Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Un ex detenuto e un ergastolano si scrivono

Pubblico oggi questo bellissimo scambio epistolare tra il nostro Carmelo e un’e detenuta. Sono parole che dovrebbero essere lette con molta attenzione e da tante persone.

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Avevo già capito che i posti per il paradiso erano pochi, mentre l’inferno era aperto a tutti. E fin da piccolo giurai a me stesso che nella vita avrei lottato con tutte le mie forze per salire in paradiso. Ancora, però, non sapevo che sarei sceso solo all’inferno.   Dal libro di Carmelo Musumeci “Angelo SenzaDio” disponibile su Amazon

Ciao Carmelo,
stasera è una di quelle serate in cui il cervello vola verso altri orizzonti che sono sempre lontani dall’immaginario comune. A volte mi sembra di vivere due vite, una in cui mi sembra di essere come tutti gli altri, e l’altra in cui mi sembra di essere perennemente in uno stato di prigionia. Le due vite non si incontrano mai, perché ancora, dopo tanti anni che sono uscita dal carcere, non sono riuscita mai a spiegare alle persone care che cosa significhi essere privati della libertà. Allora mi sembra una doppia prigionia, quella fisica e quella mentale, perché sono convita che detenuti si rimanga tutta la vita e, nonostante tu faccia di tutto per cancellare quel brutto ricordo, succederà una bella notte che sognerai la guardia che ti sveglia con la torcia, oppure sentirai il rumore delle chiave che ti ronza nella mente. Quando aprirai gli occhi penserai: “meno male che è solo un sogno!”. Ma, in realtà, non è così perché in Italia in galera ci finisci sempre due volte: la prima da presunto innocente e la seconda da condannato. Poco importa se nel mezzo una persona si ricostruisce una vita, perché la legge è questa e non ci sono altre vie d’uscita.
Rieducazione, reinserimento e altro ancora diventano un lontano miraggio perché, come in tutte le cose che contraddistinguono il nostro modo di essere, nessuno è realmente interessato alla sofferenza altrui. Se dovessi raccontarti la mia vita in una sola parola potrei usare il termine “diversa”, perché è così che mi sento ora che ho quasi trent’anni. Ed è stato così anche da bambina quando, invece di giocare con le amichette, mi piaceva aiutare gli altri. Così sono cresciuta, senza malizia e nella convinzione che se fai del bene ottieni lo stesso. Ma nulla è stato come pensavo. Dopo quello che ho vissuto, ho perso fiducia negli esseri umani, ma soprattutto ho capito che esiste una certa tendenza a “godere delle sofferenza altrui” che mi spaventa tremendamente.

     Ti scrivo questo perché ti penso molto spesso, penso molto spesso alle parole che ci siamo dette nel corso di quel pomeriggio passato insieme. Mi rendo conto di come siano complesse le relazioni umane e di come basti davvero un piccolo gesto per cambiare una vita; nel tuo caso possiamo dire per sempre (…ma anche nel mio). Credimi, se fosse per me potrei riempire le mie giornate di seminari sul carcere, sull’ergastolo o su qualsiasi argomento che parli di “umanità”, ma mi sto rendendo sempre più conto che nelle persone c’è solo una terribile voglia di trovare “il cattivo” e poca voglia di capire il perché di molte cose. Vivo questa frustrazione quotidianamente e la cosa che mi fa più male è vedere alcune mie colleghe (che studiano servizio sociale!) che mi dicono di stare dalla parte delle vittime e non dei carnefici. Ti rendi conto del livello in cui siamo arrivati? Dopo anni di istruzione ci sono persone che ancora non sono in grado di sviscerare le situazioni, ma si sentono in diritto di poter giudicare e condannare. Sono sempre più convinta che, se raccontassi a qualcuna di queste future assistenti sociali qualcosa del mio passato cambierebbero subito idea di me.
Ma io mi chiedo: è mai possibile che uno debba vivere in eterno con questa stima? Ma come si fa a sentirsi liberi davvero quando le persone ti ricorderanno per quello che tu hai fatto 10 anni fa e non per quello che fai oggi?

     Ti ammiro Carmelo perché ci sono delle volte che vorrei solo piangere, ci sono delle volte che non ho più voglia di lottare e di spiegare le mie ragioni. Come fai? Come hai fatto a trovare dentro di te tutta questa forza e tutta questa pazienza di amare il prossimo? Forse sono domande banali, ma meritano una risposta che sia ripetuta quotidianamente.
Mio papà, quando ero piccola, mi diceva sempre: tu devi lottare per essere libera, per poter essere quello che desideri e per poter fare quello che ti piace. Ma la libertà si paga sempre a caro prezzo; a volte per guadagnartela la devi perdere del tutto!
Non so l’inferno che hai passato, l’ho letto dai tuoi libri, ho cercato di capirlo fino in fondo, ma solo tu puoi essere testimone della tua sofferenza. Quello che posso dirti però è che questo incontro mi ha cambiato la vita. Non sapevo nemmeno che cosa fosse l’ergastolo finché un giorno non ho letto della presentazione del libro tuo e di Pugiotto a Firenze, e da lì è iniziato il mio viaggio. Ti ringrazio di tutto, di ogni singola parola che ci siamo scambiati, della tua dolcezza nel raccontare le cose, della tua accoglienza, della tua voglia di donarmi in po’ di te stesso, del tuo interesse verso tutti noi studenti e di tante altre cose che porto nel mio cuore. E se penso che ti “abbiamo” (perché questa è una colpa che tutti abbiamo a livello societario) tolto tutti questi anni di vita, mi sento profondamente in colpa e mi sento in dovere di chiederti scusa per non aver fatto molto per cambiare le cose. Perché è giusto che le cose cambino ed è giusto che nessuno muoia in carcere senza la speranza di poter uscire.

      Concludo dicendoti che sei sempre nei miei pensieri, perché se qualcuno mi chiedesse oggi cosa significhi essere libero io penserei a te, perché sei un esempio di intelligenza e di libertà interiore.
Ciao Carmelo un abbraccio forte e un sorriso.

