Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Arte e cultura… di Pietro Lofaro

alberos

Il “Mosaico italiano” è un supplemento del giornale “Comunità Italiana”, pubblicato in Brasile da Editora Comunità (editore Marco Lucchese) in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Rio de Janeiro. È destinato agli italiani in Brasile ed è realizzato anche con la collaborazione di docenti, specialisti e ricercatori delle università brasiliane. Il numero 146 di questa rivista è stato dedicato alla tematica dei detenuti in rapporto agli studi universitari. Sono stati  raccolti i materiali  emersi nell’ambito di una iniziativa partita dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo “Tor Vergata” di Roma. Iniziativa che aveva, tra i suoi scopi, quello di sostenere e agevolare la formazione universitaria dei detenuti reclusi nel carcere di Rebibbia, in vista di un loro futuro inserimento sociale.

Nella rivista sono presenti soprattutto tanti interventi di detenuti che raccontano le emozioni, le problematiche, le richieste connesse alle dinamiche del percorso universitario. Nel corso di questi mesi ho pubblicato alcuni di questi interventi. E oggi ne pubblico un altro, scritto da Pietro Lofaro.

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Per iniziativa di alcuni detenuti del reparto di alta sicurezza, dal primo luglio del 2015 è stato attivato in questo istituto (CC di Rebibbia) un laboratorio di pittura; il progetto è nato, oltre che con l’intento di mettere in pratica una passione comune, con la finalità di raccogliere fondi da devolvere in beneficienza e autofinanziarsi.

Fin da subito, il laboratorio ha riscosso un discreto interesse da parte della Direzione e ci è stato affiancato un educatore che, insieme a noi, ha seguito i progressi e ci ha supportato nelle fasi evolutive. Parlo non a caso di fasi evolutive. Il carcere, come la maggior parte della nostra società esterna, è formato da persone di diverse estrazioni sociali, culturali e regionali. Il laboratorio ci ha spronato a mettere a disposizione l’uno dell’altro le proprie conoscenze, i propri vissuti e a trasformarli nel tempo in disegni su tela. Attraverso la biblioteca di reparto ci siamo documentati sugli artisti, i generi, l’uso dei colori. Chi di noi aveva già una conoscenza sulla pittura e le tecniche pittoriche l’ha condivisa con il resto del gruppo e gli stessi che hanno messo a disposizione il loro bagaglio artistico, ne hanno beneficiato. E’ nato uno splendido processo creativo.

La difficoltà a reperire materiali, immagini nuove, colori, ci ha quasi obbligato a sperimentare, a ricercare modi diversi di dipingere e presentare una tela così come la si conosce. E’ stata proprio la condivisione a permettere tutto questo. L’arte è uno strumento di aggregazione, di conoscenza dell’altro, che non può restare confinata all’interno di quattro mura, ma va condivisa, per permettere di rigenerarsi continuare a creare. A tale scopo, a dicembre 2015, abbiamo avuto il piacere di organizzare la nostra prima mostra, nello stesso laboratorio che fino ad ora ci ha permesso di portare avanti questo progetto. La mostra è stata allestita nel nostro reparto non a caso. Era giusto che le persone che ci hanno appoggiato e seguito fino a quel momento, fossero i primi ad aver contezza dei risultati raggiunti. Volevamo condividerlo con chi, come la Direzione, la sorveglianza, l’educatrice, ha investito in noi, dedicando tempo e trovando spazi adatti ai nostri obiettivi. Poi i volontari, i professori, gli stessi detenuti, nostri compagni, che tutti i giorni hanno seguito, anche se da spettatori, i nostri progressi.

A questo punto mi chiedo: se un semplice laboratorio di pittura e tutta la cultura artistica, che di conseguenza si è venuta a creare attorno ad esso, è stata capace di avvicinare e far collaborare nei limiti del possibile detenuti e sorveglianti, operatori e volontari, perché non condividerlo? Non renderlo pubblico? In carcere, per cause che non dipendono sempre dalla nostra volontà, ma dalle burocrazie e dalla necessità, è tutto molto labile, effimero. La cultura creata può trasformarsi in cultura persa. Perché perdere l’occasione di testimoniare come, all’interno di un carcere, nuovi modi di investire il tempo e gli spazi, possano diventare, perché no, una fucina per artisti? E quanto possa essere pedagogico tutto questo?

A parer mio, l’immaginario collettivo ha un’idea incompleta e forse fuorviante del carcere. A causa del limitato accesso e della poca conoscenza di luoghi come questo, si creano degli stereotipi non sempre realistici.

Attraverso la condivisione di cultura, e in questo caso specifico, di cultura artistica, penso sia possibile abbattere alcuni chiché che si allontanano. L’arte è un processo creativo, che in carcere permette a noi di avere un’altra visione del mondo e a voi di farvi un’altra idea di noi, di come la cultura agisca e sia necessaria, forse maggiormente all’interno di realtà come queste.

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2 pensieri su “Arte e cultura… di Pietro Lofaro

  1. Alessandra Lucini in ha detto:

    Bella lettera che illustra bene ciò che è il carcere e ciò che dovrebbe essere.

  2. Salve, sono una pittrice, ho fatto recentemente una mostra di quadri dal titolo “I colori del silenzio”, nei quadri che vi ho esposto ho voluto rappresentare non solo il silenzio dei luoghi, ma anche il silenzio degli uomini difronte a determinate situazioni.
    Avendo letto qualcosa in questo blog, sono stata ispirata per un quadro che ho titolato “Nessuno è colpevole per sempre”. L’ho esposto nella mostra in un pannello che aveva in alto la scritta “Le Urla dal Silenzio”, e poi, sotto il quadro, ho inserito questa didascalia:
    “Le Urla dal Silenzio” è un libro collettivo, in esso sono raccolti i testi migliori tra quelli che gli ergastolani ostativi hanno pubblicato sul loro blog per dare voce alla loro condizione di “morti vivi”.

    Vedo che da qui non poso mandare la foto del quadro, se mi date un indirizzo mail ve la invio.

    Saluti
    Lucia

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