Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Dopo la chiusura di Sosta Forzata- articolo di Ornella Favero

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Dopo undici anni di attività, ha chiuso “Sosta Forzata”, il giornale della Casa Circondariale di Piacenza. Un giornale che usciva ogni 3 o 4 mesi, e su cui scrivevano una ventina di detenuti l’anno. Un giornale che mirava a creare un ponte tra detenuti e cittadinanza.

Un giornale intorno al quale in questi anni sono state poste in essere tante attività preziose, compreso l’istituzione di un premio letterario (“Parole oltre il muro”).

Adesso questo giornale chiude. La direzione del carcere di Pazienza ha deciso in tal senso. Le motivazioni della chiusura sembrano essere “motivi di sicurezza”. Una espressione generica che va bene per tutte le occasioni.

Pubblichiamo oggi questo ottimo articolo di commento di Ornella Favero, Direttrice di Ristretti Orizzonti, rivista del carcere di Padova.

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“Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere metti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e soprattutto prova a rialzarti come ho fatto io”. (Luigi Pirandello).

Una riflessione sui giornali con redazioni nelle carceri, e sulla chiusura di “Sosta Forzata”.

Se dovessi dire che cosa sono oggi i giornali realizzati nelle carceri, direi che sono la traduzione pratica di questo invito di Luigi Pirandello a mettersi le scarpe dell’Altro. E a vivere il suo dolore, i suoi dubbi, le sue cadute, non per giustificarli, ma per capire.

Noi lavoriamo per raccontare e far capire una realtà complessa come quella delle carceri, e allora perché dobbiamo sempre combattere per essere riconosciuti, e perché un giornale come Sosta Forzata, dal carcere di Piacenza, che fa una informazione seria, credibile, equilibrata, molto più di tanta informazione “professionale” urlata e approssimativa, non deve più uscire, perché si deve togliere alla città una voce così importante?

È strano, ma se a imporre al nostro Paese di umanizzare le sue carceri è l’Europa, allora si muovono tutti in gran fretta per aprire le celle, per non rischiare di dover risarcire i detenuti trattati in modo poco civile. In realtà sono anni che i giornali con redazioni nelle carceri si battono per portare un po’ di umanità nelle galere, anzi no si battono per portare umanità e responsabilità. Questa precisazione credo sia fondamentale, perché “elargire” umanità ai detenuti senza dargli la responsabilità della propria vita è una operazione puramente di facciata.

Ma qualcuno dell’Amministrazione penitenziaria ha voglia di venire davvero a dare un’occhiata a realtà come le nostre redazioni? E di garantire a queste redazioni un minimo di autonomia e dignità?

Sono anni che i nostri giornali informano sulle carceri, anni che dicono quello che ora l’Europa ci ha costretto ad ammettere, anni che volontari professionalmente preparati e professionisti, come fa Carla Chiappini con Sosta Forzata, lavorano fianco a fianco con le persone detenute per sensibilizzare la società su questioni delicate come le pene, la sicurezza, l’importanza di un carcere che responsabilizzi invece di incattivire. Tanto per fare un esempio di stretta attualità, nei nostri giornali nessuno si permetterebbe di lasciarsi andare a commenti brutali e irresponsabili come quelli comparsi su Facebook in questi giorni, a proposito del suicidio di un detenuto, ad opera di personale dell’amministrazione penitenziaria.

Certo, sono le cosiddette “mele marce”, noi non generalizziamo, noi non accusiamo la Polizia Penitenziaria, però una cosa la vogliamo dire: e se fossimo stati noi a denunciare che ci sono agenti che dopo un suicidio dicono “Uno in meno”, qualcuno ci avrebbe creduto? Ma noi siamo persone equilibrate, noi facciamo sempre le giuste distinzioni, noi capiamo che la gran parte degli agenti lavora con serietà e umanità, noi capiamo anche che in carceri così poco umane, in situazioni così degradate, chi ci vive e chi ci lavora può perdere la sua umanità e diventare simile alle bestie.

Pur dentro carceri poco umane, noi facciamo dei giornali responsabili, e siamo abbastanza avviliti di dover ogni giorno lottare per essere riconosciuti e accettati. Avviliti di vedere che un piccolo giornale che da anni riesce a fare cose grandi, di qualità, di spessore come Sosta Forzata, dal carcere di Piacenza, non esca più con le solite motivazioni che vanno bene per tutte le stagioni: motivi di sicurezza.

Ma ci possono spiegare di quale sicurezza parlano? Noi che facciamo questi giornali garantiamo sempre sicurezza e trasparenza, perché lavoriamo alla luce del sole, per raccontare le carceri come sono, e siamo disposti sempre a mettere in discussione quello che scriviamo, a confrontarci, a scavare a fondo per informare in modo onesto. Insegniamo l’onestà dell’informazione a chi le regole non le ha mai rispettate, e ora impara a farlo perché ha dei lettori e capisce quanto è importante essere persone credibili e responsabili.

Sosta Forzata e Ristretti Orizzonti, assieme ad altri giornali da tante carceri italiane, da anni lavorano fianco a fianco, e da anni si battono per accorciare quella distanza tra la società dei “buoni” e quella dei “cattivi”, che nasce dall’illusione che il male riguardi solo loro, “i cattivi”. E lo fanno coinvolgendo le scuole e la società, e facendo sentire un po’ meno isolati non solo i detenuti, ma anche chi nelle carceri ci lavora, e ha bisogno di veder sostenuto e rispettato il suo lavoro.

All’Amministrazione penitenziaria chiediamo allora non di chiudere, ma di permettere di aprire altre redazioni; all’Amministrazione penitenziaria chiediamo di riconoscere finalmente il nostro ruolo e i nostri spazi, la nostra capacità di comunicare e la ricchezza dell’informazione che facciamo; all’Amministrazione penitenziaria chiediamo di venire anche a imparare qualcosa da noi, perché i nostri giornali sono spesso scuole di quella comunicazione responsabile, di cui anche l’Amministrazione penitenziaria ha un gran bisogno.

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