Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Il Rapporto tra il Processo e la Verità (prima parte)… di Fabio Falbo

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Pubblico oggi la seconda (e ultima) parte  del un memoriale scritto dal nostro Fabio Falbo -detenuto a Rebibbia- in merito alla sua vicenda giudiziaria. Ma, come dissi già nel momento in cui pubblicai la prima parte, si tratta di un memoriale che esprime concetti e argomenti che potremmo definire “universali” e che quindi è “utilizzabile” anche in tanti altri casi.

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Si sa che oggi esistono due gradi di giudizio di merito e un grado di legittimità, una volta che tutto l’iter processuale è stato compiuto è come se ad un certo punto il primo grado si concludesse dando del passato una certa ricostruzione: il Giudice di primo grado condanna “tizio”, ad esempio, per l’omicidio di “caio”, perché, dai fatti concreti che ha osservato e ricostruito, lo ritiene colpevole.

La vicenda continua ed è come se un altro storico si interessasse dello stesso fatto e, in appello, invece, la sentenza viene riformata per cui l’imputato viene assolto.

Poi la vicenda prosegue in Cassazione, che cassa con rinvio o senza rinvio in disaccordo con quello stabilito in Appello.

Questi passaggi tra la Cassazione e Appello spesso si rimpallano la sentenza e per quanto la giustizia italiana possa essere lenta, a un certo punto succede che la sentenza passa comunque in giudicato, e ciò significa che avverso al giudicato definitivo non è disponibile alcun mezzo di ricorso. Non è più contestabile.

Quindi ci dobbiamo rendere conto che la particolarità tra processo e Verità, a differenza di quanto avviene per la vicenda storica, la Verità processuale diventa incontrovertibile, diventa definitiva. Cioè nessuno può metterla in discussione, mentre nel caso degli studi storici c’è sempre un nuovo storico che potrà mettere in discussione le conclusioni.

Allora quando parliamo  di giudicato, come è stato notato da tanti studiosi, è in un certo modo una rinuncia alla Verità, cioè è come se il legislatore dicesse “vabbé, abbiamo un po’ di tempo per cercare la Verità”. Una volta che questo tempo è terminato, qualunque sia stato il risultato della ricerca della Verità, questa ricerca deve finire, sapendo bene che spesso quella Verità non è la Verità effettiva delle cose, non è la Verità storica, ma è diversa o può essere che ci siamo sbagliati.

Per quanto la percentuale di errore sia possibile, ad un certo punto la ricerca della Verità deve finire.

Questo perché c’è un’esigenza che si bilancia con quella della Verità, cioè tutti noi, qualunque comunità, ha bisogno che la Verità venga fuori, ha interesse che si scopra come sono andate le cose, ad esempio “chi ha davvero ucciso chi”.

Tutte le comunità, piccole o grandi che siano, hanno questo interesse e si inventano strumenti come i processi, procedure per arrivare alla scoperta di questa Verità, ma hanno un interesse ulteriore e contrapposto che è quello della certezza.

In una comunità le vicende non possono essere incerte, non si può vivere nell’incertezza, perché è come se si dicesse “ho interesse di sapere chi ha ucciso chi, chi ha davvero commesso il reato di cui si discute, ma questo interesse si deve bilanciare con l’interesse ulteriore a che una risposta, quale che sia, a questa domanda mi venga data e, come dire, che vi do il tempo di cercarla questa Verità, ma dopo un po’ è più importante che la vicenda si chiuda.

Si può anche ammettere l’errore, purché una parola certa su quella vicenda venga detta, sapendo che, appunto, può non essere la Verità, perché questa possibilità c’è, perché il giudicato è passibile di errore, è, in qualche modo, una rinuncia alla Verità, in quanto il tempo nella ricerca, ripeto, non è infinito.

La Verità non è alla portata dell’uomo e noi questo lo sappiamo bene, sappiamo che la Verità con la “V” maiuscola forse non la troveremo. Sappiamo che in un certo processo forse c’è qualcosa che non è stato considerato, forse c’è qualche elemento che è stato valutato diversamente, forse la persona che è stata condannata è innocente. Però ad un certo punto qualcosa si deve dire. Se si hanno elementi validi per una condanna si condanna, viceversa si assolve, sapendo che ambedue le soluzioni possono essere lontane dalla Verità.

Potrebbe succedere di condannare un innocente o di assolvere un colpevole, ma questo per una comunità è molto meno dannoso che continuare ad indagare per l’eternità.

E’ molto più utile che le vicende processuali si concludano piuttosto che continuare a tenerle aperte nella speranza di trovare un nuovo elemento, un nuovo dato.

