Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Recensione di Marcello Dell’Anna del libro di Carmelo Musumeci e Giuseppe Ferraro

GIUGNO 2014:GIUGNO 2008

Oggi pubblico questa recensione che il nostro Marcello Dell’Anna ha scritto su “L’assassino dei sogni”“Lettere fra un filosofo e un ergastolano” di Carmelo Musumeci e del grande filosofo Giuseppe Ferraro, edito  da Stampa Alternativa – Nuovi Equilibri.

Tante volte c’è stata la presenza di Marcello Dell’Anna in questo Blog. Marcello è una di quelle persone che è riuscita a trasformare il male in occasione di rinascita e riscatto. Comunque per presentarlo, cito adesso le parole con cui lui, in due note biografiche, ha descritto se stesso.

“Nato il 4 luglio 1967, a Nardò (Lecce). Ha vissuto sino ad oggi nelle patrie galere oltre 25 dei suoi 47 anni. Detenuto ininterrottamente da oltre ventidue. Sconta una condanna all’ergastolo presso il reclusorio di Badu e Carros, Nuoro; è sposato ed ha un figlio di 26 anni. E’ una attivista contro la “pena-di-morte-viva”, oggi vigente in Italia, ossia “l’ergastolo ostativo”. E’ un detenuto con il cruccio della lettura, dello studio e della scrittura. Nel corso degli anni di detenzione, infatti, gli sono stati conferiti diversi Encomi per meriti e comportamenti distinti, Diplomi di scuola superiore e, nel 2012, ha conseguito col massimo dei voti la laurea in Giurisprudenza. Ha scritto due libri e diverse pubblicazioni. “Quando però sei un condannato all’ergastolo, il trasformarti in una persona migliore e diversa da quella che eri prima, a volte, diventa per “qualcuno”…”una questione di secondaria importanza”; in fondo, sei sempre un ergastolano…”

La recensione di Marcello, come vedrete, non è una semplice recensione. 

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La lettura del libro mi ha coinvolto, nella stessa misura in cui io e Carmelo ogni giorno eravamo intenti a domandarci perché lo Stato ci tiene in vita quando per contro ci ha condannati ad una “pena di morte viva”.

I pensieri del prof. Ferraro mi entravano nella pelle, nella stessa misura in cui quando mi scriveva le sue lettere mi faceva vivere con lui, respirare con lui, pensare con lui in una dimensione elevata che oltrepassava mura e frantumava cancelli.

I loro discorsi scatenano forti emotività perché riflettono momenti che vivo sulla mia pelle ogni giorno, di ogni anno, di ogni decennio, da oltre 22 anni. Discorsi quelli tra Carmelo e il prof. Ferraro che viaggiano ad un livello superiore del normale relazionarsi.

In questa mia recensione non voglio analizzare il libro come farebbe chiunque, ma dargli quel valore che merita attraverso un commento a quella che è oggi la “pena-di-morte-viva” in Italia. Un commento scritto da chi quella pena non la sconta ma la subisce ogni attimo.

Ebbene, inizio col dirvi che, secondo me, davvero poca gente conosce gli effetti della violenza fisica e psicologica che subisce una persona detenuta stando in galera da oltre un ventennio. Parliamo di ergastolo dunque. Di quello “ostativo” intendo. Una pena che pochi ne comprendono il senso. Occorre superare il decennio dietro le sbarre affinché una percezione reale della cosa permanga la tua psicologia e la tua carne. Il corpo invecchia in fretta, la mente perde di lucidità, i gesti sono rallentati. La prigione a vita, una “macchina di violenza” un brutalizzo morale, una giustizia mascherata di vendetta. Scontata nei regimi speciali di massima sicurezza diventa poi “un inferno sulla terra”.

Molto spesso cerco di scavare in profondità, negli abissi e negli orrori della vita in prigione e mi accorgo che non è facile farlo… La vita ha le sue luci e le sue ombre. La prigione no! Il carcere ha il puzzo mefitico dei luoghi oscuri, e, molto probabilmente, state già dicendo che me lo sono meritato. Ma questo non è un razionale giudizio è solo una razionale e meritata equazione.

Mi permetto perciò di farvi riflettere e vi domando: perché trovate giusta questa mia “pena-di-morte-viva” che ha la cinica e spietata raffinatezza di uccidermi ogni giorno di ogni anno, per sempre. E perché, invece, non trovate il coraggio di uccidermi subito e all’istante.

Io sono pronto. Io sono qui. Non ho paura della morte, tanto quanto voi non avete paura di chiedere giustizia ma vendetta. Quindi, se è la vendetta che vi appaga, allora facciamola breve. Preferisco morire subito. Non ha senso farmi invecchiare in prigione per poi liberarmi.

Dei miei quarantasette anni, e da quando ne avevo 20, ne ho passati in prigione oltre 25, rimanendo in libertà per soli diciotto mesi.

