Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Suicida per ragion di stato… di Salvatore Torre (prima parte)

carreras

Oggi pubblico la prima parte del racconto di Salvatore Torre -detenuto a Saluzzo- “Suicida per ragion di stato”, vincitore della menzione d’onore nell’ambito del premio Goliarda Sapienza. 

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Il tassista fermò il taxi fermo sulla piazzola del paese e, avuto quanto gli dovevo per la corsa, attese che lo lasciassi libero di andare per la sua strada. Io in verità, esitai qualche istante prima di farlo, giusto il tempo di trarre al petto un sospiro di malinconico stupore. Quando fui sulla strada, con il borsone in mano, una donna anziana mi squadrò per intero con attenzione, senza però  che le riuscisse di conoscermi. Per  vero neppure io riconobbi lei.

Mi avviai verso la scalinata, che rampicava a lungo la parete della collina e salii verso la casa dove abitava mia madre. Faticai un po’, con il borsone, mentre la raggiungevo.

La porta era aperta, ma quella casa era sempre stata aperta. Mi accolse un piccolo salotto, quello di sempre, per quanto rinnovato negli anni e, accanto, il cucinino.

Mia madre era fuori, da qualche parte, assieme ai suoi ottantasette anni di vita: ci separano diciotto anni.

Lasciai cadere il borsone per terra e ruotai gli occhi intorno alla stanza: sulle pareti, ovunque, ritratti di me di quando ero bello e giovane: in mezzo alcune foto di Mario mio figlio e di fianco ben incorniciato, il lungo articolo di giornale scritto da Ilaria, la giovane laureanda venuta a trovarmi in carcere dopo aver letto alcuni miei scritti.

Scritti che ricordavano tra le altre cose, anche di una “ Feroce repressione governativa” attuata all’interno delle carceri italiani. Un tema interessante per Ilaria, che aveva deciso di scrivere la sua tesi di laurea su “ La tortura in carcere” .

Dal nostro colloquio trasse poi spunto anche per scrivere questo articolo che ebbe pubblicato su un giornale locale.

Come lo titolava?

“Suicida per ragion di Stato” – lessi, alzando gli occhi sulla parete, mentre mi rivedevo nella saletta del carcere dove ero detenuto, intento a raccogliere idee ed emozioni, attorno allo stato d’animo che mi aiutava a rispondere alle sue domande.

Senta, lei in uno dei suoi scritti racconta riguardo una “Feroce repressione governativa”  che sarebbe stata messa in atto durante gli anni Novanta all’interno delle carceri italiane: ecco, vuole spiegare meglio a cosa si riferisce? –  esordi Ilaria, dopo i convenevoli di rito.

Io guardai quella giovane donna seduta compostamente di fronte a me, con il taccuino davanti a sé e la penna tra le dita, considerando che a quel tempo forse non era neppure nata, le chiesi cosa avesse letto al riguardo.

Alla reazione brutale, violenta e illegale attuata dallo Stato italiano  contro  i detenuti in seguito alle pur tragiche stragi di Capaci e Via D’Amelio – rispose, francamente.

Falcone e Borsellino- ricordò lei.

Già.

Uhm… incomincio a capire qualcosa, ma esattamente in cosa sarebbe consistita questa “ Reazione brutale” eccetera?

Ha abbastanza tempo a sua disposizione?- scherzai.

Tutto quello che permetteranno di dedicarle- rispose, intanto che io cominciavo a ritrovare ricordi di quegli anni.

Agosto 1992

Quella notte fui svegliato da un rumore insolito;  un rumore cadenzato, strisciante, che pareva venire da lontano per farsi via via, più prossimo e sinistro.

Guardai l’ora: erano le quattro del mattino. Cosa poteva mai essere a quell’ora? Un poco incerto, mi levai sui gomiti infilai le orecchie nel torpore della notte e ascoltai di nuovo, con maggiore attenzione. Allora compresi: era il rumore di anfibi, di decine di anfibi che marciavano veloci lungo il corridoio.

Colto da una premonizione, balzai giù dal letto corsi a prendere una tuta dentro l’armadietto e mi premurai di indossarla; in quel mentre, una chiave ruotò, fragorosamente dentro la toppa di un cancello, liberandolo, una dopo l’altra dalle sue mandate.

