Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Il giorno della seduta di laurea di Claudio Conte

arte

E’ con un senso di commozione e di gratitudine che pubblico il testo che oggi leggerete.

Gratitudine verso Claudio Conte che ha saputo simboleggiare qualcosa di molto importante il giorno della sua seduta di laurea, che si è svolta nel carcere di Catanzaro il 24 aprile 2016.

La seduta si è svolta nel carcere di Catanzaro perché il Magistrato di Sorveglianza di Catanzaro respinse la richiesta di permesso per svolgere l’esame in facoltà. Decisione molto contestabile, che non corrisponde al pronunciamento di altri Magistrati di Sorveglianza. Decisione che ha creato grande delusione in Claudio e che portò all’inizio di uno sciopero della fame.

Nonostante questo, anche se si è svolta in carcere, la seduta di laurea di Claudio è stata un momento memorabile.

Perché direte voi?

Potrei scrivere tantissimo per spiegare, a parole mie, il perché.

Ma non lo farò. 

Lascerò direttamente a voi il capirlo…. attraverso la lettura del lungo brano che ci ha inviato. Brano che incorpora in sé la relazione tenuta da Claudio e le sue sensazioni nel corso di quella giornata speciale.

E’ un testo lungo, ma leggetelo con attenzione.

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110 e lode e con menzione accademica

Cronache di una “lotta” per la civiltà

di Claudio Conte

Per i poteri conferitemi dalla legge dichiaro Claudio Conte dottore in legge con 110 e lode e con menzione accademica. Congratulazioni e...”.

Queste solenni parole sono risuonate nella sala, mettendo il sigillo al mio ultimo esame per il conseguimento della laurea magistrale in giurisprudenza all’Università di Catanzaro.

Solo che, invece, di recarmi all’Ateneo com’è concesso a tutti gli studenti, anche a quelli detenuti e condannati all’ergastolo cosiddetto ostativo. Ai quali in ogni parte d’Italia, inclusa la vicina Cosenza pochi mesi fa, è stato concesso un permesso di qualche ora per sostenere la seduta di laurea. A me no. Nel mio caso tale possibilità è stata negata dal Giudice della Sorveglianza di Catanzaro, poiché, diversamente da molti suoi colleghi nel resto d’Italia, ritiene concedibile tale permesso solo per ‘eventi negativi’ e non anche per ‘eventi positivi’. E quindi la laurea è stata celebrata in carcere. Nonostante i ventisette anni di detenzione ininterrotti, dopo il mio arresto all’età di diciannove anni, ed un percorso trattamentale riconosciuto da giudici e operatori penitenziari, che farebbe ricredere anche il più scettico dei giustizialisti. Tutto questo nella civilissima Italia, che in campo internazionale si atteggia a paladina dei diritti umani.

E così ancora una volta l’ingiustizia si compie manifesta e la pena si correla non ai principi stabiliti dai codici o dalla Costituzione. Ma dipende dal luogo in cui ti ritrovi ad espiare la pena. Una vicenda che dimostra come il confine tra discrezionalità e arbitrio si dissolve nelle citazioni da legulei e il fine di una pena non possa essere lasciato alla discrezionalità di nessuno. Il mio caso è emblematico, sono la dimostrazione vivente in cui tutte le antinomie (negate da alcuni) insite nella pena dell’ergastolo deflagrano in tanti irrecuperabili pezzi.

Venerdì, 22 aprile 2016, ore 11.00.

Entro nella sala teatro e con mia grande sorpresa scopro che la dottoressa Paravati, direttrice della Casa Circondariale di Catanzaro, l’ha rivoluzionata per l’occasione. All’interno dell’ampia sala le vele di un ampio gazebo nascondono altre sorprese. Sul palco è stato preparato un lungo tavolo per i nove componenti della Commissione esaminatrice. Di fronte, fa la comparsa una solitaria sedia sulla quale dovrò sedere io. La scenografia non m’incute alcun timore. Don Giorgio, cappellano del carcere, mi fa la battuta di prepararmi a quello che sembra l’ennesimo interrogatorio di un processo innanzi alla Corte. Mi viene da rispondere che in quei casi ci si può sempre avvalere della ‘facoltà di non rispondere’, ma è troppo dozzinale e replico con un sorriso. Tra il banale ed il silenzio, è preferibile il secondo.

Nella sala arrivo in compagnia della Direttrice che ho incrociato in uno dei lunghi corridoi che caratterizzano gli istituti penitenziari. L’incontro pare casuale, ma credo che abbia voluto sincerarsi del mio stato di salute. I nove giorni precedenti li ho trascorsi digiunando, perdendo otto chili di peso. Una forma di protesta che ho dovuto sospendere ieri per poter sostenere l’esame, che diversamente avrei dovuto rinviare. Il dimagrimento è stato troppo veloce, mi aveva debilitato e iniziavo a faticare a concentrarmi. Non sono al cento per cento, perché mangio e mi sento male. Però ho recuperato energia e concentrazione.

Rispondo al saluto della Direttrice con un sorriso. Mi sa che oggi è la giornata del sorriso. Infatti, lo ripeto anche quando, sulla soglia della porta che immette nella sala interna del teatro, si presentano la dottoressa De Luca ed una sua collega (due delle educatrici del carcere) e poi la dottoressa Antonini, il magistrato di sorveglianza che mi ha negato il permesso per andare a discutere da libero la tesi all’Università. Una girandola di cordiali strette di mano e saluti confermano l’assenza di qualsivoglia sentimento negativo, che pure poteva essere giustificato. Il Digiuno ha contribuito anche a questo. Un beneficio del Satyagraha, avrebbe detto Marco Pannella, che in queste ore mi consta che non stia tanto bene, ed al quale ho mandato una lettera collettiva proprio pochi giorni fa per manifestargli affetto e vicinanza.

Passo avanti, sono calmo, nonostante l’importanza della prova che di lì a poco dovrò sostenere. Sono conscio della mia preparazione, sono consapevole che gli argomenti centrali della tesi sono in itinere, completamente nuovi, anzi relativamente nuovi, come mi ha suggerito di dire il prof. Siciliani de Cumis, docente ex cattedra dell’Università della Sapienza di Roma, che tiene un corso di pedagogia in Casa ‘Caridi’, come gli piace definire il carcere. Scorgo la sua testa canuta a pochi metri di distanza, dov’è seduto insieme ad un giornalista, il dottor Pitaro del Corriere della Calabria, che vuole scrivere un articolo sull’evento di oggi. Mi avvicino per salutarlo, ma con gli occhi cerco il volto dei miei familiari. La Direttrice mi aveva anticipato che erano arrivati e c’erano anche le mie due piccole nipotine. Li cerco ma non li trovo. Ancora non sono entrati in sala. Mi fermo a rispondere ad alcune domande di Pitaro. Che mi chiede se sto facendo lo sciopero della fame per il permesso negato. E gli spiego che no, che aveva solo confermato la mia decisione che però mirava ad attirare l’attenzione sul fatto che la figura dell’ergastolo cosiddetto ostativo fosse il risultato di un’interpretazione della legge che si era affermata nel 2008 ed essendo sfavorevole non poteva essere applicata ai condannati per delitti precedenti, come invece avviene. Scorgo l’entrata nella sala dei miei familiari. Chiedo scusa e mi allontano per andargli incontro. Vederli tutti insieme per la prima volta dopo ventisette anni, è una sensazione indescrivibile. Poiché anche se ci vediamo ai colloqui mensilmente, questi incontri possono avvenire nel massimo tra quattro persone. Invece, oggi, ci sono quasi tutti, mio padre, mia madre, mio fratello, mia cognata e la piccola bellissima Ludovica, mia sorella, mio cognato e la piccolissima ma terribile Matilde. Poi ci sono mia zia e mio zio che non vedo da prima del mio arresto. Lui è irriconoscibile a me come io a lui. Con mia zia, invece, ci eravamo visti un po’ di anni fa, e non è cambiata di molto, degna sorella di mia madre. Che a settanta anni è sempre bella. Ci sono anche il fratello di mio cognato e la sua fidanzata, non volevano mancare. Mia sorella mi corre incontro e ci abbracciamo, come faccio col resto della famiglia. Matilde ha tre anni e come al solito sfugge. Prima ci dovrà essere la ‘danza’ di un graduale avvicinamento, poi si scatenerà. Ludovica, invece, ha già sette anni, mi abbraccia e bacia, aspettando la sua pre-concordata dose di solletico.

Iniziano le presentazioni dei miei familiari con il resto dei presenti, alcune sono già avvenute all’esterno prima dell’entrata. Altre avvengono lì, come quelle con la dottoressa Antonini. I miei mi chiedono se è il giudice che mi ha negato il permesso, confermo. Si salutano cordialmente. Anche loro sembrano rendersi conto che l’ingiustizia può avere diverse spiegazioni. Anche se so quanto ci sono rimasti male. Lo davano per scontato perché sapevano di altri miei coimputati che in analoghe occasioni, avevano ricevuto un permesso. Si erano preparati, dopo ventisette anni di attesa, per vedermi qualche ora libero insieme a loro. E magari inaugurare un nuovo inizio. Se non la legge, i principi generali del diritto e della Costituzione impongono di dover tenere conto delle aspettative che maturano nel condannato e nei familiari, per non obliterare il percorso rieducativo del reo e agevolare i rapporti con la famiglia, che potrebbero restare amputati da simili disconoscimenti e comportare una regressione comportamentale e trattamentale. Ma questa è la vita e bisogna cercare di vedere sempre il ‘bicchiere mezzo pieno’. Come la sorpresa che mi hanno preparato per oggi.

Tutto si svolge molto cordialmente e alla fine della giornata le impressioni tra familiari e giudice saranno reciprocamente positive.

Con l’occhio mi giro e vedo entrare una svolazzata di persone. È la Commissione esaminatrice, presieduta dal prof. Luigi Ventura, già Preside della Facoltà di Giurisprudenza, oltre che Relatore nella mia tesi in Diritto costituzionale, che ha come titolo: Profili costituzionali in tema di “ergastolo ostativo” e benefici penitenziari. Il resto della Commissione è composta dai professori Francesco Siracusano, Alessandro Morelli, Andrea Lollo, Valentina Pupo, Paolo Nicosia, Domenico Bilotti, Paola Chiarella e Francesco Rania.

  • Ma è vero che stai facendo lo sciopero della fame? L’ho letto sui giornali – S’informa il prof. Ventura.

Gli rispondo che l’ho dovuto sospendere il giorno prima per affrontare l’esame.

  • Ah! meno male – Lo sento dire e si rasserena anche in volto.

Mi ha fatto sempre un certo effetto vedere come le persone veramente importanti e con un’intelligenza superiore alla media, siano di una semplicità straordinaria.

Sono tutti contrari a che attui questa forma di protesta a partire dalla Direttrice, ai miei avvocati, per finire ai miei compagni, perché molto pericolosa per la salute, come mi ha informato il medico durante le visite di controllo quotidiane. Poiché anche bevendo possono insorgere gravissime complicazioni, come l’insufficienza renale acuta, per la quale qualche hanno fa è morto un ragazzo nel carcere di Roma, dopo venti giorni di sciopero, nonostante fosse sano.

Non sappiamo ancora quali meccanismi si mettano in moto quando nell’organismo non vengono inserite proteine, e lo stesso si alimenta ricorrendo alle ‘riserve’ di grasso e proteine del corpo”.  Mi hanno spiegato più volte i medici.

Ma non ho paura di morire. Come non ne ho avuta di vivere per ventisette anni in queste condizioni. La paura, anzi la vergogna dovrebbe essere di chi mi costringe a queste scelte, che si sente tra i ‘giusti’ ma poi non compie il suo dovere, non rispetta la Costituzione, facendosi fagocitare dai luoghi comuni o peggio dall’indifferenza.

La Commissione sale sul palco. Ognuno dei professori indossa la toga con diversi colori, secondo la relativa dignità accademica. Poi mi chiamano per presentarmi innanzi a loro. Il momento è arrivato. Un momento che chiude un bellissimo percorso universitario, durato anni. Iniziato all’università di Perugia, dove fui costretto a iscrivermi ‘invitato’ dal Ministero della Giustizia perché ero recluso a Spoleto, sottoposto al regime ex art. 41-bis OP. Dove il mio primo esame di diritto romano, lo sostenni dietro un vetro divisorio, con la prof.ssa Campolunghi e il prof. Lorenzi. Ma conservo un bel ricordo, tra i tanti, anche del prof. Brunelli, della prof.ssa Pitch o della prof.ssa Sartarelli, per il prezioso materiale che mi procurò e con la quale pur avendo concordato un esame, non c’incontrammo più per il mio trasferimento in Calabria. E qui nuovamente ‘invitato’ a cambiare l’università di Perugia con quella di Catanzaro. Un ‘invito’ al quale mi opposi per diverso tempo, consapevole che mi sarebbe costato ritardi, soldi per il passaggio di università, per l’acquisto di nuovi libri, la perdita di alcuni esami già preparati, ed alla fine, dopo aver consegnato la tesi, la scoperta di dover integrare cinque esami di quelli sostenuti a Perugia, perché non coincidevano i crediti, nonostante il contenuto dei programmi fosse non simile, ma identico. Oggi tutto questo si conclude.

Mi fanno sedere. Volgo le spalle ai miei familiari ed al resto dei presenti seduti in sala. Prima di girarmi mi accorgo che è arrivato il dottor Napoli, l’educatore responsabile per i contatti con l’università, che ha seguito da vicino la stesura della tesi, ed altre persone che fanno volontariato nell’istituto. C’è anche don Ilario, l’altro cappellano. I miei familiari sono seduti nelle prime due file. In un’altra fila oltre alla dottoressa Paravati, alla dottoressa Antonini e la dottoressa Simona Boni, la commissaria della Polizia Penitenziaria, c’è seduta anche Ludovica con i piedi a penzoloni. So già che cambierà di posto e spunterà come un fungo ora qui ora lì. Non scorgo Matilde, anche perché si confonde facilmente passeggiando tra le file delle sedie, come un piccolo ‘gnomo’.

Poi la mia attenzione si rivolge completamente al prof. Ventura che inizia a fare la presentazione della Commissione, in particolare quella del prof. Alessandro Morelli che tra pochi mesi arriverà a rivestire l’importante carica di professore ordinario. Con gli occhi ed un cenno gli faccio i miei più sinceri complimenti e auguri. Ho avuto la fortuna di conoscerlo in occasione di un esame, è un Professore e Persona veramente valida, che dà e darà lustro al mondo universitario calabrese e non solo.

Poi prima di passare all’introduzione del candidato e della tesi, spiegandone mirabilmente struttura e contenuti, lo sento dire:

  • Irritualmente la Commissione le fa dono di questo volume curato da me e dal prof. Morelli.
  • Grazie professore, ringrazio tutta la Commissione… –
  • Sappia che non è una cosa che facciamo spesso. Anzi è la prima volta – (prof. Ventura)

Non so cos’altro dire. Faccio appena in tempo a leggere il titolo Principi costituzionali[1] e già mi s’illuminano gli occhi. Ma la verità è che non so nulla di come si svolge una seduta di laurea. Ho cercato di informarmi dal prof. Siciliani de Cumis, che mi ha risposto che cambia a secondo dell’ateneo. Dunque ho deciso di viverla al momento senza alcuna aspettativa o programmazione.

La mia mente è completamente libera e concentrata, non sento altro che la voce del Professore che sta terminando la relazione introduttiva.

  • Di solito tra Relatore e Candidato si concorda una domanda, nel suo caso non c’è stata la possibilità, pertanto le viene data la facoltà di scegliere come iniziare l’esposizione –
  • Professore ho sempre pensato alla tesi ed a questa occasione come ad un momento di divulgazione scientifica. Ma viste le circostanze, il luogo e gli spettatori, considerato che il ‘cuore’ della tesi si fonda sui principi che regolano la successione di leggi e giurisprudenza nel tempo, chiedo il permesso a questa Commissione di procedere intrecciando le nozioni di diritto in una narrazione cronologica fatta sulle mie esperienze personali, in modo da renderle comprensibili anche ai non addetti ai lavori –

Quest’idea mi è venuta stamane, pensando al modo di far capire anche ai miei familiari il significato degli studi che avevo condotto e renderli più accattivanti. Per esperienza sapevo che parlare di nozioni di diritto in astratto se è il massimo per gli amanti della materia, diventa noioso per il resto. Ne avevo avuto diretta esperienza quando cercavo di spiegare alcuni principi della Costituzione ai miei compagni di detenzione. Dopo cinque minuti vedevo i loro occhi cerchiati e disorientati…

  • La Commissione acconsente –
  • Quando sono entrato in carcere era il 1989, avevo diciannove anni[2] e l’art. 4-bis OP che stabilisce le preclusioni ai condannati per alcuni delitti non esisteva. Anzi per chi fosse condannato all’ergastolo era previsto che dopo dieci anni di pena espiata poteva accedere ai permessi premio, dopo venti anni alla semilibertà, dopo ventisei anni alla liberazione condizionale. L’art. 4-bis OP, infatti, venne introdotto nel 1991 con la legge n. 203, prevedendo un aumento delle soglie di pena da espiare per l’accesso ai benefici penitenziari per tutti i delitti. Mentre per i condannati alla pena dell’ergastolo, le soglie per l’accesso restavano quelle anzidette. Nella stessa disposizione però si individuavano due fasce di delitti. Per i delitti di ‘prima fascia’, ossia delitti di eversione internazionale o interno, l’art. 630 c.p. (sequestro di persona), 74 DPR 309/1990 (traffico di stupefacenti), l’art. 416-bisp. e ‘quei delitti commessi per agevolare l’associazione mafiosa di cui all’art. 416-bis c.p.’ che venivano individuati, col cosiddetto criterio formale, ossia attraverso la presenza dell’aggravante ex art. 7 L. n. 203/1991, introdotto contestualmente all’art. 4-bis OP, per l’identità della formula citata replicata anche in quest’ultima disposizione. I delitti di ‘seconda fascia’, invece, erano l’omicidio, l’art. 73 DPR 309/1990 aggravato dall’art. 80 della stessa legge (spaccio di stupefacenti in ingenti quantitativi), l’art. 628 c.p. (rapina), art. 629 c.p. (estorsione) ed altri. Ma quello che interessa, è sottolineare come nei delitti di ‘seconda fascia’ ci sia l’omicidio, delitto punibile con l’ergastolo. La differenza tra i delitti di ‘prima’ e ‘seconda fascia’, consisteva principalmente, che per l’ammissione ai benefici penitenziari, per i primi bisognava dimostrare l’assenza di collegamenti con la criminalità (la cosiddetta prova diabolica, poiché come si può dimostrare quello che non esiste?), mentre per i secondi tali collegamenti devono essere dimostrati dagli organi di polizia. Pertanto quando domandai al mio avvocato immaginario cosa comportasse questa modifica legislativa per me, rispose: “Nulla. Nel tuo caso. Solo che non devono risultare contatti col crimine organizzato per accedere ai benefici penitenziari”. Nel 1992 l’art. 4-bis OP, subì una modificazione. Per i delitti di ‘prima fascia’ fu posta la collaborazione con la giustizia (ossia accusare altre persone), per l’accesso ai benefici penitenziari. Allora consultai di nuovo il mio avvocato e gli chiesi se valesse anche per me. E il mio avvocato mi rispose di no. Perché il delitto di omicidio era un delitto di ‘seconda fascia’, che non veniva interessato da queste rinnovellazioni. E per il delitto di associazione ex art. 416-bis OP per il quale avevo subito una condanna temporanea? Mi rispose che quest’ultima, essendo un delitto di ‘prima fascia’, doveva essere espiata per intero e successivamente chiederne lo ‘scorporo’, ossia la dichiarazione di avvenuta espiazione. E rimanendo in esecuzione solo per il delitto omicidiario, punito con l’ergastolo, avrei potuto accedere ai benefici penitenziari senza soddisfare la condizione collaborativa. Rassicurato continuai ad espiare la pena, nel rispetto delle regole penitenziarie e partecipando attivamente all’opera trattamentale come richiedeva la legge. Solo che ogni tanto si sentivano notizie di alcune sentenze della cassazione che, invece, di procedere allo scorporo nel caso di concorso di condanne per delitti ostativi e non, pretendevano la collaborazione anche per l’altro delitto. Allora richiamai il mio avvocato e gli chiesi delucidazioni in merito. E lui mi rispose di non preoccuparmi perché c’erano altre sentenze che sostenevano l’opposto. E che anzi proprio per mettere fine a quell’incertezza, erano intervenute le Sezioni Unite della Cassazione che con la sentenza n. 14 del 1999 – Ronga, stabilendo che doveva prevalere l’orientamento più favorevole al condannato. E pertanto tra coloro che sostenevano l’inscindibilità dei delitti non ostativi ed ostativi e l’estensione della collaborazione anche ai delitti finalisticamente collegati ma non formalmente ostativi e tra coloro che, invece, sostenevano l’esatto contrario, ossia che tra delitti non e ostativi, anche finalisticamente collegati, doveva procedersi allo scorporo e non poteva estendersi la collaborazione, prevalse quest’ultimo orientamento. La ratio di questa decisione riposava sul principio che non poteva farsi dipendere un regime meno favorevole dalla fortuità, dal caso che un condannato si trovasse a celebrare i due processi per delitti non ed ostativi contemporaneamente ovvero in momenti diversi. Ed inoltre il riconoscimento del ‘reato continuato’ non poteva risolversi in un pregiudizio del condannato, quando l’istituto era nato come un beneficio. Dopo queste parole e soprattutto dopo aver letto questa sentenza e le ordinanze dei giudici di merito e legittimità che adottavano tali principi in tutta Italia, mi rassicurai. Poiché è risaputo, anche agli ignoranti in materia, che le pronunce a Sezioni Unite esprimono principi di diritto che si applicano erga omnes. E quello che in questa sede interessa sottolineare, è come la ratio decidendi espressa nell’occasione, sia stata interpretata e applicata dai giudici di merito e legittimità proprio in questo senso. Cioè in caso di pene concorrenti per delitti non ed ostativi finalisticamente collegati (che significa unico disegno criminoso), si procedeva allo scorporo della pena per i delitti ostativi se interamente espiata, e per la restante si ammetteva ai benefici penitenziari. In questo modo è stata recepita la sentenza “Ronga” ed applicata dai giudici dell’Esecuzione e da quelli della Sorveglianza, sia per revocare il regime ex art. 41-bis OP, sia per ammettere ai benefici penitenziari dei condannati per associazione mafiosa in concorrenza con delitti di omicidio per i quali era stata inflitta la pena dell’ergastolo. Nel Capitolo Secondo e Quinto della tesi ho prodotto diverse ordinanze per documentare questa evoluzione. Di tutta evidenza come tale decisione e relativa applicazione abbia ingenerato un legittimo affidamento nei cittadini e condannati che la legge venisse interpretata in questo modo e non in altro: espiata la pena per delitto ostativo di ‘prima fascia’, anche se finalisticamente collegato con l’omicidio di ‘seconda fascia’, si procedeva allo scorporo del reato ostativo espiato e si ammetteva ai benefici penitenziari per l’ergastolo. La mia vita scorreva tranquillamente con queste convinzioni, finché nel 2003 la Corte costituzionale con la sentenza n. 135, si pronunciò stabilendo la compatibilità dell’art. 4-bis OP con l’art. 27.3 della Costituzione anche per il condannato all’ergastolo. Ossia si stabiliva che la richiesta collaborazione con la giustizia, che escludeva dai benefici penitenziari il condannato all’ergastolo, rendendo la pena perpetua, non violasse il principio rieducativo, poiché il condannato poteva sempre scegliere di collaborare e interrompere la perpetuità della pena accedendo ai benefici penitenziari. Allarmato chiesi di nuovo consiglio al mio avvocato, che ancora una volta mi rassicurò, spiegandomi che quella sentenza riguardava i condannati all’ergastolo per sequestro di persona, ossia l’art. 630 c.p. che era formalmente indicato tra i delitti di ‘prima fascia’, mentre il delitto di omicidio era di ‘seconda fascia’. Ma in quell’occasione presi coscienza che nel nostro ordinamento si erano creati due tipi di ergastolo, quello ‘ordinario’ (non condizionato dalle preclusioni previste per i delitti di ‘prima fascia’ ex art. 4-bis.1 OP) e quello ‘ostativo legale’, ossia stabilito dalla legge. Io continuavo a espiare anni ed anni di carcere, diplomandomi (in regime ex art. 41-bis OP) e continuando il percorso individuale di studi anche in ambito universitario. Finché arrivato nel 2008 nel carcere di Catanzaro, con al seguito le Sintesi trattamentali tutte molto positive, che certificavano il percorso penitenziario più che eccellente, da parte delle Equipe dei diversi istituti penitenziari nei quali ero stato recluso, il mio avvocato decise che era arrivato il momento di chiedere un permesso premio.

Nel 2008 avevo espiato diciannove anni di pena che con la liberazione anticipata concessa arrivava a oltre 23 anni, e considerato che la Corte d’Assise d’Appello di Lecce aveva dichiarato espiata la pena relativa al reato associativo di ‘prima fascia’, restavo in espiazione solo per il delitto di omicidio di ‘seconda fascia’. La risposta del magistrato prima e del tribunale di sorveglianza poi alla richiesta di permesso, fu di ammissibilità, ma di rigetto, risultando necessario a loro giudizio, un altro poco di tempo per vedere confermati i risultati raggiunti in chiave personologica. Dunque già meritevole, ma poiché ero arrivato da pochi mesi, si riteneva necessario qualche mese per avere conferme al mio percorso trattamentale. Nell’occasione ad altro condannato all’ergastolo e altro delitto associativo che si trovava nell’istituto da molto tempo, il permesso fu concesso. Aspettai e nel 2012 fu l’Equipe della Direzione dell’istituto che propose la prosecuzione trattamentale comprensiva dei benefici extramurari. Col mio avvocato ripresentai l’istanza di permesso premio, che però non solo mi fu rigettata ma venne dichiarata ostativa la pena dell’ergastolo. Nel frattempo, infatti, erano cambiati i giudici di sorveglianza e l’orientamento giurisprudenziale, per effetto della sentenza a Sezioni Unite della Cassazione n. 337 del 2009, che aveva esteso la contestabilità dell’art. 7 L. n. 203/1991 anche ai delitti puniti con la pena dell’ergastolo, nonostante la legge lo vietasse, alla quale il magistrato di sorveglinza aderiva e faceva propria. Poiché il magistrato rilevava che nel processo mi era stata contesta (anche se poi venne esclusa) l’aggravante succitata, per questioni di diritto (la legge appunto lo vietava). Chiesi al mio avvocato cosa fosse avvenuto e se potessero farlo. Il mio avvocato mi fece presente che la situazione andava ingarbugliandosi, poiché in effetti non potevano farlo. Le stesse Sezioni Unite non potevano forzare la legge in quel modo, eppure l’avevano fatto. Nasceva così quello che definisco “ergastolo ostativo giurisprudenziale formale”. Giurisprudenziale perché è ottenuto attraverso l’estensione ad opera della giurisprudenza dell’art. 7 ai delitti punibili con l’ergastolo prima esclusi. Formale, poiché tale estensione permette d’individuare il delitto ostativo attraverso il criterio formale rappresentato dall’art. 7 citato. Di fronte a tale ‘forzatura’, il mio avvocato mi suggerì un modo per superare il problema. Presentare reclamo avverso tale decisione al tribunale di sorveglianza di Catanzaro rimpostando la richiesta. Infatti, sottolineava il mio avvocato: “avendo tu espiato tutti i delitti ritenuti in continuato con la pena base dell’ergastolo per effetto dell’espiazione dell’isolamento diurno; e poiché l’ergastolo inflitto riguardava un omicidio al quale mai era stata contestata l’aggravante in questione, chiedendo lo scorporo di tutti i delitti ostativi espiati (incluso l’omicidio al qual è stata contestato/escluso l’art. 7 L. n. 203/1991), resti in espiazione per un delitto di ‘seconda fascia’ non ostativo”. Il tribunale non tardò a pronunciarsi, e nonostante attestò che “Conte Claudio certamente è un uomo nuovo” e lanciava un “appello al legislatore affinché allenti l’insopportabile morsa dell’art. 4-bis OP”, dichiarò ostativo anche il delitto-pena base, al quale non era mia stato contestato/escluso l’art. 7 citato. Il tribunale perveniva a tale risultato adottando il nuovo ‘criterio sostanziale’ per l’individuazione dei delitti ostativi. Configurando quella che nella tesi definisco l’“ergastolo ostativo giurisprudenziale sostanziale” –

  • Cosa intende per criterio sostanziale – (prof. Siracusano).
  • Il criterio sostanziale è stato elaborato dalla giurisprudenza e si è affermato in modo costante dal 2008. Esso permette l’individuazione del delitto, verificandone la natura ostativa, ossia se il delitto sia stato commesso per agevolare l’associazione mafiosa, non attraverso i delitti nominalmente indicati nel 1° comma dell’art. 4-bis OP o dalla presenza dell’art. 7 L. n. 203/1991, ma attraverso la lettura del contenuto della sentenza. La dottrina definisce questa operazione “riqualificazione giuridica del fatto reato” ad opera del giudice di sorveglianza. L’unica a parlarne è la prof.ssa Del Coco, che rileva la querelle scaturitane tra coloro che lo ritengono possibile e chi no. Nella tesi affronto la questione nel Capitolo Secondo e Quinto (dove è stato ricostruito il mutamento giurisprudenziale con varie ordinanze), citando quella parte della giurisprudenza di legittimità contraria. Il problema è che di questa evoluzione i giudici di sorveglianza attuali non ne sono a conoscenza, perché sono tutti giovani o comunque, in quegli anni, prestavano servizio in altri uffici –
  • La spiegazione più semplice – (prof. Ventura).

