Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Alla redazione de Le Iene… di Francesco Annunziata

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Dopo una trasmissione de Le Iene, in cui un servizio è stato dedicato all’affettività in carcere, con l’inviato de Le Iene che è entrato nel carcere di Bollate, il nostro Nellino (Francesco Annunziata) -detenuto a Catanzaro- ha voluto scrivere una lettera alla redazione della trasmissione.

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Gentilissima redazione,

mi chiamo Francesco Annunziata e scrivo in relazione alla trasmissione xLove andata in onda su Italia1 in merito al servizio sull’amore tra le sbarre. Sono detenuto dal 27/08/1997, quindi comprendo benissimo ciò che avete mostrato in televisione. Premesso che non sono un fan delle “Iene”.. anzi.. trovo il programma fazioso alla stregua di Barbara D’Urso… J! Scusatemi, forse ho esagerato… J! Comunque, il programma Le Iene non mi piace, ma il motivo per cui ho deciso di scrivervi è che sono rimasto molto colpito dal servizio, e soprattutto per il modo in cui è stato trattato un argomento che ai più appare così scomodo da mandare in onda. Proprio per le motivazioni di cui parlavo prima. Mi ha sorpreso in positivo perché siete stati “onesti”, anzi… di più. Ho notato lo stupore del giornalista che è entrato in quel posto. A tal proposito, vorrei informarvi, qualora non lo sapeste, che siete andati a visitare un carcere come quello di Bollate che è unico in Italia. Voglio dire che non esiste un altro istituto penitenziario così. Il Dap vi ha autorizzato proprio perché si trattava di Bollate. Provate a chiedere le autorizzazioni per entrare in carceri come Poggioreale (NA), Ucciardone (PA), Badu e Carros (NU) ecc. ecc. Non avrete mai le autorizzazioni per fare lo stesso servizio in uno di quegli istituti. Bollate è l’eccezione. E, nonostante sia l’eccezione, traspariva in maniera netta l’imbarazzo del giornalista che si accorgeva delle condizioni “primitive” in cui sono ridotte le persone rinchiuse in questa culla della civiltà. Condizioni primitive soprattutto quando si tratta di rapporti affettivi. Come evidenziato anche dall’inviato, in tutte le carceri europee esistono condizioni diverse e migliori per gli incontri con i famigliari. Secondo studi scientifici, non è un premio al reo che in ogni caso sconta, risana il debito contratto con la società, ma è il riconoscimento del diritto all’intimità di cui ancora godono quei famigliari che fino a prova contraria  che fino a prova contraria sono innocenti e non hanno commesso nessuna infrazione, se non quella di amare una persona che in teoria ha commesso degli sbagli. Per aiutare a mantenere vivo un rapporto fatto di sofferenze e sacrifici. Molte volte il giornalista chiedeva come avessero deciso di aspettare il compagno/a detenuto per tutti gli anni che ancora restano da scontare. E ancora sono state intervistate persone che pochi anni ancora da scontare, anche se il concetto di “poco” è abbastanza relativo in questi casi. Intendo che di fronte a pene che non finiscono mai per legge, come l’ergastolo, oggettivamente due, tre quattro anni ancora da scontare non possono definirsi tanti. Ecco si pensi a queste persone, alle loro famiglie, alle moglie di un marito condannato all’ergastolo, con un fine pena mai, si  chieda a queste persone come fanno ad aspettare un marito che non tornerà più. E allora non sarebbe opportuno, oltre che umano, uniformarsi alle convenzioni europee e consentire degli incontri che abbiano una parvenza di normalità? Non dovremmo allontanarci troppo. Basta restare dentro i nostri confini, alla Costituzione italiana, laddove all’art. 27 dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Basterebbe rispettare questo principio. In teoria, perché in Italia esiste un problema ben più gravi, che è quello degli innocenti in carcere.

