Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Sulla collaborazione (seconda parte)… di Pierdonato Zito

Ipocrisia

Pubblico oggi la seconda parte del saggio sulla collaborazione scritto dal nostro Pierdonato Zito.

Prima di lasciarvi alla lettura del testo di Pierdonato, riporto la premessa che ho fatto alla pubblicazione della prima parte:

“Una domanda eterna che viene fatta all’ergastolano ostativo è “se collaborando verrebbe meno l’ostatività, ma perché non collabori?”… 

Ci siamo già occupati in varie occasioni di tutta la problematicità che grava sul concetto di “collaborazione”, nel mondo dell’ostatività.

Il nostro Pierdonato Zito, detenuto a Voghera, è una delle anime più luminose che hanno collaborato da anni in questo Blog. Nel corsoll’ della sua detenzione ha portato avanti un profondissimo lavoro interiore, acquisendo un rigore personale, una “pazienza” esistenziale, una acutezza nel sentire che sono rari. La sua stessa scrittura da tanto tempo esprime cura, attenzione, sensibilità, rigore, onestà. E in lui è potente l’amore, quell’amore che lo ha spinto a lottare, durante i suoi anni di detenzione, per mantenere unita la famiglia.

Ecco.. uno come Pierdonato nonostante l’immenso lavoro su di sé non è praticamente mai uscito e rischia concretamente di morire in carcere. Ci sono invece stati collaboratori di giustizia che dopo pochi tempo di detenzione sono usciti dal carcere, senza nessun lavoro su di sé, senza nessun cambiamento personale, ma anzi -in taluni casi- pronti a ricommettere reati.

Dov’è l’onesta? Dov’è la morale? Dov’è il rigore morale? Dov’è il bene? Dov’è il male?”

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Adesso vado al concreto e parlo con dati di fatto: qui nel carcere di Voghera, nella sezione cosiddetta “OMOGENEA” quella che ospita i collaboratori di giustizia era detenuto fino a qualche anno fa M.R. coimputato in miei vari processi, mio accusatore, collaboratore di giustizia. Con la sua collaborazione scaturirono diverse operazioni di polizia. Decine di arresti, coinvolgendo perfino carabinieri, agenti di custodia, avvocati (successivamente tutti assolti), ecc. ecc. Ottiene i benefici viene rimesso in libertà.  Unitamente ad altri due collaboratori di giustizia continua a delinquere, fanno rapine ecc. ecc. non dividono il bottino in modo equo, si ammazzano tra di loro. Quindi si è continuato in una condotta totalmente illecita, utilizzando il mezzo della collaborazione, per vantaggi economici ecc. ecc.

M.R. viene sì arrestato e riportato sempre qui nel carcere di Voghera nella medesima sezione riservata ai collaboratori di giustizia. Poi qualche anno fa è deceduto qui in carcere in seguito all’aver inalato del gas, usato come “stupefacente” come effetto allucinogeno ecc.ecc.

Questo breve fatto di cronaca che ha interessato, ripeto, le mie vicende personali giudiziarie (parlo per cognizione di causa) dimostra quello che sostengo da sempre cioè

L’ANTINOMIA

Nel senso ufficialmente M.R. risultava agli atti giudiziari come persona che aveva dato una svolta decisiva alla propria vita, che era stato “Folgorato sulla via dei Prati Nuovi n. 7 di Voghera… in provincia di Pavia”. Che la sua decisione di collaborare era meritevole di ottenere i benefici  previsti, quindi ottenere libertà.

I fatti, come ho dimostrato, hanno rivelato il contrario. Quindi quel “patto scellerato” tra lo Stato e i collaboratore R.M. è stato immorale, perché ha consentito di continuare a delinquere un soggetto che non si era per niente ravveduto. Questi sono dei fatti corroborati da attività investigative prime e processuali dopo. Tutto il resto sono chiacchiere da bar.

Il sottoscritto invece, dall’altro lato, scegliendo di difendersi in aula, senza accusare nessuno, lasciando ai magistrati la valutazione della responsabilità di ognuno, risulta paradossalmente ancora oggi persona non ravveduta, irriducibile, che non si piega, ostinato, che è fermamente convinto, in senso negativo, delle proprie opinioni. Sono ancora oggi, dopo due decenni di detenzione, una persona che non desiste dal proprio proposito secondo la loro visione.

Come ho cercato di spiegare, in realtà io ho meditato molto, e forse più di altri, sui miei errori. Il vero tribunale di me stesso è stata la mia coscienza ed ho mutato da decenni il mio atteggiamento. Non erano, tra l’altro, sbagliate, le mie ragioni. Ciò che era profondamente errato era il metodo per are alere quelle ragioni. E’ chiaro che se avessi compreso in tempo tutto questo, oggi non sarei qui. Purtroppo gli errori non sono eliminabili dalla nostra vita, per cui bisogna quantomeno contenerli.

