Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Suicida per ragion di stato… di Salvatore Torre (quarta parte)

carreras

Pubblico oggi la quarta e ultima parte del racconto di Salvatore Torre -detenuto a Saluzzo- “Suicida per ragion di stato”, vincitore della menzione d’onore nell’ambito del premio Goliarda Sapienza. 

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Lei quando fu trasferito a Pianosa?
Dopo essere rimasto sette mesi al carcere dell’Asinara: stranamente qualche giorno dopo aver rivisto mia moglie e mio figlio.

“ Stranamente” ?

Sospettai subito che lo avessero fatto presupponendo che il regime di Pianosa mi avrebbe dato “il colpo di grazia”, spezzato definitivamente ogni mia resistenza.

Aspetti un attimo: ma questo cosa centra con il colloquio?

Vede, quel giorno lasciai mia moglie e mio figlio distrutto dai sensi di colpa e ritengo che l’amministrazione non fosse lasciata sfuggire quella ghiotta occasione- dissi, ritrovando tutta la sofferenza di quel giorno.
Eravamo in due nella sala colloquio: assieme a me, in attesa dei familiari, c’era un oumo multo anziano, immobilizzato nel corpo da una malattia da cui non so dire.

Era li, con il suo volto solcato dalle rughe, lo sguardo rattristato, in cui sfumavano degli occhi incupiti e stanchi. E il corpo caduto era li infossato dentro una carriola dove era stato infilato dalle guardie per dileggio. Ed io pensavo con amarezza quale angustia stesse vivendo in quel momento non potendo ribellarsi alla disabilità e soprattutto al sopruso.
E pensavo a quale sofferenza avrebbe segnato gli occhi dei suoi cari quando lo avrebbero scoperto abbandonato, dentro quella tragica cornice di penosa rassegnazione. Ma anche io, in un certo senso, ero in mobilizzato. Ero li, dritto dietro quel vetro con gli occhi fissi sulla porta dall’altra parte, e aspettavo. Ero li e desideravo aggrapparmi ad ogni istante dei momenti che da li a poco mi avrebbero regato il ricordo di un’altra vita. Ero li che aspettavo mia moglie, immaginando di riempire la memoria dei suoi sguardi delle linee del suo viso, e delle pieghe del suo corpo e di ogni parola che mi avrebbe raccontato poi di lei e di nostro figlio da cui sarebbe tornata dopo essere stata a trovare papà in quel luogo lontano dove lavoro.
Ero li, che aspettavo tutto questo, quando per la mia gioia e allo stesso tempo sconcerto, attraversò per primo quella porta mio figlio. Ma non poteva essere lui! Non doveva essere lui!

“ Papà!!Papà!” Urlò appena mi scorse, e correndo verso di me con quegli occhi animati dalla gioia di rivedermi. avrebbe voluto abbracciarmi, ma lo so che quella lastra di vetro arrivò prima di me. Le sue mani vi si posarono sopra e la senti, era li tangibile sotto alle sue dita, fredda, distante, mentre un velo di disorientata tristezza si disegnava sul suo giovane e bellissimo viso. Non capiva, era ovvio, come poteva.

“Papà… “ mormorò. Incerto, volgendo lo sguardo da una parte all’altra della lastra di vetro e allora vide là in fondo una porta. Scappò la giù e la spinse forte più volte, tentando di aprirla senza riuscirci.

“ Papà, apri! Papa!” lo sentii chiamare, pareva un agnellino che lancia un grido di aiuto.

Sua madre lo raggiunse e provò a quietarlo. “Lasciami! Lasciami voglio andare da papà”

“Perché non mi apri papà?” Esclamò, battendo le mani sul vetro. Io non seppi che fare, restai li paralizzato come quel vecchio sulla carriola con le mani e la fronte abbandonati sul vetro, limitandomi a mormorare il suo nome.

“Papà apri per favore!” – piagnucolò, ancora, prima di rifugiarsi sulle gambe di sua madre e affossare il viso nel petto.
Un’immagine davvero sconsolante…. Un bambino dovrebbe mai vivere simili esperienze- affermò Ilaria.

