Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Suicida per ragion di stato… di Salvatore Torre (seconda parte)

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Oggi pubblico la seconda parte del racconto di Salvatore Torre -detenuto a Saluzzo- “Suicida per ragion di stato”, vincitore della menzione d’onore nell’ambito del premio Goliarda Sapienza. 

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Il comandante della squadretta un sessantenne dal collo taurino con una folta capigliatura biancastra e un paio di baffoni ben curati era seduto alla scrivania. Di fianco a lui ma in piedi c’erano invece tre energumeni che quando li vidi mi parvero alti il doppio di me.

Appena fui fatto entrare nel suo ufficio il comandante mi scrutò dalla testa ai piedi poi mi fissò negli occhi e allora sul suo volto si disegnò un ghigno che sembrava dire :”Ah, eccoti qua”

D’ altro canto ero pur sempre un irriducibile, uno di quelli che nel giro di pochi mesi si era guadagnato una sfilza di sanzioni punitive, un paio di soggiorni nella “ Cella Nove” e senza ombra di dubbio uno dei primi posti nella lista nera del regime; eppure a parte quelle di agosto di legnate non ne avevo avute altro sospettavo così che questa volta le avrei avute “Una tantum”.

Il comandante si alzò e fece il giro della scrivania e intanto che le tre guardie si stringevano attorno a me, con le gambe divaricate e le mani sui fianchi – che pareva un Mussolini coi capelli e i baffoni – si Venne a parare davanti a me.

“E’ cosi ai detto pezzo di merda a uno dei miei uomini”, incominciò fissandomi fisso negli occhi.

Risposi di no, facendo lampeggiare i suoi occhi in modo sinistro : “ Non ho detto questo ma vaffanculo” – precisai dopo

“Ah” – esclamò lui torcendo lievemente il collo di lato – Gli hai detto vaffanculo – aggiunse annuendo e protendendo le labbra come quando si dà un bacio.

“Si è riferito a mia nipote chiamandola quella cosa” chiarii per quanto lo sapessi inutile.

“ E gli hai detto vaffanculo …

Si.

E allora dillo a me, se hai il coraggio!” – e ruppe quindi spingendomi le dita di una mano dietro la spalla.

Io non fiatai.

“ Dillo a me! Dillo a me ti ho detto!” continuò a urlare ripetendo con le dita lo stesso gesto provocatorio di prima.

Era la per saltarmi addosso assieme ai suoi tre mastini, che nel frattempo si erano chiusi ancora più su di me.

“Allora? Allora?” schiumava dalla bocca il comandante, spingendo il suo viso contro il mio quasi fino a sfiorarmi.

A quel punto parlai :”Comandante lei mi può ferire fisicamente, non moralmente”- mi fidai di dire nonostante le budella annodate dalla tensione.

Immaginavo si incazzasse di brutto quello invece si placò.

“Umh…”- fece soltanto, senza levarmi gli occhi di dosso: “Moralmente…”mormorò mentre tornava a sedere alla scrivania.

Lo guardai distendere là sopra le braccia, posare una mano sopra l’altra, storcare ancora il collo e meditabondo tornare a fissarmi.

“Togli i lacci dalle scarpe” mi ordinò qualche momento dopo.

Cominciai a farlo.

Livacci! –gridò, poi.

Livacci, un brigadiere locale fece immediatamente capolino alla soglia.

“Portalo in isolamento, e fagli fare cinquanta flessioni. Bada che le faccio fare a te, se scopro che hai disubbidito a questi ordini!” lo minacciò.

Livacci si fece minuscolo.

Vai – aggiunse ancora, questa volta rivolto a me facendo cenno con il capo verso la porta.

Mi avviai da quella parte, ma dopo avere fatto qualche passo, la voce del comandante mi chiamò a voltarmi.

“Io sono un uomo in quanto tale so che gli uomini non sono tutti uguali” sentenziò, muovendo l’ indice verso di me.

