farle passare tra le maglie feroce della censura, Davide Emmanuello, pertanto sono riuscito a immaginare le condizioni crudeli in cui sono costretti a vivere.
Non hanno portato tutti insieme i reclusi per paura di ribellione, ma uno alla volta, cercando di non dare nell’occhio, questo “signore” giustifica tutto con la parola “magica”della sicurezza che copre ogni nefandezza.
Afferma che le celle sono 12 metri quadrati, non credo che possono essere quanto la mia che misura 13,80 centimetri quadrati, predisposta per due persone.
Cita cose che sono delle vere menzogne, raccontate da qualche funzionario della setta, e lui le ha romanzate come è costume di certi giornalisti del partito di Repubblica-Espresso.
Ridicolizzare le proteste civili e secondo l’iter istituzionale democratico, le ritiene violente. Se la usa lui la penna, anche in modo spietato e menzognero è una libertà civile, lo fanno i reclusi e lui trasforma tutto in minaccia mafiosa e violenta.
Legittima con la stessa mentalità dei piemontesizzati meridionali come il famigerato Silvio Spaventa, che all’epoca fu il fautore della deportazione di centinaia di migliaia di meridionali al domicilio Coatto, oggi continua quel percorso usando lo stesso metodo tracciato dai servi ilota dei tosco padani di allora.
La strategia della DNA che lui osanna nel dare la massima importanza al regime di tortura del 41 bis, che ha una sola finalità, torturare per costringere i reclusi a pentirsi, il caso di Bernardo Provenzano in stato vegetativo e la DNA lo tiene a 41 bis, è il miglior esempio per fare capire la mentalità che li anima.
Non comprende nel suo fanatismo che è umano lottare per fare abolire questa tortura istituzionalizzata, invece la ritiene una colpa.
Le sue menzogne sono degne della sua persona; “…i boss girano nei corridoio dei 41 bis per farsi omaggiare…; …adesso vivono in un mondo ovattato, silenzioso e con poche finestre…”.
“…i reclusi trattano male gli agenti e la direttrice…”.
Queste persone vivono da 23 anni seppelliti vivi, altro che omaggiati.
Capovolge la realtà, purtroppo c’è tanta gente che in buona fede gli crede.
A Sassari non ci sono le finestre, ma essendo complice morale di questo crimine di civiltà, ammette, tace e annacqua la realtà.
Menziona Michele Zagaria che ha detto in aula in videoconferenza che vive una situazione disumana, immagino cosa gli stia capitando, vogliono farlo pentire come hanno fatto con il suo paesano Antonio Iovine. Dopo quattro anni dall’arresto lo tengono ancora isolato con la scusa che nessuno vuole stare con lui per paura delle microspie. Balle. Lo tengono da solo con tutte le torture psicologiche per indurlo a cedere.
Il 90% dei reclusi che sono stati seppelliti vivi nella tomba del 41 bis, hanno testimoniato la disumanità scrivendolo in tanti modi, purtroppo la censura dello strapotere della setta copre questa vergogna italica.
Mi fermo qui, chi ha un po’ di dimestichezza con la tortura del 41 bis capisce l’infamia di questo articolo.
19-12-2015

Scomparsa la legge sulla tortura

Sono trascorsi circa 30 anni da quando l’Italia ha firmato il protocollo dell’ONU sulla tortura, in tutto questo tempo le varie polizie, i PM e la setta antimafia hanno bloccato qualunque proposta di legge per codificare il reato di tortura, durante il periodo menzionato, tra le carceri e le varie caserme di polizia, sono state commesse torture da Stato di polizia.
Neanche è bastata la sentenza della Corte europea dei diritti umani del 9 aprile 2015 che condannava l’Italia per tortura per i fatti alla scuola Diaz al G8 di Genova del 2001, in cui intimava al nostro paese di provvedere a inserire il reato di tortura nel Codice Penale.
Fra non molto si discuterà alla Corte europea il ricorso sui fatti alla caserma Bolzaneto sempre al G8 di Genova 2001, dove la crudeltà raggiunse l’apice.
D’altronde la stessa Corte di Cassazione sentenziò che nelle occasioni citate, per la prima volta dal dopoguerra erano stati sospesi i diritti umani.
Gli episodi nelle carceri sono talmente tanti che la lista sarebbe lunga, cito Pianosa come esempio, ma già solo il 41 bis è una tortura legalizzata.
Ancora oggi, dopo che la sentenza di Strasburgo ha condannato l’Italia per tortura, sono riusciti di nuovo a mandare in sanno la proposta di legge depositata, e che Renzi pubblicamente aveva promesso che sarebbe stata approvata.
Quando gli Stati europei e le sedi internazionali ci snobbano perché ci ritengono poco affidabili, ne hanno tutte le ragioni, perché risolvere i problemi all’italiana significò di non fare le cose in modo chiaro e serio.
Tutto ciò dimostra lo strapotere delle varie polizie, con gli apparati repressivi della magistratura, condizionano i governi e monopolizzano ogni cosa a loro vantaggio.
20-12-2015

