Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Introduzione alla devianza di un cane…. di Salvatore Torre

Astratt888

Giusy Torre, la sorella di Salvatore Torre, detenuto a Saluzzo, ci inviò alcuni suoi racconti.

Oggi pubblico questo splendido racconto dal titolo “Introduzione alla devianza di un cane”.

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Introduzione  alla devianza di un cane

Che palle! – Sbuffavo tra me, dopo aver guardato l’ora per l’ennesima volta.

Erano difatti già ben venti minuti che me ne stavo là ad aspettare.

E dire che mi avevano pure sollecitato a sbrigarmi.

In quel momento, sedevo su una panca, ma le mie gambe non volevano saperne proprio di starsene ferme!

Il cervello poi mi andava quasi in corto circuito: ancora là a ripassare e a rielaborare mentalmente quella materia. La paura era quella di presentarmi alla commissione di esami senza trovare più una sola parola di quanto avevo studiato per tutto quel mese di maggio!

Tutta colpa della memoria breve!

Eh, già, perché  vedete nell’altra pensavo di non conservarci mai nulla, ma proprio nulla di quanto affollava temporaneamente la breve!

Sì, dicevo proprio temporaneamente perché, chissà per quale mistero della natura, appena finivo di svolgere un esame quella memoria si svuotava di un colpo senza lasciare traccia alcuna delle nozioni cui abbondava fino a un istante prima!

Ero arrivato persino a pensare che questa mia curiosa ma più ancora molesta singolarità fosse dovuta allo stress sottinteso all’esame: tanto era cioè esorbitante lo stress, che alla fine lo sforzo faceva tabula rasa della mia mente!

Di quello avevo fatto ben esperienza studiando per il diploma di Geometra!

Avevo immaginato allora la mia mente uguale a un floppy, che a contatto con un magnete perdeva le informazioni registrate al suo interno: sol che del floppy una      spiegazione scientifica l’avevo pure trovata, ma del mio caso nulla, neppure un indizio, un accenno, niente di niente.

Dovevo essere di sicuro l’unico caso al mondo!

E comunque il terrore più  grande era quello che un giorno o l’altro questa memoria breve anziché dopo si svuotasse prima di dare l’esame!

Eh, sì, un poco strano  c’ero, ma è da dire, solo per amor del vero, che delle mie fisime ero finito per ultimo per farmene una ragione!

Detestavo però enormemente dovere aspettare: madonna la nevrosi mi prendeva alle gambe senza più darmi pace! Mi tormentava proprio senza avere per me  un minimo di pena! Eh, però altra era quel dì l’angoscia che concorreva a sollecitarmi in quel senso: vedete, mi tribolava a quel modo il pensiero che alla commissione venisse giusto di fargli una certa domanda …

Non che in tal caso avessi poco da dire, anzi era proprio quello il dramma che ne avevo anzi ad abbundantiam, tanto cioè da poter questionare dell’argomento per ore, soprattutto qualora avessi dovuto confutare talune conclusioni alle quali perveniva il saggio da me  studiato: conclusioni che sentiva per vero sullo stomaco!

Già, ma al guaio si aggiungeva sempre altro guaio. E infatti, come se non bastasse quel mio assillo, si dava il caso che l’autore di quel saggio fosse, manco a farlo apposta, tra i membri facenti parte la commissione!  

Oh, buon Dio: sarei riuscito mai  a non far trapelare quel mio irrispettoso dissenso?

No, certo che no!  Qualora mi avessero chiesto proprio di quella certa cosa, l’avrei anzi contestata non poco. 

Ah, non avessi smesso di fumare, avrei forse trovato conforto in una bionda, mi dicevo allora, tra l’altro.

E quella stanzetta presso di cui mi obbligavano ad aspettare?

Dio, era per davvero opprimente! Era tanto piccola che a non starci attento ci sbattevi il grugno contro lo spigolo.  Appena un metro e venti per uno e sessanta di spazio, racchiuso poi tra due porte, entrambe belle chiuse. Io guardavo fisso quella che introduceva agli uffici: ma non s’apriva.

Mannaggia, ma quanto ancora ci voleva per venirmi a chiamare.

Boh.

Ma intanto era trascorsa la mezz’ora.