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Ciao Anna,
sul treno che prendo al mattino quando esco dal carcere ci sono molti ragazzi che vanno a scuola. Questa mattina alcuni di loro si passavano la palla con le mani e alcuni passeggeri li guardavano male. Io, invece, sorridevo loro e quando la palla per caso è andata a sbattere sul mio posto a sedere, l’ho raccolta e, con timidezza, mi sono messo a giocare con loro. Quando prendo il treno, mi siedo sempre nel posto vicino al finestrino. A differenza degli altri passeggeri che guardano il loro telefonino, io mi metto ad osservare il panorama che sfreccia davanti a me. E mi viene in mente con tristezza quando mi traferivano da un carcere all’altro con le manette ai polsi e vedevo la libertà solo dai fori della parete del blindato.
Ieri notte, un mio compagno che ha continuamente paura del terremoto, ci ha svegliato alle due di notte perché aveva sentito la branda tremare. Io non sentito nessuna scossa e gli ho detto di spegnere la luce e di mettersi a dormire tranquillo perché i carceri, a differenza delle case, li costruiscono solidi e tutti in cemento armato per non fare scappare i prigionieri.

     Non c’è nulla da fare: alla sera, appena passo la porta dell’Assassino dei Sogni, sento l’inconfondibile puzza di ogni prigione in cui sono stato: l’odore di dolore. Al mattino, quando arrivo nella struttura dove lavoro, mi faccio subito una doccia per levarmelo di dosso.
Da poco tempo sono stato qualche giorno in licenza da mio figlio e ho avuto la conferma che in alcuni casi i “cattivi” cambiano, ma i buoni non cambiano mai. Infatti una notte, alle due in punto, la polizia ha suonato il campanello per controllare se ero in casa. Mio figlio è venuto in camera a svegliarmi ed insieme a lui si sono alzati anche i miei due nipotini. Questa visita fuori luogo e fuori orario mi ha ferito perché ho capito che per molti rimarrò sempre l’uomo del reato. Inoltre, mi è dispiaciuto soprattutto per mio figlio perché immagino abbia rivissuto la notte in cui sono venuti ad arrestarmi.
All’indomani, per la prima volta nella mia vita, sono andato a prendere a scuola i miei nipotini e l’ultimo giorno di licenza l’ho trascorso solo con loro. Così mi sono messo da parte nel mio cuore le belle emozioni che ho provato, per i giorni tristi che verranno. Purtroppo sono sicuro che verranno perché il mio fine pena, anche se di giorno uscirò dal carcere, rimarrà sempre il 9.999.

Carmelo Musumeci
Anna (…)

Luglio 2017

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Dell’Utri, i BR e i bambini in carcere… di Piero Sansonetti

Trovo molto efficace e ben scritto questo articolo di Piero Sansonetti, che è stato pubblicato su “IL DUBBIO” e che voglio condividere anche su questo Blog.

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Quasi 57mila persone passano il ferragosto in carcere, la cosa non interessa molti. Giornali, intellettuali e politici son tutti presi dalla smania di buttar la chiave

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Oggi è ferragosto e gli italiani sono quasi tutti in vacanza. I ricchi in luoghi di lusso, i mezzo- borghesi un po’ intruppati, i poveri a casa loro, alcuni allegri, alcuni tristi.

Poi ci sono 56 mila e 766 persone che non sono in vacanza. Sono in carcere. Di loro, a parte gli addetti ai lavori e gli amici radicali ( e qualche volta il papa), non si occupa nessuno. Loro passano un ferragosto di dolore, come tutti gli altri giorni dell’anno, aggravato dalle sofferenze a volte insopportabili del caldo. Pigiati nelle celle, perché le celle sono piccole e ospitano molti detenuti, spesso molti di più di quelli che possono contenere. Tra questi quasi 57 mila nostri fratelli disgraziati, ce ne sono 730 che sono rinchiusi in regime di 41 bis. Cosa vuol dire? Semplicemente vuol dire “carcere duro”, una espressione che dopo la caduta del fascismo era stata cancellata dal nostro linguaggio, ed è tornata prepotentemente negli anni 90. Queste 730 persone, delle quali circa 100 sono in attesa di giudizio, non possono ricever visite se non una al mese e da dietro una vetrata, vivono isolati 24 ore su 24, senza tv, senza radio, non possono cucinare, non possono lavorare, non hanno l’ora d’aria con gli altri detenuti. Dell’Utri, i brigatisti, i bimbi in cella. Una cosa li unisce: sono persone…

Una specie di Cajenna. E siccome sono quasi tutti accusati di essere mafiosi, è quasi impossibile immaginare che qualcuno, nel mondo per bene, abbia una parola gentile, o persino un nascosto pensiero affettuoso nei loro confronti.

Eppure sono persone. Persone come tutti noi. La maggior parte di loro è colpevole di vari e talvolta efferatissimi delitti, alcuni invece – forse pochi – sono vittime di errori giudiziari, più frequenti di quel che si crede, in Italia. Tutti, però, sono persone. Tra le altre persone che passeranno in carcere il ferragosto ci sono anche 64 bambini. Per fortuna solo 64. Ma non sono pochissimi 64 bambini di meno di tre anni. In cella, con la loro mamma, qualcuno anche col fratello o con la sorellina. La maggior parte di questi bambini è straniero: 40 stranieri contro 24 italiani. Eppure, sebbene la maggioranza sia straniera, questa massa di bambini sicuramente riuscirà, più dei mafiosi, a strappare qualche buon sentimento, forse un sorriso, forse una parola di pietà, anche nel mondo perbene. Con i bambini ci sono 50 mamme. Più della metà straniere. Molte rom, o senza fissa dimora. In genere non scontano pene lunghissime, pochi anni o qualche mese. Ma sono recidive. Piccoli furti, borseggi, qualche truffa. Recidive e dunque niente scarcerazione.

Ci sono anche delle persone famose in carcere. Generalmente le persone famose non suscitano nessuna simpatia. Spesso stimolano i sentimenti della rivalsa e della vendetta. “Hai avuto una vita agiata, sei stato potente? Ah ah: ora paghi, soffri maledetto”. E spesso questo senso di rivalsa e di vendetta non è nemmeno un sentimento che si nasconde, del quale ci si vergogna. Anzi lo si esterna con soddisfazione, si grida forte. Poi magari si va anche a messa, dopo.

