Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Detenuti di San Gimignano: aiutate Alfio Freni

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Ci sono persone che è criminale tenere in carcere.

E quel profondo spirito di moralità e legalità che si deve manifestare in questi casi viene spesso più dai detenuti piuttosto che da parte dell’Amministrazione Penitenziaria e di chi dovrebbe far del rispetto dei più alti principi dell’ordinamento la sua bandiera.

Nelle carceri ci sono anche persone che ormai sono come fantasmi. Persone che non possono neanche “capirlo” il carcere, visto il loro “smarrimento” mental.

Perse come Alfio Freni detenuto a San Gimignano.

Un gruppo di detenuti di San Gimignano ha scritto al Presidente della Repubblica per intercedere per Alfio. Alfio è entrato poco più che maggiorenne in carcere ed è detenuto da 24 anni. Attualmente vive gravi problematiche mentali, che lo renderebbero sostanzialmente incapace di intendere e di volere.

Che senso ha ancora tenere un uomo come questo in carcere? Inconsapevole, totalmente in balia di se stesso, privo di appigli con la realtà? E quale “consapevolezza” della pena ed “espirazione” può derivare da tutto ciò?

Se Alfio Freni non è sprofondato in un abisso totale è solo grazie ai suoi compagni che, impegnandosi in tutti i modi, gli consentono di mangiare e dia vere una vita degna.

L’ultimo suo legame “esterno” con la vita è la madre…  e i detenuti fanno capire quanto può essere disperata questa madre, che tra l’altro non sa neanche come poterlo aiutare.

I detenuti chiedono al Presidente Mattarella di fare qualcosa.

Noi ci uniamo alla loro richiesta e, aggiungiamo che, chiunque può, in un caso del genere ha il dovere di fare qualcosa.

Lasciare un uomo del genere in carcere vuol dire commettere un crimine maggiore di quello che lui possa avere commesso per finire in carcere.

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Siamo dei detenuti della Casa di Reclusione di San Gimignano (Siena), le scriviamo affinché interceda con un atto di Clemenza e di Grazia nei confronti di un detenuto di questa casa di Reclusione. Le nostre parole sono mosse soltano dalla compassione e dall’umanità che proviamo verso quest’uomo, il quale è entrato poco più che maggiorenne ed è da 24 anni detenuto ininterrottamente. Lo stesso, attualmente, per problemi “mentali” non ha alcuna possibilità di difendersi, in balia di se stesso oltre che del sistema giudiziario,e privo della capacità di intendere e di volere. Un diritto questo garantito dalla nostra Costituzione, sia dall’art. 3( che assicura pari dignità sociale a tutti i cittadini davanti alla legge), sia dall’art. 27( dove si dice che le pene non possono consistere in un trattamento contrario al senso di umanità, tendendo alla sua rieducazione).
Come detenuti, e in quanto tali cittadini, anche se “ultimi degli ultimi” di questa società, ci appelliamo ad Ella, massima carica Istituzionale Garante della Costituzione, proprio in nome dell’imprendiscibile diritto alla dignità, ed umanità di tutti gli uomini, nessuno escluso. Le scriviamo, di conseguenza, per porre fine ad un’infinita sofferenza di una vita umana, ormai non più consapevole della realtà in cui vive. Ci chiediamo a cosa serve allo Stato Italiano tenere detenuto, applicando la legge, un essere umano senza che l’espiazione della sua pena non sia collegata ad una speranza di rieducare collegata ad una tenue possibilità di libertà? O forse, meglio per lui, la morte? Nemmeno nei Paesi dove è in vigore la pena di morte è consentito l’applicazione di questa pena mostruosa, se il condannato a morte non è consapevole del suo stato, per cui addirittura viene sospesa la pena.
Questo è il caso di Alfio Freni matricola n. KK029000779, il suo fine pena è 9999, ERGASTOLO: ma l’unica cosa che Freni comprende è fumare, o mangiare; e questo è possibile solo grazie allo spirito di solidarietà nostra, che ci facciamo carico di tutto affinché non sprofondi in un abisso senza ritorno. Quanto scriviamo è solo una piccola porzione della vita giornaliera di Alfio, perché la sua non è una vita degna d’essere chiamata tale; sarebbe meglio chiamarlo “stato vegetale”, risultando egli condannato ancor più dall’ergastolo della “natura”, che da quello Stato Italiano. Alfio Freni è in uno stato di completo ed assoluto abbandono, l’unico collegamento della sua vita è la sua Mamma. Lei, pur in precarie condizioni di salute, l’ha sempre sostenuto in qualche modo. Ma anche questo legame, almeno per lui, si sta allontanando, i ricordi si fanno sempre più fievoli, tanto che egli perde ormai ogni controllo delle sue azioni. Questa povera donna è disperata, segue il figlio fin da quando, a 19 anni è entrato in carcere, non sa come poterlo aiutare, non avendo risorse economiche per poterlo fare.
Signor Presidente, Ella è l’unica speranza di Alfio, ci sono moltissime cose che si potrebbero scrivere per meglio farle comprendere quanta e quale sofferenza, inconsapevole, viva quest’uomo, che non si rende conto né dello spazio né del tempo in cui vive.
Noi, qui, non possiamo girare la testa dall’altra parte, facendo finta di non vedere la cella dove vive, restando indifferenti. La nostra coscienza ci impedisce di non provare una grande tristezza nell’assistere giornalmente a questo rito.
Non possiamo guardare solo la nostra anche se dolorosa condizione, senza far nulla, e l’unica cosa che possiamo, dal posto dove ci troviamo, è scriverle. Mettere a conoscenza la sua persona caratterizzata, oltre che dall’alto profilo delle sue funzioni Istituzionali, dalla sensibilità che Ella ha sempre avuto, come uomo, per i più deboli.
Pertanto, qualora ritenesse opportuno valutare ed accogliere in qualche modo le nostre parole, ci renderebbe oltremodo felici di poter offrire il nostro contributo per liberare dalle “catene” un uomo, che non ha più nulla da chiedere alla vita, e che ha bisogno dell’umanità di tutta la società perché si possa sottrarre ad una fine certa, oltre che annunciata. Per quanto esposto chiediamo la Grazia per Alfio Freni, apponendo ognuno di noi la firma a sostegno della richiesta nella speranza possa essere accettata.

“Recluse”- recensione di Francesca De Carolis

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Pubblico oggi la recensione che l’amica Francesca De Carolis ha fatto al libro “Recluse”, scritto da Susanna Ronconi e Grazia Zuffa e pubblicato per i tipi delle edizioni EDIESSE.