Un riscontro a tale evoluzione è data dalla rinnovellazione dell’art. 41-bis OP con legge 94/2009 che stabilisce l’applicazione del regime speciale anche se è stata espiata e scorporata la pena per il delitto ostativo e residua una pena per delitto non ostativo. Significativa in tal senso è la Relazione antimafia del 2015 dalla quale si ha traccia della precedente giurisprudenza e dei relativi contrasti insorti (v. nota)[3].

  • Ma hanno fatto riferimento all’art. 51 comma 3-bis del codice di procedura penale nel rigetto? – (prof. Siracusano)
  • No –
  • Ma lei sa che… – (prof. Siracusano)
  • Sì. E sono d’accordo con lei nel riferimento, ma non cambiano i termini delle mie conclusioni, poiché l’interpretazione sopravvenuta non può retroagire –
  • Sta uscendo l’anima del penalista al prof. Siracusano. Mentre io che sono costituzionalista convengo con Conte – (prof. Ventura).

Altro a descriverlo altro è vedere la reazione del prof. Ventura, che come un ‘vecchio’ ma ancora forte ‘leone’ (al quale contribuiscono la folta barba e ‘capigliatura’), vuole ribadire che quella è una tesi in diritto costituzionale.

Non voglio sminuire l’intervento di quello che oltre ad essere il mio Relatore è anche un espertissimo costituzionalista, e quasi lascio cadere la questione, ma voglio che comunque veda che sono preparato a qualunque contestazione. Poiché come disse Socrate a Polo: “abbiamo due sistemi diversi, il tuo ha convinto tutti, tranne me. Per me invece, l’importante è che tu sia d’accordo con me e poi testimoni in mio favore…[4]. Ed io avendo capito le perplessità del prof. Siracusano, vorrei spiegarmi ripetendogli, che potrei essere d’accordo con lui nel riferimento all’art. 51 comma 3-bis c.p.p., ma tale disposizione ha avuto gli stessi problemi d’incertezza e interpretativi dell’art. 4-bis.1 OP, nella parte riguardante l’individuazione dei delitti ‘commessi avvalendosi o per agevolare l’associazione mafiosa’, per stabilire la competenza della DDA. Infatti, per giurisprudenza costante, anche in questo caso, erano tali solo quei delitti gravati dall’art. 7 L. n. 203/1991. Aggravante che si è arrivati a contestare anche all’omicidio, punibile con l’ergastolo (escluso), per determinare la competenza. Querelle interpretativa che è stata risolta sempre col noto arresto delle Sezioni Unite n. 337/2008-9, che nella parte motiva stabilisce l’estensione dell’art. 7 citato anche ai delitti punibili con l’ergastolo anche e proprio per affermare la competenza ex art. 51.3-bis c.p.p.. Mentre prima regnava l’incertezza anche in questo campo. Pertanto solo a seguito della decisione dirimente delle Sezioni Unite, può parlarsi di prevedibilità anche in relazione all’art. 51.3-bis c.p.p.[5]. Fermo restando che si tratta di due disposizioni autonome anche rispetto all’interpretazione fattane negli anni e all’affidamento ingenerato nel condannato e cittadini.

  • Professori, se mi è permesso, dal mio punto di vista stiamo dicendo tutti la stessa cosa. Ma per chiarirlo servirebbe ben altro approfondimento. Tornando, invece, al mio avvocato. Dopo la decisione negativa del tribunale, gli chiesi se potevano farlo. Se fosse possibile un mutamento della giurisprudenza così sfavorevole e se non violasse il principio d’irretroattività. Lui iniziò a fare la parte dell’‘avvocato del diavolo’ e inziò a spiegarmi che la questione si faceva incerta perché tale principio non è sempre invocabile… –
  • Ed infatti il principio d’irretroattività opera solo per le norme penali, non per le processuali, e per la legge – evidenzia di nuovo il prof. Siracusano.

So che il Professore interagisce molto negli esami, avendone sostenuti già due con lui, ponendo questioni sempre più interessanti, che a me non producono altro effetto che quello di stimolarmi. E per questo in fondo lo ringrazio, perché così sento respirare l’aria universitaria, di essere in quegli ambienti universitari di cui ho letto nei libri, dove le discussioni accademiche vivacizzavano i confronti, generando conoscenza. Possibilità che mi è stata sempre preclusa, fino all’ultimo giorno…

  • Ed infatti – gli faccio eco, ringraziandolo per l’assist – mi sono preoccupato di consolidare questo studio approfondendo tre profili. Il primo, è stato quello di dimostrare la natura sostanziale dei cosiddetti benefici penitenziari (Capitolo Secondo della tesi). Il secondo, quello di dimostrare la rilevanza del mutamento giurisprudenziale sfavorevole anche in Italia (Capitolo Terzo). Il terzo, dimostrare il mutamento giurispudenziale riguardante l’interpretazione dell’art. 4-bis.1 OP (nel Capitolo Quinto) –
  • Ma i benefici penitenziari sono norme processuali non penali – precisa nuovamente il prof. Siracusano.
  • Non proprio. Iniziamo dalla liberazione condizionale ex 176 c.p., tale istituto è ritenuto di natura penale non solo perché collocato nel codice penale, ma perché ritenuto tale dalla Corte costituzionale con le sentenze nn. 204 e 264 del 1974, è una delle causa di estinzione della pena, oltre a rendere compatibile la pena dell’ergastolo con la Costituzione. Tenendo presente questo dato di partenza e tenuto conto che la dottrina parla di un ‘sistema progressivo scalare’ (Fiorentin) o ‘trattamento in progress’ (Grevi) di tutti i benefici penitenziari, dalla liberazione anticipata, al permesso premio, alla semilibertà per poter giungere alla liberazione condizionale, ne discende che non vi può essere l’ultima senza i primi. Pertanto la natura sostanziale deve riconoscersi anche ai primi. Di più, lo stesso legislatore si rende conto che in materia di benefici penitenziari, si trovi di fronte a norme sostanziali, tanto che all’atto d’introduzione dell’art. 4-bis OP, all’art. 4 della legge 203/1991 stabilisce l’irretroattività dei peggioramenti riguardanti l’aumento delle soglie da espiare per l’accesso ai benefici penitenziari per i condannati prima dell’entrata in vigore della legge. La stessa Corte costituzionale è intervenuta su due piani, da una parte riconoscendo il diritto di non regressione trattamentale del condannato che fruisse di tali benefici che venissero esclusi dall’introduzione di una nuova disposizione, come avvenuto per la condizione collaborativa (nn. 306/1993 fino 137/1999). Principio che, mi permetto di far notare, estende il divieto di retroattività ad aspetti relativi alla ‘portata della pena’ non limitati ai presupposti sostanziale die benefici penitenziari, ma che vanno oltre, ossia sui criteri di valutazione della pericolosità sociale del condannato che abbia dimostrato, prima della modifica peggiorativa, di essere già nelle condizioni di accedere al relativo beneficio anche se non ancora concretamente fruito (Corte cost. 137/1999). Dunque sono tutelate le aspettative di essere valutato con i criteri precedenti al peggioramento legislativo. In altre occasioni la Consulta è intervenuta (nn. 273 e 280 del 2001), indirettamente stabilendo il divieto di retroattività della legge sfavorevole laddove questa intaccasse i presupposti sostanziali della liberazione condizionale (273/2001) o del permesso premio (280/2001). E quello che interessa nel mio studio è appunto l’operatività di tale principio su tali istituti. La dottrina (Pulvirenti) analizzando proprio l’art. 4-bis.1 OP, distingue una parte processuale (relativa alle procedure relative alla dimostrazione/assenza dei collegamenti con la criminalità) ed una parte sostanziale (relativa alla condizione collaborativa e alla maggiorazione delle soglie di pena da espiare per l’accesso ai benefici), soggetta, invece, all’irretroattività sfavorevole. Infine vi è da fare un’altra considerazione, proprio partendo dalla bipartizione evidenziata dal prof. Siracusano, ossia che le norme sono penali o processuali, non potendo essercene di un terzo tipo, concludo che non essendo gli istituti penitenziari norme processuali, poiché non disciplinano i procedimenti, se non in piccola parte, allora sono norme sostanziali, che tra l’altro attengono alla materia della libertà personale. Senza dimenticare che la Corte di Strasburgo con la sentenza Del Rio Prada, ha stabilito la natura sostanziale della libertà anticipata, che appunto è un beneficio penitenziario. E ricordo che la stessa si è espressa sul metodo di computazione di tale beneficio, che ad un certo punto era stato modificato in peius attraverso un imprevedibile mutamento giurisprudenziale. Ritenendo violato il principio d’irretroattività sfavorevole ex art. 7 CEDU anche nel caso di norme che interessano la ‘portata della pena’. Estensione ribadita dal giudice Pinto de Alberqueue nel caso Öcalan v. Turchia del 2015 che, ricostruendo l’istituto della liberazione condizionale, sottolinea come le modifiche peggiorative non possano incidere i presupposti sostanziali, le condizioni di accesso e finanche i criteri di ammissibilità, esistenti al momento del reato. In quanto il condannato deve essere nelle condizioni di prevedere le conseguenze delle sue azioni anche rispetto all’esecuzione della pena.

Mi pare superfluo, e per questo non lo faccio, sottolineare che le sentenze emesse dalla Grande Camera della Corte di Strasburgo (come la Del Rio Prada o Scoppola), sono definite ‘sentenze pilota’ poiché vincolano tutti gli Stati Parte della Convenzione, e non solo lo Stato condannato, poiché tali pronunce fissano dei principi interpretativi delle disposizioni convenzionali.

  • Pertanto ritenuta la natura sostanziale dei benefici penitenziari, sono passato a fondare la rilevanza del mutamento giurisprudenziale in Italia. Senza andare a ripercorrere le sentenze della Corte di Strasburgo, mi accingo ad esporre quelle autorevoli espresse in Italia dalle Sezioni Unite della Cassazione nel 2010 con la sentenza “Beschi”, con la quale si è ritenuto rilevante il mutamento giurisprudenziale favorevole, che quale nuovo elemento di diritto, legittima la riproposizione di un’istanza già rigettata; e dalla Corte costituzionale con l’arresto n. 230/2012, che nonostante rappresenti un ‘altolà’ alle posizioni ‘avanguardistiche’ delle Sezioni Unite, poiché non ritiene rilevante un mutamento giurisprudenziale favorevole per intaccare l’intangibilità del giudicato, conviene sulla irretroattività del mutamento giurisprudenziale sfavorevole. Pertanto due degli organismi giudiziari più importanti del nostro ordinamento hanno dichiarato il divieto del mutamento giurisprudenziale sfavorevole. Le Sezioni Unite con il caso Beschi… –
  • Può chiarire i termini della causa – (prof. Ventura)
  • La quaestio iuris posta alle Sezioni Unite consisteva se si dovesse ritenere nuovo elemento di diritto il mutamento giurisprudenziale stabilito da una sentenza delle Sezioni Unite per la riproposizione di un’istanza tesa all’ottenimento dell’indulto, che era stata già decisa e rigettata. Questo in diritto, in fatto, invece, nel caso concreto era accaduto che la legge-giurisprudenza all’atto della prima istanza non riconosceva l’applicabilità dell’indulto ai condannati all’estero che stessero eseguendo la pena in Italia. Successivamente le Sezioni Unite sono intervenute mutando giurisprudenza, ritenendo applicabile l’indulto anche ai condannati all’estero in esecuzione della pena in Italia. Le Sezioni Unite venivano dunque adite per stabilire se tale ‘mutamento’ potesse legittimare la riproposizione della domanda d’indulto e superare il ‘giudicato esecutivo’. Le Sezioni Unite si sono pronunciate in senso favorevole.
  • Ma come si giustifica la rilevanza del mutamento giurisprudenziale rispetto alla legge ed alla sua riserva? – (Prof. ventura)
  • È il profilo più interessante che offre la sentenza citata. Nella motivazione della sentenza si affrontano le questioni ordinamentali e di sistema, del superamento della tradizionale separazione tra interpretazione della legge (che sfugge all’irretroattività) e produzione di legge; della rilevanza del mutamento giurisprudenziale alla luce degli obblighi di un’interpretazione uniforme delle norme nazionali ai principi espressi dalla Convenzione Europea per i diritti dell’uomo, ed in particolare all’art. 7 CEDU, che nell’espressione di law ricomprende legge e giurisprudenza riconoscendogli lo stesso valore normativo e produttivo. Alla Corte di Strasburgo viene riconosciuta l’elaborazione di una nozione di ‘legalità’ apparentemente più ‘debole’ ma più ampio di quello nazionale, che permette d’includere nell’operatività del principio di ir/retroattività favorevole anche i mutamenti giurisprudenziali. Orbene alla luce del principio della ‘tutela più intensa’ dei diritti e cito i prof. Ventura[6], prof. Ruggeri e la Corte costituzionale (317/2009), non può che preferirsi quella offerta dalla giurisprudenza e norme CEDU anche rispetto a quella italiana. Le Sezioni Unite, in sintesi, ritengono superata la separazione tra interpretazione della legge (che risulta irrilevante per il diritto domestico) e produzione della legge alla luce, appunto dell’obbligo di una lettura sistematica con l’art. 7 CEDU. Evidenziando come le sentenze delle Sezioni Unite sono definite dalla Corte costituzionale come ‘diritto vivente’ e come lo stesso legislatore le abbia ritenute ‘principi guida’ in una legge delega. Con una funzione produttiva paralegislativa. Ma la cosa che più m’interessa sottolineare, è come nella sentenza in questione, nella quale si riconosce rilevanza al mutamento giurisprudenziale favorevole, a maggior ragione si riconosce la rilevanza del mutamento giurisprudenziale sfavorevole, che si fonda su principi di diritto ancor più radicati. Nello stesso senso si pronuncia la Corte costituzionale nella sentenza 230/2012 rispetto al mutamento giurisprudenziale sfavorevole. Nonostante la stessa metta un freno alle posizioni che ammettono rilevanza al mutamento giurisprudenziale favorevole. Nella sentenza citata la Consulta (adita dal giudice remittente, che sosteneva la rilevanza del mutamento giurisprudenziale favorevole, addirittura per superare l’intangibilità di una sentenza di condanna irrevocabile, poiché ai sensi dell’art. 673 c.p.p. è prevista solo in caso di abolitio criminis ovvero per dichiarazione d’incostituzionalità da parte della Corte costituzionale), ha messo un freno, rilevando i rischi di sistema ai quali si andrebbe incontro e soprattutto i limiti costituzionali posti dalla riserva di legge. Argomenti questi che verranno utilizzati dalla dottrina per criticare la sentenza relativa al caso emessa dalla Corte EDU col quale è stata condannata l’Italia in relazione al divieto di retroattività di mutamento giurisprudenziale sfavorevole… –
  • Ma questa sentenza è stata criticata a ragione, perché nel nostro ordinamento il reato di associazione mafiosa e concorso di persone esiste da prima… – (prof. Siracusano)
  • Certo, che le norme incriminatrici a cui hanno fatto riferimento i giudici per la creazione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa esistono da prima. La stessa figura di concorso esterno in associazione nasce negli anni Sessanta, se non erro, nell’ambito dei reati per banda armata e cospirazione politica… –

Il prof. Siracusano conviene confermando con il segno della testa.

  • Ma la Corte EDU non condanna l’Italia per la natura giurisprudenziale del reato di concorso esterno in associazione mafiosa (natura tra l’altro non contestata dalle parti), quanto per l’applicazione retroattiva di una norma incriminatrice non prevedibile, meglio ancora incerta al momento del comportamento tenuto dal soggetto. Contrada era stato condannato per condotte (risalenti tra il 1979 ed il 1988) antecedenti alla sentenza delle Sezioni Unite del 1994 Demitry, ritenuta “fondativa” della fattispecie criminosa elaborata dalla giurisprudenza (attraverso la lettura combinata degli artt. 110, 416 e 416-bis del codice penale) sul concorso esterno in associazione mafiosa. Pronuncia che si ritiene abbia stabilito definitivamente i presupposti applicativi dell’incriminazione in questione, dirimendo i diversi orientamenti in materia, fino a quel momento non sufficientemente consolidati. La Corte EDU, ripercorrendo le diverse pronunce, rileva, come solo nel 1987 la Corte di Cassazione menziona per la prima volta il concorso esterno in associazione mafiosa, escludendone tra l’altro la configurazione di reato autonomo. Per la Corte EDU solo con la pronuncia della Suprema Corte a Sezioni Unite del 1994 citata, tale orientamento diventa dirimente e rilevante per quella stabilità nell’interpretazione di una legge che difetta di chiarezza, oltre la quale l’indirizzo può dirsi costante e ‘vincolante’ per i casi futuri, restando inapplicabile retroattivamente per assicurare quelle garanzie di accessibilità e prevedibilità della legge e sua interpretazione. Con l’occasione faccio rilevare come la Corte EDU riconosca alle Sezioni Unite un ruolo dirimente in caso d’incertezza della legge o giurisprudenza, a garanzia della prevedibilità della legge e giurisprudenza laddove poco chiare. La Corte EDU stabilisce alcuni principi a garanzia della conoscibilità da parte del cittadino delle conseguenze verso cui va incontro tenendo determinati comportamenti. Viene in rilievo la stessa rimproverabilità dei comportamenti, che possono essere tali solo se conosciuti. E per tale motivo devono essere chiaramente descritti dalla legge e dalla giurisprudenza che definisce e completa la legge.
  • Comunque è una questione complessa – (prof. Siracusano)
  • Le differenze tra legge e giurisprudenza come sono superate? – (prof. Ventura)
  • La giurisprudenza non può pretendere di essere immune dalla garanzia stabilita dal principio d’irretroattività. Non si può accettare che quanto è vietato al legislatore sia poi concesso alla giurisprudenza laddove produce effetti e pregiudizi anche maggiori del primo. L’ergastolo ostativo ne è una dimostrazione.
  • Vedi quest’argomentazione serve per il libro che stai scrivendo sulla rilevanza della giurisprudenza in Italia – (prof. Ventura).
  • Sì, anche se io pongo la questione sulla discriminazione in cui s’incorre nel ritenere rilevanti gli effetti prodotti dalla legge e non anche quelli prodotti dalla giurisprudenza. Ma questo è un argomento efficace – (prof. Lollo)
  • Professore, la Costituzione dovrebbe essere fatta conoscere già nelle scuole. Non come avviene oggi, ma per spiegare che esiste come garanzia, come difesa del cittadino dai poteri pubblici. La Costituzione non esiste per mantenere i privilegi di chi è al potere. Anche la seconda parte ordinamentale, gli equilibri che stabilisce tendono a tale fine. Invece, a parlarne spesso sono quelli che hanno già posizioni di privilegio e tendono a conservarli a quelle categorie che sono al potere. Permettemi di dire, in tutta umiltà, che le critiche mosse alla sentenza Contrada da parte di autorevoli esponenti della dottrina (Marino, Pulitanò), forse sono il frutto di un ‘abbaglio’, poiché utilizzano gli argomenti espressi dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 230/2012 che muovono da tutt’altri presupposti. La Corte costituzionale, infatti, pone un freno alla rilevanza del mutamento giurisprudenziale favorevole per scardinare l’intangibilità della res judicata. In tal caso ha una sua ragione d’essere il richiamo alla riserva di legge. Perché si discute di fonti di produzione di diritto. Nel caso Contrada, invece, quella che viene fatta valere è la garanzia del divieto di retroattività sfavorevole estesa anche alla giurisprudenza, e non limitata solo alla legge. Poiché il principio d’irretroattività funge da garanzia per la conoscibilità delle norme e come vengono applicate. E ripeto non può essere concesso alla giurisprudenza, con l’interpretazione, ciò che è vietato anche al legislatore. Poiché la riserva di legge è una forma di garanzia del cittadino rispetto al legislatore, figuriamoci se non debba esserlo anche rispetto alla giurisprudenza laddove questa provochi un pregiudizio. Parlare d’irretroattività di mutamento giurisprudenziale, non significa autorizzare la giurisprudenza a produrre diritto. Pertanto mi trova parzialmente d’accordo la posizione della Corte costituzionale nell’arresto n. 230/2012, nel non riconoscere rilevanza al mutamento giurisprudenziale favorevole per superare l’intangibilità del giudicato. Poiché viene in rilievo il principio di certezza del diritto. Come naturalmente mi trova più che d’accordo laddove distingue e riconosce la rilevanza al mutamento giurisprudenziale sfavorevole che si fonda sia nella prevedibilità già stabilita dalla Consulta nell’arresto n. 346/1988[7], sia nella giurisprudenza della Corte EDU in relazione all’art. 7 CEDU. Nella tesi naturalmente ho richiamato i precedenti europei relativi al principio d’irretroattività dell’imprevedibile mutamento giurisprudenziale sfavorevole, che trovano la loro massima espressione nei casi Kafkaris, Del Rio Prada e Contrada; ma ho anche trattato nel Capitolo Quarto, sulla il/legittimità della pena dell’ergastolo in relazione al principio d’umanità (3 CEDU) le pronunce della Corte EDU nei casi Vinter v. UK del 2012 e Öcalan v. Turchia dell’aprile 2015, che trattano del diritto alla liberazione condizionale e fissano tale momento alle condizioni stabilite al momento del reato o condanna. L’ho fatto in modo da poter sostenere l’irretroattività di modifiche peggiorative a partire dal momento del reato.
  • Le conclusioni a cui giungo è che l’ergastolo ostativo essendo il risultato di un imprevedibile mutamento giurisprudenziale sfavorevole dell’art. 4-bis.1 OP, che si è affermato intorno al 2008-2009, non possa essere applicato retroattivamente, e pertanto dovrebbe essere regolato dal regime precedente. Ossia in caso di concorrenza di delitto ostativo col delitto omicidiario punito con l’ergastolo, previo scorporo della pena espiata relativa al delitto ostativo, si dovrebbe ammette ai benefici penitenziari per la pena relativa all’ergastolo secondo il più regime favorevole previsto per i delitti di ‘seconda fascia’, cioè dell’attuale comma 1-ter dell’art. 4-bis Che non prevede alcuna condizione collaborativa e per i collegamenti con la criminalità organizzata, pone l’onere della dimostrazione al PM. Professore vorrei concludere sottolineando che PER SUPERARE L’ERGASTOLO cosiddetto OSTATIVO, NON C’E’ BISOGNO DI NUOVE LEGGI, COME AUSPICATO NEGLI STATI GENERALI SULL’ESECUZIONE DELLA PENA, APPENA CONCLUSI. E’ SUFFICIENTE RISPETTARE LE LEGGI ESISTENTI. AFFERMANDO L’IRRETROATTIVITA’ AL 2008-2009, DELLA NUOVA INTERPRETAZIONE SFAVOREVOLE DELL’ART. 4-BIS.1 OP. E CHIARIRE QUEST’ASPETTO CON UNA SEMPLICE CIRCOLARE DEL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA AI VARI UFFICI DI SORVEGLIANZA. NON SERVIREBBE ALTRO. NESSUNA NUOVA LEGGE. SOLO IL RISPETTO DI QUELLE IN VIGORE.
  • Bene, bene per noi basta così. Anzi… adesso avremmo bisogno solo di riunirci per qualche minuto. C’è la possibilità di un luogo per fumare una sigaretta? – (prof. Ventura)

Ho finito l’esposizione, ma avrei ancora tanto da dire, mi hanno fatto parlare per tre quarti d’ora, e non posso certamente lamentarmi. Ma aspettavo da tanto tempo qualcuno con cui confrontarmi e che comprendesse quello di cui parlo. Ma ora è tempo di pensare ad altro. Ed a cosa se non ai miei familiari? Mi giro per cercare il loro sguardo. Sono lì. Spero solo di essere andato bene e che siano rimasti soddisfatti di me.

Con mia sorpresa vedo che sono presenti anche alcuni miei compagni di sezione. La Direttrice ha voluto farmi un’altra sorpresa, poiché loro mi avevano detto che non li avrebbero fatti scendere. La cosa mi sembrava un po’ strana, però essendoci persone esterne, poteva starci. Invece eccoli, lì. Saprò poi che si sono commossi anche loro, oltre ai miei familiari, quando mi hanno visto affrontare la prova con tanta tranquillità e competenza. In effetti, mai nessuno né familiari né altri avevano mai assistito ai miei esami. Sapevano dei miei voti alti, dei quali si complimentavano. Sapevano quanto erano sudati, perché mi vedevano studiare, ma non avevano idea delle mie conoscenze, capacità. La verità è che lo studio del diritto, mi ha ‘preso’ quasi da subito. E pensare che volevo iscrivermi alla facoltà di Lettere e Filosofia, per uscire dal mondo dei processi che avevano caratterizzato per oltre una decina danni la mia vita. E invece, scoprì che lo studio del diritto interessa solo in minima parte l’ambito ‘penale’. E soprattutto che anche in quel campo lo studio interessava concetti altissimi e astratti. Poi scoprì la Costituzione e il ‘combinato disposto’, conquistai la mia ‘spada’ per la libertà, soprattutto culturale. La Costituzione italiana è il non plus ultra per il riconoscimento dei diritti. Sapere che c’è qualcosa di più alto dello stesso Legislatore al quale appellarsi, ti dona un nuovo status, quello di cittadino che può far valere i suoi diritti sempre ed ovunque. Basta trovare un giudice onesto. Come quello auspicato dal famoso contadino bavarese, che passò alla storia con la battuta: “troverò pure un giudice a Berlino”, innanzi al quale avrebbe fatto valere le sue ragioni anche rispetto all’Imperatore.

Sostenni il primo esame di diritto costituzionale col prof. Mauro Volpi, anch’esso (come oggi il prof. Ventura) all’epoca era il Preside della Facoltà di Giurisprudenza di Perugia.

Scendo le scale del palco, trovo i miei familiari in piedi che mi abbracciano. Tutti i presenti si congratulano. Come al solito non so come comportarmi in queste occasioni. Ringrazio e cerco con gli occhi le piccolette. Ludovica è vicina al padre, mentre Matilde gironzola come una trottola, senza darmi alcuna retta. Bevo un bicchiere d’acqua. Il tempo di orientarmi ed ecco che rientra la Commissione.

Vengo chiamato sul palco, di fronte ai banchi della Commissione. Resto in piedi. Il prof. Ventura mi guarda e inizia a recitare la formula di rito:

  • Per i poteri conferitemi dalla legge dichiaro Claudio Conte dottore in legge con 110 e lode e menzione accademica. Congratulazioni. E mi preme dire che alla nostra Facoltà non abbiamo altri studenti del suo livello… –

Non credo che vi possa essere un riconoscimento maggiore, ma in questo momento non riesco a gioire e ringraziare come dovrei. Però so che devo immortalare questo momento. E lo faccio nell’unico modo che concepisco. Prendo in mano il pregiato tomo regalatomi dal prof. Ventura e chiedo ai componenti della Commissione di autografarlo come ricordo. Questa è la seconda volta in vita mia che lo chiedo. Non ho la passione per i cimeli, né miti. Ma queste persone hanno fatto qualcosa di speciale oggi. Consapevoli che forse abbiamo scritto non una pagina, nemmeno un rigo, né una parola, ma una piccola interpunzione nella storia del diritto e della civiltà è stata incisa.