Gli odori natalizi

In carcere nel tempo si perdono gli odori che caratterizzano le feste, rimangono solo nei ricordi.
Quando ero ragazzo, la preparazione una settimana prima era già una festa.
Mia madre con il nostro aiuto preparava i dolci e la casa si riempiva della fragranza di odori che annunciavano l’arrivo del Natale o di Pasqua.
I miei dolci preferiti erano i castagnacci e la pastiera.
Mia madre metteva a bollire le castagne, poi le passava nel passa pomodoro, poi squagliava la cioccolata e amalgamava tutto.
A parte impastava la pasta, la stendeva e con un bicchiere si facevano dei rotondi, si metteva un cucchiaio di ripieno del castagnaccio, si richiudeva e diventava una mezzaluna, con la forchetta riunivamo le estremità, poi o si friggevano o si informavano, dopo cotti si spruzzavano di miele e si buttavano sopra i confettini colorati.
Il sapore delle castagne con la cioccolata era sublime, dopo la mia carcerazione non li ho mangiati più.
Le pastiere, ogni tanto le ho mangiate, quando il carcere dove mi trovavo lo permetteva, oppure c’era qualcuno di noi che la sapeva fare.
L’ergastolo non uccide solo la speranza, ma anestetizza anche gli odori che sono essenziali per ogni essere vivente.
21-12-2015

L’apertura di un nuovo carcere: una sconfitta per la società… di Carmelo Musumeci

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Il nostro Carmelo Musumeci scrive le sue riflessioni sulla scia dell’apertura del nuovo carcere di Rovigo.

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“Un Paese misura il grado di sviluppo della propria democrazia dalle scuole e dalle carceri, quando le carceri saranno più scuole e le scuole meno carceri. La pena deve essere un diritto; se sia condanna deve poter essere condanna a capire e capirsi” (Giuseppe Ferraro, docente di Filosofia all’Università Federico II, Napoli).

In questi giorni leggendo i giornali mi hanno colpito alcune dichiarazioni di politici e uomini di Istituzioni rilasciate per l’inaugurazione del nuovo carcere di Rovigo, vissuta un po’ come una festa: “(…) con soddisfazione, ha esordito con un eloquente “ce l’abbiamo fatta.”(…) Ieri a Rovigo è stato il giorno della festa. (…) È stato un grande segnale di civiltà. Ma servono inasprimento e certezza delle pene: questo ci chiedono i cittadini.” (Il Gazzettino, 1 Marzo 2016)

Io credo che ci sia poco da festeggiare per l’apertura di una nuova prigione, perché nel nostro Paese il carcere produce, nella stragrande maggioranza dei casi, nuova criminalità. Non lo dico solo io che sono un avanzo di galera, ma lo dice lo stesso Ministro della Giustizia: “Siamo un Paese che spende 3 miliardi di euro all’anno per l’esecuzione della pena, più di tutti gli altri in Europa e siamo il Paese con il più alto tasso di recidiva di tutta l’Europa.(…) Un carcere che accoglie delinquenti e restituisce delinquenti non garantisce sicurezza.”  (Il Gazzettino, 1 marzo 2016).

Sostanzialmente il Ministro della Giustizia conferma l’alta recidiva che esiste nelle carceri italiane: infatti, il 70% dei detenuti che finiscono la loro pena rientrano presto in carcere e le carceri minorili rappresentano, di fatto, l’anticamera di quelle per gli adulti.

Signor Ministro, credo che lei abbia ragione perché il carcere così com’è ti fa disimparare a vivere, ti fa odiare la vita e ti fa sentire innocente anche se non lo sei.
E credo anche che se qualcuno volesse cambiare il modo di ragionare è destinato a  soffrire di più, se tenta di togliere la maschera da “cattivo” e mostrare la propria vulnerabilità come tutti gli uomini, rischia di rimanere schiacciato da un sistema che in realtà non mira a rieducare l’uomo. Forse per questo molti detenuti preferiscono non cambiare e fingersi sempre dei duri, per difendersi dalla sofferenza della detenzione e sopravvivere. Mi creda, in Italia la prigione è l’anti-vita, perché nella stragrande maggioranza dei casi qui da noi il carcere ti vuole solo sottomettere e distruggere. Non penso certo che quelli che stanno in carcere siano migliori di quelli fuori, forse però in molti casi non sono neppure peggiori, ma con il passare del tempo lo diventeranno se vengono trattati come rifiuti della società.

