Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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La macchina del Dott. Frankstein si è messa in moto… di Giovanni Zito

Alessandro-Caligaris-La-città-dei-folli-2012

Giovanni Zito lo conosciamo da un pezzo. E’ una delle presenze storiche di questo Blog. Abbiamo visto i suoi testi ispirati, la sua ironia, le sue malinconie, il senso di abbattimento, la voglia di combattere.

In questi anni ha girato varie carceri, fino ad arrivare a Padova.

A Padova ha effettuato un percorso eccellente.. ma… la trottola gira.. e ha saputo che dovrà cambiare carcere. Prossima destinazione Sulmona. Il carcere di Padova dovrà essere adibito solo per i detenuti comuni; e quindi tutti quelli che non lo sono verranno inviati in altre carceri che hanno ancora la sezione di Alta Sicurezza.

La trottola gira… e Giovanni dovrà ricominciare tutto da capo…

Chi è all’esterno queste cose difficilmente può capirle. Difficilmente può capire che vuol dire seguire  un percorso, cominciare a trovare un equilibrio, “costruire” qualcosa.. e.. di colpo.. essere rigettato in alto mare…

A Padova Giovanni, visto l’eccellente funzionamento di quell’istituto, aveva fatto un “salto”.

Lui ha fatto di tutto per cogliere le opportunità che gli venivano offerte. Ha frequentato la scuola superiore, ha frequentato il catechismo, è entrato nella redazione di Ristretti Orizzonti… ha partecipato a convegni e seminari dove si incontrava la società esterna. In mezzo a tutto questo ha lottato faticosamente per avanzare nella sua crescita interiore e per costruire un futuro diverso.

Il contesto di Padova stava valorizzando le potenzialità di Giovanni, e Giovanni ci ha messo tutto il suo impegno.

Poi un giorno ti alzi.. e.. puff.. si cambia casa…

La follia di tutto questo è difficile anche da descrivere. Il controsenso di un percorso dove mentre ti stai “strutturando”, mentre stai “crescendo” e mentre ti stai “allineando” a tutto un nuovo contesto di opportunità, di colpo ti viene tolto tutto. Psicologicamente si rischiano forti contraccolpi. Si potrebbe dire che sarebbe stato meglio non dare certe opportunità, sarebbe stato meglio non dare occasioni di crescita, non aumentare i momenti di valorizzazione.. se poi si deve perdere tutto.

E si potrebbe anche dire che senso ha per un detenuto impegnarsi assiduamente nel suo percorso carcerario.. se da un momento all’altro può essere sbattuto in un altro carcere, anche molto diverso dal precedente e dovere ricominciare da capo.

Persone come Giovanni per resistere devono fondamentalmente contare sulla loro forza interiore, visto che tutto il mondo di chi dovrebbe aiutare, fornire opportunità, “risocializzare”.. finisce con l’essere un ostacolo al percorso del detenuto.

PS: l’immagine che accompagna il post è la riproduzione di un’opera di Alessandro Caligaris, dal titolo “La città dei folli”.

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La macchina del Dott. Frankestein

si è messa in moto

portando la morte ai defunti

che cercavano di sopravvivere nel mondo

dimenticato dei superbi civilizzati

 

Scusatemi tantissimo amici del blog.

Vi racconto l’ultimo evento di Padova, in cui sono ristretto da circa due anni.

Sorpresa del dopo Pasqua, la sezione AS1 verrà smantellata perché l’istituto dovrà essere declassificato, cioè deve essere adibito -o riempito- da detenuti comuni.

Mentre il sottoscritto verrà trasferito con altri 36 compagni nei seguenti istituti entro la fine del corrente mese, io sono fortunato, vado a Sulmona, poi c’è Parma, Voghera, Opera, Sardegna, Oristano.

Ciò significa ricominciare da capo il percorso rieducativo, malgrado io abbia scontato oltre 20 anni di carcere duro, di cui 10 al 41 bis, e sia stato revocato da quel regime deplorevole perché il sottoscritto non aveva più contatti con il crimine organizzato e doveva essere declassificato dal regime 41bis.

Così fu, signori miei, ma con l’unico risultato di essere sballottato da un carcere all’altro come un qualsiasi pacco postale. Vi ricordo che due anni prima fui trasferito da Carinola a Padova, perché anche Carinola doveva diventare carcere comune.

In questo istituto di Padova mi sono subito adoperato per attuare il mio reinserimento andando alla scuola superiore, frequentando il catechismo, inserendomi nella sede di Ristretti Orizzonti a pieno titolo, mettendomi in prima persona, partecipando ai convegni e seminari, incontrando la società esterna e studenti universitari, con corsi di scrittura, lottando e faticando sul modo di pensare e vivere correttamente per costruire un futuro migliore.

