Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Il Rapporto tra il Processo e la Verità (prima parte)… di Fabio Falbo

July 7th Bombings...Mcc0014946.DT.Tomorrow July 7th sees the Anniversary of the July 7th bombings in London.Tomorrow sees the unveiling by HRH The Prince of Wales and HRH The Duchess of Cornwall of the Memorial to the Victims in Hyde Park Pic Shows The memorial

Il testo di cui pubblico oggi è molto importante.

Si tratta di un memoriale scritto dal nostro Fabio Falbo -detenuto a Rebibbia- in merito alla sua vicenda giudiziaria. Ma si tratta di un memoriale che esprime concetti e argomenti che potremmo definire “universali” e che quindi è “utilizzabile” anche in tanti altri casi.

Per l’importanza di questo testo, al fine di agevolarne la lettura, l’ho diviso in due parti.

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Questo memoriale ha la funzione di ricercare al meglio la Verità dei fatti ascritti in modo tale da farla coincidere con la Verità processuale.

Ill.ma Corte, durante questo calvario iniziato nel 2009, non mi sono mai sottratto a qualsiasi chiarimento in merito ai reati ascrittimi, non ho mai usato una parola di troppo e ho sempre avuto il massimo e totale rispetto per la Magistratura e una estrema fiducia nei Giudici.

Il momento più critico è stato la privazione della libertà, il rinvio a giudizio e la condanna subita in primo grado dopo 4 lunghi anni; questo è stato un colpo durissimo.

La tristezza per tutte le prove affrontate e quelle ancora da affrontare, il martellamento di questi anni terribili è indescrivibile.

Il principio che ho studiato come massima è: è meglio subire una ingiustizia piuttosto che farla, perché tra fare una ingiustizia e subirla non si dà simmetria: è colui che fa l’ingiustizia, e non colui che la subisce, che nega il riconoscimento dell’altro e l’altro, nella sua dignità, nelle sue spettanze, non può e non deve mai essere negato, per quanto questo possa costare e questo riferimento non è verso la Corte di primo grado o verso il P.M., ma verto chi ha mentito spudoratamente, commettendo Empietà davanti alla Corte di primo grado, giudici popolari compresi, oltre che, ovvio, davanti al P.M. e ai legali, col solo scopo di fare condannare un innocente.

Ringrazio mio padre che mi ha dato un grande insegnamento educativo e mi ha forgiato per sopportare la vita e della vita anche queste ingiustizie.

Il mio contributo in questo processo è quello di riferire la percezione avuta in primo grado sulla base delle investigazioni effettuate dai Carabinieri, dai periti, dalla polizia scientifica e dai vari testimoni dell’accusa e della difesa, le quali non coincidono tra di loro.

Visto che le pene vengono comminate in nome del Popolo Italiano, il Popolo Italiano deve sapere il ruolo dei collaboratori di giustizia o testimoni, i quali ottengono credibilità, nonostante le dubbie risultanze processuali di primo grado: “vedasi controesame del collaboratore Perciaccante sulla dinamica duplice omicidio Fabbricatore Campana e non solo”:

In questo memoriale si riporta -in parte- il ruolo di questi ultimi senza scendere nei particolari del processo, per rispetto della Corte e dei miei legali che svolgono un lavoro certosino, affinché si possa arrivare il più possibile vicini alla Verità.

Diciamo che istintivamente siamo portati tutti a sostenere che la finalità principale del processo sia definire una controversia o decidere della colpevolezza di una persona in termini di giustizia.

Un processo dovrebbe, quindi, concludersi con una decisione anzitutto giusta o, per meglio dire, secondo quella che è la verità degli atti processuali.

Se si parla di processo penale, si decide secondo giustizia laddove la decisione ha oggetto “come sono davvero andate le cose”, cioè il processo giunge a conclusione giusta se riusciamo a ri-costruire veramente l’esatto svolgimento della vicenda, completa del suo imprescindibile nesso causale e quindi questo altro: che cosa è successo; chi ha commesso cosa e in quali circostanze.

Istintivamente tutti siamo portati a ritenere che il processo debba orientarsi alla Verità, cioè che il processo non sia altro che una grande macchina complicatissima per giungere alla Verità.

Non basta solo questo. Se si pensa al processo penale, proprio la complessità delle sue procedure in campo penale, rende il processo più conforme a Verità. 

Abbiamo esperienze storiche che ci mostrano vicende processuali molto più semplici, nel senso di sbrigative o più elementari nella loro forma agente: si pensi alla tortura in campo penale: se torturo l’imputato, probabilmente confesserà, forse confesserà cose non dovute, ma se il fine è solo quello della confessione, posso inventarmi strumenti ancora più efficaci e più rapidi per ottenere un risultato.

Allora una domanda che sorge spontanea e che porgo alle Vostre Cortesi Att.ni è questa: perché dopo avere aspettato tutti questi anni per finire un primo grado, non si è data la giusta considerazione alle tesi difensive e a quelle investigative? Perché l’escussione dei testimoni portati dall’accusa è durata circa 2 anni, con in più la proroga di altri mesi? Quasi stessimo facendo “Timpone Rosso Bis”! Invece, per i testimoni della difesa sono bastati circa due miseri mesi e con la stranezza che i legali dovevano andare al cospetto della Corte per riferire il “perché” si dovevano sentire quei testimoni e quali erano le domande che sarebbero state poste loro.

