Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Il carcere e il processo di antropopoiesi… di Juan Dario Bonetti

kagars

Il “Mosaico italiano” è un supplemento del giornale “Comunità Italiana”, pubblicato in Brasile da Editora Comunità (editore Marco Lucchese) in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Rio de Janeiro. È destinato agli italiani in Brasile ed è realizzato anche con la collaborazione di docenti, specialisti e ricercatori delle università brasiliane.

Il numero 146 di questa rivista è dedicata alla tematica dei detenuti in rapporto agli studi universitari. Vengono raccolti i materiali che sono emersi nell’ambito di una iniziativa partita dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo “Tor Vergata” di Roma. Iniziativa che aveva, tra i suoi scopi, quello di sostenere e agevolare la formazione universitaria dei detenuti reclusi nel carcere di Rebibbia, in vista di un loro futuro inserimento sociale.

Nella rivista sono presenti soprattutto tanti interventi di detenuti che raccontano le emozioni, le problematiche, le richieste connesse alle dinamiche del percorso universitario.

Ho già pubblicato giorni addietro un brano presente nella rivista. Oggi ne pubblico un altro, scritto dal detenuto Juan Dario Bonetti.

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L’uomo è il risultato parziale, è un prodotto precario a cui si giunge per il suo essere costantemente immerso  nell’irraggiungibile tentativo di diventare se stesso.

Ma cosa significa divenire se stesso? Probabilmente la risposta più  convincente sarebbe quella secondo la quale un uomo prima diventa uomo per poter diventare se stesso, cosa che avviene solo quando egli riesce ad assumere, a costruirsi, un’identità rispettosa dei canoni della società di cui si fa parte.

Prima di diventare se stessi bisogna diventare uomini, processo questo di non semplice spiegazione.

Noi potremmo facilmente spiegare il concetto di uomo attraverso una definizione semplicemente “semantico-referenziale”, ma cogliere il senso profondo, arrivare cioè all’intima complessità è quasi impossibile.

Non esiste una spiegazione assoluta che ci permetta di cogliere pienamente il senso del sintagma “essere uomo”.

Il significato di tale sintagma è sempre relativo, perennemente vincolato e determinato dal contesto, in parole semplici è l’effetto di tante concause.

La realtà di tale sintagma è sempre relativo, perennemente vincolato e determinato dal contesto. In parole semplici è l’effetto di tante concause.

La realtà è una struttura complessa costruita da un insieme di sottostrutture e di sottosistemi che ogni uomo, che ognuno di noi, è destinato ad affrontare nel processo di diventare prima uomini e poi se stessi.

Diventiamo uomini, per la finalità di potere vivere ed esistere fra gli altri uomini, con la necessità di riuscire a trovare la orma che contraddistingue la nostra individualità, che plasmi la nostra esistenza. Il processo per diventare se stessi è un viaggio difficile che ci porta ad affrontare la realtà nella sua inospitale durezza, ad attraversare le dimensioni del tempo e dello spazio, e per far ciò è necessario adattare la nostra forma, bisogna che ci lasciamo plasmare dalle forze che regolano il mondo fenomenico.

L’uomo adotta forme per poter camminare nel mondo, assume modelli di umanità che sono il risultato di fattori esterni che esplicano forze riducibili, anche se è una semplificazione estrema, alle forze della natura e alle forze della cultura, laddove il potere condizionante delle seconde è superiore a quello delle prime.

Citando Geertz: “essere umani non significa essere un qualsiasi uomo: vuol dire essere un particolare tipo di uomo… e poi: noi siamo animali incompleti e non finiti che si completano e si perfezionano attraverso  la cultura, attraverso forme di cultura estremamente particolari”.

Diventare uomini, diventare noi stessi significa trovare la nostra essenza attraverso la cultura, significa assumere una forma di umanità dovuta alla ricezione di un modello in grado di permetterci di poter partecipare allo spettacolo della vita.

