Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Sulla collaborazione (prima parte)… di Pierdonato Zito

IpocrisiaUna domanda eterna che viene fatta all’ergastolano ostativo è “se collaborando verrebbe meno l’ostatività, ma perché non collabori?”… 

Ci siamo già occupati in varie occasioni di tutta la problematicità che grava sul concetto di “collaborazione”, nel mondo dell’ostatività.

Il nostro Pierdonato Zito, detenuto a Voghera, è una delle anime più luminose che hanno collaborato da anni in questo Blog. Nel corsoll’ della sua detenzione ha portato avanti un profondissimo lavoro interiore, acquisendo un rigore personale, una “pazienza” esistenziale, una acutezza nel sentire che sono rari. La sua stessa scrittura da tanto tempo esprime cura, attenzione, sensibilità, rigore, onestà. E in lui è potente l’amore, quell’amore che lo ha spinto a lottare, durante i suoi anni di detenzione, per mantenere unita la famiglia.

Ecco.. uno come Pierdonato nonostante l’immenso lavoro su di sé non è praticamente mai uscito e rischia concretamente di morire in carcere. Ci sono invece stati collaboratori di giustizia che dopo pochi tempo di detenzione sono usciti dal carcere, senza nessun lavoro su di sé, senza nessun cambiamento personale, ma anzi -in taluni casi- pronti a ricommettere reati.

Dov’è l’onesta? Dov’è la morale? Dov’è il rigore morale? Dov’è il bene? Dov’è il male?

Pierdonato ha scritto, al riguardo, un testo magistrale. Un testo che per la sua importanza ho diviso in due parti, ed oggi pubblico la prima.

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Mi scusi, ma lei, proprio non può uscire più dal carcere? No. La pena che sto scontando è interamente ostativa alla concessione dei benefici, tranne, come dicono, “collaborando con la giustizia”. E lei perché non lo ha fatto o perché non fa il collaboratore di giustizia?

Da questo breve scambio di battute tra me e una professoressa di filosofia nasce questo mio scritto. La mia risposta è molto semplice: “perché ho ritenuto e ritengo tuttora giusto, consolo e conforme alla rettitudine questa mia scelta”.

Devo chiaramente argomentare, a questo punto, la mia risposta, per rendere comprensibile questa mia affermazione. Ho meditato molto sulla mia posizione giudiziaria. Mi sono chiesto: “Chi agisce più correttamente io o un collaboratore di giustizia? Qual è la condotta moralmente ed eticamente più corretta?”.

Le risposte a questi miei profondi interrogativi sono venuti da un profondo esame di coscienza avvenuto all’interno di me stesso.

Innanzitutto io devo parlare della mia storia e dei collaboratori di giustizia che hanno interessato i miei procedimenti penali, evitare quindi generalizzazioni e sovrapposizioni con storie molto diverse dalla mia.

Va stabilito che tutti coloro che compiono un’azione o comunque una scelta, non perché la ritengano GIUSTA IN SE’, ma solo perché in cambio ricevono benefici o per timore di punizioni, non può dirsi tale azione moralmente corretta. Come dire, non rubo non perché non è giusto appropriarmi di ciò che non è mio, ma non rubo per timore delle conseguenze. E i collaboratori di giustizia questo fanno.

Il collaboratore di giustizia viene comunemente ed erroneamente chiamato “pentito”, quindi confuso con quel REO che riconoscendo l’azione che ha compiuto decide di voltare pagina alla sua vita, nel senso che si ravvede, compie una revisione critica del suo passato. Quindi questa sua scelta è accompagnata da un consapevole ravvedimento. Quello che viene chiamato RESIPISCIENZA.

Ma la legge sui collaboratori di giustizia non richiede affatto questo. E’ una sorta di patto che si basa su questo ragionamento… “se tu mi dai qualcosa a me, io ti do qualcosa a te”… DO UT DES… DO’ PERCHé TU MI DAI. Quindi ciò che gli viene richiesto è di fare il DELATORE, non la revisione critica. E chi è il DELATORE? E’ colui che per ragioni di interesse personale, o anche per vendetta, denuncia qualcuno alle autorità. Quindi di moralmente corretto non c’è nulla nella sua scelta, dal momento che lo fa perché ci sono interessi in gioco che lo riguardano.

Diverso sarebbe se ci fosse stato un mutamento dell’animo umano, e fosse lui stesso il più acerrimo  accusatore di se stesso, causa penale di avere agito male e non vorrebbe nulla in cambio. Cioè il collaboratore di giustizi non compie questa scelta in seguito al dolore o al rimorso che prova per avere trasgredito una legge morale, sociale, penale ecc. ecc. ma semplicemente perché in cambio ottiene dei vantaggi, degli sconti di pena, dei benefici, e si salva dal carcere. Non è quindi svincolato da interessi i quali hanno influito sulla sua scelta.

