Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Suicida per ragion di stato… di Salvatore Torre (terza parte)

carreras

Oggi pubblico la terza parte del racconto di Salvatore Torre -detenuto a Saluzzo- “Suicida per ragion di stato”, vincitore della menzione d’onore nell’ambito del premio Goliarda Sapienza. 

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GENNAIO 1993

Il deja –vu  è quella sensazione di aver vissuto qualcosa che si presenta a  noi per la prima volta, io invece, lo stesso identico risveglio lo avevo già vissuto in quel messe di agosto. Mi e occhi spalancarono non appena  le orecchie intercettarono e trasmessero al cervello  il rumore minaccioso  degli anfibi  che calpestavano il pavimento nel corridoio.

 “Merda! di nuovo!”  mi arrabbiai, mentre mi tiravo giù dal  letto   e correvo  a  infilare pantaloni, che la sera prima, avevo la sciato sullo sgabello; mentre lo facevo, riflettevo, pero, che questo rumore c’era qualcosa di strano, mi sembrava meno rumore dell’altro. Scoprii di avere ragione qualche istante dopo, quando vidi comparire davanti alla mia cella “ soltanto” se agenti ma erano tutti venuti per me.

“Finisca di vestirsi e ci segua” disse uno di questi, una volta che fu aperta la cella e potè dominare la soglia. Questa gentilezza fu ancora più strana. Fui tentato di domandare dove si andava ma non avrei avuto certo risposta e ,quindi, vi rinunciai.

Mi scortarono fino ad una saletta, non molto lontana dall’ufficio matricola. Qui dopo che fui spogliato mi perquisirono gli abiti e ogni parte del corpo.   Mi dissero di rivestirmi poi lasciandomi solo a tormentarmi tra i dubbi. Cosa cavolo stava succedendo? La risposta mi venne un’ora più tardi, quando, presso di me, vidi arrivare un drappello di carabinieri, con in mano un paio di schiavettoni: mi stavano trasferendo.

Su due piedi? Perche? E le mie cose?

Fui issato su un furgone blindato e chiuso in una delle sue microscopiche celle, che peraltro era anche ceca. Tuttavia l’andatura regolare e monotona del furgone mi indusse a pensare che stessimo viaggiando sopra l’autostrada.

Verso Catania o Palermo? Un’altra domanda che avrebbe trovato, forse, risposta più tardi. Mi appisolai durante il tragitto fino a quando, fattosi diverso, il moto del furgone, mi avvisò che stavamo attraversando un centro abitato: dovevamo essere prossimi alla destinazione e infatti dopo un altro quarto d’ora di strada, il furgone fermò la sua corsa.

Quando il motore fu spento cercai di aprirmi ai rumori che venivano dall’esterno e appena sentiti più di un aereo alzarsi in volo, compresi di trovarmi sulla pista di un aeroporto.  Sarei, dunque, volato via?

Dove?

E ancora perché?

 Pensai a mia moglie   e a mio figlio.

“ Dai dai, mettiamolo giù!” disse qualcuno ad un certo punto. Il portellone del furgone si apri ed io, tenuto da un carabiniere per la catena, fui trascinato per la strada.

Sulla pista vi erano altri furgoni e attorno all’aereo mobile un cordone di militari con il giubbotto antiproiettile e il mitra in mano. Tutto questo per me?

In realtà non era proprio cosi, perché sull’aereo trovai imbarcati un’altra decina, e forse più di detenuti. Fu una magra consolazione sapere, di non essere solo. Fui sospinto in fondo all’aereo e fatto accomodare sopra il sedile accanto al finestrino. Mi sedette vicino un carabiniere che, levatomi gli schiavittoni, infilò una manetta attorno al suo polso, e  l’altra attorno al mio.

Cos’era questa situazione?

Pensando alle voci di radio carcere, dubitai che potesse essere una deportazione verso gli istituti a regime di carcere duro, come quella che nei mesi passati aveva già confinato almeno $== detenuti.

Ma lo era davvero anche questa?

Lo avrei saputo senz’altro più tardi, mi dissi mentre l’aereo prendeva quota conducendomi in un luogo che mi era ancora del tutto ignoto.

L’Asinara ci accolse mostrandosi il suo volto migliore: quello scorbutico e severo dei burocrati dell’ufficio matricola, un poco scocciati per essere costretti ad eseguire, per ognuno di noi, la procedura di schedatura: occhi, capelli, altezza impronte  digitali eccetera.

