Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Drogati e sedati, ecco come tengono buoni i detenuti… di Damiano Aliprandi

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La questione degli psicofarmaci in carcere è una dei maggiori lati d’ombra del mondo carcerario.

Ne parla il nostro amico Damiano Aliprandi in questo articolo che è uscito anche sul Garantista (http://ilgarantista.it/).

Damiano affronta la questione con una particolare focalizzazione sui detenuti già tossicodipendenti che vedono nello psicofarmaco una sorta di surrogato della droga. Su tutto aleggia la completa “disattenzione” che sul piano curativo vige in carcere e che porta, nei fatti, a un colossale abuso di psicofarmaci, anche perché sono il metodo migliore per “sedare” i problemi.

C’è una sorta di “banalità del male” in tutto questo.

E, a prescindere di tutto, Damiano, in conclusione dell’articolo rammenta quella che dovrebbe essere una ovvietà.. ovvero il fatto che i tossicodipendenti non ci dovrebbero proprio stare in carcere.

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Valium, antipsicotici, antidepressivi, benzodiazepine, ipnotici e oppiacei, questi sono gli psicofarmaci somministrati ai detenuti per contenerli e sedarli. L’istituzione carceraria si serve così della psichiatria per stemperare il conflitto, e garantirsi una maggiore sopportazione, da parte dei detenuti, delle situazioni di degrado e sovraffollamento che sono costretti a subire. Inoltre c’è il sospetto che dietro alcuni suicidi che avvengono al carcere ci sia l’ombra dell’abuso degli psicofarmaci.

C’è il caso di Alessandro Simone, il 28enne bitontino che si è tolto la vita il 28 maggio di quest’anno nel carcere di Bari, è che l’autopsia ha negato la presenza di lesioni e violenze esterne. Il calvario di Alessandro comincia il 13 marzo, quando è associato al carcere del capoluogo pugliese con le accuse di detenzione d’arma (non trovatagli addosso, ma in campagna e ricondotta a lui) e di maltrattamenti familiari (avrebbe picchiato la sua compagna, più grande di lui, che poi ha esporto denuncia). Una volta in carcere, il giovane bitontino viene posto nella sezione dei cosiddetti “sex offender”, cioè il reparto degli stupratori e di chi ha commesso violenze sessuali, ed è sottoposto a regime di sorveglianza h24, perché tenta due volte il suicidio (impiccagione e taglio delle vene) ed è considerato un “soggetto problematico”. Nonostante la sorveglianza, il ragazzo si sarebbe impiccato nel bagno.  Si sono aperte ben due inchieste per far luce su alcune zone ombra, soprattutto sulla sorveglianza che non c’è stata. La famiglia del giovane bitontino, però, vuole andare oltre e capire, per esempio, che ruolo abbiano avuto gli psicofarmaci che Alessandro assumeva in carcere, proprio perché “soggetto problematico”. Secondo la famiglia queste forti assunzioni di psicofarmaci, forse non bene coordinati tra loro, piuttosto che aiutarlo lo hanno indebolito e portato ad atti autolesionistici.

Recente è anche la denuncia di Rita Bernardini, segreteria di radicali italiani, nel corso della scorsa audizione nella commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani presieduta dal senatore Luigi Manconi, ove ha dichiarato che «nelle carceri si risparmia su tutto, anche nel materiale di pulizia della cella, tranne che sugli psicofarmaci, che consentono a persone provate dalla detenzione di poter superare questo stato. È molto alta infatti, intorno al 25% la percentuale di persone detenute che hanno precedenti di tossicodipendenza ». Molte richieste di psicofarmaci, infatti, sono fatte soprattutto dai detenuti tossicodipendenti che cercano di sostituire con essi la sostanza stupefacente.  Le maggiori richieste sono rivolte alle benzodiazepine, i tranquillanti che riuscivano a trovare e che usavano anche prima della carcerazione nei periodi di astinenza. I tossicodipendenti cercano di procurarsene dosi molto elevate. Fingendo di ingoiare la compressa per poi sputarla non appena l’infermiere o l’agente se ne va, riescono ad accumulare più dosi per ottenerne una consistente e quindi più forte, quasi quanto una vera dose di droga. Tutto ciò ha costretto il corpo dei medici penitenziari alla prescrizione di formulazioni farmaceutiche in gocce che, a differenza delle compresse, se assunte davanti all’infermiere, difficilmente possono essere nascoste sotto la lingua.