Ogni processo indiziario ci lascerà sempre il dubbio che le cose non stavano così, però l’unico modo per arrivare alla Verità in senso assoluto è quello di non finire mai di cercare, ma in questo modo non ci sarebbe né una condanna né una assoluzione.

C’è sempre la possibilità che un elemento che non è stato considerato prima venga alla luce o che un testimone ci racconti qualcosa di nuovo, ma quello del processo infinito è un prezzo molto alto.

Quindi, da questo narrato abbiamo trovato due modi nei quali si può parlare di Verità se ci riferiamo ad una vicenda processuale: un primo modo è quello tipico che il giudizio deve tendere alla Verità per ciò che si dice e per ciò che è successo (in latino una “adeguatio rei et intellectus”, cioè una coincidenza tra la rappresentazione intellettuale di un fatto e la cosa come davvero sta quel fatto), quanto più questa rappresentazione intellettuale e il fatto si integrano l’un l’altro, tanto più vicini si è alla Verità.

Ma c’è un altro modo di parlare della Verità che è quello del giudicato secondo cui la Verità diventa incontrovertibile, cioè la  Verità non è ciò che rappresenta i fatti, ma diventa ciò contro ui non si può più discutere, ciò contro cui nessuno può sollevare obiezioni.

Però esistono ulteriori, forse meno importanti, ma comunque significativi, dove parliamo di Verità nei processi,  ad esempio quando chiediamo ad un testimone di dirci la Verità e tutto quanto è in sua  conoscenza.

Prima si giurava ora non più, ma l’impegno alla Verità viene sempre richiesto al testine. Che tipo di Verità è in gioco in questo caso, cioè che cosa deve dire il testimone, che cosa chiediamo a un testimone, il testimone ci deve dare la sua Verità, che significa solo sincerità, cioè come lui ha percepito i fatti a lui noti e oggetto del processo.

Poi sarà il Giudice a dire se il testimone si è sbagliato, se ha preso fischi per fiaschi, se ha visto una cosa per un’altra, ma questo al testimone non gli si può imputare. Non si può imputare un testimone di falsa testimonianza se si è sbagliato.

Tu testimone mi dici cosa hai percepito, cioè il testimone deve dirci come egli ha interpretato la realtà che ha visto, alla quale ha potuto accedere direttamente, alla quale era presente. Non come sono andate le cose, perché questo è il fine del processo, è la conclusione della vicenda processuale.

Al testimone chiediamo di dire la Verità, ma la Verità non va intesa né come “adeguatio rei et intellectus”, cioè come corrispondenza, né come incontrovertibilità, ma va intesa come sincerità. Si deve essere sinceri per fare il “mestiere di testimone”:

Al perito balistico portato dall’accusa sono state poste delle domande dal mio legale. Gli si è domandato se aveva fatto la perizia sulle autovetture “duplice omicidio Fabbricatore/Campana”.

La risposta è stata che la perizia era stata effettuata su delle foto e non sui mezzi in uso alle vittime o ai killer e da qui nasce un’altra mia considerazione sul ruolo del perito che riporto alle Vostre Cortesi Att.ni.

Ad un perito gli chiediamo di dire la Verità, ma non nello stesso senso del testimone, non chiediamo come sono andate le cose, perché questo lo dirà il Giudice alla fine, non come incontrovertibilità, perché le perizie sono  ovviamente controvertibili, sono oggetto di discussione, non come sincerità, perché non importa che il perito sia sincero, importa che applichi correttamente le metodologie scientifiche di cui è titolare.

Così se è perito balistico deve applicare correttamente i metodi balistici, quindi gli si chiede una Verità di tipo scientifico.

Chiediamo al perito, allo stato della scienza che cosa è successo?

Questo non è un problema di sincerità, perché è oggettivo. Non è un problema di incontrovertibilità, ma di certezza scientifica, cioè il perito deve applicare correttamente le metodologie che la scienza gli mette a disposizione e rispondere ai quesiti postigli dagli elementi peritati e dalle successive domande postegli dalla difesa e dalla Corte.

La cosa non è semplice, perché il perito ci dà una Verità scientifica e noi sappiamo che la scienza non ci dà la Verità in via definitiva.

La teoria della scienza è una teoria vera fino a prova contraria. La scienza si evolve, cambia, perché le teorie con il passare del tempo vengono migliorate a seguito dell’affinarsi delle tecnologie e del sapere umano.

Pensavamo di avere il vero, ma questo poi si rivela falso, si rivela una interpretazione figlia di una teoria vecchia, passata, perché c’è una teoria nuova che spiega i fatti in modo migliore, più adeguatamente.