Signor Ministro, fra queste mura si hanno poche possibilità di scelta, perché spesso è “l’Assassino dei Sogni” (il carcere come lo chiamo io) che condiziona come, quando e cosa pensare. Purtroppo, va a finire che spesso si dimentica chi e cosa siamo, col rischio di diventare cosa fra le cose.

Signor Ministro, mi permetto di citare un brano della tesi di laurea di una volontaria, Anna Maria Buono:

 “La mia esperienza di relazione di aiuto si svolge in questa struttura alternativa al carcere situata a Monte Colombo, della Comunità Papa Giovanni XXIII. È una casa colonica, in mezzo al verde, abbastanza grande da ospitare una ventina di persone. Ha un grande cortile da cui si accede all’entrata principale, sulla quale spicca un grande cartello in cui è scritto “L’uomo non è il suo errore”. (…) C’è un grande salone di soggiorno, una grande cucina, un laboratorio per il lavoro, e le camere con i letti a castello. Completa il tutto un orto, un pollaio, un cortile dove si passeggia, si gioca, si prepara il barbecue, una piccola palestra all’aperto. Qui non vi sono cancelli, sbarre, tutte le porte e finestre sono aperte, non vi sono guardie.”

Signor Ministro, dalle notizie di stampa il nuovo carcere di Rovigo è costato 30 milioni, ma non sarebbe stato meglio investire quel denaro in strutture alternative al carcere come questa appena citata?

Un sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci

Padova, marzo 2016

Foglio delle proposte dei detenuti universitari di Rebibbia

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Il “Mosaico italiano” è un supplemento del giornale “Comunità Italiana”, pubblicato in Brasile da Editora Comunità (editore Marco Lucchese) in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Rio de Janeiro. È destinato agli italiani in Brasile ed è realizzato anche con la collaborazione di docenti, specialisti e ricercatori delle università brasiliane.

Il numero 146 di questa rivista è dedicata alla tematica dei detenuti in rapporto agli studi universitari. Vengono raccolti i materiali che sono emersi nell’ambito di una iniziativa partita dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo “Tor Vergata” di Roma. Iniziativa che aveva, tra i suoi scopi, quello di sostenere e agevolare la formazione universitaria dei detenuti reclusi nel carcere di Rebibbia, in vista di un loro futuro inserimento sociale.

Nella rivista sono presenti soprattutto tanti interventi di detenuti che raccontano le emozioni, le problematiche, le richieste connesse alle dinamiche del percorso universitario.

Pubblico oggi uno dei materiali presenti in quel numero del Mosaico. Si tratta di un testo collettivo dei detenuti universitari di Rebibbia, un “foglio delle proposte.

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La cultura mi ha dato una diversa percezione della realtà. La cultura mi ha fatto acquisire la consapevolezza di quante occasioni e possibilità mi sono perso non studiando da giovane e mi fa sentire il bisogno, la necessità, di trasmettere  questa consapevolezza ai miei figli (Giovanni Colonia).

Per trasmettere i valori che andiamo acquisendo abbiamo bisogno di più tempo con i ostri figli, ha aggiunto Giovanni Colonia nel suo intervento a braccio, accolto da applausi di consenso e commozione. Giovanni ha cinque figli e ha testimoniato della difficoltà, avendo a disposizione un incontro al mese, di trasmettere a tutti e cinque questi valori. E’ il momento essenziale affinché quelle del convegno non restino parole, per i giovani, per il futuro di tutta la società.

Ogni intervento che qui pubblichiamo  è accompagnato da proposte concrete per continuare nella discussione con gli organi competenti: educatori (rappresentati al convegno dalla dott.ssa Giustiniani), Magistratura di Sorveglianza (erano presenti le dott.ssa Gaspari e Tommasini), polizia penitenziaria, Garanti dei diritti dei detenuti su scala locale e nazionale, Associazioni di Volontariato, docenti di scuola e di Universià, Conferenza dei Rettori. 

1- Per coloro che si laureano in carcere fare discutere la tesi di laurea presso l’università di riferimento. Incremento dei corsi di laurea. Eliminazione del numero chiuso per esaudire tutte le richieste di iscrizione nei vari Atenei. A chi è rivolta la proposta: Rettore, Magistrato di Sorveglianza, Direzione.

2- Promozione di iniziative culturali in collaborazione con l’università e con la partecipazione all’esterno degli studenti universitari di Rebibbia, come anche con la partecipazione degli studenti universitari esterni all’interno del carcere. Ad esempio il progetto di istituzione di una galleria di Arti visive in collaborazione con il MACRO che prevede esposizioni di quadri e opere di vari detenuti (con relativa asta per i bisogni dei più “poveri” degli inquilini di Rebibbia) con esposizione pubblica. A chi è rivolta questa proposta: Retore, Magistrato di Sorveglianza, Direzione a una figura culturale di riferimento.

