Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Il primo permesso premio dopo 24 anni da uomo ombra (settima parte)… di Carmelo Musumeci

Carmelos2
Lo scorso 14 marzo Carmelo Musumeci, finora ergastolano ostativo ai benefici penitenziari, è uscito per la prima volta, per nove ore, in permesso premio, dopo 24 anni di detenzione.
In carcere ininterrottamente dal 1991, non aveva mai usufruito di nessun beneficio e gli era stato concesso solamente un permesso di necessità di undici ore, nel maggio 2011, per laurearsi in Giurisprudenza a Perugia. Di questo giorno ne aveva descritto ogni fatto ed emozione in un libro: “Undici ore d’amore di un uomo ombra” , di Carmelo Musumeci, con la prefazione di Barbara Alberti- Gabrielli Editori. 
 
Avendo di recente il Tribunale di Sorveglianza accertarto la sua impossibilità ad un’utile collaborazione con la giustizia, dopo decenni da “uomo ombra“, egli ha potuto per la prima volta usufruire invece di un permesso premio.
Ne ha scritto un racconto, in otto parti; dopo le prime sei,  ecco la settima.
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È difficile amare un ergastolano, eppure la mia compagna ci sta riuscendo da 24 anni.(Diario di un ergastolanowww.carmelomusumeci.com)

Settima parte

Ormai mancano pochi minuti alle nove.
Mi accendo una sigaretta.
E tiro una profonda boccata.
Poi inizio a tossire.
E il mio cuore mi consiglia, adesso che ho la speranza di morire da uomo libero, di curare di più la salute.
E butto via la sigaretta.
Ad un tratto la guardia si avvicina al cancello della mia cella.
Lo apre e mi dice che posso uscire.
Per un attimo mi faccio forza per trovare la concentrazione.
E per qualche istante rimango a guardare la parete della mia cella.
Mi accorgo che la mia ombra è meno scura del solito, forse perché è felice anche lei che vado a prendere una boccata d’aria da uomo libero.
Faccio un paio di respiri profondi.
Poi esco dalla cella.
Scendo le scale.
A piano terra mi prende in consegna una guardia.
E dopo avere percorso un lungo corridoio e varcato una decina di cancelli, mi accompagna fuori dal carcere.

Varco l’ultima porta.
E alzo gli occhi in alto.
Mi sembra di non avere mai visto tanto cielo in una volta sola.
Provo un senso di vertigine.
Il cielo brilla di blu.

E mi accorgo che da dentro l’Assassino dei Sogni il cielo non mi è mai sembrato così immenso e bello.
Sembra che non finisce più.
Poi abbraccio con lo sguardo il cortile esterno.
E cerco con lo sguardo il mio angelo.
All’improvviso la vedo.
Ride di cuore.
E con lei c’è Veronica che mi punta i suoi occhi vispi.
Le bacio e le abbraccio tutte e due.
Poi mi prende in consegna la volontaria.
E mi fa salire nella sua macchina.
Dentro trovo un cagnone che mi fa le feste.
E mi guarda con occhi dolci e buoni.
E chissà perché penso che gli animali sono più umani delle persone.
Lo accarezzo.
Poi faccio fatica ad allacciarmi la cintura.
Forse perché non ci sono più abituato.

E partiamo.
Il mio angelo ci viene dietro con la sua macchina.
Lancio uno sguardo fuori dal finestrino.
E mi accorgo che le persone che vedo intorno mi sembrano tutte allegre e vive.
Arrivo alla Casa di Accoglienza “Piccoli Passi”.
È una struttura a due piani, circondata da un ampio cortile recintato.
Dopo qualche minuto arriva la mia famiglia.
Per prima vedo la mia compagna che mi aspetta da ventiquattro anni.
L’amore della mia vita.
E non riesco a staccarle gli occhi di dosso.
Vedo le sue lacrime senza vederle.
L’abbraccio.
E penso che in questi lunghi anni ho sempre avuto paura, tanta paura, di non riuscire mai più ad abbracciarla da uomo libero.
Poi sento nell’aria il profumo dei miei figli.
E capisco che ci sono anche loro.
Sono dietro la mia compagna.
Li guardo negli occhi.
Il loro ampio sorriso mi abbraccia ancor prima che lo faccia io.
E perdo il controllo dei miei pensieri.
Rimaniamo in silenzio per non rovinare quel momento, felici nella felicità.
A volte le parole rovinano tutto.
Poi abbraccio Alberto, il fidanzato di mia figlia.
Poco dopo arriva Mita, la figlia adottiva del mio cuore, insieme a suo marito Francesco.
I loro occhi s’illuminano e ci abbracciamo con affetto familiare.
Poi è tutto una festa.
E tutti ridiamo di cuore.

