Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Socializzazione e rieducazione… di Salvatore Pulvirenti

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Ecco un testo del nostro Salvatore Pulvirenti -detenuto a Nuoro- sul tema della risocializzazione  e della rieducazione.

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Per socializzazione si intende quel processo di apprendimento e di adattamento alle regole sociali. Questo processo si sviluppa in base all’educazione che noi riceviamo dai nostri genitori sin dall’età adolescenziale, e fino alla maturazione della persona stessa. 

Questo sistema viene determinato anche dal contesto sociale dove una persona ha trascorso parte della sua vita. La socializzazione è anche rieducazione negli istituti di pena.

Non è tanto facile da descrivere. Nel senso che se devi affrontare questo processo con persone esterne, esse fanno fatica a comprendere la situazione che si viene a creare negli istituti di pena. Non è colpa di psicologi, criminologi o educatori che non sanno fare il proprio mestiere. Anzi a volte fanno uno sforzo multiplo per cercare di entrare nella mente del soggetto. Tutto questo richiede molto tempo. L’operatore che segue il detenuto deve essere sensibile e versatile. Anche se questo mi porta a dire che deve cementarsi nel ruolo del carcerato e, nello stesso tempo, essere poliedrico. Se si riesce ad entrare in questo meccanismo, probabile che qualcosa si riesca a concludere. Non c’è bisogno che gli operatori facciano ulteriori sacrifici per gestire la situazione. Ma la cosa più importante che riguarda il detenuto è la famiglia, che fa parte della rieducazione. Quando il detenuto viene allontanato dai propri famigliari, fa molta fatica ad entrare nell’attuale condizione perché comincia ad annullarsi e a chiudersi in se stesso e a volte emana e sprigiona quel nervoso che danneggia lui stesso e chi gli sta accanto.

Il metodo da adoperare secondo un mio giudizio sarebbe  quello di creare due rette parallele  di rieducazione; la prima riguardante il percorso di rieducazione all’interno del carcere; la seconda, quella di far sì che il detenuto sia in contatto con i propri famigliari, ma fuori dall’istituto e a rapportarsi anche con le regole sociali. 

Certo, posso dire la mia, perché mi trovo in carcere da ventidue anni e non ha senso vivere in un istituto di pena per tutto questo tempo, senza potere concludere niente e senza sapere nulla della vita che corre e concorre fuori delle mura del penitenziario. Per questo a volte si fa fatica a capire cosa sia e a cosa serve la rieducazione all’interno dell’ìstituto.

Salvatore Pulirenti

6 aprile 2015

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2 pensieri su “Socializzazione e rieducazione… di Salvatore Pulvirenti

  1. Pina in ha detto:

    Dici bene! difficile dentro! ma se si ha un po di comprensione, si avverte la necessità di un cambiamento liberatorio, che va esteso in un territorio altamente intossicato, da regole, è regolamenti disciplinari, che influiscono sulle menti, portandoli al collasso, e dove nessuno ne capisce un azzzzzzzzzzzz
    Tutti impartiscono lezioni, ma che poi alla fine, tutto si dissolve come se fossero palloncini, che con un Pum Pum Pum scoppiettano silenziosamente, senza lasciarne nessuna traccia…
    Conclusione si avverte un gran dolore, ma che nessuno può decifrare l’intensità, solo chi c’è l’ha, combattendo da solo l’ingiustizia di questo dolore…
    Condividendo il tuo pensiero Salvatore …

  2. Alessandra Lucini in ha detto:

    Potrei concludere con un titolo L’INUTILITÀ DEL CARCERE, sono del parere che la reclusione come è ora sia perfettamente inutile e direi anche peggioratrice, mi metto nei panni di una persona che quando esce da quel “palazzo” non ricorda neppure più come si attraversa una strada e ha l’impressione di essere stato ibernato e risvegliato in un mondo che non conosce più. Troppe cose sno sbagliate nella detenzione, ma nessuno vuole capirlo. Del resto la detenzione come è ora rende molto a qualcuno.

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