Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Cultura e trasformazione del Sé… di Angelo Maurizio Moscato

alberos

Il “Mosaico italiano” è un supplemento del giornale “Comunità Italiana”, pubblicato in Brasile da Editora Comunità (editore Marco Lucchese) in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Rio de Janeiro. È destinato agli italiani in Brasile ed è realizzato anche con la collaborazione di docenti, specialisti e ricercatori delle università brasiliane. Il numero 146 di questa rivista era stato dedicato alla tematica dei detenuti in rapporto agli studi universitari. Vengono raccolti i materiali che sono emersi nell’ambito di una iniziativa partita dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo “Tor Vergata” di Roma. Iniziativa che aveva, tra i suoi scopi, quello di sostenere e agevolare la formazione universitaria dei detenuti reclusi nel carcere di Rebibbia, in vista di un loro futuro inserimento sociale.

Nella rivista erano presenti soprattutto tanti interventi di detenuti che raccontano le emozioni, le problematiche, le richieste connesse alle dinamiche del percorso universitario.

Pubblico oggi uno dei materiali presenti in quel numero del Mosaico. L’autore è Angelo Maria Moscato. Sono degli stralci del suo intervento, rivisti da Serena Cataldo.

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(…) Sono stato arrestato a vent’anni e avevo come titolo di studio la terza media. In questi lunghi anni di caercere ho ritenuto importante intraprendere di nuovo il percorso di studio, ma, a differenza dell’età giovanile, questa volta è stato un percorso fatto con impegno, al quale ho dato il giusto valore.

La cultura è fondamentale nella vita, ti permette di confrontarti in modo migliore, perché ti arrichisce di conoscenze. La spiegazione che io posso dare del mio percorso di studio e a teatro è che esso è stato un percorso fondamentale per la mia crescita non solo culturale, ma soprattutto umana.

Posso dire che il confronto con i professori  è stata una esperienza umana significativa, non solo per noi, ma anche per loro, perché, lo si deve ammettere, sono davvero poche le persone che non hanno tanti pregiudizi sui detenuti, oppure hanno una immagine diversa da quella che è la realtà.

Il problema è che non c’è un’eco forte da poter diffondere nella società  e quindi rimane questo stereotipo del detenuto super pericoloso che sia impossibile quasi  il suo reinserimento nella società.

Voi professori, e anche voi che oggi siete qui, questo potete farlo: diffondere la voce che in carcere ci sono persone con le quali è possibile fare investimenti con risultati importanti, prova ne è il risultato del progetto universitario ancora in corso che, dall’impegno di tutti quelli che ci hanno creduto, è andato oltre ogni pregiudizio. Come sono andati oltre ogni pregiudizio i risultati della nostra attività teatrale.

Mi voglio soffermare su una concezione di tipo istituzionale (educazione-pedagogia) che vede la cultura come strumento di formazione di base. L’educazione è basata fortemente sulla cultura di un popolo e può portare a delle regole molto diverse o addirittura opposte man mano che due culture si allontanano nello spazio e nel tempo. L’educazione alla teatralità si pone l’obiettivo sia di educare le persone tramite e attraverso le arti espressive, sia di educarle alle arti espressive, sviluppando la creatività e l’espressività di ciascuno (io, per esempio, posso dire che il teatro mi è servito a superare quelle barriere psicologiche che mi ero erroneamente creato).

Infatti oggi sono qui a parlare con voi, su un palco, venti, dieci anni fa non l’avrei mai fatto.

La pedagogia è la scienza umana che studia l’educazione e la formazione dell’uomo nella sua interezza, ovvero lo studio dell’uomo nel suo intero ciclico segno di vita.

Insieme alle altre scienze umane, si rivolge dunqueai contesti formali (scuole, accademie, università), non formali (famiglia, amici) e informali (AS calcistiche, Club) dove avviene il processo di “trasformatività” proprio della pedagogia stessa.

La parte più matura della società sa che la trasformazione degli individui avviene attraverso la cultura. Io so che non esiste una sola cultura  e so anche che, una certa cultura giuridica, prevedendo pene di forma infinita, rende la trasformazione per me, e anche per molti di noi, fine a se stessa, cioè se cambi, cambi per te. Il diritto a rientrare nella società ti è impdito, così io resto nella mia prigione e voi nella vostra.

Nel momoento in cui ti ritrovi a vivere una situazione così grave da affontare subentrano per forza maggiore delle riflessioni, delle osservazioni e cerchi il modo migliore per superare questo lungo e tortuoso viaggio, che potrebbe essere pure infinito, lo metti incontro facendo una analisi razionale. Allora inizi il viaggio e cerchi di ricostruire la tua vita e questo ritengo sia doveroso farlo, soprattutto per te stesso.

(…) Nel tempo si cambia. E’ un dato scientifico che tanti emeriti in materia hanno sostenuto e confermato.

Non mi spiego, o meglio non riesco a capire perché quanto sostenuto  e confermato dalla scienza in merito al cambiamento comportamentale e dell’agire umano non venga accettato e riconosciuto possibile anche per una persona condannata all’ergastolo ostativo.

Molti insigni esperti in materia sostengono scientificamente che l’essere umano cambia (…)

Nella Social Cognition il Sé è considerato come una struttura di conoscenza. La concezione del Sé  si realizza nell’esperienza, come qualsiasi altro aspetto della conoscenza, attraverso l’elaborazione dell’informazione e gli altri processi cognitivi. Questa rappresentazione mentale di sé funziona come capacità di guidare e di coordinare i diversi aspetti dell’esperienza e del comportamento.

La trasformazione dell’essere umano esiste e lo sostengo con forza, ma non possiamo accetare che questa ci venga riconosciuta solo quando uno avvia un percorso collaborativo di delazione con la giustizia, che il più delle volte alto non è che una scelta di convenienza. Oggi purtroppo questa pratica di riconoscimento dell’essere è diventato l’unico meccanismo che permette il raggiungimento della libertà. Possiamo, allora, ritenere questo cambiamento autentico?

Infatti, una certa cultura giuridica ha trasformato il comune senso delle azioni umane favorendo con la garanzia dei benefici il reinserimento nella società attraverso istituti giuridici che prescindano dal cambiamento del sé (esempio 4 bis attraverso la delazione, 58 ter e l’inesigibilità). Le procedure giuridiche prevalgono quale significatività su quelle pedagogiche. Invero, con queste ultime, andiamo a riconoscere la trasformazione del sé. Al contrario, percorsi di reinserimento, studio, teatro, pittura, lavoro, corsi di formazione, che sono molto più lunghi e faticosi, vengono declassati. La pedagogia, scienza pratica, ci insegna che il percorso di crescita personale continua con il suo divenire a prescindere dal contesto spazio-temporale. Il nostro ordinamento penitenziario accoglie il presupposto pedagogico di osservazione scientifica della personalità  laddove richiede agli operatori in particolare all’educatore la riflessione con il definitivo rispetto alla commissione del reato.

E’  fondamentale il percorso della persona attraverso atti, componimenti e fatti successivi al giudicato penale e questo servirà per uscire da quella che io chiamo la “cultura della stagnazione del proprio pensiero”, anzi del giudizio negativo che mi sono fatto dell’altro.

(…) A questo punto mi permetto di concludere: se è vero che il passato se ne è andato per tutti, è altrettanto vero che conoscere il passato della persona serve per il presente e per progettare il suo futuro. Quello che non dovrebbe succedere è che il passato non influisca sempre e negativamente sulla persona.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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