Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Intervista a Pasquale De Feo sul 41 bis (prima parte)

quarantunobis

Il nostro Pasquale De Feo, detenuto a Catanzaro, ha partecipato a un questionario rivolto a detenuti che sono attualmente in regime di 41 bis o che ci sono stati. Pasquale De Feo fu sottoposto al 41 bis nei primi anni novanta, durante la violenta stagione dell’emergenza giudiziaria dove le sospensioni del diritto e della Costituzione furono enormi. Queste sospensioni furono simboleggiate dalle carceri speciali di Pianosa e dell’Asinara, trasformate in una versione italiana di Guantanamo.

Per l’importanza di questa intervista, l’ho divisa in due parti. Oggi pubblico la prima.

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De Feo Pasquale è nato a Pontecagnano (SA) il 27-01-1961. E’ detenuto dal 20 agosto 1983. 

“Ho trascorso 4 anni nel regime di tortura del 41 bis nella Cayenna dell’isola dell’Asinara. Sto scontando l’ergastolo per omicidio e altre condanne per altri reati.

1- Da quanti anni sei sottoposto al regime carcerario del 41 bis o per quanti anni sei stato al 41 bis?

Sono stato sottoposto al regime di tortura del 41 bis dal 1992 al 1996, circa 4 anni, nella sezione Fornelli dell’Asinara. Una delle Cayenne italiane.

2- Quali restrizioni al trattamento carcerario sono previste o erano previste nel decreto col quale ti è stato applicato il 41 bis?

Le restrizioni neanche le conoscevamo, perché non erano menzionate nel decreto, ma, comunque, arrivati all’Asinara, non c’era bisogno di capire perché era tutto reale. Soffrivamo la fame, la sete, il freddo, perché non c’erano calorifici. Non avevamo acqua potabile. Avevamo una sola bottiglia d’acqua che dovevamo usare anche per lavarci i denti, perché l’acqua del rubinetto era sporca, puzzava, ed era piena di terreno, di vermi e altro. Per fare un esempio, quando lavavi un indumento, se rimaneva dieci secondi sotto il rubinetto si faceva una macchia. Una doccia settimanale di pochi minuti, biancheria limitata, senza un fornelletto per farsi un caffè o scaldarsi un po’ d’acqua, un libro ogni due settimane. Solo due ore d’aria al giorno; per il resto 22 ore al giorno chiusi in cella. Inerzia totale tutta la giornata. Una oppressione palpabile che ti teneva in ansia quotidianamente, condita ogni  tanto da botte. Ci dicevamo tra noi che quando l’avremmo raccontato non ci avrebbero creduto. Alcuni anni dopo alcuni detenuti non ci credevano.

3- Hai mai fatto reclamo contro il decreto di applicazione o proroga del 41 bis? E quanto hai dovuto aspettare per la decisione?

Il regime di tortura del 41 bis fu emanato con un decreto l’8 giugno 1992 (legge Scotti Martelli) e convertito in legge prima dell’8 agosto 1992. Nella legge era solo per tre anni, ma poi Berlusconi lo prorogò per altri cinque anni. La sinistra nel 1999 lo prorogò per altri tre anni. Berlusconi nel 2002 lo legiferò in modo permanente. Principalmente chi ha tanto fango addosso e chi vuole costruirsi una verginità politica diventa giustizialista, un novello Savonarola o, se è un PM, un Torquemada moderno. All’epoca la proroca era ogni sei mesi e io non ho mai mancato di fare ricorso al Tribunale di Sorveglianza di Sassari, ma era tutta una formalità, perché nei decreti di proroga eravamo accusati delle stragi del 1992 e omicidi eclatanti che erano successi a Palermo. Peranto io che ero di Salerno non potevo neanche difendermi, perché più che dire che non sapevo neanche di cosa parlavano, non potevo dire. Ogni sei mesi andavamo a fare la “gita” al tribunale che immancabilmente rigettava. Non ricorso bene la cosa, ma successe che fu emanata una sentenza che stabiliva che le proroghe dovevano essere personalizzate. Questa fu la mia fortuna. Alla prima proroga personalizzata, ormai abituati al timbro “notarile”, non mi difesi con accanimento. Alla seconda andai caricato al massimo, perché nella proroga personalizzata avevano scritto tutte cose che non riguardavano me. Insomma avevano fatto una insalata di fatti e persone che niente avevano a che vedere con me. Mi preparai prima e quando fui in aula mi feci sentire con forza. Ricordo che esordii così: “signor Presidente, ogni sei mesi cosa veniamo a fare qui, se la mia difesa non viene presa in nessuna considerazione? Tutto quello che è scritto nel decreto è falso, ma lei non chiede nessun accertamento”. Rispose il PM con arroganza “se sono infondate lo valuteremo noi”. Gli risposi “non infondate, ma false, non cambiamo le parole”. Dovette intervenire il Presidente per mettere ordine tra me e il PM. Credo che  mi dovette vedere molto fuori di me e mi calmò dicendomi di elencare tutto a un magistrato che gli stava vicino. La signorina prese  nota e il Presidente rinviò l’udienza. Dopo tre mesi andai a discutere; polizia e carabinieri diedero le risposte che confermavano ciò che avevo scritto nel ricorso e detto a voce. Cercarono di imbastire altre accuse ma il Presidente non li prese in considerazione e mi revocò il 41 bis.  Dopo 20 giorni il ministero mi notificò una nuova proroga del 41 bis. La mia fortuna fu che ancora non ero stato trasferito dall’Asinara. Feci ricorso e dopo tre mesi andai a discutere e mi fu tolto di nuovo e dopo una settimana mi trasferirono al carcere di Voghera (PV).