Prima di farlo suddivisero le celle per quattro: io capitai con due palermitani e un agrigentino. Restammo in quella cella forse mezz’ora e potemmo scambiare qualche parola e ognuna di queste confermava le altre, tese a indicarci un tunnel nero come il nostro futuro.

Un tunnel nero come il nostro futuro…. –   ripetè Ilaria, che sembrava aver abbandonato in parte la sua iniziale diffidenza.

E’ solo una brutta metafora per rappresentare l’inizio di quella terribile esperienza che per me, e molti altri, ha avuto un solo nome: Regime speciale di carcere duro.

E’ stato cosi terrificante??

Distruttivo.

Quanto la Cella Nove? – chiese, suggerendo un elemento di paragone.

Scossi la testa.

La segregazione alla Cella Nove era certamente dolorosa e umiliante, ma per chi ha vissuto il carcere duro nelle isole sarde, era come la polvere su un vestito  rimasto  per troppo tempo  inutilizzato: una rispolverata e torna  come nuovo – dissi, sperando di darle un’idea di cosa fosse quel regime penitenziario.

Uhm, come immagine  non è male, ma ho bisogno che mi dica di più, se lei vuole che comprenda davvero di cosa sta parlando… Immagini che  la Cella Nove  sia per me il male assoluto: allora, mi dica, come faccio a vedere oltre il male assoluto? – mi interrogò.

Ci pensai su un momento.

Magari considerando che il male assoluto della Cella Nove era comunque temporanea e casuale: c’era, ma potevi anche non patirlo, eventualmente lo soffrivi, però poi, quasi sempre tornavi a vivere. Il male assoluto delle isole sarde, invece, oltre a includere quello della Cella Nove, era poi sistematico e collettivo: c’era, non gli sfuggivi e vi sopravvivevi a stento… anzi diversi non riuscirono neppure in questo.

Pensi che dal nostro arrivo all’ Asinara, tra le altre cose, per oltre venticinque giorni non ci fù permesso di comunicare ai nostri familiari dove fossimo stati trasferiti né di avere loro notizie; poi,per tutto quel tempo rimanendo con addosso gli stessi indumenti con i quali eravamo arrivati, potemmo lavarci solo con una saponetta e con l’acqua del rubinetto(per altro salina e sporca).

E i vostri legali?

Facevano quel che potevano: si arrabattavano tra la procura e il carcere dal quale eravamo stati trasferiti, senza riuscire ad ottenere alcune informazioni; del resto, le loro denunce venivano sbrigativamente archiviate e le richieste al D.A.P. , volte a conoscere la nostra destinazione, restavano prive di risposte.

Capisco – disse Ilaria, distraendosi un momento a guardare l’ orologio, come le era già capitato di fare altre volte.

E’ tardi? – chiesi.

No, non proprio, temo solo che il tempo vada più in fretta delle parole, così ogni tanto gli lancio un occhiata sperando di rallentare la sua corsa, di modo che io possa sentire sino in fondo la sua storia.Continui per favore… – disse infine.

Lo fece.

Quel primo giorno e quella nostra prima notte al carcere speciale della Sinara, apparte qualche tono sgarbato,  la luce rimasta sempre accesa e lo spioncino dei blindi che, intorno alle tre, sbatterono di colpo, facendoci sobbalzare dal letto (e questo si sarebbe ripetuto ogni notte), trascorsero relativamente tranquilli. Fummo la per dubitare che radio carcere avesse un pò esagerato, riferendo quali orrendi abusi scrivessero i deportati alle carceri dell’ Asinara e di Pianosa.

Poi però venne l’indomani.

La chiave aprì le nostre celle pressappoco alle 7:30. “ In piedi, forza!” urlò una delle cinque guardie, alti e grossi come armadi, entrati nella nostra, mentre strattonava per la maglia il più anziano dei miei cellanti , costringendolo a sollevarsi dal letto.

“Ti spacco il culo, se ti ripesco a letto! Coglione!” gli urlò sulla faccia spingendogli contro il petto il manganello. Poi si voltò a guardare maligno verso di noi. Io ebbi l’ impulso di dire qualcosa, ma l’ alrto detenuto ansiano, mi fermò lanciandomi un occhiata ammonitrice.

