Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Lettera di Giovanni Lentini a Papa Francesco

Pope Francis touches his cross as he is driven through the crowd during his general audience, in St. Peter's Square, at the Vatican, Wednesday, March 27, 2013. (AP Photo/Andrew Medichini)

Pope Francis touches his cross as he is driven through the crowd during his general audience, in St. Peter’s Square, at the Vatican, Wednesday, March 27, 2013. (AP Photo/Andrew Medichini)

Giovanni Lentini, detenuto a Fossombrone, in occasione del Giubileo indetto da Papa Francesco, ha voluto inviargli questa lettera.

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Caro Papa Francesco,

dopo avere sentito il tuo annuncio del prossimo Giubileo è nata in me l’idea di poter partecipare a questo evento, ma essendo reclamo non potrò recarmi nella Santa Sede per godere dell’indulgenza, come potranno fare milioni di persone. Neanche se riuscissi a sopravvivere per altri cinquant’anni e quindi per i prossimi Giubilei, potrei avere la possibilità di partecipare personalmente all’indulgenza plenaria, poiché sono condannato ad una pena perpetua, ovvero: all’Ergastolo, e quindi destinato a morire in carcere lontano dai miei cari e dalla mia terra, diversamente da quanto si afferma nel libro del Levitico al (cap. 25 versetto 10): “Sarà per voi un Giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia”.

Siamo in tanti in Italia ad avere questo problema… forse saremo duemila ergastolani.

Per noi ergastolani non sarà mai possibile ritornare nelle nostre case, dai nostri cari, né tanto meno potremo partecipare fisicamente all’Anno Santo, nonostante avremmo più bisognoso di altri dell’indulgenza, poiché è il malato che ha bisogno di essere guarito e non il sano, così recita lo Spirito Evangelico… E noi siamo malati nell’animo, nel cuore, infettati da tutte quelle patologie generate dalla sofferenza, dalla disunione dall’amore divino, dalla privazione della libertà, dal drastico distacco dalle nostre famiglie e dai nostri figli, dall’incolmabile vuoto affettivo, dall’indicibile dolore atroce causato dal ferale Fine Pena Mai che affligge le menti e pervade l’anima di tutti noi. Insomma siamo affetti da mali e patimenti che solo un miracolo di Dio o di un Santo potrebbe alleviare o risolvere.

La cosa peggiore è che nelle condizioni in cui mi trovo non posso offrire opere meritorie per ottenere l’indulgenza, ma nonostante i miei limiti, le mie debolezze, voglio partecipare, seppure a distanza a questo evento straordinario inviandoti questo scritto, questa preghiera… un modo per alzarmi dalle cadute, dal baratro in cui mi trovo e per avvicinarmi all’amore di Dio.

“Signore, sei stato buono con la tua terra, hai ricondotto i deportati di Giacobbe. Hai perdonato l’iniquità del tuo popolo, hai cancellato tutti i suoi peccati. Hai deposto tutto il tuo sdegno e messo fine alla tua grande ira. Rialzaci, Dio, nostra salvezza, e placa il tuo sdegno verso di noi”… (Salmo 84).

Santo Padre, mi auguro che nell’anno del Giubileo, tu possa rinnovare l’invito agli uomini del potere affinché aboliscano questa pena ferale e che il loro cuore sensibilizzato dalle tue parole li spingerà a seguire il tuo esempio abolendo questa pena disumana, che devasta le anime non solo di chi la vive sulla propria pelle, ma soprattutto affligge chi ci sta vicino, i nostri figli e i nostri familiari.

Secondo me non esiste un male maggiore e un male minore, uno da punire e uno no. Il male è male, è una caduta, un distacco dall’amore divino, tutti cadiamo in un modo o in un altro, fin dalle origini dell’uomo siamo portati a staccarci dall’amore incondizionato di Dio. La cosa più importante però è riuscire a rialzarci con la certezza che siamo già stati salvati da Cristo e quindi con la possibilità di riunirci a Lui.