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Carcere. È nome che istintivamente evoca un universo maschile. Maschia è l’eco di voci e di volti che rimanda e a cui normalmente pensiamo. E poi ci sono le donne… Sono “talmente poche” rispetto al numero totale delle persone in carcere…

il 4% dicono le statistiche. Appena qualche migliaio… A pensarci bene, nella percezione esterna al carcere sembrano quasi scomparire, se non, forse, quando le pensiamo madri, e quando pensiamo ai loro figli… È accaduto anche a me, che da qualche anno di carcere mi occupo, e me ne sono resa conto solo quando qualcuno mi ha chiesto se, nel mio interessarmi a prigioni e detenuti, avessi incontrato anche donne. E ho pensato, un po’ vergognandomene, alla conoscenza minima e quasi esclusivamente “letteraria” a cui mi sono fermata… che pure ricorda quanto complessa, e molteplice e altra, è l’altra “metà” dell’universo carcere.

“Recluse”, un interessante e densissimo libro appena uscito con l’editore Ediesse, è qui ora a ricordarcelo.

Curato da Susanna Ronconi e Grazia Zuffa (molto riassumendo, formatrice la prima, psicologa la seconda), prende spunto da una ricerca condotta nel 2013 nelle carceri di Firenze Sollicciano, Pisa ed Empoli, con interviste alle donne detenute, alle agenti di polizia penitenziaria, al personale educativo. Obiettivo dichiarato: contenimento della sofferenza, prevenzione dell’autolesionismo e del suicidio (che è atto estremo di sofferenza ma anche di insubordinazione, si sottolinea), promozione della salute.

E lo sguardo si allarga… passa attraverso la narrazione di vite, che non è solo narrazione di quello che è nel carcere, ma ricorda e si riporta anche al fuori, passato e futuro. Anche quando quest’ultimo a volte ha la luce instabile del miraggio.

Un lavoro complesso e che tocca mille aspetti della vita delle donne detenute, ricordandoci lo sguardo della differenza femminile. E un grande merito va riconosciuto: l’aver dato la parola a persone in genere più “rappresentate” che ascoltate, o sollecitate a “raccontarsi”. E la differenza è enorme. Perché in un luogo come la galera, dove sei senza voce e subito diventi nulla, riprendersi la parola, è la prima cosa da fare per riprendersi il resto.

Le voci sono tante, si intrecciano in racconti e sussulti. Tutte anonime, naturalmente, ma dietro le sigle e le parole è facile immaginare i volti che quelle parole suggeriscono… tutte insieme compongono l’istantanea di quella “danza immobile” che è il carcere. Ma nello sguardo della differenza femminile, le autrici del libro offrono gli elementi per individuare le linee di forza, le enormi potenzialità che possono far salva la vita.

“Adesso sono diventata un mostro, l’assistente sociale ha chiesto l’affidamento… non sono innocente, ma i miei bambini li ho sempre curati. Sono sempre la persona che li accudiva…”

“Mi volevano dare delle gocce per mettermi a dormire quando ho sbroccato, solo che grazie a dio ho avuto il potere di dire no…(…) Io un giocattolino nelle vostre mani non lo divento, perché la vita è ancora mia…”. “Io, venendo qui, tutto quello che vedevo nero, ho tirato fuori un arcobaleno…”. Donne…

Fra tanti pensieri, che il libro provoca, una piccola annotazione. Nella miseria della vita carceraria (perché il carcere è miseria, e violenza e negazione), la relazione fra donne emerge come “possibile motivo di stress, ma anche come eventuale fattore di protezione”. Una riflessione, questa, che riporta alla mente una frase del racconto dal carcere di Goliarda Sapienza ( ricordate? finì dentro, a Rebibbia, per un furto) che, narrando della sua breve esperienza in un mondo pur   spietato ed estremo, dice: “Lì non hai l’obbligo di vestirti, se non ti va non parli, non devi correre a prendere l’autobus. Quelle che ti conoscono sanno esattamente cosa vuoi. Quando sono uscita ho avuto la nettissima impressione di aver lasciato qualcosa di caldo, di sicuro”.

Che riporto non certo per dire che “meglio il carcere”. Più ne conosco le storie, più mi convinco della sua atroce inutilità, ma come riconoscimento di quello sguardo della differenza come punto di partenza per costruire vie d’uscita. Che siano definitive.

Un libro, questo “Recluse” , che indica dunque “strategie di tenuta” della differenza femminile, nel solco di un impegno contro la sofferenza gratuita e aggiuntiva che nel carcere nasce dalla costante violazione dei diritti umani.

Per la cronaca, Recluse è uno dei volumi, il quinto, nato dalla collaborazione fra Ediesse e la Società della Ragione, che porta avanti un ammirevole impegno sul tema della giustizia, dei diritti e delle pene, “nell’orizzonte di un diritto penale minimo, proprio di una democrazia laica, alternativa allo Stato etico”. E, scusate se suona come ossimoro, Dio solo sa quanto, dei valori di democrazia laica, ci sia bisogno…

Un pasticcere a Catanzaro- ricette di Fabio Valenti

Pasticciotti

Ecco un’altra ricetta di Fabio Valenti – il nostro pasticcere di fiducia- detenuto a Catanzaro.

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PASTICCIOTTI MIGNON

Ingredienti:

-Frolla:

250 g. di farina,

125 g. di zucchero a velo,

125 g. di burro,

60 g. di tuorli,

un pizzico di sale,

la buccia grattugiata di mezzo limone.

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-Crema:

250 g. di latte intero,

100 g. di panna liquida,

150 g. di zucchero,

100 g. di tuorli,

20 g. di fecola,

un pizzico di vanillina,

la buccia di 1/2 limone,

amarene sciroppate Q./B.

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Procedimento:

1) Lavorate il burro morbido a crema con la frusta. Inserite lo zucchero a velo. Continuate a lavorare fino ad ottenere una crema leggera montata. Incorporate i tuorli uno per volta, poi la buccia grattugiata del limone e il pizzico di sale. Infine incorporiamo la farina. Impastate velocemente e mettete la frolla in frigo a raffreddare per un’ora.

2) Crema: portate  a bollore la panna e il latte con la buccia del limone e la vanillina. A parte, montate i tuorli con lo zucchero e rendeteli gonfi e spumosi. Incorporate la fecola, mescolate bene e versate il tutto nel composto di latte e panna bollente. Aspetate qualche secondo prima di mescolare, in modo che il latte riprenda il bollore, mescolate di continuo fino ad ottenere una crema solida. Ponetela nel frigo a raffreddare.

3) Tirate la frolla dal frigo e stendetela dallo spessore di 3 mm circa. Con il coppa pasta del diametro di 5-6 cm circa ricavate 18-20 dischetti di pasta. Mettete la crema dentro una sacca con un beccuccio rotondo e liscio. Su una metà di dischi di pasta mettete un’amarena al centro  e sopra versateci un po’ di crema pasticcera (la quantità grande quanto una noce).