Divenire uomini per poi diventare se stessi significa assorbire un modello culturale umanizzante, significa lasciarsi plasmare, a volte in maniera volontaria, e a volte involontaria, scegliere aspetti di una forma anziché di un’altra, significa divenire oggetti di un processo di foggiatura, di “antro poiesi”.

L’antropoiesi è un termine tecnico che definisce la costruzione dell’uomo, dell’individuo all’interno della società. Durante tale processo l’uomo si lascia plasmare in ogni sua dimensione.

L’uomo è una struttura complessa costituita da un insieme di sistemi interconnessi: il sistema etico, affettivo, estetico, linguistico, di competenze tecniche e tanti altri ancora che andannoa costituire la base su cui si fonderà la sua identità; in seguito naturalmente ad azioni di identificazione –indirizzazione- in maniera semplice possiamo dire che l’uomo assorbe dalla cultura una serie di segni e significati che lo doteranno di codici e parametri attraverso i quali potrà approcciarsi alla realtà fenomenica e agli altri uomini, l’uomo si costruisce attraverso la cultura e se così non fosse egli rimarrebbe umanamente incompleto.

Purtroppo ogni modello culturale di una società è sempre il frutto di una scelta che implica il rifiuto di altre possibilità culturali, ovvero non esiste un modello culturale perfetto benché ogni società possa credere che il proprio modello lo sia.

Le società attraverso l’antropoiesi sempre costruiranno uomini che si caratterizzeranno per la loro umana incompletezza.

Durante la sua costruzione l’uomo partecipa a tale processo ma non si potrà mai parlare di processo di auto costruzione, evento altamente improbabile, che potrebbe avvenire esclusivamente in una dimensione di pura autarchia.

L’uomo quindi è destinato a vivere il suo processo di costruzione all’interno di una particolare società la quale, per sua natura, non può non reggersi sul modello culturale predefinito.

Ogni società ha una propria cultura ed il suo scheletro è l’intelaiatura su cui essa si regge.

La cultura può essere interpretata come una rete di segni, un insieme di significanti e significati che hanno natura convenzionale, sono cioè frutti di scelte.

Indiscutibilmente “la cultura fa l’uomo”, ma ciò avviene attraverso processi che comportano l’apprendimento, l’incorporazione da parte dell’individuo di quella ragnatela di simboli che chiamiamo cultura.

Ogni società per poter auto perpetuarsi  e funzionare cercherà di imporre il proprio modello sostanziale di cultura attraverso una ampia serie di strumenti e meccanismi a ciò finalizzati.

L’uomo è il risultato finale di questo processo di creazione e il suo sé, la sua identità individuale purtroppo sarà sempre in contrasto con la sua identità di gruppo, egli sarà risultante di due forze in contrasto che sono l’autoidentificazione interna  e la categorizzazione esterna, e questa tensione catapulterà l’individuo all’interno di dinamiche esistenziali  altamente problematiche, perché l’uomo invero non potrà che vivere drammaticamente il contrasto tra la percezione interna di chi si vuole essere o di chi si è e il riscontro esterno di chi gli altri vogliono o pensano che sia.

Ogni individuo tende a diventare uomo per poi diventare se stesso, ma in fondo egli altro non è, o altro non diventa che il prodotto, il tentativo di un prodotto precostituito dovuto al modello culturale di una particolare società.

Non sempre l’essere rispecchi il dover essere, perché sebbene l’uomo nella sua essenza è materia malleabile allo stesso tempo, è materi difficile da lavorare.

In tante occasioni l’uomo diventa “altro” rispetto al modello precostituito di cui la società ha bisogno per la propria auto perpetuazione e per il proprio funzionamento, a volte succede che l’uomo per eccesso o difetto non assorba in maniera perfetta il modello che gli corrisponda e quindi non risponde all’ideal tipo di cui una società ha bisogno per esistere e per continuare ad esistere.

Quando ciò avviene ogni società sviluppa meccanismi predisponendo i mezzi necessari a salvaguardare il proprio funzionamento e a tutelarsi. In parole semplici da quando l’uomo vive in gruppo ha escogitato modi di azione (forse è meglio dire di reazione) nei confronti di chi mette in pericolo il funzionamento e quindi l’esistenza del gruppo stesso.