Non mi sono mai piegato al sistema, non ho mai cercato di farmi scorciatoie, sconto la mia pena con sofferenza e dignità, non subisco il fallimento, non mi faccio spersonalizzare, annientare, annullare.

Mi ritengo un carcerato ma facente parte dell’Elite della popolazione detenuta, di quella migliore riuscita dal sistema dei carcerati che riescono a vincere ogni annichilimento del crimine sul crimine. Una vittoria, per esempio, tanto da aver raggiunto la piena consapevolezza di aver arrecato del male a delle persone e al consorzio sociale, perciò oggi cerco riscatto ed emenda, sperando di riparare al male commesso.

Il paradosso del nostro diritto penale, dal quale derivano i mille mali e le mille afflizioni del sistema carcerario, è che l’ergastolo, in specie quello “ostativo”, non soddisfa nessuna sete di giustizia, ma solo quella della vendetta, tesa ad oscurare, a nascondere, ad annientare. E qui comincia l’orrore…

Perché “l’incarcerazione a vita” amputa vite, sfascia le menti, degrada gli animi. Molti “carcerati a vita” subiscono gli effetti di questo “progressivo deterioramento” del corpo e della mente, senza mai più guarire, altri lo vincono e si temprano fino a diventare più duri dell’acciaio che li rinchiude.

Purtroppo, l’ergastolo è concepito per smidollare e corrompere la persona, spezzare e brutalizzare ogni animo. Nessun sistema di punizione che pretende da un essere umano di rinunciare alla sua umanità può mai lavorare per il bene comune. Viola la fibra universale dell’anima su cui le grandi civiltà si sono costruite.

Tuttavia, noi non viviamo in un Paese che prova a risolvere i suoi problemi delle prigioni. Persino solo presumerlo è utopistico. L’orrore implicito può essere che tutti ormai viviamo dentro i tessuti gonfi di un corpo politico infracidito di cattiva coscienza, così cattiva che la risata di una iena riecheggia da ogni televisore, con il rischio di diventare il nostro vero inno nazionale.

Tutti siamo colpevoli per aver permesso che il mondo intorno a noi diventasse più brutto e sciapo ogni anno che ci siamo arresi al terrore delle nostre prigioni sprofondandoci dentro.

La misura del progressivo imprigionamento della società può essere trovata al suo fondo, nella situazione dei penitenziari veri. La cattiva coscienza della società viene messa a fuoco sotto la lente ustoria del penitenziario.

Ecco perché nel nostro Paese nessuno parla di migliorare le prigioni – che sarebbe come dire di farle passare attraverso qualche prodigiosa trasformazione, come un rospo in un principe azzurro- ma solo di rendere più forti la legge e l’ordine. Ma questo non è più fattibile del sogno di una remissione in un paziente malato di cancro. Ma non si otterrà legge e ordine senza una rivoluzione nel sistema carcerario.

Io, la mia rivoluzione, l’ho trovata leggendo libri e studiando sin da quando sono nei circuiti speciali, fatti più per togliere e non per dare.

Solo con un leggero sussulto del cuore potete immaginare come dev’essere vivere da soli con una fame così grande e acquisire la “carne e le ossa della cultura” senza il brodo. Ho cercato di osservare il mondo attraverso i libri per capirne l’incanto, dato che nel “mondo libero” ho vissuto solo per poco tempo.

Conosco la prigione come il traghettatore conosce il passaggio per l’Ade. Ma il mondo, lo conosco solo attraverso i libri. Mi è sempre piaciuto servirmi di un “pasto eccezionale”. Ho lacerato ”la carne della cultura” con le mie mani, ho spezzato “le ossa del sapere” con i miei denti.

Le mie idee, molto probabilmente, come un credo religioso, risiedono nei valori “della vita, della libertà e del perseguimento della felicità”. La libertà e la giustizia per me sono ossigeno. Sicuramente ho forgiato queste mie idee, per cui oggi scrivo a voi tutti, nel dolore e nei danni fatti alla mia carne e ai miei nervi da una vita passata in prigione…spero di poter un giorno scrivere e leggere con il gusto di assaporare “il pasto della libertà…”.

Marcello Dell’Anna

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Un pensiero su “Recensione di Marcello Dell’Anna del libro di Carmelo Musumeci e Giuseppe Ferraro

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Prima di ogni cosa mi inchino di fronte alla tua capacità di esprimerti dalla quale traspare molta cultura , hai ragione Marcello, il nostro bel paese è un paese ipocrita, vendicativo e forcaiolo e questo l’ho detto mille volte ma mi domando sempre che cosa si potrà mai fare per cambiare questa mentalità medioevale che miete vittime e tiene ristrette persone come te che avrebbero tanto da insegnare. Fino a che i media educheranno all’odio non si uscirà da questa situazione diabolica.

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