Continua

Salvatore Torre risponde a un lettore

astratt8Alcune settimane fa pubblicammo una lettera che Salvatore Torre, detenuto a Saluzzo, indirizzava al DAP (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2015/02/13/lettera-al-d-a-p-di-salvatore-torre/).

Salvatore, in merito a quella lettera, aveva ricevuto una contestazione, che lo dissuadeva dal pubblicarla. 

La risposta che Salvatore ha dato a quella contestazione, e che pubblico oggi, è molto efficace.

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In riferimento alle osservazioni fatte, riguardo alla lettera al ” Sig. DAP”, devo dire che comprendo molto bene quali ragioni la invitano a dissuadermi dal farla pubblicare (non ultimo, credo il sospetto che questa pubblicazione possa, magari, recarmi qualche altro disagio), e lo apprezzo davvero tanto.

Ciononostante sono con lei in disaccordo, perlomeno rispetto alle argomentazioni che pone alla base del suo ragionamento, poichè partano -secondo me- da presupposti errati, overossia:

1- che il Sig.DAP sia una istituzione democratica che, ignorando le manchevolezze poste in essere dalla sua amministrazione, provvede a porvi rimedio man mano che ne viene a conoscenza;

2- che a indirizzare al Sig. DAP le proprie lamentele, sia una persona ancora detentrice della illusoria speranza che, da una sua “rispettosa” missiva possa derivare anche un pur minimo miglioramento delle proprie condizioni di vita detentiva.

Ritengo errati questi presupposti giacchè:

A- Il Sig. DAP è un burocrate autoritario che, benchè sia consapevole – sui nei minimi dettagli – del disagio e della sofferenza in cui, il suo regime, costringe a vivere noialtri detenuti, nulla opera perchè questo disagio e questa sofferenza siano, non dico debellati, ma quanto meno attenuati…. sempre che non sia indotto a farlo da pressioni mediatiche (scandalistiche) o da interventi costrittivi da parte di istituzioni superiori (es. dalla Corte Europea dei Diritti Dell’Uomo):

B-Chi al Sig. DAp rivolge il proprio amaro sarcasmo, è una persona la cui esperienza ha reso consapevole che, di fronte a certi tipi di problematiche, nulla può la presentazione di una lettera “rispettosa”, perchè questa si perderebbe, inevitabilmente, dentro il ” dimenticatoio” nel quale, il ricevente, le impila una sopra l’altra trascurando, non di usare la cortesia di rispondere alle stesse, ma, peggio, persino di aprirle.

Detto questo, vorrei Amici sapesse che la lettera al Sig. DAP non è venuta dal nulla, ma ha fatto seguito a centinaia anzi migliaia di lettere (istanze,reclami,petizioni ecc..), indirizzate al Sig. DAP, da me e dai miei compagni di detenzione in oltre un ventennio, e che le stesse hanno ricevuto, sempre, la più subdola delle risposte: l’indifferenza. Ora, è un dato di fatto che la persona disperata tende sempre, speranzosa la mano in cerca di aiuto, ma pure che, dopo un pò, vedendosela ripetutamente negata, toglie il proprio disturbo rifugiandosi quando nell’apatia, quando nella follia… ecc, io mi rifiuto di togliere il disturbo; e questo rifiuto si manifesta anche attraverso una critica intellettualmente e onestamente ” irridente”. Confessata questa mia “vena satirica”, mi resta adesso il disagio di dover deludere qualche amico, nel confermare la mia intenzione di far pubblicare la lettera al Sig. DAP; sono tuttavia dell’idea che questa mia decisione, non pregiudicherà il desiderio di reciproca conoscenza e di confronto, che pone le basi e alimenta ogni sano rapporto umano.