Il professore mi stringe la mano e sorride. Io naturalmente ringrazio. Ma resto senza parole. Non mi aspettavo un simile esito. Speravo di poter raggiungere il 110, considerata la mia media voto ma la lode e poi la menzione accademica, sono del tutto inaspettate. Ancora non me ne rendo conto. Ho sempre avuto così poche occasioni di confrontarmi con la realtà esterna che, ancora adesso, non ho idea di quanto io possa valere e non solo in campo universitario. D’altra parte sono entrato in carcere a diciannove anni. Trascorrendone tredici al regime del 41-bis OP. Dal 1992, quando ‘inaugurai’ l’isola di Pianosa[8] ancora ventiduenne e tutti (incluse le guardie) a chiedersi cosa ci facevo io lì, arrivò a chiederselo anche il presidente Alessandro Margara che nel 1994 mi revocò il regime speciale. Regime che poi mi fu riapplicato e revocato per altre due volte (senza che nessun fatto nuovo lo giustificasse, ma solo per un riflesso burocratico ad ogni periodico monitoraggio operato dal Ministero della Giustizia); tutto questo durò fino al 2005. I restanti anni di reclusione li ho trascorsi nei circuiti a Elevato Indice di Vigilanza (E.I.V., poi AS1), che nei fatti significa circuiti dove sono limitati i contatti sia con l’esterno che con la maggioranza degli altri detenuti. Condizione per la verità alla quale una volta abituati, ci si affeziona come i monaci al loro eremo.

Mi fanno firmare sul documento di laurea. Adesso sono laureato in Legge.

Ho stretto le mani al resto della Commissione, ringraziando per i complimenti che mi rivolgevano. Ero senza parole… ma sapevo però di dover fare anche dei ringraziamenti pubblici. Non mi piace parlare in pubblico. Per me è uno sforzo. Non sono abituato e, vita da ‘isolato’ a parte, non mi è mai piaciuto. Non ho un carattere istrionico. L’apparire non mi ha mai gratificato. Sono per l’ ‘essere’ e per il ‘dover essere’, non per l’apparire o per l’avere.

Ma oggi è un’occasione speciale e sento di dover fare di cuore alcuni ringraziamenti e rendere pubblici alcuni riconoscimenti. Lo devo ai miei familiari e a quelle tante persone che si prodigano nel silenzio e raramente capita l’occasione di farlo emergere. Quelle che mi amano, mi seguono e mi aspettano da una vita. Quelle incontrate lungo questo tortuoso cammino. Angeli che non ti aspetti. Con i quali ti trovi a condividere sforzi, passioni, progetti e speranze. Per questi motivi, mi faccio forza, ed anche se in buona parte dovrò improvvisare, riprendo il microfono, mi metto su un lato del palco. E mi dico: “Claudio è semplice, segui le parole che ti suggerirà il cuore”. Così inizio:

  • In queste occasioni i ringraziamenti sembrano un obbligo. Ma non oggi, perché sono parole che mi vengono dal cuore. Si dice che l’attenzione è la forma più pura e rara di generosità. Ed io qui ne vedo tanta. Si dice che nella società all’esterno ormai prevalga l’egoismo. Eppure le presenze riunite qui oggi, mi danno tutt’altro riscontro, tutt’altra speranza. Parlando di generosità, il mio pensiero corre a mons. Bertolone che ha dedicato la Sua vita agli altri, che oggi avrebbe voluto essere qui, ma impegni imprevisti l’hanno trattenuto. Vi prego di portare i miei ringraziamenti pubblici, per essermi stato vicino sempre e non solo in queste occasioni. L’altro mio pensiero corre alla dottoressa Paravati, che nonostante i suoi molteplici impegni, ha trovato il tempo per organizzare questa bella giornata. Che non mi aspettavo minimamente. Anzi se mi trovo così vestito è perché sapevo che avrei dovuto fare delle foto ricordo. Ma avevo pensato a qualcosa di molto più spartano e riservato. La ringrazio per questo e non solo. Perché il suo impegno non è solo di oggi, ma si riscontra tutti i giorni. Dottoressa (dico rivolgendomi a lei direttamente), speravamo di poter vedere qualche ora di libertà, ma è riuscita ugualmente a portarmi un pezzo di libertà qui oggi. E per questo non ci sono parole per ringraziarla. Ringrazio anche la Commissaria, gli Ispettori e gli Agenti che di fatto rendono possibile, giornate come questa. Ringrazio anche per l’inaspettata sorpresa la dottoressa Antonini. Un saluto lo rivolgo anche al signor Panaia, per la sua efficienza e disponibilità esemplare. E parlando di generosità, devo ringraziare il prof. Siciliani de Cumis, che da Roma, oggi è venuto qui appositamente per assistere a questa seduta. Una persona che ha dedicato la sua vita professionale agli altri e ora continua a farlo nel volontariato. Devo ringraziare il dottor Napoli e tutta l’area educativa, che si prodiga per risolvere i problemi che inevitabilmente sorgono per proseguire negli studi e non solo. Il dottor Napoli lo devo ringraziare doppiamente poiché è stato essenziale nel discutere i punti più controversi di questa tesi. Ecco perché mi avete trovato preparato anche sulle questioni più spinose. Un Grazie va anche a don Giorgio, che con i volontari rappresenta una grande risorsa per questo istituto. A Mario Sei che si è confrontato con la non facile burocrazia universitaria. A don Ilario, il nostro nuovo cappellano, che non ci fa mancare parole di conforto e spirituali. Restando ancora in ambito penitenziario devo ringraziare i miei compagni che nel tempo mi hanno sostenuto e sopportato quando dovevo ripassare qualche esame ad alta voce. Oltre ad aver preparato sempre qualche dolce sorpresa in occasione dei miei risultati più positivi. Uscendo fuori dall’istituto, devo ringraziare di cuore tutti i professori che ho avuto il piacere e la fortuna di conoscere durante questa bellissima esperienza universitaria e che nelle sedute d’esame mi hanno fatto vivere l’atmosfera accademica. Il pensiero va ai professori di Perugia, dove ho iniziato questo percorso, ed a quelli di Catanzaro…

Non faccio i nomi, ma in questo momento scorrono i volti dei professori assenti, dai più cari come quello della prof.ssa Mori che mi ha mandato i saluti anche stamattina con la Commissione, della dr.ssa Annoni; del ‘magico’ prof. Bellantoni, alla prof.ssa Piro, prof. Errera, prof. Trimarchi, prof. Astone, prof.ssa Lanni, prof. Porciello, prof. Donati e tutti gli altri.

  • …Diversi in un certo senso ma uguali nella capacità di trasmettermi la passione e serietà per e nello studio. Ad ogni membro di questa Commissione ed al suo presidente, l’Illustrissimo, Chiarissimo prof. Ventura, va un grazie che non è fatto di sole parole. Mi avete regalato un’esperienza bellissima che io porterò nel cuore per il resto della vita. Un grazie va ai miei avvocati, che con me sono chiamati ad una dura battaglia. Ma il GRAZIE più grande va alla mia famiglia, che mi segue e sostiene da tanti anni. La famiglia è la cosa più importante per ognuno di noi, ma per chi è in questi posti lo è ancora di più. Il mio pensiero va anche a chi oggi non è potuto essere qui. Sono nel mio cuore e nei miei pensieri oggi e sempre. Voglio concludere questo intervento con le parole di Papa Francesco, che come sappiamo usa un linguaggio diretto, senza fronzoli. È che nel suo intervento all’associazione internazionale dei penalisti ha detto che ‘l’ergastolo è una pena di morte nascosta. E tutti i cristiani sono chiamati a combatterla’. Non far finta di niente o restare indifferenti. E con una tale benedizione, tutti uniti, credo che si possa davvero vincere la battaglia contro l’obbrobrio dell’ergastolo ostativo, che è soprattutto una battaglia di civiltà, di giustizia oltre che d’umanità.

Durante il discorso ho intravisto più di qualcuno che si commuoveva. Anch’io ho dovuto farmi forza per non cedere. Gli applausi dimostrano che comunque la sincerità delle mie parole sono arrivate ad ognuno dei presenti e apprezzate nel loro più profondo significato.

Prima di concludere il mio intervento, chiamo sul palco la Direttrice per consegnarle una copia della tesi di laurea.

  • Dottoressa vorrei farle dono della copia della tesi di laurea. Poiché in un certo senso, un po’ è anche Sua. Nel senso che se ho potuto fare la versione digitale, è stato grazie a lei che mi ha consentito di avere tutti gli strumenti tecnologico-informatici necessari. Infatti ho pensato alla tesi anche come ad un ‘manuale sull’ergastolo’, corredato da un archivio mobile, che consente una immediata consultazione dei documenti e leggi raccolti durante la ricerca –
  • Ma c’è anche la dedica… –
  • Certo, ci mancherebbe… –

Nella dedica è scritto: Alla preg.ma dott.ssa Angela Paravati, la migliore delle direttrici, ma soprattutto un Grande Persona. Claudio Conte. La dottoressa mi ringrazia. Vedo abbastanza emozionata anche lei. Nei fatti è un successo anche suo personale e dell’amministrazione penitenziaria, raggiungere un traguardo così importante, con questa qualità e con tali riconoscimenti che vanno al di là dell’ordinario. E lei già al corrente dei miei risultati nello studio e non solo, si era prodigata per ottenere che potessi discutere l’esame di laurea direttamente all’Università. Quale bell’esempio di reinserimento e modello rieducativo avrebbe potuto rappresentare per coloro che volessero scegliere una strada diversa da quella che li ha condotti in carcere. Lei consapevole che la funzione trattamentale non si ferma solo all’offerta interna o al programma individuale, ma si avvale anche di modelli paradigmatici da offrire, voleva valorizzare al massimo il momento e l’occasione. Un’occasione mancata, che avrebbe prodotto più sicurezza e legalità di decine di arresti… e che, invece, col mancato riconoscimento ha generato tra alcuni miei compagni la convinzione che la rieducazione, il reinserimento sociale sono una ‘presa in giro’. E che tanto vale restare fedeli alle regole criminali, che almeno non sono ipocrite. Un atteggiamento dovuto al momentaneo sconforto, ma che passa subito. Poiché paradossalmente a credere ancora nel reinserimento sono proprio i condannati, coloro che hanno sbagliato e non vogliono farlo più, non per riacquistare prima la libertà (per chi ha un fine pena) ma per come li fa sentire…

Dopo la Direttrice chiamo sul palco per la consegna di un’altra copia della tesi, la mia avvocatessa Marinella Chiarella, che è qui in rappresentanza di tutto lo studio Staiano, impegnato in Corte d’Assise. Lei non se lo aspetta.

  • Avvocatessa la invito a salire, per la consegna di una copia della tesi. Un pensiero di ringraziamento per l’impegno che mettete nella vostra professione e un promemoria per le battaglie che ci aspettano –
  • Un grazie di cuore, perché inaspettato. Devo dire che Conte è motivo di ispirazione anche per noi. Che stiamo imparando noi da lui molte cose. Naturalmente ringrazio a nome di tutto lo studio e dell’avv. Staiano che oggi è stato impossibilitato a presenziare, come invece, avrebbe voluto –
  • Dottoressa Antonini, anche se la Sua è stata un’inattesa sorpresa, non mi trova impreparato. Pertanto la invito a salire per consegnarle copia della mia tesi, che spero possa essere di qualche utilità –

La dott.ssa Antonini ringrazia, piacevolmente sorpresa anche lei. Finalmente scendo dal palco.

La Direttrice fa segno al prof. Siciliani, per farlo intervenire. Lui impreparato sale sul palco. Ma se la cava egregiamente.

  • Ho avuto il piacere di leggere la tesi di Conte, anzi del dottor Conte e di sentirmela spiegare. Mi sembra qualcosa di importante. Anche se ancora oggi non ne ho compreso appieno la potenzialità, non essendo la mia materia. Ma la rilevanza costituzionale è palese. Così come alcuni aspetti molto critici di certe pene, come quella dell’ergastolo. Come dice il prof. Giostra è un problema culturale, che bisogna affrontare collettivamente ed in modo deciso. Il problema non è solo del carcere, ma di tutta la società.

Seguono gli applausi. Il posto del Professore, viene preso dalla Direttrice che inizia il suo intervento, con la lettura della lettera del Vescovo che ha mandato per l’occasione:

  • Il Vescovo che non ha potuto essere qui oggi, come avrebbe voluto, ha inviato una lettera che leggo: “Carissimo signor Conte, con la presente voglio esprimerLe vivissimi rallegramenti per il traguardo che Ella taglierà domani: la laurea. Un giorno importante per la Sua vita e per tutti i Suoi cari che avrebbe preferito vivere, da studente qualunque, seduto tra gli scranni di facoltà dell’Università. So che questa possibilità, a ragione dello stato di detenzione al quale è costretto non Le è stata accordata. E che per questo, già ormai da una dozzina di giorni, ha intrapreso uno sciopero della fame in segno di protesta. Quello che si appresta a vivere è un momento di gioia, di riscatto, di orgoglio. Un nuovo inizio. Con cuore di padre, La invito per questo a voler desistere dalla protesta avviata: ben più importante, ritengo, è la dimostrazione che Ella darà concludendo il Suo percorso di studi. Una testimonianza della volontà di fare e di essere, di rialzarsi e camminare anche dopo la più paurosa delle cadute. Avrei voluto esserLe al fianco e, come saprà, per tale motivo avevo già ottenuto l’autorizzazione della direzione dell’istituto. Purtroppo, impegni sopraggiunti non mi consentono di essere presente. Purtuttavia, attraverso queste poche righe intendo farLe pervenire comunque i miei più sinceri ed affettuosi auguri, confidando di poterLa incontrare appena possibile per poterlo fare d persona. Sappia che Le sono vicino umanamente e spiritualmente. Prego il Signore che possa colmarLa di doni celesti e di tutto ciò che il Suo cuore desidera. Auguri. E ad maiora!

Catanzaro, 21 aprile 2016

                                                                            Vincenzo Bertolone”[9].

Purtroppo ieri è venuto a mancare un prete di Lamezia Terme, un sant’uomo, e per oggi, giorno di laurea, sono previsti i suoi funerali, che saranno celebrati dal mons. Bertolone.

Dopo la lettera, la Direttrice ha continuato:

  • Questo è un momento importante per l’amministrazione penitenziaria, perché mostra i frutti di un lavoro portato avanti negli anni. Che richiede impegno. Conte è un esempio positivo di quelle potenzialità inespresse che correttamente agevolate possono portare a risultati importanti come quello di oggi. Certo è che bisogna ripensare alla questione dell’ostatività dell’ergastolo, perché non può annullare percorsi così importanti.

Seguono applausi convinti da parte di tutti. Non potrei avere una sponsor migliore perché diretta testimone dei miei progressi, percorsi e potenzialità. Quando parla ha certamente in mente tutti quei piccoli contributi di carattere riparativo e sociale che ho dato in questi anni, senza nulla chiedere, dei quali non resta traccia nelle carte ma restano nella memoria e accrescono una certa stima e fiducia nei miei confronti, che poi si esprime in sorprese come quella che mi ha regalato oggi.

Sorprese che non sono finite, infatti, vedo salire un mio compagno Francesco, sul palco che inizia a leggere una lettera preparata collettivamente. Una lettera molto bella che riporto:

  • Congratulazioni, amico mio, e come dici sempre tu l’amicizia risiede dove la comprensione e l’inspiegabile s’incontrano. Congratulazioni da parte di tutti noi. Hai raggiunto un risultato importante, con abnegazione e sacrificio. Sacrificio se permetti anche nostro, viste le ore a cui di volta in volta hai costretto qualcuno di noi ad ascoltarti ripetere prima degli esami. Conoscendoti, sono sicuro che questo non è un punto di arrivo, ma solo di partenza, verso nuovi traguardi e nuovi successi, nella lotta all’incostituzionale ergastolo ostativo. E ancora come dici sempre tu, sostenuta la tesi, poi bisogna trovare qualcuno che ti dia ragione! Sai cosa mi ha colpito negli ultimi giorni? Il tuo smisurato ottimismo nonostante l’ennesima ingiustizia. Il tuo ostinato rispetto delle regole, nonostante fossi legittimato a infrangerle; le tue continue riflessioni su come sia possibile che nessuno si accorga, che l’ergastolo ostativo in realtà non esiste per legge, ma solo per una creazione giurisprudenziale. L’augurio naturalmente, è quello di veder crollare le mura che ancora ingiustamente dopo 27 anni si frappongono tra te e la libertà. Congratulazioni Dottor Conte.

Parole che naturalmente mi hanno toccato il cuore. Perché cariche di quelle verità e indifferenza con le quali ci troviamo a confrontarci ogni giorno, in carcere.

Com’è possibile che nessuno si accorga che l’ergastolo ostativo è un ‘abuso giurisprudenziale’. Non voluto dal legislatore ma prodotto da un manipolo di giudici che alla pena riconoscono solo ed esclusivamente la funzione retributiva. E che ipocritamente poi si dicono rispettosi di quella stessa Costituzione che legittima il loro stesso magistero.

Prima che la Commissione lasci il palco, Ludovica e Matilde (accompagnate da mia sorella), iniziano a distribuire con un cestino pieno delle penne stilografiche, che la mia famiglia ha preparato come ricordo del giorno di laurea. Partono dalla Commissione ma poi si fanno il giro, passando tra tutti i presenti. A vederle sono troppo forti.

Poi la direttrice apre il buffet che hanno preparato per l’occasione i miei compagni nel laboratorio interno di pasticceria. Alcuni vassoi spiccano. Sono quelli che hanno portato i miei familiari con dei dolci tipici pugliesi. Il pasticciotto ‘leccese’ con la crema, il ‘fruttone’ e infine il ‘rustico’. Che avevo fatto portare per me, poiché non si mangia freddo. Eppure spopola. La Direttrice ne resta rapita. Come anche il resto dei presenti. Tanto che non ne resta neanche uno per me… Sono contento.

Alcuni dei presenti mi fanno dei bei regali. Libri. Il meglio che si possa chiedere in posti come questi. Uno mi colpisce in particolare, è illustrato, per bambini. Luigino racconta la Costituzione, è il titolo, l’autore è Luigi Mariano Guzzo, una di quelle persone che è una fortuna incontrare… che è presente e mi fa gli auguri.

Poi inizia il rituale delle foto con la Commissione prima, i presenti e soprattutto con i miei familiari. Ne facciamo una con tutta la famiglia per immortalare questo momento tutti insieme. Non ne avevamo neanche una. I segni di ventisette anni di separazione dalla tua famiglia, dal mondo si vedono proprio in quello che non c’è. Le occasioni mancate, di quello che era potuto essere e non è stato. Nelle assenze durante le feste, i matrimoni, le nascite, i momenti più importanti per la vita sociale di qualsiasi essere umano. Il carcere è esclusione. L’ergastolo è una ‘civile’ sadica soppressione. Quasi che chi è recluso o i familiari che lo aspettano non abbiano gli stessi sentimenti, aspettative di chi ha chiuso quella porta in nome di una legge e di una Costituzione poi violate impunemente. L’art. 27 comma 3 della Costituzione stabilisce: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso d’umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non alla vendetta, neanche quella di Stato.

Dopo che tutti i presenti hanno iniziato ad affluire fuori. Ci è stato concesso di restare insieme per una mezz’ora. E mia madre mi ha chiesto subito cos’era questa storia dello sciopero che aveva appreso dalla lettera del Vescovo. L’ho tranquillizzata, dicendole che l’avevo fatto e sospeso, mi serviva per richiamare l’attenzione sull’abuso giurisprudenziale dell’ergastolo ostativo che stavo subendo e dimostrato nella tesi di laurea. Perché dopo oggi, nessun giudice di sorveglianza potrà più nascondersi dietro la legge, quando dichiarando l’ergastolo ostativo condanna una persona a morire in carcere, perché la legge la sta violando. Lei si siede di fianco e mi accarezza. Poi ci siamo concentrati su di noi, sulle cose belle. Per ridere un po’ in quella giornata che poteva essere altro, ma che andava bene anche così. Il tempo trascorso insieme è stato così poco in questi ultimi trent’anni che non ha senso sprecarlo con pensieri negativi. Per il resto, con l’aiuto di Dio e l’amore familiare potremo affrontare il futuro e le sfide che ci riserva col sorriso sulle labbra. Quello che mi suscitano Ludovica e Matilde ogni volta che le guardo.

Continua…

[1] L. Ventura – A. Morelli (a cura di), Principi costituzionali, Milano, Giuffrè, 2015.

[2] Per la verità entro in carcere a diciotto anni e due mesi (novembre 1988) ma uscirò per cinque mesi prima del definitivo arresto.

[3] Coordinatore: Maurizio De Lucia, Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo – Relazione Annuale 2015 (periodo 01/07/2014 – 30/06/2015), pp. 441-4: «Come è noto la legge 15 luglio 2009, n. 94 con agli artt. 25 e 26 ha riformato radicalmente l’istituto in argomento. La legge, oltre che modificare la normativa esistente, ha recepito le soluzioni giurisprudenziali ormai consolidate su alcuni dei punti controversi dell’applicazione della disciplina, offrendo in sostanza una interpretazione autentica della precedente normativa […]. Le norme che invece recepiscono le soluzioni giurisprudenziali già consolidate nel corso degli anni e che le stabilizzano definitivamente, riguardano il superamento del cosiddetto “scioglimento del cumulo”, e quindi la applicabilità del regime in questione anche dopo l’esecuzione di quella parte della pena relativa ai reati-presupposto dell’applicazione del regime; l’applicabilità del regime anche in presenza delle circostanze previste dall’art. 7 della legge 203/91, anche se non formalmente contestate (come ad es. nel caso del delitto di omicidio), ma comunque presenti nella dinamica del reato per il quale il detenuto ha riportato condanna». In effetti, in materia di regime speciale il mutamento giurisprudenziale (adozione criterio sostanziale), che poi si estenderà ai benefici penitenziari circa l’individuazione dei delitti di ‘prima fascia’ ex art. 4-bis.1 OP, inizia già nel 2004. Mentre per la materia relativa ai benefici penitenziari il mutamento giurisprudenziale inizierà ad affermarsi intorno al 2008-2009. Si sottolinea come, diversamente che in materia di regime speciale, in materia di benefici penitenziari, il legislatore ancora oggi non è intervenuto per recepire le nuove soluzioni giurisprudenziali sullo ‘scioglimento del cumulo’ e l’applicabilità delle preclusioni anche in assenza della “formale contestazione dell’art. 7 L. 203/1991 (come nel caso del delitto di omicidio)”.

[4] Platone, Gorgia.

[5] Il comma 3-bis dell’art. 51 c.p.p. è una disposizione processuale nella quale sono elencati gli stessi delitti ostativi di ‘prima fascia’ dell’art. 4-bis OP, che attribuiscono la competenza al PM della Direzione Distrettuale Antimafia. In prima battuta possiamo rilevare che non richiama espressamente anche l’omicidio (indicato come delitto di ‘seconda fascia’, invece, nell’art. 4-bis OP). La disposizione originaria recitava: “Quando si tratta di procedimenti per delitti, consumati o tentati, di cui agli art. 416-bis e 630 c.p., per delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dal predetto art. 416-bis ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, nonché per i delitti previsti dall’art. 74 del testo unico approvato con D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, le funzioni indicate nel comma 1 lett. a) sono attribuite all’ufficio del capoluogo del distretto nel cui ambito ha sede il giudice competente”. Appare degno di nota evidenziare come tale disposizione introdotta con L. n. 8/1992, stabilisca che si applica solo ai procedimenti iniziati successivamente all’entrata in vigore della stessa. Pertanto non sarebbe un utile criterio per individuare i delitti precedenti a tale data. Ma quello che interessa rilevare è che anche questa disposizione per l’individuazione dei delitti ‘commessi per agevolare le associazioni mafiose’, ha sempre utilizzato l’art. 7 L. n. 203/1991, tant’è che nel caso di delitti omicidiari, punibili con l’ergastolo e per i quali l’aggravante non poteva operare, c’è stata tutta una querelle che ha reso necessario l’intervento delle Sezioni Unite, con la nota sentenza n. 337/2008-2009 che ha esteso la contestabilità anche ai delitti punibili con l’ergastolo (v. parte motiva della sentenza che ne evidenzia l’utilità – anche – e in funzione proprio dell’art. 51.3-bis c.p.p., non potendo l’aggravante esplicare gli effetti dell’aumento sulla determinazione della pena previsto dalla legge). Pertanto anche l’art. 51.3-bis c.p.p. ha avuto gli stessi problemi dell’art. 4-bis OP per l’individuazione dei delitti ‘commessi avvalendosi o per agevolare l’associazione mafiosa’, poiché ha utilizzato il criterio formale dell’art. 7 citato quando gli era possibile, e arrivando a contestarlo ai delitti omicidiari anche quando non gli era ancora possibile (ossia prima della sentenza n. 337/2008-2009, che poi ha legittimato tale contestazione anche al delitto di omicidio).

D’altra parte la competenza alla DDA in caso di omicidi, laddove non si è voluto forzare la legge 203/1991, è sempre stata individuata attraverso la contestazione concorrente del reato (autonomo) ex art. 416-bis c.p..

Per esperienza personale, infatti, mi costa che nel maxi-processo imbastito nel 1993-4 ai delitti omicidiari successivi al 1992 fu contestata l’aggravante ex art. 7 L. n. 203/1991 (anche se poi esclusa nella sentenza per i delitti ai quali fu inflitto l’ergastolo), invece, non fu contestata ai delitti omicidiari precedenti al 1991. Mentre l’art. 416-bis c.p. fu contestato a tutti, con relativa attribuzione di competenza alla DDA.

Resta senza risposta poi il dubbio, tutto personale, come si possa stabilire nella fase delle indagini la natura ‘mafiosa’ del delitto es. omicidiario (odore di zolfo a parte), sul quale ancora si deve indagare, e attribuire la competenza ex ante alla DDA.

Di più, resta la differenza, sia sotto il profilo teleologico che strutturale delle due disposizioni: processuale la prima (della quale comunque si rileva la prevista irretroattività), penitenziaria la seconda, divisa in due ‘fasce’, nella quale il delitto omicidiario è espressamente previsto nella ‘seconda fascia’ (mentre nell’art. 51.3-bis c.p.p. vi è un’unica ‘fascia’ ed il delitto omicidiario non è citato), ed i cui delitti, comunque sia, sono stati individuati per lungo tempo col criterio formale. Ovvero in modo contraddittorio fino al 2008-2009.

Ed ancora, il collegamento tra disposizioni processuali relative alla fase preliminare e quelle sull’esecuzione della pena,

non trova il giusto riconoscimento. Infatti in seguito alla sentenza della Corte costituzionale n. 57/2013 con la qual è stato dichiarato incostituzionale il meccanismo di esclusione ex art. 275.3 c.p.p. nella parte in cui prevede l’impossibilità del giudice di valutare la possibilità di concedere la misura dei domiciliari agli imputati per delitti gravati dall’art. 7 L. n. 203/1991, ho posto questione d’incostituzionalità in relazione all’art. 4-bis OP, nella parte in cui per gli stessi delitti non consente al giudice di sorveglianza di valutare la possibilità di concessione dei benefici penitenziari. Poiché risulta irrazionale e discriminatorio ritenere incostituzionale una disposizione nella fase preliminare e non in quella dell’esecuzione tenuto conto che produce gli stessi pregiudizi. Come nel caso di chi in fase preliminare ha potuto godere della misura attenuata, che poi si vedrà negata in fase esecutiva. La questione è stata elusa sia dal magistrato di sorveglianza che dal Tribunale di sorveglianza di Catanzaro. L’omessa motivazione è stata impugnata in Cassazione, che ha rigettato il ricorso, ma di cui non conosco le motivazioni (Rif.: ricorso avverso rigetto di permesso premio nell’interesse di Corvaia Marcello, seguito in Cassazione dall’avv.ssa Isabella Giuffrida del foro di Catania).

[6] Ventura L., Sovranità, Da J. Bodin alla crisi dello stato sociale, Torino, Giappichelli, 2014.

[7] Corte cost., n. 364/1988, sull’art. 5 c.p., in cui la scusante dell’ignorantia legis è stata accostata al prospective overruling: entrambi sono modi di riconoscimento della rilevanza della prevedibilità dell’esito giudiziario, in chiave di garanzia.