Quella fù la prima, ma anche ultima volta che lo vidi.

“Però, curioso questo comandante … ma quella frase finale?”- chiese desiderando una spiegazione.

Alzai le spalle.

Credo abbia voluto dire che comunque rispettava chi non si arrende davanti alla minaccia del potere, per quanto, in quel caso, il potere fosse lui – risposi, ripetendole quanto avevo detto quella volta a me stesso.

Le flessioni, le avete fatte, poi?

Si:”Coi vestiti ma falle! Mi pregò LIvacci, terrorizzato più di me.

Ancora la “Cella Nove”?

Non questa volta: là vi era già segregato un ragazzo di nome Giuseppe: uno di quelli che prendeva le botte per tutti.

Un Intemperante?

Annuì.

Vuole parlarmene?

Certo.

Fui chiuso alla cella di rimpetto alla cella 9. Intravidi Giuseppe attraverso lo spioncino aperto del blindo. In quel momento, faceva avanti e indietro per la stanza, cercando di scaldarsi. Sul suo corpo erano visibili le ecchimosi delle percosse.

“Hai una sigaretta? Una sigaretta?”- mi chiese Giuseppe non appena si avvide di me, trascinando le parole a causa della mascella intirizzita sporgendo il naso dalla feritoia.

Gli dissi che non fumavo.

“Da quanto tempo stai lì?” gli chiesi.

“Ora? Due giorni, due” rispose sporgendo un braccio dallo spioncino e mostrando le dita.

“Magari domani ti faranno tornare in sezione” pronosticai sapendo che quel tipo di segregazione non durava, di solito, più di tre giorni.

“Bastardi! Sono bastardi: lo dico al giudice che sono dei Bastardi. Hai acqua? Una bottiglia? Feci cenno di no con la testa.

“Sono stato portato qui direttamente dall’ ufficio del comandante.

Ho sete … bevo questa qua – disse sparendo dentro la stanza.

Lo immaginai mente si piegava a bere dal rubinetto sopra il bagno alla turca. Quell’ acqua non era potabile.

Ricomparve poco dopo.

Hai una sigaretta?- chiese nuovamente avendo di sicuro scordato di averlo già fatto.

Scossi la testa.

“Cosa dicevi dei giudici?”

“Domani… no, dopodomani… dopodomani vado al processo e lo dico al giudice, lo dico al giudice.”

Io sollevai le spalle.

“Fallo pure ma non ti aspettare che succeda chissà che…” commentai pensando solo che fosse una perdita di tempo.

“ Ma io mi spoglio! Mi spoglio! Lo faccio!” si accalorò Giuseppe, facendomi dubitare che fosse preso da una crisi isterica anche perché lui era già nudo, ma fù solo un attimo.

“Ah vuoi dire in aula che ti spoglierai lì?”

“Si, in aula, dove ci sono i giudici.. lo faccio lì dive ci sono i giudici! Gli mostro i segni! Gli dico tutto, tutto!”

“Shh!!” lo zittii io, facendo passare il naso tra l’ indice e il medio, nel nostro gergo mimico indicava la presenza di sbirri.

Giuseppe si ritrasse fulmineamente dallo spioncino, rifugiandosi in fondo alla stanza.

Accetta una caramella?- propose Ilaria, infilando la mano nella borsetta e traendone un pacchetto di Vivident.

Sono gomme: fa lo stesso??- chiese.

Si grazie.

Ilaria lasciò cadere una di quelle gomme sul palmo della mia mano e un’altra la prese per sé, portandosela alla bocca.

La imitai.

Senta, lei poco fa ha parlato delle “Ecchimosi” di Giuseppe: mi spiega come ha fatto a notarle? – chiese quindi, con un tono di voce dubbioso.

Sul momento non colsi il senso di quell’ obbiezione e per un attimo rimasi lì, come preso in contropiede, poi, mi resi conto di avere ancora parlato come se la mia interlocutrice fosse onnisciente.