4) Spennellate on un po’ di uovo il bordo di pasta libera e copriate con l’altra metà di dischi. Saldate le due estremità facendo una leggera pressione con le dita. Completate creando con la punta di un coltello un piccolo foro sopra i pasticciotti.  Cuocete in forno già caldo a 180°C x 15 minuti circa; fino a quando non saranno belli dorati.

Serviteli con una leggera spolverata di zucchero a velo.

 

Dopo il suicidio di Ioan Gabriel Barbuta e i commenti di alcuni poliziotti penitenziari

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Di fronte al suicidio del detenuto rumeno Ioan Gabriel Barbuta, alcuni poliziotti penitenziari hanno espresso pubblicamente commenti come “un rumeno in meno”… ma espressioni del genere, pensieri del genere, sarebbero potuti emergere in tante persone di fronte alla notizia di un suicidio del genere… resistiamo sempre a questa brutalità dell’anima.. a questo sottovalutare una vita, qualsiasi vita.. a questo sputare in faccia, fosse anche per guasconaggine, su una tragedia umana… Sapete che cosa si prova per mesi prima di arrivare un suicidio? Sapete che vuol dire morire ogni giorno e sentirsi soffocare dentro? Sapere qual’è il vero sapore della disperazione? Conoscerete mai come si vivono gli ultimi minuti prima di togliersi la vita? Quello strazio supremo che si ha quando sai che stai rinunciando alla vita, perché la morte in te ormai è un veleno nero inarrestabile? Quell’avere finito tutte le lacrime? Quel sentirsi sconfitti oltre ogni limite?
E il minuto, il minuto prima di chiudere gli occhi… potremo mai anche solo sfiorarlo.. sfiorare cosa si prova in quel momento?
Se fossi tu al posto suo… travolto dalla disperazione… pensa se fossi tu.
Nessuna battuta, nessuna facile demagogia.. ma soprattutto..nessun pensiero.. Mai liquidare una morte… mai liquidare come “uno in meno”, un essere umano che si è tolto la vita.

Poesie di Giovanni Leone

Leone

Dove avvenivano i nostri colloqui

attraverso il vetro come fossi
una reliquia.

Mentre vedevo il tuo cuore sanguinare
come le piaghe di Cristo. “

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L’AMORE SFUGGENTE

La tua mente usa mille e mille
forme di sotterfugi

Mentre il volto è rosso
come la linfa del vulcano

dove il cuore batte costante
come una gazza ladra.

Ma quando i tuoi occhi
incrociano i miei

non possono più esistere
meandri per nascondere
le parole d’amore…

fedeli come il cigno.

Voghera 10 giugno 2013

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Quando non vuoi
essere superficiale
nell’amore e negli affetti

fai in modo che la
tua vita scorra
come un fiume, lentamente,

e non come un torrente
impetuoso

che sgretola tutto ciò che
incontra.

Voghera 8 luglio 2013

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Oh mamma
di te ho fatto una martire

come il volto della madonna
mentre pellegrinava dietro
i passi di suo figlio

con il corpo già fragile
ma gli occhi pieni di luce.

Dove avvenivano i nostri colloqui
attraverso il vetro come fossi
una reliquia.

Mentre vedevo il tuo cuore sanguinare
come le piaghe di Cristo. 
Così non mi resta altro che,
rimanere in ginocchio…
e pregare.

Voghera 16 giugno 2013

Dopo la chiusura di Sosta Forzata- articolo di Ornella Favero

sosta-forzata

Dopo undici anni di attività, ha chiuso “Sosta Forzata”, il giornale della Casa Circondariale di Piacenza. Un giornale che usciva ogni 3 o 4 mesi, e su cui scrivevano una ventina di detenuti l’anno. Un giornale che mirava a creare un ponte tra detenuti e cittadinanza.

Un giornale intorno al quale in questi anni sono state poste in essere tante attività preziose, compreso l’istituzione di un premio letterario (“Parole oltre il muro”).

Adesso questo giornale chiude. La direzione del carcere di Pazienza ha deciso in tal senso. Le motivazioni della chiusura sembrano essere “motivi di sicurezza”. Una espressione generica che va bene per tutte le occasioni.

Pubblichiamo oggi questo ottimo articolo di commento di Ornella Favero, Direttrice di Ristretti Orizzonti, rivista del carcere di Padova.

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“Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere metti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e soprattutto prova a rialzarti come ho fatto io”. (Luigi Pirandello).

Una riflessione sui giornali con redazioni nelle carceri, e sulla chiusura di “Sosta Forzata”.

Se dovessi dire che cosa sono oggi i giornali realizzati nelle carceri, direi che sono la traduzione pratica di questo invito di Luigi Pirandello a mettersi le scarpe dell’Altro. E a vivere il suo dolore, i suoi dubbi, le sue cadute, non per giustificarli, ma per capire.

Noi lavoriamo per raccontare e far capire una realtà complessa come quella delle carceri, e allora perché dobbiamo sempre combattere per essere riconosciuti, e perché un giornale come Sosta Forzata, dal carcere di Piacenza, che fa una informazione seria, credibile, equilibrata, molto più di tanta informazione “professionale” urlata e approssimativa, non deve più uscire, perché si deve togliere alla città una voce così importante?

È strano, ma se a imporre al nostro Paese di umanizzare le sue carceri è l’Europa, allora si muovono tutti in gran fretta per aprire le celle, per non rischiare di dover risarcire i detenuti trattati in modo poco civile. In realtà sono anni che i giornali con redazioni nelle carceri si battono per portare un po’ di umanità nelle galere, anzi no si battono per portare umanità e responsabilità. Questa precisazione credo sia fondamentale, perché “elargire” umanità ai detenuti senza dargli la responsabilità della propria vita è una operazione puramente di facciata.

Ma qualcuno dell’Amministrazione penitenziaria ha voglia di venire davvero a dare un’occhiata a realtà come le nostre redazioni? E di garantire a queste redazioni un minimo di autonomia e dignità?

Sono anni che i nostri giornali informano sulle carceri, anni che dicono quello che ora l’Europa ci ha costretto ad ammettere, anni che volontari professionalmente preparati e professionisti, come fa Carla Chiappini con Sosta Forzata, lavorano fianco a fianco con le persone detenute per sensibilizzare la società su questioni delicate come le pene, la sicurezza, l’importanza di un carcere che responsabilizzi invece di incattivire. Tanto per fare un esempio di stretta attualità, nei nostri giornali nessuno si permetterebbe di lasciarsi andare a commenti brutali e irresponsabili come quelli comparsi su Facebook in questi giorni, a proposito del suicidio di un detenuto, ad opera di personale dell’amministrazione penitenziaria.