3- Creare formazione professionale spendibile anche all’esterno del carcere. A chi è rivolta la proposta: imprenditori e cooperative.

4- Incontro tra i professori universitari e gli educatori in presenza di noi studenti universitari di Rebibbia e di coloro che hanno un interesse sulla questione. A chi è rivolta la proposta: agli educatori e alla Direzione di Rebibbia.

5- Supporto per il tutoraggio dei giovani non strutturati e fornitura di testi didattici. A chi è rivolta la proposta: alla Regione Lazione.

6- Maggiore spazio e tempo per coltivare le relazioni familiari in particolare per coloro che hanno figli minori. Per trasmettere i valori che andiamo acquisendo abbiamo bisogno di più tempo insieme con i nostri figli. A chi è rivolta la proposta: al Direttore.

7- Incremento delle tecnologie di comunicazione (video chiamata Skype). A chi è rivolta la proposta: alla Direzione.

 

Suicida per ragion di stato… di Salvatore Torre (seconda parte)

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Oggi pubblico la seconda parte del racconto di Salvatore Torre -detenuto a Saluzzo- “Suicida per ragion di stato”, vincitore della menzione d’onore nell’ambito del premio Goliarda Sapienza. 

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Il comandante della squadretta un sessantenne dal collo taurino con una folta capigliatura biancastra e un paio di baffoni ben curati era seduto alla scrivania. Di fianco a lui ma in piedi c’erano invece tre energumeni che quando li vidi mi parvero alti il doppio di me.

Appena fui fatto entrare nel suo ufficio il comandante mi scrutò dalla testa ai piedi poi mi fissò negli occhi e allora sul suo volto si disegnò un ghigno che sembrava dire :”Ah, eccoti qua”

D’ altro canto ero pur sempre un irriducibile, uno di quelli che nel giro di pochi mesi si era guadagnato una sfilza di sanzioni punitive, un paio di soggiorni nella “ Cella Nove” e senza ombra di dubbio uno dei primi posti nella lista nera del regime; eppure a parte quelle di agosto di legnate non ne avevo avute altro sospettavo così che questa volta le avrei avute “Una tantum”.

Il comandante si alzò e fece il giro della scrivania e intanto che le tre guardie si stringevano attorno a me, con le gambe divaricate e le mani sui fianchi – che pareva un Mussolini coi capelli e i baffoni – si Venne a parare davanti a me.

“E’ cosi ai detto pezzo di merda a uno dei miei uomini”, incominciò fissandomi fisso negli occhi.

Risposi di no, facendo lampeggiare i suoi occhi in modo sinistro : “ Non ho detto questo ma vaffanculo” – precisai dopo

“Ah” – esclamò lui torcendo lievemente il collo di lato – Gli hai detto vaffanculo – aggiunse annuendo e protendendo le labbra come quando si dà un bacio.

“Si è riferito a mia nipote chiamandola quella cosa” chiarii per quanto lo sapessi inutile.

“ E gli hai detto vaffanculo …

Si.

E allora dillo a me, se hai il coraggio!” – e ruppe quindi spingendomi le dita di una mano dietro la spalla.

Io non fiatai.

“ Dillo a me! Dillo a me ti ho detto!” continuò a urlare ripetendo con le dita lo stesso gesto provocatorio di prima.

Era la per saltarmi addosso assieme ai suoi tre mastini, che nel frattempo si erano chiusi ancora più su di me.

“Allora? Allora?” schiumava dalla bocca il comandante, spingendo il suo viso contro il mio quasi fino a sfiorarmi.

A quel punto parlai :”Comandante lei mi può ferire fisicamente, non moralmente”- mi fidai di dire nonostante le budella annodate dalla tensione.

Immaginavo si incazzasse di brutto quello invece si placò.

“Umh…”- fece soltanto, senza levarmi gli occhi di dosso: “Moralmente…”mormorò mentre tornava a sedere alla scrivania.

Lo guardai distendere là sopra le braccia, posare una mano sopra l’altra, storcare ancora il collo e meditabondo tornare a fissarmi.

“Togli i lacci dalle scarpe” mi ordinò qualche momento dopo.

Cominciai a farlo.

Livacci! –gridò, poi.

Livacci, un brigadiere locale fece immediatamente capolino alla soglia.

“Portalo in isolamento, e fagli fare cinquanta flessioni. Bada che le faccio fare a te, se scopro che hai disubbidito a questi ordini!” lo minacciò.

Livacci si fece minuscolo.

Vai – aggiunse ancora, questa volta rivolto a me facendo cenno con il capo verso la porta.

Mi avviai da quella parte, ma dopo avere fatto qualche passo, la voce del comandante mi chiamò a voltarmi.

“Io sono un uomo in quanto tale so che gli uomini non sono tutti uguali” sentenziò, muovendo l’ indice verso di me.