Avanziamo verso la maturità… di Giovanni Leone

Leone

Giovanni Leone, detenuto a Voghera, nostro amico di sempre.

Di lui avete potuto vedere i bellissimi disegni… ce ne sono tantissime di opere sue in questo blog.. opere piene di una vivacità espressionistica, di una potenza del colore, di una simbologia acuta unita a una purezza dello sguardo che riflette la purezza del suo cuore.

Perché Giovanni Leone è da tempo un’anima bambina, un cuore gravido di volontà di dare; teso nello sforzo di trasmettere un senso di bellezza, speranza, coraggio a chi lo legge… capace di avere quell’apertura interiore che ti porta ad andare oltre te stesso, e così raggiungere una “libertà” rara.

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L’aspetto del progetto di costruzione si evince da queste parole ispirate:

“Avanziamo verso la maturità mentale”.

Per il fedele la maturità è un ottimo obiettivo. A differenza della percezione che per l’essere terreno è fuori dalla portata dell’uomo, la maturità è un obiettivo raggiungibile.

Man mano che acquista maturità, il fedele prova più gioia nel servire il prossimo, come mai?

Il fedele maturo è una persona dell’amore che vede le cose dal punto di vista dell’amore.

Mentre quelli che sono secondo la carne, rivolgono la loro mente alle cose della carne. Ma quelli che sono secondo la fede alle cose della fede.

Una mentalità carnale non reca molta felicità, perché induce a essere egocentrici, miopi e dediti alle cose materiali.

Chi la mentalità nella fede è gioioso perché è concentrato sull’amore.

L’amore è fede e desiderio di piacere al prossimo e si rallegra anche nelle prove.

Perché? Le prove ci danno l’opportunità di dimostrare che ciò che persegue il male è bugia e di mantenere l’integrità, deliziando il nostro padre celeste. (In prov.) “sii saggio, figlio mio, e rallegra il mio cuore, affinché io possa rispondere a chi mi biasima”.

(In Giac.) “Considerate tutta gioia, fratelli miei, quando incontrate varie prove, sapendo che questa provata qualità esorta ancor di più a fare questo, affinché io vi sia restituito al più presto.

La maturità si consegue con l’esercizio, con il cibo solido e, per le persone mature, per quelli che mediante l’uso dell’esperienza hanno le loro facoltà di percezione prima per distinguere il bene dal male.

Si deve continuare a crescere.

Se non abbiamo amore, tutta la nostra conoscenza e le nostre opere non serviranno a nulla.

(In prov.)

“Da ogni genere di fatica viene un vantaggio, ma la semplice parola delle labbra porta all’indigenza”.

La Commissione… di Piero Pavone

Siolo

Il nostro Piero Pavone -detenuto a Spoleto- ha da poco fatto gli esami scritti per la maturità, e presto affronterà gli orali.

Questa è una poesia che ha dedicato alla commissione esaminatrice.. ed è anche un bellissimo modo per dire “eccomi, sono qui, sono arrivato fin qui..”.

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LA COMMISSIONE

La commissione giudicante

per una volta non aberrante.

Mi giudica per quel che è il mio sapere

e non per quel che fu il mio deviare.

I libri miei compagni di viaggio

e anche se sono diventato un saggio

hanno arricchito il mio personaggio.

Le loro pagine mi hanno incuriosito

a tal punto da essere stupito.

Io che credevo di sapere tanto

mi sono ricreduto al primo canto.

Dante era il nome di un mio commilitone

non credevo fosse pure quello del girone.

I suoi versi un po’ complicati

che dopo averli capiti

ho viaggiato con lui per itinerari sperduti.

L’arte è stata dalla mia parte

io pittore improvvisato

ai primi tempi incasinato.

Lo studio e l’esperienza mi hanno migliorato

e da Leonardo-Michelangelo e Raffaello sono stato ammaliato.

Loro maestri di tanti

hanno scolpito e dipinto anche i santi.

Inimitabili per molti versi

ma è doveroso ispirarsi.

Oggi sono davanti a voi con il mio sapere,

spero vi possa soddisfare.