Tra le persone famose ne ricordo tre, perché conosco bene la loro vicenda giudiziaria. Un medico, un senatore ed un ex senatore. Il medico si chiama Pier Paolo Brega Massone, è in cella da nove anni. Lo accusano di cose orribili, di avere operato pazienti che sapeva inoperabili, e di averli uccisi, per prendere qualche rimborso. Lo hanno imputato per quattro omicidi volontari e condannato all’ergastolo. Sebbene in sede civile fosse stato assolto, e dunque qualche dubbio sulla sua colpevolezza fosse evidente. La Corte d’appello, di fronte a una perizia del Pm che diceva “colpevole” e una perizia della difesa che diceva “innocente”, si è rifiutata di nominare un perito indipendente e ha creduto al Pm. Brega Massone chiedeva solo quello: un perito indipendente. Lui si è sempre dichiarato del tutto innocente, e molti medici, esperti, dicono che ha ragione. Ora la Cassazione ha stabilito che sulla base delle prove raccolte non può certo trattarsi di omicidi volontari. Sono eventualmente omicidi colposi. Niente ergastolo, bisogna ricalcolare la pena. C’è tempo, c’è tempo, hanno risposto i magistrati. E lui sta i carcere. Tra poco fa dieci anni. La moglie cerca di tirare avanti, lavoricchiando, con una bambina di 13 anni, perché il marito non produce più reddito, bisogna assisterlo in prigione, pagare gli avvocati…

Il secondo caso è quello che conoscete tutti. L’ex senatore Marcello dell’Utri. E’ in prigione da quasi tre anni. E’ accusato di un reato che non è scritto nel codice penale: concorso esterno in associazione mafiosa. Una specie di offesa al vocabolario e alla sintassi. La Corte europea ha stabilito che quel reato, seppure esiste, esiste dal 1994. I fatti imputati a dell’Utri sono degli anni 80.

E’ chiaro che deve uscire. Perché non esce? La “compagnia dell’antimafia” non vuole, e talvolta i magistrati subiscono la pressione della “compagnia antimafia”. E poi dell’Utri è molto amico di Berlusconi, e se non si può mettere dentro Berlusconi si tiene in prigione, finché si può, un suo amico. Siccome non c’è il reato, tecnicamente Dell’Utri è un prigioniero politico.

Poi c’è il giovane senatore Caridi, del quale abbiamo parlato nei giorni scorsi. E accusato di associazione mafiosa. Prove? No non ce n’è. Ci sono alcune dichiarazioni dei pentiti di una decina d’anni fa. Dichiarazioni già considerate non attendibili dai giudici di allora, ma poi, si sa, i tempi cambiano. Uno di questi pentiti ha dichiarato di aver assistito a un incontro segreto tra Caridi e un certo boss mafioso nel 2007. Sarebbe la prova regina della colpa del senatore. Poi si è saputo che nel 2007 ‘ sto boss mafioso era al 41 bis. Non poteva incontrare proprio nessuno, tantomeno di nascosto. Però non è stato cancellato il pentito è stata corretta la data…

Cosa c’entra quel cuore di pietra di Dell’Utri coi bambini di tre anni? C’entra, perchè sono persone: nello stessissimo modo sono persone. E dovrebbero interessarci. Invece all’opinione pubblica sembra interessare solo che le carceri siano piene. Sempre più spesso si sente dire, anche da persone responsabili, importanti: «Buttate la chiave! » Recentemente due giornali nazionali di grande prestigio hanno protestato. Una volta perché un boss era stato portato a casa per 12 ore a vedere la mamma ammalata. E poi si è saputo che non era neanche vero. Un’altra volta, pochi giorni fa, perché Carminati ( che non è più al 41 bis perché è stato assolto dal reato mafioso), adesso può spassarsela all’ora d’aria, può cucinare in cella, incontrare i parenti una volta a settimana per un’ora filata…

C’è un verso famoso di una canzone di Fabrizio de André che dice così: «tante le grinte, le ghigne i musi, vagli a spiegare che è primavera… e poi lo sanno ma preferiscono vederla togliere a chi va in galera». Già, proprio così. Se vengono a sapere che ora Carminati può cucinarsi un uovo sodo fremono come bestie.

E siccome abbiamo citato De André torniamo agli anni d’oro di De André, tra i settanta e i novanta. In quegli anni in Italia il tasso di criminalità era molto, molto più alto di ora. C’era il terrorismo, la mafia uccideva quasi tutti i giorni. Erano di più i furti, le rapine, le aggressioni. Le città non erano molto sicure, perché la violenza era alta. Beh, sapete quanti erano i detenuti, in quegli anni? Ho dato un’occhiata agli annuari Istat. Nel 1976, che è l’anno nel quale esplode il terrorismo, i detenuti erano 53,2 ogni 100.000 abitanti. Oggi invece sono 107, 4 ogni centomila abitanti. Un po’ più del doppio. Nel 1992, dopo più di un decennio di terrorismo scatenato e mentre era in pieno svolgimento la durissima iniziativa mafiosa, e cioè l’attacco frontale allo Stato deciso dai corleonesi, i detenuti erano 35.000, più o meno a parità di popolazione. 21 mila meno di oggi. Se volete qualche altra cifra dell’Istat posso dirvi che della attuale popolazione carceraria circa il 35 per cento è in prigione senza condanna definiva e circa il 20 per cento è in prigione senza aver ricevuto nessuna condanna, neanche di primo grado.

Qualunque manuale di sociologia ci spiega che con l’avanzare della civiltà le carceri si svuotano, piano piano. Le pene diventano sempre meno severe, crescono le misure alternative. Da noi no: è una corsa a far diventare le pene sempre più pesanti. Il numero dei carcerati è tornato quello degli anni trenta, durante il fascismo. I trattamenti si sono inferociti. Il 41 bis è un obbrobrio giuridico. Ed è un obbrobrio anche l’ergastolo ostativo, cioè la prigione a vita senza possibilità di una scarcerazione anticipata, senza un permesso premio, niente. E a me sembra un obbrobrio anche la situazione di circa 30 ex brigatisti rossi che sono stati dimenticati in carcere, chi da trentacinque chi da quarant’anni. Non usciranno mai. Serve a qualcuno?

In questi giorni stiamo pubblicando, a puntate, il trattato di Cesare Beccaria sui delitti e le pene. Nelle prime righe spiega come ogni pena non necessaria sia espressione della tirannia. Diceva proprio così, nel settecento, Beccaria: tirannia. Sono passati due secoli e mezzo, ma mica lo abbiamo capito…

La mia vita… di Antonio Rodà

“La mia vita” è una delle poesie di Antonio Rodà -detenuto nel carcere di Marassi- che ci sono giunte tramite la nostra Grazia Paletta.

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LA MIA VITA

In un paese del Sud dopo avermi partorito, mia madre mi ha abbracciato

e il mondo mi ha presentato.

Così cresco con l’educazione dei miei genitori, che mi hanno allevato con principi sani diritti e doveri. Oggi la vita ti porta a tanti cambiamenti, meno o più importanti,

la famiglia, lo studio, il lavoro, e tanti punti,

anche l’allontanarsi dalle origini e gli ambienti.