Certo, sono le cosiddette “mele marce”, noi non generalizziamo, noi non accusiamo la Polizia Penitenziaria, però una cosa la vogliamo dire: e se fossimo stati noi a denunciare che ci sono agenti che dopo un suicidio dicono “Uno in meno”, qualcuno ci avrebbe creduto? Ma noi siamo persone equilibrate, noi facciamo sempre le giuste distinzioni, noi capiamo che la gran parte degli agenti lavora con serietà e umanità, noi capiamo anche che in carceri così poco umane, in situazioni così degradate, chi ci vive e chi ci lavora può perdere la sua umanità e diventare simile alle bestie.

Pur dentro carceri poco umane, noi facciamo dei giornali responsabili, e siamo abbastanza avviliti di dover ogni giorno lottare per essere riconosciuti e accettati. Avviliti di vedere che un piccolo giornale che da anni riesce a fare cose grandi, di qualità, di spessore come Sosta Forzata, dal carcere di Piacenza, non esca più con le solite motivazioni che vanno bene per tutte le stagioni: motivi di sicurezza.

Ma ci possono spiegare di quale sicurezza parlano? Noi che facciamo questi giornali garantiamo sempre sicurezza e trasparenza, perché lavoriamo alla luce del sole, per raccontare le carceri come sono, e siamo disposti sempre a mettere in discussione quello che scriviamo, a confrontarci, a scavare a fondo per informare in modo onesto. Insegniamo l’onestà dell’informazione a chi le regole non le ha mai rispettate, e ora impara a farlo perché ha dei lettori e capisce quanto è importante essere persone credibili e responsabili.

Sosta Forzata e Ristretti Orizzonti, assieme ad altri giornali da tante carceri italiane, da anni lavorano fianco a fianco, e da anni si battono per accorciare quella distanza tra la società dei “buoni” e quella dei “cattivi”, che nasce dall’illusione che il male riguardi solo loro, “i cattivi”. E lo fanno coinvolgendo le scuole e la società, e facendo sentire un po’ meno isolati non solo i detenuti, ma anche chi nelle carceri ci lavora, e ha bisogno di veder sostenuto e rispettato il suo lavoro.

All’Amministrazione penitenziaria chiediamo allora non di chiudere, ma di permettere di aprire altre redazioni; all’Amministrazione penitenziaria chiediamo di riconoscere finalmente il nostro ruolo e i nostri spazi, la nostra capacità di comunicare e la ricchezza dell’informazione che facciamo; all’Amministrazione penitenziaria chiediamo di venire anche a imparare qualcosa da noi, perché i nostri giornali sono spesso scuole di quella comunicazione responsabile, di cui anche l’Amministrazione penitenziaria ha un gran bisogno.

La vicenda di Andrea Bufano- riflessioni di Giuseppe Rotundo

Folio

Andrea Bufano ha trascorso quasi un anno in carcere, fino al luglio 2014, prima che il tribunale stabilisse la sua innocenza.

Andrea denuncia come nei suoi confronti si sia agito in modo assolutamente arbitrario e come tutto questo abbia comportato per lui un grande prezzo.

Rotundo Giusé che da anni lotta contro le ingiustizie carcerarie e per i diritti dei detenuti, prese a cuore questa vicenda fin dall’inizio. 

In questo post voglio condividere il pensiero di riflessione di Rotundo Giusé seguito da una lettera pubblicata da Andrea Bufano su facebook il 10 luglio 2014.

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Il vero dramma in questa scandalosa vicenda è:
La totale mancanza di rispetto per quelle che sono le leggi vigenti in questo paese. Mi riferisco naturalmente alle istituzioni giudiziarie, nello specifico. La Digos di Lecce, che volutamente,e consapevolmente ha nascosto, e tenuto segrete prove determinanti che avrebbero sin da subito potuto ristabilire tutta la verità di quanto accaduto in quel campo di calcio.Queste regole sono state infrante. Sono state violate proprio da chi ha il compito istituzionale di non nascondere nulla di quanto è a loro conoscenza. Hanno Creato dolore, sofferenza, tortura psicologica,e disagio, Che sarebbero dovute essere immediatamente tradotte in reato penale da contestare a questi Signori della Digos di Lecce. La storia carceraria di Andrea,è simile a quella di tanti di noi….La particolarità sta invece che Andrea davvero stava facendo un percorso di vita diverso.
Personalmente avrei preferito che il giornale il Garantista toccasse più questo aspetto, che è poi, la vera causa, di tutto questo immenso dolore. Comunque davvero un ottimo lavoro, a cui colgo l occasione per dire a tutti di comprare questo giornale “IL GARANTISTA” affinché i grandi numeri siano rappresentati ancor meglio,e con maggiore incisività. Grazie all’amico Inka L’incarcerato,che ha subito colto nella Storia di Andrea un sentimento umano maltrattato,e violato,con gratuita ferocia
da chi invece questo sentimento umano avrebbe dovuto proteggerlo e tutelarlo. Andrea Bufano è un mio carissimo Amico.
Ha trascorso in galera,insieme a me, una breve parentesi della sua vita dopo aver pagato il suo debito con la giustizia
decise fermamente di cambiare vita  rimanendo lontanissimo da ogni contesto criminoso.
Lo Stato Giudiziario inquirente però… Di lui nn si è mai dimenticato!
Vi lascio al suo racconto. (Rotundo Giuseppe)