Oh , mi scusi!- esclamai, sfiorandomi la fronte con la mano- avrei dovuto premettere che Giuseppe era stato fatto spogliare e lasciato nudo.

Nudo?

Si, nel senso più letterale del termine

Quindi il freddo di Giuseppe era dovuto alla nudità?

E alla mancanza in quella stanza di vetri alle finestre e di qualsiasi altra cosa, eccetto di un bagno alla turca pieno di escrementi – aggiunse

Capisco… mi dica ora, perché lo zitti’ non era normale che qualche agente venisse a controllarvi di tanto in tanto?

Bè si, ma a noi detenuti era severamente vietato parlare, tranne quando eravamo nel cortile o nella stessa camera di detenzione.

Vuole dire che incontrandovi, magari nel corridoio, non potevate scambiarvi neppure un saluto?

“Mani dietro la schiena e sguardo fisso al pavimento!” recitai, imitando il tono severo di un agente qualunque.

Quindi, zittendo Giuseppe volle evitare che foste puniti per aver infranto questa regola?

Più che altro, volevo volevo evitare che lui fosse di nuovo maltrattato, perché essendo segregato nella Cella Nove, la punizione sarebbe consistita appunto in altre cattiverie.

Per questo motivo Giuseppe si defilò all’istante?

Si, ma quei nuovi soprusi non riusci comunque a evitarli…

Continui, per favore.

Non vidi molto in realtà a parte tre agenti fermarsi davanti alla Cella Nove e un quarto venire a sbattermi in faccia il blindo e lo spioncino della mia cella.

Non vidi altro, sentii però il rumore di qualche schiaffone, di strattonamenti, il sarcasmo delle ingiurie e persino qualche bestemmia rivolta dagli agenti all’indirizzo di Giuseppe e pure la stizzita lamentosa protesta di quest’ultimo.

“Bastardi! Bastardi!” Si ostinava a ripetere con quella voce disperata dal pianto, mentre subiva quelle umiliazioni.

Furono dieci lunghissimi minuti di frustante attesa per me, che per tutto quel tempo rimasi a scuotere il cancello e a tirare calci contro il blindo intanto che gridavo agli agenti di lasciarlo stare in pace.

Mi calmai solo quando sentii gli agenti allontanarsi e il lamento di Giuseppe farsi a poco a poco più sommesso, fino a sparire nel silenzio che segui a quei momenti.

Rimasi ancora li tuttavia, con le dita delle mani serrate attorno alle sbarre del cancello finche , sfiancato dal senso di impotenza, non mi mossi nella penombra della stanza e raggiunsi la brand; diedi un paio di manate sul materasso nel vano tentativo di spolverarlo e vi sedetti; incrociai le braccia sulle ginocchia e poi attesi che la stanchezza e il sonno mi facessero scordare di quella giornata e anche di dover dormire assieme ai pidocchi.

La chiave giro nella serratura del blindo della mia cella e lo apri. Io schiusi gli occhi: era di nuovo mattina.

 Mi tolsi dal materasso  e raggiunsi il lavandino; sciacquai il viso e lo asciugai con la maglia che avevo addosso.

Giuseppe non avrebbe potuto fare neppure  quello. Pensai: Alzai lo sguardo verso il corridoio e lo spinsi oltre lo spioncino che guardava dentro la sua cella, ma non riuscii a vederlo.

Mi chiesi se avesse dormito, probabilmente rannicchiato sul pavimento, con le braccia strette attorno alle gambe o se, invece, angosciato dall’idea che quelli potessero tornare  e trattarlo male, fosse rimasto sveglio tutta la notte… provai una terribile amarezza e rabbia mentre lo immaginavo li, rintanato in un angolo della stanza, con le spalle contro al muro e gli occhi fissi allo spioncino.