Posso oggi dire che il mio cambiamento è stato veloce, scegliendo quello che più mi piace,

ho fatto tesoro delle mie capacità, andando avanti con la massima onestà,

i miei impegni seguendoli con gran voglia, sodisfatto e con amore mi sono fatto una famiglia. Tanti sacrifici si devono fare se un po’ di soddisfazione si vuole avere,

certo i tempi non sono più quelli di una volta, a che la vita è in linea, a che si ribalta,

ma al momento che pensavo di godere, mi si è presentato un conto da pagare.

La mia vita è diventata un vulcano in piena,

tutti momenti bastardi che mi abbaiano sulla schiena,

avere a che fare con legge che per giustizia usa l’astuzia, ritrovandomi io a pregare per avere una grazia, circondato da soggetti che vivono di tragedie e raggiri, che pensano che oggi contano solo gli averi,

senza parola nè rispetto nessuno pensa a quello che dice

mi sembra tutto triste tutto veloce, tra miseria guerra e pace,

adesso ho capito.. cambio registro,

è ormai finito l’inchiostro.

Mi manca la famiglia, ho tanta nostalgia, vorrei andare via,

mi nutrirei con zucchero e sale, riscaldandomi con acqua e sole,

l’importante è smettere di stare male.

Voglio

vedere la mia famiglia gioire, e il male sfumare,

voglio

una vita normale, l’odore dell’aria, toccare un animale,

voglio

la campagna, un cavallo da montare che mi dà sicurezza e tanto calore.

Dopo tutti questi colpi che ho rimediato,

è tutto cambiato,

dopo caduto mi sono rialzato,

se la vita mi presenterà il conto ….risponderò

già pagato…

 

Genova, 01/02/2017                                                               

Antonio Rodà

Guardando le stelle…. di Antonio Rodà

Pubblico oggi la poesia “Guardando le stelle” di Antonio Rodà, detenuto a Marassi, e che ci è giunta tramite la nostra Grazia Paletta. La prima versione della poesia è in dialetto.. la seconda è in italiano..

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“Guardandu li stelli”

Stelli chi ndi lu cielu vui brillati

una la vota la notti cumpariti,

che bella l’imponenza chi vui dati

di la gran luna li patruni siti.

Stelli vi guardu eu sempri affascinatu

specialmenti quandu mi sentu perdutu, e si lu celi capita nuvolatu

non sacciu a cu mi nci cercu aiutu.

Stelli che bellu lu vostru luciri

Siti perfetti sembrati finti fari,

non siti a correnti siti comu lumeri

vi viu moviri e luci naturali.

Stelli ora è notti funda e ura di dormiri

non aiu sonnu ma mi lu fazzu veniri,

mi dispiaci chi non vi staiu più a guardari,

ma cercu mi chiudu l’occhi cu li me penseri.

Stelli vui una di più belli creaturi

chi signuri fici

staci venendu iornu e vi ritirati,

ma ndi vidimu domani sira

è penseru meu

facitinci luci a lu cielu

chi a la terra luci fazzu eu.

 

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“Guardando le stelle”

Stelle che nel cielo voi brillate

una ad una la notte comparite,

che bella l’imponenza che voi date

della gran luna le padrone siete.

Stelle vi guardo io sempre affascinato

Specialmente quando mi sento perduto,

e se il celo capita che è cupo

non so a chi chiedere aiuto.

Stelle che bello il vostro luccicare

Siete perfette sembrate finti fari,

non siete a corrente siete come lumi

vi vedo muovere è luce naturale.

Stelle adesso è notte piena è ora di dormire,

non ho sonno, ma me lo faccio venire

mi dispiace che non vi sto più a guardare

ma cerco di chiudere gli occhi con i pensieri.

Stelle voi una delle più belle creature

che il Signore fece,

sta venendo giorno e vi ritirate,

ma ci vediamo domani sera

e pensiero il mio

fate luce al cielo,

che alla terra luce faccio io.

 

 Antonio Rodà

 Genova Marassi 31/10/2016

Reclamo di Alessio Attanasio contro il carcere di Sassari

Pubblico oggi questo reclamo che ci è giunsto da Alessio Attanasio, detenuto nel carcere di Sassari.

Alessio Sassi denuncia la Direzione del carcere di Sassari, contestando gravi comportamenti.

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Alla Procura della Repubblica Di Sassari

Il sottoscritto Alessio Attanasio nato il 16-07-1970 a Siracusa, sporge                                                                                    Denuncia-Querela Per i reati di soppressione di corrispondenza, falso, diffamazione e calunnia, contro il direttore della C. Cle di Sassari Patrizia Incolla e contro il secondino addetto all’ufficio censura i quali, all’atto del trattenimento della missiva in arrivo di cui al verbale n. 225/16 del 06-09-16 avente per mittente Antonio (Nino) Micalizio, avevano a scrivere che questi voleva << indicare al detenuto quale sia l’attuale strategia del sodalizio mafioso, cui entrambi risultano appartenere›› (vedi ord. MDS di Sassari n. 2016/5396 SIUS del 13-09-2016). Tuttavia, da quale atto risulti tale asseverazione non è dato di sapere posto che, al contrario, Antonio Micalizio ( SR 16-09-1968) risulta essere un intellettuale, uno scrittore, un onesto cittadino assolutamente incensurato, lontano anni luce dalle vicende criminose in cui è stato coinvolto suo malgrado l’Attanasio. La vicenda trae spunto da una missiva scritta dal Micalizio allo scrivente con la quale coautore del libro “La perturbanza”, http://www.lulu.com, ovverosia perché << strada facendo ho avuto paura di affiancare il mio nome al tuo (per ovvi motivi, giacché io a Siracusa ci vivo e non è detto che qui tu abbia soltanto amici)›› ( ibidem ). Che la vicenda sia stata strumentalizzata dal direttore dell’istituto e dal secondino addetto alla censura è stato accertato dal1°uff1cio di sorveglianza di Sassari con l’ordinanza più volte richiamata secondo cui << è ragionevolmente comprensibile lo scrupolo del mittente in ordine all’opportunità di non apporre anche il nome dell’Attanasio nel libro». Una volta, pertanto, che è stato accertato in sede giurisdizionale che la missiva è stata trattenuta pretestuosamente affermando il falso, con accuse nei confronti del Micalizio risultate palesemente infondate e calunniose, una volta accertato ciò (visto che l’ordinanza non è stata nemmeno impugnata dalla direzione ed è pertanto passata in giudicato) non si può che procedere contro i responsabili non solo per i reati di cui agli artt. 368, 479, e 595 c.p., ma anche per il reato di cui all’art. 616 c.p. dal momento che secondo la giurisprudenza di legittimità << si ha soppressione [di corrispondenza] anche se il destinatario è privato della corrispondenza per un tempo indefinito» (Cass.  12-03-51, lorio, c.p. 51,11, 1208). Chiede di essere avvisato ex art. 408, comma 2, c.p.p. in caso di richiesta di archiviazione. Nomina 1°avv. Maria Teresa A. Pintus del foro di Sassari. Sassari 31 ottobre 2016 ln fede Alessio Attanasio

 

Urgentissimo

Al Tribunale TDS di Sassari. Al MDS di Sassari. Al MDS di Macerata. A MDS di Reggio Emilia. Al DAP. Al PRAP della Sardegna. Al Garante dei Detenuti. All’Università di Sassari.

