Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Ecchimosi di un ergastolo… di Salvatore Torre (quarta parte)

ARCHEOS

Pubblico oggi la quarta e ultima parte di “Ecchimosi di un ergastolo”, racconto scritto da Salvatore Torre, detenuto nel carcere di Saluzzo. Questo testo ci è giunto tramite la sorella Giusy. 

Ricordo che Questo racconto è tra i racconti di detenuti presenti nel libro “Il giardino di cemento armato. Racconti dal carcere”; libro a cura di Antonella Bolelli Ferrera.

Questo racconto è splendidamente scritto ed emblematico in tutti i suoi aspetti. Per la sua ricchezza, per l’apertura che dà a molte riflessioni ho deciso di pubblicarlo per parti..”a puntate”.. quella che pubblico oggi è l’ultima parte.

Nella parte che leggerete oggi è la corrispondenza ad avere un ruolo chiave.

Spesso, nel “mondo esterno”, non si comprende quanto sia importante per un detenuto ricevere corrispondenza.

La corrispondenza è uno dei pochissimi strumenti di contatto umano che hanno i detenuti.

Certo ci sono i colloqui con i famigliari.. ma sono estremamente contingentati, e non tutti i detenuti riescono a farli.. perché a volte, per motivi di distanza e/o di soldi (le due problematiche possono sovrapporsi) molti detenuti non riescono a fare tutti i colloqui che potrebbero fare. E le telefonate.. possono essere fatte solo a famigliari.. e comunque anche qui in modo molto restrittivo.

La corrispondenza allora diventa vitale.. e questo genera nei detenuti, in molti di essi almeno, una senso di costante aspettativa ogni volta che arriva il momento della distribuzione delle lettere… seguito da un senso di amarezza, o comunque, di delusione, quando, quel giorno, non c’è nessuna lettera per loro.

Tutto questo si radicalizza ulteriormente nei condannati all’ergastolo.. specie quello ostativo.. gli ergastolani senza benefici.. quelli che rischiano concretamente di morire in carcere… al loro peso interiore di non riuscire a intravedere un limite al fine pena.. si aggiunge anche il vedere, nel corso dei decenni assottigliarsi la rete delle loro corrispondenze.. come a dire… “Piano a piano la vita fa il suo corpo e le persone troppo spesso allentano i loro contatti…”. C’è un brano, del testo che tra poco leggerete, che voglio già citare adesso:

“Lo status quo di un condannato al carcere a vita logora progressivamente la sua rete di relazioni sociali e lo proietta inevitabilmente verso la dimenticanza e la solitudine. È un limbo nel quale, presto o tardi, si apre la strada che conduce a confrontarsi drasticamente con la sensatezza o meno della propria esistenza. Si fatica a persuadere se stessi dell’utilità di continuare a vivere. Del resto, di fronte alla consapevolezza di dover trascorrere tutta la vita rinchiuso in un carcere, come possibilità di liberazione rimane il suicidio o la meno spettacolare ma uguale rinuncia alla vita, rappresentata dalla totale negazione della propria umanità e di quella altrui, ovverosia dalla pazzia. Solo l’incapacità neuronale di intendere la vita, ti permette di scordare di non viverla.”

La battaglia dell’ergastolano, specie se ostativo, è una battaglia in primo luogo interiore.. per mantenersi in piedi, per non cedere alla disperazione, per restare ancorato alla speranza, per credere nel futuro.

Ma, per non farlo sentire meno solo in questa lotta, scrivetegli, scrivete a persone detenute in carcere, specie ergastolani. Una lettera.. anche una semplice lettera.. può regalare un bel momento a chi ogni giorno, in carcere, lotta per restare umano.

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Oltre il cancello, osservo Mugugno distribuire la corrispondenza. Trattiene un mozzicone di sigaretta tra i denti e socchiude le palpebre per impedire al fumo di accecarlo del tutto. Controlla il nome del detenuto sulla imposta della cella, scartabella la pila di lettere che tiene tra le mani, poi, consegna la busta e attende che il ricevente la apri e gli mostri il contenuto, allora sbircia fugacemente in quella direzione e tira avanti. Molti compagni, appoggiati al cancello delle rispettive celle, aspettano impazienti che giunga presso di loro e gli dia la lettera della compagna, dei figli o di qualche amico. Alcuni rimangono delusi e vedono accentuare le proprie ansie intanto che Mugugno scivola dinanzi a loro senza fermarsi; altri, avendo esaudita la propria attesa, espirano consolati; in pochi, pochissimi, restano pressoché indifferenti al suo passaggio perché, non avendo più alcuno con cui scriversi, non attendono nulla.