Tutto questo decade nel momento in cui il Ministero della Giustizia, o meglio il DAP, dispone il trasferimento del suddetto ergastolano.

Mi domando a che cosa serva questa assurda tortura, perché mi lasciano vivere serenamente per un certo tempo, se poi ogni volta mi costringono a tornare indietro di dieci passi. Non è più accettabile da parte di chi gestisce questo sistema degradante, perché l’articolo 27 della nostra Costituzione dice che ogni detenuto deve essere reinserito. Come si spiega allora tutto questo meraviglioso percorso di vita attiva dentro queste mura? Come si può pensare che possiamo giocare a calcetto con degli studenti esterni e nello stesso tempo essere pericolosi per lo stato? Ho dato testimonianza ai vari convegni che non si può essere colpevoli per sempre, io ho fatto un percorso con me stesso, ho rivisto la mia detenzione del passato e mi sono disancorato dal mio datato percorso istruendomi, grazie ai vari professori che con struggente disappunto sono venuti a conoscenza del mio imminente trasferimento presso il carcere di Sulmona. Tutte le persone che sono state in contatto con me sia epistolarmente che visivamente, rimangono sbalordite nel vedere uomini come me che stanno dando il massimo impegno per uscire da un sistema orrendo e senza riguardi verso chi vuole cambiare sul serio il proprio futuro o destino che sia. Questo signori è l’unico istituto che cambia la prospettiva di ancora di salvezza.

Non cerco nessuna giustificazione, voglio e credo che sia giusto esprimere il mio dissenso ai dirigenti amministrativi che puntano il dito verso quelle persone che cercano, malgrado tutto, di vivere dignitosamente la propria condanna in serenità. Non posso più accettare che con un percorso del genere io rimanga inchiodato al passato, quando nel mio animo vivo un cambiamento positivo e serio, non che radicale, della mia persona e lo dimostra il documento allegato della coordinatrice Ornella Favero, donna responsabile che mi ha dato forza e volontà per rivedere le mie scelte del passato.

Se tutto questo mio scrivere non è segno di ravvedimento costruttivo, ditemi voi: che cos’è?

Spero vivamente che nel mio futuro possano avverarsi tutte quelle aspettative positive che ho intrapreso in questo istituto, sono sicuro che parte degli organi amministrativi non vogliono che i detenuti cambino radicalmente, forse loro sono più cattivi di me. Oppure hanno da guadagnarci sopra la mia, la nostra pelle, perché io sono capace di superare gli ostacoli, ma chi vige sulla mia vita carceraria sarà mai capace di comprendere che i detenuti ergastolani come il sottoscritto possano redimersi con volontà nuova?

Non mi faccio rubare la speranza, perché così disse Papa Francesco.

09/04/2015

Giovanni Zito

Socializzazione e rieducazione… di Salvatore Pulvirenti

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Ecco un testo del nostro Salvatore Pulvirenti -detenuto a Nuoro- sul tema della risocializzazione  e della rieducazione.

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Per socializzazione si intende quel processo di apprendimento e di adattamento alle regole sociali. Questo processo si sviluppa in base all’educazione che noi riceviamo dai nostri genitori sin dall’età adolescenziale, e fino alla maturazione della persona stessa. 

Questo sistema viene determinato anche dal contesto sociale dove una persona ha trascorso parte della sua vita. La socializzazione è anche rieducazione negli istituti di pena.

Non è tanto facile da descrivere. Nel senso che se devi affrontare questo processo con persone esterne, esse fanno fatica a comprendere la situazione che si viene a creare negli istituti di pena. Non è colpa di psicologi, criminologi o educatori che non sanno fare il proprio mestiere. Anzi a volte fanno uno sforzo multiplo per cercare di entrare nella mente del soggetto. Tutto questo richiede molto tempo. L’operatore che segue il detenuto deve essere sensibile e versatile. Anche se questo mi porta a dire che deve cementarsi nel ruolo del carcerato e, nello stesso tempo, essere poliedrico. Se si riesce ad entrare in questo meccanismo, probabile che qualcosa si riesca a concludere. Non c’è bisogno che gli operatori facciano ulteriori sacrifici per gestire la situazione. Ma la cosa più importante che riguarda il detenuto è la famiglia, che fa parte della rieducazione. Quando il detenuto viene allontanato dai propri famigliari, fa molta fatica ad entrare nell’attuale condizione perché comincia ad annullarsi e a chiudersi in se stesso e a volte emana e sprigiona quel nervoso che danneggia lui stesso e chi gli sta accanto.

Il metodo da adoperare secondo un mio giudizio sarebbe  quello di creare due rette parallele  di rieducazione; la prima riguardante il percorso di rieducazione all’interno del carcere; la seconda, quella di far sì che il detenuto sia in contatto con i propri famigliari, ma fuori dall’istituto e a rapportarsi anche con le regole sociali. 