[8] È appena il caso di ricordare che l’Italia è stata condannata dalla Corte di Straburgo per aver impedito indagini sui casi di violazione dei diritti umani e torture fisiche consumate nel penitenziario sezione Agrippa, dell’isola di Pianosa, dove erano reclusi i sottoposti al regime ex art. 41-bis OP. La Corte europea (nei casi Benedetto Labita e Rosario Indelicato) sentenziò l’impossibilità di provare le accuse di maltrattamenti. Ma per gli stessi episodi, il 6 aprile 2000 condannò il nostro Paese per non aver svolto indagini ufficiali efficaci sulle denunce presentate dai detenuti alle autorità italiane (da “Ricatto allo Stato” di Sebastiano Ardita, Ed. Sperling & Kupfer, p. 46).

[9] Oggi 30 aprile 2016 guardando l’estratto conto, ho scoperto che Mons. Bertolone il 27 u.s. mi ha fatto versare una somma di denaro sul mio conto. La cosa mi ha quasi commosso. Perché mi ha ricordato i gesti che i miei nonni facevano nelle feste comandate o eventi importanti. Uno dei tanti segni della loro vicinanza, del loro affetto. Vicinanza e affetto che Mons. Bertolone non mi ha fatto mancare in questi anni.  E che per me sono più che sufficienti. Per questo devolverò la cifra a chi ha più bisogno di me. Seguendo il suo esempio. Perché mi sentirei davvero un egoista tenere per me affetto e danaro. Sono già molto ‘ricco’ per essere nei Pensieri e Preghiere (come Gli ho sempre chiesto), di una così splendida Persona.

Suicida per ragion di stato… di Salvatore Torre (terza parte)

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Oggi pubblico la terza parte del racconto di Salvatore Torre -detenuto a Saluzzo- “Suicida per ragion di stato”, vincitore della menzione d’onore nell’ambito del premio Goliarda Sapienza. 

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GENNAIO 1993

Il deja –vu  è quella sensazione di aver vissuto qualcosa che si presenta a  noi per la prima volta, io invece, lo stesso identico risveglio lo avevo già vissuto in quel messe di agosto. Mi e occhi spalancarono non appena  le orecchie intercettarono e trasmessero al cervello  il rumore minaccioso  degli anfibi  che calpestavano il pavimento nel corridoio.

 “Merda! di nuovo!”  mi arrabbiai, mentre mi tiravo giù dal  letto   e correvo  a  infilare pantaloni, che la sera prima, avevo la sciato sullo sgabello; mentre lo facevo, riflettevo, pero, che questo rumore c’era qualcosa di strano, mi sembrava meno rumore dell’altro. Scoprii di avere ragione qualche istante dopo, quando vidi comparire davanti alla mia cella “ soltanto” se agenti ma erano tutti venuti per me.

“Finisca di vestirsi e ci segua” disse uno di questi, una volta che fu aperta la cella e potè dominare la soglia. Questa gentilezza fu ancora più strana. Fui tentato di domandare dove si andava ma non avrei avuto certo risposta e ,quindi, vi rinunciai.

Mi scortarono fino ad una saletta, non molto lontana dall’ufficio matricola. Qui dopo che fui spogliato mi perquisirono gli abiti e ogni parte del corpo.   Mi dissero di rivestirmi poi lasciandomi solo a tormentarmi tra i dubbi. Cosa cavolo stava succedendo? La risposta mi venne un’ora più tardi, quando, presso di me, vidi arrivare un drappello di carabinieri, con in mano un paio di schiavettoni: mi stavano trasferendo.

Su due piedi? Perche? E le mie cose?

Fui issato su un furgone blindato e chiuso in una delle sue microscopiche celle, che peraltro era anche ceca. Tuttavia l’andatura regolare e monotona del furgone mi indusse a pensare che stessimo viaggiando sopra l’autostrada.

Verso Catania o Palermo? Un’altra domanda che avrebbe trovato, forse, risposta più tardi. Mi appisolai durante il tragitto fino a quando, fattosi diverso, il moto del furgone, mi avvisò che stavamo attraversando un centro abitato: dovevamo essere prossimi alla destinazione e infatti dopo un altro quarto d’ora di strada, il furgone fermò la sua corsa.

Quando il motore fu spento cercai di aprirmi ai rumori che venivano dall’esterno e appena sentiti più di un aereo alzarsi in volo, compresi di trovarmi sulla pista di un aeroporto.  Sarei, dunque, volato via?

Dove?

E ancora perché?

 Pensai a mia moglie   e a mio figlio.

“ Dai dai, mettiamolo giù!” disse qualcuno ad un certo punto. Il portellone del furgone si apri ed io, tenuto da un carabiniere per la catena, fui trascinato per la strada.

Sulla pista vi erano altri furgoni e attorno all’aereo mobile un cordone di militari con il giubbotto antiproiettile e il mitra in mano. Tutto questo per me?

In realtà non era proprio cosi, perché sull’aereo trovai imbarcati un’altra decina, e forse più di detenuti. Fu una magra consolazione sapere, di non essere solo. Fui sospinto in fondo all’aereo e fatto accomodare sopra il sedile accanto al finestrino. Mi sedette vicino un carabiniere che, levatomi gli schiavittoni, infilò una manetta attorno al suo polso, e  l’altra attorno al mio.

Cos’era questa situazione?

Pensando alle voci di radio carcere, dubitai che potesse essere una deportazione verso gli istituti a regime di carcere duro, come quella che nei mesi passati aveva già confinato almeno $== detenuti.

Ma lo era davvero anche questa?

Lo avrei saputo senz’altro più tardi, mi dissi mentre l’aereo prendeva quota conducendomi in un luogo che mi era ancora del tutto ignoto.

L’Asinara ci accolse mostrandosi il suo volto migliore: quello scorbutico e severo dei burocrati dell’ufficio matricola, un poco scocciati per essere costretti ad eseguire, per ognuno di noi, la procedura di schedatura: occhi, capelli, altezza impronte  digitali eccetera.

Prima di farlo suddivisero le celle per quattro: io capitai con due palermitani e un agrigentino. Restammo in quella cella forse mezz’ora e potemmo scambiare qualche parola e ognuna di queste confermava le altre, tese a indicarci un tunnel nero come il nostro futuro.

Un tunnel nero come il nostro futuro…. –   ripetè Ilaria, che sembrava aver abbandonato in parte la sua iniziale diffidenza.

E’ solo una brutta metafora per rappresentare l’inizio di quella terribile esperienza che per me, e molti altri, ha avuto un solo nome: Regime speciale di carcere duro.

E’ stato cosi terrificante??

Distruttivo.

Quanto la Cella Nove? – chiese, suggerendo un elemento di paragone.

Scossi la testa.

La segregazione alla Cella Nove era certamente dolorosa e umiliante, ma per chi ha vissuto il carcere duro nelle isole sarde, era come la polvere su un vestito  rimasto  per troppo tempo  inutilizzato: una rispolverata e torna  come nuovo – dissi, sperando di darle un’idea di cosa fosse quel regime penitenziario.

Uhm, come immagine  non è male, ma ho bisogno che mi dica di più, se lei vuole che comprenda davvero di cosa sta parlando… Immagini che  la Cella Nove  sia per me il male assoluto: allora, mi dica, come faccio a vedere oltre il male assoluto? – mi interrogò.

Ci pensai su un momento.

Magari considerando che il male assoluto della Cella Nove era comunque temporanea e casuale: c’era, ma potevi anche non patirlo, eventualmente lo soffrivi, però poi, quasi sempre tornavi a vivere. Il male assoluto delle isole sarde, invece, oltre a includere quello della Cella Nove, era poi sistematico e collettivo: c’era, non gli sfuggivi e vi sopravvivevi a stento… anzi diversi non riuscirono neppure in questo.

Pensi che dal nostro arrivo all’ Asinara, tra le altre cose, per oltre venticinque giorni non ci fù permesso di comunicare ai nostri familiari dove fossimo stati trasferiti né di avere loro notizie; poi,per tutto quel tempo rimanendo con addosso gli stessi indumenti con i quali eravamo arrivati, potemmo lavarci solo con una saponetta e con l’acqua del rubinetto(per altro salina e sporca).

E i vostri legali?

Facevano quel che potevano: si arrabattavano tra la procura e il carcere dal quale eravamo stati trasferiti, senza riuscire ad ottenere alcune informazioni; del resto, le loro denunce venivano sbrigativamente archiviate e le richieste al D.A.P. , volte a conoscere la nostra destinazione, restavano prive di risposte.

Capisco – disse Ilaria, distraendosi un momento a guardare l’ orologio, come le era già capitato di fare altre volte.

E’ tardi? – chiesi.

No, non proprio, temo solo che il tempo vada più in fretta delle parole, così ogni tanto gli lancio un occhiata sperando di rallentare la sua corsa, di modo che io possa sentire sino in fondo la sua storia.Continui per favore… – disse infine.

Lo fece.

Quel primo giorno e quella nostra prima notte al carcere speciale della Sinara, apparte qualche tono sgarbato,  la luce rimasta sempre accesa e lo spioncino dei blindi che, intorno alle tre, sbatterono di colpo, facendoci sobbalzare dal letto (e questo si sarebbe ripetuto ogni notte), trascorsero relativamente tranquilli. Fummo la per dubitare che radio carcere avesse un pò esagerato, riferendo quali orrendi abusi scrivessero i deportati alle carceri dell’ Asinara e di Pianosa.

Poi però venne l’indomani.

La chiave aprì le nostre celle pressappoco alle 7:30. “ In piedi, forza!” urlò una delle cinque guardie, alti e grossi come armadi, entrati nella nostra, mentre strattonava per la maglia il più anziano dei miei cellanti , costringendolo a sollevarsi dal letto.

“Ti spacco il culo, se ti ripesco a letto! Coglione!” gli urlò sulla faccia spingendogli contro il petto il manganello. Poi si voltò a guardare maligno verso di noi. Io ebbi l’ impulso di dire qualcosa, ma l’ alrto detenuto ansiano, mi fermò lanciandomi un occhiata ammonitrice.

“Tra mezz’ora tutti in cortile, per l’ ora del passeggio. E’ vietato rimanere in cella!” Aggiunse questa guardia, prima di lasciare la nostra cella. Lo sentii poi urlare dentro le altre celle. Alle 8:00 le nostre celle furono di nuovo aperte. Nel corridoio ci aspettava la classica doppia fila di agenti con lo sfollagente in pugno. Mentre la attraversavo di corsa, colpito da qualche manganellata, non sapevo ancora che quella sarebbe stata prassi non solo di ogni mattina ma anche di ogni pomeriggio, alla seconda ora di cortile : due volte al giorno, tutti i giorni.

Tutti i giorni? – chiese allora Ilaria, come  se la possibilità che da quella pratica ne potesse sfuggire qualcuno la potesse consolare.

Sì, tuttavia, gli agenti che calavano il manganello su di noi non erano poi tutti e quelli che lo facevano non davano quell’ impulso tale da menomarti fisicamente, per quanto facessero lo stesso male. In questo caso a frustrarti, più che la violenza in sé era la tensione nervosa di doverla affrontare quotidianamente. Il discordo era invece diverso a Pianosa… Là il regime era spietato, feroce, incredibilmente sadico.

Cioè ?

Tanto per restare in tema, le manganellate “pre-cortile”, non soltanto erano elargite con una forza e una violenza tale da “spezzarti il fiato” , ma anche arricchite da un diversivo di non poco conto: prima di somministrarle, infatti, distribuivano lungo il corridoio, tra le due file di agenti, un liquido che rendeva il pavimento scivoloso, cosicchè tu, nel momento in cui per scampare a qualche randellata ti arrischiavi a correre, finì immediatamente a gambe all’ aria, fracassandoti le ossa. Ovviamente ad allargare la ferita veniva poi la derisione, il ghigno beffardo che ti proponevano mentre ti serbavano queste umiliazioni.

Vi era anche li una Cella Nove?

Altrimenti della “Stanza delle candele”: ogni sera qualcuno di noi era destinato a raggiungerla e a subire qualche cattiveria.

Ogni sera? – chiese Ilaria.

Io annuii.

Erano così puntuali che bastava sentire lo scalpiccio lungo il corridoio per sapere che quella volta sarebbe toccato a qualcun’ altro e tu stai lì a chiederti: “Sarò io?” e quando passavano dritti davanti alla tua cella preferendo qualche altro a te, tiravi un egoistico respiro di sollievo.

Perché “Stanza delle candele”?

La chiamammo così dopo quello che fecero a un vecchio malavitoso vede, quest’ uomo aveva l’ abitudine di pregare e leggere la bibbia per diverse ore al giorno e, siccome i nostri carcerieri erano molto scettici riguardo alla sua devozione, un bel di – bontà loro – pensavano di mettere alla prova la sua fede. Pertanto lo condussero in questa stanza, al centro della quale per l’ occasione avevano predisposto un altarino con attorno una recinzione di candele accese, lo fecero inginocchiare sul pavimento, con una bibbia tra le mani e, frattanto che lo investivano da getti di acqua fredda lo costrinsero a recitare dei salmi- raccontai trovando ancora tristezza per quell’ uomo.

Tutta questa storia è raccapricciante … – mormorò Ilaria, dicendo più a se stessa che a me.

Bè, non per nulla l’Asinara era detto “lo scannatoio”.

Quindi il regime repressivo di Asinara, per quanto terribile, era comunque attenuato rispetto a quello di Pianosa: vi era forse una ragione che lo spieghi? – disse Ilaria.

Immagino che dipendesse dalla circostanza che mentre il direttore, il comandante e gli agenti che comandavano all’Asinara erano adibiti stabilmente presso quell’istituto, coloro che lo facevano a Pianosa venivano sostituiti ogni tre mesi.

E questo perché spiegherebbe la differenza che si diceva prima?

Perché la prolungata convivenza tra agenti e detenuti faceva via via di “umanizzare” il rapporto di contrapposizione tra i due soggetti, rendendo il primo meno oppressivo e violento; nell’altro caso, l’agente non aveva il tempo di “ scoprire” che quei detenuti erano comunque esseri umani con u8n proprio bagaglio di vita: ai suoi occhi erano e restavano degli obiettivi, senza passato né presente, che andavano solo colpiti e distrutti; questo sentimento rendeva quel carceriere privo di ogni pur minimo scrupolo e quindi capace di infliggere anche la più crudele delle sofferenze…

Roverto Cobertera di nuovo in sciopero della fame… di Carmelo Musumeci

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Avevamo già parlato della paradossale situazione di Roverto Cobertera, attualmente detenuto a Spoleto.

Il suo principale accusatore ha ritrattato, ma non è ancora stata fissata l’udienza per la revisione del processo.

Roverto ha già fatto lo sciopero della fame. E ha deciso di riprenderlo.

Come scrive Carmelo, nel pezzo che leggerete, c’è la possibilità per ognuno di noi di provare a dare una mano perché sia fatta giustizia nei suoi confronti.

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Roverto Cobertera di nuovo in sciopero della fame

 La verità per Roverto Cobertera non può più aspettare

Sembra incredibile che la stragrande maggioranza dei detenuti si dichiari innocente e qualcuno storce il naso. Eppure, i dati e i numeri ci confermano che molte delle persone che vengono arrestate, in seguito sono ritenute innocenti.

Si può essere condannati e mandati in carcere per tanti motivi: per scelte di vita sbagliate, per difetti caratteriali, per cattiveria, per sopravvivenza, per amore, per ignoranza, per solidarietà, per ingiustizia sociale, per depressione, e per tante altre cose che abitano l’animo umano.

Roverto è stato condannato un po’ per tutti questi motivi, ma è anche vittima lui stesso di un errore giudiziario: egli si è sempre dichiarato innocente dell’omicidio per cui è stato condannato all’ergastolo.

E per dimostrarlo è disposto a lasciarsi morire di fame.

Dopo la ritrattazione del suo accusatore, reo confesso di quell’omicidio, ha iniziato diversi digiuni, che gli sono costati un paio di ricoveri in ospedale.

Da diversi mesi, i suoi legali hanno presentato la richiesta di revisione del processo, ma se i tempi della giustizia italiani sono lunghi quando ti condannano, lo sono ancora di più quando devono ammettere che si sono sbagliati.

L’altro giorno, durante l’ora d’aria, ho incontrato Roverto, molto segnato nel fisico da questo nuovo sciopero della fame.

Nei suoi occhi ho visto la tristezza, la sofferenza, la disperazione e la rabbia perché i giudici non gli hanno ancora fissato l’udienza per decidere la revisione del suo processo.

Mi ha confidato che non vuole più continuare a vivere da colpevole, ma vuole morire da innocente.

Ho tentato di convincerlo che è troppo presto per morire.

Lui ha sorriso.

E ha scrollato la testa.

Poi mi ha risposto che, probabilmente, è troppo tardi per non farlo.

A mia volta, mi sono chiesto: che posso fare per Roverto Cobertera?

Credo di poter fare ben poco.

Forse, però, potete fare qualcosa voi del mondo libero.

E lancio un appello alla società civile per indirizzare al Presidente della Corte d’Assise d’Appello di Brescia un’email a questo indirizzo ca.brescia@giustizia.it    o una cartolina a questo indirizzo postale  Via Lattanzio Gambara, 40 -25121 Brescia,   con scritto:

 “Si sollecita pronuncia su richiesta di revisione per Roverto Cobertera”.

Grazie a tutti quelli che si attiveranno per fare sentire fuori e dentro la voce di Roverto, perché lui non ne ha più.

Un sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci

Padova, Maggio 2016

Con occhi da bambino… introduzione di Natalino Piras al libro “Cent’anni di memoria” di Mario Trudu

Memorias

Pubblico oggi l’introduzione che Natalino Piras ha scritto per l’ultimo libro di Mario Trudu -vero e proprio ergastolano ostativo storico (in carcere fin dal 1979- detenuto a Spoleto.

“Questo libro racconta con occhi da bambino – raccontare con gli occhi definisce lo stile di narrazione – l’infanzia contadina e pastorale di Mario Trudu, negli anni cinquanta del Novecento, ad Arzana, in Ogliastra, Sardegna orientale. Gli occhi da bambino sono quelli di un ergastolano, fine pena mai, capaci di immettere il remoto dentro una più vasta latitudine. Tale l’effetto che questa narrazione suscita nel lettore.

Il racconto procede per intersechi, per flashback, per catalogazioni di tempi, luoghi, spazi. Il paese dell’infanzia diventa così il proprio mondo, dove altri si riconoscono. Sono stato anch’io bambino, coevo di Mario Trudu. Come lui ho conosciuto la neve del ’56, anch’io ho visto “le persone anziane col sedere per terra”, ho partecipato anch’io alla costruzione di case e fortezze di ghiaccio. Come questo narratore anch’io so cosa significa l’incanto delle stagioni, il rosseggiare de sa mela de lidone, le bacche del corbezzolo, in autunno. Parlo sardo-italiano come Trudu pure se la variante arzanese dà più sul campidanese del mio bittese-logudorese. Come il bambino che è stato condivido a leit motiv della narrazione la memoria della prima guerra mondiale raccontata da (…) vecchi che furono giovani nelle trincee del Carso, nell’insensata strage, nei macelli. Thiu Pepe ‘Onanu di Arzana così come lo racconta Mario Trudu lo rivedo e lo risento come tziu Kirku di Bitti, la sua casa attaccata alla mia, nel vicinato di Buntanedda. Anche tziu Kirku era espressione della civiltà rustica, quella che Michelangelo Pira definisce, in Sardegna tra due lingue (1968), “cuncordia villica”: il villaggio come centro del proprio universo, ciascuna famiglia una “nassone”, una nazione. Le persone e i loro nomi- soprannomi, altro tema ricorrente nel narrare di Trudu, come successione di tutte le stirpi. Thiu e thia, nonna e nonno non sono appellativi generici. Allargano la composizione familiare del singolo raccontatore a tanti altri io narranti che riconoscono nella memoria dell’infanzia il proprio romanzo di formazione. Con thiu Pepe ‘Onanu tornano alla memoria del narratore altri nomi, altre ombre che ispessiscono: babbo e mamma, i fratelli, le sorelle, nonna Raffaela donna di ferro – a tratti sembra sa tia de filare di Montanaru – thiu Laisceddu, thiu Antiocu, il fantasma del bandito Stochino. E ancora e sempre il vicinato, i giochi, intessuti nel racconto ancor prima della catalogazione in appendice. Giochi e giocattoli di legno, di ferula. Pietre, pezzi di ferro. Giochi di abilità manuale, di vigoria fisica, di balentìa, paradisi per le bambine tracciati per terra. Anche tziu Kirku Panedda raccontava: nel mentre che fabbricava cavalli di ferula, intagliava bullinos e spade di legno per giochi guerreschi, le battaglie tra singoli e vicinati, oppure a bannitu-sordatu, banditi-carabinieri. Anch’io, anche noi eravamo così a Untana Pecus, Fontana delle pecore.
Quante infanzie contadine e pastorali in questo libro, quanta capacità di narrazione della storia dei poveri e dei dimenticati. Gli occhi da bambino di Mario Trudu scandagliano il cuore di tenebra dei paesi della montagna sarda, il centro abitato e la campagna come estensione delle nassones, anche i muri e i confini, lakanas, che stabilivano il proprio centro gravitazionale, l’universitas, l’appartenenza a quel mondo come paese portatile: uno lo tiene dentro per tutta la vita, per sempre.
Trudu ha una maniera tutta sua di raccontare, costruisce una grammatica tutta sua, lessico pregnante, lui che da bambino-adolescente non gli piaceva la scuola, “la fatica della scuola”, e insieme a coetanei e diversi compagni d’avventure, quanti Tom Sawyer, andava a rubare nelle vigne e negli orti, a devastare quanto non si poteva portare via. Disatinus, monellerie, canagliate, braverie interrotte dall’arrivo del padrone del campo e dell’orto. Non sempre funzionava il pedes meos sarvatemi, piedi miei salvatemi: la velocità nel darsi alla fuga.
Il racconto di Trudu procede con alternanza di minuscolo/maiuscolo, come naturalezza di scrittura, quella che apprende dalla civiltà del vicinato, dalla fontana, dalle varie case abitate: la botola, la balaustra, l’argilla rossa, i magazzini. Tornano come in sogno dentro le mura della prigione. Fanno ritornare Trudu il figlio premuroso che fu da bambino. E l’uomo maturo riflettente la sua condizione, le invocazioni a Dio, “se è vero che esisti”, sulla fregatura della vita. La memoria della solidarietà dei vicini e del vicinato dell’infanzia moralizza la durezza del tempo presente. Tornando alla scuola allora mal sopportata, il narratore avverte i ragazzi d’oggi, se fosse possibile che i ragazzi d’oggi sentano, a non seguire il suo esempio.
Poi il tempo del racconto si rifà bambino. Ricompaiono i personaggi, le situazioni, la prima volta della birra datagli da thiu Pepe ‘Onanu, le bollicine che bruciano il naso, l’arto artificiale di thiu Pepe indelebile segno lasciatogli dalla guerra. Sempre la guerra, la sua immanenza. Thiu Pepe o della guerra costituisce una pagina intensa per questa narrazione con occhi da bambino, visionaria, folle: i malati che in trincea si saziano del brodo della carne di mulo e per poco non muoiono di diarrea, la carne invece la mangiano i “sani”, carne che in altre occasioni avrebbero rifiutato anche i cani. Il racconto di thiu Pepe è popolato di cimiteri di guerra, nella neve, carne fresca degli uomini, fatta a spezzatino, sparsa per terra e sugli alberi. A un certo punto del racconto thiu Pepe dice che “stanotte qualcuno mi toccava le spalle”, chi sa quale commilitone oppure un nemico, chi sa se corpo presente o anima assente. “Per questo qualcuno stanotte mi toccava la spalla mormorando di pregare per l’Europa, mentre la Nuova Armada si presentava alla costa di Francia”. Sintomatico come il racconto di guerra di thiu Pepe coincida, in quel sentirsi toccare le spalle, con la visione che Vittorio Sereni, immenso poeta, prigioniero in Algeria, ha dello sbarco in Normandia, il giorno più lungo, il 6 giugno 1944. È la nitidezza della memoria bambina del narratore che stabilisce questi termini di paragone, i suoi “mostri vaghi”, fantasmi che si affollano nella mente nel passaggio all’età adulta, come serventi la funzionalità del racconto. Entrano altri narratori. Thiu Luisu Ferreli ricorda al bambino Trudu la guerra di Antonio, il gigante buono, ingenuo, per noi lettori/ascoltatori compartecipi, come il soldato Piero della canzone di De Andrè, come lui destinato al redibis non, non tornare vivo dagli assurdi campi di battaglia.
Stasimi del tempo di pace, nel racconto della guerra, sono altre visioni, “la bestia dentro”, violente scosse di una decina di minuti, cui è soggetto il nonno paterno di Mario Trudu, Antonio Angelo, incornato da ragazzo da un bue che stava aggiogando. Fa venire in mente Jeo no ‘ippo torero, Io non ero torero, magnifico canto di Antoninu Mura Ena che racconta di un ragazzo contadino, pitzinnu minore, “pungitore di buoi”, incornato da un bue, “all’entrata dell’orto”, nella montagna di Lula, sempre nel nostro cuore di tenebra. Nella visionarietà dell’agonia il ragazzo incornato dal bue vede comparirgli davanti un vero torero, come l’Ignacio Sanchez di Garcia Lorca, che lo porterà, tenendolo per mano, “a los toros celestes”.
Altri stasimi del racconto sono le paure della puntura contro il vaiolo, le abbiamo provate tutti, altre visioni. Come in sogno: in segreto sui monti, storie di balentie e banditi, racconti nel racconto, il misterioso amico latitante, doveva avere 70/80 anni, “solo uno condizionato dalla miseria in cui era nato” che a Trudu bambino tesse storie di vita vissuta con senso inconscio da realismo magico, nell’ovile di thiu Antiocu al tempo di Natale. L’uomo è una brutta bestia, sostiene il misterioso amico latitante, come morale del racconto dei due fratelli assassini assassinati, e di quell’altro dove si parla di ladri di maiali senza senso dell’etica che anche gli abigei avevano, dovevano avere, codice non scritto.
Poi torna, come circolarità del racconto, senso della poetica, il racconto di guerra di thiu Pepu ‘Onanu, il coraggio dei sardi e dei friulani, i nemici erano anche loro come noi carichi di miseria, di povertà estrema. “I racconti di thiu Pepe sono stati tanti. E tutti facevano tremare il cuore di quel bambino che ero io”. Sognatore nonostante tutto, capace di mettere a paragone il Maccu Picchu con is fortes per fare arrivare l’acqua negli orti costruiti da thiu Luisu Laisceddu nella campagna arzanese.
Colomberis, i buchi nei muri, dietro le porte, come neri occhi di janas. Tempu paldutu diceva Don Baignu Pes, poeta eccelso nella mite Gallura del Settecento-Ottocento. Tempo perduto e tempo ritrovato nella circolarità della memoria. Il bambino Trudu ricorda Milianu bambino, io narrante di Sos sinnos, romanzo scritto in bittese da Michelangelo Pira, pubblicato postumo. Il racconto di Trudu è rivelatore di umanità come humanitas, come di chi sa cosa è l’uomo, nel bene e nel male. Tutto il male viene abolito dalla memoria dell’infanzia che nel tempo dell’uomo è il tempo bambino.
Tornerà il tempo delle arnie di sughero, il tempo del miele. Meglio, sostiene Mario Trudu, che ci siano degli alberi rigogliosi invece che palazzi in cemento armato.

Natalino Piras

La pena di morte mascherata… di Salvatore Pulvirenti

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Pubblico oggi questo brano del nostro Salvatore Pulvirenti, detenuto nel carcere di Oristano.

