Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Angelo Massaro sulla vicenda di Totò Cuffaro e della madre

Cuffaro

Qualche mese fa avevo pubblicato un pezzo (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2015/08/16/la-madre-di-toto-cuffaro-e-la-capacita-di-sentire/) dove ritornavo sulla vicenda del permesso di vedere la madre anziana e malata.. permesso che, quasi un anno fa, venne negato a Totò Cuffaro, detenuto nel carcere dell’Ucciardone. 

Il Magistrato di Sorveglianza aveva rigettato il permesso con questa motivazione: “Il deterioramento cognitivo evidenziato svuota senz’altro di significato il richiesto colloquio poiché sarebbe comunque pregiudicato un soddisfacente momento di condivisione”.

Io trovai barbaro oltre che insensato il pronunciamento del Magistrato di Sorveglianza, e scrissi le mie riflessioni al riguardo. Riflessioni che ho condiviso anche con alcuni detenuti che mi hanno poi inviato le loro. 

Questa è la riflessione di Angelo Massaro, detenuto a Catanzaro.

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Ciao Alfredo, sono Angelo Massaro, dal carcere di Catanzaro. Ho letto la tua riflessione sul caso di Totò Cuffaro. Anche io la ritengo una barbarie, non degna di uno stato civile, che colpisce migliaia di ignoti detenuti. La tua riflessione è corretta. Certo, tu la vedi dal lato “psicologico”, cioè se la madre fosse o meno consapevole della presenza del figlio. Il Magistrato non poteva né doveva fare una interpretazione sulla “coscienza” e sul fatto se la madre di Cuffaro avesse potuto o meno avvertire il contatto con il figlio. Poteva anche ritrovare un momento di lucidità mentale da rendere ancora più profondo quell’attimo, questo nessuno può negarlo. 

Io invece la vedo sotto un altro punto di vista, cioè sull’umanità della pena, perché il Magistrato, come anche te, ha visto il tutto sotto la prospettiva della madre del detenuto, mentre, per legge, avrebbe dovuto avere come obiettivo non la madre, bensì il soggetto detenuto. Perché è il detenuto  ad avere il diritto di vedere la madre malata (anche se ne hanno entrambi il diritto, previsto dal favor familiae, cui sono ispirati gli artt. 29-31 Cost.), come previsto dall’art. 30 della legge penitenziaria 354/75, ove si evince in maniera chiara “l’evocata natura umanitaria” del beneficio negato a Cuffaro. Non doveva certo stabilire se il permesso così concesso, con la madre in condizioni di “apparente assenza cognitiva” tale da non comprendere la presenza del figlio, sarebbe stato come “non fatto, non eseguito”.

Infatti, ai detenuti, il Magistrato di Sorveglianza, può concedere il permesso in caso di lutto in famiglia. Cosa che però di rado accade, soprattutto nei confronti di detenuti in espiazione di reati ostativi, di cui all’art. 4 bis O.P.

La passione di un figlio, o di una madre, non dovrebbe essere soffocata, né negata, poiché è la passione che costruisce l’essere. Quando si vive una passione si costruiscono per se stessi e per gli altri delle scene, degli orizzonti, delle strutture, dei desideri e delle gioie. La passione conduce sempre al “comune”.

E’ veramente una inciviltà degna della più abietta nazione negare al detenuto la possibilità di vedere un proprio genitore malato o in punto di morte. Questo però oggi non accade in uno Stato della profonda Africa, bensì in uno Stato che si definisce civile e democratico. E ciò dovrebbe farci riflettere molto sul punto in cui siamo arrivati.

Oggi ci troviamo di fronte ad una deriva giustizialista, a mio parere per colpa dei mezzi di informazione e imposti da chi trae giovamento, per soli fini elettorali, dalla continua ricerca ossessiva della sicurezza, anche se ciò comporta il sacrificio di diritti umani. Facendo prevaricare le esigenze della sicurezza ai diritti fondamentali. Ignorando come, invece, è a questo incrocio che l’orizzonte dei diritti si accomuna ai concetti di libertà e giustizia, pertanto la loro difesa può e deve contrastare, opporsi, e persino negare le ragioni contrarie poste dalla pretesa di sicurezza. Purtroppo oggi le forze politiche e, in particolare, alcuni politici, privi di ogni altro argomento per far leva sulle masse, incapaci di trovarne, non trovano altro spunto che “cavalcare l’onda dell’emozione”, a seguito dei gravi fatti di cronaca. Questo è poi l’effetto, la mancanza di umanità da parte dello Stato.

Mi permetto, con umiltà e rispetto, di citare e fare mie le parole di Cesare Beccaria, che nella sua ben nota opera “Dei delitti e delle pene” così diceva “Si deve partire dalla semplice considerazione che è evidente che il fine delle pene non è di tormentare e affliggere un essere sensibile, né di disfare un delitto già commesso. Le strida di un infelice richiamano forse dal tempo che non ritorna le azioni già consumate? Il fine dunque non è altro che impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali. Quelle pene dunque e quel metodo di infliggerle deve essere prescelto che, serbata la proporzione, farà una impressione più efficace e più durevole sugli animi degli uomini e la meno tormentosa sul corpo del reo”. Lo stesso Beccaria diceva anche che: “Lo Stato non deve cercare vendetta, altrimenti prevale l’idea della forza e della prepotenza a quella della giustizia”.

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