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SI RICOMINCIA UN’ALTRA VOLTA.
Dopo essermi rilassato e scaricato lo stress accumulato in questo ultimo anno di vita, ora dovrò ricominciare nuovamente.
Affido a facebook, Questa mia lettera… La mia ultima lettera. riguardante la mia vicenda giudiziaria.
Su di me (all’ inizio) e’ stato scritto,di tutto e di piu’.
Sono stato definito dai giornali locali.. UNA BESTIA UMANA,UN COCAINOMANE. (IO,CHE NN FUMO NEANCHE PIù)
Tanto dolore, arrecato graduitamente a me, e alla mia cara famiglia. Ho incassato, e sono stato zitto.
Tra me e me pensavo: Ci sara’ uno sbaglio di persona 48 ore di tempo,  e tutto ritorna come prima….Stavo sognando!
La mattina del 6 luglio 2013,mi viene barbaramente stravolta la vita in un amen, perdo lavoro, perdo l’unica donna che ho mai amato.
Un giudice della procura di Lecce   con cattiveria gratuita,e con tantissima leggerezza decise di emettere nei miei confronti ordine di carcerazione  (Per nove mesi ha tenuto nascosta la prova madre  che mi avrebbe scagionato in un cassetto)
Sono figlio di due umili ed onesti lavoratori che ha causa di questo mio arresto e grazie alla professionalità del Giudice…(Collezionista di prove) hanno passato le pene dell’ inferno.
SONO STATO ASSOLTO!
L’ assoluzione e’ solo il primo passo,di un calvario durato un anno esatto. la Vittoria vera l avrò quando verro’ risarcito per tutto il male che mi e’ stato fatto e quando saprò che un giudice incosciente è stato condannato
Si è giocato con la mia vita.
Come dice il mio Avvocato..( Grande Uomo,grande professionista), ricorreremo in tutte le sedi esistenti al mondo, e se sarà necessario, anche, alla Suprema Corte dei Diritti Umani di Strasburgo
Vedete amici, la cosa che piu’ mi ha fatto soffrire, e stare male e’ perdere quel poco  che avevo con tanto impegno costruito … mai vista tanta cattiveria.  Pazienza la vita va avanti
‘Io ho avuto la forza e il coraggio di reagire ce’ invece chi non riesce e rimane in silenzio
E molti altri si uccidono.
Sono stato toccato e ferito troppo dentro nell’ anima,nell’ orgoglio.. nessuna rivalsa, nessuna vendetta.. voglio solo Giustizia.
Ringrazio di cuore chi mi ha aiutato in questo anno, e soprattutto chi mi e’ stato vicino moralmente. vi ringrazio di CUORE.
P:S
Avevo giurato di non dare piu’ dispiaceri alla mia famiglia pagheranno anche per questo.
10-07-2014
Andrea Bufano.

Recensione di un ergastolano al libro “Dignità e Carcere” di Marco Ruotolo

Gerhard Mantz

Pubblichiamo anche su “Le Urla dal Silenzio” questa recensione di Carmelo Musumeci del libro di Marco Ruotolo “Dignità e Carcere”.

Ma questa è molto di più di una recensione.. perché Carmelo, rievoca, in una pagina di straordinaria potenza.. un violentissimo pestaggio che subì nei primi anni ’90.

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In carcere si è tagliati fuori dal mondo. Oggi per tutto il giorno ho cercato di guardare dentro di me, ma non sono riuscito a vedere nulla. Ci sono dei giorni, come questi, che non so cosa fare. E soprattutto non so neppure se voglio ancora fare qualcosa. (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)

 Ho incontrato Marco Ruotolo, Professore di Diritto Costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi “Roma Tre”, in carcere a Padova, come relatore del seminario di formazione per i giornalisti del Veneto. Ci siamo sorrisi. Presentati. Stretti la mano. E abbiamo scambiato due chiacchiere. Poi lui mi ha donato il suo libro “Dignità e carcere” II edizione (“Editoriale Scientifica” dalla Collana “Diritto penitenziario e Costituzione”).

Ed io ho ricambiato donandogli il libro “L’Assassino dei Sogni. Lettere fra un filosofo e un ergastolano” con la corrispondenza fra me e il Professore di Filosofia Morale alla Federico II di Napoli, Giuseppe Ferraro, curato dalla brava giornalista Francesca De Carolis (prima edizione 06/2014 e prima ristampa 09/2014, “Stampa Alternativa”).

 Leggere sul libro del Professore Marco Ruotolo “La Costituzione sancisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” e “La legge prevede che il trattamento penitenziario deve essere conforme a umanità e deve assicurare il rispetto della dignità umana” mi ha fatto pensare a come può una pena che non finisce mai come l’ergastolo essere compatibile con la dignità umana. E poi ho amaramente sorriso perché non c’è al mondo una persona che sappia bene come il prigioniero italiano la grande differenza che c’è in carcere fra i diritti dichiarati e quelli realmente applicati.

E ho iniziato a ricordare di quella volta che mi hanno trasferito in uno dei carceri più duri d’Italia. Erano gli anni ’90. Ero appena stato condannato alla “Pena di Morte Viva” o, come la chiama Papa Francesco, alla “Pena di Morte Nascosta”. Ecco cosa scrissi nel mio diario di allora:

Appena vidi la struttura provai una grande inquietudine. L’edificio era brutto. E sinistro. Pieno di alte e massicce mura. E cancelli e sbarre da tutte le parti. Ero arrivato in quel carcere con una riservata nel fascicolo, come detenuto che creava problemi. E sapevo già cosa mi sarebbe aspettato. Dopo la visita in matricola e in magazzino, invece di portarmi in sezione, mi accompagnarono alle celle di punizione. Avevo tre guardie davanti e due dietro. Loro mi guardavano con aria aggressiva. Ed io li osservavo di traverso. Per un attimo desiderai di essere invisibile. Ed ebbi uno strano presentimento, mi si  stringeva la gola. Più andavo avanti e  più le guardie continuavano a guardarmi con aria sprezzante. E minacciosa. I loro sguardi mi rivelavano quello che io sapevo già. Scendemmo una scala stretta e rigida, con i gradini di pietra. Poi sbucammo in un corto corridoio che sembrava un sotterraneo. La guardia davanti si fermò alla prima cella. Era chiusa con un pesante blindato di ferro, con macchie di ruggine dappertutto. La guardia infilò nella serratura una grossa chiave di ottone. E la girò con fatica. La porta di ferro si aprì cigolando. Poi la stessa guardia con un’altra chiave aprì il pesante e spesso cancello. E si mise di lato per farmi passare. Aggrottai le ciglia. Mi colpì subito un forte odore di umidità. E di urina. La cella era quasi buia. Diedi immediatamente  un’occhiata veloce per trovare subito l’angolo più adatto per tentare di proteggermi. Subito dopo sentii un colpo di tosse alle mie spalle. E capii che quello era il segnale. Le guardie entrarono uno dietro l’altro nella cella. Ci stavamo appena. E si schierarono davanti a me. Nessuno si muoveva. Osservai il loro sorriso sarcastico. Trassi un respiro profondo. E gli restituii il sorriso. Non potevo fare altro. Poi serrai le labbra. Una guardia si strofinava platealmente le mani una con l’altra. Un’altra abbozzò un movimento. Un’altra ancora rispose con un cenno d’intesa appena percepibile. Erano in cinque. I deboli sono sempre in tanti quando picchiano un uomo solo. Li fissai per qualche secondo uno per uno. Avevano brutte facce. Visi da aguzzini. Per un attimo li guardai con lo sguardo spaesato. E mossi la testa da un lato all’altro. C’era un silenzio che si poteva tagliare solo con il coltello. Poi per farmi coraggio mi misi le mani sui fianchi. Alzai la testa all’insù. Li guardai dritto negli occhi. E per farmi forza parlai per primo io. E con aria di sfida mormorai più a me stesso che a loro: Figli di puttana. Il primo pugno mi arrivò alla tempia. Fatevi sotto. E siccome non avevo visto arrivare il colpo, andai a sbattere nell’altro lato del muro. Non mi fate paura. Un’altra guardia mi guardò con occhi di ghiaccio. Bastardi. Mi prese per una spalla. Se siete degli uomini… Mi fece girare dall’altro lato. E avete coraggio… Mi sbatté contro il muro. Fatevi sotto uno per volta. E nel rinculo mi diede un pugno nello stomaco che mi tolse il respiro. Barcollai. E cercai di aggrapparmi alla parete. Ansimaii, cercando di riprendere fiato. Poi le ginocchia mi si piegarono. E scivolai per terra con le spalle contro il muro. Strinsi i denti. E tentai di fermare il mondo che stava girando intorno a me. Nel frattempo però mi arrivò un calcio nella mascella da un’altra guardia. Uno nel ventre. Poi ancora un altro in faccia. E mi scese un rigolo di sangue dal naso. Me lo asciugai con la manica del maglione. E continuai a inveire contro di loro. Era come se le botte che ricevevo mi davano l’energia per urlare contro i miei aguzzini. Ad un tratto cercai di rialzarmi. Non ce la feci. Una guardia mi prese per i capelli da dietro. E mi sferrò un pugno. Un altro mi diede un calcio. Poi un altro. E un altro ancora. I colpi mi arrivavano da tutte le parti. E mi pestarono come l’uva. Pensai che finalmente fosse arrivata la mia ora. E decisi di mettermi le braccia attorno alle gambe. La testa rannicchiata nel petto. E desiderai di morire senza soffrire. Per fortuna persi quasi subito i sensi. Caddi in uno stato d’incoscienza. E in questo modo me la cavai perché solo il mio corpo sentì le botte più dolorose. Persi ogni legame con il tempo. E sprofondai nel pozzo nero dell’incoscienza. Le guardie dopo avermi massacrato, con la coscienza tranquilla di avere fatto il loro dovere, uscirono dalla cella sbattendo il cancello. E chiusero il blindato con la mandata.