Come afferma Cristos Yannaras: “E’ naturale che l’uomo fallisca anche dopo il battesimo nello sforzo per trascendere l’autonomia della sua individualità. Non riesce sempre a dominare i desideri e i bisogni assolutizzati della sua natura individuale; fallisce nell’ascesi, nell’esercizio della sua libertà. Ma la chiesa lo accoglie di nuovo, assume il suo fallimento, riconosce nella sua libertà, come conferma della verità, della sua persona. Questa accettazione e questo ristabilimento dell’uomo nella vita, che è l’amore e la comunione della chiesa, dopo qualsiasi sua caduta, costituiscono a loro volta un sacramento, un evento di riassunzione della libertà umana da parte della grazia di Dio: il sacramento della penitenza e della confessione”. (La libertà dell’ethos di Cristos Yannaros pag. 148).

Santo Padre, spero vivamente che questo mio scritto giunga nelle tue mani e tu possa dare un segnale al mondo intero… Santo Padre, aiutaci a risollevare le nostre vite…

Fossombrone

 

Giovanni Lentini

 

Sulle arti marziali (seconda parte)… di Pierdonato Zito

artimarziali

Oggi pubblico la seconda e ultima parte del testo che il nostro Pierdonato Zito ha dedicato alle arti marziali.

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Conseguentemente non occorrevano molti muscoli, ma si dovevano quindi utilizzare bene i muscoli che si avevano. Utilizzare bene i muscoli che si avevano. Utilizzare la stessa forza dell’avversario per trarre dei propri vantaggi. Ero un adolescente. E’ questo il periodo della vita in cui l’essere umano acquista gradualmente le capacità e le caratteristiche dell’adulto in transizione tra l’infanzia e l’età adulta. 

L’adolescente acquisisce le caratteristiche fisiche e le competenze cognitive e sociali che rendono in grado di inserirsi a pieno titolo nel mondo dei grandi. Scoprivo con i miei occhi un mondo magico fatto di un’antichissima arte marziale.

L’uomo per sua natura desidera conoscere. Perciò questa attività conoscitiva per me si manifestava inizialmente come uno stato di meraviglia, come stupore di fronte all’infinita varietà delle cose che vedevo, apprendevo e si dispiegava in un mio domandare continuo, un mio interrogarmi di continuo.

Quante incomparabili emozioni nel leggere che le arti marziali avevano la natura dell’acqua e che perciò non avevano forma propria, ma prendevano la forma del recipiente che lo conteneva. In un bicchiere l’acqua “diventa bicchiere” adattandosi. In un bicchiere l’acqua “diventa bottiglia” assumendone la forma. Solidificata in ghiacciaio aveva la solidità della roccia, evaporizzandosi diventava invisibile. Che rendeva innumerevoli servizi all’uomo, che l’acqua era vita. Queste similitudini, queste metafore rapivano il mio interesse di bambino.

———————- SUL COMBATTIMENTO————————————

Quando combattevo, in testa avevo solo Lui, il mio avversario. Mi concentravo attentamente su di lui. Attraverso lo sguardo capivo molte cose. Non lo sottovalutavo, né lo sopravvalutavo. Tenevo nelle giuste osservazioni chi avevo di fronte. Usavo la determinazione, consapevole di avere coscienza di avere lavoro bene su me stesso. Passavo dall’immobilità all’azione in poco tempo. La capacità di gestire un combattimento è anche capire che il momento giusto per agire. La prontezza di riflessi vale da sola il 70%, l’80% negli sport da combattimento. Scrive Yukio Mishima, in “lezioni spirituali per giovani samurai” che… l’azione è solitamente compiuta con una rapidità che non concede spazio al pensiero. L’attività mentale è possibile soltanto prima e dopo l’azione.

Il mio modo di combattere è stato sempre basato sulla conclusione rapida del combattimento. Attendo a non sprecare energie, avendo presente le mie capacità e i miei limiti, a non farsi prendere dall’ira. L’ira ti scopre, la tecnica invece ti protegge. Imparare a “non prenderle” è già molto importante, prima che a darle. E non vince alla fine chi ha più forza fisica, ma chi è più intelligente.