“Tra mezz’ora tutti in cortile, per l’ ora del passeggio. E’ vietato rimanere in cella!” Aggiunse questa guardia, prima di lasciare la nostra cella. Lo sentii poi urlare dentro le altre celle. Alle 8:00 le nostre celle furono di nuovo aperte. Nel corridoio ci aspettava la classica doppia fila di agenti con lo sfollagente in pugno. Mentre la attraversavo di corsa, colpito da qualche manganellata, non sapevo ancora che quella sarebbe stata prassi non solo di ogni mattina ma anche di ogni pomeriggio, alla seconda ora di cortile : due volte al giorno, tutti i giorni.

Tutti i giorni? – chiese allora Ilaria, come  se la possibilità che da quella pratica ne potesse sfuggire qualcuno la potesse consolare.

Sì, tuttavia, gli agenti che calavano il manganello su di noi non erano poi tutti e quelli che lo facevano non davano quell’ impulso tale da menomarti fisicamente, per quanto facessero lo stesso male. In questo caso a frustrarti, più che la violenza in sé era la tensione nervosa di doverla affrontare quotidianamente. Il discordo era invece diverso a Pianosa… Là il regime era spietato, feroce, incredibilmente sadico.

Cioè ?

Tanto per restare in tema, le manganellate “pre-cortile”, non soltanto erano elargite con una forza e una violenza tale da “spezzarti il fiato” , ma anche arricchite da un diversivo di non poco conto: prima di somministrarle, infatti, distribuivano lungo il corridoio, tra le due file di agenti, un liquido che rendeva il pavimento scivoloso, cosicchè tu, nel momento in cui per scampare a qualche randellata ti arrischiavi a correre, finì immediatamente a gambe all’ aria, fracassandoti le ossa. Ovviamente ad allargare la ferita veniva poi la derisione, il ghigno beffardo che ti proponevano mentre ti serbavano queste umiliazioni.

Vi era anche li una Cella Nove?

Altrimenti della “Stanza delle candele”: ogni sera qualcuno di noi era destinato a raggiungerla e a subire qualche cattiveria.

Ogni sera? – chiese Ilaria.

Io annuii.

Erano così puntuali che bastava sentire lo scalpiccio lungo il corridoio per sapere che quella volta sarebbe toccato a qualcun’ altro e tu stai lì a chiederti: “Sarò io?” e quando passavano dritti davanti alla tua cella preferendo qualche altro a te, tiravi un egoistico respiro di sollievo.

Perché “Stanza delle candele”?

La chiamammo così dopo quello che fecero a un vecchio malavitoso vede, quest’ uomo aveva l’ abitudine di pregare e leggere la bibbia per diverse ore al giorno e, siccome i nostri carcerieri erano molto scettici riguardo alla sua devozione, un bel di – bontà loro – pensavano di mettere alla prova la sua fede. Pertanto lo condussero in questa stanza, al centro della quale per l’ occasione avevano predisposto un altarino con attorno una recinzione di candele accese, lo fecero inginocchiare sul pavimento, con una bibbia tra le mani e, frattanto che lo investivano da getti di acqua fredda lo costrinsero a recitare dei salmi- raccontai trovando ancora tristezza per quell’ uomo.

Tutta questa storia è raccapricciante … – mormorò Ilaria, dicendo più a se stessa che a me.

Bè, non per nulla l’Asinara era detto “lo scannatoio”.

Quindi il regime repressivo di Asinara, per quanto terribile, era comunque attenuato rispetto a quello di Pianosa: vi era forse una ragione che lo spieghi? – disse Ilaria.

Immagino che dipendesse dalla circostanza che mentre il direttore, il comandante e gli agenti che comandavano all’Asinara erano adibiti stabilmente presso quell’istituto, coloro che lo facevano a Pianosa venivano sostituiti ogni tre mesi.

E questo perché spiegherebbe la differenza che si diceva prima?

Perché la prolungata convivenza tra agenti e detenuti faceva via via di “umanizzare” il rapporto di contrapposizione tra i due soggetti, rendendo il primo meno oppressivo e violento; nell’altro caso, l’agente non aveva il tempo di “ scoprire” che quei detenuti erano comunque esseri umani con u8n proprio bagaglio di vita: ai suoi occhi erano e restavano degli obiettivi, senza passato né presente, che andavano solo colpiti e distrutti; questo sentimento rendeva quel carceriere privo di ogni pur minimo scrupolo e quindi capace di infliggere anche la più crudele delle sofferenze…

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