Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Una menzogna che copre un saccheggio… di Pasquale De Feo

Massacri

Pubblico oggi un pezzo che scrisse tempo fa il nostro Pasquale De Feo, da qualche tempo detenuto ad Oristano.

Si tratta di una lettera rivolta a Massimo Bernardini, conduttore del programma televisivo di Rai Tre “TV Talk”.

Lettera in cui Pasquale, in polemica con uno storico ospite di due puntate della tramissione, ribadisce la scomoda verità sulla reale storia del Risorgimento.

————————————————————————

Egregio dott. Bernardini

Seguo spesso la sua trasmissione, ma ci sono puntate che travalicano il senso della realtà e della storia.

Sullo stesso argomento in aprile e, in ultimo, alla fine di agosto, in entrambe le puntate, c’era suo ospite il pseudo storico Alessandro Barbieri.

Questo signore è simile ai anti scribacchini unitari e storici che ritengono la favoletta risorgimentale un mantra su cui è inconcepibile discutere.

Nell’ultima puntata ha detto che, quello che raccontano i revisioni meridionali sono tutte balle. Che le menzogne spacciate per realtà nel Risorgimento sono incontestabili. Solo chi è cieco o ideologicamente ottuso può rimanere sulle sue posiioni.

Il Regno delle Due Sicilie era il più ricco degli Stati italiani e con la banca più ricca d’Europa. Aveva primati in ogni campo. Qualche anno prima del 1860 aveva partecipato alla Fiero mondiale dell’industria a Parigi, vinse 12 medaglie d’oro grandi, 78 medaglie d’oro piccole, 105 medaglie d’argento e 215 medaglie di bronzo. Fu l’unica nazione che tenne testa all’Inghilterra, che all’epoca dominava il mondo con il suo impero.

Aveva la terza flotta del mondo dopo quella inglese. Le prime navi a vapore mercantili e militari venivano varate dai cantieri di Napoli e Castellamare di Stabia. 

Le prime locomotive furono costruite nelle officine di Pietrarsa, dove uscivano centinaia di motori a vapore per i bastimenti. Aveva 8000 dipendenti., come la prima tratta ferroviaria Portici-Napoli, c’era a Napoli la più grande ferriera del mondo con 1100 operai. Il primo ponte a catena di ferro è stato costruito sul Garigliano e il secondo sul Calore. Quello sul Garigliano è ancora lì a testimoniarlo. L’ingegnere Giura che li costruì era conosciuto internazionalmente fino al 1860. Garibaldi lo fece ministro dei lavori pubblici. Dopo pochi mesi si dimise, perché, avendo un forte rispetto dello Stato, non poteva essere complice di quel marasma nel rubare e regalare ad amici e collaborazionisti piemontesizzati il denaro pubblico. In pochi mesi dilapidarono la cassa pubblica e fecero un debito pubblico di 182 milioni di lire. Così iniziò l’epopea italiana sic.

All’arrivo di Garibaldi a Napoli, il Banco delle Due Sicilie fu svuotato del suo oro per ordine di Cavour. C’erano 443 milioni di lire in oro che, stivati in 118 sacchi, furono trasportati a Torino con un treno. Questo fu solo l’inizio del grande saccheggio che si è perpetrato ininterrottamente fino ai giorni nostri. L’inviato di Cavour spulciò i conti del Regno e lo informò che erano tenuti in modo magnifico; nessun ministro  era stato mai incolpato di avere sottratto denaro pubblico. Dopo il 1860 la finanza dello Stato diventò uno zimbello. Cavour era un genio della finanza creativa, indebitò il Regno Sardo savoiardo di circa 60 milioni di lire, era sull’orlo del fallimento, la conquista del Meridione fu una rapina per pagare i debiti; il braccio destro di Cavour, Pier Carlo Boggi nel 1859 al Senato di Torino disse: “O la guerra o la bancarotta”. Si salvarono con il saccheggio del Regno delle Due Sicilie.