Quindi, la Verità che ci spiega la scienza è solo una probabilità che sia così. Allo stato delle nostre conoscenze questa è la probabilità maggiore, ma è solo appunto una probabilità, perché non si può escludere a priori una teoria successiva più adeguata, più elaborata, che ci dica su quello stesso fatto una cosa diversa da quella che sapevamo o pensavamo di sapere.

Tutto questo mio ripetere serve, si spera, a fare capire che esiste un’ulteriore accezione del concetto di Verità.

Non stiamo parlando di Verità come probabilità: è probabile che sia così,questa sembra una nozione talmente astratta, ma su questa nozione di Verità, sulla debolezza della Verità scientifica si sono giocati processi noti nella storia d’Italia, quindi questa dell’ulteriore accezione della Verità è una certezza.

In Italia nel processo penale la colpevolezza deve essere provata al di là di ogni ragionevole dubbio. Quindi, o si ha un modo al di là di ogni ragionevole dubbio che dall’azione dell’imputato è dipesa la morte di “tizio” o di “caio” o si deve assolvere. E, ripeto, siccome la Verità scientifica ci dà un calcio di probabilità nell’Ordinamento italiano, tale principio è stato normativizzato nel 2006 con la cosiddetta Legge Pecorella, che ha modificato l’art. 533 del C.P.P., prevedendo espressamente che il Giudice possa pronunciare sentenza di condanna solo se la colpevolezza dell’imputato risulti provata oltre ogni ragionevole dubbio.

Prima della modifica dell’art. 533 C.P.P., tuttavia, le SS.UU. della Cassazione avevano già sostanzialmente affermato il principio con la sentenza n. 45276/2003.

Alla fine di questo assurdo primo grado, si può sostenere che la norma di attuazione dell’art. 146 bis “partecipazione al dibattimento da distanza” è stata applicata, come da notifica, per motivi sanitari e, non come la disposizione vuole. In più la notifica per la “partecipazione al dibattimento a distanza” è avvenuta circa 6 giorni prima dell’udienza e non, come la disposizione vuole, di giorni 10.

Altra situazione di nullità assoluta e insanabile è stata relativa a tutte le udienze celebrate senza la mia presenza e senza che ci fosse una mia rinuncia a presenziare, come risulta dagli atti, che di sicuro i miei legali hanno allegato nei motivi di appello; “vedasi udienze del 13/04/; udienza del 28/11/2012 ecc.ecc.”.

In breve, la Corte motivava che “la non presenza mia al processo” era regolare perché ad una udienza per l’escussione del collaboratore Curato, “collaboratore che sostiene le accuse”; lo stesso, in quell’udienza non aveva menzionato il mio nome, con tanto di violazione del diritto alla difesa e non solo.

E’ inutile precisare che l’istante è persone incensurata e, come risulta dal memoriale presente agli atti del giudizio di primo grado –circa 20 pagine- figura la mia personalità “non come è stata riportata in sentenza senza un dato logico veritiero” e quella dei miei familiari come reti, corretti al senso della giustizia. Non a caso ricordo di avere allegato le pagelle dei miei figli, nonché l’encomio ricevuto presso la C.C.  Roma Rebbbia per la partecipazione in qualità di attore al Film “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, vincitore dell’Orso D’oro al festival di Berlino e, non per ultimo, l’iscrizione presso l’università di Roma “Tor Vergata”, alla facoltà di Giurisprudenza, con un ottimo percorso di esami.

La mia personalità è quella di uno che, appena legge o sente in TV una notizia cattiva, si commuove pensando alle vittime. Figuriamoci se si dovesse pensare alle accuse che mi sono state rivolte.

Si allega a questo memoriale numero due missive inviate dai miei figli, dove mi viene chiesto di inviare una risposta alle loro missive, ma on so proprio cosa dire a proposito, visto che il primo grado ha  oltrepassato le colonne d’ercole del diritto, senza dare una spiegazione logica di fatto e di diritto.

Non si vuole elencare il calvario e tutti i problemi di natura incognita che ho dovuto sopportare per vedermi riconosciuto il Diritto alla salute, “perché affetto da patologia rara”.; il diritto allo studio; ad avere un trattamento umano e non degradante stando in carcere; e, infine, tutte le conseguenze fisiche e psicologiche che, inevitabilmente ricadono sulla persona che, totalmente estranea ai reati ascrittigli, deve comunque confrontarsi in un processo e lì trovare per forza le giuste energie per risolvere i problemi derivanti dagli atti processuali che di egli riferiscono.

In esse è ricorrente il problema della fallacia della giustizia per la inafferrabilità della verità reale e la contraddizione tra verità processuale e verità reale.

Con l’occasione si porgono sentiti ossequi e si auspica un Giusto senso di Giustizia e un Equo, Coscienzioso e Sereno prosieguo.

Roma Rebibbia

In fede

Fabio Falbo

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