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Uno Stato che rifiuta i valori antropologici, non ha un’etica morale.  Per valori si intendono, in senso lato, tutte le attitudini, comportamenti positivi che dovrebbero caratterizzare l’essere umano e la sua società, distinguendolo dall’animale. Oggi si parla spesso della pena di morte in Italia ma anche in tanti paesi europei. È una battaglia che dura da decenni: diciamo che in alcuni paesi è stata abolita e sostituita con pene lunghe. Attualmente il nostro paese è il primo in Europa che si batte per l’abolizione della pena di morte. Ora io vorrei fare riflettere le persone che vivono in uno stato democratico. Si è vero; il nostro paese combatte da sempre per fare prevalere i diritti dell’uomo. Pero se noi riflettiamo per un momento, nel nostro paese esistono due pene capitali: il primo è l’ergastolo ostativo escluso da qualsiasi beneficio: non puoi mai uscire, non hai un fine pena, per cui devi per forza morire in carcere, salvo collaborare con la giustizia. ll secondo e il 41 bis un regime particolare dove il condannato ha una restrizione disumana, conduce l’essere umano ai suicidio psicologico e a volte anche fisico o devastandolo psicologicamente portandolo alla pazzia. Entrambe queste pene, sono due pene di morte mascherate che tutt’oggi prevalgono in Italia. La cosa che fa molto male è quella che queste due pene sono le conseguenze che emergono durante la carcerazione. Se facciamo riferimento all’ergastolo ostativo, le cause sono devastanti, in quanto produce una serie di conseguenze legate allo stato psicologico, dopo decenni di carcere, e la consapevolezza di non poter mai uscire, fa venire fuori lo stato interiore negativo, che danneggia se stessi e le persone che ti stanno accanto. «La prima causa è la depressione che implica varie patologie allo stato mentale, come il suicidio, autolesionismo, deficit dell’attenzione e della concentrazione, insonnia, disturbi alimentari, la riduzione di percezioni. ll 41 bis ti causa l’allontanamento dai propri famigliari, la chiusura in te stesso, riduzione della memoria, riduzione delle cellule ricettori, asociale nel dialogo, e il rifiuto delle cose più care; è come essere in uno stato di abbandono. Per colmare questi malesseri, che durano parecchi anni, si ricorre a psicofarmaci, che per prima ti danno un senso di benessere, poi si entra in uno stato di assuefazione, e si addentra in un tunnel dal quale e difficile poterne uscire, se non lesionato gravemente.

Oristano 25-4-2016

Diario di Pasquale De Feo- 22 dicembre – 21 gennaio

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Grazie all’indispensabile Nadia stimo recuperando i diari di Pasquale De Feo che si erano accumulati per una serie di motivazioni tecniche.

Oggi pubblichiamo il diario di dicembre 2015.

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Le promesse truffaldine

Nel 2001 quando Berlusconi vinse con una maggioranza schiacciante, aveva fatto tante promesse che non mantenne, una di queste la ripropone dopo 15 anni, affidandosi alla carta memoria degli elettori.
Siccome si sta preparando alla campagna elettorale che si terrà fra un anno o due, inizia con le sue promesse che non manterrà.
Le pensioni minime portarle a mille euro, perché con meno non si sopravvive, su questo ha ragione da vendere.
Mi chiedo perché non l’ha fatto nel 2001, quando con la maggioranza che si ritrovava poteva fare approvare qualsiasi legge, non lo fece allora e non l’ha fatto nel 2008, ma con il suo sodale Alfano si prodigò in leggi infami come la n°94.
Oggi prova a truffare di nuovo i pensionati, facilmente nella disperazione crederanno alle sue promesse e lo voteranno, convinti che manterrà ciò che promette.
L’IMPS ha un rosso di 9 miliardi di euro, questo impedirebbe di mantenere la promessa, anche se fosse sincero.
Mi auguro che alle prossime elezioni si attesti al 2% in modo da sparire dal firmamento politico.
22-12-2015

Natale sul mare

Gli amici Francesca e Mario mi hanno regalato per Natale due libri.
Francesca ha scelto “Natale sul mare” di Joseph – Conrad.
È un piccolo testo autobiografico, dove racconta le sue esperienze di marinaio e capitano poi.
Come passano il Natale in mare, i regali tra navi se si incontrano.
Come tutti gli anziani esalta la sua epoca dove i marinai contavano solo sul coraggio e la bravura del capitano.
La modernità delle navi a vapore eliminava il misticismo che investiva la vita marinara.
Ha viaggiato in lungo e in largo, anche i fiumi africani, facendo parte dell’impero britannico aveva la possibilità di girare il mondo.
Esalta la geografia perché a quei tempi la facevano i marinai che andavano in luoghi sconosciuti e mappavano tutto ciò che incontravano, cita Colombo, Cook e altri famosi navigatori.
A quei tempi era così, diversamente da oggi che con i satelliti le mappe sono precise al centimetro.
Tutte le generazioni hanno avuto nostalgia delle loro epoche, credo sia dovuto al ricordo della loro gioventù, ma il mondo va avanti in modo inesorabile.
Il mare è amato dai marinai, riesce difficile per loro distaccarsene, come la sindrome del “mal d’Africa”.
Gli scritti concedono l’eternità ai suoi autori, perché il tempo non passa mai; il libro finisce per la morte dello scrittore.
22-12-2015

Bella notizia

Oggi mi ha scritto Carmelo Musumeci dandomi la notizia che gli avevano dato 15 giorni di permesso a casa sua, dal 23 dicembre al 7 gennaio, tutto il periodo festivo con i suoi familiari, tra le righe trapela tutta la sua felicità.
Sono stato felice apprenderlo, finalmente è riuscito a tornare a casa, sono sicuro che le due settimane gli ridaranno tanta energia e amore per la vita.
Ormai è solo questione di tempo e gli daranno una pena alternativa e uscirà dal carcere.
Quando un compagno di tante lotte vince riesce a farcela il mio animo ne gioisce e sono felice nell’immaginare i volti sorridenti dei suoi familiari.
Se i magistrati di sorveglianza capissero che la responsabilità che viene delegata ai reclusi con la concessione dei permessi è un passo importante per il loro rientro nella comunità, sarebbero di più manica larga, invece lo fanno apparire più un percorso di risocializzazione.
Non credo molto in questi Stati Generali dei tavoli per le riforme, ma mi auguro che portino un po’ di civiltà nelle carceri con l’agevolazione dei permessi e delle pene alternative.
24-12-2015

Natale

Dicono tutti che a Natale dobbiamo essere più buoni, credo che dipenda dalle categorie.
Alle ore 14,00 ho telefonato a casa perché avevo ricevuto al telefono di non chiamare da papà, ho saputo che il giudice aveva rigettato il permesso a mio fratello per andare a festeggiare Natale da papà.
Tutte le feste vanno da mio padre, quest’anno un giudice con poca umanità ha deciso di no, qual è il motivo?
Bisognerebbe avere la mentalità dell’aguzzino per comprendere simili decisioni.
Mio padre l’ha trascorso nel Cilento, tutti gli altri a casa.
Ho parlato con mia sorella Rosanna che non sentivo da molti anni.
E bello sentire la voce dei familiari, ma c’è sempre un po’ di tristezza perché non si è insieme a loro.
25-12-2015

Tre storie extra vaganti

Ho finito di leggere il secondo libro che mi ha mandato Francesca, questo era quello che mi aveva regalato Mario il marito.
“Tre storie extra vaganti”scritto da Carlo M. Cipolla ed. il Mulino.
La prima storia si tratta dei banchieri fiorentini Bardi, all’epoca si chiamava Banco o Compagnia dei Bardi.
Siamo intorno alla fine del duecento e inizio del trecento, erano molto ricchi e tra i loro clienti avevano la crema d’Europa. Nella metà del trecento fallirono per il mancato rimborso del debito della corona inglese.
Seppur nei libri di storia i Bardi erano considerati grandi banchieri, e con tante famiglie toscane sono stati i creatori delle moderne banche, in questo racconto sono considerati peggio dei banditi da strada.
Per i Bardi le leggi erano strumenti efficaci per controllare gli altri, loro si sentivano non vincolati dalle leggi, bensì al di sopra delle stesse.
Anche quando venivano inquisiti e condannati, dopo un po’ di tempo gli veniva dato un incarico di Stato e tutto veniva dimenticato.
L’autore scrive: “Sono sempre e soltanto i censi e gli stracci quelli che vanno all’aria”.
Aveva ragione, purtroppo è così anche oggi, come ieri così oggi un’oligarca domina il paese, pertanto le peggiori nefandezze sono all’ordine del giorno.
Il secondo racconto è di una truffa colossale verificatosi verso la metà del seicento alla fine del secolo.
I genovesi ne escono malconci perché per guadagno farebbero qualsiasi cosa.
Il Luigino era una moneta francese, molto apprezzata in Turchia, principalmente dalle donne che ne facevano ornamenti, bracciali, collane, orecchini, sui vestiti, diventò una mania, i francesi ne approfittarono coniando luigini con leghe più basse.
I genovesi avendo sul loro territorio molti feudi con il diritto di zecca, furono tutte attivate e produssero luigini su larga scala da inviare in Turchia.
I turchi non si intendevano molto di moneta e per questo motivo furono invasi di luigini di bassa lega.
Questa truffa durò due anni, fino a quando gli inglesi fecero scoppiare lo scandalo perché avendo una bilancia commerciale con i turchi in attivo ricevevano i luigini in pagamento.
Tutti presero provvedimenti, ma nei feudi liguri Genova non poteva intervenire.
I turchi iniziarono a tagliare qualche testa, i francesi restrinsero le maglie con la repressione e dopo qualche anno fu stroncata questa grande truffa della storia economica europea.
Il terzo racconto è di un francese che lavorò nella burocrazia dello Stato, ebbe 17 figli, quello che portava il suo nome percorse la sua stessa strada, il commercio, la finanza, la dogana, insomma tutto ciò che riguardava gli affari.
Scrissero un libro dove parlarono del commercio di tutti i popoli europei, ancora oggi è ritenuto un’opera eccellente.
La nota stonata è che alla voce del cognome, nessuno dei due –padre e figlio- viene ricordato.
26-12-2015

Grazia

Come Napolitano anche Mattarella ha fatto lo stesso, hanno graziato gli agenti segreti della CIA che sequestrarono Abu Omar a Milano.
Ci sono tanti poveri cristi nelle carceri e ogni giorno ne muoiono di malattia, vecchiaia e lasciati a se stessi, né la magistratura di sorveglianza e né le istituzioni se ne prendono cura, il Presidente della Repubblica potrebbe intervenire con il suo potere di grazia, invece questo signore non è diverso dal suo predecessore.
Suor Caterina mi ha scritto chiedendomi perché non chiedo la grazia, con questi figuri non l’avrei neanche se fossi in agonia.
Noi siamo ritenuti criminali, ma la ferocia e la crudeltà di questi signori, ci fanno apparire come degli agnellini davanti a lupi famelici.
27-12-2015

Rivoluzione

Seguire i notiziari, le rassegne stampe, i dibattiti in TV, ci si rende conto che la gente comune è trattata come gli schiavi della Roma imperiale.
Troppe ingiustizie, troppe ruberie, troppe prepotenze, troppi privilegi, ai danni della povera gente.
Tutte le istituzioni sono complici perché si coprono a vicenda, un sistema che non ha niente da invidiare alle “Signorie” dei principi rinascimentali.
La magistratura adopera le leggi per tenere sotto controllo il popolino affinché l’elite continui a fare i loro comodi.
Si sono avventati sulle pensioni riducendo tanti anziani alla fame, mentre una minoranza gozzoviglia nel benessere.
Le banche si stanno impossessando dei risparmi con mille raggiri “legali”, con la complicità delle istituzioni nazionali ed europee.
Sarebbe giusta una rivolta, anche solo per mettergli un po’ di paura, in modo che ricordino che non possono continuare a calpestare la dignità della gente all’infinito.
La ribellione dovrebbe venire dal basso, perché si proviene dalle corporazioni verrebbero truffati di nuovo.
Sono convinto che prima o poi questi mascalzoni assaggeranno la rabbia del popolo e capiranno che non è salutare sbattere il muso.
28-12-2015

Senza vergogna

Stasera nei TG hanno fatto ascoltare le registrazioni telefoniche tra un carabiniere e la sua ex moglie, parlavano del pestaggio di Cucchi.
Dai discorsi si evince la stupidità della persona, ma si capisce anche la certezza dell’impunità di cui si sentono investiti.
Purtroppo tutto il sistema fa quadrato, perché quando è stato portato nel carcere, né la polizia penitenziaria e né i dottori hanno detto e scritto niente, l’omertà corporativa dei vari capi è radicata, per non parlare dei magistrati che l’hanno interrogato e quelli sul tribunale, silenzio assoluto.
I dottori e gli infermieri del reparto ospedaliero per i detenuti, ammaestrati bene l’hanno fatto morire come un cane.
E palese che tutti gli attori non hanno umanità, ma si comportano con la stessa naturalezza delle SS naziste.
Politici, sindacati, funzionari e anche religiosi, quando vanno in TV a fare tutti quei discorsi pomposi con la rappresentazione di una realtà carceraria che non esiste, dovrebbero vergognarsi, perché conoscono la realtà ma fanno di tutto per occultarla.
Non sono complici, ma più colpevoli degli esecutori di queste nefandezze.
29-12-2015

Estorsione… legalizzata

Mentre leggevo un quotidiano regionale campano mi ha incuriosito una notizia di un articolo sulla tangenziale di Napoli.
Questa strada fu costruita dalla Infrasud-Spa con una convenzione firmata nel 1968 per una gestione di soli 33 anni,ma pur essendo trascorsi 47 anni, i napoletani continuano a pagare il pedaggio.
I soldi che produce sono circa 70 milioni, vanno a Benetton, Banca Popolare di Milano, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Unicredit, Generali, oltre a vari soggetti e banche estere.
Ai comuni interessati non va nulla.
Dai soggetti citati si evince che non c’è nessuno di Napoli o del Meridione, tutti del Nord e stranieri.
L’errore che fanno tutti i movimenti meridionalisti e di non aprire un sito e un quotidiano per evidenziare queste rapine e rastrellamenti di risorse dal Meridione per convogliarle al Nord.
30-12-2015

Thomas Sankara

Sankara poteva illuminare non solo il suo paese ma l’intera Africa.
Il Burkina Faso sotto la sua Presidenza conobbe la civiltà e la democrazia, ma questo non stava bene alle potenze Occidentali, così la Francia e gli USA diedero ordine a Blaise-Compaoré, suo caro amico, di assassinarlo, e l’hanno tenuto per circa 30 anni al potere, fino a quando una rivolta popolare l’ha costretto a fuggire.
Nelle settimane scorse si sono tenute le elezioni, e il nuovo Presidente ha fatto emettere un mandato di cattura per l’omicidio di Sankara conto Compaoré che si è rifugiato in uno Stato vicino, che sperano dia l’estradizione.
I dittatori che interessano agli americani e alle potenze Occidentali, i media se ne occupano poco, e il Tribunale dell’Aia per i crimini contro l’umanità non si muove, viceversa gli altri sono mostrificati dai media e il Tribunale è celere nel chiedere l’arresto per il processo.
L’Africa è colonizzata da circa due secoli ed è ininterrottamente saccheggiata, oggi finita la schiavitù dell’occupazione coloniale è iniziata la schiavitù finanziaria che l’ha strangola, per evitare che potesse liberarsi l’hanno riempita di tante piccole guerriglie.
In questo continente si sta perpetrando il più grande genocidio della storia, con l’assassinio di leader che possono contribuire a far ritornare “l’Africa agli africani”.
31-12-2015

Anno nuovo

Ho telefonato a casa dove c’erano tutti, e con sorpresa ho trovato mio cugino Paolo, non lo sentivo da tanti anni, ormai è grande, si è sposato, ha quattro figli e ha un panificio.
Mi ha fatto molto piacere sentirlo, è un bravo ragazzo, in gioventù è stato un po’ perseguitato dai carabinieri perché era mio cugino, ma ora lo lasciano in pace.
Quando era ragazzo era un terzino trattore, o prendeva il pollame o il piede.
Sono contento che stia bene e si è realizzato con una bella famiglia e un’attività tutta sua.
Ogni volta che sento qualcuno che ho lasciato ragazzo, mi viene spontaneo riflettere quanti anni sono passati, una intera generazione è volata via, ora inizia la seconda, ed io sono ancora qui a lottare contro una repressione fattosi sistema per controllare una parte del paese, che non ha nessuna valenza penitenziaria, ma è solo pregiudizio che deriva dal razzismo antimeridionale.
01-01-2016

Liberare tutti i dannati della Terra

Gli amici di Ampi Orizzonti mi hanno mandato un libro che raccoglie tutte le lotte carcerarie degli anni 70, proteste e rivolte in tutta Italia, oggi come allora per punire più ferocemente li mandavano in Sardegna dove venivano torturati crudelmente.
La cosa scioccante e che riportando tutto ai nostri giorni, non è cambiato niente, sono diventati più scientifici nella tortura, cercano di adoperare quella psicologica che è molto peggiore di quella fisica.
Le richieste dei detenuti sui grandi temi erano le stesse di quelle d’oggi, poi c’erano quelle della civiltà minuta, come avere il gabinetto in cella, un cibo decente, poterlo acquistare, avere una libera corrispondenza, poter acquistare tutti i quotidiani e riviste in libera vendita, vestiti personali, la TV in cella ecc., oggi tutte queste cose le abbiamo avute con il sacrificio di migliaia di persone che hanno subito una repressione feroce con tanti morti.
Alessandro Margara in un’intervista disse che erano state le rivolte a costringere i politici a emanare nel 1975 l’Ordinamento Penitenziario.
I tempi più importanti non sono stati risolti, dal codice penale fascista, all’ergastolo, scontare la pena vicino ai familiari, i colloqui affettivi ecc.
Quello che mi ha colpito è stato rivedere la fotocopia odierna, oggi usano la retorica della lotta antimafia per una repressione senza limiti legali, ieri usavano la lotta alla delinquenza con la stessa enfasi.
Ho estrapolato un passaggio che lo si potrebbe scrivere anche oggi, cambiando qualche particolare: “I poteri si servono della delinquenza per additarli al disprezzo delle mosse, servendosi dei media per abituare la gente a pensare che le uniche rapine, estorsioni, furti, omicidi sono quelli fatti da questi poveri cristi, e non quelli che ogni giorno commettono lo sfruttamento sulla gente. Preparano l’opinione pubblica alla repressione indiscriminata, anche all’omicidio con il paravento della difesa e della sicurezza collettiva”.
Addirittura ci sono nomi che riecheggiano ancora oggi, personalità ricche che facevano i loro comodi allora e hanno continuato a farlo come i Riva, che ha inquinato e arricchitosi con la Montedisan, oggi l’ha fatto con l’Ilva di Taranto, sono persone che se la cavano sempre.
Fanno un esempio molto lampante, se un povero ruba una mela è un reato, se un padrone ne manda decine di tonnellate al macero è un operazione di mercato.
Oggi come allora si identificavano i meridionali, in mafiosi e delinquenti, da isolare e da deportare.
Purtroppo non è cambiato niente, il potere fa le leggi e i poveri cristi sono costretti a subirle.
Come anche che le sofferenze non finiscono con la fine della pena, con la libertà inizia un altro lungo calvario fatto di persecuzioni e limitazioni da parte delle forze dell’ordine.
La recidiva è per i poveri cristi perché di rado un ricco viene una seconda volta in carcere.
La magistratura è un’industria che produce recidiva e criminalità.
Non c’è bisogno che continuo a citare tutto ciò che ho letto nel libro, perché niente è diverso dalla realtà odierna.
Questo mi convince che è proprio il sistema burocratico poliziesco creato 155 anni fa, per reprimere il Meridione per farlo diventare una colonia, a continuare usando nuovi attori e terminologie diverse, ma tutto è uguale affinché i poteri abbiamo gli stessi privilegi dell’aristocrazia di una Volta, e i poveri cristi rimangono sudditi come un tempo.
02-01-2016

Turchia

È stato ucciso il giornalista e regista siriano Naji-Jerf autore di documentari in cui denunciava gli abusi del daesh(ISIS), è stato ucciso a Gaziantep, città turca al confine con la Siria, con un colpo d’arma da fuoco alla testa, un esecuzione.
Era in procinto di partire per Parigi dopo aver ottenuto il visto da rifugiato per sé e per la sua famiglia.
Molto conosciuto per la sua opposizione al regime e al daesh.
Aveva da poco terminato un film sulle atrocità commesse dal daesh ad Aleppo.
Jerf faceva parte del collettivo dei giornalisti siriani che avevano denunciato con ampia documentazione gli abusi commessi a Raooa, la cosiddetta capitale del daesh.
Lui è il quarto giornalista del gruppo che viene ucciso, dopo Bachir-Abduòadhim-Al-Saado-Faisal-Hussain-Al Habib, e Ibrahim-Abdel-Oader, tutti uccisi in Turchia.
Il daesh è molto forte in Turchia, perché aiutato dal governo di Erdogan. Chi si rifugia in Turchia perché contro il daesh è molto più in pericolo della Siria stessa.
Purtroppo Erdogan protetto dagli americani e pertanto può commettere tutte le nefandezze che vuole.
03-01-2016

La colonia

La quasi totalità delle aziende fornitrici di beni e servizi, le compagnie assicurative, i fornitori di gas ed energia, l’editoria, i grandi marchi dell’alimentazione e le sedi dei partiti politici, hanno tutte sede legale e quasi sempre operativa nel Centro-Nord.
Ampliando il discorso in altri campi, possiamo affermare senza essere smentiti che il controllo sul Meridione è totale, avendo tutto in mano, dal credito ai finanziamenti dello Stato.
Nella legge sblocca-Italia hanno stanziato 4859 milioni per le ferrovie, li hanno già suddivisi, 4789 milioni alle ferrovie del Nord e solo 60 milioni alle ferrovie del Sud. Sono i soldi per pagare i loro servizi nel Meridione.
Renzi non è diverso dai tanti tosco padani che lo hanno preceduto.
Se non spezziamo le catene della schiavitù coloniale, rimarremmo sempre servi iloti e cittadini di serie B.
04-01-2016

Target…italiani

L’archivio del governo americano il 22 dicembre ha pubblicato un dossier di 800 pagine finora top secret, con la lista di migliaia di obbiettivi dell’ex Unione Sovietica, Europa Orientale e Cina, in caso di guerra nucleare sarebbero stati attaccati dagli USA.
Nel 1956 gli americani avevano oltre 12 mila testate nucleari con una potenza di 20 mila megaton, equivale a un milione e mezzo di bombe di Hiroshima, mentre l’Unione Sovietica ne possedeva circa mille e la Cina nessuna.
Nel dossier ci sono tutti i target da colpire e con quante bombe nucleari per una distruzione totale, Mosca sarebbe stata colpita da 180 bombe termonucleari, Leningrado con 145, Pechino con 23 ecc.
La pubblicazione del dossier con i target è una chiara minaccia a Russia e Cina, facendogli supera il potenziale nucleare, inoltre ha stanziato 1000 miliardi di dollari per altri 12 sottomarini di attacco, armati di 200 testate ciascuno.
Inoltre di 100 nuovi bombardieri strategici, armati di 20 testate nucleari per ognuno.
Nei mesi scorsi hanno potenziato tutta l’area Nato con le nuove bombe nucleari e batterie antimissili.
La Russia giustamente prende le contromisure con nuovi missili intercontinentali, fissi e mobili.
In Siria usa i bombardieri strategici in modo che i piloti si addestrano per un eventuale attacco nucleare.
Comunque sono sempre gli americani che creano queste situazioni per imporre il loro dominio imperialista, costringendo la Russia e la Cina a un’azione difensiva.
Sicuramente la Russia avrà una lista di target dei paesi Nato, l’Italia con tutte le basi americane che si ritrova e i depositi di bombe nucleari, in caso di guerra nucleare subirà molti attacchi e tante distruzioni.
I media tacciono su questo tema, però lanciano l’allarme sui botti di Natale che sono pericolosi sic.
05-01-2016

Rimborsi per i truffati

Siccome sono stati aperti alcuni procedimenti per le truffe contro i risparmiatori, adesso nei TG fa capolino la notizia che le banche voglio risarcire prima che si vada al tavolo dell’arbitrato.
Secondo me è solo per addolcire i procedimenti e le proteste dei truffati.
Questo dimostra come il potere burocratico è trasversale, intervengono più soggetti per contenere le proteste contro questa rapina senza pistole.
Le banche sono un’organizzazione criminale legalizzata che pratica il raggiro, la truffa e l’estorsione a danno del cittadino, approfittando che la popolazione ha una scarsa educazione finanziaria.
Gli impiegati delle banche, selezionati ad hoc, sono dei braker specializzati nel convincere i correntisti a fargli acquistare titoli spazzatura, come hanno fatto in passato con i bond argentini, Cirio, Parmalat ecc., lo fanno in totale sicurezza perché sicuri dell’impunità.
Lo Stato con le sue istituzioni e il governo, invece di intervenire a protezione dei cittadini; come sancisce anche la Costituzione sulla protezione del risparmio, in modo subdolo, bieco e ipocrita, aiutano questi centri di potere a passarla franca, ai danni di tanta povera gente.
Il sistema bancario autentico modello mafioso, è arrivato al punto che i correntisti non contano niente, anzi quando protestano li ritengono fastidiosi, perché quello che vogliono, con arroganza, che devono consegnare i soldi e non devono “rompere i coglioni”.
Questi signori possono rubare, truffare, estorcere, ma non è un reato; un povero cristo se ruba una pagnotta di pane per fame è un criminale da condannare anche a 2-3 anni di carcere.
Fino a quando il popolo “somaro” continuerà a sopportare questa servitù imposta da un elite che non conosce decenza, etica e moralità?
06-01-2016

L’istinto… istituzionale

Durante le feste natalizie e i primi giorni dell’anno non pioveva e le città erano piene di smog, dieci punti, oltre il limite consentito.
I sindaci hanno cercato di mettere in campo delle limitazioni per ridurre lo smog, fermare le auto e abbassare di un paio di gradi il riscaldamento degli uffici pubblici.
Il governo non ha fatto niente, a parte di fare la “danza della pioggia” al sicuro da sguardi indiscreti, al chiuso dei loro uffici.
Aspettano tutti la pioggia con impazienza ogni anno, in modo da limitare i danni di immagine.
A Parigi Renzi ha rappresentato un mondo di energie rinnovabili, proclami e nient’altro.
Lo Stato dovrebbe mettere in cantiere un programma a lungo termine per abbattere le emissioni dei combustibili fossili e lo smog nelle città.
Dovrebbero iniziare dalle caldaie dei caloriferi, con una legge renderli tutti elettrici, programmare una rete elettrica nei distributori, anche con l’idrogeno, in modo che le auto elettriche e a idrogeno abbiano più fluidità nei rifornimenti all’interno delle città, limitare le auto a benzina e diesel nei centri delle città, creare una rete di piste ciclabili per agevolare l’uso delle biciclette, e tante altre piccole riforme per arrivare in futuro e un mondo senza petrolio, gas, carbone e anche il nucleare.
Purtroppo le multinazionali e i produttori del petrolio lo fanno da padrone dettando i programmi politici.
07-01-2016

Le parole dimenticate

Mentre guardavo un film ho visto che davanti a un cammino usavano dei sgabelli dei legno, mi sono ricordato di quelli che c’erano a casa mia, non ricordavo come li chiamavamo, ci sono volute alcune ore per ricordare.
Avevamo quelli piccoli e li chiamavamo “Scannetiello” e quello grande come una panca “Scanno”.
Gli anni qui dentro ti fanno dimenticare le parole che non usi più. Tante parole che usavo a casa, la maggioranza derivanti dal dialetto cilentano, mi viene difficile usare nel linguaggio corrente che uso.
Oltre 30 anni di carcere portano anche a questo, un linguaggio diverso con nuovi vocaboli.
08-01-2016
ACAD

Leggendo un articolo in cui in modo esplicito si condannava l’assoluta impunità dei torturati e dei killer di Stato, menzionava un’associazione “All-Cops-Are-Bastards”abbreviazione ACAD, con un loro sito: http://www.ACADITALIA.it con numero verde 800588605, che si batte contro le violenze delle varie polizie e sollecitava le famiglie che avevano subito lutti e torture di essere unite, perché la loro forza è l’unione, la loro debolezza è restare soli, da soli non possono nulla contro lo strapotere delle varie polizie, perché protetti dalla politica e dalla magistratura.
Dovrebbero catalogare tutti gli omicidi, le torture, soprusi, e gli abusi di potere che succedono nel paese, così la popolazione si renderebbe conto che le forze dell’ordine somigliano più alla polizia di Pinach che a quelle di un paese democratico.
09-01-2016