Questi modi di reazione possiamo individuarli lungo un asse di variazioni che ha, ad un estremo la riparazione e, nell’estremo opposto, la distruzione, passando per un punto medio dell’asse che rappresenta l’allontanamento dell’individuo visto ed interpretato  come un prodotto difettoso, il variare dei modi è direttamente proporzionale alla distanza tra il modello sociale e il modello sviluppato dall’individuo.

Le società moderne, soprattutto quelle “occidentali”, le più complesse forse mai esistite, hanno sviluppato sistemi altamente efficienti per la costruzione dei suoi membri al punto che i “prodotti difettosi” sono o dovrebbero essere soltanto delle eccezioni, ma nel caso in cui questi prodotti si manifestino esse sono preparate ad agire  nei loro confronti attraverso azioni che passano dalla riparazione all’allontanamento e in casi simili alla distruzione.

In realtà anche le società moderne non possono permettersi che l’individuo diverga nei propri modelli culturali oltre un certo grado dal modello culturale che le contraddistingue.

Pensiamo però a cosa succede quando un individuo adotta un modello culturale che produce dei comportamenti divergenti da quelli che una società considera fondamentali per il proprio funzionamento e prendiamo il caso in cui il prodotto difettoso lo per cause biologicamente intrinseche all’individuo, per esempio gli infermi menali i quali oggettivamente non hannocompla per quello che sono. Direbbe Seneca: “Nemo fit fato noceris” (nessuno può essere colpevole del proprio destino), antica massima filosofica che in una società civilizzata come la nostra dovrebbe fungere da principio fondamentale ed ineludibile per la risoluzione delle problematiche legate a tali soggetti.

Concretamente la nostra società, come qualsiasi altra società, agisce nei loro confronti allo stesso modo di quelle considerate le più incivili, perché nei confronti dei prodotti difettosi si agisce sempre alla stessa maniera, si tende a riparare, oppure ad emarginare o a distruggere.

Quindi se la nostra società è capace di agire in questo modo sui suoi membri difettosi “sine culpa”, provate ad immaginare come reagiranno nei confronti di coloro che invece le colpe le hanno.

Che hanno la colpa di avere sviluppato delle identità, delle personalità basate sulla adozione di forme  di umanità, di modelli culturalmente lontani e non corrispondenti al prototipo preselezionato.

Non sempre il processo di antropopoiesi comporta dei risultati soddisfacenti. Non sempre l’uomo diventa tale come la società vuole che sia e le cause sono innumerevoli.

Invero le società difficilmente ammetterà l’inefficienza dei propri meccanismi antropopietici bensì faranno ricadere la colpa della divergenza tra ciò che l’individuo è e come dovrebbe essere, sulla volontà dell’individuo stesso.

Senza entrare in merito alla questione delle colpe che sono intrinseche al sistema e quindi  alla società, ritengo che sia più utile al fine del nostro discorso prendere in considerazione solo il caso in cui l’uomo nel suo processo di diventare se stesso lo fa rifiutando parzialmente o interamene un modello culturale proposto o forse meglio imposto.

L’uomo a volte non è in grado di incorporare un modello che in epoca moderna è diventato sempre più complesso, perché non è semplice strutturare il proprio sé, la propria personalità attraverso quella sempre più inestricabile rete di simboli su cui si fonda la cultura moderna. In parole povere non tutti gli uomini hanno la forza, la capacità di sapere mettere in ordine i principi, i valori, la gerarchia di valori, di avere coscienza del pieno significato e del giusto utilizzo di concetti come “il bene”, “la giustizia”, “il normale”, rapportandoli ad altri valori, come “il bene”, “la giustizia”, “il normale”, rapportandoli ad altri valori, come “l’utile”, “il necessario”.

