Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Il ghiro… di Antonio Russo

Ghiro

La nostra Grazia ci ha inviato questo testo, reale, ma con un’anima fiabesca, scritto da Antonio Russo, detenuto a San Gimignano.

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Una notte con il ghiro

Ho le palpebre appesantite dalla stanchezza, un’ultima pennellata al quadro e vado a dormire, ma un pensiero mi attanaglia la mente e a stento prendo sonno.

E’ il 22 agosto 2011 e ho vissuto un’esperienza che, considerato il contesto in cui si è verificata, ha reso questa data memorabile.

Quello che sto per raccontarvi è avvenuto dove, tutt’oggi, sono ancora recluso: il carcere di Volterra. Una notte mentre dormivo, nella mia cella singola ho avvertito una strana sensazione: sembrava come se qualcosa mi stesse camminando sul corpo, o come se una mano mi toccasse e non mi rendevo conto se stavo sognando o se era realtà. A un certo punto mi sono svegliato e subito ho cercato di realizzare cosa fosse successo. Sicuramente non potevo incolpare un compagno di avermi toccato, l’essere solo in cella escludeva questa possibilità; l’incredulità e l’incertezza mi impedirono di riprendere sonno. Rimasi nel letto ma ero molto turbato. Volevo assolutamente capire cosa mi era capitato; guardai l’orologio: erano le 3,00, cercai di riaddormentarmi coprendomi il viso come di solito uso fare. Dopo una ventina di minuti ho sentito un rumore e visto che mi trovavo in uno stato di dormiveglia mi sono detto: no, stavolta non sto sognando, qui qualcosa non va. Dal letto guardavo tutta la cella quando il mio sguardo si volse verso una tenda che funge da divisore con il piccolo bagno.

Mi sembrava che la tenda si muovesse, ma essendo buio non ne ero sicuro; il rumore aumentava e, trascorsi pochi secondi, vidi una cosa che volò dalla tenda e finì su un piccolo marmo vicino al lavandino, il volo si arrestò su una fruttiera che vi era appoggiata. Era buio, ma qualcosa si riusciva ad intravedere, perché un piccolo spiraglio di luce filtrava dal corridoio della sezione, quindi era vero che avevo visto volare qualcosa. I miei occhi erano fissi sul marmo per capire cosa fosse, anche perché dopo quel volo si era fatto un silenzio tombale. Dopo un po’, con quel filo di luce che penetrava dal corridoio, riuscii a vedere una testolina che usciva dalla fruttiera, ma non mi rendevo conto di cosa potesse trattarsi. Mi dava l’impressione di essere uno scoiattolo, ma nello stesso tempo mi chiedevo: come è possibile che uno scoiattolo possa essere entrato in una cella tutta chiusa? La cella e la finestra, oltre alle sbarre, hanno anche una rete di ferro dove a malapena ci passa una zanzara. Nella mia testa c’era tanta confusione, almeno fino a quando questo animaletto, uscito per intero dalla fruttiera, tra mele e arance, cominciò a fissarmi, e io fissavo lui, e tutto questo durò una manciata di secondi. A quel punto mi sono alzato dal letto e ho acceso la luce, ma sarebbe stato meglio se non mi fossi alzato perché appena fatti due passi lo scoiattolo si spaventò e iniziò a saltellare sulle pareti, sulle mensole e sugli stipetti di legno, e fece molto rumore. Confesso che tra il sonno interrotto e la vista di quell’animale che saltellava per tutta la cella, mi sentivo un po’ frastornato. Tuttavia mi armai con un bastone di legno, anche perché non ero in grado di stabilire se l’animale che si trovava al mio cospetto fosse velenoso o meno, e quindi temevo per la mia incolumità. Superfluo aggiungere che nella confusione generale i rumori aumentavano a dismisura. Nella cella di fianco alla mia c’era quella di mio fratello il quale bussò alla parete e sottovoce mi disse: Antonio, ma cosa stai facendo a quest’ora di notte, non vorrai svegliare tutta la sezione?

Risposi che avevo uno scoiattolo in cella, al che lui ribadì che non era possibile e mi invitò a tornare a letto dato che lo scoiattolo sicuramente me l’ero sognato. Era ovvio che nessuno ci credesse, ma era la verità. Dopo pochi minuti arrivò l’agente che avevo chiamato, il quale mi chiese che cosa potevo mai volere alle tre di notte. Quando gli dissi dello scoiattolo in cella, lui stupito di quanto asserivo, mi rispose: “Ma non è che avete sognato o avete avuto un incubo?”

“Indubbiamente la sua meraviglia era dovuta alla consapevolezza che essendo la porta della cella chiusa e blindata era praticamente impossibile accedere in essa; da dove sarebbe potuto entrare uno scoiattolo? Ricevuta una risposta negativa anche l’addetto alla sorveglianza aveva ritenuto che io avessi potuto sognare. Per evitare di essere considerato un visionario, cominciai con insistenza a battere forte sotto il letto, finché di colpo lo scoiattolo uscì fuori e saltò sulla tavola. Alla vista dello scoiattolo l’agente sobbalzò, chiuse lo spioncino del blindato, e si avviò nel corridoio per andare ad avvisare la sorveglianza. E mentre procedeva, forse perché stupito da quanto aveva visto, urlava dicendo: “E’ un ghiro, è un ghiro”. A distanza di poco tempo l’agente ritornò e mi disse che aveva riferito alla sorveglianza di aver visto l’animale, però si poneva un problema: a quell’ora di notte le chiavi della cella erano custodite nell’ufficio sicurezza, ragion per cui avrei dovuto convivere con il ghiro fino alle 7.30, poiché prima non era possibile intervenire. Iniziò così la mia lotta con il ghiro.