Oggetto: Richiesta consegna testo universitario con copertina rigida acquistato in istituto.

Il sottoscritto Alessio Attanasio nato a Siracusa il 16-07-1970, attualmente ristretto C/o la c.cle di Sassari e regolarmente iscritto al corso di laurea in scienze dei servizi giuridici presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università degli studi di Sassari (matr. 50012404); Premesso l’esistenza delle seguenti ordinanze passate in giudicato:

1) TDS Sassari 01-10-2015, n. SIUS 2015/1084 (agevolare il percorso universitario); 2) TDS Sassari, 07-04-2016, n. SIUS 2016/99 (agevolare – non ostacolare ~ gli studi); 3) MDS Sassari, 21-11-2015, n. SIUS 2015/5042 (volume con copertina rigida); 4) MDS Reggio Emilia, 13-05-2011, n. 2011/3856 recl. (libri con copertina rigida); 5) MDS Macerata, 24-09-2015. n. SIUS 2014/3210 (libri con copertina rigida);

Chiede

L’immediata consegna del volume con copertina rigida “Manuale di diritto penale” di G. Marinucci e Dolcini, Giufrè 2015, acquistato in istituto per il tramite dell’impresa di mantenimento, indispensabile per la preparazione dell’esame relativo alla materia di “Istituzioni di diritto e procedura penale” (volume indicato nella guida dello studente – Dipartimento di giurisprudenza A.A. 2016/2017).

In Fede Attanasio Alessio

Oristano 7 dicembre 2016

Ergastolo ostativo… di Salvatore Pulvirenti

Il nostro Salvatore Pulvirenti, detenuto nel carcere di Oristano, ci invia alcune sue riflessioni su un tema cardinale, fin dall’inizio, per questo blog.. l’ergastolo ostativo.

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Prima di iniziare a scrivere questo mio scritto, voglio descrivere a persone che vivono fuori da questo contesto, che cosa sia l’ergastolo ostativo.

L’ergastolo ostativo è quella pena che non ha un fine, cioè, non potrai uscire dal carcere e non puoi accedere ai benefici. Dovrai passare tutta la tua esistenza in un istituto di pena, invecchierai e morirai, non conoscerai niente di tutto quello che concorre fuori. Vivi una vita che secondo un mio giudizio non ha senso di viverla, perché tutto quello che farà l’ergastolano ostativo in un istituto di pena, giova solo a se stesso, ad altri non gliene può fregar di meno, perché non ti conoscono. Figli, nipoti e parenti più stretti non sanno chi sei, e se lo sanno, per loro sei diventato come un estraneo.

Trascorsi parecchi anni, dentro un istituto di pena, non puoi relazionarti con la realtà di fuori, e nello stesso tempo sei escluso totalmente dalla società, se sei fortunato e uscirai dal carcere che è molto difficile, impiegherai moltissimi anni ad inseriti nella nuova società. Ultimamente si è parlato tanto di questa ignobile pena che è stata equiparata alla pena di morte, nonostante i tantissimi appelli, anche dal Santo Padre, per abolire questo indegno mostro che ci divora, ogni giorno che passa, non si capisce quale sia la ragione e lo scopo per tener in vita questa pena anacronistica.

Ho sentito parlare tantissime persone delle istituzioni, e hanno confermato che la pena dell’ergastolo in Italia deve essere abolito, ma quando poi si arriva al dunque queste persone fanno un passo indietro, e non si capisce quale sia il motivo.

L’essere umano nell’arco di tutta la sua esistenza ha dei cambiamenti sia fisici e mentali, questo è stato approvato scientificamente dalla scienza. Se non si vuole abolire l’ergastolo, perché non si cerca un’altra alternativa? Nel senso, se una persona deve rimanere tutta la sua vita in carcere, perché non inserirlo nella società tramite benefici penitenziari, in modo che lo stesso si possa fare una vita, anche se poi resta legato a quell’orribile pena. Tenere un ergastolano tutta la vita in carcere a che cosa giova? Lo stato ci tiene in vita, spreca tantissimi soldi, sì perché un detenuto costa allo stato più di cento euro al giorno. Sarebbe giusto investire questi soldi per altri motivi o per scopi umanitari.

Quello che scrivo potrebbe essere sbagliato, ma se si facesse un po’ di riflessione sull’ergastolo ostativo, qualcuno potrebbe cambiare anche modo di pensare.

Oristano febbraio 2017. Salvatore Pulvirenti.

“Mio padre ucciso da un tumore. Lo hanno lasciato morire in cella”… di Francesca De Carolis

Pubblico oggi questo articolo della nostra Francesca De Carolis.

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«Io chiedo a voi aiuto e giustizia, perché non capisco questo accanimento contro mio padre», così si rivolge – con una lettera indirizzata all’esponente del Partito Radicale Rita Bernardini – il figlio di un detenuto che morì consumato da un tumore in cella nonostante fosse incompatibile con il carcere. Si chiamava Giuseppe D’Oca e, malato di tumore ai polmoni, era detenuto nel carcere di Vigevano per scontare l’ergastolo. Il 2 agosto 2016 è venuto a mancare all’età di 59 anni presso l’azienda ospedaliera di Pavia. Giuseppe era giunto in ospedale in condizioni oramai compromesse, nonostante la continua richiesta di incompatibilità il regime penitenziario. Secondo la Corte d’Assise che rigettò la richiesta, l’ergastolano non solo era compatibile, ma addirittura la sua perdita di peso sarebbe stata imputabile unicamente a un problema di portesi dentaria.

Il tumore di Giuseppe D’Oca, durante la sua permanenza in carcere, avanzava sempre di più. Già a fine 2014 si vedeva che non stava bene e i famigliari hanno fatto una richiesta al tribunale per chiedere l’incompatibilità con il carcere, ma gli è stata negata. Da quel momento in poi è andato sempre peggiorando, dimagrendo visibilmente, non mangiando più. I medici del carcere – secondo la testimonianza dei famigliari- dicevano che Giuseppe faceva finta. La Corte d’Assise d’Appello di Milano nel 2015 aveva negato il trasferimento dell’ergastolano ad altro regime di detenzione, suggerendo l’acquisto di una dentiera, perché, nel frattempo, a causa di una piorrea il detenuto aveva perso l’intera dentatura. Era quello, secondo i magistrati, il motivo del dimagrimento.