So che il mio amico Alfredo è un cultore delle arti marziali e della filosofia orientale. Desideravo condividere con gli amici del blog questa esperienza sportiva, relativa alla mia prima vita. Mi sono perciò ulteriormente convinto a scriverlo quando Alfredo mi ha sollecitato a farlo, ed è a lui che dedico questo scritto.

La trama è quella della vita, con i suoi tanti rivoli, con le sue passioni, le sue illusioni, speranze e smarrimenti. In questo cubo di cemento, continuo a inventarmi la vita, mentre la vita passa, condizionata dall’inclinazione allo scavo autobiografico, costantemente da me stesso sottoposto ad indagine. Si deve parlare dell’uomo, diceva M. E. Montaigne, ma in fondo chi è l’uomo che io conosco meglio, se non me stesso?… alla prossima puntata.

Voghera 29 aprile 2015

Pierdonato Zito

Sulle arti marziali (prima parte)… di Pierdonato Zito

artimarziali

Pierdonato Zito, detenuto a Voghera, è una persona estremamente preziosa.

E’, a tutti gli effetti, un uomo che negli anni ha scavato molto profondamente dentro di sé, fino a forgiare una personalità rigorosa e allo stesso tempo carica di intensità morale. Una lunghissima introspezione lo ha come “scorticato” delle croste esterne della personalità, rendendolo “libero” da tutta quella serie di personalismi, vanità, voglia di apparire e competere, timori di non essere compreso. Si può dire che nel tempo ha acquisito come una “saggezza” che riesce a rendere in uno stile “classico”, nel senso che ricorda lo stile dei classici latini e greci.

Un giorno ci siamo trovati a confrontarci sul tema delle arti marziali, di cui sapevo che era un appassionato. A un certo punto gli ho chiesto di scrivere un testo sulle arti marziali. E adesso lo condivido con voi. 

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Quando hai un avversario di fronte, hai uno che vuole che tu soccomba, che tu sia costretto a cedere, che tu sia perdente. E’ lì, in quel momento, che nasce la sfida. E’ lì che ti metti a nudo. E’ lì che misuri il tuo attaccamento alla vita. E’ lì che il più forte dei nostri istinti viene fuori: l’istinto di sopravvivenza. Sul ring c’è solo: la vittoria o la sconfitta. Tutto il resto è annullato, non esiste. Hai di fronte solo l’avversario che desidera che tu cadi, poi con questo ti motiva a combattere.

Entra molto presto nella mia vita l’amore per le arti marziali. Nel 1969. Nell’estate di quell’anno l’uomo sbarcava sulla luna. Un evento di eccezionale importanza scientifica per tutta l’umanità.

E’ successo in quell’estate che ho ricevuto i primi rudimentali insegnamenti di arti marziali. Le prime tecniche di gamba e di mao, di attacco e di difesa.

In quell’estate una canzone allieterà la mia giovanissima età: “Lisa dagli occhi blu”. A cantarla era Mario Tessuto che venderà tre milioni di dischi. Un successo strepitoso. In quell’anno compivo i primi dieci anni della mia vita.

Il contesto storico, ambientale, sociale: Siamo in un piccolissimo paese nel profondo Sud, le arti marziali erano qualcosa di sconosciuto, al Sud come al Nord, tranne nelle grandi città come Roma, Milano, ecc.ecc. . dove esistevano alcune palestre, ma siamo in un contesto sociale dove questo sport era totalmente ai più, sconosciuta, e annoverava pochissimi praticanti.

In televisione trasmettevano solo incontri di pugilato, era l’unico sporto da combattimento conosciuto dalla stragrande maggioranza delle persone. I tre incontri tra il pugile di colore Griffith e Nino Benvenuti a fine anni ’60, trasmessi a tarda notte, butteranno giù dal letto mezza Italia.

Erano questi i nomi da pugili che riecheggiavano nella mia mente di bambino e poi un altro grande mito, Cassius Clay, che si dirà… Danzava sul ring come una farfalla e pungeva come un’ape e che poi, nel 1976, muterà il suo nome in Muhammad Alì. E’ stato e rimane un grandissimo pugile. Un campione e una guida per la sua gente.