 Qualcuno potrebbe dire che questi episodi in carcere accadono di rado, altri che accadono anche nel mondo libero e altri ancora che ce la siamo cercata. Ed io posso rispondere che purtroppo il carcere è luogo più illegale di qualsiasi altro posto e la Carta Costituzionale e la Legge scritta qui dentro non sono altro che carta straccia. E non perché lo dico io, ma perché lo ha detto spesso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con le numerose condanne che ha subito il nostro Paese. Lo ha detto spesso il anche il nostro (adesso ex) Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e per ultimo leggo nel libro di Marco Ruotolo: l’11 marzo la Administrative Court di Londra nega l’estradizione di Hayle Abdi Badre, cittadino somalo accusato dalla Procura di Firenze di violazione della direttiva europea sui servizi finanziari, non avendo ricevuto adeguate garanzie sul trattamento che il detenuto avrebbe ricevuto nelle nostre carceri. Analoga decisione viene assunta il successivo 17 marzo per un latitante italiano, accusato di associazione mafiosa, sempre in ragione dei rischi di sottoposizione dell’estradato a trattamento inumano e degradante.

Che altro aggiungere? Nulla! Posso solo sorridere perché il sorriso è l’arma migliore per il prigioniero.

 Carmelo Musumeci

 Carcere di Padova, Febbraio 2015

Intervista a Roberta Cossia, Magistrato di Sorveglianza di Milano

Kandisky

Pasquale De Feo ci ha inviato questa interessantissima intervista al Magistrato di Sorveglianza di Milano, Roberta Cossia; un magistrato davvero illuminato. 

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“Io credo che i tempi siano maturi per sollevare la questione dei colloqui intimi”

Ma “all’interno della stessa magistratura ogni eventuale apertura di questo tipo viene vista a volte come un regalo inutile e sovrabbondante, superfluo e addirittura negativo rispetto appunto a questa dimensione afflittiva che invece nel pensiero generale è quella che deve prevalere”.

Raccontano i detenuti che sono in carcere da tanti anni che “non ci sono più magistrati di Sorveglianza di una volta”, del periodo subito dopo la riforma carceraria del 1975, giudici che, come racconta Carmelo Musumeci, “pieni di entusiasmo e passione entravano in carcere, visitavano le sezioni, passeggiavano nei cortili dell’ora d’aria insieme ai prigionieri. E non si fermavano solo a questo, entravano nelle celle, si sedevano sulle brande e spesso bevevano il caffè assieme ai detenuti (in carcere lo fanno buono, l’unica cosa che riesce buona in questi brutti posti)”. Per questo ci ha colpito come la magistrata di Sorveglianza di Milano, Roberta Cossia, ha parlato del suo lavoro. “Un lavoro che è al confine del diritto, un mestiere che ha come obiettivo e come principio base quello di intercettare i profili della personalità dei condannati e di cercare di trovare, nelle maglie della legge, quel trattamento individualizzato di cui parla l’Ordinamento penitenziario, che dovrebbe portare a restituirli alla società come persone migliori (…). Sono magistrato di Sorveglianza ormai da 11 anni e tante volte nel mio ufficio al settimo piano del Palazzo di Giustizia di Milano mi sono sentita sola e impotente, quando si cerca una interpretazione della legge che sia meno penalizzante per i condannati, quando si va a fare un giro per le celle di San Vittore o per il centro Clinico di Opera (…) e ci si sente in grave difetto per non avere fatto niente, per non avere fatto di più”. Abbiamo così deciso di intervistarla sul tema che più ci sta a cuore oggi, quello degli affetti.

-Ristretti Orizzonti ha appena lanciato una campagna per “liberalizzare” le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri famigliari, come già avviene in molti Paesi. Vogliamo partire da qui?