Certo, posso dire la mia, perché mi trovo in carcere da ventidue anni e non ha senso vivere in un istituto di pena per tutto questo tempo, senza potere concludere niente e senza sapere nulla della vita che corre e concorre fuori delle mura del penitenziario. Per questo a volte si fa fatica a capire cosa sia e a cosa serve la rieducazione all’interno dell’ìstituto.

Salvatore Pulirenti

6 aprile 2015

Ancora sulla vergognosa vicenda di Vincenzo Longobardi, detenuto a Frosinone

Mors

Da qualche mese stiamo seguendo con molta attenzione il caso di Vincenzo Longobardi, 45 anni, 

Sul finire di febbraio pubblicai sul Blog una lettera di Vincenzo Longobardi (vai al link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2015/01/04/vergogna-nel-carcere-di-frosinone-lettera-di-vincenzo-longobardi/ (la data che appare sul Blog non è la vera data di pubblicazione, per un problema tecnico), 45 anni, detenuto nel carcere di Frosinone.

Vincenzo Longobardi soffre di varie problematiche di salute. Ne indico qualcuna:

-Apnea notturna.

-Problemi d’udito

-Una patologia che non gli consente di vedere con l’occhio sinistro, e che richiederebbe un intervento. Tale patologia gli sta danneggiando anche l’occhio destro.  

-Grossi problemi con la colonna vertebrale. Da anni sa che dovrebbe essere operato, ma nessuno muove un dito, eppure tutti noi sappiamo quanto è delicata la spina dorsale, e che, se non si interviene per tempo su certe problematiche, si rischia la paralisi e altri esiti devastanti.

Nulla viene fatto per permettere a Vincenzo di affrontare queste problematiche. Ci si limita solamente a tamponare i dolori che esse procurano, somministrandogli antidolorifici.

Inoltre viene imbottito di psicofarmaci (cosa estremamente frequente in carcere).

Intorno a metà marzo mi ginse un’altra lettera drammatica di Vincenzo, dove mi racconta del suo tentato suicidio, e di come è stato salvato per il rotto della cuffia. In quella lettera Vincenzo scriveva:

Caro Alfredo. Ti sto scrivendo per puro miracolo.In 28 febbraio ho deciso di farla finita IMMPICCANDOMI.
Per puro MIRACOLO un detenuto e la guardia si sono accorti che penzolavo. Sono corsi tempestivamente. Il detenuto mi tirava su e l’agente ha tagliato il cappio. Mi sono svegliato in infermeria. Ero incosciente di tutto.
Ti posso promettere che non è finita qua. Sto male. Preferisco farla finita. Vi sto scrivendo per mettere a conoscenza tutti. Ed è una MORTE ANNUNCIATA che si va ad accodare a tante altre prima di me. QUESTO CARCERE E’ IL CIMITERO. TI PORTA FINITO. NON FUNZIONA NIENTE. IL RECUPERO NON ESISTE. L’INFERMIERIA E’ UN MERCATINO RIONALE. Tutti che se ne fregano della vita dei detenuti.
LA SOCIETA’ LE SA QUESTE COSE? TI RIPETO. SIAMO VICINO ALLA CAPITALE. Perché si fa finta di niente? NON CE  LA FACCIO  PIU’ IN QUESTO CARCERE. AIUTATEMI, HO 3 FIGLI. FATELI VIVERE QUESTO PADRE. NON LASCIATELI ORFANI.
Vincenzo Longobardi”

Nel post in cui, il 17 marzo, pubblicai questa lettera (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2015/02/11/non-lasciamo-morire-vicenzo-longobardi/) invitavo, chiunque poteva, a inviare una lettera al Direttore del carcere di Frosinone, Francesco Cocco; oltre ad attivarsi per fare conoscere questa vicenda a più soggetti, e sensibilizzarli in merito ad essa.

Io stesso avevo scritto per due volte al Magistrato di Sorveglianza e al Direttore della Casa di Reclusione di Frosinone, Francesco Cocco.

Il 25 marzo mi giunge una email dalla Casa Circondariale di Frosinone. Questa email conteneva in allegato un PDF che riproduceva un atto di segnalazione che effettuato su questa vicenda dal Direttore Francesco Cocco.
L’atto, come contenuto, riportava la lettera che io avevo scritto al Direttore Francesco Cocco, preceduta da queste sue parole di accompagnamento.

“OGGETTO: Sig. LONGOBARDI Vincenzo detenuto presso la Casa Circondariale di Prosinone. Si allega alla presente ulteriore missiva pervenuta dall’associazione Fuori dall’Ombra, la quale fa seguito a note già trasmesse a codesto Uffìcio. Pertanto, si sensibilizza ulteriormente codesta ASL ad attivare, con massima urgenza, gli interventi e controlli di competenza. Si porgono distinti saluti.”