Ho fatto del mio meglio

anche con questo mio piglio.

Un grazie lo devo fare

a chi ha creduto in me e al mio sapere.

Pino Pavone

Spoleto 29 aprile 2015

Il primo permesso premio dopo 24 anni da uomo ombra (sesta parte)… di Carmelo Musumeci

Carmelos2
Lo scorso 14 marzo Carmelo Musumeci, finora ergastolano ostativo ai benefici penitenziari, è uscito per la prima volta, per nove ore, in permesso premio, dopo 24 anni di detenzione.
In carcere ininterrottamente dal 1991, non aveva mai usufruito di nessun beneficio e gli era stato concesso solamente un permesso di necessità di undici ore, nel maggio 2011, per laurearsi in Giurisprudenza a Perugia. Di questo giorno ne aveva descritto ogni fatto ed emozione in un libro: “Undici ore d’amore di un uomo ombra” , di Carmelo Musumeci, con la prefazione di Barbara Alberti- Gabrielli Editori. 
 
Avendo di recente il Tribunale di Sorveglianza accertarto la sua impossibilità ad un’utile collaborazione con la giustizia, dopo decenni da “uomo ombra“, egli ha potuto per la prima volta usufruire invece di un permesso premio.
Ne ha scritto un racconto, in otto parti; dopo le prime cinque,  ecco la sesta.
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Per molti anni, forse troppi, ho escluso che il mondo esisteva e adesso sto facendo fatica a pensare che il mondo esiste ancora.
(Diario di un ergastolano http://www.carmelomusumeci.com)

Sesta parte

Arriva il giorno del permesso.
Il mio cuore si sveglia all’alba.
E mi accorgo subito che l’Assassino dei Sogni dorme ancora.
Il silenzio in carcere però è diverso da quello di fuori perché fa rumore lo stesso.
Guardo l’orologio.
Sono le quattro del mattino.
E penso che sia ancora troppo presto per alzarmi.
Sospiro.
Se fosse per me dormirei ancora un po’.
Il mio cuore però mi ordina di alzarmi.
Io faccio sempre quello che mi consiglia il mio cuore.
E mi alzo dalla branda.
Lancio uno sguardo fuori dalle sbarre della finestra.
E vedo che è ancora tutto buio.
Noto che la luce gialla del muro di cinta illumina tutto il piazzale.
E anche un lato del campo sportivo.
Poi apro la finestra.
Mi accorgo che l’aria è ghiacciata.
E la giornata non mi sembra molto bella.
Corruccio la fronte.
E mi auguro che fra qualche ora il tempo migliori.
Poi mi muovo svelto avanti e indietro per la cella per riscaldarmi.
Mi preparò un caffè.
E poi inizio a farmi la barba.
Vedendo il mio viso riflesso nel piccolo specchio mi viene voglia di scambiare due chiacchiere con lui:
Chi sei? Sono io! Io chi?Io! Come ti chiami? Io non mi chiamo, mi chiamano gli altri. Non fare lo spiritoso, dimmi il tuo nome. Sono la tua ombra, chi vuoi che sia? Io però non sono più un uomo ombra. Questo lo dici tu. Non è vero, lo hanno detto i giudici. Sciocchezze, perché da uomo ombra sei passato solo ad essere un uomo penombra. Ti sbagli questo è solo l’inizio. Non t’illudere il tuo fine pena rimane “mai” o, bene che vada, uscirai nel 9.999, come c’è scritto nel tuo certificato di detenzione. Intanto fra poche ore dopo ventiquattro anni uscirò per la prima volta in permesso premio. Divertiti pure, tanto questa sera saremo di nuovo insieme. Vai a quel paese. Non posso perché se ci vado io ci vai anche tu.


Ad un tratto sospiro.
Scrollo la testa.
E smetto di parlare da solo e ad alta voce come uno scemo.
Poi mi vesto.
Ed inizio a passeggiare avanti ed indietro per la cella, in attesa che mi chiamino per uscire.


Continua

Le vignette di Ivano Ferrari

Ecco altre vignette di Ivano Ferrari.