Statisticamente il 50% dei reclusi poi risulta non colpevole. Ma non intendo addentrarmi in questo ginepraio di numeri. Questi sono numeri che a nessuno conviene tirare fuori. Voglio parlare d’amore. Come nel vostro servizio, sono usciti fuori dallo schermo i sentimenti delle persone intervistate, e questo è stato possibile proprio per la genuinità della persona che è entrata in carcere a cui rivolgo i miei sinceri complimenti. Sì, qui dentro non c’è facebook, non c’è twitter, non esiste altra forma di comunicazione con l’esterno se non la cara e vecchia lettera vergata a mano e/o, in  casi eccezionali, con l’ausilio del computer. Computer a cui vengono disattivate tutte le funzioni che non siano quelle per scrivere e che viene concesso solo in casi eccezionali e in pochissime realtà, nonostante l’Ordinamento Penitenziario preveda espressamente che il computer sia concesso per motivi di studio e di lavoro. Voi siete andati a Bollate che è l’eccellenza in Italia. Avete visto incontri che si svolgono intorno a un tavolo in salette pulite e con agenti discreti. Ricorderete come lo stesso inviato sottolineava che ogni due parole si scambiavano un bacetto. Ci sono cose che non si possono descrivere su un foglio di carta. Vi assicuro che la tortura è molto per ciò che soffrono le persone che comunque ci restano vicine, che per noi stessi.

Avete visto lettere piene di cuoricini e il giornalista notava come sembri che qui dentro si regredisca all’infanzia, alle lettere scritte alla fidanzatina. Troppe volte ci si dimentica che la persona detenuta resta persona a cui è inflitta la massima delle punizioni che si può infliggere a un essere umano, la privazione della libertà.

Un antico detto siberiano dice che la casa di ogni uomo dovrebbe essere il cielo.

Privati della libertà, non basta? Quale funzione hanno tutte le altre privazioni? Troppo spesso il carcere è anche negazione di umanità. Lacera le relazioni familiari. E’ crudele la negazione di un abbraccio o di una carezza, una innaturale rimozione della sessualità di corpi giovani  sottoposti ad astinenza forzata per anni e anni, spesso per sempre.

Il carcere dovrebbe restituire una persona migliore alla società, e anche questo è comprovato proprio dai risultati conseguiti a Bollate, dove il tasso di recidiva delle persone scarcerate aumenta a seconda delle condizioni  in cui sono stati rinchiusi.

Non mi dilungo, chiedendovi di aderire alla campagna “facciamo entrare l’affetto in carcere”, facendo proposte concrete per una detenzione più umana.

Non si riduce tutto al sesso, ma incontri meno rigidi stanno soprattutto a diminuire l’impatto che subiscono con il carcere quei figli minori e quei famigliari che si ritrovano in un ambiente dove sembra perdersi ogni forma di umanità. Queste persone non hanno commesso nessuno sbaglio, non hanno violato la legge, e condannare anche loro a una pena solo perché congiunti con il reo, viola anche il principio per il quale la responsabilità penale e personale. Basterebbero poche modifiche al nostro ordinamento senza con ciò inficiare minimamente la sicurezza.

In tutto il mondo ormai le visite si svolgono in ambienti riservati che per un momento fanno sparire le sbarre che ci circondano ogni istante della nostra vita.

Troppo spesso in tv si sente solo propaganda e demagogia sulle esigenze di sicurezza per il nostro Paese. Ciò è utile solo per creare un clima di terrore nella popolazione in modo da distrarla dai vari problemi che ci affliggono. Un Paese dove quello che era il ceto medio è divenuto il povero, e chi era ricco si arricchisce ancora di più. Un Paese dove si chiede di mettere in pratiche le belle parole che si sentono. Non si vuole passare per vittime. Ma se quello Stato giusto e onesto viola le sue stesse leggi, può innescare il perverso meccanismo in cui il carnefice è legittimato a sentirsi vittima. Vi ho parlato di affettività in carcere e sottolineato che Bollate è l’eccezione. Sappiate che ci sono istituti penitenziari dove è vietato portare un dolce preparato con le proprie mani ai famigliari che vengono alle visite. Limitazioni assurde e senza alcuna logica, e sfido a trovarla la logica, che spiega la negazione di un mangiare un dolce con i propri parenti, che magari hanno fatto centinaia di km per stare poche ore seduti a un tavolo, laddove non c’è un muretto divisorio, a fare quattro chiacchiere.

Volevo solo farvi i complimenti per il servizio e invitarvi a visitare altre realtà italiane su questo tema, a cui tengo particolarmente proprio perché in prima persona vivo una storia d’amore “fondata” sulle lettere. Una storia d’amore iniziata 5 anni fa, dopo 13 anni di carcere, e con almeno altri 10 ancora da scontare, senza esserci mai visti se non in foto, ci siamo innamorati e oggi ci vediamo regolarmente in una di quelle salette riprese dal vostro servizio.