La segnalazione era indirizzata in prima battuta alla dottoressa Antonella Spazianti presso dell’ufficio del Coordinamento della sanità penitenziaria presso l’Asl di Frosinone. E (la segnalazione) per conoscenza era inviata al Magistrato di Sorveglianza di Frosinone e al Provveditorato Regionale del Lazio del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
La vicenda di Vincenzo si può dire quindi ormai conosciuta oltre che dal Direttore del carcere di Frosinone Francesco Cocco, anche dall’ufficio del Coordinamento della sanità penitenziaria presso l’Asl di Frosinone, oltre che dal Magistrato di Sorveglianza e dal Provveditorato Regionale del Lazio.
Fino ad adesso,però, non ci risulta esserci stato alcun intervento in merito a questa situazione. Anzi, l’ultima lettera che abbiamo ricevuto da Vincenzo Longobardi, segnala addirittura un peggioramento. La riporto di seguito.

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8  aprile  2015

Caro Alfredo, Sono il tuo amico Vincenzo, che ti scrivo per farti sapere che le cose qui non stanno bene, anzi malissimo, perché nessuno, dico nessuno mi ha chiamato, come tu mi fai sapere sulla tua lettera di tante persone che tu hai accennato, nessuno si preoccupa di me.
Adesso ciò altre cose nuove da dirti. Mio fratello da Sarino mi ha mandato un foglio per fare i colloqui visivi con lui, visto che tempo fa è uscita una circolare che è legge fare i colloqui con i propri famigliari. E’ quasi un mese che fino ad adesso non so quasi niente. Quanto tempo ancora devo aspettare per fare questi famosi colloqui? Poi, quando avevo fatto il tentativo di suicidio avevo il piantone fuori alla cella e io sto dicendo alle guardie “lasciatemi la cella aperta perché le voci che io sento e mi dicono di fare la stessa cosa, cioè impiccarmi di nuovo e se il mio amico di cella non c’é, chi mi salva?”.
Ho parlato proprio poco fa con lo psichiatra e gli ho detto che avevo ancora le voci e lui mi aumentato le gocce che sono allucinogeni e che mi fanno stare malissimo e figurati che sono andato a colloquio che non capivo niente e mia moglie si è preoccupata. Anche i miei figli mi hanno detto “babbo , cos’è che non va?”. Ed io gli ho detto che mi ero svegliato in quel momento.. perciò immagina come ti butta giù questa terapia.
Al d fuori della terapia.. tavor, tranquillanti, antidepressivo.. e di altre terapie che non ricordo come si chiamano.. perciò immagina come io, a 46 anni, mi debbo sentire. E’ meglio stare al manicomio che in questo carcere che ti porta finito. Poi ho fatto due domandine, una dietro l’altra per parlare con il giudice di sorveglianza, sperando che mi avrebbe chiamato. Poi ho fatto più di due domandine per parlare con il Direttore Francesco Cocco e fino ad adesso nessuna risposta. Perciò dimmi tu cosa debbo fare di più per parlare con chi è responsabile. Poi tu mi dici che vuoi un numero dei miei avvocati, ma siccome io sto a problemi, l’avvocato non ce l’ho, ti posso dare il numero di casa mia 081- 7011958, signora Imma è mia moglie.

(….) ti prego non abbandonarmi.

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Se tutto quello che ci scrive Vincenzo corrisponde a realtà.. potremmo sintetizzare la questione così:

I-C’è una persona (Vincenzo Longobardi) affetta da gravi patologie, in merito alle quali (dice Vincenzo) non vi è nessuna azione per permetterle di affrontarle da un punto di vista terapeutica. L’unica “azione” è imbottirlo di psicofarmaci.

II-Giunto all’esasperazione, Vincenzo tenta il suicidio. Si salva per miracolo grazie all’intervento di una guardia e di un detenuto che, accorgendosi che Vincenzo penzolava, intervengono appena in tempo per salvargli la vita.

III-Vincenzo, dopo averci scritto una prima volta per raccontare la sua drammatica situazione, ci scrive una seconda volta per raccontare il suo tentativo di suicidio e chiedere aiuto.

IV-Vengono avvisati della vicenda il Direttore del carcere di Frosinone, dottor Francesco Cocco, il Magistrato di Sorveglianza di Frosinone. Tramite il Direttore Francesco Cocco la situazione viene ulteriormente segnalata all’ufficio del Coordinamento della sanità penitenziaria presso l’Asl di Frosinone, oltre che dal Magistrato di Sorveglianza e dal Provveditorato Regionale del Lazio. A questi vanno aggiunti ulteriori soggetti a cui noi abbiamo sottoposto la vicenda.