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Il primo permesso premio dopo 24 anni da uomo ombra (quinta parte)… di Carmelo Musumeci

Carmelos2

Lo scorso 14 marzo Carmelo Musumeci, finora ergastolano ostativo ai benefici penitenziari, è uscito per la prima volta, per nove ore, in permesso premio, dopo 24 anni di detenzione.
In carcere ininterrottamente dal 1991, non aveva mai usufruito di nessun beneficio e gli era stato concesso solamente un permesso di necessità di undici ore, nel maggio 2011, per laurearsi in Giurisprudenza a Perugia. Di questo giorno ne aveva descritto ogni fatto ed emozione in un libro: “Undici ore d’amore di un uomo ombra” , di Carmelo Musumeci, con la prefazione di Barbara Alberti- Gabrielli Editori. 
 
Avendo di recente il Tribunale di Sorveglianza accertarto la sua impossibilità ad un’utile collaborazione con la giustizia, dopo decenni da “uomo ombra“, egli ha potuto per la prima volta usufruire invece di un permesso premio.
Ne ha scritto un racconto, in otto parti; dopo le prime quattro,  ecco la quinta.
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Il tempo più lento in carcere è quello dell’attesa. (Diario di un ergastolano http://www.carmelomusumeci.com)

Quinta parte

Sia al di là del muro di cinta che dentro si sparge la voce che non ho più l’ergastolo ostativo e Alfredo mi scrive:

Allora… che dirti… ancora non mi pare di crederci. Nel senso che in molti momenti la mente mi rimanda l’immagine di te come ergastolano ostativo… devo essere io con uno sforzo cosciente a dirmi “Alfrè… ricorda… non è più ergastolano ostativo… anzi… potrebbe anche uscire tra breve… e comunque… soprattutto non è un ergastolano ostativo”. Carmelo il fatto che tu non sia più un ergastolano ostativo è già, di per se stesso, una vittoria… una vittoria epocale. Tu hai già vinto.
Non dimenticarlo mai. Hai vinto anche se domani, per assurdo, ti colpisse un fulmine (dio ce ne scampi) o se capitasse chissà che cosa. Tu in più di due decenni hai ribaltato tutto. Ti sei laureato, hai scritto libri, hai conosciuto tantissima gente, sei stato un punto di riferimento per tanti… e hai superato il muro che sembrava che dovesse durare a vita, l’ostatività. Tu per certi aspetti sei il simbolo degli ergastolani ostativi, e pensare che l’ostatività per te venisse meno, era qualcosa che sembrava utopico. Eppure ci sei riuscito. L’ostatività non è ancora morta in Italia, ma tu le hai inflitto una delle sue peggiori sconfitte. Una volta venuta meno per te, tutti potranno coltivare la speranza. E poi, come ti dicevo, è proprio anche una tua vittoria personale contro il sistema carcere, contro il modo in cui il sistema carcere ti aveva “immaginato”. Tu entrasti in carcere ergastolano ostativo ed in poco tempo in 41 bis all’Asinara… ovvero tu partivi dal girone più basso dell’inferno. Oggi ti cade l’ostatività. Oggi tu sei sul bordo del fiume e sorrisi a tutti quei direttori di carcere, quegli “educatori”, quei poliziotti penitenziari, quei cittadini, quei perbenisti che ti avevano sempre detto che tu non saresti mai uscito dal carcere, che la tua lotta era da illusi, che ti agitavi troppo. Ben,e tu hai vinto. Per certi aspetti avevi già vinto su un piano più profondo, anche se non ti avessero tolto l’ostatività. Ma con questo evento tu realizzi una vittoria anche da altri punti di vista. Hasta seimpre esperanza compagnero.

Il passaparola si diffonde anche fra le detenute.
E Johanna mi scrive:
Devo dirti che ho provato una felicità indescrivibile. Ti posso giurare che mi sono uscite le lacrime di felicità. Sono contenta. Te lo giuro, perché lo meriti. È questo sarà il primo passo per iniziare.
Quando l’ho saputo sono andata dalla detenuta spagnola, lei sta leggendo il tuo libro, e ci siamo abbracciate.