Scrivo queste pagine all’età di 56 anni, a scriverle, quindi, è un veterano di questa materia. Oggi tutto è diverso, tutto è  in eccesso, tutto ci viene proposto in modo massiccio, c’è una overdose di notizie, di immagini, che all’epoca  non esistevano. Allora si aspettavano mesi, addirittura anni, per vedere e godersi finalmente “un incontro”, molto atteso in TV.

Era un mondo più piccolo, nel senso che non si sapevano molte notizie come oggi. Ognuno viveva sulla nella sua piccola realtà. Oggi invece sappiamo quasi tutto di tutti e questo, quasi in tempo reale, da ogni parte del mondo ci si ritrovi.

In quell’estate del 1969 ho visto per la prima volta un kimono bianco, ho visto per la prima volta delle cinture, degli attestati scritti con ideogrammi coreani ed in lingua inglese. Nessuno dei miei amici e persone che frequentavo avevano mai visto cose del genere, e neanche sentito parlarne.

Devo a mio fratello maggiore di ritorno in quell’anno dal Canada (da Toronto) l’opportunità di avere appreso l’arte marziale coreana, chiamata Tae-Quan-Do.

A sua volta l’istruttore di mio fratello, un coreano Park og Soo, tra le figure più rappresentative  e divulgative del Tae Quan Do a livello mondiale, all’epoca (nel 1969) 6° dan, uno dei massimi esponenti di questo stile.

Le foto che vedevo di combattimenti interstili, aperti cioè alle varie forme di combattimento di karate al Madison Square Garden di New York, dove mio fratello aveva combattuto, suscitarono in me una forte passione sportiva.

—-STORIA DI UNA PASSIONE SPORTIVA—-

Intano mio fratello successivamente emigrò in Germania e quel seme caduto per caso su un terreno fertile produrrà i suoi frutti.

La passione è un sentimento intenso, impetuoso. E’ un forte sentire, a volte violento, che può dominare l’uomo, condizionandone la volontà. Solitamente noi immaginiamo l’uomo saggio come una persona assente da passioni, quasi apatico, mentre il saggio ha le sue passioni. E’ soltanto che riesce a controllarle. 

L’uomo può controllare le passioni  con la ragione e quindi la passione, in questo caso, coincide con la ragione. In altri casi la passione non coincide con la ragione.

Le arti marziali mi attraevano, come una irrefrenabile sirena. Il Karate per me fu come una sorta di anestetico, come una ossessiva autoipnosi, adatta a sfuggire la malinconia adolescenziale. Frequentavo la scuola, studiavo, mi innamoravo e, disincantato, coltivavo i gemi della mia “furia creativa”. Sono così cresciuto a pane e karate, a pane e arti marziali.

Avevo circa 11 anni quando tra le mie prime letture di bambino, su un giornalino molto noto all’epoca, “L’intrepido”, incontrai un bellissimo articolo sulle arti marziali. Raccontava di un filosofo che camminava in un campo innevato, notò che i rami più grossi si spezzavano sotto il peso della neve, mentre i più sottili, ma flessibili resistevano al peso. Ecco spiegavano, era stato trovato il principio delle arti marziali. Ovvero non si oppone forza alla forza ma è la flessibilità e la tecnica a vincere. La capacità di diventare concavo e convesso. Metafore straordinarie della vita stessa.

(FINE PRIMA PARTE)

Lettera di Pasquale De Feo a Piero Sansonetti

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Dopo avere pubblicato, giorni addietro il reclamo scritto dal nostro Pasquale De Feo in seguito al suo trasferimento da Catanzaro al carcere di Oristano in Sardegna.. pubblico oggi una lettera scritta da Pasquale De Feo al direttore del Garantista Piero Sansonetti, in accompagnamento a copia del reclamo.

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Redazione “Il Garantista”- Direttore Piero Sansonetti

Via Indipendenza n. 43- 88100- Catanzaro (CZ)

Egregio Dott. Sansonetti.

Mi chiamo De Feo Pasquale, galeotto ergastolano detenuto dal 1983.