V-Vincenzo ci scrive ancora una volta, raccontando che nessuno è ancora concretamente intervenuto; e che, nello specifico, né il Direttore Francesco Cocco lo ha ancora incontrato, né è stato ancora ricevuto dal Magistrato di Sorveglianza. Vincenzo scrive anche come, di fronte a una problematicità di questo tipo, lo psichiatra del carcere abbia semplicemente aumentato le dosi degli psicofarmaci, provocandogli ulteriori malesseri.

Riguardo al presunto iper trattamento con psicofarmaci, esiste un’ampia controversia mondiale, emersa anche in varie cause giudiziarie, circa l’impatto tra l’abuso di psicofarmaci e il compimento di azioni violente verso altre persone o di atti di suicidio. Nel caso di un ipotetico rinnovato tentativo di suicidio da parte di Vincenzo Longobardi che andasse malauguratamente in porto, chiederemo una inchiesta anche sul trattamento psichiatrico posto in essere dai responsabili psichiatrici del Carcere di Frosinone.

Naturalmente, in caso di un qualunque esito nefasto (suicidio, morte per altri eventi, danni di salute irreparabili), chiederemo di renderne conto a tutti coloro che erano nelle condizioni di intervenire, avevano la facoltà e il dovere di intervenire, e non sono intervenuti.

Mai come in questo caso, abbiamo di fronte disperati e continui appelli, accompagnati anche da un agire corrispondente (il tentativo di suicidio posto in essere da Vincenzo). Mai come in questo caso, un domani, di fronte a una ipotetico malaugurato epilogo negativo di questa storia..  non si potrà dire che non si sapeva nulla. Perché più volte si è provveduto a segnalarla a chi poteva intervenire.

Nell’ultimo post che avevo pubblicato sul caso di Vincenzo, davo indicazioni su come scrivere al Direttore del carcere di Frosinone. Per chi vuole scrivergli una lettera, là troverà l’indirizzo  a cui scrivere e un prestampato se non vuole scrivere di proprio pugno.

In conclusione, Come Associazione Fuori dall’Ombra chiediamo, per l’ennesima volta, che si intervenga per aiutare Vincenzo Longobardi, per fare in modo che anche il suo nome si aggiunga alla lista di coloro che si sono tolti la vita in carcere. Chiediamo a tutti di appoggiarci in questa vicenda.

Le vignette di Ivano Ferrari

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Io mi ritengo un discepolo.. da “Aspettando il 9999″ di Giovanni Farina.tr

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“Aspettando il 9999″ è un libro contenente poesie e altri scritti di Giovanni Farina, detenuto attualmente a Catanzaro.

Il libro è uscito per i tipi di “Sensibili alle foglie”.

Oggi pubblico un altro brano tratto da questo libro.

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Io mi ritengo un discepolo degli animali nelle arti più importanti.

Dal ragno ho imparato a tessere e a rammendare, dalla rondine a costruire la mia casa, dagli uccelli ho imparato a imitare il canto, le tonalità della voce. Ho imparato dalla natura a raggiungere la saggezza.

Nella misura dei mutamenti si costruisce il proprio destino nella vita.

Il poco e il troppo sono facili a mutare la persona, per questo motivo mi accontento di quello che possiedo e non mi accade in cuor mio di desiderare beni maggiori, non paragono la mia vita a quella di un altro, mi ritengo fortunato perché so sopportare il mio stato di necessità. Non mi invento scuse se non ho raggiunto un bene maggiore. La felicità non esiste nell’oro, ma nella dimora serena della sorte. La ricchezza dell’uomo sta nell’accettare la propria vita, ma nella dimora serena della sorte. La ricchezza dell’uomo è di accettare la propria vita e il sapere capire il bene che conduce alla tranquillità del benessere del nostro esistere, non proiettarci fuori da noi stessi, cercando di realizzare desideri irrealizzabili. 

Settembre… di Nino Pavone

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Ecco un’altra bellissima poesia di Nino Pavone -fratello del nostro Antonio- detenuto a Palmi.

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SETTEMBRE

Non so se ti ho mai amato

e non so se ti abbia mai odiato

giungi piano col tuo fare

ti guardi intorno senza fiatare 

come una falsa primavera

come un tramonto che non è sera

pure il sole è un inganno

foglie al vento che vanno

dentro il libro della vita mia

e nel tuo lento passo… la scia

di quel tempo andato

tra gioie e dolori ho passeggiato

che tu sia dannato

oppure… non so… forse lodato

non lo so… non lo so ancora

te lo dirò se vedrò l’aurora

l’alba di un nuovo giorno

e balli al fuoco… tutti intorno

sarà così la tua morte

o nefasto destino la mia sorte?