Il problema quindi si basa su questa errata valutazione. Cosa va chiarito quindi subito dopo? Va chiarito anche la sua condizione al momento dell’arresto. Il collaboratore di giustizia si trova ad un drammatico bivio. Deve scegliere da un lato se farsi il carcere, oppure farla franca. Quindi da un lato c’è una strada più dolorosa, sofferta, piena di privazioni, di umiliazioni, disagi ecc. ecc. In alternativa dall’altro lato, un’altra strada più facile… ricevere benefici, riduzione di pena, magari subito libero, magari –come dimostrerò- ritornare a delinquere, ricevere un compenso economico dallo Stato, magari togliendosi sassolini dalle scarpe, accusando persone a lui scomode, usare la collaborazione come vendetta verso terzi. Per cui sceglie naturalmente la seconda, ovvero la più conveniente e favorevole a lui.

Non si tratta di una scelta assolutamente disinteressata. E’ una scelta che appare subito opportunistica, perché in cambio ci sono determinati benefici. Moltissimi collaboratori  (la maggior parte) collaborano subito, quindi non in seguito ad una lunga meditazione interiore, m a da un giorno all’alto, proprio perché spinto dall’allettante convenienza opportunistica. Quindi ci troviamo di fronte a persone opportuniste e prive di scrupoli di coscienza.

La mia lunghissima permanenza in carcere mi ha dato modo di conoscere tante persone e tante storie e di essere io stesso protagonista di tanti processi penali, ho acquisito quindi empiricamente molta conoscenza, che è il risultato di avere vissuto in prima persona le situazioni che sto raccontando.

Sia questo che i fatti di cronaca che tutt’ora ascoltiamo dai mass-media mi portano tranquillamente ad affermare che i cosiddetti collaboratori di giustizia non sono affatto “pentiti” di nulla e di niente, che la loro scelta è stata dettata da esclusivi interessi di convenienza, di tornaconto personale, per tirare acqua al loro mulino, non certo a quello della verità e della giustizia. Infatti se non avessero avuto in cambio la libertà e tutto il reso dubito che avrebbero fatto un passo del genere.

In questo modo è stato barattato e contraccambiato la loro libertà con quella di altre persone; uscendo loro fuori dal carcere e facendo entrare altre persone all’interno del carcere. A questo punto mi pongo ragionevolmente un dubbio e una domanda: “come facciamo ad essere sicuri  che una persona priva di scrupoli (come ho spiegato) che ha compiuto una scelta non etica  e non moralmente corretta dica la verità dei fatti? Oppure sia valido l’assioma che se una persona non compie una scelta morale corretta conseguenzialmente anche la sua verità può essere ritenuta dubbia e quindi messa in discussione? Perché parla in quanto mosso da interessi non da rimorsi.

Si deve comprendere che il collaboratore di giustizia è una persona che non ha scampo, sta per pagare le sue responsabilità, è spalle al muro, è una persona ormai finita, non ha più scampo, quindi a quel punto  pu prestarsi anche a sporchi giochi, ed essere argilla nelle mani del vasaio. Non è una persona libera, è “ricattata” quindi , come dice un detto proverbiale “attacca l’asino dove vuole il padrone” e lui a quel punto può dire anche cose che non sa ma chi lo manipola vuole che egli dica. Essere strumento di interessi altrui. Tutto ciò è confermato da centinaia di processi penali. Diventa così un’arma pericolosissima e a doppio tagli. Per questo dopo decenni che è in vigore la legge sui collaboratori di giustizia si è cercato di migliorarla, e anche se è stata man mano sempre più modificata, presenta sempre e tutt’ora queste gravi criticità.

Allora ritorno alla mia domanda iniziale.. “chi è che compie un’azione moralmente corretta, io o il collaboratore di giustizia? Io che ho accettato di affrontare un processo, io che mi sono sottoposto ad esame e controesame da ambe le parti ecc.ecc. io che ho avuto fiducia nelle istituzioni, io che ho portato su di me (e parallelamente anche il mio nucleo familiare) un peso devastante quale quello dal carcere da ben 22 anni, oppure il collaboratore di giustizia?

Io che ho scelto liberamente, coraggiosamente, disinteressatamente e consapevolmente di portarmi sulle spalle tutto il peso di una scelta di questo tipo?

(FINE PRIMA PARTE)

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