Partiamo da queste vostre proposte sugli affetti delle persone detenute che ho letto e che si collocano in un periodo in cui sembra che ci sia stato un cambio di passo nella gestione che la politica opera dei rapporti con la magistratura e la popolazione carceraria, un cambio di passo che si è visto e si è verificato nei provvedimenti legislativi che sono stati emessi negli ultimi due anni, seppure un po’ confusi. Io, è chiaro che sono favorevole a questo tipo di apertura e prima di me lo sono stati i colleghi, in particolare quelli di Firenze, che già avevano sollevato la questione di incostituzionalità dell’art. 18 comma 11° dell’Ordinamento Penitenziario. Una questione che aveva fatto presente come la disciplina attualmente vigente impedisca al detenuto di mantenere i rapporti affettivi con il coniuge, favorendo il ricorso a pratiche sessuali che sostanzialmente portano uno squilibrio fisico e psicologico e poi di fatto ad impedire dei rapporti regolari con i famigliari, violando così, si era sostenuto, gli articoli 2, 3, 27 della Costituzione, oltre che il diritto alla salute. La questione, per come era stata posta, era stata ritenuta inammissibile dalla Corte Costituzionale, assolutamente ostativi e che di conseguenza hanno il divieto assoluto di accedere a benefici premiali che possano portare a un ricongiungimento con i loro famigliari. Noi al tribunale di Sorveglianza di Milano fino ad oggi non abbiamo portato questa questione con sufficienza forza nelle aule, dove avrebbe dovuto essere portata, diciamo in tutti i dibattiti pubblici, è una questione “nascosta” di cui si parla poco ed ancor meno si discute, un po’ per “pruderie”, un po’ per difficoltà oggi di portare il dibattito su delle questioni che sembrano secondarie. Ma non sono secondarie, non sono affatto secondarie, anzi la questione dell’affettività, della sessualità in condizioni di privazione della libertà personale, per quanto mi riguarda è, invece, una questione che dovrebbe essere vista come centrale. Peraltro, anche l’Europa nelle Regole minime aveva indirizzato i legislatori verso una maggiore apertura sotto questo profilo ma, come per tante altre questioni, non sembra che le direttive europee siano state seguite. Io credo che i tempi siano maturi oggi per sollevare questa questione, anche se il silenzio legislativo fino ad ora è stato totale.

-E’ abbastanza strana la cosa perché in fondo al tema degli affetti dovrebbe essere “più facile” degli altri, nel senso che riguarda persone che non hanno nessuna colpa, come le famiglie, le mogli, le compagne, i figli quindi a noi sembra abbastanza singolare che nel nostro Paese, che mette la famiglia sempre al centro dell’attenzione, si sia così trascurata una questione come questa. Facevamo in questi giorni un conto elementare: che una persona detenuta incontra la famiglia per un totale di tre giorni all’anno, è una cosa mostruosa a pensarci bene. In questi giorni abbiamo letto che l’Algeria è l’ultimo dei paesi arabi che sta introducendo i colloqui intimi, perché tutti gli altri già ce li hanno. Quindi c’è qualcosa di strano in questo, forse anche una scarsa convinzione che parte di chi opera in carcere, e pure del volontario.

Quello che, purtroppo, ad oggi si registra è che prevale sempre la dimensione vendicativa della pena, prevale costantemente nei discorsi che generalmente si sentono, ma non soltanto sui giornali dove si cavalca questo sentimento vendicativo come se fosse quello  che paga maggiormente nelle campagne elettorali, ma un po’ dappertutto. Anche all’interno della stessa magistratura ogni apertura verso condizioni detentive più umane viene vista come un “regalo” fatto a persone che hanno commesso dei crimini e che, di conseguenza, non hanno diritti da rivendicare, ma solo una pena da pagare, un gesto di buonismo da parte dello Stato  ritenuto superfluo e addirittura negativo, a fronte, appunto, di questa idea diffusa della dimensione afflittiva della pena che nel pensiero generale è quella che deve prevalere, questa è la mia idea. Per questo anche quegli asili nido terribili che ho visto all’inizio della mia carriera, quando ho cominciato a lavorare in Sorveglianza, quei lettini in cella che facevano stringere il cuore, non c’è una particolare attenzione sino ad oggi. Di istituti a Custodia Attenuata per detenute con figli a seguito ce ne sono pochi, istituti separati come l’ICAM che c’è a Milano, noi per esempio l’abbiamo avuto per primi in Italia, ma poi l’esperienza non è stata così subito seguita. Questo io credo che dipenda dal fatto che il legislatore comunque preferisce sbandierare la prevalenza della tutela di esigenze di prevenzione sociale, rispetto a quelle di tutela degli affetti e della dimensione famigliare. Eppure questo avviene in un Paese che la famiglia cerca di tutelarla quantomeno sostiene di volerla tutelare, ecco, però non abbastanza da superare l’opinione pubblica che sarebbe contraria ad eventuali aperture sotto questo profilo.

-Noi tra i nostri obiettivi riteniamo che non sia secondaria la questione delle telefonate, su cui c’è, secondo noi, una chiusura un po’ assurda. Dieci minuti alla settimana sono veramente una miseria, in tantissimi Paesi si telefona liberamente, qui da noi spesso, addirittura, in alcune carceri, la telefonata all’avvocato viene conteggiata in quei 10 minuti a settimana consentiti. Chi ha poi un reato del 4 bis prima fascia può fare solo due telefonate, e questo è puramente punitivo, vendicativo, perché poi di fatto se ne fai due, o ne fai quattro, dal punto di vista della sicurezza non c’è nessuna differenza, quindi la logica è solo quella di rispondere al male con una uguale quantità di male.

Infatti: quando ci fu ad esempio la riforma per cui per i detenuti in 41 bis OP ridussero i colloqui da due ad uno, ci fu una levata come di giubilo generale, come se il problema della sicurezza, dei messaggi che potevano passare cambiasse se da due si scendeva a un colloquio, io trovo che sia ridicolo, se ci sono dei problemi di passaggio del messaggio allora anche un colloquio è un problema di sicurezza, uno o due che differenze fa? Questo è il mio punto di vista. E’ chiaro che è soltanto per soddisfare un’esigenza, un desiderio vendicativo, è solo quello, perché dal punto di vista concreto, della tutela delle esigenze della sicurezza sociale, non cambia nulla questo è chiaro. Io sono favorevolissima alla liberazione delle telefonate e penso che sarebbe poi, in un’era telematica come la nostra, assolutamente ovvio. Favorire il mantenimento di punti di riferimento all’esterno, è un aspetto che incide in modo determinante sulla possibilità di un reinserimento proficuo, sensato, mentre il perdere o sfilacciare i rapporti famigliari, per poi ritrovarsi ad essere degli estranei, quello sì che è criminogeno: perdere i punti di riferimento porta, infatti, il condannato a una condizione di disagio e di disadattamento totali, senza che questo aspetto possa essere sostituito con qualcosa di equivalente. Credo che sia fondamentale mantenere dei legami famigliari solidi e soprattutto reali, veri, e solo attraverso la costanza dei rapporti questo è possibile.

-Nelle proposte di legge che ci sono finora c’è anche un aumento consistente dei permessi premio: trenta giorni in più all’anno per stare in famiglia, che cosa ne pensa? E di un uso meno restrittivo dei permessi di necessità?