Nino Pavone

Palmi 31 – 03 -2015

Un piccolo filo di luce… da “Aspettando il 9999″ di Giovanni Farina.

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“Aspettando il 9999″ è un libro contenente poesie e altri scritti di Giovanni Farina, detenuto attualmente a Catanzaro.

Il libro è uscito per i tipi di “Sensibili alle foglie”.

La vicenda giudiziaria di Giovanni è stata molto travagliata e sarebbe lungo approfondirla adesso. E’ da molto tempo che sta in carcere, circa 35 anni, di cui molti passati al 41 bis. Oggi pubblico uno dei brani presenti in Aspettando il 9999.

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UN PICCOLO FILO DI LUCE

Un piccolo filo di luce penetra da una breccia del muro. Vedo all’orizzonte gli alberi grigi di pietra della città, non hanno rami né foglie. 

Dentro questo confine vivo un lungo sonno da anni, nel mio pensiero tutto sa di passato, di antico, come la voce della mente che si ostina a ricordare. La luce dell’alba mi invita a camminare per non morire. Mi sono permessi incontri con altri miei simili durante il tempo perso, che giorno dopo giorno diventano sempre più brevi, solo i nostri sguardi quando si incontrano non vedono i giorni che passano. L’uomo si è circondato di barriere, ha tracciato confini nel mare, nel cielo già nato prima che lui nascesse, si crede il creatore del mondo e ogni uomo  che attraversa  quel confine creato dalla natura si sente in diritto di metterlo in catene, di farlo schiavo, uno strumento di scambio. Molti dei nostri antenati sono stati inghiottiti dalle onde del mare, colpa di questi uomini razziatori di confini.

Portami cu ttia… poesie di Nino Pavone

aquilone

Pubblico oggi due bellissime poesie di Nino Pavone detenuto a Palmi. Nino Pavone è fratello di Piero Pavone, un amico storico di questo Blog. Piero è una persona piena di positività ed è un grande artista. Su questo blog sono state pubblicate molte riproduzioni delle sue opere.

Piero ci ha fatto conoscere suo fratello Nino e le sue poesie.

Le poesie di Nino hanno una caratteristica ormai rarissima nel mondo dei poeti contemporanei.. sono in rima.. le persone che, negli ultimi anni, ho visto scrivere poesie in rima, si contano nel palmo di una mno.

La prima poesia che leggerete è sicuramente notevole.

Ma la seconda, “Portimi cu ttia…” è un capolavoro assoluto. Un gioiello raro. Qualcosa che brilla come un diamante colpito dal solo.

Una poesia d’amore, allo stesso tempo in rima.. e in dialetto calabrese.. con dentro una viscerale anima che il dialetto non fa che rafforzare.. splendida.. decisamente splendida.

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PRINCIPESSA

Mi muovo con fare indeciso

cercando dentro me un sorriso

pensando a te… ai nostri momenti 

intanto che vanno i miei passi lenti 

tra mille dubbi e una certezza

del tuo cuore… la mia dolcezza

il tuo viso un po’ segnato

io prigioniero del mio passato

guardo e accarezzo la mia mano

nel silenzio mi abbandono

chiudo gli occhi ed eri tu

radiosa e bella, sempre di più

stringimi forte principessa

e questa notte non sarà più la stessa

stringimi… ed insieme sogneremo

prati verdi in un cielo sereno

nell’azzurro dell’immensità

momenti belli di felicità

stringimi forte principessa

e questa notte non sarà più la stessa. 

Palmi   28 03 2015

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PORTAMI CU TTIA

Portimi cu ttia

portimi fora da vita mia

amuri… amuri… amuri meu cantatu

cantu nu cantu disperatu

nra quattro mura cundannatu

mi trovu comu nu dannatu

caccimi fora i stu infernu

dundi patu notti ejorni

dundi cca e’ sempre mbernu

dundi sulu catini sentu sunari

e non sentu cchiu lu sonu di lutu cori

è notti… mi fermu e vardu a luna

e cuntu li stelli ad una ad una

e penzu a ttia che mi voi bbeni

chi cu mmia ti spartisti li mi peni

Penzu a ttia amuri beddhu

ntra sti grati… ntra stu canceddhu

fammi nzunnari nu sonnu

aundi l’angiuli mi ballunu ntornu

fammi vulari cu la fantasia

portimi lontanu… Portimi cu ttia

batti… batti forti lu me cori

e currunu forti li me pinzeri

currunu senza fiatu… finu a dumani

cu na rosa ntra li mani

rosa russa tutta pi ttia

chi ssi a gioia da vita mia

portimi cu ttia

portimi a casa mia

tu chi ssi a vita mia

portimi… cu ttia.