Una storia d’amore con una donna eccezionale che poteva e potrebbe avere ogni uomo che vorrebbe e invece accetta quel sacrificio per una persona con cui non è mai stata, proprio come quegli amori che avete fatto vedere tra coppie con entrambi detenuti, solo che in questo caso lei è libera come l’aria. Una storia d’amore cominciata proprio con una lettera fatta trascrivere su un blog. Una storia d’amore che ricorda quelle del ‘700 e di cui la letteratura dell’epoca è piena. Una storia d’amore piena d’ostacoli e non solo quelli dovuti ad una situazione oggettivamente complicata. Una storia d’amore che in Italia, purtroppo, per essere vissuta abbisogna di un’autorizzazione speciale, perché in Italia una coppia di fatto non è riconosciuta e allora, visto che in carcere possono entrare solo i parenti e non solo, a seconda del circuito in cui si è inseriti, vi sono delle limitazioni anche nei parenti, ad esempio, per l’alta sicurezza, è fino al terzo grado di parentela. Anche in questo caso potete notare come Bollate è un caso, considerato che in quel carcere basta dimostrare una “frequentazione” epistolare di almeno tre mesi e si ha accesso ai colloqui. E’ una realtà unica. Come tutto in Italia, ognuno fa quello che vuole e le regole non sono uguali per tutti. Chiunque ha un ampio margine discrezionale. Anche queste sono le pene della detenzione in Italia, si è privati dell’amore, privati dell’innamorarsi, perché ammesso che accada e accade, avete di fronte un caso concreto, quella persona può venire a trovarti, per vederti non solo su una foto, deve sperare nella sensibilità del Direttore, che ha il potere di decidere se farti vivere questo sentimento o meno. E il potere non è solo sul detenuto, ma ricade inevitabilmente anche e soprattutto sulla persona libera e innocente, che non ha commesso nessuna infrazione.

Dovreste girare a lei la domanda: come fai ad aspettarlo? Date un’occhiata al blog: www.urladalsilenzio , troverete molto materiale su questo mondo.

Vi ringrazio ancora per l’attenzione e la sensibilità mostrata nei confronti di un tema di cui non si parla mai, ma che appartiene a tutti, perché nella vita mai dire mai.

 

Con cordialità

Francesco Annunziata

Detenuto al carcere di Catanzaro, 29/01/2015

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2 pensieri su “Alla redazione de Le Iene… di Francesco Annunziata

  1. Pina in ha detto:

    bravo Francesco, nn bisogna essere molto morbido, un tono duro, viene usato, quando si cerca di nascondere come sempre certi fattacci, ma che alla fine tanto fanno che li mescolano, portando fuori, sole menzogne.
    La TV un mezzo per diffondere, ma anche dove ci trovi certi canali, che nn so per quale dio lavorano, ma sono trabocchetti, per un popolo che pur avendo occhi nn vedono, sempre per quei messaggi, che magari sembra tutto ok ” Sik ”
    Mascherare, nn è facile, ma loro lo fanno, vedasi la trasmissione che hai accennato, ” visita carceri “! anzi gli fanno fare una visita ” scelta ” dove tutto deve apparire lindo, ecco il tranello dove ci cascano un po tutti, per nn parlare di certi pregiudizi, che ti fulminano, senza capire, senza comprendere fino in fondo, come stanno le cose, REALMENTE.
    SUPERFICIALITA’, ecco questo e’ il punto dove parte la difficoltà di prendere la situazione in mano, ma te la fanno passare, come se fosse una sbornia, solo che questa è tutta altra cosa, qua si parla di uomini, mal mantenuti, ” schiavi al macero” da un carcere infernale.
    Nn riusciranno ad ingannare me ! mi sento bene, quanto sento in silenzio quei dolori nascosti, che si possono solo sfiorare, per sentirne il peso di chi c’è la, anche se nn posso toglierlo gli resto accanto, ma nn come angelo, ma come umana.
    Una battaglia ancora viva amico mio
    Ciao 🙂

  2. Alessandra Lucini in ha detto:

    Bravo Nellino, hai detto delle cose sacrosante e l’invito fatto alle Jene di visitare altre carceri è stato più che giusto, mi auguro che accettino questo invito, anche se …ahimè, il pubblico resta sempre con delle idee vendicative, non tutti per fortuna ma gran parte delle persone che esprimono un opinione non si rendono conto e non sanno CHE COS’È IL CARCERE.

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