Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Lettera di Giovanni Zito

arios

Il nostro Giovanni Zito, detenuto a Padova, mi ha inviato una sua lettera che venne pubblicata sulla rivista “Mai dire mai” nel novembre 2015. Aveva piacerea che fosse inserita ne Le Urla dal Silenzio.

E lo faccio con piacere.

Anche perchè è una lettera davvero importante. Una lettera dove Giovanni ricostruisce, per grandi linee, il suo percorso carcerario.

Una lettera con importanti passaggi come questo:

cosa c’entra tutto questo trattamento con il nostro Ordinamento Penitenziario? Cosa c’entra con l’art. 27 della nostra Costituzione? Cosa c’entra limitare i colloqui con le nostre famiglie con il vetro blindato che ci divide? Cosa c’entra il non poter cucinare un piatto di pasta con la sicurezza del carcere? Perché si deve limitare il vestiario e far morire di freddo i detenuti? Cosa c’entra questo con la sicurezza? E perché limitare le telefonate visto e consierato che in questo regime si è sempre e costantemente sotto controllo?”

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1 novembre 2015

Eccomi amici carissimi,

finalmente ritornate in pista. Sono contento perché una voce in più per i detenuti è sempre utile, quindi spero vivamente che il presente scritto vi trovi tutti in salute. Come sapete io mi trovo in questo istituto di Padova da circa tre anni. Dal mio punto di vista è uno dei migliori carceri d’Italia che svolge attività culturali e rieducative. Qui si svolgono: convegni e seminari. E poi c’è l’incontro con gli studenti universitari, momento importante in cui noi detenuti ci possiamo confrontare con la società e questo è un bene prezioso per chi crede in un futuro migliore.

Come sapete, io di carceri ne ho girate un po’ e vi faccio l’elenco dei posti dove sono stato “ospite”. Nel lontano 1996 venni tratto in arresto e condotto presso la casa di reclusione di Augusta. Nel 1997 mi trasferiscono nel nuovo carcere di Floridia, in Contrada Cavadonna (Siracura). Qui mi venne applicato  il così detto regime speciale del 41 bis. Da qui in poi inizia per me un calvario senza tempo. Finisco nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara, dove iniziano le angherie e sono privato del poco vestiario e di tutto il resto. Dopo un paio di mesi un avviso di comparizione richiede la mia presenza presso il Tribunale di Catania. Quindi, zaino sulla spalla e via per Catania. Udienza rinviata e quindi attesa per una nuova traduzione. Destinazione Viterbo. Il carcere non è male, ma il regime di cui facevo parte sì. Subivo ogni tipo di persecuzione, tutti i giorni. La censura della corrispondenza senza sosta, non era una tortura fisica ma più che altro psicologica. Lotte continue con i GOM (Gruppo Operativo Mobile), il corpo speciale che comanda nelle sezioni a 41 bis.

Iniziano scioperi della fame. Faccio presente al processo in videoconferenza le mie condizioni di trattamento e di non vita. Il Presidente della Corte ascolta con molta attenzione la mia dichiarazione spontanea, ma non può entrare nel merito. Chissà per quale motivo? Dopo circa quattro anni vengo di nuovo trasferito. E’ la volta di Novara. Stesse rigidità, ma con più vigore. Liti e nostre proteste per l’ingiusto trattamento. Chiedo udienza con il Magistrato di Sorveglianza e, finalmente, dopo mesi di attesa, vengo convocato; espongo i fatti e i continui trattamenti disumani di cui sono oggetto. Nessuna risposta e vengo di nuovo trasferito. Questa volta mi spetta L’Aquila: freddo da cani, credetemi. Chiedo di avere dei giubbini imbottiti perché il freddo mi stava uccidendo. Niente da fare. Pensate che la neve era alta più di un metro nei passeggi e, per cercare di sentire un po’ di calore addosso, cercavo di correre. Le mie continue lamentele per il freddo fanno sì che vengo ancora una voltra trasferito. La nuova tappa è Cuneo. Anche lì non si scherza per il freddo, anche d’estate è necessaria la coperta. Stesse privazioni, le stesse facce di sempre, perché alla fine quelli eravamo nei circuiti, più o meno.