Palmi  29 03 2015

Il primo permesso premio dopo 24 anni da uomo ombra (quarta parte)… di Carmelo Musumeci

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Lo scorso 14 marzo Carmelo Musumeci, finora ergastolano ostativo ai benefici penitenziari, è uscito per la prima volta, per nove ore, in permesso premio, dopo 24 anni di detenzione.
In carcere ininterrottamente dal 1991, non aveva mai usufruito di nessun beneficio e gli era stato concesso solamente un permesso di necessità di undici ore, nel maggio 2011, per laurearsi in Giurisprudenza a Perugia. Di questo giorno ne aveva descritto ogni fatto ed emozione in un libro: “Undici ore d’amore di un uomo ombra” , di Carmelo Musumeci, con la prefazione di Barbara Alberti- Gabrielli Editori. 
 
Avendo di recente il Tribunale di Sorveglianza accertarto la sua impossibilità ad un’utile collaborazione con la giustizia, dopo decenni da “uomo ombra“, egli ha potuto per la prima volta usufruire invece di un permesso premio.
Ne ha scritto un racconto, in otto parti; dopo le prime tre, oggi ecco anche la quarta.
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Quando aspetti una risposta che ti può salvare la vita e donare l’amore che ti è mancato per un quarto di secolo, stai disteso sulla branda a fissare il soffitto della tua cella tutto il giorno. (Diario di un ergastolano http://www.carmelomusumeci.com )
Quarta parte
Dopo l’ultima risposta negativa della magistratura di sorveglianza per la prima volta in ventiquattro anni di carcere mi viene voglia di arrendermi, ma non lo fa il relatore della mia tesi di laurea in giurisprudenza, il prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale dell’Università di Perugia. E come mio difensore mi inoltra al Tribunale di Sorveglianza di Venezia la richiesta di “collaborazione impossibile”.
Da quando sono in carcere ho sempre amato la libertà più di ogni altra cosa al mondo, ma non ho mai barattato la mia libertà con quella di qualcun altro.
E non ho mai usato la giustizia per uscire dal ventre dell’Assassino dei Sogni.
Inaspettatamente il Tribunale di Sorveglianza di Venezia mi “Accerta l’impossibilità da parte di Musumeci Carmelo di un’utile collaborazione con la giustizia in ordine a tutti i delitti oggi in esecuzione”.
E da uomo ombra divento un uomo penombra, con la speranza di rientrare di nuovo dentro la famiglia e la società.

In questi giorni sto pensando che la pena dell’ergastolo è peggiore della morte perché questa dura di meno ed è più semplice.
La morte libera il cuore e l’anima, mentre il carcere a vita te li divora, fino a che non resta più traccia di un essere umano in te.
Credo che la pena dell’ergastolo sia un dolore eterno che non solo fa soffrire chi lo subisce ma umilia tutta l’umanità.
Dopo la condanna il mio cuore aveva subito smesso di vivere, ma non certo di farmi male.
E sinceramente in questi ventiquattro anni di carcere molte volte ho meditato di lasciarmi andare e di appendere il mio collo alle sbarre della finestra della mia cella, perché non vedevo altra via di fuga.
L’ho pensato soprattutto nei momenti di debolezza, quando mi sbattevano nelle celle di punizione e in isolamento. Quando i giorni trascorrevano lenti, giorno dopo giorno senza un libro da leggere e una penna e un foglio di carta per scrivere.
Pensandoci bene credo che se ho continuato a vivere l’ho fatto solo perché non volevo far morire il mio amore con me.
La vita di un ergastolano è sempre terribilmente troppo lunga, invece la morte è a portata di mano e in un attimo ti può dare la libertà, la serenità e la felicità.
Forse molti non sanno che il metodo che normalmente usa un prigioniero per togliersi la vita è semplice. Prepara una fune che può essere presa dalla cintola di un accappatoio o dai lacci delle scarpe o direttamente strappando delle lenzuola.
Poi prepara il cappio.
E lo fa passare intorno alle sbarre della finestra.
Dopo non rimane altro che salire su uno sgabello.
Infilare il cappio in testa.
E farlo scivolare sul collo.
Poi viene la parte più semplice perché non rimane altro che dare un calcio allo sgabello.
Il carcere suscita spesso false speranze, forse per questo ho sempre pensato che non ce l’avrei mai fatta a morire un giorno da uomo libero.
Ed io ci ho pensato tante volte e togliermi la vita.
Molte volte ho persino preparato la fune con il cappio.
E alcune volte sono arrivato persino ad infilarmelo al collo.
Non sono mai riuscito però, per fortuna o per sfortuna, a seconda dei punti di vista, a dare il calcio a quel cazzo di sgabello.
E adesso sono felice di non averlo fatto, perché con la decisione del Tribunale di Sorveglianza sono ritornato a sperare che potrei un giorno uscire senza mettere in cella un altro al posto mio.