Finalmente, dopo ventiquattro anni di carcere, mi arriva il primo permesso premio ed il magistrato di sorveglianza scrive “(…) Concede e Musumeci Carmelo, sopra generalizzato, il permesso a recarsi a Padova presso la Casa di Accoglienza “Piccoli Passi” sita in via Po n.261, accompagnato da un operatore volontario della struttura. Il detenuto uscirà dalla Casa di Reclusione di Padova alle ore 9.00 del 14 marzo 2015 e vi farà rientro alle ore 18.00 dello stesso giorno.
E penso che avevo imparato a fare il morto perché non mi aspettavo proprio più nulla dagli umani perché con il trascorrere degli anni la speranza mi si era assottigliata, ma ora dovrò anche rimparare a credere e ad avere fiducia.

Continua

Dal libro “Le altre facce del perdono” di Domenico D’Andrea

perdono

Domenico D’Andrea, il nostro amico detenuto nel carcere di Padova… uno dei pochi detenuti con due lauree di cui una in giurisprudenza, e un percorso in criminologia, oltre a vari altri master.. persona sempre dedita al superamento di se stessa, allo studio e alla condivisione.. con diversi libri scritti, di cui uno sul perdono, di cui già altre volte avevamo pubblicato dei brani.

Oggi ne pubblichiamo un altro.

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“(…)

La sofferenza rafforza i valori. Guardarsi indietro e rammaricarsi di ciò che si è fatto, senza imparare da questo a voltare pagina nella propria vita, porterà solo ad altri problemi. Ho deciso di vivere la vita secondo i miei valori e pensando che le cose negative possono succedere a chiunque, indifferentemente da quanto uno sia buono o cattivo. La cosa importante è voltare pagina nella propria vita e aiutare gli altri, anche se talvolta non è apprezzato, ti trattano male o non ti sono riconoscenti.

Perdonando le ferite che hanno fatto nella mia vita, acquistai consapevolezza che molti camminano intorno senza neppure sapere come riuscire a risolvere il loro dolore. Ho visto come ci si ferisce l’uno con l’altro ogni giorno, in atteggiamenti che tendono a sopprimere l’altro, criticare ferocemente, ritenersi superiori. Capisco come i comportamenti patologici siano causa di dolore a chi ami e come le angosce irrisolte possono trasformarsi in rancori. Quando vedo una persona adirata, non sono più intimidito, ma triste per quanto stia limitando se stessa. Quando le persone sono adirate, rancorose e assorbite da loro stesse, non possono essere creative e aperte a nuove esperienze. Sono legate ai loro paradigmi limitati. Non riescono a crescere e a vedere la vita nella sua pienezza.

Il vostro compagno di viaggio è una figura importante per condividere il peso del vostro dolore. E’ necessario che il perdono non avvenga mai il solitudine. Il dolore che provate potrebbe sembrare profondamente chiuso dentro voi stessi e inaccessibile agli altri. Quando accettate il dolore, può sembrarvi di caricare tutto il peso sulle vostre spalle. In realtà può essere condiviso con altri.

Quando le persone trovano un significato alla loro sofferenza, giungono ad una nuova comprensione di ciò che è successo nel passato. Inseriscono la sofferenza in una prospettiva, sapendo che hanno imparato dall’esperienza qualcosa di prezioso. Trovare uno scopo non cambia solo il vostro atteggiamento verso il futuro, ma indica anche le direzioni che dovremmo prendere.

La verità ci rende liberi, ma anche la libertà ha un prezzo. Questo prezzo include il confronto coraggioso con la nostra ira, l’essere in grado di etichettare i comportamenti di qualcuno come sbagliati, l’accettare con umiltà che qualcuno ci ha profondamente ferito e lavorare sul cambiamento dei nostri pensieri, sentimenti e comportamenti verso una persona che non lo merita.

Con il tempo il nostro lavoro e il sostegno di altri possono iniziare a portare frutto. Possiamo sentirci più liberi e persino più maturi.

(…)”

Giuseppe Zagari: si prepari la roba è in partenza

Labirinto

Come sapete, si è deciso di smantellare la sezione Alta Sicurezza Uno del carcere di Padova.

E i detenuti che si trovavano in questa sezione verranno spediti, come tanti pacchi postali, nelle carceri di mezza Italia.