Faccio un nuovo ricorso per impugnare il nuovo decreto che doveva riconfermarmi o togliermi il 41 bis e, finalmente, la mia richiesta viene valutata con più attenzione, anche perché l’ergastolo lo avevo alle spalle. Il Magistrato di Sorveglianza mi revoca il regime ex art. 41 bis. Era l’anno 2006. Ora io dico: cosa c’entra tutto questo trattamento con il nostro Ordinamento Penitenziario? Cosa c’entra con l’art. 27 della nostra Costituzione? Cosa c’entra limitare i colloqui con le nostre famiglie con il vetro blindato che ci divide? Cosa c’entra il non poter cucinare un piatto di pasta con la sicurezza del carcere? Perché si deve limitare il vestiario e far morire di freddo i detenuti? Cosa c’entra questo con la sicurezza? E perché limitare le telefonate visto e consierato che in questo regime si è sempre e costantemente sotto controllo? La nostra Costituzione parla chiaro, epure violano ciò che hanno scritto, con la scusa di una sicurezza e di leggi emergenziali che durano però da 23 anni e quindi sono diventate prassi ordinaria!

Nel novembre 2006 esco dal regime ex art. 41 bis e vengo inserito in un altro regime, quello dell’AS1 e sono mandato a Voghera. La mia vita carceraria cambia da subito. Riesco a telefonare a casa mia più spesso, posso finalmente cucinarmi e farmi il caffé quando ne ho voglia, posso avere i vestiti più pesanti per non morire di freddo. Frequento la scuola e mi prendo la terza media tra il 2007 e il 2008, promosso a pieni voti. Finalmente, dopo anni che non vedevo la mia famiglia, riesco a fare qualche colloquio. Posso andare anche a messa ogni settimana.

La vita sembra migliorare anno dopo anno. Ma le cose non vanno mai come dovrebbero, perché non vogliono che i detenuti siano reinseriti. Così, dopo quasi 4 anni di Voghera, sono tradotto ancora una volta: destinazione la casa di reclusione di Carinola (CE). Altri due anni in questo istituto e poi veniamo mandati via tutti dalla nostra sezione perché viene chiusa e il carcere declassato.

Ed eccomi arrivare a Padova, dopo tanto girovagare da Sud a Nord. Fin da subito vengo inserito presso la sede del giornale “Ristretti Orizzonti”. La nostra coordinatrice Ornella Favero è una donna eccezionale e di elevata personalità e porta il deteenuto a confronto con la società, ad un sano confronto con il mondo esterno, affrontando argomenti delicati come quelli dei regimi speciali. Ora sto frequentando la scuola superiore, il secondo anno di ragioneria e sto cercando di essere declassificato dal regime AS1, un’impresa ardua perchè al Ministero non vogliono che avvenga un miglioramento dei detenuti.

Spero  di non essere di nuovo trasferito in un istituto non idoneo alla mia persona e di poter continuare a svolgere il mio impegno scolastico e di membro effettivo della redazione di “Ristretti Orizzonti”. Oggi i carceri devono voltare pagina se vogliono un riscontro positivo dei detenuti. Le restrizioni non portano nessun miglioramento. Ci vuole la media sicurezza ed un carcere che faccia cambiare il punto di vista. Un malato va curato e non abbandonato al proprio destino. Si cambia solo se si hanno le possibilità per un riscatto giusto e una vita migliore. Spero in un futuro migliore, senza più ergastolani che devono patire le pene del fine pena mai. Ecco io vorrei vivere per dimostrare che il mio passato non sia la mia condanna definitiva.

Giovanni Zito

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Un pensiero su “Lettera di Giovanni Zito

  1. Alessandra Lucini in ha detto:

    Ti auguro davvero di poter esaudire i tuoi desideri

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