Possibile che si fossero scordati in quel modo di me?

A quel dubbio ero tentato di dare una voce, così da far tornare a quelli la memoria, qualora lo avessero fatto sul serio!

Eppure mi trattenevo: fosse mai che disturbavo qualcuno!

Insomma ritenevo opportuno non farlo.

E poi dovevo far pazienza ancora più d’altri: ero o no iscritto al corso di laurea per Educatore Professionale?

Cacchio, lo ero eccome!

Certo, era quello appena il primo anno di corso; era, è vero, il primo esame, ma, per la miseria, pur sempre di educazione si trattava,  no?

E però quell’esame, quel  primo esame del primo anno, mi aveva fatto per davvero  inquietare!  Perché, sapete, tra le pagine di quel saggio, che ripeto aveva studiato per un mese intero, vi  si celava infido un inganno!

Eh, sì, perché giusto a me, che di un mondo gregario della disuguaglianza sociale avevo vissuto, dacché ero nato, per intero la tragedia; a me che della devianza minorile ero stato, per mia mala sorte, l’emblema, si andava a raccontare di non avere afferrato nulla, non già di altro, ma di me stesso!

Ah, di quello sì voleva persuadermi quello scrittore!

Tuttavia, io resistevo: mi dicevo, infatti, che quel saggio offriva certo una visione d’insieme soddisfacente, ma pure che non mancava di  sostenere delle sciocchezze!

Vi dico meglio: all’inizio di ogni paragrafo di quel saggio, una domanda introduceva alla relativa trattazione; ad esempio, al sesto era chiesto: “Quali problematiche sociali inducono i giovani al crimine?   

Domanda innanzi alla quale io esclamavo: La subcultura della quale sono vittime! Che domande! 

E così seguitavo a rispondere di paragrafo in paragrafo, vale a dire sino a quando non capitavo all’undicesimo.

Ah, signori, in quello stesso istante, cioè appena voltata la cento ventiduesima pagina, mi prendeva pressappoco un colpo!

“Perché questi giovani non fanno una scelta di vita diversa?”

Ecco, mi aspettava al varco proprio questa domanda!

Lo so: a voi non farà magari alcuna impressione, ma a me, vi ripeto, poco manco che mi rincoglionisse!

Intendeva suggerire forse quella domanda che un giovane, cresciuto in una contesto sociale fuorviante, indottrinato a uno stile di vita delittuoso, abbagliato da simboli e valori criminali,  avesse comunque la consapevolezza di poter scegliere  di vivere una realtà differente da quella che lo aveva cinto a sé sin dalla nascita ?

Minchia!” – esclamavo a dubitare di quello.

Perché, vedete, io non avevo neanche mai sospettato che, a quelli come me, fosse data una scelta! Anzi, ero certo che non fosse proprio possibile vedere di là del proprio mondo, cioè che potesse esisterne uno diverso!

Eppure quello si sosteneva a un certo momento in quel saggio!

Tanto mi buttava sul subito nel panico e dipoi, ancor peggio, mi ossessionava fino a farmi perdere il sonno!

In buona sostanza, andavo di matto!

Diamine, alla diabolica speculazione lombrosiana che voleva, tra l’altro, un difetto genetico quale responsabile della personalità deviata, si sostituiva un paradigma altrettanto sconcertante che, del giovane emarginato, affermava il libero arbitrio nello scegliere di vivere una realtà equivoca e pericolosa come quella delittuosa!

Vero era che io sentivo ancora l’eco della mia voce di adolescente, affermare che, da grande, avrebbe voluto diventare uguale il Malpassotu, Alias Giuseppe Pulvirenti, storico capo clan tra i più violenti e sanguinari della Sicilia.

Ma davvero avrei avuto per idolo non il Papa, non Gandhi ma la loro suprema antitesi, quando realmente avessi conosciuto l’esistenza di una realtà diversa da quella che mi aveva forgiato in quel senso?

Io non lo credevo affatto.