Siccome lei presta molta attenzione alle tematiche della giustizia e del sistema penitenziario, Le scrivo per informarLa che da alcuni mesi è in atto una deportazione di massa in Sardegna.

Balducci, Anemone e compagni, con la complicità di padri politici, hanno avuto senza gare di appalto, con la scusa della sicurezza, gli appalti per la costruzione delle carceri in Sardegna, facendo lievitare i posti letto e di conseguenza i costi.

Per riempirli stanno deportando migliaia di reclusi nel silenzio generale. Il 99% siamo tutti meridionali con mostrificazione di decenni. Siamo ottima carne da macello. Questo esodo forzato è una tortura, perché allontanarci dai nostri famigliari, impedendoci regolari contatti per coltivare i nostri affetti, è una tortura peggiore del 41 bis. 

Calpestare i diritti umani non basta, vogliamo aggiungerci anche altro, per sanare il sovraffollamento vogliono costringerci a scontare la pena in cella con altre persone, violando le leggi e i regolamenti penitenziari.

Il mio destino è di morire in carcere essendo un ergastolano ostativo, ne sono consapevole, ma fino a quel giorno chiedo di essere l’unico abitante del “loculo” (cella), dove vengo ubicato, come prescrivono le leggi e le norme penitenziarie.

Le invio questo reclamo che ho presentato, fiducioso della sua attenzione. La saluto cordialmente.

Pasquale De Feo

Oristano 12 giugno 2015

Consola… da “Aspettando il 9999″ di Giovanni Farina

Benfenati

Pubblico oggi una poesia di Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro, tratta dal suo libro “Aspettando il 9999″.

L’immagine che accompagna il post è la riproduzione di un opera dell’artista Giuseppe Benfenati.

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CONSOLA

Consola

il mio esilio

con lunghe lettere,

dai al prigioniero

il segno della vita,

fa ch’egli

possa attendere

la sua sorte senza morire.

Reclamo di Pasquale De Feo dopo il suo trasferimento in Sardegna

artis

Pubblico oggi il reclamo che Pasquale De Feo ha scritto, in merito al suo trasferimento dal carcere di Catanzaro a quello di Oristano.

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OGGETTO: Reclamo ai sensi dell’art. 35

                      Ministro della Giustizia Andrea Orlando

                      Capo del DAP- Dott. Santi Consolo

                      Magistrato di Sorveglianza di Oristano

                      Direttore del carcere di Oristano- Dott. Pierluigi Farci

                      Comandante del carcere di Oristano

De Feo Pasquale nato a Pontecagnano (SA)  il 27/01/1961, attualmente ristretto nel carcere di Oristano (SARDEGNA), ubicato in regime AS-1, in espiazione pena dell’ergastolo.

PREMESSO

Da circa un mese sono stato trasferito dal carcere di Catanzaro in quello di Oristano, sono ancora l’unico detenuto della sezione di nuova apertura di regime AS-1.

La sezione è composta da 25 celle con due posti letto, anche se illegalmente ne è stata aggiunta una terza branda.

Sono detenuto dal 1983, fino al 1992 sono stato recluso in regime comune. Dal 1992 al 1996 ristretto in regime di 41 bis. Dal 1996 mi trovo in regime di Alta Sicurezza. Fino al 2009 si chiamava E.I.V., poi AS-1 fino ad oggi.

L’E.I.V. e dopo AS-1 sono una continuazione storica dell’art. 90, come sancisce la circolare ministeriale del 1998.

Il regime dell’art. 90 stabiliva che i reclusi dovevano stare da soli in cella. Essendo E.I.V. e dopo AS-1 una continuazione storica, la norma è trasferita in automatico ai regimi citati. Sto scontando  la pena dell’ergastolo, art. 22 codice penale, che stabilisce l’isolamento diurno per i condannati a questa pena.

Il codice penitenziario stabilisce allocazione in celle singole per ogni detenuto. Negli ultimi vent’anni di allocazione E.I.V. e AS-1 è stato sempre rispettato questo mio diritto alla cella singola o isolamento diurno.