Il cambiamento

Mentre leggevo di un’associazione meridionale che sollecitava tutti i napoletani di fare come una cioccolateria di Napoli, che quest’anno ha fatto il panettone solo con materie locali e che le imprese abbiano sede legale nella regione, per il semplice motivo che le tasse con l’IVA le paga in loco, pertanto non vanno al Nord come succede con la maggior parte di tutte le merci che girano nel Meridione che provengono da imprese che hanno sede legale al Nord.
I soldi dell’IVA alimentano benessere nel Nord, la stessa cosa potrà succedere nel Sud se i cittadini scelgono prodotti di imprese con sede legale nel Sud.
Il mondo si può cambiare con il nostro esempio, non con le nostre opinioni, ci vogliono fatti, ed è tempo che i meridionali iniziano a lottare acquistando prodotti meridionali, d’altronde è solo legittima difesa.
10-01-2016

Sindacato per i detenuti

In Germania i detenuti si sono organizzati e hanno fondato un sindacato.
Il salario dei detenuti varia a secondo dei Lander (una sorte di regione nostrana), oscilla tra i 9 e i 15 euro al giorno, come in Italia non c’è possibilità di chiedere un aumento.
Confrontandolo con quello italiano, la differenza e di tre volte tanto, in Italia con i 50-60 euro è una paga da schiavi, in Germania si arriva a 200-300 euro.
Con il sindacato hanno iniziato a chiedere un salario minimo e l’aumento della paga giornaliera.
Tranne tre Lander, nel resto c’è l’obbligo di lavorare, ritenuta una misura risocializzante per un futuro reinserimento.
Uno dei portavoce del sindacato dichiara che: “privando i detenuti di un salario adeguato, gli si preclude la possibilità di rimborsare i propri debiti, di aiutare la famiglia e di sostenersi in carcere. I condannati che scontano lunghe pene, significa di avere la certezza di finire in miseria, una volta usciti”.
Il sindacato pone la questione di valorizzare il lavoro in carcere, appellandosi alla legge che sancisce che: “La vita dietro le sbarre deve avvicinarsi quanto più possibile alle condizioni generali, con un lavoro retribuito correttamente”.
Una parte dei sindacati appoggia quello dei detenuti, ma la maggioranza dei sindacati fa fatica ad ammettere che i detenuti sono anche dei lavoratori.
In Italia i sindacati non li considerano i detenuti, anche se al ministero siedono al tavolo della rivalutazione ISTAT per il salario dei reclusi. Ci sono tre rappresentanti- CGIL-CISL-VIL, gli stipendi se li prendono ma non fanno niente, dal 1993 le mercedi dei detenuti non vengono rivalutate, ma tutti, non solo i sindacati, prendono lo stipendio fregandosene dei lavoratori reclusi.
In Germania stanno opponendo resistenza, ma la lotta continua, l’impianto sindacale l’hanno portato fuori, con il tempo riusciranno a farsi ascoltare.
Non credo che in Italia ci possa essere un sindacato dei detenuti, perché i sindacati confederati-la triplice- sono parte integrante del sistema che gestisce il potere sul nostro paese.
11-01-2016

Pubblicate le foto degli assassini

La sorella di Cucchi e la sorella di Uva, hanno pubblicato su face book le foto di due carabinieri che hanno partecipato agli omicidi dei loro fratelli.
Entrambi sono morti per aver subito pestaggi in una caserma dei carabinieri; Cucchi a Roma e Uva a Varese.
Subito si sono alzate voci in difesa degli assassini, che le due sorelle hanno sbagliato a renderle pubbliche, da premettere che le foto degli assassini erano nei loro profili Face book, pertanto già pubbliche, ma la lesa maestà è avvenuta perché Ilaria Cucchi ha scritto vicino alla foto: “Volevo farmi del male, volevo vedere le facce di coloro che si sono vantati di aver pestato mio fratello, coloro che si sono divertiti a farlo, le facce di coloro che hanno ucciso”.
Hanno precisato entrambe le sorelle: “Niente offese, tutti uniti con l’unico obbiettivo della giustizia”.
Mentre in difesa degli assassini sono giunte scritte di offese degne della ferocia degli accusati.
L’impunità è assicurata dalla procura, viceversa non si comporterebbero da aguzzini, se avessero la certezza che questi reati venissero sanzionati con il carcere e la perdita del lavoro.
12-01-2016

Al via il grande affare

Tutto quello che faceva Berlusconi era attaccato ferocemente dal PD e l’area di sinistra, principalmente dagli snob della sinistra, che predicano bene dai loro attici al centro di Roma e razzolano male intrufolandosi in tutti gli enti dello Stato vivendo alle spalle dei cittadini.
Renzi sta effettuando un altro capolavoro, quello non riuscito a Berlusconi per la forte opposizione di tutto l’operato di sinistra. Vuole monetizzare svendendo il patrimonio immobiliare, che acquisteranno a prezzi stracciati gli amici degli amici.
Il paradosso è il silenzio da parte di tutti, tranne il Manifesto che ha pubblicato un articolo in quarta pagina.
Ormai quello che dice Berlusconi va preso per le pinze perché non ha più credibilità, ma qualche riflessione su quello che va gridando: “Renzi sta costruendo un regime”, bisognerebbe prestargli attenzione.
Il giurista Paolo Maddalena ha scritto un libro: “Il territorio bene comune degli italiani”. Ed. Donzelli.
Scrive che un popolo senza patrimonio perde la sovranità.
Credo che abbia ragione quando afferma che bisogna opporsi allo scellerato disegno del governo per la difesa dei beni pubblici.
13-01-2016

Vergogna

A breve ci sarà la discussione del primo dei due ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, per le torture alla caserma Bolzaneto al G8 di Genova nel 2001.
Il governo è consapevole che sarà condannato di nuovo per tortura, dopo quella della scuola Diaz sempre al G8 di Genova.
Per evitare questa condanna certa, il governo ha offerto 45 mila euro alle 31 persone del ricorso.
La cifra è la stessa che la Corte ad aprile 2015 ha emesso per Armando Cestano per i fatti della scuola Diaz.
La stragrande maggioranza ha rifiutato sdegnati, affermando che fino ad oggi lo Stato non ha chiesto scusa per i fatti di Bolzaneto, né tantomeno ha istituito il reato di tortura e né ha sottoposto a provvedimenti disciplinari o licenziato tutti i responsabili condannati.
Lo Stato ha uno strano modo di comportarsi nei confronti delle polizie che non rispettano né la democrazia e né i suoi principi, con l’idea assurda che le forze dell’ordine siano speciali e possono godere dello statuto dell’impunità.
14-01-2016

Un’arroganza… senza fine

Il G.U.P. del Tribunale di Varese aveva rinviato a giudizio i carabinieri e poliziotti che avevano ucciso Uva nella caserma dei carabinieri di Varese, lo massacrarono fino a togliergli la vita.
Il PM D’Agostino falsificò ogni cosa per non mandare a processo gli assassini. In prima istanza usò lo stesso metodo adoperato da Cucchi, accusò i dottori.
Dopo varie vicissitudini dei familiari, con l’aiuto dei riflettori dei media, riuscirono ad incanalare il processo.
Oggi leggo nel televideo che il PM del processo ha chiesto l’assoluzione con questa assurda motivazione: “Non c’è alcuna prova di comportamento illegale da parte degli imputati”.
L’assurdità è che ci sono le telefonate del compagno di Uva dalle celle della caserma, alla croce verde e chiede va un’ambulanza per il suo amico perché lo stavano massacrando di botte e lui sentiva le urla.
Le foto scattate dalla sorella nella camera mortuaria, un corpo martoriato, si presume che avessero usato un bastone per sfondargli l’ano.
C’è il morto, ci sono le prove della causa della sua morte, cosa va cercando il PM, che il morto resusciti e accusi i responsabili?
Uva è stato ucciso dalla caserma perché era ritenuto l’amante della moglie di un carabiniere.
Non c’è vergogna da parte delle procure nel coprire ogni sorta di nefandezza da parte delle forze dell’ordine.
Un povero cristo sarebbe stato condannato all’ergastolo e alla pubblica mostrificazione.
15-01-2016

Al peggio non c’è mai fine

Il procedimento aperto(costretti) dalla procura di Parma per i fatti di torture e soprusi nel carcere cittadino, vogliono subito affossarlo.
La richiesta di archiviazione da parte del PM, ha una motivazione paradossale, le registrazioni della voce degli agenti sono: “lezioni di vita carceraria”.
Questo PM ha una concezione sulla tortura veramente singolare, forse rimpiangere i tempi delle punizioni corporali.
Sono gli stessi agenti a dire che la Costituzione fosse applicata alla lettera, il carcere sarebbe chiuso da vent’anni.
Come ho già affermato altre volte sono le procedure che proteggono le varie polizie dandogli la certezza dell’impunità.
L’avv. Fabio Anselmo difensore di Rashid-Assarag ha riferito ai media che farà appello al Consiglio d’Europa, fa bene perché è l’unico posto dove si può avere giustizia, essendo che in Italia quando si tratta di alcuni settori come le polizie, un cittadino si trova contro tutto l’apparato repressivo, alla fine viene attaccato anche dai media di regime.
Il ministro Orlando ha mandato un direttore nuovo nel carcere di Parma per umanizzarlo e far dimenticare 25 anni di nefandezze in cui la procura locale ha sempre coperto tutto, pertanto è più colpevole degli aguzzini stessi.
16-01-2016

La metratura delle celle

Mi hanno fatto leggere un articolo uscito sulla “La nuova Sardegna”, dove era riportato un rapporto del ministero sulle carceri sarde, mi sembra che siano dieci.
I posti conteggiati sarebbero circa 2500, mentre i detenuti sono circa 2100, hanno calcolato la cifra sulla base del criterio di 9 metri quadrati per singolo detenuto, lo stesso parametro per cui in Italia viene concessa l’abitabilità degli appartamenti privati.
Fanno scrivere menzogne ammettendo la situazione, per nascondere la realtà e continuare a fare ciò che vogliono.
Non menzionano che ci sono vari reparti chiusi in alcuni carceri.
Qui a Oristano la capienza è di 260 posti, conteggiando l’infermeria e la sezione isolamento, riporta l’articolo che siamo 279 in realtà siamo circa 320 detenuti, e il numero aumenta. La direzione si è inventata altri posti con la terza branda, pertanto i posti verranno raddoppiati.
Le celle sono state create per due posti, misurano 13 metri quadrati, nella sezione dove sono ubicato sono 20 celle pertanto sarebbero 40 posti, l’intenzione è di mettercene 60 detenuti con la terza branda; che hanno saldato per paura che venisse smontata.
Una cella l’hanno adibita a sala hobby, i posti scendono a 38 posti.
Cinque ergastolani vogliono stare da soli, come prescrive il codice penale, ma non hanno nessuna intenzione di rispettare questa norma.
Gli spazi nella sala comune e nel cortile sono al massimo per 25 persone, ma se ne fregano.
Siccome le celle misurano 13 metri quadrati, il calcolo di 9 metri quadrati per detenuto è falso, perché due persone dovrebbero avere 18 metri quadrati, tre persone 27 metri,, invece vogliono mettere 3 persone(le altre 5 sezioni del carcere sono già 3 per cella) e si vocifera che in futuro anche 4 per cella.
Fanno solo propaganda menzognera, noi reclusi ne paghiamo le conseguenze, costringendoci a vivere in stie come fossimo polli da allevamento.
17-01-2016

Il marciume sale a galla

In un quotidiano regionale campano il “Roma”, ho trovato un articolo che ha dell’incredibile, perché nell’ambiente carcerario si parla di queste cose, ma purtroppo gli intoccabili della setta antimafia vengono protetti da tutto l’apparato, anche dai media.
Il PM della DDA di Napoli Cotello Maresca ha rilasciato un’intervista a Panorama dove accusa Don Ciotti e la sua associazione Libera: “È un partito che hanno acquisito l’attrezzatura mentale dell’organizzazione criminale e tendono a farsi mafiose loro stesse”.
Non c’è neanche da commentare il pensiero del PM perché è la realtà.
Ormai il “saccheggio” ai danni dei meridionali, altro che sequestro dei beni, è un affare miliardario, sicuri dell’impunità si comportano come iene, pertanto quello che ha detto il PM è la verità.
I saccheggiati che al 99% sono tutti carcerati, conoscono bene la realtà, sconosciuta all’opinione pubblica per la propaganda che va avanti da un quarto di secolo ha inquinato le menti di tanta gente.
Mi auguro che l’intervista del PM della DDA Cotello Maresca abbia risonanza che merita, perché Don Ciotti è una persona molto ambigua e merita che venga alla ribalda la sua vera personalità.
18-01-2016

Stato di polizia

Anche se è la punta dell’iceberg quella che viene a galla, la cosa impressionante e che appena commettono un reato grave le varie polizie, subito entrano in campo le istituzioni, la servitù mediatica e le procure per proteggergli, quando è troppo evidente i PM iniziano a inquinare le indagini, cercando sempre di arrivare al processo con il reato colposo non comportano il licenziamento.
È palese che con la complicità degli uffici menzionati e la copertura mediatica, tutte le forze di polizia hanno l’aureola dell’impunità, come fossero persone al di sopra della legge, e non semplici cittadini che svolgono un servizio alla collettività, e ben retribuito con le tasse dei cittadini.
Solo negli stati di polizia, gli apparati hanno un potere così elevato e l’impunità assicurata.
Sono sicuro che questa nuova legge che hanno approntato per licenziare gli statali in 24 ore quando ci sono le prove evidenti, non riguarderà le forze delle polizie.
19-01-2016

Emozioni indimenticabili

Mi ha scritto Carmelo Musumeci, ha trascorso tutte le feste a casa, un permesso di 15 giorni, dal 23 dicembre al 7 gennaio.
Mi ha raccontato le sensazioni che ha provato ad aprire la porta, uscendo ed entrando quando voleva, l’aria di casa e tutto il resto.
Posso immaginare le sue emozioni, difficile spiegarle, talmente nuove e meravigliose.
Ricordo che quando andai per la prima volta in permesso per 3 ore, anche se attorniato da poliziotti, provai delle emozioni fantastiche, cercai di elaborarle e scriverli, ma credo che non riuscii a descriverle adeguatamente, pertanto posso solo immaginare le sensazioni divine che ho vissuto.
Un giorno se mi daranno l’occasione vivrò anche io queste splendide emozioni.
Caro amico sono felice per te e ti auguro che a breve ti possano concedere una pena alternativa e lasciare il carcere.
20-01-2016

L’ipocrisia del furbetto

Due giorni fa si è giocato la partita di Coppa Italia Napoli-Inter, finita due a zero per i milanesi.
Nel finale è stato espulso Merteus del Napoli, pertanto c’era un nervosismo nella panchina partenopea.
Dopo pochi minuti con la lavagnetta elettronica, sono stati comunicati 5 minuti di recupero, l’allenatore dell’Inter Mancini è andato a protestare con il quarto uomo che era vicino alla panchina del Napoli, ci conseguenza anche l’allenatore del Napoli, Sorri ha protestato contro Mancini per le sue proteste contro i 5 minuti di recupero, come succede in questi casi le parole volano, dal “vecchio cazzone”di Mancini rivolto a Sorri, al “frocio e finocchio”di Sorri nei confronti di Mancini.
Davanti ai microfoni dei giornalisti, Mancini ha alzato un putiferio, accusando Sorri di razzismo e di omofobia.
Sorri si era scusato con lui negli spogliatoio e poi l’ha fatto anche durante ai microfoni.
Mancini pur essendo stato lui a provocare la situazione, ha pompato i media il furbetto, ha colto l’occasione per coprire i problemi della sua squadra con questo polverone, i media nazionali hanno abbondantemente suggerito una lunga squalifica.
Nonostante l’aperture delle cateratte della mostrificazione mediatica contro Sorri, gli hanno dato solo due giornate di squalifica per la Coppa Italia.
E fallita l’occasione di destabilizzare il Napoli nella corsa allo scudetto.
Tutto Sport quotidiano sportivo juventino ha scritto in caratteri grandi in prima pagina: “Siamo tutti mancini”.
Non hanno mai scritto “siamo tutti terroni”, né tantomeno hanno preso le distanze sulle scritte degli striscioni allo stadio, palesemente frasi razziste antimeridionali.
Comunque è uscito a galla che, quando Mancini allenava la Fiorentina, apostrofò un giornalista con “frocio di merda”, lui ha smentito, ma l’interessato ha confermato, c’erano anche i testimoni, pertanto ha perso l’aureola di difensore dei diritti degli omosessuali. È soltanto un ipocrita.
Il signor Mancini ha accettato le scuse di Sorri, bisogna ringraziarlo per la sua magnanimità sic.
21-01-2016

Lettera a Sergio Mattarella… di Fabio Falbo

Mattarella3

Pubblico oggi un’altra lettera di Fabio Falbo sul tema della verità soppressa su come avvenne l’unità di Italia e sul brigantaggio.

Questa volta la lettera è rivolta a Sergio Mattarella.

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Falbo Fabio C.C. Rebibbia

Via R. Majetti N°70

C.A.P, 00156 Roma

Presidenza Della Repubblica Italiana

Alla Cortese Attenzione Del Presidente Dott. Sergio Mattarella

Palazzo del Quirinale; Piazza del Quirinale

C.A.P.00187 Roma

Egregio Presidente Dott. Sergio Mattarella, con questa missiva Le ricordo che l’istante non ha

ricevuto notizie alla missiva spedita in augurio alla carica di Presidente Della Repubblica italiana, Le ricordo

che l’ex Presidente Della Repubblica Italiana ha sempre risposto alle tante missive indirizzatale, è inutile

ricordarle che Lei è il Papà di ogni cittadino italiano “anche detenuto”.

Questa missiva è rivolta a Lei per una serie di doglianze e richieste, in primo luogo da cittadino

italiano chiedo la rimozione di titoli insigni a dei pseudo generali salvatori della patria, Comuni italiani che

hanno dato questi nomi a delle piazze, scuole o strade, in secondo luogo le offese perenni di qualche

nordista che maledice il sud con tutti i suoi abitanti, scordando la storia stessa del sud raccontata in modo

veritiero leale ed onesto, l’istante si riferisce ad un articolo apparso su un quotidiano dove definiva il

(Salvini, novelllo Garibaldi “Liberemo il Centro-Sud), con questa lettera a Lei affido la mia risposta ai buoni

propositi del leghista Salvini, neo-eletto “novello Garibaldi”.

Lettera aperta a Salvini, “novello Garibaldi” per “liberare il Centro-Sud?”.

Spesso basta la memoria per risvegliare I’amore per la nostra terra che, pur se spesso amara, ci ha

dato i natali e un’identità.

E se non viviamo di sentimenti, che sono speranza per il futuro, ci costringiamo e abituiamo a vivere

solo un presente svanito.

L’amore per la mia terra, la Calabria, mi porta ad essere “meridionalista” “d’altronde penso come

Lei” critico osservatore e oppositore a ogni sopruso.

Ho vissuto in questi luoghi ove le parole sono insidie, il silenzio temibile stravaganza che ci incatena

e inchioda in croce.

Ma un sentimento, I’amore per la propria terra e la sua gente, l’orgoglio per le proprie origini,

abbattono ogni barriera e i limiti del tempo, rendendo infinito l’attimo e fuggente una vita.

L’On. Salvini “che di onorevole non ha niente” ci offende, o forse la sua ignoranza lo spinge

all’arroganza, non conosce 0 volutamente ignora la Storia, la nostra Storia più recente e remota.

Già oltre 150 anni fa la liberazione del Regno delle Due Sicilie sotto i Borboni (che nessuno aveva

chiesto e auspicata, almeno al Sud) fu guerra di conquista.

Lo stesso Garibaldi, che non fu liberatore ma braccio armato di un progetto di conquista e furto ai

danni di un popolo solare e pacifico (finché non lo si percuote) subito dopo l’unificazione dell’ltalia, dopo

aver assistito alle razzie; ai soprusi, alla truffa e alle rapine praticate dai “savoiardi” a danno di un popolo e

un Regno, ammise che quello della forzata Unione e del suo intervento fu un errore.

ll plebiscito, una prepotente truffa che permise di razziare oro, industrie e anime del Sud.

C’è da chiedersi, pur senza bisogno di attendere risposta: come mai il Sud d’ltalia, dopo aver

contribuito con voto a suffragio universale all’annessione dell’ex Regno delle Due Sicilie, ora si ribellava? Cosa successe durante quelle votazioni, possiamo definirlo, ante-litteram, il primo caso di broglio

elettorale dell’era moderna?

A proposito di quel famoso plebiscito che, dopo la liberazione del Sud, sancì il presupposto giuridico

(!!?) per l’annessione al Regno di Sardegna, cioè ai Savoia piemontesi che nessun Regno avevano, se non

quello di Sardegna che gli diede regalità e che fu presto vergognosamente dimenticato.

Dicevo, quel plebiscito fu una farsa, un inganno.

Solo due milioni ivotanti, le urne sono affiancate e palesi: in una è scritto “Sl”, nell’altra “NO”.

Le intimidazioni dei soldati presenti nei seggi sono continue e manifeste, Le riporto quanto detto

nel 1861 dall’on. Massimo D’AzegIio ai colleghi onorevoli in seduta parlamentare ove si discuteva sulla

“questione brigantaggio“: A Napoli abbiamo cacciato un Sovrano per stabilire un governo sul consenso

universale, ma ci vogliono, e pare che non bastino, 60 battaglioni per tenere il Regno, ed è notorio che,

briganti o non briganti, non tutti ne vogliono sapere, mi diranno” e il suffragio universale? lo non so niente

di suffragio, ma so che di qua del Tronto non ci vogliono 60 battaglioni, e di là si, dunque deve essere corso

qualche errore.

Salvini, che fa rima con Cialdini (cosi come “la valigia di cartone fa rima con terrone” – infelice

citazione dei leghisti prima maniera), dovrebbe prima meglio studiare la Storia (chissà se conosce la figura

del generale Cialdini, l ‘esecutore della legge Pica), [La legge 1409 del 1863, nota come legge Pica, dal nome

del suo promotore, il deputato abruzzese Giuseppe Pica, fu approvata dal parlamento del Regno d’ltalia e fu promulgata da Vittorio Emanuele II il 15 agosto di quell’anno. Presentata come “mezzo eccezionale e

temporaneo di difesa”, la legge fu più volte prorogata ed integrata da successive modificazioni, rimanendo

in vigore fino al 31 dicembre 1865. Sua finalità primaria era debellare il brigantaggio postunitario nel

Mezzogiorno, attraverso la repressione dello stesso colpendo chi lo praticava e chi lo favoriva).

Già ci hanno liberati 150 anni orsono, e sappiamo com’è andata a finire.

La Storia non fa passi indietro, guarda al passato, legge il presente e condiziona il futuro.

Non abbiamo bisogno di altri liberatori (Garibaldi ha già dato), semmai abbiamo bisogno che ci

venga restituita la nostra vera identità, la nostra memoria.

A tal proposito, se ci è concesso, voglio dire la mia, chissà che CiaI…, scusate, che Salvini non

s’illumini, non impari a comprendere la Storia e faccia “nostra culpa“, poiché è più difficile pensare che

agire.

Confucio diceva che “la nostra felicità più grande (che per noi meridionali è anche la nostra forza)

non sta nel non cadere mai, ma nel sollevarsi sempre dopo una caduta) oppure «Colui che desidera

assicurare il bene di altri, si è già assicurato il proprio››.

E noi del Sud (e nel Sud), tra cadute e rovinosi spintoni, ci siamo sempre risollevati (curandoci da noi

le nostre ferite), col sorriso in bocca (pur se a denti stretti) e la gioia nel cuore.

Infatti, la nostra gioia non si trova nei luoghi o ricchezze che ci circondano, ma nel profondo

dell’anima, nel nostro più intimo “Io”.

Tanto in uno sperduto paesino della Calabria che piuttosto in una ricca città lombarda, per un

felice, cordiale e fecondo futuro, liberiamoci prima dai reciproci pregiudizi e diffidenze, altrimenti vivremo

con i nostri demoni in un’ltalia incolmabilmente divisa, “ch’è prigione”.

Contro queste martoriate terre, contro i meridionali sempre additati e visti quali nemici in casa è

stata e viene usata violenza e crudeltà.

Ma il pseudo-nemico s’è disarcionato, diventa un fratello da soccorrere.

La Storia viene scritta e riscritta dai vincitori (guai ai vinti)

Hanno celato (anche nei testi scolastici) la Storia illuminata e illuminante del Sud, ogni sapere e

potere, ogni merito e memoria, anche le sofferenze, mediante una programmata divulgazione di un falso

storico.

Conoscono per dominare, ma solo il despota e stolto conosce per dominare, il saggio conosce per

divulgare.

Hanno voluto convincerci che la nostra è una “Questione“, la Questione meridionale, una sub-

cultura, un’arretratezza e povertà atavica e non indotta.

Che causa dei mali del Sud è stato ed è il Sud, i suoi figli, la Storia ufficiale ce la propina come

eredità borbonica, affannandosi alla ricerca di “ritardi” precedenti, con cui poter assolvere, giustificando

quelli di oggi, un secolo e mezzo di (mala politica (dis)unitaria).

Ma non è stato e non è così, se solo il “novello Garibaldi” e quanti come lui conoscessero fatti e

misfatti, li sapessero o volessero interpretare, oramai qualunque cosa possa accaderci sarà meno di quello

che già ci è stato fatto: la memoria tradita di una ingiustizia è più deII’ingiustizia stessa.

E il Mezzogiorno d’ltalia (così come ogni Mezzogiorno) ne ha dovuti sopportare e subire d’ingiustizie

e soprusi, rapine, presto dimenticate.

In tanti, troppi, dal politico al magistrato o industriale, di ogni corrente, classe e ceto sociale, hanno

contribuito: tutti hanno retratto la mano, si sono avvalsi del potere dell’azione collettiva che riduce il senso

di responsabilità personale.

Così nessuno di loro si sente perseguibile o particolarmente in colpa per aver preso parte a

un’azione (brutale, disumana, ingiusta e persecutoria) di gruppo, anche chi non avrebbe o vorrebbe

partecipare assume un ruolo che costituisce e sostituisce la persona.

Così si formano differenze tra gruppi: ci sono oppressi e oppressori, e ciò giustifica ogni continuo

abuso.

È stato così tra tedeschi e ebrei, tra Germania delll’ovest e quella dell’Est dopo la caduta del muro di

Berlino, tra Nord e Sud dall’Unità d’ltalia ad oggi.

La distanza dice Bocchiaro, “ll senso di colpa diminuisce con la distanza; quello che è lontano da te,

anche se deciso da te, non ti tocca, o pochissimo”.

Meglio ancora se fuori dal tuo campo visivo, ricordiamo i deportati meridionali in Patagonia dopo

l’Unità d’ltalia, come cavallette, armati sino ai denti scesero dal Nord (prima per spodestare un legittimo

sovrano e conquistare il Sud, una guerra d’invasione) e fecero indicibili mostruosità al Sud (razzie, interi

paesi rasi al suolo, donne e bambini stuprati e massacrati, Tribunali Militari – in tempo di pace – e processi

sommari, furono istituiti veri e propri campi di concentramento, violenze, furti e rapine).

Quanti possono dire di sapere su questi fatti: della Patagonia; del generale Cialdini e della Legge n°

1049 del 63, cosiddetta Legge Pica, che divise di fatto l’ltalia civile in due (al Nord era vigente e si applicava

lo Statuto Albertino, mentre al Sud era in vigore la legge di repressione e dei Tribunali Speciali), molto

repressiva ed antidemocratica; del massacro di Pontelandolfo e Casalduni, dei plotoni di esecuzione di

Nino Bixio a Bronte (quello che scriveva alla moglie: ‘Non basta uccidere il nemico, bisogna straziarlo,

bruciarlo vivo a fuoco Iento…son regioni che bisognerebbe distruggere)? Vittime del Risorgimento Italiano;

martiri; Ma solo i martiri risorgono, e spesso insorgono.

Così alcuni meridionali alle armi e alla violenza si opposero con l’odio e le armi (una resistenza

armata ad una guerra d’invasione e ad un tradimento: fu guerra civile contro i soldati piemontesi, e di classi

contro i notabili dell’Italia meridionale), una ultima ribellione contadina, come la interpretò e definì Levi.

Ansie di riscatto, voglia di terra (promessa tradita), fame, disillusione spingevano disperati, ex

soldati borbonici sbandati, ex volontari garibaldini, contadini spogliati di fazzoletti di terra, pastori senza più

pascoli e sorgenti per le loro greggi, a scatenare la prima guerra civile della nostra storia unitaria, mai

abbastanza raccontata.