Ravvisavo anzi, solo allora, ahimè!, i condizionamenti che stavano a valle di quell’indole indomita e fuorilegge: quale possibilità avevo di guardare oltre quella mia vita, se ero cresciuto in un ambiente simile, per usare una metafora, a quella stanzetta dove facevo da un po’ anticamera, cioè un luogo racchiuso in se stesso, impermeabile alle sollecitazioni esterne e dominato da valori e convincimenti irragionevoli, violenti, fuorvianti, criminogeni, quello che vi pare, ma così fortemente radicati nella mentalità del gruppo, da essere considerati parte del proprio patrimonio ereditario?

Potevo mai farlo quando era inculcato nella mia mente l’essere onorevole ospitare a cena un malvivente e una vergogna avere in famiglia uno sbirro? L’essere cosa buona e giusta proteggere il criminale dalle forze di polizia e invece immensamente disonesta denunciare un delitto?

Certo che no! –  continuavo a ripetermi.

Indubbiamente, erano quelli disvalori:  lo diremmo senz’altro, oggi, a guardare dall’alto e da lontano quel tempo, ma lo si vada a raccontare a un giovinetto che, lasciato lesto di  giocare a pallone con i suoi compagni, prendeva improvvisamente a correre, con quanta forza e fiato aveva in corpo, per andare ad allertare il padre o, quando questi era carcerato, gli amici di lui, della presenza di una volante sulla strada del paese!

I poliziotti, tutori della legge e dell’ordine?

Chi, quelli là?

Macché: erano piuttosto dei malvagi che assaltavano di continuo  casa mia per metterla a soqquadro o ancora peggio per arrestarmi il padre!

Diamine, chiuso in quello sgabuzzino, quei pensieri facevano di tormentarmi con maggiore insistenza! Decidevo quindi di distrarmi, mi alzavo dalla panca, facevo due passi, cioè nel senso letterale di due, fronteggiavo così la prima porta, mi voltavo allora su me stesso, facevo altri due passi e contemplavo la seconda: non avevo via di uscita, mi dicevo, riflettendo ancora di me ragazzino.

Al che  levavo il pugno, intenzionato a battere la porta, ma anziché farlo restavo col braccio teso a mezz’aria: e il cane? Dove lo mettiamo il mio cane?

Il pensiero di quell’animaluzzo veniva dal niente a rimestare ancora del mio passato. Evidentemente, non riuscivo a distogliermi dallo stesso.

Be’, che cosa c’entra adesso il cane, vi chiederete voi … Nulla, in verità, se pensate a un cane uguale a tanti altri, ma quello era un cane diverso, perché di fatto un cane deviato!

Proprio così.

Vedete, il mio cane, un bastardino tutto nero, dimorava abitualmente sulla strada, esattamente davanti casa mia. Dico abitualmente perché non di rado spariva senza preavviso anche per un’intera settimana. Ma non questo lo faceva strano, infatti, destava meraviglia il fatto che faceva transitare per quella via chicchessia, a qualsiasi ora del giorno e della notte, eccetto, guarda caso, carabinieri e affini! 

Sul serio!, e a nulla valeva che fossero oppure no in divisa: li fiutava appena quando sopraggiungevano sulla piazzola del paese, che dalla casa, badate, distava non meno di trecento metri!

Cosi docile e caro, quel cane si trasformava in una belva giusto quando uno di quei signori faceva solo di recarsi alla nostra dimora. Tanto ringhiava e mostrava i denti, tanto era rabbioso e pronto per azzannare, tanto cioè faceva paura che una volta minacciavano con le armi perfino di ammazzarmelo!

Voi penserete che sia da ridere, ma non lo è per niente e appunto anche di questo meditavo in attesa di dare quegli esami.

Ah,  sapeste, a vedermi a quel modo, con il braccio ancora levato a mezz’aria e con gli occhi spiritati, che parevano fissare chissà dove, mi avreste preso di sicuro per uno squilibrato. Ma in quell’attesa, mi chiedevo nuovamente quale salvezza potevo mai avere, se quel mondo subdolo e perfido, aveva persino suggestionato la ragione di un cane!

Vero, si potrebbe ora discutere, ma avremmo voglia a farlo, delle  capacità di quell’animale di assecondare le pulsioni e di far sue le emozioni di quanti aveva in affetto, ma anche laddove ne concordassimo il senso, resterebbe dipoi che finanche lui, il cane, si era di fatto conformato alle leggi di quella scellerata società!