Siccome qui ad Oristano le celle sono a due posti, CHIEDO agli organi preposti per il reclamo e a quelli dove ho inviato istanza per conoscenza di intervenire affinché non venga violato questo mio diritto di scontare la pena da solo in cella.

Sono pronto ad iniziare qualsiasi protesta, anche lo sciopero della fame o farmi allocare nel reparto isolamento, affinché questo mio diritto venga rispettato.

Per i motivi esposti chiedo agli organi interpellati di intervenire per tutelare questo mio diritto, sancito anche dal codice penale.

Nell’attesa porgo distinti saluti.

Con Osservanza

Pasquale De Feo

Oristano, 12 giugno 2015

Grazie professor Giorgio Flamini… dai detenuti di Spoleto

uccello_albero

Il nostro Piero Pavone, detenuto a Spoleto, ci ha inviato una bellissima lettera, letta in occasione dello spettacolo teatrale che i detenuti di Spoleto hanno messo in scena.. in un contesto esterno al carcere

La lettera ringrazia tanti soggetti; ma un ringraziamento speciale è quello che è andato al professore Giorgio Flamini.

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Anche a noi fa molto piacere ringraziare il direttore Luca Sardella, il Comandante Marco Piersigilli, la polizia penitenziaria, il Magistrato di Sorveglianza, l’area educativa, il dirigente scolastico, prof. Roberta Classi, le dame, le ballerine… nondimeno ci scusiamo se ci è sfuggito qualcuno, ma di cuore vogliamo ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a realizzare questo sogno.

Un particolare e sentitissimo ringraziamento lo vogliamo fare al nostro grande, inimitabile, estroso e fantasioso professor Giorgio Flamini. 

Professore, il tuo estro, il pensare in grande.. ci ha fatto volare alto. Quest’anno, come come lo scorso anno, ci hai dato la possibilità per diverse sere di vedere il tramonto, il cielo stellato, la luna piena… solitamente questa atmosfera ispira molti poeti e scrittori, ma in queste sere ci siamo sentiti tutti un po’ poeti e scrittori, ma soprattutto sognatori, perché, per molti di noi vedere lo spettacolo notturno che la natura ci offre era una utopia, ma, come sappiamo, chi crede alle utopie vola in alto.

Tu ci hai creduto e hai fatto sì che per delle ore fossimo dei gioiosi fanciullini, quei fanciullini che Giovanni Pascoli cita nella sua poetica. Dirti grazie è un eufemismo, quindi cogli tutto l’affetto che sappiamo darti, ovviamente ognuno a modo suo.

Concludendo, ti vogliamo ringraziare sentitamente per il tempo extra scolastico che dedichi a noi. Il che vuol dire sottrarre tempo alla tua meravigliosa moglie e ai tuoi splendidi figli e grazie di cuore per avere creduto e per credere in noi, il che ci dà tanta forza e speranza.

Ti vogliamo tanto bene professore.

I ragazzacci di Maiano

Diritto islamico-lezione uno… di Fabio Falbo

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Pubblico oggi la prima “lezione” di una dispensa sul Diritto Islamico, suddivisa in 13 lezioni.. preparata dal nostro Fabio Falbo.