Quella volta vietai a sua madre di portarlo ancora con sé, fintanto che fossi rimasto in un carcere speciale; poi, due anni dopo smise di venire pure lei- confidai.

Mi dispiace…

No, no….. dopotutto come darle torto.

Quindi, se ho capito bene, secondo lei il suo trasferimento avvenne in quel momento perché la sapevano psicologicamente assai più debole?

Si.

Ma perché condurre un uomo al limite della sopportazione, perché tutta questa violenza, alla fine quale scopo avrebbe dovuto realizzare?

Ogni loro azione tendeva a costringerci a “ collaborare con la giustizia” o, quando male, a contare un altro “ Suicida per ragioni di Stato” – ironizzai amaramente.

Suicida per ragion di Stato?

Dicevamo cosi quel compagno che si uccideva, solitamente stringendo una corda al collo, perché lo Stato, attraverso i suoi funzionari penitenziari, gli aveva tolto la volontà di vivere: insomma, non appena tu stavi ancora a ipotizzare di impiccarti, lo Stato era già là a tirarti giù per le gambe.

Uh, capisco… e lei ci pensò mai?

A uccidermi?

Ilaria annui

Qualche volta- risposi.

Cosa l’aiutò a non farlo? L’ idea di sua moglie? Suo figlio?

No, non proprio…

Mi racconti.

Arrivai a Pianosa quando la dieta dell’Asinara mi aveva spolpato quasi per intero la carne di dosso, pesavo appena sessantadue chili, ma fu sufficiente appena un altro mese di vita a Pianosa perché arrivasse a parlare a tu per tu con la morte.
Morivo di inedia, perché il cibo non solo era poco e scadente, ma per riuscire a inghiottirlo dovevi prima ridurti come una bestia, senza ragione e coscienza, perché in mezzo al vitto vi9 trovavi ogni cosa : gomme da masticare, cicche di sigarette, anche topi morti.

Topi?

Conditi di ottimi sputi- dissi.

Scherza?

No. Dopo aver scatarrato nel pentolone erano pure cosi gentili da chiederti se ne volessi un po’: insomma, ti mettevano davanti a questa scelta: umiliarsi e sopravvivere o resistere e morire e, nel momento in cui sceglievi di sopravvivere, e prima o poi accadeva, allora e solo allora eri pronto a urlare dentro e stesso: “ si, figlio di puttana sputa, sputa di nuovo che mi è piaciuto il sapore!” Solo che io non ero ancora pronto a farlo.

Allora, cosa fece?

Nulla, a parte portarmi a presso la fame e gli strascichi della follia. Le giornate trascorrevano facendo ormai senza di me; mi trascinavo in giro la vita per inerzia, solo perché doveva andare cosi; neppure le guardie avevano più tanto interesse a maltrattarmi, anche perché non badavo più nemmeno ai loro abusi; andavo passivamente alla deriva e loro lo sapevano; aspettavano pazienti che giungessi alla fine di quel viaggio senza ritorno, ero prossimo alla meta.
L’idea della morte non mi era mai stata tanto vicina; non mi era più nemica, ora era un pensiero che mi accarezzava e che mi teneva compagnia; era un’alternativa che mi recava conforto: era li, a dirmi che potevo spegnere quella maledetta luce; e questo fu fino a quando, una mattina non trovai “appeso” alla finestra uno dei miei compagni di cella.
Lui si, aveva legata una corda al collo della sua vita e, adesso era li che penzolava inerme davanti a me. Non mi guardava nemmeno con quegli occhi tirati su, contro il soffitto. Né veniva un solo fiato da quella bocca sgorbiata dall’asfissia.
“ Un pezzo di merda in meno”.
Questa frase mi traversò tutto d’ un tratto la mente. La trapassò con violenza di una lama dentata di un coltellaccio da cucina e squartò ogni mio pensiero.
Non avevo dubbi, no, alcun dubbio: qualcuno di loro trovandolo lassù privo di vita lo avrebbe additato in quel modo. L’avrebbero deriso e umiliato anche da morto, ne ero certo: “ Svegliati! Svegliati! Non permettere loro di farlo!” Gli urlai, allora, mentre il dolore compulsava ossessivo dentro di me: “ Svegliati! Svegliati!” Lo incitai ancora, e ancora, fino a quando qualcuno non mi spintonò fuori dalla cella.