Quale salvezza, dunque?

Nessuna!

Deciso questo, riposavo finalmente il braccio, lasciandolo cadere malinconico lungo il fianco: che cosa avevo da scegliere,  continuavo comunque a chiedermi, se già dalla prima giovinezza ogni cosa intorno a me dichiarava qual era la mia sorte?

Qual altra idea potevo avere della vita, se  a pascere quel giovane che ero, non era la poesia né l’arte, ma la mala e il crimine?

Magari qualcuno o qualcosa, mi avesse fatto stirare il collo dall’altra parte di quel mio mondo … giusto per mostrarmi che di là c’era sicuramente di meglio, avrebbe forse insinuato nella mia vita non certo subito il dubbio, ma certo la curiosità mi avrebbe spinto a riguardare da quella parte e poi a farlo ancora e quindi chissà … potevo davvero trovare un richiamo che mi transitasse verso un altro destino!

Ma, chiederete voi, non avevo famiglia?

Famiglia?

Quale?

Quella serva, tale e quale al cane, di quella subcultura?

Quella in cui mio padre bivacca più per le galere che per la casa?

Quella che mi guardava, ragazzino, come l’erede e depositario di quei valori comunitari?

Mi rodeva proprio ripetermi quelle penose condizioni, perché,  vedete, le avevo meditate tutte, non già una ma mille volte!

Ebbene, se non la famiglia, quali altre  istituzioni sarebbero state là a perdere con me quel tempo?

L’assistenza sociale! –  direte ora voi.

Chi?

Sì, va be’ … quella cosa là, era sconosciuta, non a me o alla mia famiglia, ma credo all’intera cittadina! Non che da quelle parti sentissimo l’esigenza di averci a che fare, per carità di Dio: ognuno si tenesse nel suo! 

Però, in effetti, la presenza di quell’istituzione sarebbe potuta servire a qualcosa … chissà, avrebbe magari potuto convincere mio padre a prendere in considerazione la necessità di costringermi a tornare a scuola, subito quando avevo abbandonato quella dell’obbligo!

Già che quest’ultima, la scuola, mi aveva cacciato via perché caratterialmente irrequieto e violento!

E’ vero, non lo rinnego: da ragazzino avevo uso di picchiarmi, giorno sì e l’altro pure, con qualcuno dei miei compagni! Ma, d’altronde, non riuscivo proprio a sopportare che dicessero male della mia famiglia.

Ad ogni modo, poteva anche  insistere la scuola nel tentativo di recuperarmi!

Del resto, erano quelli gli anni ottanta e la filosofia della scuola, perlomeno in quella parte della Sicilia, era appunto quella di allontanare dal suo grembo gli alunni irrequieti e tenersi stretti quelli buoni  e saggi!

A quel ricordo sussultavo: fossi vissuto in Lombardia, Piemonte, Toscana o Emilia Romagna!  Da quelle alture l’assistenza sociale magari non avrebbe fatto  di lavarsene in quel modo le mani! Anzi, probabilmente sarebbe corsa a casa mia e minimo minacciato di querelare mio padre se non si fosse occupato di farmi tornare  a scuola!

E la scuola mi avrebbe forse cacciato via?

Ma scherziamo?

Avrebbe semmai chiamato presso di sé i miei genitori per sottoporgli la questione e trovare così insieme la soluzione più idonea! Ma, appunto, in quella parte della Sicilia, quelle pratiche non erano per nulla in uso: forse manco esisteva l’assistenza sociale!

A quella considerazione ciondolavo  la testa, sorridendo amaro di me.

Intanto,  pativo, in silenzio, ben quarantacinque minuti di attesa.

Pazienza… mi ripetevo, mentalmente.

Avevo allora trentasei anni, ma già i capelli e il pizzetto mi si mostravano con qualche filo di grigio. Non ero sposato e, in realtà, non sapevo bene se un giorno mi sarebbe stata data la possibilità di farlo.

Disperavo, in verità.