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La denominazione del Diritto Islamico applicato ai Paesi Musulmani è un binomio che riguarda da vicino questa realtà da tempo esistente. Dobbiamo assolutamente pensare che tale diritto non è un diritto morto e, quindi, dobbiamo assolutamente confrontarlo con il diritto positivo dei paesi musulmani contemporanei, sviluppatosi in quindici secoli di storia.. dal Marocco all’Indonesia. Il Diritto Islamico oggi continua ad avere rilievo nei paesi in cui si determinano le regole, appunto. Secondo questo Diritto, che è veicolato dalla religione con precetti normativi inseriti in un testo sacro. Libano, Siria, Giordania e i territori palestinesi che rappresentano il Medio Oriente. I Paesi arabi sono 53, oltre quelli africani, sono paesi islamici. Differenze tra i due: sono Arabi i paesi nei quali si parla l’Arabo come lingua ufficiale e che appartengono alla lega degli stati arabi, organismo internazionale costituito  nel 1945. Gli altri 53 appartengono alla conferenza dell’organizzazione islamica costituita nel 1969. I paesi arabi possono essere islamici; invece alcuni paesi islamici possono non essere arabi. Proprio perché in questi non si parla l’arabo. L’esempio è la Turchia che, pur essendo un Paese Islamico, non ha l’arabo come lingua ufficiale. Essendo circa 300 milioni gli arabi nel mondo su circa 1500 milioni di musulmani, questa cifra equivale a un quinto del totale. Per non essere approssimativi, non dobbiamo associare mai arabo ad Islam. Non possiamo trascurare, inoltre, che il Diritto islamico, è presente con la sua popolazione in Europa, grazie alla Turchia (sede dell’impero ottomano) e ai Paesi dei Balcani. Nel corso della storia il Diritto Islamico si è diffuso senza troppa pubblicità. La Turchia, sebbene sia un Paese in cui non si parla l’arabo, è riuscita ugualmente a diffondere questo diritto e questa cultura fino in Cina. Verso il centro esiste una nuova tradizione islamica, rappresentata dall’area iranica di natura persiana (l’Afghanistan del Nord). Il persano usava, attraverso la sua cultura, una lingua assolutamente raffinata.. quindi lingua, cultura… tradizione giuridica.. formano un tutt’uno. Il diritto, quest’ultimo derivato dalla linea mercantile, poneva in essere veri e propri negozi giuridici.

Una re-islamizzazione, seppur parecchio schiacciata, in quanto l’ala sciita è in maggioranza, nonostante l’influente contrasto esercitato da Saddham Husserin. Nella Repubblica Indiana esistono 150 milioni di persone che applicano il Diritto Musulmano, e sono in grado di orientare le politiche legislative del governo come diceva il figlio di Gandhi, che era stato costretto a riconoscere a questa fascia di musulmani la possibilità di accedere agli alimenti, anche dopo lo scioglimento del matrimonio. Questa cosa non era invece possibile nel Diritto Musulmano non indiano. Questa è stata una sorta di lesione del Diritto Islamico e dei Diritti fondamentali, come recita il Corano. Quindi l’estensione del Diritto extra legem che applicano il Diritto Islamico per le questione che noi chiamiamo Diritto di Famiglia e Diritti Successori.

In Malesia del Nord hanno introdotto il Diritto Penale Islamico, eppure nessuno è portato a pensare che in questi Paesi sia fortemente radicato un principio di natura islamica. In Malesia il Diritto cammina di pari passo e trova pieno riconoscimento nel Diritto Nazionale.

Poi dobbiamo considerare le grandi comunità minoritarie c.d. sacche minoritarie, sia dell’America del Sud che di quella del Nord. Le comunità sono perfettamente integrate, dove il Diritto Islamico non trova, se non in rarissimi casi, riconoscimenti, ma trova applicazione a livello tradizionale all’interno delle mura domestiche, seppure non riconosciuto ufficialmente.

Solidarietà fra le sbarre ad Adriano Sofri… di Carmelo Musumeci

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Riflessioni del nostro Carmelo Musumeci, dopo che Adriano Sofri ha rinunciato a partecipare agli Stati Generali sul carcere e sulla pena indetti dal Ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

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“Gli inglesi spedirono in Australia i condannati e si trovarono in cambio una nazione”. (Tratto dalla prefazione di Erri De Luca dal libro “Fuga dall’Assassino dei Sogni”, Edizioni Erranti di Musumeci e Cosco)

Riguardo agli Stati Generali sul carcere e sulla pena ho già scritto molto per chiedere un coinvolgimento attivo e sostanziale delle persone detenute nella discussione sulla legge penitenziaria. E sinceramente non ho intenzione di dire più nulla, consapevole che gli addetti ai lavori, come sempre, se la cantano e se la suonano da soli.

