Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Protocollo farfalla, così avvocati e attivisti venivano spiati… di Damiano Aliprandi

farfalla

L’amico Damiano Aliprandi, da tempo in prima fila su temi scomodi, ci ha inviato questo suo interessantissimo pezzo (già uscito su “Il Garantista”.. vai al link 

http://ilgarantista.it/2014/10/29/protocollo-farfalla-cosi-avvocati-e-attivisti-venivano-spiati/) dove parla dei retroscena del “protocollo farfalla”.

Sicuramente un testo da leggere.

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Il cosiddetto “protocollo farfalla” non ha nulla a che vedere con la trattativa Stato- Mafia. È stata invece una operazione di intelligence, portata avanti in collaborazione con l’amministrazione penitenziaria, per mettere sotto controllo le associazioni dei detenuti, avvocati penalisti che esercitavano legittimamente la difesa dei reclusi al 41 Bis e uomini appartenenti alla criminalità organizzata che in rivendicavano i propri diritti di detenuti e protestavano contro il carcere duro: un regime che gli organismi internazionali, e recentemente anche Papa Bergoglio, considerano tortura.

Da un articolo del Sole 24 Ore, avente probabilmente come fonte qualche membro del Copasir, il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, mentre sono in corso le audizioni proprio in merito al “protocollo”, si apprende che la denominazione farfalla” si ispira al nome dell’Associazione Papillon”: creata nel 1996 da un gruppo di detenuti comuni nella casa circondariale romana di Rebibbia, con l’obiettivo di promuovere cultura nel carcere e intraprendere battaglie nonviolente in collaborazione con movimenti politici sensibili alle tematiche carcerarie, come i radicali.

Perché questa attenzione? Tutto è partito nel settembre del 2002 quando, su iniziativa della stessa Associazione Papillon, il mondo carcerario – con la solidarietà dei movimenti libertari e partiti come i radicali, i verdi, ed una parte di Rifondazione comunista- intraprese una spettacolare protesta nonviolenta durata una settimana. Nella piattaforma di protesta, condivisa da tutti i detenuti, c’era la richiesta di indulto generalizzato di 3 anni (misura che avrebbe consentito l’uscita dal carcere di circa 15 mila persone); il passaggio della sanità penitenziaria al Servizio sanitario nazionale; la riforma del codice penale; l’abolizione dell ergastolo e la depenalizzazione dei reati minori; l’abolizione degli articoli 4 bis e 41 bis, l aumento della liberazione anticipata a 4 mesi e un aumento delle misure alternative.

Ci fu anche un’audizione parlamentare dell’ allora vice presidente di Papillon, Vittorio Antonini, detenuto politico a Rebibbia perché fece parte delle Brigate Rosse, che diede voce in parlamento alle ragioni della protesta. A quella importante campagna di pressione del mondo carcerario aderirono anche boss, come Leoluca Bagarella che con un proclama letto in udienza denunciò la tortura del 41 Bis. Ed è qui che lo Stato intravedeva un disegno ”oscuro”, una regia unica che avrebbe collegato l’ex terrorismo rosso (sebbene Antonini fosse il solo detenuto politico ad aderire con forza alla protesta, mentre gli altri erano tutti reclusi comuni) con la mafia.

Altro ”campanello d allarme” fu il ritrovamento, nell’agosto del 2002, di un volantino di ”Papillon Rebibbia Onlus”, al carcere di Novara nella corrispondenza di Andrea Gangitano, uomo d’onore di Mazara del Vallo detenuto in regime di 41 bis. Tutta materia ghiotta, in teoria, per il Sisde che ha dato vita, in collaborazione col Dap (guidato allora da Giovanni Tinebra), alla famosa ”operazione Farfalla”. I servizi monitoravano anche avvocati penalisti, soprattutto quelli politicamente di sinistra, che difendevano i detenuti reclusi al 41 Bis. Vittorio Antonini, raggiunto dal Garantista, dichiara che già all’epoca c’era il sentore che i servizi segreti operassero, e soprattutto già circolavano retropensieri su un presunto coinvolgimento della mafia. «Si tratta di dietrologie strampalate, mosse dall’apparato repressivo dello Stato – ci racconta Vittorio Antonini – già uscite sui giornali nel 2002, durante un lungo e partecipato ciclo di proteste nelle carceripromosso dalla Papillon-Rebibbia a partire dal 9 settembre e conclusosi dopo la visita di Giovanni Paolo II in Parlamento, dove anche il Papa tornò a denunciare la drammatica realtà delle galere». Poi Antonini prosegue dichiarando che «quelle dietrologie fecero seguito alla nostra audizione davanti al comitato carceri della commissione Giustizia della Camera, dove ribadimmo la validità della piattaforma di lotta per la quale si stavano battendo decine di migliaia di detenuti organizzati dalla Papillon-Rebibbia.