Li chiamarono “briganti”, tutti al Sud lo erano (per loro) o erano collusi e manutengoli, cosi, posti

all’indice Paolino, li massacrarono, con o senza processi farsa, briganti e non, con le loro famiglie e amici.

A tal proposito, che sia testimonianza, vi voglio riportare un passo del discorso proferito dal

generale Cialdini, luogotenente del re -1861 – per il Sud Italia dopo l’invasione del Regno del Sud, al tenente

colonnello Negri prima dell’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni del 14 Agosto 1861: “Caro Negri, lo

ricordi, non importa ciò che realmente si fa, ma come lo si racconta, come lo si tramanda ai posteri. La

Storia è piena di pirati e banditi diventati pilastro della nobiltà di mezzo mondo. Controlli i rapporti,

selezioni i documenti ufficiali, bruci tutto ciò che potrebbe riferire verità a noi scomode. Questa sarà la

nostra forza, più dei cannoni”.

Il tenente colonnello Negri comandò il reggimento che pose fine al presente di centinaia di

innocenti, che razziò e rase al suolo un paesino nel Matese, vite spezzate, speranze svanite da randagia

vendetta.

Tutti colpevoli, anche donne e bambini, – di essere meridionali-post-unitari, realisti, accusati di

essere manutengoli di briganti.

Ma fu solo vendetta e pregiudizio razziale, gente inerme e poi inerte, che alle fatiche,

all’isolamento e all’ indifferenza dell’ltalia Unita unirono le brutalità della sopraffazione arbitraria.

Con l’Unità ineguale furono portati sul baratro della vivibilità e della paura, poi piombati nell’abisso,

e quando vivi nell’abisso, esso ti entra dentro e diviene il confine della realtà e della sopravvivenza.

Una realtà, ai tanti di queste regioni, ostile, vile, preoccupante e malefica.

E’ il Nord che da oltre 150 anni, con rari e subdoli metodi e azioni (militari, giudiziarie, politiche ed

economiche, di negazione, discriminazione e così via), ha dichiarato-guerra al Sud (oramai impoverito,

deturpato, stuprato, saccheggiato e decimato).

Una guerra (inizialmente roboante e manifesta) silente e nascosta, e quando occorre, mediatica.

Ma le guerre sono figlie e madri di un arretramento della civiltà, perché riconducono i rapporti fra

uomini e culture al confronto della forza: in qualsiasi Iegionario romano con una daga in mano può avere

ragione su Archimede e Pitagora.

Cosi la giustizia diviene l’utile del più forte.

Ma nessuno può farti male più di duello che gli permetti di farti.

“La storia e Ia vita sono fatte di dimenticanza”, diceva Francesco Saverio Nitti, in tanti hanno

voltato pagina troppo in fretta, senza neppure averla letta, in tanti hanno già dimenticato, un popolo ha

sofferto e soffre ingiustizie per la presunzione di altro popolo di erigersi a giudice, guida e padrone

prepotente.

Chi può dire di sapere, magari per averlo letto su qualche polveroso libro, della forte

alfabetizzazione presente nel Sud preunitario? ll Meridione fu presentato dai suoi detrattori piemontesi

quale analfabeta: ma come faceva quel Sud primitivo a partorire ed esportare in tutto il mondo facoltà

universitarie tuttora studiatissime ed invidiate: dalla moderna storiografia all’economia politica; –

vulcanologia; sismologia, archeologia, medicina e altro ancora?

Che strano, come poteva una popolazione così ignorante avere 10.000 studenti universitari contro i

poco più di 5.000 del resto d’ltalia? Nel Sud, i meritevoli non abbienti potevano studiare grazie ai sussidi

che furono subito annullati dai piemontesi, al loro arrivo.

Dopo l’Unità il processo si inverte: le scuole vengono chiuse e i fondi per la scolarizzazione vengono

dirottati al Nord  “mi ero sempre chiesto come mai il mio trisavolo fosse laureato, il mio bisnonno diplomato e mio nonno, nato dopo l’Unità, analfabeta”, scrive Raffaele Vescera, scrittore foggiano.

Floride industre furono smantellate al Sud e portate nelle paludose pianure del Nord, costringendo

anche manodopera e maestranze a spostarsi inizialmente al Nord, per poi essere scaricata dopo

l’apprendistato degli operai del Nord.

E’ risaputo, spero, che la conquista del Sud salvò il Piemonte dalla bancarotta, e lo disse il braccio

destro di Cavour, che avrebbe voluto un’Unità dalla Toscana in su, e la storia si ripete: dal1975 ad oggi, lo

stato, in varie forme, ha dato alla sola Fiat 110 miliardi di euro, più di quanto abbia investito in tutto il Sud

nello stesso periodo, ma la colpa dell’arretratezza del Sud è imputabile ai terroni: i meno. No! non è

pregiudizio.

Una ricerca all’Università di Bruxelles ha dimostrato che il Regno delle Due Sicilie era tra gli stati

italiani preunitari l’equivalente della Germania di oggi, oggi è l’area più povera d’Europa, e il divario

continua.

Ma la colpa è dei terroni che, come per un malefico sortilegio dopo l’unità e sotto i Savoia

piemontesi sono diventati inetti e stupidi, acquiescenti.

“Per tollerare tanta disuguaglianza, non far nulla per correggerla, c’è bisogno di occhi incapaci di

vederne I’iniquità o di molta disonestà per accettarla, è facile educarsi a questo, per quella Teoria del

mondo giusto” che gli esseri umani fanno velocemente propria, abituandosi a pensare che chi ha di più è

perché lo merita; e chi ha meno perché non merita altro…cercando, magari, in una presunta incapacità,

personale e collettiva (“i meridionali“), la ragione della minorità altrui o propria e, viceversa, della propria o

altrui superiorità.

E’ tempo che noi, fieri meridionali, ci riappropriamo dei nostri ricordi, della nostra Storia troppo

presto dimenticata o mai conosciuta (semmai la si potesse studiare sui testi scolastici); è tempo di

riappropriarci del nostro “essere”, poiché “noi siamo”, è tempo che impariamo nuovamente a camminare,

per poi pensare e agire da soli.

Al Meridione è capitato di perdere il passato, il mondo, fatto anche di tradizioni, e la cultura da cui

proviene.

Chi siamo? Siamo forte l’evoluzione genetica e culturale del pacifico e laborioso popolo italico

(anticamente con “ItaIia” greci e latini indicavano quella porzione di terra posta alla punta dello stivale,

in Calabria, e significava “terra dei vitelli”), della cultura e sapienza ellenistica e araba, dello spirito e

spiritualità bizantina, del coraggio e forza dei Normanni – e prima, nel solo Ducato di Benevento, anche

longobarda -, dell’odio brigante.

Che vengano forza e capacità a lungo represse a darci coraggio e dignità, siamo esuli della nostra

Storia e dalle memorie: esuli in casa propria.

Tutto ciò che possiamo essere e saremo, ogni potenzialità, fa paura il nostro Mezzogiorno è una

società ancora ancorata a valori antichi, atavici e reali.

Ciò non costituisce, contrariamente a quanto supposto e creduto da eccellenti pensatori

settentrionali, ostacolo allo sviluppo, alla modernità: il Giappone, l’India, la Cina ne sono esempi.

Una società esiste e progredisce finché ha un codice morale, etico, da confrontare con gli altri.

Un sistema sociale resta integro se si salvano i suoi valori (quelli dei padri che ne sono  detentori) e

si ha capacità di trasmetterli, come una cellula, e una sola cellula può bastare (il Sud, con l’Unità, non è

stato annientato e annullato, non come avrebbero voluto); per questo un solo meridionale è un mondo, mentre un milione di uomini senza radici, memoria e morale, non fanno una Nazione.

ll Mezzogiorno deve affrancarsi dai propri mali cui è stato piombato, essere fiero e convinto di sé

stesso, sentirsi uguale e superiore ai suoi detrattori, a chi lo discrimina e inferiorizza.

“Guarisci quando smetti di nascondere il tuo male, lo porti alla luce, lo riconosci, solo allora potrai

affrontarlo “.

Non è più comodo, non lo è mai stato, essere il fratello povero e svogliato di una famiglia ricca, di un fratello ladrone.

L’ltalia è divisa nella testa e nei cuori degli italiani, noi caro On. Salvini, un popolo, insieme una

Nazione forte e fiera, e non vi sarà futuro se nel futuro ritornerà sempre il passato.

A mo’ di esempio: come possono essere stati devoluti onorificenze di insigne valore e rilievo a

questi esseri ignobili, Pier Eleonoro Negri (Locara, 29 giugno 1818 – Firenze, 17 dicembre 1887) è stato un

ufficiale italiano, che conseguì il grado di tenente generale e ricevette sia la medaglia d’argento al valor

militare, sia la medaglia d’oro al valor militare, Onorificenze: Gran Croce dell’Ordine della Corona d’ltalia, 8 maggio 1881; Grande Ufficiale dell’0rdine dei Santi Maurizio e Lazzaro; 1882; Commendatore dell’Ordine militare di Savoia, 6 dicembre 1866; Medaglia d’oro al valor militare «per il brillantissimo valore da lui spiegato nella ricognizione del Garigliano del 29 ottobre 1860.›› 1 giugno 1861; « Medaglia d’argento al valor militare, ferita in battaglia» Novara 23 marzo 1849; Medaglia d’argento al valor militare Confienza 30 marzo 1859, questo essere è responsabile insieme ad altri del C.D. Massacro di Pontelandolfo e Casalduni.

Gerolamo Bixio detto Nino (Genova, 2 ottobre 1821 – Banda Aceh, 16 dicembre 1873) è stato un militare, politico e patriota italiano, tra i più noti e importanti protagonisti del Risorgimento, Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro; Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’ltalia; Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia, 6 dicembre 1866; Commendatore dell’Ordine militare di Savoia, 12 giugno 1861; Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia, 12 luglio 1859; Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala; Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (4 barrette) questo essere è responsabile insieme ad altri della C.D Strage di Bronte.

Enrico Cialdini (Castelvetro di Modena, 8 agosto 1811 – Livorno, 8 settembre 1892) è stato un

militare e politico italiano; Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, 1867; Cavaliere di

Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, 1867; Bali di Gran Croce Sovrano Militare

Ospedaliero Ordine di Malta; Cavaliere di gran croce dell’Ordine militare di Savoia, 19 novembre 1860;

Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia, 16 gennaio 1860; Commendatore dell’Ordine militare di

Savoia, 12 giugno 1856; Medaglia d’Argento al Valor Militare; Medaglia commemorativa delle campagne

delle Guerre d’Indipendenza; Medaglia a ricordo dell’Unità d’Italia; Commendatore dell’Ordine della

Legion d’Onore (Francia); questo essere è responsabile insieme ad altri del C.D massacro di Pontelandolfo

e Casalduni fu una strage compiuta dal Regio Esercito ai danni della popolazione civile dei due comuni in

data 14 agosto 1861. Tale atto fu conseguente alla morte in azione di guerra di 45 militari dell’esercito

piemontese (un ufficiale, quaranta bersaglieri e quattro carabinieri), avvenuta alcuni giorni prima ad

opera di alcuni “briganti” e di contadini del posto. I due piccoli centri vennero quasi rasi al suolo,

lasciando circa 3.000 persone senza dimora. Il numero di vittime è tuttora incerto, ma compreso tra il

centinaio e il migliaio.

Vede egregio Presidente Della Repubblica Italiana per onorificenza si intende un segno di onore che viene concesso da un’autorità in riconoscimento di particolari atti benemeriti, penso che questi

ignobili personaggi hanno fatto di tutto tranne che di atti benemeriti, è indegno per un paese come

l’Italia dedicare strade, piazze, monumenti o altro a queste indegnità, è umiliante per i cittadini di Bronte o di Pontelandolfo e Casalduni per citarne alcuni o meglio per non indicare le malefatte ai danni dei

meridionali, si auspica un vostro cordiale intervento per l’abolizione di tutte le piazze, le strade o altro

nel nostro territorio italiano intitolate a questi ignobili figure di dato e di fatto, vede è come intitolare

una strada ad un personaggio senza una benché minima etica che ha fatto del male.

Confidando in un Vostro interessamento e certo di riscontro, l’occasione è gradita per porgerLe

distinti saluti, SALVIS JURIBUS, si spera in una vostra risposta.

 

Si allega la missiva precedente senza una vostra risposta in merito.

Roma Rebibbia 13.08.2015

 

“L’isola dei famosi” vista da un ergastolano

Asinara
Pubblico oggi questo brano del nostro Carmelo.. dove.. dalla visione di un programma televisivo… emergono dalla memoria i richiami di quando lui fu detenuto nell’isola dell’Asinara.
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“Il mare e il cielo si confondevano. Non c’era orizzonte. La chiamavano l’isola del diavolo perché quel posto ricordava l’inferno e lì dentro c’erano i prigionieri più dannati di tutti. L’Assassino dei Sogni era appoggiato nel punto più alto dell’isola. Da secoli stava lì sotto la pioggia e sotto il sole e cercava di organizzare la vita delle sue vittime in modo da proibire di sognare. Da lassù mangiava l’anima, il cuore e l’amore dei prigionieri.” (da Gli uomini ombra, di Carmelo Musumeci; Gabrielli Editore).
 

Non vedo molti programmi televisivi perché penso che di solito allo spettatore rimane solo la possibilità di guardare qualcosa che c’è già. Piuttosto preferisco leggere per ricevere e creare qualcosa che non vedo ancora. Sinceramente, leggere mi coinvolge molto più che guardare la televisione perché, mentre lo spettatore trova le immagini della vita e del mondo già confezionate, il lettore le trova dentro di sé. In poche parole penso che lo spettatore televisivo abbia un ruolo passivo mentre il prigioniero che legge ha più possibilità di partecipare e creare la vita e il mondo di cui non fa più parte.

Da un paio di mesi, però, sto seguendo il programma televisivo “L’isola dei famosi”. E qualche mio compagno mi sta prendendo pure in giro per questa strana passione, ma è più forte di me. E con tutta sincerità vi confido che vedendo i “naufraghi” su quest’isola fra tante difficoltà e che fanno la fame non posso non ricordare quando, nel lontano1992, arrivai sull’Isola del Diavolo (così i prigionieri chiamavamo l’isola dell’Asinara in Sardegna). Le dichiarazioni dei partecipanti di questo programma che soffrono di solitudine, abbandono e nostalgia, mi stanno facendo tornare in mente quello che ho passato quando sono stato prigioniero in quella maledetta isola per ben cinque anni. Sì, è vero, i protagonisti di questo programma, a differenza di me, non hanno commesso nessun reato e sono andati lì di loro spontanea volontà. Ma le loro parole ed emozioni mi hanno  suscitato ugualmente questi ricordi.

Era il luglio del 1992. Faceva un caldo torrido. Ero arrivato sull’isola con gli elicotteri dei carabinieri. Appena sceso, mi presero in consegna le guardie che mi scaraventarono in una gabbia allestita provvisoriamente al centro del capo sportivo davanti alla famigerata sezione Fornelli. Notai subito che non c’era muro di cinta. Non serviva. Eravamo in un’isola. Il mare era il muro di cinta. Tre elicotteri, per trasportare i detenuti sull’isola, facevano avanti e indietro da Porto Torres all’Asinara. Solo a tarda sera finirono di scaricare carne umana. La gabbia ormai era piena. Eravamo schiacciati come sardine. Avevamo una sete tremenda. Le guardie ci diedero solo una bottiglia d’acqua a testa. E ci urlarono: “Se la finite subito, peggio per voi… ve ne aspetta solo una al giorno”. Ad un tratto le guardie si schierarono a destra e a sinistra. Lasciarono libero un corridoio che portava dritto dentro il carcere. Le guardie avevano scudi in plexiglass e manganelli nelle mani. Ad un tratto aprirono il cancello. Lanciai un’occhiata al percorso che dovevano fare. E subito pensai che sarebbe stato difficile non prendere qualche manganellata in testa. Corsi come un forsennato. Chi cadeva era perduto. Eravamo presi anche a calci e pugni. Io correvo piegato in due con le braccia alzate per cercare di ripararmi dai colpi di manganello. Cercavo di proteggermi la testa, ma le manganellate arrivarono proprio lì. Ad un tratto sentii un colpo secco in testa accompagnato da una fitta tremenda di dolore. Sbandai come un ubriaco. Proprio mentre stavo per cadere, mi sentì afferrare per il collo dalla maglietta. E un compagno riuscì a trascinarmi con sé. Arrivammo dritti nel corridoio della sezione. Le celle erano già aperte. Man mano che le celle si riempivano le guardie, chiudevano il cancello. E sbattevano il blindato. Alla prima che vidi vuota, m’infilai dentro al volo. Una volta che mi chiusero il blindato alle spalle cercai di riprendere fiato. Era talmente arrabbiato che tremavo. Mi sentivo sfinito come se tutte le energie avessero abbandonato il mio corpo. Pian piano sentii i battiti del mio cuore rallentare. Mi guardai intorno. L’aria sapeva di chiuso. E di muffa. Mi accorsi subito che più che in una cella mi trovavo in una vera e propria tomba. Le celle dell’Assassino dei Sogni dell’Asinara erano allocate nella parte meno illuminata della prigione. Mancava l’aria. E la luce. Dalla finestra della cella si poteva vedere solo una fetta di cielo. La parte più alta. Nella finestra c’erano doppie file di sbarre. E poi, per completare l’opera, c’era una rete metallica fitta. Ad un tratto scoprii che sanguinavo dalla testa. Avevo tutta la maglietta imbrattata di sangue. Mi faceva male la testa e mi sembrava di averci dentro una vespa impazzita. Strinsi i denti. Cercai con gli occhi il lavandino. Era vicino al gabinetto. Aprii il rubinetto. L’acqua veniva giù marrone. Sapevo che non era potabile ma non mi avevano detto che fosse così sporca. Mi lavai la ferita. Dallo specchio sopra il lavandino vidi che avevo una profonda ferita in testa. Avevo pure una ferita al sopracciglio. Pensai che forse avevo bisogno di qualche punto di sutura, ma decisi che non fosse il caso di chiamare nessuno. Ero inzuppato di sudore, sangue e rabbia. Non sapevo cosa fare. Poi decisi che era meglio sdraiarsi sulla branda. Mi misi a pensare ai miei figli. Prima di addormentarmi lo facevo sempre ma, quel primo giorno nell’isola del Diavolo, mi addormentai dopo pochi secondi.

Nel giro di poche settimane i detenuti si adattarono a qualsiasi angheria. Per le guardie diventammo come dei giocattoli. E le guardie iniziarono a trattarci come bestie. Ci umiliavano, ma noi non reagivamo. Alle guardie non erano mai capitati dei detenuti così docili. E ne approfittarono. Molti di noi piuttosto di reagire decisero di diventare pentiti. Alcuni mafiosi di spessore arrivavano nell’isola e dopo pochi giorni andavano via come collaboratori di giustizia. Molti di noi si sentivano morti. Io però mi sentivo ancora vivo.

La doccia era concessa solo una volta a settimana. Ogni detenuto aveva tre minuti per insaponarsi e sciacquarsi. A volte i tre minuti diventavano due.

Ricordo quella volta in cui mentre faceva la doccia un mio compagno, Tiziano, per provocazione i tre minuti erano diventati uno.  Lui era ancora insaponato, non gli diedero il tempo di sciacquarsi che batterono le chiavi sul cancello.. Era il segnale per uscire dalla doccia. Tiziano non uscì. Gli chiusero l’acqua e si prepararono per andarlo a prendere con la forza.

Sentii la voce di Tiziano: “Figli di puttana… non mi fate paura… bastardi… venite uno per volta se avete coraggio.” Non potevo lasciarlo solo in balia di quei bastardi. La cosa più furba era di stare zitto ma non avevo mai lasciato un amico solo. E non lo feci neppure quella volta. Incominciai a battere il cancello. E a gridare: “Cornuti… cornuti…se lo toccate, vi ammazzo come cani.” Un brigadiere urlò: “Andate a prendere anche a lui…li picchieremo insieme…con una fava prenderemo due piccioni. Aprirono anche la mia cella. Pensavano di tirarmi fuori di forza, invece mi scaraventai come una furia fuori dalla cella con lo sgabello in mano. E corsi verso la doccia. Le guardie non se lo aspettavano. E rimasero per alcuni istanti fermi. Solo una guardia tentò di bloccarmi nel mezzo del corridoio. Usai lo sgabello come una clava. E lo colpii in faccia. La guardia crollò per terra come un sacco di patate tenendosi le mani in faccia. Le guardie si ripresero subito dalla sorpresa. E mi circondarono. Mi scrutarono con la bava alla bocca. E gli occhi lucidi di odio. Stavano per saltarmi addosso, ma ad un tratto sentirono una voce sopra tutte le altre. Si fermarono. La voce veniva da dietro le loro spalle. Era quello del mio compagno “Fermi!” Si bloccarono. Era una voce autoritaria. Loro erano abituati a ubbidire inconsciamente. Si voltarono. E videro il mio compagno impassibile con un tubo di ferro nelle mani. Quell’energumene aveva tirato via il tubo dalla doccia facendone un’arma micidiale. Le guardie s’impaurirono. Da cacciatori all’improvviso diventarono prede. Fecero subito qualche passo indietro. Il mio compagno invece di fermarsi avanzò facendo girare il tubo nell’aria. E si mise a urlare. “Figli di puttane… che fate, scappate?” E rideva. Non l’avevo mai visto così incazzato. Si era trasformato in un uomo delle caverne. La sua espressione era diversa, sembrava un folle. Pensai: “Ora ci ammazzeranno di botte.” Eravamo spacciati. Dall’altra parte del corridoio erano arrivate una diecina di guardie con gli scudi di plexiglass e i manganelli nelle mani. Era la fine. Tiziano ormai era impazzito e andò incontro alle guardie con il tubo di ferro nelle mani. E lo vidi scaraventarsi in mezzo alle guardie. Vederlo era uno spettacolo, quel tubo di ferro se lo passava da una mano all’altra e poi piombava giù negli scudi in plexiglass che andavano a pezzi. Si scatenò l’inferno. Gli altri detenuti presero un po’ di coraggio e iniziarono a battere i blindati. Il mio compagno si esaltò e divenne una furia. Un paio di guardie più furbe delle altre preferirono circondare me perché sembravo meno pericoloso. Incrociai i loro sguardi. Feci un respiro profondo. Provai a colpire con un calcio la guardia di destra, ma mi colpì con una manganellata al collo. Barcollai, ma non caddi. Mi appoggiai con la schiena alla parete. Pensai che se cadevo a terra ero perduto. Non feci in tempo a finire di pensarlo che le due guardie mi piombarono addosso. E mi schiacciarono con gli scudi di plexiglass nel muro. Poi mi ritrovai subito per terra bersagliato da una pioggia di manganellate. Ad un tratto mi arrivò una manganellata secca nella tempia. Sentii una fitta tremenda. Vidi tutte le stelle dell’universo. Intuii che stavo perdendo i sensi. Poi non sentii più nulla. Mi svegliai al buio. Cercai di intuire dove mi trovavo. Non mi trovavo nella mia cella. Sentivo male in tutte le parti del corpo, soprattutto in testa. Mi passai la mano nei capelli e trovai buchi e grumoli di sangue dappertutto. Battevo i denti dal freddo. E il cuore mi batteva al contrario. Sentivo la fronte zuppa di sangue. Sprofondai nell’angoscia. E nella tristezza. Poi mi misi faticosamente in piedi. Sentivo il sapore del mio sangue in gola. Ad un tratto tossii e un grumolo di sangue mi andò in gola. Provai a sputarlo. Mi uscì un  rivolo di sangue. Poi cercai a tastoni l’interruttore della luce. Lo trovai e lo feci scattare. Si accese una lampadina al soffitto. Mi strizzai gli occhi, un paio di volte, per abituarli alla luce. Poi ebbi la forza di guardarmi intorno. Vide che c’era un grosso topo che strofinava il muso nel sangue che aveva sputato. Provai a dargli un calcio, ma il topo fu più veloce e scappò da un buco della rete della finestra. Poi sferrai diversi pugni nei muri da una parte all’altra della parete, fin quando non mi sanguinarono le mani. Nessuno mi rispose. Ero solo, disperato e isolato. Sentivo male nel corpo e nell’anima. Sentivo male dappertutto. Rimasi nell’isola del Diavolo per cinque lunghi anni.

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova maggio 2016

www.carmelomusumeci.com

Per non dimenticare la vergogna… scritto di Fabio Falbo

brigantis

Il nostro Fabio Falbo -detenuto a Rebibbia- di cui abbiamo pubblicato tanti brani, spesso incentrati su argomenti di spessore, come le società segrete, i poteri occulti del mondo, l’esoterismo, il diritto islamico, ci ha inviato questo testo che richiama, in modo argomentato e con efficaci citazioni, alcuni degli orrori che accompagnarono la stagione dell’unificazione d’Italia.

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Falbo Fabio C.C. Rebibbia

Via R. Ivlajetti N°70

C.A.P. 00156 Roma

Ministero Della Giustizia

Ispettorato Generale Dei Cappellani Del D.A.P.

Alla Cortese Attenzione Del Nostro

Amato Papa Francesco nonche Dell’lllustre Ispettore Generale Don Virgilio Balducchi

Via S. Francesco Di Sales N°34; C.A.P. 00156

E.P.C.

Comune Di Pontelandolƒo

Alla Cortese Attenzione Del Sindaco

C.A.P. 82027 Pontelandolƒo (Benevento)

Comune Di Casalduni

Alla Cortese Attenzione Del Sindaco

C.A.P. 82030 Casaldunì (Benevento)

Comune DI Bronte

Alla Cortese Attenzione Del Sindaco

C.A.P. 95034 Bronte (Catania)

 

 

Sono dalla postazione universitaria grazie all’opportunità data dal D.A.P. , dalla Direzione e

non per ultima dall’Università di Roma “Tor Vergata” che le scrivo questa dolorosa e vergognosa

missiva, una vergogna tutta italiana “Assassini e martiri: eroi e dimenticati”, le riporto alcuni dati

e il motivo per cui questa missiva è stata spedita al nostro Amato Papa Francesco per non

dimenticare e pregare questi poveri disgraziati alla domenica dell’Angelus, una preghiera

cattolica in ricordo del mistero dell’lncarnazione.

«Enrico Cialdini, plenipotenziario a Napoli, nel 1861, del re Vittorio. In quel suo rapporto

ufficiale sulla cosiddetta “guerra al brigantaggio”, Cialdini dava queste cifre per i primi mesi e per il

solo Napoletano: 8 968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati; 10 604 feriti; 7112 prigionieri; 918

case bruciate; 6 paesi interamente arsi; 2 905 famiglie perquisite; 12 chiese saccheggiate; 13 629

deportati; 1 428 comuni posti in stato d’assedio. E ne traevo una conclusione oggettiva: ben più

sanguinosa che quella con gli stranieri, fu la guerra civile tra italiani›› (Le cifre del generale

Cialdini).

Questa missiva nasce da una richiesta fatta da un detenuto di nome Avv. Antonio Piccoli

mio conterraneo detenuto presso la C.C. di Cosenza in merito a delle richieste di ricerche su questi

dolorosi argomenti, di conseguenza questo doloroso lavoro è stato redatto da ambedue.

A memoria della giustizia che in molti luoghi giace, che fu prevaricazione asservita al

potere, per non dimenticare, poiché è giusto ricordare.

Attribuiamo gran valore al ricordo e alla memoria, così da avere giusti riferimenti nel

tempo e poter raccontare e tramandare una testimonianza.

ll nostro passato non abbandonerà il presente, il presente vacillerà al ricordo del passato

dandoci fiducia e coraggio per l’oggi e il domani.

Celebriamo i nostri martiri che non saranno mai eroi, presto sepolti e dimenticati, diamo e

diamoci i giusti meriti.

Siamo calabresi e meridionalisti, precisamente di Corigliano Calabro, e vi vogliamo

raccontare una storia dimenticata.