Quella fù la prima, ma anche ultima volta che lo vidi.

“Però, curioso questo comandante … ma quella frase finale?”- chiese desiderando una spiegazione.

Alzai le spalle.

Credo abbia voluto dire che comunque rispettava chi non si arrende davanti alla minaccia del potere, per quanto, in quel caso, il potere fosse lui – risposi, ripetendole quanto avevo detto quella volta a me stesso.

Le flessioni, le avete fatte, poi?

Si:”Coi vestiti ma falle! Mi pregò LIvacci, terrorizzato più di me.

Ancora la “Cella Nove”?

Non questa volta: là vi era già segregato un ragazzo di nome Giuseppe: uno di quelli che prendeva le botte per tutti.

Un Intemperante?

Annuì.

Vuole parlarmene?

Certo.

Fui chiuso alla cella di rimpetto alla cella 9. Intravidi Giuseppe attraverso lo spioncino aperto del blindo. In quel momento, faceva avanti e indietro per la stanza, cercando di scaldarsi. Sul suo corpo erano visibili le ecchimosi delle percosse.

“Hai una sigaretta? Una sigaretta?”- mi chiese Giuseppe non appena si avvide di me, trascinando le parole a causa della mascella intirizzita sporgendo il naso dalla feritoia.

Gli dissi che non fumavo.

“Da quanto tempo stai lì?” gli chiesi.

“Ora? Due giorni, due” rispose sporgendo un braccio dallo spioncino e mostrando le dita.

“Magari domani ti faranno tornare in sezione” pronosticai sapendo che quel tipo di segregazione non durava, di solito, più di tre giorni.

“Bastardi! Sono bastardi: lo dico al giudice che sono dei Bastardi. Hai acqua? Una bottiglia? Feci cenno di no con la testa.

“Sono stato portato qui direttamente dall’ ufficio del comandante.

Ho sete … bevo questa qua – disse sparendo dentro la stanza.

Lo immaginai mente si piegava a bere dal rubinetto sopra il bagno alla turca. Quell’ acqua non era potabile.

Ricomparve poco dopo.

Hai una sigaretta?- chiese nuovamente avendo di sicuro scordato di averlo già fatto.

Scossi la testa.

“Cosa dicevi dei giudici?”

“Domani… no, dopodomani… dopodomani vado al processo e lo dico al giudice, lo dico al giudice.”

Io sollevai le spalle.

“Fallo pure ma non ti aspettare che succeda chissà che…” commentai pensando solo che fosse una perdita di tempo.

“ Ma io mi spoglio! Mi spoglio! Lo faccio!” si accalorò Giuseppe, facendomi dubitare che fosse preso da una crisi isterica anche perché lui era già nudo, ma fù solo un attimo.

“Ah vuoi dire in aula che ti spoglierai lì?”

“Si, in aula, dove ci sono i giudici.. lo faccio lì dive ci sono i giudici! Gli mostro i segni! Gli dico tutto, tutto!”

“Shh!!” lo zittii io, facendo passare il naso tra l’ indice e il medio, nel nostro gergo mimico indicava la presenza di sbirri.

Giuseppe si ritrasse fulmineamente dallo spioncino, rifugiandosi in fondo alla stanza.

Accetta una caramella?- propose Ilaria, infilando la mano nella borsetta e traendone un pacchetto di Vivident.

Sono gomme: fa lo stesso??- chiese.

Si grazie.

Ilaria lasciò cadere una di quelle gomme sul palmo della mia mano e un’altra la prese per sé, portandosela alla bocca.

La imitai.

Senta, lei poco fa ha parlato delle “Ecchimosi” di Giuseppe: mi spiega come ha fatto a notarle? – chiese quindi, con un tono di voce dubbioso.

Sul momento non colsi il senso di quell’ obbiezione e per un attimo rimasi lì, come preso in contropiede, poi, mi resi conto di avere ancora parlato come se la mia interlocutrice fosse onnisciente.

Oh , mi scusi!- esclamai, sfiorandomi la fronte con la mano- avrei dovuto premettere che Giuseppe era stato fatto spogliare e lasciato nudo.

Nudo?

Si, nel senso più letterale del termine

Quindi il freddo di Giuseppe era dovuto alla nudità?

E alla mancanza in quella stanza di vetri alle finestre e di qualsiasi altra cosa, eccetto di un bagno alla turca pieno di escrementi – aggiunse

Capisco… mi dica ora, perché lo zitti’ non era normale che qualche agente venisse a controllarvi di tanto in tanto?

Bè si, ma a noi detenuti era severamente vietato parlare, tranne quando eravamo nel cortile o nella stessa camera di detenzione.

Vuole dire che incontrandovi, magari nel corridoio, non potevate scambiarvi neppure un saluto?

