Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Piccole storie… di Gioacchino Mineo

stories

Pubblico oggi un testo doloroso e potente nella sua efficacia di Gioacchino Mineo, detenuto a Voghera.

Un testo che sarebbe utilissimo da leggere per i tanti criticoni che pontificano sui detenuti, senza sapere nulla di quello che loro quotidianamente vivono.

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Luca, Matteo, Marco hanno gli stessi nomi degli evangelisti, ma non sono santi.

Questi vivono alla dieci, alla venti e alla ventuno del terzo piano sinistro.

Sono gli esclusi, gli emarginati, gli scarti della così detta società civile.

In galera devono marcire! Gridano i giustizialisti.

E loro ci invecchieranno in galera!

Sono stati condannati da dieci a quindici anni, in nome del popolo italiano.

Sono giovani, hanno visi da bambini, e fanno tenerezza.

Si atteggiano a duri…ma la loro fragilità è palese.

Non sono mostri.

Sono uomini…e come tali amano, soffrono, gioiscono, e qualche volta piangono.

Hanno storie tristi alle spalle, infanzia rubata, povertà, miseria e solitudine.

Non sono nati e cresciuti ai Parioli, ma in periferie malfamate di grandi città.

Non hanno frequentato scuole private, i loro maestri li avevano sulla strada.

Che misero destino è toccato loro!

Se fossero nati in Brianza o in Valle d’Aosta

forse, oggi sarebbero illustri medici o capitani d’industria.

E invece, la povertà e la miseria dei loro quartieri

li hanno resi scarti della società civile.

Sono le tre del pomeriggio.

Esco dalla cella per andare in doccia, e mi fermo alla dieci,

Luca mi invita ad entrare.

– Ti faccio il caffè, zio?!

Mentre prepara il caffè do uno sguardo alla cella.

Una grande foto di Padre Pio appesa al capezzale del letto porta su uno scritto

“Proteggi la mia famiglia!”

Sul muro di sinistra ci sono attaccate foto di bambini e adulti.

Sulla porta del bagno…un calendario con foto di ragazze seminude, la dice lunga

sulle privazioni che si è costretti a subire.

Il caffè è pronto.

Luca si siede al tavolo di fronte a me, e in silenzio lo sorseggiamo.

Poi si alza, prende una carpetta, e tira fuori una lettera.

Dentro c’è la foto di un bambino e un foglio con uno scritto in stampatello.

Mi mostra le foto e mi dice…

-Guarda com’è bello mio  figlio! Ha cinque anni…e già sa scrivere!

Mi porge il foglio, e a voce alta lo leggo.

– Papà ho imparato a scrivere…ora posso scriverti tutti i giorni…

Ti voglio bene tantissimo…tuo Marco

Ciao papà!

In basso, a destra, c’è disegnato un grande cuore colorato di rosso con la scritta…

TI AMO.

Alzo lo sguardo, e noto due lacrimoni scendere giù dal viso di Luca

Ha gli occhi rossi…li stringe per non fare uscire le lacrime.

Gli do un fazzolettino e con voce roca gli dico…

– Non vergognarti…anch’io mi commuovo quando guardo le foto dei miei figli…

E mi asciugo gli occhi.”-

– Non l’ho visto crescere – mi dice- quando mi hanno arrestato aveva solo sei

mesi…e non lo vedo da un anno.

Mia moglie non ha i soldi per venire a colloquio, sono troppo lontano da casa.

Poi, con un moto di rabbia, inveisce contro le istituzioni.

-Perché non mi hanno lasciato nella mia città? Almeno lì potevo vederlo una

volta la settimana e tenerlo in braccio per un’ora…invece no!…Non gli basta la

galera…devono tenermi pure lontano dagli affetti…

Zio, perché lo fanno?- mi chiede.

Io tentenno, non so dargli una risposta esaustiva, e mi invento mille scuse per

calmarlo.

-Chiedi l’avvicinameto.- gli dico

-L’ho già fatto.- mi risponde – Me l’hanno rigettato due volte. Non so più cosa

dirgli, ho il cuore a pezzi e un nodo che mi stringe la gola.-

Lo saluto e vado via.

Dalla dieci passo alla venti, la stanza è un pò buia.

La luce è spenta, e le tende alla finestra non permettono ai raggi di illuminare

la cella.

Matteo è disteso sul letto, ha gli occhi chiusi, ma non dorme.

Mi sente e mi invita ad entrare.

-Che cos’hai? -gli dico- Stai male?-

-No Gino – mi risponde – fisicamente sto bene, ho soltanto il cuore malato

e la mente confusa…Quel che temevo è accaduto!-

Si alza, prende una lettera e me la porge…-Leggi!- mi dice.

Io mi sento imbarazzato.

-Questa è una lettera di tua moglie…e io non posso leggerla!-

-No Gino -mi ripete- te lo chiedo per favore, tu devi leggerla a voce alta, perché io

ho bisogno di ascoltare le sue parole, e mentre tu leggerai, io immaginerò che sia lei

 a parlare.-

Apro il foglio e incomincio a leggere.