Poco importa, ai signori dell’amministrazione carceraria che, così facendo, si distrugge un percorso di trattamento.. tra l’altro attuato in uno dei pochi carceri veramente in grado di fornire reali opportunità di crescita.

Poco importa che questi detenuti si sentivano valorizzati e stavano crescendo da ogni punto di vista.

Sei solo un numero.. sembra dire il sistema carcerario.. sei solo un pacco… non ce ne importa nulla se dovrai ricominciare daccapo.. in qualche pessimo carcere punitivo magari.. con nuovi compagni, nuovi operatori e chissà quanti nuovi ostacoli.

In questo testo che oggi pubblico, il nostro Carmelo parla del primo detenuto della sezione AS1 di Padova ad essere trasferito, Giuseppe Zagari.

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La rottamazione della sezione di “Alta Sicurezza Uno” del carcere di Padova è iniziata. E Giuseppe è stato il primo questa mattina ad essere trasferito. Lo immaginavo che sarebbe stato nella lista di quelli che non sarebbe stato declassificato perché il prigioniero che non abbassa la testa, che non accetta ricatti o contesta politicamente o individualmente l’ordine costituito o che vuole scontare la sua pena in modo dignitoso, costruttivo ed in positivo nelle “deportazioni” viene sempre messo nella “lista rossa” dei funzionari del Dipartimento Amministrativo Penitenziario. Questa è la regola perché per alcuni burocrati lo scopo del carcere non è quello di educare, ma deve solo punire, deve servire da esempio agli altri perché il detenuto  che reclama a torto o a ragione è un nemico. Giuseppe da alcuni mesi frequentava  la redazione di “Ristretti Orizzonti” e incontrava centinaia di studenti  durante la settimana nel progetto “Scuola Carcere” e rispondeva  con timidezza a tutte le loro domande. L’altro giorno mi ha confidato che da quando era entrato a fare parte della redazione di “Ristretti Orizzonti” e parlava con i ragazzi era cambiato  e incominciava a sentirsi  colpevole, cosa che non gli era mai venuta in mente quando era chiuso in cella tutto il giorno, come una belva in gabbia. Ci sono rimasto male che l’hanno mandato via perché mi ci ero anche affezionato. Non ho neppure potuto salutarlo e ringraziarlo, perché per Pasqua mi aveva regalato un coniglio di cioccolata bianca per mia figlia.

Chissà Giuseppe adesso dove sarà. Si vocifera che è stato manato nel carcere di Sulmona. E mi viene in mente quando dal carcere di Voghera ero stato trasferito in quell’istituto, lo chiamavano il carcere dei suicidi .. “Musumeci in partenza, in cinque minuti deve prepararsi la roba, forza andiamo, si prenda solo il minimo indispensabile, non più di sette chili”. “Un attimo che sono appena le quattro del mattino, datemi almeno il tempo di svegliarmi…”. Poi la solita prassi, perquisizioni, flessioni, manette e partenza con blindato. All’arrivo in quel carcere, come si usa di solito, mi avevano subito dato il benvenuto. “Musumeci, si ricordi che noi abbiamo sempre ragione e le suggeriamo di imparare la lezione rapidamente. E si raccordi che è impossibile non essere d’accordo con noi. Qui l’unica regola che vige è quella di sorvegliare e punire, fare soffrire più del dovuto i rifiuti della società, con qualunque mezzo, dovete comprendere il nulla della vostra esistenza…”.

Purtroppo il carcere è il luogo dove più di qualsiasi altro posto non rispettano la legge. E quando il prigioniero si vede esposto a sofferenze che la legge non ha ordinato e neppure previsto, poi entra in uno stato di collera abituale contro tutto ciò che lo circonda perché non vede altro che dei carnefici intorno a lui. La cosa più brutta è che poi il prigioniero non crede più di essere stato colpevole perché il detenuto accusa la giustizia stessa di esserlo più di lui. Spero che questo non accada anche a Giuseppe, per non fargli interrompere la crescita interiore che aveva intrapreso con la redazione di “Ristretti Orizzonti” e gli incontri con gli studenti, ma sarà difficile che una persona possa migliorare murato vivo in una cella per tutto il giorno senza fare nulla, come accade in quell’istituto, e con un fine pena anno 9.999.