Inoltre il gruppo sociale non reagisce sull’individuo partendo dall’analisi del suo modello di fondo, bensì agisce sull’individuo partendo dall’analisi del suo modello di fondo, bensì agisce su comportamenti  di tali individui, he altro non sono che una proiezione del modello stesso.

Le condotte che divergono da quelle comunemente accettate all’interno di una società all’interno di una società vengono definite devianze e nello specifico quei comportamenti che per loro natura rientrano nella sfera  giuridico/penale vengono tecnicamente definite devianze criminogene.

Esistono atti, comportamenti da parte di individui che sono talmente disfunzionali, inaccettabili da parte della società che vengono categorizzate come atti criminali e passibili quindi dell’applicazione di particolari meccanismi di reazione affinché questi non si ripetano né da parte di altri membri della società né da parte dello stesso individuo che l’ha commesso.

Ritengo che esista la concreta possibilità che le inclinazioni alla devianza criminogena di determinati individui possano, attraverso il binomio carcere/cultura essere azzerati, determinando in loro un nuovo modo di agire rientrante all’interno di schemi comportamentali socialmente accettabili.

Questo può essere fatto a partire da due premesse: innanzitutto la devianza criminogena va interpretata come risultato finale di un modello culturale “sbagliato” che è l’origine profonda di tale comportamento, nel secondo punto l’uomo dovrebbe essere concepito come un messere la cui essenza è tanto fragile quando la sua forma è quindi mutabile. Sulla stessa premessa la mia base teorica è una sintesi di due teorie classiche della devianza criminogena: “la teoria della subcultura” di Edwein Sutherland e “la teoria della scelta razionale” di David Matza, sono convinto che ogni comportamento deviato dipende certamente da un previo calcolo di convenienza, ma l’atto volontario ha sempre come concausa un modello culturale deficitario, in particolare nella sua dimensione etica. Per quanto riguarda invece la fragilità dell’essenza umana, io ho adottato previamente delle considerazioni sull’uomo proposte da Geretz, perciocché non posso non considerare l’essere umano che “materia” che diventa forma, la cui essenza è determinata dalla forma stessa, forma che altro non è che la cultura appresa, che è transitoria e precaria. L’uomo se messo in determinate condizioni culturali può adattare e mutare la sua forma a esse, trasformandosi in altro, cambiando la sua essenza. Questa serie di “trasformazioni a catena” non sono e non possono essere un processo facile perché il cambiamento della propria forma di umanità, come dimostra l’antropologia, è un’operazione molto dolorosa. Ed  è a questo punto il carcere acquista la sua importanza, la sua ragione di esistere. La nostra società dovrebbe  pensare al carcere non come uno strumento  per l’allontanamento o l’accantonamento dei prodotti umani difettosi, una sorta di discarica di scarti umani, ma il carcere dovrebbe essere interpretato come un viaggio oppure un meccanismo in grado di poter favorire la riparazione dell’individuo attraverso la sua trasformazione, una sorta cioè di rito iniziatico capace di favorire la sostituzione di un modello di umanità e quindi la trasmutazione dell’identità.

Chi conosce bene il carcere sa che innanzitutto è un luogo e un tempo di privazioni e di sofferenza che spinge l’individuo, ogni individuo, sul perché del proprio dolore. Questo avviene in quanto il dolore, quando è costante e profondo, può essere alleviato solo se ad esso gli si attribuisce  un senso, gli si trova un significato. In carcere l’uomo ha il tempo e il modo di scavare in se stesso per capire il perché delle sue scelte sbagliate, per conoscere il proprio universo simbolico che lo ha portato a interpretare la realtà in maniera difforme dagli altri, e se riesce a farlo nel modo giusto, sentirà la necessità di mettere in discussione la propria essenza e capirà che la propria visione del mondo è stata l’origine principale delle sue scelte sbagliate. Questa funzione del carcere benché dolorosissima è molto importante perché permette che avvenga ciò che in antropologia tecnicamente si chiama “desenbodyment” ovvero la distruzione, la frantumazione del modello umano culturale preesistente. L’individuo scegliendo  la propria forma disattiva tutte le sovrastrutture che lo sostengono lasciando il proprio sé, la propria essenza indifesa, l’uomo resta nudo, inerme contro la realtà che lo circonda, non potrebbe vivere a lungo in tali condizioni, infatti, subito dopo inizia in lui un altro processo definito “enbodyment”, tecnicismo che definisce il processo di sostituzione o di ricostruzione antropopietica del nuovo modello di umanità che ricaratterizzerà  l’individuo. Ed è a questo punto che intravedo sia la potenziale efficacia della cultura formale al fine della ristrutturazione dell’identità dell’individuo, sia l’incapacità del carcere di portare a pieno compimento il processo di trasformazione efficacemente avviato nella persona privata di libertà.