A quel punto la moglie aveva scritto al Partito Radicale. Una militante radicale ha raccolto l’urlo di dolore e si era presentata davanti al carcere di Vigevano. Alla richiesta di poter parlare con Giuseppe D’Oca, è stata invece indirizzata alla sezione femminile, vietando di fatto al detenuto di poter dimostrare il suo malessere che piano piano se lo stava divorando dall’interno.

A quel punto i familiari pagarono un neurologo per effettuare una visita specialistica. Il medico aveva riscontrato che era incompatibile con il carcere. Ma niente da fare: secondo le autorità, D’Oca poteva essere curato in cella. In pochi mesi dimagrì di 40 Kg e fu ricoverato urgentemente il 28 maggio del 2016 perché il suo deperimento era talmente clamoroso da destare le preoccupazioni del medico di turno. Ma era troppo tardi: dopo due mesi è morto.

La condizione fisica nel quale arcon rivò in ospedale era già compromessa. Così, infatti, si evince dalla cartella clinica redatta dall’ospedale: “Inviato dal medico del carcere per astenia ed inappetenza da 20 giorni. Paziente in terapia con Augmentin, Clotrimazolo, Meritene, Mirtazapina, Zoloft, Contramal Gtt, Theodur, Asa 100, Antra, Valdrom, Rivotril, Floster Spray, Tavot”. In data 6 giugno del 2016 l’esame concludeva indicando una “possibile lesione neoplastica polmonare”.

Nel referto si legge come “il quadro funzionale respiratorio in condizioni basali evidenzia una sindrome disventilatoria di tipo ostruttivo di marcata entità”. Sempre dalla cartella clinica, si legge che in data 9 giugno subisce un intervento e viene riscontrato che il tumore maligno si era oramai diffuso in maniera incurabile. Lo stesso magistrato di sorveglianza per disporre un provvedimento di “differenziazione dell’esecuzione della pena” ha riscontrato che al momento del ricovero “le condizioni del soggetto sono gravemente compromesse”.

I famigliari del detenuto hanno presentato recentemente un esposto alla Procura per chiedere giustizia. Il dubbio è quello che un ricovero ospedaliero più tempestivo, avrebbe probabilmente consentito ai sanitari di intervenire su un fisico meno compromesso aumentando la possibilità di salvarlo. Non vogliono cancellare le colpe del loro caro quando era in vita, ma vogliono sapere se qualcuno ha sbagliato nel non riscontrare in tempo l’insorgere della malattia.

 

Le segrete medievali… di Federico Chessa

Federico Chessa, detenuto attualmente ad Oristano, racconta la sua esperienza nella sezione 41bis del carcere di Sassari.

Un testo che è praticamente un dovere leggere.

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Le segrete medievali

Scrivo per non dimenticare questo sfregio all’umanità, che ho subito nel regime di tortura del 4l bis nei sotterranei del carcere di Bancali a Sassari.

Mi chiamo Chessa Federico, nato in provincia di Salerno dove attualmente risiedo, mio padre è sardo della provincia di Sassari, mi trovo detenuto dal 2005, dopo pochi mesi dall’arresto fui trasferito a 41 bis, lo sono stato ininterrottamente fino a quattro mesi fa. Gli ultimi 11 mesi del regime di tortura del 41 bis sono stato trasferito nelle segrete “medievali” di Sassari. Il 23 giugno 2015 giorno della mia deportazione da Cuneo a Sassari. Erano giorni che aleggiava una voce nefasta, del possibile trasferimento di massa nella nuova sezione del carcere di Bancali a Sassari. Qualche settimana prima erano stati trasferiti in tre, ma non sapevamo se erano stati portati a Sassari. Nessuno di noi sapeva cosa ci aspettava a Bancali, eravamo fiduciosi che una nuova struttura fosse a norma europea, questo pensiero ci rincuorava, eravamo fiduciosi e allo stesso tempo un pensiero tetro albergava in me; forse dipendeva dai racconti che avevo sentito sull’Asinara, pertanto i trasferimenti in Sardegna li vedevo sotto una luce diversa.

Verso mezzogiorno viene l’agente a informarmi di prepararmi per partire. La cosa che mi lasciò perplesso, fu il modo di come avvenne la comunicazione. La gente aveva una luce sinistra e di compiacimento negli occhi, questo mi inquietò molto. La cosa che mi allarmò ancora di più, fu che aveva ordine che mentre preparavo i miei bagagli, lui facesse la guardia davanti alla cella affinché non parlassi con nessuno. Dopo essere arrivato a Sassari ho capito perché. Mi portarono giù al magazzino dove c’erano altri dieci reclusi. Anche loro dovevano essere deportati in Sardegna a Sassari. Facemmo operazione magazzino, dove presi una bottiglia d’acqua per il viaggio. Ci misero per due in cinque furgoni e ci portarono all’aeroporto militare di Cuneo, dove venimmo imbarcati tutti e dieci su un aereo della Guardia di Finanza. Sull’aereo i GOM della polizia penitenziaria, avevano abbassato i finestrini, un senso claustrofobico mi aveva assalito, avevo chiesto al brigadiere dei GOM di alzare la tendina del finestrino, mi rispose di no senza spiegazione, costatato che era inutile insistere conoscendo la mentalità. Mi rivolsi al capitano della finanza che era il più alto in grado, chiedendogli se potevo alzare la tendina perché stavo male, diede subito l’assenso, ma il brigadiere del GOM si voleva opporre, con autorità, il capitano disse che sull’aereo l’unico responsabile era lui. Alzai la tendina e ringraziai il capitano. Con uno sguardo al brigadiere gli comunicai di avere pena di lui, chi si abbassa a certi soprusi, mi fece venire in mente le SS tedesche, cattiveria gratuita, o forse è meglio citare Hannah Arendt sulla banalità del male. Dopo un paio d’ore siamo arrivati all’aeroporto di Alghero, scesi dall’aereo i dubbi e le ansie che mi avevano accompagnato durante il viaggio sono svaniti, perché respirai l’aria che conoscevo bene, essendo che mio padre è sardo, mi portava in ogni occasione nella sua amata Sardegna. Scendiamo dai furgoni, stanchi e affamati, ci aspetta un cordone che ci fa temere il peggio, comunque l’impressione che ci volevano intimorire. L’impatto fu tremendo perché a parte l’impatto climatico, dall’esterno si vedevano i palazzi all’interno del carcere, a noi toccò il piano zero, una sezione situata sottoterra, senza finestre, pertanto senza aria e né luce naturale, pensai che sarei uscito con la pelle verde, per mancanza di aria e luce all’aperto.