Io sono favorevolissima. Noi come ufficio di Sorveglianza di Milano abbiamo, già da anni elaborato, una giurisprudenza, rispetto ai permessi di necessità, che abbiamo concesso in molte situazioni ai detenuti di 4 bis, prima fascia, proprio per coltivare gli affetti famigliari, forzando la normativa di cui l’art. 30 OP seconda comma, che si riferisce agli eventi famigliari di particolare gravità, da intendersi come una normativa che deve applicarsi non soltanto agli eventi luttuosi, negativi, ma agli eventi famigliari intesi come eventi famigliari particolari, unici, che possono riguardare la famiglia, che riveste un carattere positivo nella vita della persona. Noi abbiamo ritenuto che la norma dell’articolo 30 OP vada intesa in questo modo, proprio per offrire delle opportunità trattamentali anche a coloro che ne siano esclusi dall’attuale legislazione. Rispetto alla proposta dell’eventuale aumento del numero dei giorni di permesso  per coltivare gli affetti famigliari, sono favorevole, penso che sarebbe ora, appunto, di ripensare veramente tutto l’impianto della legge e di capire quali sono quegli aspetti della vita della persona che il trattamento penitenziario deve cercare di valorizzare. Cioè gli affetti famigliari laddove positivi, appunto, quali elementi di spinta verso un proficuo reinserimento nella società.

-Su questo, sui permessi, sulle misure alternative, forse sarebbe necessario allargare il dibattito perché non sono strumentali così usati come vorremmo, cioè noi vediamo che ci sono situazioni in cui appunto le persone vanno in permesso e anche in misura alternativa, e però ce ne sono tante, ancora troppe, in cui vediamo persone vicinissime al fine pena che sono ancora lì inchiodate ala galera. Forse, pure su questo bisognerebbe aprire un dibattito, anche con i suoi colleghi magistrati di Sorveglianza.

Sì, sicuramente. La magistratura in questo momento è un po’ ingessata, anzi non lo è in questo momento, lo è da un po’. Ma oggi registriamo anche questo cambio di rotta. Vediamo se questo inciderà in qualche modo anche su di noi, sulle paure, su questa  giurisprudenza difensiva che è stata adottata nel tempo. Va detto che siamo in pochi, stritolati tra numeri inaccettabili e anche un po’ isolati culturalmente. Ecco, non c’è una grande diffusione della cultura della rieducazione, ripeto che secondo me a tutt’oggi prevale fortemente l’idea vendicativa della pena, fortemente rispetto a quella rieducativa.

-Forse sì, ma forse si osa anche poco perché, guardi, noi con questo progetto con le scuole, incontriamo veramente migliaia di studenti e a volte anche i genitori e ci accorgiamo che, se le pene vengono spiegate in modo diverso, se le persone che sono in carcere si raccontano in modo diverso, sviluppano un pensiero critico e una consapevolezza rispetto al reato, questo desiderio di pene vendicative lascia spazio anche ad altre idee. Ma su questa visione cattiva della giustizia ha una responsabilità fortissima la politica, e anche l’affermazione. E secondo noi l’informazione pesa spesso anche sulle decisioni di tanti magistrati.

Né sono sicurissima. Perché io stessa, quando ho avuto in mano delle vicende pesanti, conosciute dai mass media e raccontate come casi emblematici, ho ricevuto delle lettere di minaccia addirittura da parte di semplici cittadini, persone che di fronte ad un permesso premio dato a chi aveva a suo tempo ucciso i genitori, mi scrivevano indignati, sostenendo l’ingiustizia di questa “concessione” fatta a chi non aveva dimostrato, secondo loro, sufficiente resipiscienza. Ma è vero anche che noi, in questi casi, di fronte a questo tipo di decisioni, siamo totalmente isolati, soprattutto culturalmente. E’ una prognosi, che si deve compiere, si fa una scommessa sulla persona, una scommessa che si basa su delle relazioni di Sintesi, delle osservazioni fatte da altre, su dei colloqui, ma non molto di più. E questo è, come dire? Esprimere un giudizio prognostico che può andare in mille modi, non ha dei contorni molto certi e molto definiti. Di fronte, poi, ad una sostanziale non adesione, né da parte della politica, né da parte dell’opinione pubblica e neanche di buona parte della magistratura rispetta a quella del recupero, del reinserimento, rispetto a questa non adesione, la magistratura di Sorveglianza è paralizzata perché di fronte al delitto efferato, commesso con modalità efferate, di grande violenza, l’aprire la porta e consentire di uscire è una responsabilità penale che è nelle mani di una sola persona: di qui la giurisprudenza degli ultimi anni, io credo. Poi ci sono stati dei singoli casi di cronaca che hanno portato di dieci anni il pensiero e di questo noi paghiamo le conseguenze. Chiaro che non abbiamo avuto il coraggio dove ci sarebbe voluto coraggio, nel denunciare queste celle chiuse per esempio, nel dire che dovrebbero essere camere di pernottamento, toccava a noi dire che certi diritti non possono essere compressi. Il diritto alla salute, il diritto alla affettività, toccava  a noi e intendo dire che non c’è stato mai quello spazio per poter esprimersi, però io credo che sia venuto il momento di passare oltre. Vent’anni di dibattito sulla giustizia si sono incentrati sui problemi di una singola persona e sulle sue vicende giudiziarie e tutto ciò che ne era connesso. Oggi è un dibattito superato, per fortuna stiamo parlando d’altro, abbiamo deciso di cambiare passo, io credo che sia elaborare un pensiero. Un pensiero, se posso dire che sia un pensiero globale, che guidi un po’ l’azione del legislatore, che non può agire a caso ma che sia finalizzata ad un’idea, perché è questo il punto: quello che manca, in questa fase storica, è un pensiero globale, un pensiero guida e quindi siamo un po’ in balia degli eventi, dei fatti di cronaca, di ciò che viene considerato un’emergenza e questo comporta una sostanziale precarietà di tutte le conquiste ottenute, come se dipendessero dall’emergenza del momento. Io mi auguro che sia giunta un’epoca nuova, io ne sono convinta, guardo tutte queste novità con molta speranza, dico la verità.

-Senta un’ultima questione che ci ha accennato prima, dei permessi di necessità, su chi ha l’ergastolo ostativo o comunque reati ostativi. Ecco, non le sembra un momento proprio di superare il 4 bis è la legge che impedisce proprio la discrezionalità dei magistrati, là dove ci vorrebbe.

Si, certo. Lo so che la commissione Palazzo aveva elaborato delle proposte in questo senso; io non so se i tempi siano maturi per l’abolizione dell’ergastolo, come io penso che dovrebbe essere in un Paese civile e per rivedere le preclusioni dell’art. 4 bis OP, ormai assolutamente fuori dalla storia. Si tratta, infatti, di preclusioni difficilmente superabili, che limitano in maniera pesantissima la discrezionalità del magistrato di Sorveglianza che, al contrario, è un valore da difendere, in tutti i modi e in tutte le sedi. Io non so se i tempi siano maturi, certo è che anche qui occorre un po’ di coraggio nel fare delle valutazioni caso per caso.

Le vignette di Ivano Ferrari

Ecco altre vignette di Ivano Ferrari.

Ivanofeb

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