D’altronde Francesco II, mentre saliva sulla nave che l’avrebbe portato a Roma in esilio, disse: “Non vi lasceranno che gli occhi per piangere”. Chissà se fu profeta o conosceva bene la rapacità dei Savoia.

Trattarono il Meridione peggio di una colonia africana. Il glorioso Risorgimento non fu che un’orgia di sangue e rastrellamento di tutte le ricchezze, dalle uniche 5 tasse a ulteriori 36 tasse. Sterminarono un milione di meridionali su una popolazione di otto milioni di abitanti. Arrestarono mezzo milione di persone, rasero al suolo 54 paesi con tutti gli abitanti, deportarono nei lager del Nord centinai di migliaia di meridionali, con il suo Auschwitz, il forte di Fenestrelle, 2000 metri sopra Torino, dove i prigionieri resistevano tre mesi, perché aveano rotto tutti i vetri delle finestre, con gli abiti estivi e metà razione. Ne morirono a migliaia e poi squagliavano i corpi in una vasca di calce che ancora c’è. I documenti ufficiali dicono 26000 persone, ma sono stati  molti di più. Hanno anticipato i nazisti di 80 anni.

Non contenti, chiesero al Portogallo un’isola per deportarci quanti più meridionali possibile. La notizia trapelò, facendo inorridire l’intera Europa. Questo li fece desistere, ma non rinunciarono. Provarono con l’Argentina per avere un pezzo di Patagonia. L’Argentina rinunciò, forse per ragioni umanitarie. Allora ripiegarono sulle isole nostrane, riempendone ognuna di un carcere, dove la repressione poteva essere fatta lontana da occhi indiscreti. D’altronde non hanno mai smesso di usarle per la repressione fino ai nostri giorni; qualcuno si era dimenticato di dire a quel carnefice di Vittorio Emanuele II e a quel truffaldino di Cavour che nel Meridione vivevano anche i Meridionali.

Legalizzarono il fiume di sangue con la famigerata Legge Pica che, con terminologie diverse, e adeguandola ai tempi moderni, è arrivata fino ai giorni nostri.

I soldati piemontesi, di cui facevano parte bersaglieri, cavalleggeri e carabinieri, avevano la facoltà di uccidere chiunque. Allora fucilavano, massacravano, stupravano e saccheggiavano senza bisogno di ordini. Nei resoconti parlamentari, sia quello italiano e sia quello inglese, ci sono pagine di crudeltà inaudita; un parlamentare paragonò quello che stava succedendo ai massacri di Cortes nelle Americhe.

Le mando questo manifesto che i patrioti napoletani affissero nei muri della città, con il rischio di essere fucilati sul posto. Una persona seria dovrebbe almeno riflettere su ciò che è scritto.

Di questi documenti ce ne sono migliaia, ma la censura e il segreto di stato ancora proteggono quello che è stato nei fatti: “UN GENOCIDIO” in tutti i campi.

Cavour con il suo manutengolo Carlo Boldrini, direttore della Banca Nazionale futura Banca D’Italia, con leggi apposite gli consentirono di rastrellare tutti i ducati in oro e argento, distribuendo carta. Dove arrivavano bersaglieri e carabinieri, apriva una filiale di banca.

La Banca D’Italia, dopo 150 anni ha redatto, con l’ausilio di due professori dell’Università de La Sapienza, una relazione dove si attesta che il declino inesorabile del Sud  è figlio dell’annessione piemontese. Cosa strana, è stato redatto in inglese.

Lo stesso Cavour con un tratto di penna cancellò l’industria del Meridione; l’unica presente nella penisola, perché il regno sabaudo faceva il piazzista delle merci prodotte in Inghilterra e in Francia. Con il sangue dei meridionali oggi hanno un comparto industriale dei migliori d’Europa.