Per l’esperienza accumulata all’esterno, i tossicodipendenti conoscono i farmaci molto bene. Scrive lostudioso del settore Daniel Gonin: «Il Transene 5 o 10 per esempio gli sembra ridicolo; per loro una vera prescrizione non ha senso che a partire da una compressa di 50 mg”; e frasi come ”La compressa rosa dottore, quella rosa e non la capsula rosa e bianca o tutta bianca” sono assai frequenti». Continua Gonin: «È con i drogati che ho imparato a conoscere i diversi colori delle medicine alle quali prima non sapevo che dare un nome, o attribuire una formula molecolare difficile da ricordare. Ma il valium bianco, giallo o blu, o meglio ancora il Xanax color pesca, li avevo ignorati!». È chiaro quindi che il problema della richiesta di psicofarmaci da parte dei tossicodipendenti è particolarmente difficile: da una parte l’inevitabile sofferenza del detenuto e dall’altra la necessità di tutelare la sua salute e di intraprendere la strada della disintossicazione.

Il ”divezzamento” è fonte, secondo Gonin, di molteplici controversie. Egli si chiede se sia lecito fornire legalmente una droga illecita oppure somministrare una droga di sostituzione come il metadone, che crea minori rischi per la salute dei consumatori, permettendo loro al contempo, di ottenere un discreto inserimento sociale; o se sia più opportuno rimpiazzare la droga con dei medicinali dei quali si diminuirà progressivamente la dose per permettere una disintossicazione senza traumi: questo atteggiamento terapeutico ha il vantaggio di alleviare rapidamente l’astinenza e di procurarsi la riconoscenza del drogato, ma non è privo di effetti di natura tossicomanica. Inoltre risulta estremamente difficile ridurre le dosi dei medicinali prescritti, il che conferma chiaramente l’instaurazione di una nuova forma di tossicodipendenza nel soggetto. Infine l’autore si chiede se non sia più opportuno astenersi, rifiutando qualsiasi prescrizione di una molecola chimica e lasciare che il processo di disintossicazione segua il suo corso, onde evitare di cadere da una consumazione di sostanze tossiche in un’altra.

In Toscana la terapia adottata in carcere per la disintossicazione è costituita dalla somministrazione del metadone cloridrato, uno sciroppo ad alta percentuale di zucchero contenente questa sostanza oppiacea (il metadone) che funziona da ”sostitutivo” coprendo le crisi di astinenza. Al primo ingresso in carcere la terapia viene iniziata con un dosaggio massimo di 30 cc di metadone per 2 o 3 giorni, dando modo all’organismo di assestarsi, per poi cominciare a scalare di 1 cc al giorno. Nel corso di 30 giorni lo scalaggio (il metandone) è più o meno finito. L’articolo 5 del decreto ministeriale (n. 445, 19 dicembre 1990) stabilisce che il trattamento della tossicodipendenza da oppioidi con farmaci sostitutivi è limitato ai soggetti con comprovata dipendenza fisica. I programmi con metadone sono riservati ai soggetti per i quali altri tipi di trattamento non abbiano determinato la cessazione di assunzione di eroina o di altri oppioidi.  Alla fine del trattamento con metadone, il detenuto tossicodipendente può chiedere la somministrazione del Naltrexone, farmaco chimico utilizzato come ”scudo” contro l’eroina. Devono trascorrere 7/8 giorni senza che il detenuto assuma nessuna sostanza, nemmeno il metadone, dopodiché viene somministrato il Naltrexone che impedisce all’eroina di produrre qualsiasi effetto. Tale farmaco deve essere assunto per un minimo di 6 mesi, tutti i giorni.

Il consumo molto elevato di psicotropi in prigione è una caratteristica dell’incitamento alla tossicomania da medicinali (farmacodipendenza), tipica dell’ambiente carcerario. La prigione, che già di per sé causa numerosi disturbi postumi nel detenuto tornato alla vita libera, ”fabbrica” così dei tossicodipendenti da farmaci. Molti sono gli ex detenuti che non riescono più a vivere senza tranquillanti e sonniferi. Il timore di diventare vittime dell’assuefazione viene spesso sentito già durante il periodo della carcerazione; in questi casi è lo stesso detenuto a chiedere al medico che lo psicofarmaco prescritto sia leggero nell’effetto come nella dose e, il suo uso, limitato ad un particolare momento di crisi. Il consumo eccessivo di psicofarmaci all’interno della popolazione carceraria è un problema ancora non risolto, anche se c’è la volontà, rara, di sostituire i farmaci con la psicoterapia. Il ricorso ad essa però è ostacolato dall’organizzazione sanitaria carceraria che prevedendo un solo psichiatra a fronte di centinaia di detenuti, non permette una ”presa in carico” di tutti i pazienti che necessitano di cure psichiatriche. Ma resta il vero problema ancora non affrontato di petto: i tossicodipendenti in carcere non ci dovrebbero proprio stare.

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