Del resto, donne non potevo frequentarne tante e quelle poche, anzi pochissime che avevo modo di conoscere, non mi ritenevano per nulla affidabile. Per vero, mi guardavano solitamente di trasverso: i loro occhi sembravano sovente volermi esplorare la  mente, mi scrutavano punto.  Cercavano forse di capire chi fossi in realtà. Non che dessi loro agio di equivocare sulla mia personalità, anzi facevo semplicemente di mostrarmi così com’ero: ma forse proprio quello mi  rendeva a quegli occhi un poco dubbio … ero un ergastolano, dopotutto.

Avevo però, da un po’, conosciuto una ragazza, che pareva fidarsi un poco di me: sulle prime non si era mostrata molto convinta, piuttosto era stata forse più lunatica delle altre.

Tuttavia, in lei qualcosa c’era di diverso.

Così almeno pensavo.

Ci vedevano una o due volte al mese e non facevamo che parlare e parlare … in verità, ce ne stavano là, seduti l’uno di rimpetto all’altro,  pensando di voler fare tutt’altro.

Ad ogni modo, poi finiva.

Tornavo dunque a sedere sulla panca. Mi stringevo le mani tra le cosce e, sovrappensiero, cominciavo a  dondolarmi con la schiena: non riflettevo però della mia storia con la ragazza, continuavo anzi a rimuginare sulla mia vita. A quando dall’uso delle  mani, ero passato  a quello delle armi:  dalle rapine all’omicidio, la via era stata breve.  

Mi accadeva di farlo quando non avevo ancora diciotto anni. Ma non per quello mi sentivo un barbaro o un malvagio. Niente affatto, era stata quella legittima difesa: perlomeno, in quel modo mi rassicuravano i grandi. Dipoi  dalle nostre parti era detto: “o ammazzi o ti fai ammazzare”, ed io facevo il possibile perché ciò non accadesse. Tanto ero accorto che non mi si vedeva mai passeggiare per la piazza, mettere piede in un bar, né giammai entrare giusto dal barbiere; vedete, il rischio era appunto quello di prendere una fucilata sulla faccia.

Tuttavia, non pensiate che quello mi tenesse troppo sulle spine, anzi, per taluni aspetti, lo credevo persino naturale: alla galera sentivo semplicemente di essere destinato, mentre alla morte sapevo di potere scampare fintanto che la scaltrezza, ma più ancora la fortuna lo avrebbe permesso.

Smettevo allora di dondolarmi e cominciavo, invece, a scrollare la testa: quali farneticazioni avevano a quel tempo affollato  la mia giovane mente!  

Non io, mi dicevo, dovevo essere rinnegato dalla società, ma quella mentalità perversa e funesta, che aveva sorretto le fondamenta della esistenza!

Poi, come morso da una tarantola, balzavo in piedi, facevo due passi in avanti, ruotavo quindi su me stesso e facevo pertanto altri due passi: la porta rimaneva ancora bella sprangata. 

Possibile mai che mi lasciassero ad aspettare per tutto tempo? Mi chiedevo, tornatomi il dubbio che mi avessero per davvero scordato colà! Non che prima non lo credessi, ma buon Dio, come potevano averlo fatto! Poggiavo quindi l’orecchio contro la gelida lastra di ferro della porta e mi concentravo ad ascoltare: non fiatava una mosca!

Bah!

Era passata un’ora!

Che fare?     

Allora, decidevo e battevo con il pugno due volte: chissà mai qualcuno, si convincesse a guardare! Attendevo un momento e, in assenza di una risposta, tornavo a sedere.

Sistemavo bene il gomito sulla coscia e con la mano mi trattenevo disperato la fronte: per me, ovviamente, c’era stato poco da fare. Appena compiuti vent’anni non ero finito ammazzato, per mia fortuna, ma dritto, dritto ero stato condotto in galera.

Ma io quella con Dignità e onore la sopportavo!

Non per nulla avevo per idolo Peppino u Malpassotu!

Che minchione!

Chi, il Malpassotu? No, no io, null’altro che io!

Del Malpassotu poteva dirsi difatti di tutto, tranne essere un minchione, perché lui di farsi la galera non ci aveva pensato manco un istante: mi pento, mi pento di duecento omicidi! – aveva gridato al giudice appena il giorno appresso il suo arresto!

Alla faccia della dignità e dell’onore!

