Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Sulle arti marziali (prima parte)… di Pierdonato Zito

artimarziali

Pierdonato Zito, detenuto a Voghera, è una persona estremamente preziosa.

E’, a tutti gli effetti, un uomo che negli anni ha scavato molto profondamente dentro di sé, fino a forgiare una personalità rigorosa e allo stesso tempo carica di intensità morale. Una lunghissima introspezione lo ha come “scorticato” delle croste esterne della personalità, rendendolo “libero” da tutta quella serie di personalismi, vanità, voglia di apparire e competere, timori di non essere compreso. Si può dire che nel tempo ha acquisito come una “saggezza” che riesce a rendere in uno stile “classico”, nel senso che ricorda lo stile dei classici latini e greci.

Un giorno ci siamo trovati a confrontarci sul tema delle arti marziali, di cui sapevo che era un appassionato. A un certo punto gli ho chiesto di scrivere un testo sulle arti marziali. E adesso lo condivido con voi. 

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Quando hai un avversario di fronte, hai uno che vuole che tu soccomba, che tu sia costretto a cedere, che tu sia perdente. E’ lì, in quel momento, che nasce la sfida. E’ lì che ti metti a nudo. E’ lì che misuri il tuo attaccamento alla vita. E’ lì che il più forte dei nostri istinti viene fuori: l’istinto di sopravvivenza. Sul ring c’è solo: la vittoria o la sconfitta. Tutto il resto è annullato, non esiste. Hai di fronte solo l’avversario che desidera che tu cadi, poi con questo ti motiva a combattere.

Entra molto presto nella mia vita l’amore per le arti marziali. Nel 1969. Nell’estate di quell’anno l’uomo sbarcava sulla luna. Un evento di eccezionale importanza scientifica per tutta l’umanità.

E’ successo in quell’estate che ho ricevuto i primi rudimentali insegnamenti di arti marziali. Le prime tecniche di gamba e di mao, di attacco e di difesa.

In quell’estate una canzone allieterà la mia giovanissima età: “Lisa dagli occhi blu”. A cantarla era Mario Tessuto che venderà tre milioni di dischi. Un successo strepitoso. In quell’anno compivo i primi dieci anni della mia vita.

Il contesto storico, ambientale, sociale: Siamo in un piccolissimo paese nel profondo Sud, le arti marziali erano qualcosa di sconosciuto, al Sud come al Nord, tranne nelle grandi città come Roma, Milano, ecc.ecc. . dove esistevano alcune palestre, ma siamo in un contesto sociale dove questo sport era totalmente ai più, sconosciuta, e annoverava pochissimi praticanti.

In televisione trasmettevano solo incontri di pugilato, era l’unico sporto da combattimento conosciuto dalla stragrande maggioranza delle persone. I tre incontri tra il pugile di colore Griffith e Nino Benvenuti a fine anni ’60, trasmessi a tarda notte, butteranno giù dal letto mezza Italia.

Erano questi i nomi da pugili che riecheggiavano nella mia mente di bambino e poi un altro grande mito, Cassius Clay, che si dirà… Danzava sul ring come una farfalla e pungeva come un’ape e che poi, nel 1976, muterà il suo nome in Muhammad Alì. E’ stato e rimane un grandissimo pugile. Un campione e una guida per la sua gente.

Scrivo queste pagine all’età di 56 anni, a scriverle, quindi, è un veterano di questa materia. Oggi tutto è diverso, tutto è  in eccesso, tutto ci viene proposto in modo massiccio, c’è una overdose di notizie, di immagini, che all’epoca  non esistevano. Allora si aspettavano mesi, addirittura anni, per vedere e godersi finalmente “un incontro”, molto atteso in TV.

Era un mondo più piccolo, nel senso che non si sapevano molte notizie come oggi. Ognuno viveva sulla nella sua piccola realtà. Oggi invece sappiamo quasi tutto di tutti e questo, quasi in tempo reale, da ogni parte del mondo ci si ritrovi.

In quell’estate del 1969 ho visto per la prima volta un kimono bianco, ho visto per la prima volta delle cinture, degli attestati scritti con ideogrammi coreani ed in lingua inglese. Nessuno dei miei amici e persone che frequentavo avevano mai visto cose del genere, e neanche sentito parlarne.

Devo a mio fratello maggiore di ritorno in quell’anno dal Canada (da Toronto) l’opportunità di avere appreso l’arte marziale coreana, chiamata Tae-Quan-Do.

A sua volta l’istruttore di mio fratello, un coreano Park og Soo, tra le figure più rappresentative  e divulgative del Tae Quan Do a livello mondiale, all’epoca (nel 1969) 6° dan, uno dei massimi esponenti di questo stile.

Le foto che vedevo di combattimenti interstili, aperti cioè alle varie forme di combattimento di karate al Madison Square Garden di New York, dove mio fratello aveva combattuto, suscitarono in me una forte passione sportiva.

—-STORIA DI UNA PASSIONE SPORTIVA—-

Intano mio fratello successivamente emigrò in Germania e quel seme caduto per caso su un terreno fertile produrrà i suoi frutti.

La passione è un sentimento intenso, impetuoso. E’ un forte sentire, a volte violento, che può dominare l’uomo, condizionandone la volontà. Solitamente noi immaginiamo l’uomo saggio come una persona assente da passioni, quasi apatico, mentre il saggio ha le sue passioni. E’ soltanto che riesce a controllarle. 

L’uomo può controllare le passioni  con la ragione e quindi la passione, in questo caso, coincide con la ragione. In altri casi la passione non coincide con la ragione.

Le arti marziali mi attraevano, come una irrefrenabile sirena. Il Karate per me fu come una sorta di anestetico, come una ossessiva autoipnosi, adatta a sfuggire la malinconia adolescenziale. Frequentavo la scuola, studiavo, mi innamoravo e, disincantato, coltivavo i gemi della mia “furia creativa”. Sono così cresciuto a pane e karate, a pane e arti marziali.

Avevo circa 11 anni quando tra le mie prime letture di bambino, su un giornalino molto noto all’epoca, “L’intrepido”, incontrai un bellissimo articolo sulle arti marziali. Raccontava di un filosofo che camminava in un campo innevato, notò che i rami più grossi si spezzavano sotto il peso della neve, mentre i più sottili, ma flessibili resistevano al peso. Ecco spiegavano, era stato trovato il principio delle arti marziali. Ovvero non si oppone forza alla forza ma è la flessibilità e la tecnica a vincere. La capacità di diventare concavo e convesso. Metafore straordinarie della vita stessa.

(FINE PRIMA PARTE)

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