Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Tanti punti interrogativi su un doloroso problema mai affrontato… di Fabio Falbo

rieducaz

Pubblichiamo oggi un’altro dei testi di riflessione del nostro Fabio Falbo, detenuto a Rebibbia.

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Sulla cultura del pregiudizio sul giudicato per coloro che scontano la condanna in carcere.

Il punto di domanda è questo: perché se il giudicato penale può essere rivisto tramite l’istituto della revisione, la persona detenuta deve essere considerata sempre colpevole?

In una società culturalmente avanzata il pregiudizio sarebbe semmai neutro, nel senso che non ci sarebbe una etichettatura di colpevolezza, ma una presa d’atto: “sei in carcere e per questo forse hai bisogno di aiuto”.

Parlando di aiuto saremmo imparziali senza essere buonisti, ma realisti.

Infatti, se la condanna inflitta può essere revisionata senza limiti di tempo a venire, “salvo nei casi di flagranza di reato”, una società colta e attenta non parlerebbe in termini di colpevolezza, ma di condanna.

Piuttosto che dire “Tizio” è colpevole perché ha avuto una condanna penale, si dovrebbe dire che Tizio è stato semplicemente condannato.

Io che studio giurisprudenza e non sono un dotto e luminare della materia colgo immediatamente la differenza tra queste due impostazioni linguistiche nonché culturali.

Chiarisco la questione aperta in questi termini: se “Tizio” fosse veramente colpevole con un grado di certezza acclarata, per lui non potrebbe e non dovrebbe esserci possibilità di revisionare il suo giudicato, ma siccome la Legge stabilisce che tutti i giudicati possono essere revisionati, quindi anche quello di Tizio, se ne deduce che è irragionevole utilizzare la parola colpevole per chiunque subisca una condanna.

Convinto della fondatezza della tesi qui prospettata, faccio un ultimo passo in avanti proponendo la domanda: alla luce della mia tesi si può ancora parlare di “riabilitazione e rieducazione”? In questa società ci sono certe regole, certi pregiudizi come quello di additare la figura del detenuto quale “colpevole e questo a tutti i costi”. Quello che non è in sintonia con questa mentalità colpevolista sembra anormale, come anormale sembra porsi domande, nonostante la dolorosità del tema: la fallibilità delle condanne penali. 

Domande che mi pongo anche io da studente in giurisprudenza, senza trovare risposte. Sarà forse per una mia sbadataggine o disattenzione nello studiare?

A tal proposito deve segnalarsi il paradosso del nostro ordinamento di volere pretendere dal condannato, quando egli è innocente, un proficuo percorso di rieducazione e riabilitazione sul fatto per cui ha riportato condanna, accettando però allo stesso tempo la fallibilità delle condanne penali: con l’istituto della revisione, infatti, si ammette implicitamente -e in giurisprudenza anche esplicitamente- la possibile erroneità delle decisioni processuali, anche se definitive, per non elencare le tante ingiuste detenzioni che il nostro Stato di Diritto deve risarcire ogni anno.

In questi casi -ovviamente da considerarsi limite per persone di buon senso- si potrebbe dunque creare l’evidente paradosso per cui, un detenuto condannato innocente, oggetto di errore processuale impossibile da dimostrare attraverso un procedimento di revisione, non potrebbe mai accedere ai benefici penitenziari, in quanto non avrebbe la possibilità né di collaborare, né di dimostrare le ragioni della inesigibilità o irrilevanza della collaborazione, se non ululando vanamente la sua incolpevolezza. 

Senza considerare tutti gli elementi sottratti alla scelta del detenuto, e come tali aleatori nell’indicare al condannato innocente una soglia di pena ingiusta cui poter effettivamente sottoporre il suo percorso rieducativo  la sua condanna, al vaglio di una possibile riduzione o messa in libertà. 

La normativa nazionale, così analizzata e riassunta, palesa dunque l’esigenza di restituire alla Magistratura di Sorveglianza, la possibilità di valutare se esistano, nel percorso detentivo di ogni detenuto, anche condannato innocente, lo scindere quella che è la verità processuale da quella che è la verità “reale non avuta”. Elementi specifici che possono giustificare un tamponamento all’ingiustizia subita, ma anche in questo modo non si può parlare di avvenuta rieducazione e/o riabilitazione.

Io infatti, con la cultura giuridica posta in essere, ho certamente realizzato, nel corso della detenzione, un proficuo percorso di cultura che certamente non può essere definito con la locuzione rieducazione e/o riabilitazione.

Roma Rebibbia

Fabio Falbo

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