Sono poche righe, brevi e concise… c’è scritto…

-Caro Matteo, mi dispiace scriverti queste parole, lo so, penserai che sono una

vigliacca, ma dirtelo a colloquio sarebbe stato peggio.  Ti lascio…non posso

aspettarti per altri dieci anni. Voglio rifarmi una nuova vita. Ho conosciuto un altro

uomo, e vado a vivere con lui. Scusami…ADDIO!-

Sono confuso…ho il sangue gelato…

Mi chiedo cosa si dice in queste situazioni, e non trovo la risposta.

Pure lui ha le lacrime agli occhi, lo abbraccio, e le uniche parole che mi escono dalla

bocca, sono: -Fatti coraggio… Vedrai che ci ripensa e torna da te.-

-No Gino -mi dice- non la voglio più, l’adoravo come una dea, e adesso per lei

provo soltanto odio! Per favore lasciami solo…ho bisogno di riflettere.

Vado via mezzo rincoglionito, io che in carcere ci vivo da sette anni, capisco cosa

prova questo ragazzo.

Qui c’è bisogno di molto affetto, tonnellate ce ne vogliono!

Una notizia del genere può ucciderti all’istante!

Quando ti viene a mancare l’amore della moglie o delle persone più care sei un

uomo distrutto…non hai più nulla a cui aggrapparti per poter sopportare le pene

del carcere.

Mi passa per la mente un breve pensiero: -E se capitasse a me?

Un brivido freddo mi percorre la schiena, ma trovo subito la risposta…

Mi toglierei la vita!  Non potrei vivere senza mia moglie.

Tutti i mesi aspetto la sua visita come fosse l’unico scopo della mia esistenza.

Sto male, ho bisogno di distogliere la mente da questi pensieri.

Mi fermo alla ventuno, e trovo Marco con un libro di preghiere in mano.

Non voglio disturbarlo, e sto per andare via, ma lui mi chiama e mi fa entrare.

Mi chiede se voglio un caffè, rispondo di no, che l’ho già preso da Luca.

-Tu stavi pregando, non volevo disturbarti!

-Hai fatto bene a venire -mi dice- ho bisogno di parlare con qualcuno, e tu sei la

persona giusta.- Ha gli occhi tristi, forse ha pianto pure lui.

-Cosa c’è che non va?- gli chiedo.

-Mia madre, Gino,…le hanno scoperto un tumore al pancreas, mi ha scritto mia

sorella, e mi ha detto che alla mamma resta poco da vivere.

Oggi è proprio una brutta giornata, penso.

Non ce la faccio a reggere tutte queste disgrazie in un solo giorno.

Mi metto di santa pazienza, e cerco di confortarlo.

-Oggi, molti tumori si possono sconfiggere, conosco casi di gente che con la stessa

 patologia di tua madre si è salvata…non disperare.- gli dico

Lui mi guarda, e con la voce un po’ tremolante, mi dice:-Povera mamma, nella sua

vita ha conosciuto soltanto guai e dolori. Prima la morte di mio padre, quando io e le

mie sorelle eravamo piccoli, poi lo sfruttamento dei datori di lavoro. I soldi che

guadagnava non bastavano mai per sfamare la famiglia. Ancora oggi sogno i pianti

delle mie sorelline per i morsi della fame.

Quando diventai più grandicello cominciai a rubare, e i pochi soldi che riuscivo a

guadagnare li davo a mia madre per comperare il latte alle gemelline.

A otto anni sentivo tutto il peso della famiglia sulle spalle, e mi dicevo che quando

sarei diventato grande avrei fatto ricca mia madre.

E invece, il mio grande sogno svanì quando vennero ad arrestarmi.

Ora sono qua…mamma sta morendo, e io non posso fare nulla per aiutarla, quello

che mi rimane è solo la preghiera. Chiedo aiuto a Dio, a Cristo e ai santi, sperando

che qualcuno mi soccorra.

Agli uomini l’ho già chiesto, e hanno fatto orecchio da mercante.

-Stai sereno – torno a ripetergli – tu hai tanta fede, e credo che qualcuno da lassù

ascolterà le tue preghiere…non disperare…in qualche modo Dio ti aiuterà.

Lascio Marco afflitto dal dolore, e vado in doccia.

L’acqua calda che mi scorre addosso mi aiuta a schiarire la mente.

Mi sento oppresso…e sto soffrendo come un cane alla catena.

Ho bisogno di liberarmi dalle angosce che mi assillano.

Torno in cella senza fermarmi da nessuna altra parte.

Per oggi, non voglio ascoltare nient’altro.

Quello che ho sentito mi rimarrà addosso per molto tempo, e non so quando

riuscirò a smaltirlo…forse mai!

I visi e il dolore di quei ragazzi mi rimarranno impressi nella memoria fino alla fine

dei miei giorni.

LUCA, MATTEO, MARCO

Sono nomi di fantasia, ma le loro storie sono vere.

A VOI, CHE DEL CARCERE NON SAPETE NULLA, DEDICO QUESTO MIO RACCONTO.

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Un pensiero su “Piccole storie… di Gioacchino Mineo

  1. Alessandra Lucini in ha detto:

    Quel dolore tocca il cuore anche a noi, vite distrutte dopo un infanzia che non ha regalato niente …. e si continua a dire, “devono buttare via le chiavi” parole orrende che non sopporto più di sentire.

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