Mi venne allora la visione di questo cancello spalancato e di una squadriglia di guardie, in tuta antisommossa, che si buttava impetuosamente oltre lo stesso, invadendo il corridoio, poi una ad una, le nostre celle. E cosi avvenne: le celle furono presto assediate ognuna da tre agenti, e quando, poco dopo, quella stessa chiave permise loro di entrare, furono lesti ad urlare:  In piedi! Faccia contro il muro! Mani incrociate dietro la nuca!”.

“ Le scarpe! “ io esclamai invece, correndo a cercarle sotto al letto e a metterle ai piedi. Lo sapevo, restava solo il tempo di un sospiro perché arrivassero fino a me, in fondo al corridoio; e di fatti, mi trovarono, allora, ancora piegato sopra un ginocchio, indaffarato a legare i lacci delle scarpe. Sarà stata questa posizione, ma quelli presero ad  urlare contro di me ancora più forte, cosi  che quegli ordini mi parvero ancora più ordini.

In piedi, forza! Faccia al muro! Mani incrociate dietro la testa, forza! – recitò un agente appena fu sulla porta della mia cella.

Questo trambusto, durò forse dieci minuti, poi, nella sezione, venne un silenzio di morte; perché, molestato soltanto da qualche sussurro, dal fruscio delle mimetiche e dal respiro degli agenti, sembrava pari una veglia funebre.

Restammo a cuocere dentro quella silenziosa attesa, per una buona mezz’ora, finchè non sentimmo strillare questi altri ordini: ! Fuori dalla cella! Via, nel cortile, forza!”

A queste urla però si accodava uno strano rumore, un certo “ plac- plac- “ e qualche esclamazione di dolore. Mi preoccupai, è veroMa non potei fare altro che aspettare il mio turno che, puntuale, venne.

Fuori dalla cella! – mi urlo una guardia strattonandomi per un braccio sino al corridoio, lungo il quale due fila di agenti con il manganello stretto nel pugno, erano pronti a colpire.

Brutti Bastardi – pensai, intanto che, a testa bassa, gli passavo in mezzo e il  “ plac- plac” dei manganelli suonava anche a me.

Una cinquantina di corpi lamentosi e doloranti perlopiù con il pigiama e le ciabatte o anche scalzi, ci trovammo cosi radunati nel cortile, ma non dicevamo quasi una parola, a parte queste mormorate qua e là… “la squadretta, è arrivata la squadretta.”

La campana della vicina chiesa dovette rintoccare dodici volte prima che ci fosse permesso di tornare nelle nostre celle e quando fummo li restammo a bocca aperta: sembrava essere passato un tornado, tanto erano state messe a soqquadro.

Fu cosi che il Gruppo Operativo Mobile, il corpo speciale della polizia penitenziaria, in gergo chiamata “Squadretta” si presento a noi quella mattina- raccontai.

E voi non denunciaste questi abusi? Non vi rivolgeste alle autorità perché i vostri diritti fossero tutelati? – chiese Ilaria.

Eccome se non lo facemmo, ma ne ottenemmo in cambio solo altri guai.

-In che senso?

La “ squadretta” godeva di immunità su tutta la loro linea operativa, pertanto nel momento in cui un detenuto riusciva in qualche modo a rendere note gli abusi e le violenze subite, anziché allentare la tensione, reagiva mettendo in atto delle ritorsioni ancora peggiori.

  • Che genere di ritorsioni?
  • Bè, ad esempio la segregazione alla  “ cella nove” del reparto di isolamento, di norma riservata agli  intemperanti…”
  • Intempe… cosa?

Eh? Si certo, mi perdoni, lei non può saperlo: gli “Intemperanti” erano uno dei quattro gruppi di detenuti che si erano andati delineando in seguito all’introduzione del nuovo duro regime penitenziario; gruppi che si distinguevano l’uno all’altro essenzialmente per il diverso modo che ognuno aveva di affrontare la nuova situazione… spiegai.