Il tutto accadeva in presenza del P.M.? Certo! E con tanto di violazione dell’art. 111 della nostra amata Costituzione.

Il modello processuale prima di questo, modello soppresso a fine anni ’80, era un modello inquisitorio; cioè chi conduceva la vicenda processuale era in una posizione di preminenza sull’oggetto della vicenda stessa. 

Cioè c’era un Giudice che indagava o conduceva la parte istruttoria del processo e poi giudicava.

Quindi, il soggetto dell’azione processuale, il Giudice, era in una posizione di superiorità sull’oggetto dell’azione processuale che è l’imputato, il quale era, invece, in una condizione passiva; cioè colui sul quale si svolgeva la vicenda, per meglio dire colui sul quale si indagava e colui sul quale si decideva, con tanto di asimmetria tra le parti, e con l’accusa in concreto molto più forte della difesa.

Il modello vigente, introdotto nel nostro Ordinamento giudiziario dopo questa riforma, è un modello di tradizione anglosassone ed è un modello di tipo isonomico, cioè simmetrico, in cui accusa e difesa si confrontano in modo paritario e il Giudice non pende né da una parte né dall’altra durante tutta la vicenda processuale, ma si limita a coordinare l’azione dell’accusa e quella della difesa, le quali ad armi pari si scontrano

E solo alla fine del contraddittorio il Giudice decide.

Il capire di questa differenza di modelli in campo penalistico e che cosa comporta questo cambiamento, se sia uguale o contorto, a riguardo è stata fatta anche una riforma Costituzionale, ed è stato introdotto, addirittura tra le norme costituzionali, il cosiddetto “giusto processo”, cioè abbiamo costituzionalizzato l’idea che il processo deve essere non solo giusto, ma si deve svolgere ad armi pari tra accusa e difesa.

Tutto questo perché è cambiata la concezione dell’idea di Verità, che deve legittimare la fine del processo.

In termini più semplici è cambiata la finalità alla quale deve tendere l’azione processuale

Nel processo asimmetrico, cioè in quello inquisitorio, la Verità era quella della “demonstratio”, cioè Verità come dimostrazione: “Io devo dimostrare una tesi”, e se io devo dimostrare una tesi, è come se fossi uno storico, un archeologo che deve indagare un fatto del passato, al pari di come fa -da un certo punto di vista- il Giudice nello svolgere il compito di vaglio sulle vicende oggetto del processo.

Con l’evidente vuoto di presenza del Giudice che, al momento del fatto processuale, non era presente, non ha visto e non ha potuto nemmeno percepire alcunché di quella vicenda che, successa tanto tempo fa, deve quindi essere ri-costruita.

E’ logico che più strumenti si hanno a disposizione per la ricostruzione, più facile è arrivare al risultato.

La Verità del processo, la Verità verso cui tende il processo, non è altro che la dimostrazione di una ipotesi e più strumenti sono a disposizione, più potere si ha per dimostrare questa ipotesi.

Questo sembra molto intuitivo, ragionevole, eppure oggi quello che sta dietro al processo penale è solo la Verità come “argomentum”; e come argomentazione non si tratta di dimostrare niente. In sostanza il problema non è quello di dimostrare una ipotesi, una teoria o u teorema, ma bisogna argomentare e confrontare argomenti diversi, ipotesi diverse, e solo da questi confronti ripetuti, si può dedurre la Verità.

In questo senso è chiaro che la Verità si derubrica a semplice argomento, visto che, appunto, si tratta di discutere, non solo i fatti più attendibili, ma la stessa discussione deve dimostrare i requisiti della maggiore attendibilità. 

Pertanto è necessario che il confronto avvenga a tutto campo, che le parti possano argomentare liberamente, che le parti siano loro a arsi carico della dimostrazione e che dal confronto  possa nascere, come si diceva sopra, l’ipotesi più plausibile sulla quale il Giudice possa emettere una decisione ragionevole e giustificata.

Allora, dato questo cambiamento di modelli processuali possiamo ancora dire che la Verità è il fine del processo? Possiamo ancora dire che il processo tende alla Verità.. ma capiamo che affinché questa Verità venga fuori è necessario mettere le parti in condizioni di potere argomentare, dimostrare, fare le indagini e poi da tutto questo il processo trova il giusto filo che lo conduce alla Verità?

Questo è difficile a dirsi. Sicuramente il processo tende ad essa, non può rinunciare ad essa. Il processo non può rinunciare all’idea che la Verità possa essere e debba essere scoperta. Eppure, c’è un secondo tipo di Verità con cui si confronta chi studia il processo, perché tutti sappiano che la ricerca della Verità non è infinita, detta in altri termini che la similitudine fondamentale tra un Giudice e uno storico (i due sono molto simili su tanti aspetti) è che, così come lo storico, il Giudice deve ricostruire fatti del passato per sapere cosa è successo, mentre la vera differenza tra lo storico e il Giudice sta nel fatto che l’opera dello storico può essere infinita, cioè non finisce mai, invece l’opera ricostruttiva che si fa in un Tribunale ad un certo punto deve finire.

(FINE PRIMA PARTE)

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Un pensiero su “Il Rapporto tra il Processo e la Verità (prima parte)… di Fabio Falbo

  1. Alessandra Lucini in ha detto:

    Rimango in attesa della seconda parte

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