Ma il Malpassotu era uno sbirro! Uno che l’infamia l’aveva nel sangue! Un verme mascherato d’uomo! Un tragediatore nato e cresciuto! Non poteva che essere in quella maniera, solo che non lo si sapeva!

Ah, queste ed altre ne avevo trovato a quel tempo di ragioni, per consolarmi della delusione!

Eh, però, il Malpassotu avevano poi emulato in tanti: centinaia, migliaia! Anche gli amici miei lo avevano fatto: ma non il mio cane, lui, poveretto, moriva  appena qualche anno più tardi il mio arresto.

Decidere di collaborare con la giustizia, per avere uno sconto di pena, quella  poteva certo dirsi una scelta. Ma non di sicuro nascere in una data famiglia, crescere in un certo contesto ambientale, formarsi caratterialmente in una maniera anziché un’altra! A scegliere in tal senso, era, a mio vedere, non altro che un compendio di combinazioni del tutto indipendenti dalla volontà umana.

A quell’ennesima considerazione, sospiravo: continuavo a meditarci sopra, vedete, ma mi sentivo stanco, soffrivo, in verità, a farlo così spesso.

Però, di acqua ne era passata sotto i ponti dacché il Malpassotu si era pentito: tanta che avevo passato da allora altri tredici anni di carcere!

Io, disgraziato per natura, non mi pentivo: non quella via sceglievo per riguadagnare la libertà … ditemi fesso, ma quello decidevo.

Tuttavia, non trascorrevo quegli anni di prigionia con le mani in mano, infatti, mi  diplomavo,  cominciavo gli studi universitari, mi dedicavo alla poesia, alla scrittura e, ancora, analizzavo e criticavo il mondo attorno a me e soprattutto la mia stessa persona … per quanto mi era detto un giorno di farlo inutilmente.

Avrebbe dovuto pensarci prima”,  aveva ritenuto opportuno rispondermi un giovane vice comandante,  un giorno che mi lamentavo di non avere data la possibilità di sfruttare le mie attitudini  intellettuali e creative.

Pensarci prima: ma prima, quando?

Magari tra una sparatoria e l’altra?

Ecco, ritenere tardivo l’impegno di un detenuto a migliorarsi rappresenta, secondo me, per intero l’errore del disastroso e fallimentare progetto di recuperare alla società i soggetti deviati: considerare inutile il tentativo di riscattarsi dalla realtà che li ha cresciuti tali è , infatti, il sistema migliore attraverso il quale rigettarli tra le sue braccia.

Mi rammaricavo appunto di quello, prima di  sbuffare: ora basta! 

Al che, balzavo in piedi e  levavo il pugno per battere di nuovo e forte alla porta, ma giusto allora quella si apriva.

L’agente, a vedermi pronto a picchiare, faceva lesto un passo indietro, poi esclamava: “Oh e che cavolo, un momento di pazienza, no!

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2 pensieri su “Introduzione alla devianza di un cane…. di Salvatore Torre

  1. Alessandra Lucini in ha detto:

    E’ appassionante questo tuo scritto, pieno di verità esposta con l’ironia CHE salva sempre la vita, grazie caro e complimenti per come scrivi, c’è molto talento nel modo in cui esprimi i tuoi pensieri e c’è una capacità di coinvolgere che stupisce, grazie per questo pezzo che andrebbe letto dai primi interessati, ciao carissimo e ricevi un abbraccio e un augurio che tutto questo possa finire presto.

  2. Pina in ha detto:

    Mi ci sono voluti circa 30 minuti per leggere il tuo racconto…stamane tutto dn fiato , interessante, richiama molto l’assenza di una società, come anche quelle delle istituzioni, marcate nel sud italia, che pensa solo ha sfolgorar se stessi, mettendo sempre in disparte chi malaguratamente, nasce in un territorio malsano e’ condannato. Brutto affare per loro che nn sanno vedere, ne ascoltare dentro di loro il prima di ogni umo e di ogni storia.
    lA TUA PER ESEMPIO vissuta in mezzo a sta tormenta…
    La pace sia con te amico, voglio che tu sappia, che nn tutti la pensano come loro, che vedo chiusi dentro un carcere mentale, avvelenato, senza speranza …
    Grazie Salvatore …

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