Mi portarono insieme ai miei due compagni di gruppo, nel reparto a noi assegnato, entrato in cella rimasi meravigliato perché la finestra affacciava nel passeggio, ed era anche con una rete attaccata alle sbarre, che non consentiva di vedere quasi niente, neanche il muro che rappresentava il mio orizzonte.

Chiedemmo qualcosa da mangiare, ci risposero che la cucina era chiusa, e ci lasciarono fino al giorno dopo senza mangiare, l’unica consolazione fu la bottiglia d’acqua portata da Cuneo, perché in caso contrario neanche l’acqua ci avrebbero portato.

La mattina successiva avevo chiesto la caffettiera al magazziniere, mi rispose che non era possibile perché non potevamo usufruirne del fornello, lì c’era una piastra a induzione, però non funzionava perché mancante di un pezzo. Siamo stati otto mesi senza poterci fare un caffè. Passo il porta vitto e ci rifilò un po’ d’ acqua sporca fatta passare per caffè. Per lenire i crampi allo stomaco ho dovuto aspettare fino alle undici che passarono il pane e la frutta.

Attendevo dalla fame il pranzo, ma con sommo stupore mi passarono sette penne, tre pezzettini di carne striminziti e tre fette di patate bollite. Credevo che fosse solo il primo giorno, invece anche gli altri giorni, settimane e mesi fu sempre così.

Da Cuneo mi avevano dato solo dieci euro più 52 euro di fondo vincolato. Feci un telex per infornare i miei familiari che mi trovavo a Sassari e non me lo fecero partire, perché avendo fatto un po’ di spesa -acqua, una confezione di biscotti e un Kg di mele- avevo finito i dieci euro, e loro non mi avevano sbloccato i 52 euro di fondo vincolato, pertanto per loro non avevo fondi per pagare il telex, burocrazia ottusa a sfondo cieco, esclusivamente per opprimere.

A Cuneo si erano trattenuti illegalmente i miei soldi, perché mi fecero pagare i pacchi postali con la mia biancheria, che sono a carico dell’amministrazione, pertanto un abuso. La mia famiglia mi aveva fatto un vaglia a Cuneo, invece di girarlo al carcere dove ero stato trasferito, l’avevano rimandato indietro. Siccome i miei familiari non sapevano che ero stato trasferito, erano tranquilli, anche perché il vaglia indietro gli ritornò dopo un mese e mezzo.

Dopo quindici giorni riuscì a telefonare all’avvocato e lo informai che mi trovavo a Sassari, lui informò i miei familiari, che subito mi fecero un vaglia a Sassari, che non veniva cambiato perché lì avevano la brutta abitudine di cambiare i vaglia due volte al mese.

Nel frattempo sono stato costretto a bermi l’acqua non potabile della fontana della cella. Acqua gialla che di potabile non poteva averne in nessun caso. La direzione aveva il dovere di passarealmeno una bottiglia di acqua al giorno, invece ne passavano tre a settimana, lo fecero per alcune settimane.

Non potendo fare la spesa, per mia fortuna nella mia roba c’era un sapone marsiglia portato da Cuneo, con quello dovevo fare tutto per l’igiene personale.

Quando sono arrivati i pacchi da Cuneo, non mi hanno dato quasi niente, come se il 41 bis di Cuneo fosse diverso da quello di Sassari.

La spesa era misera e striminzita, si compravano poche cose, dopo vari reclami al magistrato di sorveglianza, l’hanno aggiornato e aggiunto altri prodotti.

L’area sanitaria era da brividi, perché sotto le direttive dei GOM, i dottori non facevano niente per timore di questi signori.

Avevo bisogno di una pomata per problemi di pelle, la dottoressa mi rispose che doveva chiedere  al grande capo, pensavo che era il dirigente sanitario, invece era il comandante dei GOM, gli risposi che non ci troviamo nella Corea del Nord.

In undici mesi, sono riuscito ad avere solo una visita urologa, due giorni prima che mi revocassero il 41 bis.

L’impressione della struttura era micidiale, perché dava quel senso di oppressione. Di claustrofobia, di tortura psicologica, peggiore dei racconti sentiti su Pianosa e Asinara.

Sulle due isole la tortura era fisica e di alimentazione, viceversa a Sassari era tutto l’insieme, ti devastavano moralmente, al fine di violentare la tua dignità, calpestare i tuoi sentimenti. Per annichilire la personalità e ridurci a dei vegetali.

Tutti quelli che passeranno almeno un anno a Sassari, avranno problemi psichiatrici, la tortura maggiore è psicologica, insieme alle angherie quotidiane, ne racconto una per far comprendere a che punto arrivava la crudeltà di certi personaggi: finita la cassa d’acqua che ero riuscito a comprare, ero rimasto senza acqua, un mio compagno mi aveva portato una bottiglia al passeggio, l’agente se ne accorge e informa l’ispettore. Dopo un quarto d’ora venne l’ispettore davanti alla cella, voleva farmi la paternale, gli spiegai che dovevo bere, ed era loro dovere rifornirmi di acqua potabile, invece lui insisteva che non dovevano passarmi l’acqua e voleva farmi rapporto.

Costatando che non si poteva discutere con una visione mentale così chiusa, lasciai perdere. A onore della verità, dopo un paio di giorni mi mandò una cassa d’acqua. Un paio di settimane dopo venni a sapere che all’ispettore gli avevano fatto capire che era andato troppo oltre, aveva capito e mi aveva mandato l’acqua.

L’Italia che si vanta di essere la culla del diritto, non ha avuto nessuna remora a costruire un obbrobrio come Bancali, equiparalo alle segrete medievali non è una esagerazione.

Quando mi hanno revocato il 41 bis, mi hanno portato in una sezione a regime AS-2, dove sono stato due giorni. Quello che mi è rimasto impresso è stato il tempo trascorso alla finestra, ammirare il panorama che si vedeva dal secondo piano, sensazioni difficili da spiegare, ma profonde e molto sentite. In quei momenti mille pensieri affollavano la mia mente, quello più ricorrente era ilcolloquio con i familiari, poterli di nuovo abbracciare dopo undici anni. Immaginavo il momento, vivendolo come fosse reale.

Non potrò mai dimenticare questi undici anni trascorsi a regime di tortura di 41 bis, maprincipalmente gli undici mesi nei sotterranei di Sassari. Una vergogna per la civiltà italiana, ma anche per l’Unione europea.

