Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Ecchimosi di un ergastolo… di Salvatore Torre (terza parte)

ARCHEOS

Pubblico oggi la seconda parte di “Ecchimosi di un ergastolo”; racconto di Salvatore Torre, detenuto a Saluzzo.

Si tratta di un racconto così emblematico in tutto il suo svolgimento, che ho preferito pubblicarlo “a puntate”, in modo da permettere una riflessione più consapevole di tutti gli elementi che in esso emergono.

Prima di lasciarvi alla lettura di questa terza parte, cito il passaggio che la conclude:

“Rifletto, con malinconica ragionevolezza, che la colpa può essere di uno solo, ma che la speranza dovrebbe essere di tutti, anche la sua.”

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Raggiungo la stanza che mi ospita poco dopo, mi appare disordinata più del solito e comincio a rassettarla. In realtà, è un modo come un altro per quietare il senso di frustrazione che continuo a provare ripensando alla discussione con l’educatrice.

Lucido i vetri della finestra, frattanto fuori pioviggina.

Mi attardo a guardare tra gli alberi, quando il fragore della “battitura”, proveniente dalle sezioni dei detenuti “Comuni”[1], richiama bruscamente la mia attenzione. Si tratta di una modalità di protesta caratterizzata dallo sbattere degli oggetti contro le sbarre del cancello o le inferriate della finestra. Mi porto davanti al cancello all’unisono con gli ospiti delle celle di rimpetto. Ci guardiamo, senza comunicarci altro a parte l’ignoranza di quanto accade sopra di noi. Trascorre qualche momento perché dai piani sovrastanti ci sia comunicato l’accaduto: un marocchino è stato trascinato con forza dagli agenti presso le celle di punizione.  

Solidarizziamo con loro, allargando la protesta alla nostra sezione.

Mugugno e due agenti di rinforzo si mostrano presto nel corridoio e prendono nota di coloro che aderiscono alla protesta.

 Qualcuno s’intimorisce e si ritrae, ma in larga parte continuiamo ostinati a battere sul cancello; smettiamo di farlo solo quando c’è data voce che il ragazzo è stato ridato alla sezione.

Ognuno torna allora a occuparsi delle proprie inquietudini, più o meno  uguali a quelli di questi giovani extracomunitari, molti dei quali si sono avventurati su delle imbarcazioni di fortuna ed hanno attraversato il mare, sperando di trovare qualcosa di diverso dalla disperazione dalla quale si erano messi in fuga; invece, hanno conosciuto il carcere, questo microcosmo in cui si articola un viaggio che sprofonda il visitatore dentro la complessità delle differenze umane, fatta di etnie, lingue, riti, culture e religioni spesso in conflitto tra loro, ma accomunata dall’emarginazione sociale, dal cinismo burocratico e, soprattutto, dall’assenza di punti di riferimento.

Perché si è soli, qui, lontani dal mondo…

Mi dolgo di me, mentre l’immagine di mia madre, quella figura minuta dagli occhi tristi, eppure mai vuoti di tenerezza, mi rimprovera che non è poi del tutto vero, perché lei è lì, instancabile, che aspetta il mio ritorno a casa.

L’idea di liberarla dalla schiavitù di questa attesa, è più che altro un’illusione che mi allontana dalla verità … ma, d’altra parte, è un’illusione che reca un fiato di vita dove di vita non ce n’è. Vita che si accorcia comunque anche mancando del tutto.

L’altro giorno, osservavo il mio volto allo specchio e lo comparavo con quello del ragazzo, ancora punzecchiato dall’acne, ritratto in una foto di ventitré anni prima. Mi era stata scattata l’anno precedente il mio arresto. Guardavo l’immagine nella foto e quella riverberata dallo specchio quasi senza riuscire a scorgere tra loro una rassomiglianza.

Alla luminosità di quel volto imberbe e sorridente si era sostituito lo sguardo inquieto e infelice di un quarantenne che si addolora, tra l’altro, di avere mancato l’appuntamento con la giovinezza; quella stessa giovinezza ostentata nella fotografia.

Ma non è finita, anni di agonico distacco dalla vita, indifferenti alle sofferenze, mi aspettano ancora di là di questo racconto.

Rifletto, con malinconica ragionevolezza, che la colpa può essere di uno solo, ma che la speranza dovrebbe essere di tutti, anche la sua.

[1] Detenuti per reati di non particolare gravità.

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2 pensieri su “Ecchimosi di un ergastolo… di Salvatore Torre (terza parte)

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Sei bravo a scrivere e ti faccio i miei complimenti, ti faccio anche tanti auguri per un anno migliore e che tu possa far felice tua madre.

  2. La dentro la vita, nn è certo facile, il continuo galoppare interiormente, sviluppa altre possibilità, di uscire da questo inferno, dove conoscendo il male ti spinge a conoscere il bene ed imparare a curarle, cura le ferite inflitte al fine per cicatrizzarle col tuo buon cuore, vedrai tutto si ripara, abbi fiducia

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