“Mani dietro la schiena e sguardo fisso al pavimento!” recitai, imitando il tono severo di un agente qualunque.

Quindi, zittendo Giuseppe volle evitare che foste puniti per aver infranto questa regola?

Più che altro, volevo volevo evitare che lui fosse di nuovo maltrattato, perché essendo segregato nella Cella Nove, la punizione sarebbe consistita appunto in altre cattiverie.

Per questo motivo Giuseppe si defilò all’istante?

Si, ma quei nuovi soprusi non riusci comunque a evitarli…

Continui, per favore.

Non vidi molto in realtà a parte tre agenti fermarsi davanti alla Cella Nove e un quarto venire a sbattermi in faccia il blindo e lo spioncino della mia cella.

Non vidi altro, sentii però il rumore di qualche schiaffone, di strattonamenti, il sarcasmo delle ingiurie e persino qualche bestemmia rivolta dagli agenti all’indirizzo di Giuseppe e pure la stizzita lamentosa protesta di quest’ultimo.

“Bastardi! Bastardi!” Si ostinava a ripetere con quella voce disperata dal pianto, mentre subiva quelle umiliazioni.

Furono dieci lunghissimi minuti di frustante attesa per me, che per tutto quel tempo rimasi a scuotere il cancello e a tirare calci contro il blindo intanto che gridavo agli agenti di lasciarlo stare in pace.

Mi calmai solo quando sentii gli agenti allontanarsi e il lamento di Giuseppe farsi a poco a poco più sommesso, fino a sparire nel silenzio che segui a quei momenti.

Rimasi ancora li tuttavia, con le dita delle mani serrate attorno alle sbarre del cancello finche , sfiancato dal senso di impotenza, non mi mossi nella penombra della stanza e raggiunsi la brand; diedi un paio di manate sul materasso nel vano tentativo di spolverarlo e vi sedetti; incrociai le braccia sulle ginocchia e poi attesi che la stanchezza e il sonno mi facessero scordare di quella giornata e anche di dover dormire assieme ai pidocchi.

La chiave giro nella serratura del blindo della mia cella e lo apri. Io schiusi gli occhi: era di nuovo mattina.

 Mi tolsi dal materasso  e raggiunsi il lavandino; sciacquai il viso e lo asciugai con la maglia che avevo addosso.

Giuseppe non avrebbe potuto fare neppure  quello. Pensai: Alzai lo sguardo verso il corridoio e lo spinsi oltre lo spioncino che guardava dentro la sua cella, ma non riuscii a vederlo.

Mi chiesi se avesse dormito, probabilmente rannicchiato sul pavimento, con le braccia strette attorno alle gambe o se, invece, angosciato dall’idea che quelli potessero tornare  e trattarlo male, fosse rimasto sveglio tutta la notte… provai una terribile amarezza e rabbia mentre lo immaginavo li, rintanato in un angolo della stanza, con le spalle contro al muro e gli occhi fissi allo spioncino.

Scorsi Giuseppe più tardi, mentre afferrava la sua porzione di pane e di frutta dalle mani di una guardia. Mi vide subito, poi, in quel momento spinse un braccio oltre la feritoia e lo lascio li un attimo, a mò di saluto. Lo ricambiai con un cenno del capo. La guardia ci guardo in cagnesco, ma non intervenne; dopotutto non avevamo aperto boca.

Dovette passare qualche altra ora, prima che il blindo e il cancello della Cella Nove fossero aperti. Allora il corpo macilento di Giuseppe, si mostrò in tutta la sua disgraziata e nuda interezza.

“Vestiti e torna su” – gli ordinò un agente lanciandogli contro il petto degli indumenti che aveva portato con sé.

Giuseppe sporco, maleodorante, indolenzito e un po’ andato di testa, avrebbe avuto bisogno di almeno un anno per riuscire a rimettersi un attimo in sesto. Invece, gli rimanevano appena una ventina di ore per aggiustarsi un tantino, prima di arrancare  verso il suo destino, verso quell’aula del tribunale in cui difficilmente avrebbe trovato un “ Giudice a Berlino”.

Giuseppe non se lo lasciò dire mezza volta, indossò sbrigativamente quegli abiti e lasciò di fretta quella  Cella Nove, non prima però di  avermi rivolto uno sguardo, pallido come la morte e, infrangendo il silenzio, fatto una promessa: “Domani mi spoglio”.

Fui graziato a mia volta quella sera.

Quando misi piede nella sezione, mi accolse un silenzio ricolmo di sguardi increduli. Dietro ogni cancello, gli altri detenuti stavano diritti e muti. Non era permesso parlare, ma quando avessero avuto il coraggio di farlo, mi avrebbero, di certo, cosi interrogato: “O tu, perché sei già qui è pari non aver preso neppure una legnata?”