Una piattaforma che per la prima volta dopo dieci anni comprendeva anche la richiesta di abolire l’ ostatività sancita dall’articolo 4bis, di abolire la pena dell’ergastolo per qualsiasi tipo di reato e di metter fine alla situazione di tortura oggettiva che si era determinata dopo il 1992 con l applicazione dell’articolo 41 bis a migliaia di detenuti». Antonini spiega poi che «gli autori di quella geniale pensata dietrologica  erano evidentemente incapaci di comprendere le drammatiche ragioni di fondo che avevano portato più di ventimila detenuti a seguire le indicazioni di protesta della Papillon-Rebibbia. E ancor meno compresero perché, già dai primi passi della protesta la Papillon-Rebibbia denunciò e prese le distanze dai gruppi promotori del movimento dei girotondi che per il 14 settembre del 2002 organizzarono una grande manifestazione nazionale a Roma su contenuti che noi definimmo una cultura tipica del populismo giustizialista nazionalpopolare, nonostante la scellerata adesione a quei girotondi di tanta parte dell’associazionismo e della sinistra sociale e politica, compresa quella extraparlamentare e antagonista di molti centri sociali delle principali città».

Po Antonini ironizza: «Visto che eravamo in compagnia degli amici del partito Radicale e della stessa Chiesa cattolica, i dietrologi potrebbero sempre divertirsi a cercare un qualche Grande Vecchio tra l’amico Pannella, oppure Giovanni Paolo II o al limite Papa Francesco, visto che ha avuto l’ardire di abolire l’ergastolo nel codice penale del Vaticano e di denunciare la condizione delle nostre galere, compresa la tortura oggettiva del 41bis». E conclude amaramente: «Siamo solo dispiaciuti che a dodici anni di distanza quegli obiettivi di civiltà necessitano ancora dell’organizzazione e della lotta, dentro e fuori dalle galere, dentro e fuori dalle Istituzioni, per essere finalmente posti all’ordine del giorno di un Parlamento e di un Governo che su questi temi sembrano essere maestri in politiche palliative. Ognuno deve fare la sua parte in questo tipo di battaglie, e per quel che ci riguarda continueremo ad adoperarci affinché quei temi rientrino nelle agende parlamentari e soprattutto entrino all’interno delle piattaforme di lotta dei grandi movimenti sociali di protesta che oggi si stanno piacevolmente risvegliando e riempiendo le piazze».

Ad ogni modo il richiamo di Antonini al concetto di ”dietrologia” trova conferma dallo stesso sottosegretario Marco Minniti, così come dall’ambasciatore Giampiero Massolo (Dis), i quali hanno assicurato al Copasir che “l’operazione Farfalla” non portò a nessun risultato. Non trovarono nulla. Rimane il fatto che però è stata condotta un’operazione di spionaggio nei confronti di chi, alla luce del sole, intraprendeva delle lotte o svolgeva il proprio lavoro come gli avvocati penalisti. Tutto ammissibile in uno stato che consideriamo ”di diritto”? Un’altra domanda però è legittima. Se oggi è in corso un’altra operazione di intelligence simile, visto che la lotta contro la detenzione di tortura è ripresa e partecipano anche tanti ergastolani ostativi, metteranno sotto controllo anche Papa Bergoglio perché si è dichiarato contro il 41 bis?

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