Buona vita Giuseppe. Abbi cura di te e del tuo cuore. Un abbraccio fra le sbarre.

Carmelo Musumeci.

Carcere di Padova, aprile 2015

Aurelio Quattroluni- un altro detenuto trasferito da Padova

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Aurelio Quattroluni è un’altro dei detenuti di Padova, in regime di Alta Sicurezza 1, che stanno per essere impacchettati e spediti in tutta Italia, visto lo smantellamento dell’A.S.1 di Padova.

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Mi chiamo Aurelio Quattroluni, ho 55 anni, di cui gli ultimi 20 trascorsi in carcere.

Ero un impiegato statale fino al giorno del mio arresto.

Attualmente sto scontando la pena dell’ergastolo per un solo reato di omicidio. Ho finito di scontare i reati ostativi nel 2003, perché per il reato di omicidio l’aggravante dell’art. 7 è stato escluso in sentenza.

Non si comprende come è possibile che dopo 10 anni trascorsi nel regime del 41 bis, revocatomi dal Ministero di Grazia e Giustizia perché sono venuti meno i presupposti per continuare la mia permanenza in tale regime, vengo per cui allocato in sezione E.I..V., divenuta poi A.S.1 da 10 anni.

Dopo varie strutture, nel 2010 vengo trasferito al carcere di Milano Opera e avvio l’istanza di declassificazione nel 2011, ottenendo pareri favorevoli della DDA di Catania per essere allocato nel circuito di media sicurezza ma, vengo contrastato dal Direttore dott. Siciliano, in quanto secondo una propria ipotesi trattamentale del 9 agosto 2012 riteneva opportuno che venissi declassificato al circuito AS3, ma verosimilmente il D.A.P., non prendendo atto né delle informative anti mafia, né della relazione trattamentale del dott. Siciliano, mi trasferiva al carcere di Sulmona, chiaramente col regime di A.S.1.

Dopo circa un mese venivo ancora una volta trasferito nel carcere di Padova, dove attualmente mi trovo detenuto.

Tengo a precisare che le mie patologie (ansia depressiva e claustrofobia) mi hanno portato nel passato a tenere comportamenti non proprio esemplari, ma dovuti soprattutto alle forti soverchierie, vessazioni e torture psicologiche che subivo dagli operatori in genere. Chiaramente il tutto si racchiudeva in discussioni verbali che mi hanno portato ad avere svariate sanzioni disciplinari.

E’ importante mettere in chiaro che, grazie alle opportunità messe a disposizione da questa direzione e alla serena vivibilità che questa struttura offre, da quando mi trovo allocato in questa sezione AS1, sono riuscito a trovare un mio equilibrio mentale e psicologico che mi permette di affrontare le giornate nel migliore dei modi, riuscendo anche a mantenere tranquilli rapporti con i miei famigliari. In specie riesco a socializzare con i compagni della sezione e soprattutto partecipare a incontri organizzati dalla redazione di Ristretti Orizzonti nella persona di Ornella Favero che rappresenta per una buona parte di noi carcerati un importante salotto di confronto e sostegno morale per il nostro futuro.

Dopo quello che ho vissuto nelle altre strutture e dopo quello che con tanta forza e sacrificio sono riuscito a creare in questo istituto, apprendo che devo essere un’altra volta sradicato dalla mia quotidianità per essere trasferito nel carcere di Parma che ha fama di essere un carcere estremamente punitivo, ai livelli del carcere di Milano Opera.

Tale “deportazione” so già che causerà in me gravi conseguenze per la mia salute, la mia psiche e, prendendo atto di questo, non vorrei incorrere in qualche gesto inconsulto. Desidererei per cui che mi si desse la possibilità di continuare il mio percorso in questo istituto o tuttalpiù (anche se credo sia un’utopia) in una struttura che abbia la mentalità di non punire il detenuto ma bensì di aiutarlo nel reinserimento nella società e in quest’appello mi sento di parlare anche a nome di altri detenuti che si trovano nella mia stessa situazione, ma sono certo che tutto questo rimarrà esclusivamente un isolato pensiero. 

Aurelio Quattroni

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