In carcere l’uomo conosce il dolore, attraverso il trascorrere del tempo vuoto impara che l’uomo può perdere la sua umanità, egli mette in crisi le sue certezze e costruisce da solo le basi del proprio cambiamento. Ma il cambiamento, la ricostruzione di un nuovo modello di umanità, non è un processo semplice, non garantisce che il cambiamento sia sempre positivo e soprattutto non è un percorso che l’individuo può fare in solitario.

Per troppi anni il carcere è servito soltanto a fungere da deterrente nei confronti di pochi e a favorire un cambiamento  negativo nei confronti di tanti, comunemente il carcere veniva definito e in tanti ancora lo fanno, “l’università del crimine”.

Si entrava in esso con un modello di umanità sbagliato e si usciva con uno ancora peggiore. Ma c’è una causa se questo avveniva e ancora avviene, ed è data dal fatto che qualsiasi essere umano può e non deve essere lasciato da solo durante quella fase antro poietica che lo porterà a rivoluzionare il proprio universo simbolico ad avere nuove prospettive per l’interpretazione  della realtà a dotarsi quindi di una nuova visione del mondo. Durante questa fase importantissima, se lasciato da solo, l’individuo purtroppo cercherà  di accedere agli strumenti, di attingere al materiale che troverà intorno a sé, è consequenziale che se lasciato da solo in un ambiente ostile come il carcere, di per sé culturalmente arido, non potrà che sviluppare dei nuovi codici interpretativi della realtà che lo porteranno a riformularla quasi certamente in un modo ancor più sbagliato del precedente. Per questi motivi ritengo che il carcere possa svolgere la sua funzione rieducativa e determinare il cambiamento dell’identità della persona, ma che possa farlo se, e solo se, agisce in sinergia con la cultura formale. Perché l’indiividuo deve essere messo in contatto con idee, con valori, egli deve essere immerso nella materia elementare, primordiale, sostanzia la struttura che regge quella complessa rete di segni che ci permette la vita del tempo e dello spazio, la ree che noi chiamiamo in senso lato cultura.

Solo così l’individuo a causa del dolore, nonostante la tragica esperienza del carcere, si troverà a poter attingere, a disporre delle unità costituenti elementari della cultura, avrà a disposizione “materiale puro e incontaminato con il quale potrà rifondare il proprio universo semantico e così finalmente sviluppare una nuova visione del mondo.

Detto con parole semplici, l’individuo finalmente avrà gli strumenti per sapere valutare in maniera nuova, giusta e soprattutto autentica la realtà che lo circonda e le proprie azioni.

Concludo dicendo che anche se la cultura rappresenta la strada più sicura verso il traguardo del cambiamento, la stessa da sola non basta perché l’individuo ha bisogno di essere accompagnato  quando crede di essere solo, di essere aiutato quando sente di non farcela, di una guida quando pensa di essersi smarrito, ha bisogno di persone qualificate con cui instaurare rapporti umani qualitativi e non quantitativi, l’individuo ha bisogno di modelli concreti tanto quanto di concetti astratti. La trasformazione di un essere umano sarebbe impossibile se non vi fossero operatori culturali pedagoghi in grado di seguire il compimento del difficile e complesso processo chiamato antropopoiesi. Solo se così concepita la cultura trasformerà concretamente il carcere in una officina di riparazione dell’individuo

 

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