4- Quali motivazioni spiegano o hanno spiegato la tua sottoposizione al regime del 41 bis. Puoi scrivere le parole contenute nel decreto?

Come ho già risposto sopra, i decreti erano degli stampati per tutti, dove avevano messo le stragi del 1992 e gli omicidi eccellenti che erano successi. Mi chiedevo perché se la prendessero con migliaia di meridionali se avevano arrestato i colpevoli, e perché dovevo subire tanta ferocia repressiva io che ero di Salerno e tutti i reati erano successi a Palermo. Cosa c’era dietro l’ho capito anni dopo. La solita strategia della tensione. Solo che questa volta avevano usato interlocutori diversi. Ma come succede in questi casi il potere deve dare il mostro in pasto all’opinione pubblica. Chi meglio dei meridionali che sono da sempre considerati brutti, sporchi e cattivi? D’altronde nel Meridione la responsabilità è collettiva e non, come stabilisce la Costituzione, personale. Non si crearono nessun problema a sospendere la Costituzione e creare una sorta di terra di nessuno, come a Guantanamo oppure Abu Ghraib. Non solo le Cayenne italiane di Asinara e Pianosa; ma c’erano anche Poggioreale e Secondigliano a Napoli; San Vittore, Novara, Cuneo, Ascoli Piceno, Spoleto e altre. I politici terrorizzati dai Torquemada e Luciano Violante che li coordinava dal Parlamento non fiatavano, pur sapendo; c’erano molti avvocati alle Camere, oggi come in quel periodo. Erano talmente terrorizzati che lui fece loro approvare in Commissione Antimafia che la Democrazia Cristiana era una sola cosa con la mafia. Solo il radicale Marco Taradash non firm.ò A parte i radicali, l’eroina in quel periodo fu l’On. Tiziana Maiolo. Si batté come un leone e andò a Pianosa e Asinara. Riusci a mitigare le torture, che comunque continuarono.

5- Quanti colloqui con i familiari potevi potevi fare e quanti ne facevi?

I colloqui erano uno al mese con il vetro. I miei famigliari non li facevo venire all’Asinara perché era una odissea, essendo che dovevano venire il giorno prima, la mattina alle 7, dovevano stare sul molo per prendere il battello della polizia penitenziaria. Se capitava che il mare era grosso, tutto veniva rinviato al giorno dopo e, a volte, questi rinvii duravano alcuni giorni. Quando venivo tradotto a Secondigliano (NA) lì facevo in quel carcere; pertanto capitava 3-4 volte l’anno e anche meno.

6- Come era la sala in cui si facevano i colloqui?

All’Asinara le sale erano brutte e sporche. Tutte singole, con vetri vecchi e i citofoni che non funzionavano. Le conoscevo perché le usavano anche per i colloqui con gli avvocati. Avevo messo una avvocatessa che mi seguiva per i ricorsi del 41 bis.

7- Potevi fare telefonate?

No. Oggi al 41 bis ne fanno fare una al mese, però la famiglia deve andare al carcere più vicino e prendere la telefonata, e lì sottoporsi al rito della perquisizione come se dovessero fare un colloquio. Molti non la effettuano per questo motivo, essendo che è solo una delle repressioni che fanno per costringere i famigliari a recidere ogni contatto con il congiunto. 

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4 pensieri su “Intervista a Pasquale De Feo sul 41 bis (prima parte)

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Non ho parole, anche se tutte queste cose le sapevo rimango sempre allibita di fronte all’incoerenza! Un abbraccio Pasquale.

  2. Alessandra lucini in ha detto:

    E rimango allibita di fronte all’ingiustizia che la fa da padrona da moltissimi anni.

  3. Che orrore, leggere questa tua odissea, che stronca ogni possibilità, penchè se c’è ne fosse una, loro la soffocherebbero col potere calcante della legge che li tutele

  4. condivido e confermo in toto ,le cose stavano anche peggio e credo che pasquale de feo per questione di spazi abbia limitato al minimo ciò che accadeva all’Asinara,per esempio non ha detto delle condioni igieniche delle condizioni sanitarie, e neanche che un telegramma ce lo consegnavano così come la posta ,dopo minimo un mese lo stesso valeva per la spedizione.lo dico perchè io c’ero alla sezione fornelli ed ho scontato 6 anni al 41 bis tra asinara poggioreale secondigliano spoleto firenze viterbo aquila e nel carcere mi sono ammalato perchè non mi hanno curato solo alla fine che ero con pochi mesi di vita (ho dovuto far venire un medico specialista a mie spese da napoli)mi hanno riscontrato 4 epatocarcinoma al fegat,per chi non lo sapesse sto parlando di 4 tumori maligni certificati dall’ospedale belcolle di viterbo in cui sono stato rinchiuso nella sezione protette per detenuti in condizioni di isolamento totale nel luglio 2009.uno stato che usa leggi criminale non può sentirsi migliore dei criminali .un in bocca al lupo e un saluto a pasquale de feo che lo ammiro per il suo coraggio di denunciare queste cose

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