Così, che sia testimonianza, vi vogliamo riportare un passo del discorso proferito dal

generale Cialdini, luogotenente del re -1861 – per il Sud Italia dopo l’invasione del Regno del Sud, al

tenente colonnello Negri prima dell’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni del 14 Agosto 1861:

“Caro Negri, lo ricordi, non importa ciò che realmente si fa, ma come lo si racconta, come

lo si tramanda ai posteri. La Storia è piena di pirati e banditi diventati pilastro della nobiltà di

mezzo mondo. Controlli i rapporti, selezioni i documenti ufficiali, bruci tutto ciò che potrebbe

riferire verità a noi scomode. Questa sarà la nostra forza, più dei cannoni”.

ll tenente colonnello Negri fu al seguito di Cialdini nella “campagna della Bassa Italia”,

comandò il reggimento di 400 bersaglieri che pose fine al presente di centinaia di innocenti, che

rase a suolo Pontelandolfo.

Vite spezzate, speranze svanite da randagia vendetta, tutti colpevoli, anche donne e

bambini, di essere meridionali post-unitari, accusati di essere manutengoli di briganti.

Ma fu solo vendetta e pregiudizio razziale, gente inerme e poi inerte, che alle fatiche,

all’isolamento e all’indifferenza dell’ltalia Unita unirono le brutalità della sopraffazione arbitraria.

Con l’Unità ineguale furono portati sul baratro della vivibilità e della paura, poi piombati

nell’abisso; e quando vivi nell’abisso, esso ti entra dentro e diviene il confine della realtà e della

sopravvivenza.

Una realtà, ai tanti di queste regioni, ostile, vile, preoccupante e malefica, quel 14 Agosto in

quei paesini arsi dal sole, oltre a vecchi, donne e bambini, con loro morì un’altra cosa.

Lassù, sulle strade polverose e lastricate di sangue, morì il sogno di tanti e la speranza di un

intero popolo.

Lassù, a Pontelandolƒo morì Concettina, una giovinetta di 16/18 anni, colpevole di amare il

suo Pasqualino, un ragazzo che lottava per la sua terra e per la sopravvivenza, per un sorriso, e

con lei mori il suo sogno d’amore.

Come tante, quel giorno e molti altri ancora, venne brutalmente violentata sotto gli occhi

della mamma dai soldati prima di essere uccisa, era un bel sogno, quello di molti che mai videro

avverarsi.

Non un bacio o una carezza, tanti morirono troppo presto, presero le loro vite con i loro

sogni, la loro dignità, il passato, il presente e futuro e lasciarono un triste destino e nuovi

sentimenti: odio e vendetta.

Quanti hanno ricordato e riportato (di certo non nei testi scolastici) alla memoria l’eccidio

del Sannio, di Casalduni e Pontelandolƒo?

Fu’ il tenente colonnello Negri che guidò la colonna a quel massacro e fece accapponare la

pelle al più tenace dei liberali del tempo.

Ma non tutti seppero, molti lo negarono, eppure, che le nostre informazioni non siano fuori

tempo, quel Negri, barbaro e assassino, fu considerato un eroe e proseguì la sua carriera militare,

per il suo eroismo (!!!) durante la guerra civile Nord versus Sud, per aver raso al suolo un inerme

paesino e trucidato parte dei suoi abitanti, vecchi, donne e bambini, a Vicenza c’è una strada

intitolata al suo nome.

Non si sbagliava Cialdini, le sue profetiche parole ebbero seguito, quale italiano prima e

meridionale poi, quale uomo, noi non lo possiamo accettare.

E’ oltraggio alla pace, alla democrazia e alla memoria di quelle vittime innocenti, “Una

vergogna tutto italiana”.

Crediamo debbano essere riviste alcune storie, dare giusti meriti e dovuti biasimi; crediamo

che le autorità competenti, le istituzioni preposte debbano intervenire: un primo e coraggioso

passo verso l’integrazione e la verità, senza paura di essere ostracizzati dai potentati ideologici ed

economici settentrionali.

A tal proposito ci rivolgiamo al Santo Padre, al nostro amato Presidente della Repubblica,

al Governo, al Sindaco Pontelandolƒo, al Sindaco Casalduni, al Sindaco Bronte, al Sindaco di

Vicenza, al Sindaco di Roma, al Sindaco di Napoli e ai tanti Sindaci di città o Paesi Italiani che non

conoscono la vera storia avendo nei loro comuni dato i nomi a strade o piazze, la nostra richiesta

è rivolta a loro affinché cancellassero dalla toponomastica i vari nomi di questi delinquenti

assassini sanguinari.

A loro chiedo, per rispetto ed onor di causa, di togliere tali onori e riconoscimenti al Negri

Cialdini, Bixio, e quanti come loro (non dimenticando Nino Bixio, che al comando delle truppe

garibaldine, a Bronte, in Sicilia, attuò orrendi massacri e saccheggi, quel Bixio che scriveva alla

moglie:

<<Non basta uccidere il nemico, bisogna straziarlo, bruciarlo vivo a fuoco lento son

regioni che bisognerebbe distruggere>>.

Cancellare i loro nomi dalla toponomastica di tutte le città che hanno dato luce a questi

esseri ignobili, ovunque vi siano Piazze e Vie loro intitolate.

Nessuna piazza o via può celebrare un reprobo sanguinario, e se così non fosse, chiediamo

ai vari sindaci dei paesini indicati, a tutti i paesi e le città del Sud e del Nord di dedicare una piazza

o una via ai nostri eroi, che furono martiri e vittime; agli eroi della resistenza di Messina, Gaeta,

del Volturno, ai capibanda, chiamati briganti, che difendevano con le armi i propri diritti, Crocco,

Ninco Nanco (all’anagrafe Summa G. Nicola), ricordando le parole di Francesco Saverio Sipari

nella sua produzione letteraria post-unitaria, che è caratterizzata dai principali temi imposti dalla

modernizzazione (collegamenti stradali e ferroviari), s’inserisce appieno nel filone del

meridionalismo.

Risulta in tal senso emblematica la Lettera ai censuari del Tavoliere del 1863, la quale

peraltro ebbe vasta eco postuma, per essere stata riportata per ampi stralci dal nipote Benedetto

Croce.

Nella Lettera la riflessione di Sipari non si soffermò unicamente sulle vicende legate

all’affrancazione dei canoni del Tavoliere, che pure ne rappresentano il cardine, ma cercò anche di

cogliere le cause del brigantaggio, ponendo l’accento, fra i primi in Italia, sulle radici sociali del

fenomeno, e in particolare sulle condizioni di miseria dei contadini meridionali.

Celebre, a tal proposito, il seguente passo della Lettera:

« Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non

ha armento, non possiede che un metro di terra in comune…al camposanto…Tutto gli è stato

rapito o dal prete al giaciglio di morte, o dal ladroneccio feudale, o dall’usura del proprietario, o

dall’imposta del comune e dello stato: il contadino non conosce pan di arano, ne’ vivanda di carne,

ma divora una poltiglia innominata di spelta, segale o melgone, quando non si accomuna con le

bestie a pascere le radici che ali da la terra. Il contadino non possedendo nulla, nemmeno il credito,

non avendo che portare all’usuraio o al monte dei pegni, all’ora (ohh io mentisco!) vende la merce.

A Concettina Biondi, una giovine fanciulla di Pontelandolƒo che aveva tanti sogni e

speranze, fu stuprata a turno dai soldati di Negri e poi barbaramente uccisa, il tutto sotto gli occhi

bagnati e la disperazione della mamma.

A loro dedicherei una Città, un riconoscimento postumo, vindice alla memoria, di una

mestizia mai assopita.

Si Chiede al Sindaco di Napoli che cambi il nome di p.zza del Plebiscito (a nostro avviso

P.zza della vergogna e dell’umiliazione, visto che quel plebiscito farsa pose le basi giuridiche per la

forzata annessione del Reano del Sud a quello sabaudo, con tutto l’oro, le industrie e quanto più

poterono razziare), visto che tale vuol significare usurpazione e violenza, che ritorni Largo del

Palazzo Reale.

Si Chiede al Sindaco di Roma di rimuovere al Gianicolo il busto Di Nino Bixio e tutte le varie

strade e piazze a loro dedicate.

Si Chiede al Sindaco di Genova di rimuovere la statua di Nino Bixio presso il quartiere

Carignano.

Oggi come allora, essere meridionale in Italia è essere e vivere una condizione diseguale e

disgraziata, che le disgrazie non se le cerca, fanno parte del pacchetto storico-scolastico,

economico, sociale e legislativo.

Dunque, v’invito non a studiare e biasimare gli effetti, ma a ricordare e conoscere le cause,

è tempo che qualcuno sappia e si ricordi di loro, così che possano capire noi.

Da qui nasce questa incresciosa ricerca:

Massacro di Pontelandolfo e Casaluni

 <<Premessa per la Memoria e la Storia>>

«Il bisogno pratico, che è nel fondo di ogni giudizio storico, conferisce a ogni storia il carattere di

“storia contemporanea “, perché, per remoti e remotissimi che sembrino cronologicamente i fatti

che vi entrano, essa è, in realtà, storia sempre riferita al bisogno e alla situazione presente, nella

quale quei fatti propagano le loro vibrazioni. ››

Altro aspetto è la differenza tra giudizio morale e giudizio storico:

«Memoria e storia non sono affatto sinonimi, tutto le oppone. La memoria è sempre in

evoluzione, soggetta a tutte le utilizzazioni e manipolazioni; la storia è la ricostruzione, sempre

problematica e incompleta, di ciò che non c’è più. Carica di sentimenti e di magia, la memoria si

nutre di ricordi sfumati; la storia, in quanto operazione intellettuale e laicizzante, richiede analisi

e discorso critico. La memoria colloca il ricordo neII’ambito del sacro, la storia Io stana e Io rende

prosaico. ››

La memoria risente dunque delle nostre passioni e sentimenti. I ricordi si colorano o sfumano per

un particolare rimasto impresso o dimenticato. È la memoria che ci porta al giudizio morale che ci

fa deformare la storia e giudicarla secondo i nostri particolari interessi. La memoria appartiene a

ciascuno di noi, così come ciascuno di noi formula il suo giudizio morale. La storia appartiene a

tutti e nessuno se ne può fare unico sacerdote e interprete. ll giudizio storico è invece è sempre

problematico, esige analisi critica, tempo e intelligenza a voi le conclusioni.

ll massacro di Pontelandolfo e Casalduni fu una strage compiuta dal Regio Esercito ai danni della

popolazione civile dei due comuni in data 14 agosto 1861. Tale atto fu conseguente alla morte in

azione di guerra di 45 militari dell’esercito piemontese (un ufficiale, quaranta bersaglieri e quattro

carabinieri, avvenuta alcuni giorni prima ad o era di alcuni “briganti” e di contadini del posto. l

due piccoli centri vennero quasi rasi al suolo, lasciando circa 3.000 persone senza dimora. Il

numero di vittime è tuttora incerto, ma compreso tra il centinaio e il migliaio

All’indomani della proclamazione del Regno d’ltalia, in molte parti dei territori dell’ex Regno delle

Due Sicilie scoppiarono moti di rivolta filoborbonici, spesso capeggiati da cittadini o ex militari del

disciolto Esercito delle Due Sicilie. Uno di questi moti ebbe luogo il 7 agosto 1861 quando alcuni

briganti della brigata Fra Diavolo, comandati da un ex sergente borbonico, il cerretese Cosimo

Giordano, approfittando dell’allontanamento di una truppa delle Guardie Nazionali da

Pontelandolfo, occupò il paese, uccidendo i pochi ufficiali rimasti, issandovi la bandiera borbonica

e proclamandovi un governo provvisorio.

L’11 agosto il luogotenente Cesare Augusto Bracci, incaricato di effettuare una ricognizione, si

diresse verso Pontelandolfo alla guida di quaranta soldati e quattro carabinieri. Nei pressi del

paese, gli uomini del reparto piemontese furono catturati da un gruppo di briganti e contadini

armati che li portarono a Casalduni, dove furono uccisi per ordine del brigante Angelo Pica.

Un sergente del reparto sfuggì alla cattura e successiva uccisione e riuscì a raggiungere Benevento,

dove informò i suoi superiori dell’accaduto. Costoro chiesero a loro volta un dettagliato rapporto

ai capitani locali della Guardia Nazionale Saverio Mazzaccara e Achille Jacobelli. Ottenuti dettagli

sull’accaduto, le autorità di Benevento informarono quindi il generale Enrico Cialdini. Racconta

Carlo Melegari, a quel tempo ufficiale dei bersaglieri, che il rapporto inviato a Cialdini conteneva

una descrizione raccapricciante dell’uccisione dei bersaglieri. Cialdini, consultandosi con altri

generali, ordinò l’incendio di Pontelandolfo e Casalduni con la fucilazione di tutti gli abitanti dei

due paesi “meno i figli, le donne e gli infermi”.

II massacro «Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra. ››

(Cialdini al colonnello Negri)

ll generale Cialdini, per I’attuazione del piano, incaricò il colonnello Pier Eleonoro Negri e il

maggiore Melegari, che comandavano due reparti diretti rispettivamente a Pontelandolfo e a

Casalduni. All’alba del 14 agosto i soldati raggiunsero i due paesi. Mentre Casalduni fu trovata

quasi disabitata (gran parte degli abitanti riuscì a fuggire dopo aver saputo dell’arrivo delle

truppe), a Pontelandolfo i cittadini vennero sorpresi nel sonno. Le chiese furono assaltate, le case

furono dapprima saccheggiate per poi essere incendiate con le persone che ancora vi dormivano.

In alcuni casi, i bersaglieri attesero che i civili uscissero delle loro abitazioni in fiamme per poter

sparare loro non appena fossero stati allo scoperto. Gli uomini furono fucilati mentre le donne

(nonostante l’ordine di essere risparmiate) furono sottoposte a sevizie o addirittura vennero

violentate. Carlo Margolfo, uno dei militari che parteciparono alla spedizione punitiva, scrisse nelle

sue memorie:

«AI mattino del giorno 14 (agosto) riceviamo l’ordine superiore di entrare a Pontelandolfo,

fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi (ma molte donne perirono) ed incendiarlo.

Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti

capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l’incendio al paese. Non si

poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte

era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di

tutto: poIIastri, pane, vino e capponi, niente mancava…Casalduni fu l’obiettivo del maggiore

Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli,

sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso

a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri

ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava.›› (Carlo Margolfo)

Alcuni particolari del massacro si leggono nella relazione parlamentare che il deputato Giuseppe

Ferrari scrisse a seguito del suo sopralluogo a Pontelandolfo all’indomani del terribile evento. Nella

relazione si citano due fratelli Rinaldi, uno avvocato e un altro negoziante, entrambi liberali

convinti. l fratelli, usciti fuori di casa per vedere cosa stesse accadendo, vennero freddati all’istante

e uno dei due, ancora in agonia dopo i colpi di fucile, fu finito a colpi di baionetta. Un altro

episodio citato è quello di una ragazza, tale Concetta Biondi, che rifiutandosi di essere violentata

da alcuni soldati, fu fucilata.

«Una graziosa fanciulla, Concetta Biondi, per non essere preda di quegli assalitori inumani,

andò a nascondersi in cantina, dietro alcune botti di vino. Sorpresa, svenne la mano assassina

colpì a morte il delicato fiore, mentre il vino usciva dalle botti spillate, confondendosi col sangue ››

(Nicolina Vallillo)

Al termine del massacro, il colonnello Negri telegrafò a Cialdini:

« leri mattina all’alba giustizia ƒu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano

ancora. ›› (Pier Eleonoro Negri)

A causa dell’incendio degli archivi comunali e della mancanza di un censimento non si conosce la

cifra esatta delle vittime del massacro. Alcune stime parlano di circa 100 civili uccisi, altre di 400,

altre di circa 900 ed altre ancora di almeno un migliaio.

Anche un film venne in qualche modo censurato, il motivo? Verità scomode, come al solito siamo

di fronte a problemi di natura incognita.

Li chiamarono… briganti! è un film storico del 1999 diretto da Pasquale Squitieri, incentrato sulle

vicende del brigante lucano Carmine Crocco. Venne subito sospeso nelle sale di proiezione ed è,

attualmente, di difficile reperibilità. Ciononostante, il film è divenuto un importante punto di

riferimento per i sostenitori del revisionismo risorgimentale, inoltre ha riscosso un grande

successo in alcuni convegni e università.

Il film fu penalizzato dalla critica e registrò un incasso irrisorio al botteghino (107.451.000 lire),

dovuto anche all’immediato ritiro dalle sale cinematografiche ed è introvabile sia in supporto

VHS che DVD. I motivi della sospensione non sono stati resi noti, sebbene i sostenitori parlino di

censura. Lo scrittore Lorenzo Del Boca ha detto al riguardo che “per ammissione unanime dei

commentatori, è stato boicottato in modo che lo vedesse il minor numero di persone possibile”.

Adolfo Morganti, direttore della casa editrice Il Cerchio e coordinatore nazionale dell’associazione

Identità Europea, sostiene che il film venne ritirato a causa di pressioni da parte dello Stato

maggiore dell’Esercito, poiché non avrebbe visto di buon occhio la raffigurazione dei metodi

attuati dal regio esercito nel meridione e la Medusa Film, proprietaria della pellicola, si rifiuta di

cederne i diritti di trasmissione. ll film è stato criticato da diverse testate giornalistiche per

agiografia nei confronti di Crocco e una visione troppo sanguinaria di personaggi come Cialdini. ll

Dizionario dei film a cura di Morando Morandini lo giudicò “lsterico più che epico. Un’occasione

mancata di controinformazione storica.” ll critico Stefano Della Casa lo definì “Un film interessante

proprio perché fuori dal tempo”. Lo scrittore Nicola Zitara si espresse positivamente, giudicandolo

un racconto epico e appassionante“.

Strage Di Bronte

«Che paesi! Si potrebbero chiamare dei veri porcili! Questo insomma è un paese che

bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandarli in Africa a farli civili ›› (Nino Bixio da

Bronte in una epistola alla moglie Adelaide)

Quando l’11 maggio del 1860 il generale Giuseppe Garibaldi sbarco con i Mille nel porto di

Marsala, sapeva benissimo che, per chiudere con successo la sua impresa, gli sarebbe stato

assolutamente necessario l’appoggio e la partecipazione attiva dei siciliani. Questo sarebbe

avvenuto solo se fosse stato accolto non solo come il liberatore dalla tirannide borbonica, ma

anche come colui che poteva dare le possibilità di nascere ad una nuova società, libera dalla

miseria e dalle ingiustizie. Con questo intento, il 2 giugno, aveva emesso un decreto dove

prometteva soccorso ai bisognosi e la tanto attesa divisione delle terre.

Nell’entroterra siciliano si erano, dunque, accese molte speranze di riscatto sociale da parte

soprattutto della media borghesia e delle classi meno abbienti. A Bronte, sulle pendici dell’Etna, la

contrapposizione era forte fra la nobiltà latifondista rappresentata dalla britannica Ducea di

Nelson, proprietà terriera, e la società civile.

Il 2 agosto al malcontento popolare si aggiunsero diversi sbandati e persone provenienti dai paesi

limitrofi, tra i quali Calogero Gasparazzo, e scattò la scintilla dell’insurrezione sociale.

Fu così che vennero appiccate le fiamme a decine di case, al teatro e all’archivio comunale. Quindi

iniziò una caccia all’uomo e ben sedici furono i morti fra nobili, ufficiali e civili, tra cui anche il

barone del paese con la moglie e i due figlioletti, il notaio e il prete, prima chela rivolta si placasse.

Il Comitato di guerra, creato in maggio per volere di Garibaldi e Crispi, decise di inviare a Bronte un

battaglione di garibaldini agli ordini del genovese Nino Bixio per sedare la rivolta e fare giustizia in

modo esemplare. Secondo Gigi Di Fiore (Controstoria dell’unità d’Italia) e altri studiosi, gli intenti di

Garibaldi probabilmente non erano solo volti al mantenimento dell’ordine pubblico, ma anche a

proteggere gli interessi commerciali e terrieri dell’lnghilterra (Bronte apparteneva agli eredi di

Nelson), che aveva favorito lo sbarco dei Mille, e soprattutto a calmarne l’opinione pubblica.

Quando Bixio iniziò la propria inchiesta sui fatti accaduti larga parte dei responsabili era fuggita

altrove, mentre alcuni ufficiali colsero l’occasione per accusare gli avversari politici.

ll tribunale misto di guerra, in un frettoloso processo durato meno di quattro ore, giudicò ben 150

persone e condannò alla pena capitale l’avvocato Nicolò Lombardo (che, acclamato sindaco dopo

l’eccidio, venne ingiustamente additato come capo rivolta, senza alcuna prova), insieme ad altre

quattro persone: Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitaleri e

Nunzio Samperi. La sentenza venne eseguita mediante fucilazione l’alba successiva: per

ammonizione, i cadaveri furono lasciati esposti al pubblico insepolti.

« Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo videro, sentirono la

stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva! ma niuno osò muoversi ›› (Cesare

Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle d ‘uno dei Mille)

Alla luce delle successive ricostruzioni storiche si è appurato come Lombardo fosse totalmente

estraneo alla rivolta e invitato a fuggire da più parti si sarebbe rifiutato per poter difendere il

proprio onore. Nunzio Ciraldo Fraiunco era non capace d’intendere e di volere, malato di demenza

(lo “scemo del villaggio” era stato arrestato per aver girato per le strade del paese soffiando in una

trombetta di latta e cantilenato “Cappeddi guaddattivi, l’ura dù judiziu s’avvicina, populu nun

mancari all’appellu”).

La notte che precedette la fucilazione, una brava donna chiese il permesso di portare delle uova al

Lombardo ma il braccio destro dell’Eroe dei Due Mondi, nel respingerla malamente, le rispose che

il detenuto non aveva bisogno di uova poiché l’indomani avrebbe avuto due palle piantate in

fronte. All’alba del 10 agosto, i condannati vennero portati nella piazzetta antistante il convento di

Santo Vito e collocati dinanzi al plotone d’esecuzione. Alla scarica di fucileria morirono tutti ma

nessun soldato ebbe la forza di sparare a Fraiunco che risultò incolume. Il poveretto, nell’illusione

che la Madonna Addolorata lo avesse miracolato, si inginocchiò piangendo ai piedi di Bixio

invocando la vita. Ricevette una palla di piombo in testa e così morì, colpevole solo di aver soffiato

in una trombetta di latta.

Nella novella verghiana Libertà (Novelle rusticane), viene ripreso il tema della strage, secondo

Sciascia in chiave apologetica per Bixio e i garibaldini, e di accentuazione delle responsabilità dei

rivoltosi: l’omissione della presenza storica dell’avvocato Lombardo, e soprattutto la

trasformazione letteraria del “pazzo del paese” (tra i condannati a morte di Bixio) in “nano”, per

attenuare la gravità della condanna capitale di un innocente per giunta non in pieno possesso

delle sue facoltà mentali.

Abitanti della Provincia di Catania

Gli assassini, ed i ladri di Bronte sono stati severamente puniti- Voi lo sapete! la fucilazione seguì

immediata i loro delitti – lo lascio questa Provincia – i Municipi, ed i Consigli civici nuovamente

nominati, le guardie nazionali riorganizzate mi rispondano della pubblica tranquillità!… Però i Capi

stiino al loro posto, abbino energia e coraggio, abbino fiducia nel Governo e nella forza, di cui esso

dispone – Chi non sente di star bene al suo posto si dimetta, non mancano cittadini capaci e

vigorosi che possano rimpiazzarli. Le autorità dicano ai loro amministrati che il governo si occupa

di apposite leggi e di opportuni legali giudizi pel reintegro dei demani – Ma dicano altresì a chi

tenta altre vie e crede farsi giustizia da sé, guai agli istigatori e sovvertitori dell’ordine pubblico

sotto qualunque pretesto. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge

lo vuole. Il comandante militare della Provincia percorre i Comuni di questo distretto. Randazzo 12

agosto 1860. Sottoscritto dal MAGGIORE GENERALE G. NINO BIXIO, 12 agosto 1860, proclama

originale di Bixio, successivo alla esecuzione

La nuova classe dirigente avrebbe dovuto rendere omaggio, nel momento in cui assumeva la

direzione del nuovo stato, agli eroici difensori borbonici di Messina, Civitella del Tronto, Gaeta, e

avrebbe dovuto aggiungere i nomi al ruolo degli eroi di cui venerare la memoria: Quegli uomini

si batterono perché avevano giurato fedeltà al loro Re e non meritavano l’oblio cui li ha

condannati la leggenda risorgimentale. “Sergio Romano -“Finis Italiae”

A voi le conclusioni e i provvedimenti da prendere in merito, si allega per conoscenza una missiva

inviata al nostro Grande Presidente della Repubblica italiana in quanto “dominus, meridionale e

Padre di tutti noi”.

Illustre Ispettore Generale Don Virqilio Balducchi, questa è una tematica dolorosa come doloroso

è periodo poco felice per la maggioranza dei popoli che oggi soffrono queste vicende, la prego

vivamente di portare questa missiva al Santo Padre Papa Francesco per il ricordo di queste

povere vittime tra cui Preti e Monaci, lei è e sarà il ponte di comunicazione tra noi e il Santo

Padre.

Confidando in un Vostro interessamento e certo di riscontro, l’occasione e gradita per porgere

distinti saluti.

Salvis Iuribus.

 

Roma Rebibbia

 

La vicenda di Antonio Fiordiso

Colerrelo

Il nostro amico Antonio ci ha inviato questo testo che mira a che non cada ancora una volta il sipario sull’ennesima”strana” morte di un detenuto.

Riporto di seguito il testo che mi ha inviato Antonio.


Ancora una volta il mostro assassino mostra il suo vero volto alla vittima e ai suoi familiari.
Lo Stato, nella sua missione principale di cane da guardia della proprietà privata, decide di prendersi in custodia coatta un ragazzo di 27 anni e, dopo averlo tenuto sotto la sua “tutela” per 4 anni, ne restituisce il corpo privo di vita ai parenti; senza tralasciare tutta la serie di traversie fisiche, morali e burocratiche che in casi come questo riserva loro.
Nell’ottobre del 2015 i familiari vengono a sapere che il loro congiunto, detenuto nel carcere di Borgo San Nicola a Lecce, non si trova più lì.

Dopo richieste insistenti riescono a farsi dire che era stato trasferito in infermeria e da lì a quella del carcere di Taranto per abuso di psicofarmaci. Trovando il tutto molto strano, i parenti riescono a sapere ch,e da Taranto, Antonio (questo il suo nome) era stato trasferito niente meno che ad Asti. Poco dopo il giovane viene di nuovo trasferito all’ospedale di Taranto, dove i familiari riescono finalmente a vederlo.

Lo stato in cui lo trovano è disumano: irrigidimento degli arti e atrofie muscolari, in dialisi per intensa disidratazione, lividi evidenti sul corpo, commozioni cerebrale e intercostale, impossibilità a parlare. Il primario conferma che è arrivato in ospedale in stato comatoso, con polmonite così avanzata che era divenuta una setticemia ormai diffusa anche nel sangue; operato d’urgenza ai reni per la forte disidratazione.

Al carcere di Lecce danno la colpa ad alcuni detenuti che si sarebbero accaniti su di lui, ma tutto ciò non trova conferma in nessun incartamento dell’istituto. Antonio muore l’8 dicembre in ospedale, senza riuscire a dire molto, nelle condizioni in cui era, su cosa sia realmente accaduto, anche se ha fatto intendere ad un pestaggio da parte delle guardie. Un giudice di Taranto ha già chiesto l’archiviazione del caso. Un altro detenuto, compaesano di Antonio, aveva iniziato a fare delle domande un po’ scomode su quanto accaduto al suo compagno, ma è stato subito trasferito a Reggio Calabria. Questi i fatti, in breve.

Ciò che ci preme è che il caso di Antonio non venga taciuto e nascosto e che ancora una volta una morte di Stato passi per mero incidente. Siamo consapevoli che il carcere non ha affatto  la funzione di rieducare ma semmai quella di vendicarsi di chi è uscito fuori dai ranghi e di fungere da monito per chi non si adeguerà alle regole sociali.
Il carcere è il luogo della disumanizzazione, della spersonalizzazione, della violenza istituzionale, della privazione degli affetti.
Il carcere è un abominio e la vicenda di Antonio Fiordiso, come quella di tanti altri detenuti o di persone ammazzate mentre erano nella custodia di qualche forza di polizia ne sono la conferma. Vogliamo sapere chi sono i responsabili della morte di Antonio, vogliamo che nel ricordo Antonio riacquisti la sua dignità vilipesa.

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