Lui scappava per la cella e io, anche se un po’ mi dispiaceva spaventarlo, volevo prenderlo. Dopo più di due ore di battaglia escogitai uno stratagemma che mi permise di bloccarlo in un angolo; infine mi avvicinai a lui con un secchio in una mano e il coperchio nell’altra. Il ghiro nel tentare la fuga entrò nel secchio che provvidi subito a richiudere; dopodiché appoggiai il secchio sul tavolo e vi posi sopra una cassa d’acqua per non farlo uscire. L’averlo neutralizzato mi tranquillizzò e quindi cercai di recuperare un po’ di sonno in attesa che arrivasse l’ora stabilita. Alle 7.30 si presentò davanti alla mia cella l’agente con un suo superiore in grado e mi chiesero dov’era il ghiro. Risposi loro: è qui nel secchio. Aprirono la cella facendomi uscire con il secchio. Il mio vicino di cella, incuriosito, volle vedere l’animale che aveva provocato tutto quel trambusto. Spostando con cautela il coperchio del secchio glielo feci vedere e lui meravigliato esclamò: “Mamma mia com’è bello, com’è curioso”. Io che indossavo ancora il pigiama ed ero in ciabatte e l’agente ci recammo in fondo al corridoio dove c’era una finestra. Mi accorsi che essa, oltre ad avere le classiche sbarre, era munita di una grata molto stretta, e dissi: “Agente, questo da qui non può uscire!”; infatti nel tentativo di farlo, il ghiro scappò per il corridoio e per rincorrerlo persi una ciabatta e dietro di me c’era l’agente che correva, e correvamo dietro al ghiro che, impaurito, si stava dirigendo verso un ragazzo che era addetto alla pulizia del corridoio. Questo, vedendolo, si impaurì a tal punto che, lasciati per terra tutti gli attrezzi, si lanciò di corsa verso la sua cella.

Dopo un po’ di tempo, malgrado fossimo ostacolati dalla gran confusione che si era creata, siamo riusciti a riprendere il ghiro e a infilarlo nel secchio. Naturalmente, visto l’insuccesso precedente, abbiamo deciso di cambiare sistema, ci siamo recati nel cortile all’aperto e io, dopo essermi accostato a un albero, ho sollevato il coperchio del secchio e come un fulmine il ghiro è salito in cima. Lo seguivo con lo sguardo e a un certo punto i nostri sguardi si sono incrociati, lui mi guardava fisso, come se volesse ringraziarmi per averlo liberato. Quel suo sguardo mi emozionò molto. In quei suoi meravigliosi occhi belli, grandi e luccicanti, dove si rispecchiavano i miei occhi, era espressa tutta la sua tenerezza; nel suo sguardo si leggeva la gioia per aver riacquistato la libertà. Ero molto felice: una parte della sua libertà era stata trasmessa al mio cuore.

Antonio Russo

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3 pensieri su “Il ghiro… di Antonio Russo

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Bellissima questa storia, sarà perchè anche io ho AVUTO un’esperienza simile, non in cella ma in casa, era la prima volta che vedevo un ghiro e anche lui mi guardava fisso, sono animaletti curiosi e vivaci che fanno sorridere quando te li trovi di fronte. Questa sua ritrovata libertà deve averti commosso davvero , posso immaginare il tuo stato d’animo.
    Ciao ANTONIO, quando ti sentirai toccare di nuovo di notte saprai che lui è ritornato con fiducia, perchè sa che tu il mattino lo lascerai andare. 🙂 un abbraccio

  2. grazia in ha detto:

    La sua libertà nei tuoi occhi…è in quell’immagine che mi sono commossa.
    Per la tua gioia nel vivere in lui, attraverso le sue piccole zampe veloci..la libertà che ti abita dentro.
    Grazie Antonio, è stato un piacere conoscerti e riscrivere le tue parole

  3. l’incontro possibilmente era un modo per farti uscire fuori, è vedere cosa si prova, riacquistando la libertà, che hai notato attraverso i suoi occhi per pochi attimi fuggenti, ma sufficienti per metterti al lavoro, scoprendo quanto è bello, trovare , amici misteriosi, che alla fine ti compensano.
    Credi a me!! l’esperienza diretta è stata emozionante, trasmissione reciproca, tra te e lui , minuscolo animaletto, che è riuscito a strapazzare il tuo sonno, ma che alla fine ti è rimasto qualcosa dentro, da ricordare e raccontare, come stai già facendo.
    Sempre così, ma ricorda che nn finisce qua !
    Un saluto e un grazie Antonio da una amica

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