Un Paese che vorrebbe progredire usando la crudeltà e la tortura contro i suoi cittadini, non ha un grande futuro.

Chessa Federico

Oristano settembre 2016

La domanda di una sconosciuta ad un ergastolano semilibero

Pubblico oggi questo confronto tra il nostro Carmelo Musumeci e la domanda, molto critica, giunta da una sconosciuta.

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Questa mattina, arrivato nella struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII dove svolgo da semilibero la mia attività di volontariato, di sostegno scolastico e di attività socio-ricreative a bambini e adulti con handicap fisici e non vedenti, ho acceso il computer. Nella mia casella di posta ho trovato, da una sconosciuta, questa domanda: “Se una persona che ha commesso un gravissimo reato, quale è la morte di un proprio essere, e quell’essere fosse stato uno dei tuoi figli, come avresti reagito? Avresti osannato Carmelo? Io no”.  Questa domanda era rivolta ad un mio amico di penna, che mi segue da tanti anni, e che me l’ha girata per farmi vedere quanto sia difficile far capire alle persone che un uomo può davvero cambiare. Ormai dovrei esserci abituato, ciò nonostante quando mi fanno queste domande mi cadono le braccia e il cuore per terra, ma è anche giusto che la società mi chieda il conto.

Cara Sconosciuta, innanzitutto non è nelle mie intenzioni tentare di farti cambiare idea, ma tenterò solo di farti venire dei dubbi. Neppure io osannerei chi uccide ma, piuttosto di murarlo vivo, mi “vendicherei” facendolo crescere interiormente per suscitargli il senso di colpa e quindi farlo soffrire di più.

Lo so, sono più cattivo e vendicativo di te, perché non mi accontenterei solo di condannare una persona ad essere cattiva e colpevole per sempre, facendola sentire poi, con il passare degli anni, una vittima. Preferirei, invece, tentare di migliorarla. Per questo penso che se qualcuno uccidesse uno dei miei figli, tenterei di fargli del male facendolo diventare più buono, tenendolo in carcere né un giorno in più né uno in meno del necessario.

Sì, è vero, forse qualcuno di questi potrebbe ritornare a fare del male, ma molti lo fanno anche se non sono mai stati in carcere. In tutti i casi, alcuni di loro potrebbero rimediare parzialmente al male fatto facendo del bene.

Cara Sconosciuta, riguardo al mio passato, potrei dirti che talvolta noi umani agiamo volontariamente contro la nostra volontà. Ma questa sarebbe solo una giustificazione filosofica e un alibi. Invece ti voglio dire che penso che tutti siamo colpevoli di qualcosa, ma pochi, pochissimi, forse nessuno, è colpevole di tutto.

Ti posso dire che quando sono entrato in carcere non trovavo pace, mi sentivo innocente, messo in galera ingiustamente per il solo fatto di avere rispettato le regole (la legge) e la cultura della giungla dove sono cresciuto e che mi ha nutrito fin da piccolino. Poi ho avuto una crescita interiore, grazie anche allo studio, all’amore della mia famiglia e alle relazioni che in questi anni mi sono creato. E ho capito anche, soprattutto durante la detenzione all’Asinara, sottoposto allo stato di tortura del carcere duro, che lo Stato era capace di cose peggiori di quelle che avevo commesso io.

Mi sentivo in guerra, ed ero in guerra. Lo dimostrano le mie ferite (sei pallottole in corpo): potevo ammazzare o essere ammazzato, non conoscevo la legge come la conosco adesso (allora per me lo Stato e gli “sbirri” erano anche peggiori dei miei stessi nemici). Conoscevo solo la legge della strada.

Credimi, non è facile diventare buoni se fin da bambino ti insegnano che il male è bene ed il bene è male. Ma nonostante questo, ho cercato, forse senza riuscirci, di non perdere del tutto la mia sensibilità e umanità. Umanità che non riesco a vedere in tante persone “perbene” che sono cresciute nel bene ma preferiscono il male e alla sensibilità sociale spesso preferiscono i soldi, per avere potere da aggiungere ad  altro potere.

Dicendoti questo non voglio assolutamente assolvermi, perché molti hanno avuto i miei stessi problemi socio-familiari ma non per questo hanno fatto le mie stesse scelte devianti e criminali. Per questo sono fortemente convinto che sia giusto che paghi per il male che ho fatto. Solo preferisco farlo in modo utile ed intelligente, come sto facendo adesso.

Buona vita.

Carmelo Musumeci

Aprile 2017

http://www.carmelomusumeci.com

Domenico Papalia scagionato

Domenico Papalia lo conosciamo da anni.

Ha scritto molte volte su questo Blog.

Si è sempre dichiarato innocente.

Recentemente aveva ottenuto la riapertura del suo processo e, il 15 marzo, la Corte di Appello di Perugia ha emesso sentenza di assoluzione, per non aver commesso il fatto, nei suoi confronti.

Sono 41 anni che Domenico lotta per quella che sempre definito una ingiustizia.

Ora i giudici gli danno ragione. Ma che giustizia è una giustizia che costringe una persona a stare in galera decenni prima di ottenere giustizia.

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Massama, 20/03/2017

Caro Alfredo,

Come ti avevo anticipato qualche tempo fa, avevo presentato istanza di riapertura del processo riguardante la condanna all’ergastolo ostativo. L’istanza è stata accettata e si è fatto il processo di revisione presso la Corte di Appello di Perugia che il 15 marzo ha emesso sentenza di assoluzione, nei miei confronti, per non aver commesso il fatto.

Ho lottato 41 anni per dimostrare la mia innocenza e alla fine giustizia è stata fatta, anche con molto ritardo.

Mi dispiace che per questo processo si siano sprecati fiumi di inchiostro sulla stampa e sulla TV, mentre ora che c’è stata l’assoluzione c’è stato un silenzio di tomba, nonostante siano passati 41 anni. Mi sarebbe piaciuto che la stampa avesse dato il giusto rilievo perché gli operatori penitenziari e i Magistrati di Sorveglianza leggessero la mia assoluzione e capissero che non potevo collaborare perché innocente, oltre che essere un punto di riflessione per coloro che sostengono l’abolizione dell’ergastolo ostativo, ma non è stato così e mi dispiace. Perciò ti prego di mettere sul Blog questo messaggio.

Questo ergastolo revocato era stato dichiarato dai Magistrati di Sorveglianza.. “ergastolo ostativo”. Spero che ora non si inventino altro.

Ti ringrazio molto per la tua disponibilità.

Un caro abbraccio.

Domenico Papalia

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