Conosco anche questa particolare apatia. Di quanti mi corrispondevano anni prima è rimasto veramente poco perché possa avere delle aspettative. La distanza e il tempo erodono lentamente il ricordo di chi non c’è, per quanto l’affetto continui ad abitare da qualche parte nel cuore di chi lo ha provato. Accade così per le persone care che sono morte, e lo stesso è per quelli che morti lo siamo socialmente.

Mugugno si ferma davanti alla mia cella, mi guarda qualche istante mentre rimango con le spalle appoggiate contro la finestra, poi sbircia tra le lettere che gli rimane da consegnare e, come da rituale, sfarfallando il pollice e l’indice di una mano, fa cenno di no. Alludo un sorriso e muovo leggermente il capo in segno di assenso, allora, lui prosegue il suo giro.

Lo status quo di un condannato al carcere a vita logora progressivamente la sua rete di relazioni sociali e lo proietta inevitabilmente verso la dimenticanza e la solitudine. È un limbo nel quale, presto o tardi, si apre la strada che conduce a confrontarsi drasticamente con la sensatezza o meno della propria esistenza. Si fatica a persuadere se stessi dell’utilità di continuare a vivere. Del resto, di fronte alla consapevolezza di dover trascorrere tutta la vita rinchiuso in un carcere, come possibilità di liberazione rimane il suicidio o la meno spettacolare ma uguale rinuncia alla vita, rappresentata dalla totale negazione della propria umanità e di quella altrui, ovverosia dalla pazzia. Solo l’incapacità neuronale di intendere la vita, ti permette di scordare di non viverla.

Per fortuna o per disgrazia, in me residua ancora un barlume di lucidità, con il quale continuo a mediare tra la voglia di non lasciarmi imprigionare dalla retorica dell’abbandono e il senso di dannazione che provo all’idea che mi è negata la possibilità di tornare ad abitare la vita.

 

Il crepuscolo alza un velo d’ombra tra gli alberi oltre la finestra, mentre le ruote del carrello con il vitto dall’amministrazione, cigolano puntuali lungo il corridoio.

Artin, un bulgaro che indichiamo con il soprannome di Whisky, perché non di rado si regala il piacere di emulare Mugugno sul fronte del coito vinicolo, accompagna il carrello strascicando sul pavimento le grosse scarpe antinfortunistiche e, man mano, distribuisce il cibo nelle ciotole che gli sono porte dalle celle; i suoi gesti, meccanici e indolenti, ripetendosi con cadenza irregolare e tremebonda, tradiscono la sua perdurante infrazione al divieto di alzare il gomito.

Mugugno, con la consueta sigaretta rappresa tra le labbra, gli cammina di lato e, trascurando di vigilare sull’operato del lavorante, si rivolge agli altri detenuti con mimiche ipertrofiche e beffarde, tutte intese a evidenziare lo stato mentale ottenebrato di Whisky, senza rendersi conto che, in questo, loro due sembrano l’uno la riproduzione dell’altro.

Ammiro incuriosito questo strano duetto fintanto che giungono in prossimità della mia cella.

Insalata verde e wurstel – avvisa allegramente Mugugno.

Whisky lo guarda con l’aria di chi si sente defraudato della propria autorità, poi si volge verso me – C’è pure la minestra – aggiunge, non volendovi rinunciare.

Io provo a dissimulare il sorriso che nasce spontaneo sulle mie labbra e, mostrando disinteresse verso il cibo offerto dall’amministrazione, penso che nonostante tutto anche per oggi la mia giornata volge a termine.

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2 pensieri su “Ecchimosi di un ergastolo… di Salvatore Torre (quarta parte)

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Sai cosa mi scrive ironicamente un detenuto? Il guaio della carcerazione è che mi prende tutta la giornata. Solo l’ironia ci può salvare.

  2. Pina in ha detto:

    Pietrifico! ma poi mi riaccendo, vedendo che malgrado la fredda attesa, in te scorre la vita, e lei che nonostante tutto ti stimola a darne un senso.
    Così mentre il tempo sembra fermarsi, apri il tuo cuore, c’è sempre posta per te.
    E quando passerà Mugugno, è capisci attraverso i suo occhi, cosa vuole comunicare, ricambia dicendo: ” thank, but you came late ” !!! vedrai i suoi occhi brillare dallo stupore, ti prederà per pazzo, o fuori di testa, sorridi , è malgrado tutto lascia che ci creda. La lettera del cuore, resterà sempre aperta, nn chiude mai, Salvatore…

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