Ero però contento che il Ministro Andrea Orlano, fra gli “esperti” per riformare il sistema penitenziario italiano, avesse chiamato Adriano Sofri (ex detentuo) che il carcere lo conosce meglio degli avvocati, dei magistrati, dei docenti universitari, degli operatori penitenziari, perché se l’è fatto. Le polemiche che sono uscite per la sua partecipazione all’interno degli Stati Generali sulla esecuzione della pena hanno convinto Adriano Sofri a rinunciare all’incario. Ed io, detenuto condannato alla pena dell’ergastolo, o se preferite alla “Pena di morte viva” o “nascosta” come la chiama Papa Francesco, ho deciso di trasmettergli la mia solidarietà.

Adriano, le polemiche nate per la tua partecipazione agli Stati Generali sul carcere e sulla pena mi hanno fatto capire, se mai ce ne fosse stato bisogno, che non si finirà mai di scontare una pena, neppure quando l’hai finita, perché per la stragrande maggioranza delle persone rimarremo (innocenti o colpevoli, non ha importanza) sempre gli uomini dei nostri reati. Credo che parte della società ci odi perché siamo lo specchio di una cattiva coscienza; e lo fa con vigliaccheria perché siamo inermi e scoperti, né si accontenta di farlo solo con i noi detenuti, ma lo fa anche con le nostre famiglie.

Ci puniscono per tutti i mali della società. E chi non è forte e potente non può difendersi né, a causa delle distanze, incontrare i famigliari perché lo stato ci porta come pacchi, o meglio come anime morte, da una parte all’altra dell’Italia. Eppure i dati di ogni Stato affermano  che non vi è alcuna correlazione tra inasprimento delle pene e riduzione dei reati. Penso che anche i più cattivi possono migliorare ogni volta che ne hanno occasione, ma he stando anni e anni in carcere senza speranza migliorare sia impossibile.

Credo che in uno Stato che pratica la giustizia, i detenuti non siano irrecuperabile, perché è più difficile comportarsi male che bene. Penso che la legge meriti di essere definita tale solo a condizione che gli stessi servitori della legge vi ubbidiscano  e forniscano personalmente esempi appropriati di comportamento irreprensibile. Credo che l’istituzione penitenziaria debba nutrirsi di giustizia, adempierla, nel modo più scrupoloso possibile, farne umile professione e fedelmente metterla in pratica.

Penso che punire, con esclusivo criterio remunerativo, senza dare la possibilità di rieducazione, sia una crudeltà. Credo il prigioniero abbia il diritto di “gridare” e di cercare di capire, anche gridando il suo disagio, per quali ragioni, queste stesse leggi che lo hanno condannato, non vengano rispettate neppure in carcere. Penso che più è lunga la pena e più sia difficile l’inserimento, perché il carcere annulla, distrugge affetti, personalità, progetti, famiglia. E poi una volta fuori, si ritorna, perché non si ha altra scelta. Credo che quando uno ha commesso un reato, quanto prima lo si fa uscire dal carcere, dopo un percorso rieducativo, meglio sia per tutti.

Adriano, hai fatto bene a fare un passo indietro. Se si faranno gli Stati Generali sul carcere e sulla pena da soli, senza il coinvolgimento attivo dei detenuti (o ex detenuti) non capiranno mai che cosa sia una galera o come viva e cosa pensi un prigioniero; produrranno solo chiacchiere.

E per fortuna che alcuni padri della nostra Carta Costituzionale sono stati ex detenuti e hanno partecipato all’Assemblea Costituente portando tutta la loro conoscenza delle galere.

Un sorriso tra le sbarre

 

 

 

 

 

 

Poesia di Salvatore Pulvirenti

BerlinWall_1989_01Il nostro Pulvirenti che ci ha scritto molte volte dal carcere di Badu e Carrus a Nuoro; quella che lui chiama “la prigione senza luce”.

Oggi ci invia questa bella poesia, che pubblico.

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Io so di essere me stesso.

Romperò queste catene

abbatterò queste mura

distruggerò il male

spazzerò la polvere infetta

combatterò l’oscurità.

Aprirò le porte del mio cuore

illuminerò la lampada del mio cammino

guarderò all’infinito.

Abbraccerò l’esistenza.

Salvuccio Pulvirenti  da Nuoro

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