Il “dovere” in questo caso ha fatto riferimento ad un’autorità interiore, indipendentemente se fosse sancita da regole sociali, norme penali, ecc.ecc. Per cui io so che se mi dovessi trovare oggi ad un bivio, saprei esattamente la strada e la direzione da prendere. Quindi in me è avvenuto un profondo mutamento, pur non avendo collaborato. E quindi la collaborazione non è indice di sicuro ravvedimento. Non è valida l’equazione: collaborazione uguale revisione critica. Quindi è avvenuta una modifica della visione del mondo, delle cose e della mia posizione  rispetto ad esse. Prima di salire su una nave bisogna sempre sapere prima dove questa nave ci porterà, se su scogli o in un porto sicuro. Avere consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Solo questa è la vera e unica garanzia per la società che l’individuo non ripeta le stesse medesime azioni, quindi non rappresenti né un pericolo da un lato, né uno che l’ha fatta franca dall’altro.

Quindi capire ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che non è giusto. Avere misura, buon senso, equilibrio, autocontrollo, responsabilità, senso critico.

Per cui la collaborazione può fare apparire una persona cambiata, ravveduta. La non collaborazione, invece, può fare apparire non ravveduto il detenuto. Nella realtà il primo può farlo per esclusivo tornaconto, senza ravvedersi. Il secondo, invece, non sceglie la collaborazione, ma nella realtà è più ravveduto del primo.+

Potevo prestarmi benissimo a questo sporco gioco. Sarebbe stato facile. Non l’ho fatto. Per cui torno alla domanda a cui io devo rispondere che è sempre la stessa: “chi ha agito a questo punto più correttamente sul piano etico morale? Il sottoscritto che si è reso conto dell’errore compiuto  e non ha chiesto nulla in cambio, pur non rispondendo di tutte quelle accuse che gli vengono attribuite e sottoponendosi alla pena, oppure il collaboratore di giustizia che mi ha continuato a calunniare per i propri interessi?

La mia scelta è stata accompagnata da una intenzione totalmente disinteressata.  Il mio unico interesse era l’azione in se stessa. Non è forse la mia una azione moralmente valida? E non lo è indipendentemente dal risultato e dalle conseguenze?

La mia drammatica porzione di vita vissuta in carcere dimostra che non ho scelto la strada più facile, ma la più difficile, la più ostica, quella che non cerca niente in cambio. Non per un senso di masochismo, amo la vita, amo la mia libertà, così come amo la mia famiglia. Quindi ho scelto la meno piacevole portando con me tutte le conseguenze nefaste che un essere umano privato di libertà in carcere può portare.

Concludendo, il “pentimento” , come definito erroneamente, non è altro che un mezzo per conseguire altri obiettivi. Non è una scelta in sé di ravvedimento e quindi moralmente giusta. Non rientra nella valutazione morale come buona.

Così come le mie argomentazioni non sono un giustificarsi visto che io ammetto di avere cercato di fare valere le mie ragioni in modo errato, e di una serie di concause adesso un po’lunghe da spiegare che hanno influito sulle scelte. Quindi di una gestione non corretta nella complessità della vita. Non mi sottraggo a questo.

Ho “PUNITO” (se vogliamo usare questo termine) me stesso con una scelta del genere. Ho avuto coraggio ed onestà, e questo credo mi debba essere riconosciuto. Non ho avuto secondi fini, come è dimostrato dalla mia lunga carcerazione e questa scelta è ricaduta con grave danno sui miei famigliari. Quando invece, in alternativa come ho detto prima, potevo prestarmi allo sporco gioco di essere argilla nelle mani del vasaio, potevo dire tutto e di più, di cose che sapevo o non sapevo, a prescindere se fossero vere o fossero false come hanno fatto i collaboratori verso di me, guardando il solo mio interesse che sarebbe stato: la libertà, evitare il carcere,conservare i propri interessi. Bastava simulare, come fanno il 99,9% dei collaboratori. Era un gioco da poco, non era difficile. Quindi per non accusare, si può dire, sono stato accusato ed è stata riversata addosso a me una valanga di bugie.

Per cui se le persone “ravvedute” sono questi collaboratori  (mi verrebbe da dire “di ingiustizia”), allora io sono ben contento di essere così come sono, perché sicuramente sul piano morale ed etico sono migliore di loro, ed è in questo che io faccio la differenza.

Pierdonato Zito

Voghera 2 gennaio 2016

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