Che arcano mistero: forse mi ero spiegato?

Nella mia mente, mandai a fare in culo anche loro.

Quando fui in cella senza neppure svestirmi infilai il necessario per la doccia in un secchiello e diedi una voce alla guardia. Questa, vedendomi con l’accappatoio sopra il braccio,  mosse la chiave che aveva tra le dita come a dire : “ ma dove vorresti andare?”

Dissi soltanto “doccia”.

“Domani” replicò lui, altrettanto succinto, e aveva ragione: era possibile fare la doccia il lunedì e il venerdì e, quel giorno, non era né l’uno né l’altro.

Mi lavai in cella, con l’acqua del rubinetto. Mentre in saponando i capelli, ricordati dei pidocchi ed ebbi una  stizza: “cazzo”, esclamai pensando di dovermi rapare . Mi presi ancora  altro freddo, strigliando il resto del corpo, quando Ma quando fini di farlo , miri tirai  del nel letto e null’ atro importo di sentire  oltre le lusinghe del sonno.

Ilaria fece un sospiro come fosse rimasta  sino a quel momento col fiato sospeso. Doveva essere il sollievo  di quando si pensa che il peggio sia passato. Pero quanta tristezza – aggiunse poi. Vi estato di peggio… Peggio di essere denudati, picchiati e la sciati a gelare una stanza? OH? Molto di più, mi creda. Va bene, mi racconti  

 

Un ergastolano da Papa Francesco… di Papa Francesco

Erg-papa

Queste riflessioni del nostro Carmelo sono nate in seguito al permesso ricevuto dal Magistrato di Sorveglianza di Padova.. il permesso di raggiungere Roma per partecipare all’Udienza Generale di Papa Francesco. 

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Mi sono sempre considerato un “Senza Dio”. E mi sono spesso definito un ribelle sociale. Ho sempre detto di no a tutti. Spesso persino a Dio. E a volte anche a me stesso. In venticinque anni di carcere non ho mai pensato, sognato o immaginato, che un giorno sarei uscito dalla mia cella per andare a Roma a vedere un papa.

Martedì, 1° giorno:

Esito un momento nel traversare l’ultimo cancello. Cerco di nascondere la mia insicurezza. Poi proseguo deciso. E sono fuori. Tutte le volte che esco dal carcere e non trovo nessuna parerete intorno a me provo la stessa ansia, paura e felicità della prima volta. Sembra quasi che senza mura intorno a me, io mi senta soffocare ed entri troppa luce nel mio cuore. Mi ubriaco subito di felicità. E non capisco più nulla. Il mio stato d’animo si altera. E mi rendo conto dei danni che tanti anni di carcere duro e una pena crudele che non finisce mai hanno recato alla mia mente e al mio cuore. A questo punto penso che non riuscirò più a ritornare una persona normale perché esco sempre con la convinzione che il mio mondo è scomparso per sempre. E credo che l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) non solo mi abbia sconfitto, ma abbia anche ucciso la parte migliore di me.

Mercoledì, 2° giorno:

Ho sempre pensato che la speranza aiuti gli umani a far battere il cuore perché, finché speri, sei vivo. E oggi mi sento vivo. Nella mia vita sono sempre stato pronto a tutto, anche ad andare all’inferno, ma non ho mai pensato di capitare da queste parti. Forse, per una volta, il destino ha voluto essere clemente con me.

La prima cosa che penso quando entro nella Città del Vaticano è di chiedere asilo politico a Papa Francesco o d’incatenarmi a Piazza San Pietro per far sapere al mondo intero che in Italia, patria del Diritto Romano e della Cristianità, esiste una pena dove nel tuo certificato di detenzione scrivono Fine pena: 9.999. Poi scaccio questa bella idea (o brutta, a seconda dei punti di vista), perché penso che i miei figli non me la perdonerebbero. Forse, però, i miei nipotini sarebbero d’accordo, ma mi conviene non rischiare. Mi guardo intorno. Lo vedo. E il mio cuore gli parla:

Francesco, il carcere non rieduca nessuno, ti fa diventare solo una brutta persona. E se fai il “bravo” è solo perché sei diventato più cinico di quando sei entrato. Francesco, è difficile spiegare cosa accade nella testa di un ergastolano quando in lui non c’è più futuro perché il suo domani è un domani senza più sogni, progetti e speranza. Francesco, l’unica ragione per pensare al futuro è  un fine pena, ma noi non lo abbiamo perché la società ormai non ci vede più come umani, ma come mostri, forse perché lo sono un po’ anche loro. Francesco, senza speranza non si è più veri umani. Grazie di darci voce e luce. E di avere abolito la pena dell’ergastolo nella Città del Vaticano definendola “Pena di morte mascherata”. Purtroppo, i politici italiani non ti danno retta; forse perché sono poco cristiani e continuano a fare orecchie da mercante. Francesco, più che credere in Dio, ho sempre preferito credere nell’uomo. Per questo più di credere a lui, credo in te.