Garibaldi, con quei mille scappati di casa, non avrebbe mai potuto avere ragione  di un esercito come quello meridionale, forte di 97000 effettivi, senza l’appoggio di inglesi e francesi, che scortarono i due piroscafi fino in Sicilia. Ma quello che fecero gli inglesi, contribuì alla riuscita della più grande rapina del secolo. Misero in campo i loro buoni uffici aristocratici e della massoneria, corrompendo generali e ammiragli. In più permisero lo sbarco di migliaia di soldati piemontesi per conquistare Palermo, e la flotta inglese seguì tutta l’epopea da quattro soldi di Garibaldi fino a Napoli, dove si ancorò.

Molti ufficiali traditori che volevano arrendersi furono fucilati dagli stessi soldati, ma, venuta meno la catena di comando, si sbandarono e migliaia furono deportati nei lager dei Savoia sulle Alpi. Di questi valorosi, su 97000, solo in 1600 aderirono all’esercito piemontese, preferendo morire che tradire la propria patria, ma la vulgata savoiarda l’ha fatto passare alla storia come l’esercito di Franceschiello.

I popoli meridionali, per intuito infallibile, avevano capito che la posta in gioco non era il loro re Francesco II, ma l’indipendenza della loro terra; non la monarchia borbonica, ma l’autonomia amministrativa dello Stato; non il destino di una dinastia ma quello proprio; e questo sollevò il 99% dei meridionali contro il nemico piemontese.

Si sollevò e partecipò alla lotta, pur sapendo che non potevano vincere contro un esercito regolare. Preferirono morire in piedi invece che vivere in ginocchi. Si batterono con ardore per dieci anni, fino a quando la crudeltà piemontese e l’abbandono da parte di tutti, in primis la Chiesa e i regni europei, ebbero la meglio, rendendo il Meridione una landa desolata. Dove prima c’era abbondanza, ora prosperavano miseria e povertà. Con tutto ciò, la paura della canea piemontese aprì le porte delle frontiere e milioni di persone emigrarono (scapparono) all’estero per sopravvivere e salvare la propria dignità; il Meridione non conosceva l’immigrazione, cosa che conoscevano bene le regioni settentrionali. Quelli che rimasero, la fascia più debole, la dominarono con il terrore, la morte e la repressione spietata superiore a quella dei nazisti.

La storiografia ufficiale marchiò questi patrioti con il marchio di briganti. Anche Gramschi l’ha scritto nei suoi quaderni; i partigiani della Seconda Guerra Mondiale sono ancora considerati eroi perché si batterono contro l’esercito invasore tedesco. I patrioti meridionali fecero la stessa cosa, si batterono contro l’esercito invasore piemontese ma, con tutto ciò, ancora oggi non si rende onore ai vinti non si chiede il perdono per il genocidio commesso. In tutto il mondo hanno fatto i conti con la loro storia. Negli USA con gli indiani, altrettanto in Canada, gli australiani con gli aborigeni, il Sud America con gli indios. Solo in Italia l’argomento è tabù.

Credo che il motivo sia semplice. Rivisitare la storia della favoletta risorgimentale farebbe capire alle genti meridionali che l’attuale situazione di depressione deriva dai “fratelli” liberatori che dicevano di essere nostri fratelli e ci trattavano da schiavi africani. D’altronde ci ritenevano beduini, basta leggere i dispacci militari.

Un popolo senza passato non può avere un futuro e n sollevarsi per riprendere il suo cammino nella storia.

Oggi dobbiamo assistere ad una toponomastica italiana che dedica vie e piazze a criminali che al giorno d’oggi sarebbero davanti al tribunale dell’Aja per crimini contro l’umanità. Inoltre fare onorare Vittorio Emanuele II come padre della patria è come se i tedeschi nominassero Hitler padre della Germania. Un carnefice del genere meriterebbe di cadere nell’oblio.

Cavour, Garibaldi, il macellaio Cialdini, La Marmora, Pallavicini, Fumel, Dalla Chiesa (il nonno di quello che fu ucciso a Palermo), Francini, sono tanti e ne cito solo alcuni. Meriterebbero la condanna storica e la damnatio memoriae.