Scorsi Giuseppe più tardi, mentre afferrava la sua porzione di pane e di frutta dalle mani di una guardia. Mi vide subito, poi, in quel momento spinse un braccio oltre la feritoia e lo lascio li un attimo, a mò di saluto. Lo ricambiai con un cenno del capo. La guardia ci guardo in cagnesco, ma non intervenne; dopotutto non avevamo aperto boca.

Dovette passare qualche altra ora, prima che il blindo e il cancello della Cella Nove fossero aperti. Allora il corpo macilento di Giuseppe, si mostrò in tutta la sua disgraziata e nuda interezza.

“Vestiti e torna su” – gli ordinò un agente lanciandogli contro il petto degli indumenti che aveva portato con sé.

Giuseppe sporco, maleodorante, indolenzito e un po’ andato di testa, avrebbe avuto bisogno di almeno un anno per riuscire a rimettersi un attimo in sesto. Invece, gli rimanevano appena una ventina di ore per aggiustarsi un tantino, prima di arrancare  verso il suo destino, verso quell’aula del tribunale in cui difficilmente avrebbe trovato un “ Giudice a Berlino”.

Giuseppe non se lo lasciò dire mezza volta, indossò sbrigativamente quegli abiti e lasciò di fretta quella  Cella Nove, non prima però di  avermi rivolto uno sguardo, pallido come la morte e, infrangendo il silenzio, fatto una promessa: “Domani mi spoglio”.

Fui graziato a mia volta quella sera.

Quando misi piede nella sezione, mi accolse un silenzio ricolmo di sguardi increduli. Dietro ogni cancello, gli altri detenuti stavano diritti e muti. Non era permesso parlare, ma quando avessero avuto il coraggio di farlo, mi avrebbero, di certo, cosi interrogato: “O tu, perché sei già qui è pari non aver preso neppure una legnata?”

Che arcano mistero: forse mi ero spiegato?

Nella mia mente, mandai a fare in culo anche loro.

Quando fui in cella senza neppure svestirmi infilai il necessario per la doccia in un secchiello e diedi una voce alla guardia. Questa, vedendomi con l’accappatoio sopra il braccio,  mosse la chiave che aveva tra le dita come a dire : “ ma dove vorresti andare?”

Dissi soltanto “doccia”.

“Domani” replicò lui, altrettanto succinto, e aveva ragione: era possibile fare la doccia il lunedì e il venerdì e, quel giorno, non era né l’uno né l’altro.

Mi lavai in cella, con l’acqua del rubinetto. Mentre in saponando i capelli, ricordati dei pidocchi ed ebbi una  stizza: “cazzo”, esclamai pensando di dovermi rapare . Mi presi ancora  altro freddo, strigliando il resto del corpo, quando Ma quando fini di farlo , miri tirai  del nel letto e null’ atro importo di sentire  oltre le lusinghe del sonno.

Ilaria fece un sospiro come fosse rimasta  sino a quel momento col fiato sospeso. Doveva essere il sollievo  di quando si pensa che il peggio sia passato. Pero quanta tristezza – aggiunse poi. Vi estato di peggio… Peggio di essere denudati, picchiati e la sciati a gelare una stanza? OH? Molto di più, mi creda. Va bene, mi racconti  

 

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2 pensieri su “Suicida per ragion di stato… di Salvatore Torre (seconda parte)

  1. Pina in ha detto:

    Ho letto con molta attenzione questo inferno, chiamata giustizia.
    Ma ammiro il tuo comportamento, malgrado ci siano svariate ripercussioni provocatorie, ma nn sei stupido, per questo fai bene ha frenare cio’ che pensi, tanto lo sai quello che ti farebbero è che ti fanno.
    I malvaci ci saranno sempre, purtroppo, combatterli, col silenzio del proprio dolore, riservare tutto al momento giusto, li paghi.
    Coraggio Salvatore, la speranza ha un senso” credere ” all’impossibile

  2. Alessandra Lucini in ha detto:

    Racconti terribili e, sapendo che sono cose vere , sali ancora di più l’indignazione

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