Non sento il minimo rumore. In tutta la piazza regna un silenzio assoluto. Sentimenti ed emozioni fanno a pugni fra di loro dentro il mio cuore. Penso a quante cose belle mi sono perso nella mia vita. Non riesco a non pensare che non dovrei essere lì. E che quello non è il mio posto. Io dovrei essere in un altro posto. Dovrei essere chiuso nella mia cella. Penso a come è possibile che sono lì. Credo che i conti non tornino. Ad un tratto mi tranquillizzo perché mi convinco che non sono a Piazza San Pietro davanti a papa Francesco. Sono solo dentro un sogno. E presto mi sveglierò nella mia tomba. Mi convinco che questo non è altro che uno dei soliti sogni, uno dei tanti che ho fatto in questi venticinque anni di carcere.  Sono invaso da una felicità bianca. Per una volta mi permetto il lusso di essere me stesso e mi commuovo.

Giovedì, 3° giorno:

Nel viaggio di ritorno in carcere cerco di raccogliere le idee, ma non ci riesco perché penso che sarà difficile che dopo tutti questi anni di prigione riesca a riprendere in mano il mio destino. Poi penso che i giorni in carcere sono senza vita. Ti scivolano addosso senza che te ne accorgi perché qualunque persona per vivere ha bisogno di sperare e di sognare. Ed è difficile farlo senza alcuna certezza e con un fine pena nel 9.999. Poi, prima di lasciarmi riseppellire vivo, penso che è stata una bella avventura e decido di “portare” Papa Francesco nel mio cuore per tenermi compagnia. Spero che non si arrabbierà se l’ho portato in carcere con me.

Carmelo Musumeci

Padova, marzo 2016

Clessidra senza sabbia… dagli ergastolani ostativi di Opera

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“Clessidra senza sabbia” è una riflessione sul fine pena mai nata da un gruppo di ergastolani ostativi del carcere di Opera. Una riflessione che è anche una proposta per uscire dall’annientamento del carcere a vita. Questa riflessione, pubblicata in formato digitale da Stampa Alternativa, è scaricabile al seguente indirizzo:

Sette anime… dedicato alle sette studentesse italiane morte a Barcellona

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Margherita Lazzati ci ha inviato questo bellissimo testo che i detenuti del laboratorio di scrittura creativa del carcere di Opera hanno scritto.. un testo dedicato alle sette studentesse italiane morte a Barcellona.

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Sette anime (Catalogna, 21 marzo 2016)

All’imbrunire di questo primo giorno di primavera osservo il cielo dalla griglia del mio spazio metallizzato.

Penso al tepore dei giardini di marzo, ai campi appena sbocciati e a un’altra stagione da vivere dietro le quinte.

Poi uno schiaffo ferisce il mio cuore.

Gli occhi fissano alla televisione sette fiori prematuramente strappati a una terra impoverita.

Mi chiedo: “Perché piango?”. Non vi conoscevo, non sapevo nulla delle vostre vite. Eppure sono qui a scrivere di voi.

Penso a chi non si rassegnerà mai a non sentirsi più chiamare “Papà”, “Mamma”; sentirsi sussurrare “Ti voglio bene”; incrociare il vostro sorriso; gradire il tatto delle vostre mani; inabissarsi nel colore dei vostri occhi; apprezzare il peso di un corpo che riempiva le case al ritorno da una breve vacanza.

Come affrontare adesso la quotidianità?

Stanze, armadi pieni d’indumenti, pareti imbastite di foto invocheranno le vostre presenze mentre il tempo si fermerà per la memoria.

Si cercherà dai vostri radiosi profili di coronare un inutile sogno: ascoltare due parole… “Sono qui”… per capire che era solo un incubo. Quando invece proprio l’incubo era all’inizio. E dopo questa Santa Pasqua non vi saranno resurrezioni.

Sette anime: eravate lì solo per iniziare a costruire il vostro credo, realizzare il cielo degli ideali. Ma da oggi troppo presto siete lassù ad accompagnare per l’eternità chi vi ha dato la vita, stimate, amate.

Appunto, l’eternità: un mare nel quale un detenuto, ma pur sempre un uomo, un padre, ha versato una lacrima d’inchiostro intriso di dispiacere per voi.

Elisa V., Lucrezia, Elena, Francesca, Serena, Elisa S. Valentina… Sette angeli, Sette anime che saranno lì a ricordarmi di voi quando alzando gli occhi al cielo ammirerò i sette colori dell’arcobaleno.

F.P. nome del Laboratorio di lettura e scrittura creativa della Casa di reclusione di Milano-Opera

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