Continua

Carmelo Musumeci

Il primo permesso premio dopo 24 anni da uomo ombra (terza parte)… di Carmelo Musumeci

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Lo scorso 14 marzo Carmelo Musumeci, finora ergastolano ostativo ai benefici penitenziari, è uscito per la prima volta, per nove ore, in permesso premio, dopo 24 anni di detenzione.
In carcere ininterrottamente dal 1991, non aveva mai usufruito di nessun beneficio e gli era stato concesso solamente un permesso di necessità di undici ore, nel maggio 2011, per laurearsi in Giurisprudenza a Perugia. Di questo giorno ne aveva descritto ogni fatto ed emozione in un libro: “Undici ore d’amore di un uomo ombra” , di Carmelo Musumeci, con la prefazione di Barbara Alberti- Gabrielli Editori. 
 
Avendo di recente il Tribunale di Sorveglianza accertarto la sua impossibilità ad un’utile collaborazione con la giustizia, dopo decenni da “uomo ombra“, egli ha potuto per la prima volta usufruire invece di un permesso premio.
Ne ha scritto un racconto, in sette parti; dopo le prime due, oggi ecco anche la terza

Questo mese sembra non finire mai, forse perché in carcere il tempo si dilata in un minuto qualsiasi, in un’ora qualsiasi, in un giorno qualsiasi di qualsiasi giorno.
(Diario di un ergastolano http://www.carmelomusumeci.com)

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Terza parte

L’attesa è finita

Caro Carmelo credo che il miglior metodo per lottare e sopravvivere lo abbia trovato lei da se, scrivendo bellissime pagine. Seguiti a scrivere, a far conoscere la vita e i sogni, se ci sono ancora, di un ergastolano, far conoscere quanta umanità si può trovare in carcere e quanta cattiveria fuori.
(Margherita Hack)

I filosofi dicono che le cose belle accadono solo a chi sa aspettare.
E io credo sempre a quello che dicono i pensatori, ma a volte anche loro si sbagliano.
Finalmente mi arriva la risposta che tanto aspettavo.
Ed è negativa.
Dopo due anni e mezzo d’attesa anche la magistratura di sorveglianza di Padova mi conferma che uscirò dal carcere solo da morto.
E mi chiedo perché ci hanno messo tutto questo tempo a decidere.
Poi rifletto che i buoni sono proprio strani.
Ed io proprio non li capisco.
Probabilmente non li comprendo perché io sono cattivo.

Adesso dovrò riprendere l’abitudine di pensare di nuovo da uomo ombra.
E rileggo per l’ennesima volta questa lettera di Tiziana:

Una sola cosa sento di non potere condividere di ciò che mi scrivi, certamente non per spirito di contraddizione, né tanto meno per smorzare la verità di ciò che sei costretto a subire. È solo che quando parli di speranza e la equipari al “veleno” che avvelena pian pianino la tua vita, io non riesco a condividere con te questa convinzione. Capisco il senso e il motivo per cui parli così: cioè come se la speranza fosse il respiratore che costringe un corpo a restare in vita. Ma io credo che il veleno di cui parli sia la frustrazione della speranza. Allora, mentre la speranza abita la tua anima bellissima e di lei devi fidarti ed esserne fiero, la frustrazione della speranza non proviene da te, né dalla tua responsabilità, né dalle tue scelte. La speranza è la tua stessa vita, i tuoi affetti, quelli per i quali hai il coraggio di rappezzare ancora una volta il cuore rinunciando a gesti decisi nello sconforto, ma del tutto inefficaci. Ti chiedo di continuare a scrivere, di non fermarti nel far sapere, a noi che siamo qui ignari di tante cose, ciò che vivi e vivete. Il dono di scrivere che hai non è di tutti. Parla e racconta non solo per te, ma per tanti.

Tutte le volte che rileggo questa lettera scrollò la testa pensando che per realizzare i sogni bisogna prima sognarli, ma gli uomini ombra non possono sognare.
Possono solo sopravvivere.
Sopravvivere purtroppo non è come vivere.
E non è neppure come morire.
Poi per tutto il giorno il mio cuore mi sussurra di dimenticare il mio passato perché ormai per me tutto è finito.
E mi consiglia di vivere vivo solo le emozioni dei miei figli e dei miei nipotini perché io non ne avrò mai più.
Alla sera telefono alla mia compagna, che mi aspetta inutilmente da ventiquattro anni.

E le dico che l’attesa è finita.
Poi negli ultimi secondi di quei miseri dieci minuti di telefonata che ci concedono faccio in tempo a dirle che il suo amore è tutto quello che mi è rimasto di lei.

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