  • E gli altri gruppi erano?
  • Oltre agli “ intemperanti” c’erano i “Codardi”, i “Paraculo” e, infine, gli “Irriducibili”

Uhm, quanto ai Codardi e agli Irriducibili potrei anche arrivarci da me, forse anche per i Paraculo, ma gli Intemperanti? – disse Ilaria, mordicchiandosi il labbro inferiore.

Io sorrisi:

La distinzione è semplice: i Codardi erano disposti a fare qualunque cosa – dalla delazione alla diffamazione, purchè gli fosse risparmiata ogni forma anche minima di sofferenza, i Paraculo facevano invece buon viso e cattivo gioco, lasciando che fossero gli altri a indignarsi e a protestare di fronte alle prevaricazioni; dall’ altra parte, gli Irriducibili rifiutavano l’ oppressione opponendovi una “Resistenza passiva”, che pretendeva la disubbidienza agli ordini e l’ infrazione di quelle regole ritenute ingiuste, mentre gli Intemperanti, già schizzati di loro, reagivano insultando e aggredendo a loro volta quegli agenti che praticavano gli abusi – spiegai.

Mi sembra di capire che lei si collegasse agli Irriducibili ….

Direi di sì, sebbene qualche volta mi sono approssimato anche agli intemperanti.

Mi dica pure.

D’accordo.

Novembre 1992

Mia sorella entrò nella sala colloqui con in braccio sua figlia, offrendomi un sorriso raggiante di materna soddisfazione. Gemi, mia nipote, era nata da quattro settimane e io la vedevo, per la prima volta, quel giorno. Seguivano mia sorella, mia moglie e mio figlio e immancabilmente mia madre.

Impacciati dal muretto che ci separava, ci scambiammo un abbraccio e, prima che ci fosse ordinato di sedere. Allora sarebbe stato vietato anche lo sfiorarsi le dita. Feci in tempo a dare un bacio e una carezza alla bambina.

Mentre facevamo colloquio, guardavamo mia nipote sonnecchiare in grembo a sua madre, con le sue gote rosee e le sue manine chiuse a pugno, dentro cui, pensai, stringeva una vita intera, quella che doveva ancora venirle, ed ebbi gran desiderio di stringerla un poco al petto. Perciò, notando la distrazione della guardia, feci cenno a mia sorella di porgermi la figlia. Gemi continuò a sonnecchiare anche tra le mie braccia, così. Le solleticai il naso con il mio finchè non si decide ad aprire gli occhi. Allora mi osservò per un momento, se ne uscì con un espressione incerta, brontolò qualcosa nella sua lingua e dopo aver fatto uno sbadiglio, tornò ad appisolarsi.

Un’ emozione piena di tenerezza mi teneva ancora stretta a sé, quando la guardia battè forte contro il vetro della garitta, lo fece più e più volte tanto che la bambina, spaventata, cominciò a piagnucolare.

Restituisci quella cosa subito! – urlò la guardia guardando me.

Mi chiesi sul momento di cosa diavolo stesse parlando poi però i suoi occhi e quindi i miei si posarono su mia nipote.

Ma vaffanculo – replicai accompagnando l’ offesa con un inequivocabile gesto della mano. Gli altri detenuti mi guardarono attoniti, solo un pazzo avrebbe potuto fare quello che avevano appena visto fare a me e io almeno fino a quel momento non avevo dato segno di esserlo.

La chiave rotto nella toppa della porta alle mie  spalle cinque minuti dopo seppi che per me il colloquio era finito.

“Tu fuori di qui”- intimò un agente affacciandosi sulla soglia. Sospirai porgendo Gemi a sua madre.

Mia moglie intuito il pericolo, aveva gli occhi venati di lacrime e pena.

Va tutto bene – le sussurai sfiorandole le labbra con un bacio.

Mio figlio rimasto fino a quel momento sulle gambe di sua madre, mi diede un bacio e nella inconsapevole freschezza dei suoi sette anni mi chiese: “Devi tornare a lavorare papà?”

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Un pensiero su “Suicida per ragion di stato… di Salvatore Torre (prima parte)

  1. Alessandra Lucini in ha detto:

    Queste storie mi bagnano sempre gli occhi e la domanda che mi faccio è sempre la stessa, quali sono i criminali? I ladri o le guardie?

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