Ilaria non disse nulla, rimase per un momento a guardare lo smalto delle sue unghia.

E’ stata la morte di quell’uomo a salvarla- disse, poi, levando gli occhi per guardarmi.

Io annuii.

Si, per fortuna smisi di accettare l’idea che potessi fare quella fine.

Lei crede che il Governo del nostro paese abbia tollerato colpevolmente questo gioco al massacro?

Solo tollerato? Non fù forse il ministro dell’interno, quello della giustizia e il capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria a ordinare la deportazione di centinaia di detenuti in carceri territorialmente cosi isolati e inaccessibili, a predisporre quel tipo di regime? Non erano loro il governo?-obiettai.

In quel momento un agente entrò nella stanza, indicando che il nostro colloquio era giunto alla fine.

Ilaria ed io ci guardammo semplicemente negli occhi, comunicandoci il rammarico per quel tempo che andava “ più veloce delle parole”.

Grazie- disse lei, mentre le nostre mani rimanevano un momento a stringersi nella promessa di un arrivederci.

Grazie a lei- le risposi, poi la guardai raccogliere le sue cose, alzarsi e andare verso l’uscita, ma si fermò appena prima di infilare la porta. Fece un cenno alla guardia di attendere ancora un momento e tornò verso di me.

E Giuseppe? Lo ha più rivisto?- chiese, ricordando che non tutto le era stato detto.

Scossi la testa.

Ma la sua denuncia…cioè si è spogliato davanti ai Giudici? – insistette

Si, si tolse la maglia subito dopo avere raccontato degli abusi che aveva subito e pregato di non essere riportato in quel carcere: “ O se no sono morto” – aveva detto loro

E?

In effetti Giuseppe ottenne quel poco di attenzione che chiedeva, solo che lui non ebbe nessun guadagno.
Perché… cosa gli accadde?

Ne più ne meno di quanto aveva pronosticato ai giudici: l’indomani mattina, mentre nelle pagine del quotidiano locale era dedicato un trafiletto alla sua “protesta” lui, veniva trovato privo di vita, impiccato alla branda della sua cella.
Un altro suicida per ragioni di Stato… commentò lei, lasciando correre un sospiro, prima di lasciare la stanza.
Un altro suicida per ragiono di Stato – mormorai tornando a guardare l’articolo appeso alla parete, poi, senti dei passi lenti e un po’ affaticati, venire verso l’uscio di casa. Sentii la maniglia cigolare mentre era abbassata e quella leggera corrente d’aria che si trascina dietro la porta che si apre, invadere la stanza. Vidi mia madre, minuta lievemente strizzare gli occhi, per mettere a fuoco la mia persona, in piedi, ferma davanti a lei. Vidi le sue mani coprirle il viso e sentii un lamento salirle in petto.
Oh, figlio… figlio… figlio – ripetè fra i singhiozzi, mentre con il passo incerto della vecchiaia incedeva verso di me e, con la forza del sentimento materno, mi stringeva forte le braccia attorno ai fianchi.

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3 pensieri su “Suicida per ragion di stato… di Salvatore Torre (quarta parte)

  1. Alessandra Lucini in ha detto:

    Terribile tutto questo, terribile il punto di crudeltà a cui può arrivare un essere umano.

  2. Pina in ha detto:

    Mi posso ritenere fortunata, malgrado mi duole tutto questo, di nn appartenere ha questa categoria di malvagi umana, dura, collassata, pietrificata della giustizia infuocata. MOSTRI

  3. beatrice in ha detto:

    Salvatore, mi si spezza il cuore a leggerti nella tua sofferenza e d’istinto … TI VOGLIO BENE!

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