Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Giovanni Farina in merito al suo fine pena

La nostra Francesca De Carolis ci ha inviato una lettera di Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro, dove parla della rideterminazione della sua pena in trent’anni, con la scadenza che viene fissata per il 2023.

In fondo all’articolo le riproduzioni del pronunciamento dell’ufficio di esecuzione presso l’Ufficio Esecuzioni del Tribunale di Roma.

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Finalmente mi è arrivata la tanta attesa ordinanza dell’incidente di esecuzione che, può essere cambiata da qui in avanti soltanto in meglio, questa ordinanza e da parte della Procura.

Sono in attesa dell’ordinanza della Corte d’Assise che mi ha discusso l’incidente di esecuzione perché vedo che mi contano i 17 anni che ho espiato dal 1998 ad oggi, i 5 anni della liberazione anticipata che ho beneficiato per la carcerazione del passato. In questo documento mi hanno assegnato il fine pena per il 2023. Mi stanno tenendo fuori dal cumulo dei trent’anni i 3 anni di condono di cui ho beneficiato nel 2006 per i reati minori e il condono di un anno e mezzo che ho beneficiato nel 1988 e nel 1990. Per questi fatti farò richiesta che mi vengano applicate nei trent’anni di pena che devo scontare; che senso ha darmeli fuori dal cumulo, tanto valeva non darmeli proprio.

Il fatto è, se trovi un giudice persecutorio, queste manovre sono facoltative, possono farlo e nessuno gli può dire nulla. E visto il comportamento persecutorio che hanno avuto fino ad oggi, non mi aspetto che il loro comportamento cambi, anche perché vogliono dimostrare che il 2006, con l’applicazione dell’ergastolo nel cumulo non mi hanno danneggiato, smentita dalla Cassazione che li ha obbligati a rivalutare le loro sentenze, che sono durate 10 anni di ricorsi e smentite, e due ricorsi in Cassazione. Hanno provato in tutte le maniere di cancellarmi dalla faccia della terra, hanno iniziato con l’accusarmi di fatti che non ho commesso, costruendo prove false di ogni genere nel sequestro Soffiantini e nell’uccisione dell’ispettore di polizia Samuele Donatoni, facendo una campagna mediatica accusatoria senza esclusione di nessun genere d’ìnfamia, quando non mi potevo difendere perché non ero in Italia ed ero all’oscuro di tutto.

Al processo Soffiantini, quando avevo capito che la sentenza l’avevano già scritta, chiesi l’abbreviato, perché mi dissi che è inutile difendere le sponde del Piave se non hai la forza, tanto vale arrendersi. Con l’abbreviato mi avrebbero dovuto togliere da una condanna a trent’anni un terzo della pena. A quel punto mi aspettavo il massimo della pena, un terzo della condanna sarebbe stato 20 anni, non avrebbero più potuto darmi l’ergastolo col cumulo delle pene, perché visto come erano prevenuti nei miei confronti, mi aspettavo di dover subire le ritorsioni che ho subito per tanti anni da parte della Corte esecuzioni cumuli. La Terza Corte di Assise di Roma mi rispose che loro erano disposti a darmi l’abbreviato, con le modalità che: io dovevo rinunciare alla richiesta dell’estradizione dall’Australia dell’omicidio dell’ispettore di polizia Samuele Donatoni, che mi avrebbero condannato all’ergastolo, ma avrebbero tolto l’isolamento diurno di tre anni. Sentite le loro mostruose proposte, risposi alla Corte che continuassero a fare il processo come gli pareva. Dopo anni con la condanna all’ergastolo, con il fine pena 9999, che dovevo morire in carcere, sono a discutere di qualche anno di galera. All’età di 65 anni sono stanco di continuare a fare la galera da innocente, non gli è bastato, si sono presi tutta la mia gioventù, si stanno prendendo anche la mia vecchiaia.

Anni fa m’ero messo in testa di volermi attivare per la revisione del processo Soffiantini, mi sono consultato con un avvocato. E mi disse che il minimo ci voleva sui 300000 euro di spesa perché si doveva impegnare degli investigatori privati e le ricerche del mio caso erano molto laboriose e lunghe perché si dovevano fare anche all’estero. Mi informava, per chiedere la revisione del processo, non c’era il gratuito patrocinio da parte dello Stato per chi non aveva la possibilità di pagarsi un avvocato. Tutte le spese erano a carico di chi inoltrava un procedimento del genere, non avendo il denaro e neppure il tempo fisiologico di vita perché mi disse: “procedimenti del genere supponendo che venivano accettati, in Italia, sapevi quando iniziavano, ma non sapevi quando finivano, pronosticando tutto bene il minimo ci volevano 20 anni. In Italia è quasi impossibile fare una revisione di un processo. Mi ha sconsigliato.  A dire la verità questo signore mi sconsigliò anche di inoltrare le mie richieste del cumulo delle pene al quale ne sono venuto a capo dopo 10 anni. A suo dire non avevo via d scampo, mi dovevo rassegnare alla pena dell’ergastolo. Su una cosa aveva ragione, sul tempo interminabile che ci vuole in Italia per farti applicare un diritto di legge semplicissimo come quello ottenuto da parte mia, mi doveva essere applicato per via d’ufficio senza che io lo richiedessi, risparmiando tempo e denaro dei contribuenti.

Io ho iniziato questa dura lotta con la giustizia italiana perché non avevo altra soluzione, era vivere qualche anno della mia vecchiaia fuori dalle mura del carcere o morirci dentro, ero all’ultimo bivio della mia vita, non avevo nulla da perdere.  Non sono felice, perché non auguro a nessuno di farsi la galera da innocente, come l’ho fatta io da anni, nella repressione delle carceri speciali all’art. 90 e al 41 bis, tuttora sono nella sezione speciale AS1, dove non posso beneficiare di permessi premio, della semilibertà o della condizionale. Sono da 20 anni che non vedo le mie sorelle che vivono in Toscana. Non possono venire a Catanzaro a trovarmi. Ho chiesto più volte l’avvicinamento in Toscana, mi è stata rifiutata più volte da parte del DAP, con la risposta: sin quando ero sul suolo italiano ero vicino a casa. Nel carcere di Catanzaro sono l’unico detenuto che vive a più di mille chilometri dal luogo di residenza dei propri famigliari.

9.8.2015 Catanzaro

Giovanni Farina

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