Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

La cultura educativa e l’assenza di relazioni umane tra il reo e il suo educatore… di Filippo Rigano

artes

Questo brano di Filippo Rigano -detenuto a Rebibbia e studioso di diritto- è incentrato sulla “problematicità” di un rapporto tanto delicato quale è quello che investe la relazione tra il detenuto e l’educatore.

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Sono entrato in carcere senza istruzione. A un certo punto ho sentito la necessità di studiare.

Gli studi di giurisprudenza mi hanno insegnato il valore del diritto e l’importanza del rispetto delle regole sociali che tengono unita la società. Studiando ho potuto apprezzare la necessità del rispetto verso gli altri, così ponendomi in un’ottica culturale del tutto nuova, riuscendo persino a cambiare il mio carattere e a credere ancora nel futuro le cui prospettive future di realizzazione della mia persona sono certamente più difficili da realizzarsi, ma è mia convinzione che esse mi daranno maggiore soddisfazione.

La Cultura è quell’insieme che include il sapere, la conoscenza, l’arte per trasmettere emozioni e dota l’individuo di una morale nuova. Quello che ho appreso tramite la cultura e che ho avuto modo di approfondire in carcere grazie ai professori universitari e alle persone che hanno creduto utile portare l’università in carcere, così permettendoci di studiare e di formarci culturalmente, ha permesso di sviluppare le capacità mentali di ognuno di noi aiutandoci a mettere giudizio nelle cose da dire e in quelle che si fanno per l’oggi e per il domani. E questo investe un aspetto importante, specialmente in questi luoghi dove molto spesso la cultura scolastica e quella etica sono poco conosciute e praticate.

Guardandomi attorno, mi sono reso conto che mancava qualcosa. E me ne sono accorto partendo dalla mia condizione attuale di studente del diritto e di condannato. E’ ovvio che lo studio da solo diverrebbe poca cosa senza l’aiuto degli altri. Per la persona condannata un aiuto fondamentale può venirgli dall’educatore. La nostra Costituzione, all’art. 27 terzo comma recita così: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, rieducazione, quindi, come sinonimo di socializzazione, facendo capire la funzione che l’educatore carcerario deve svolgere. Nello specifico di questa funzione e dal mio punto di vista ho notato un’evidente carenza della cultura educativa in carcere, dovuta all’assenza di relazioni umane tra l’area educativa e i detenuti. Con questa affermazione non sto dicendo che gli educatori non svolgono il loro dovere, ma che lo svolgono quantomeno in parte. Lavorare in ufficio tra le carte è utile quanto necessario, ma non basta. Serve l’incontro tra persone. O meglio, io dico che è obbligatorio l’incontro tra la cultura dell’educatore e la mia nuova cultura che va formandosi in me e negli altri studenti. Da questo ne discende che occorrono i colloqui conoscitivi tra il detenuto e il suo educatore e dopo essersi  conosciuti si fa il passo successivo che consiste nel tentare di individuare le capacità del soggetto  al fine di stimolarle e altro fine sarebbe poi quello di concretizzarle tramite il graduale reinserimento nella società libera.

Infatti, la figura dell’educatore è anche in grado di svolgere funzione di tramite con il Magistrato di Sorveglianza. L’educatore per ovvie ragioni è colui che conosce per primo il soggetto detenuto ed è su questa conoscenza che fonderà le sue convinzioni per redigere il documento di sintesi trattamentale. La sintesi di cui vi parlo non è un pezzo di carta, giacché ha un elevato valore culturale e identificativo di me medesimo, come di tutti coloro che si sottopongono al trattamento previsto dalla legge penitenziaria.

Il diritto è quella scienza che studia e riconosce le condotte lecite differenziandole dalle illecite. A furia di confrontarmi con questo mondo del sapere è nata in me questa domanda: se si è in grado di riconoscere il legale dall’illegale, la condotta deviata da quella socialmente accettata, come mai poi per molti di noi a un certo punto accade che si ignori ciò che facciamo anche quando questo fare è culturalmente acettabile socialmente ed è rispettoso sotto il profilo giuridico legale? Forse esiste un volere, al quale io fatico a credere, che ha interesse a lasciare sul reo il marchio che lo ha contrassegnato come elemento criminale, quindi pericoloso per sempre? Ecco allora il valore dell’incontro tra me e il mio educatore al quale io mi appello perché solo incontrandosi e colloquiando si potranno stabilire le differenze tra il passato e il presente come sono stato capace di fare con me grazie allo studio del diritto.

Un’ultima cosa. Tutti sappiamo che il diritto si serve del tempo per dare certezza ai suoi atti. Su di me di tempo ne è passato. E’ da 23 anni  che sconto la mia pena e se mi domandassi quali certezze ha aggiunto il mio educatore riguardo al mio percorso culturale ed umano, non troverei alcuna risposta pur essendo che di tempo ne è passato anche troppo. E questo perché su di me, come per molti di noi, l’educatore di atti certificati non ne ha prodotti.

Roma Rebibbia

Filippo Rigano

 

 

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Un pensiero su “La cultura educativa e l’assenza di relazioni umane tra il reo e il suo educatore… di Filippo Rigano

  1. Alessandra Lucini in ha detto:

    Purtroppo è come dici e capisco che in questo modo un rapporto non si potrà mai verificare, è una figura che dovrebbe poter fare di più ma soprattutto ascoltare le persone che si trovano ristrette, a parte che posso dire di avere conosciuto degli educatori molto umani e disponibili ma che dicono di non avere il tempo per l’ascolto approfondito, credo che la carenza di personale sia il motivo ma dico che questa carenza dovrebbe essere migliorata.

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