Il figlio di Garibaldi, Ricciotti, quando vide quello che stavano facendo i piemontesi, ritornò a combattere, ma questa volta dalla parte dei cosiddetti briganti. Per carità di patria questo episodio non si cita da nessuna parte, come anche che Garibaldi in Brasile gli avevano tagliato le orecchie perché preso a rubare bestiame.

Hanno ridotto una florida Patria, con una capitale che era una delle tre metropoli d’Europa insieme a Londra e Parigi, in una colonia e i suoi popoli in servi iloti come a Sparta. Non gli hanno lasciato niente. Le uniche strade erano e sono, per la gente meridionale, o emigrare o farsi strada nell’illegalità, e su questo si sono fatti valere.

Tutto quello che c’ di bello nel Meridione è stato fatto prima del 18650. Dopo solo brutture e una desolazione che stringe il cuore.

La storia del Meridione è tutta da riscrivere. La questione meridionale, nata dopo il 1860, è stata un macigno per trattare il Sud esclusivamente con la repressione. Non saranno storici alla Barberi che potranno farlo, ma conduttori come lei possono contribuire a dare dignità a gente martoriata da 150 anni. Un tempo ci ritenevano un covo di briganti. Oggi ci ci ritengono un covo di mafiosi. Domani diranno che siamo un covo di alieni, sic.

Voglio finire questa lettera con le parole dello storico Nicola Zitara che, in chiusura del suo ultimo libro, “L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria”, dice:

“Il lavoro senza produzione li ha plastificati moralmente, allontanati dal messaggio cristiano. Sono diventati mafia, ultima disumana ricerca di dignità sociale in un Paese che li ha programmati comunità appartata. Questo Paese è un oggetto antico, nato dal mare prima della storia. Nessuno può pretendere che cambi  facendogli trascinare il carro del sole. Cambierà soltanto quando i Raffaele Cutolo e i Totò Riina di mestiere faranno i ministri invece che i mafiosi. La storia del Sud è tutta da riscrivere”.

Mi auguro che lei avrà la correttezza intellettuale di chiamare nella sua trasmissione, quando tratta questi temi, anche meridionali che le racconteranno un’altra storia, come gli scrittori Pino Aprile, Gennaro De Crescenzo, Domenico Iannantoni che, tra l’altro, è promotore del “comitato No Lombroso”; un’altra pagina nera che ha causato e continua a infliggere sofferenza con il razzismo antimeridionale inventato con le folli teorie di Cesare Lombroso che con le sue tesi diede le basi ad Alfred Rosemberg, teorico del nazismo e della superiorità ariana. Oggi hanno aperto un museo a Torino con le sue nefasti opere.

Sono conscio che non le permetteranno di fare una puntata senza coperture risorgimentali, ma voglio sperare di averla almeno fatta riflettere e alimentare la sua curiosità per fare qualche ricerca.

Qualunque cosa lei farà, la ringrazio anticipatamente per il tempo che mi dedicherà.

La saluto cordialmente e che la vita le sorrida sempre.

Pasquale De Feo

 

 

 

 

 

 

Advertisements

Navigazione ad articolo singolo

3 pensieri su “Una menzogna che copre un saccheggio… di Pasquale De Feo

  1. Alessandra Lucini in ha detto:

    Grande come sempre il nostro Pasquale, preparato e intelligente e mordente, quanto mi piaci Pasquà

  2. Giuseppe in ha detto:

    E non è cambiato niente purtroppo… se ancora titoliamo strade e piazze a certa gentaglia e si tende sempre ad insabbiare tutto, mostrando un altra facciata della realtà,accade anche nella realtà attuale.
    Guarda caso, il sud era ricco e florido prima del risorgimento, al contrario del nord,
    dove regnava inoperosità e poverta “infatti gli emigranti erano loro all’epoca ”
    bell’articolo Pasquale !

  3. ciao Pasquale, come sempre, il tuo lavoro e’ pieno di notizie, che fan aprire gli occhi di verita’ ancora nascoste … un abbraccio gentile per te amico 😉

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: