Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Intervista a Nina Perna, madre di Federico Perna

Federicos

“Tu non dimenticare mai che Federico veniva picchiato (non solo a Poggioreale, ma anche nelle altre carceri), perché stava male e stando male chiedeva aiuto, e quindi disturbava. Per via della grande debolezza che aveva, Federico sveniva spesso in cella e allora i ragazzi che erano con lui o nelle celle intorno alla sua chiedevano aiuto agli ispettori e agli agenti. Queste costanti richieste di aiuto erano fastidiose per le guardie e quando diventavano troppo frequenti, Federico prendeva le botte.
Del bene di Federico se ne fregavano tutti. Noi da fuori presentavamo continuamente istanze per farlo uscire e loro se ne fregavano.
I detenuti mi hanno raccontato di quelle volte in cui, Federico, essendo svenuto in cella, il medico gli andava a fare una di quelle classiche iniezioni che fanno dormire. Federico chiedeva che non gli venissero fatte questo tipo di iniezioni, obiettava che lui stava male e che aveva bisogno di essere portato in ospedale. Sapeva che queste iniezioni erano assolutamente inutili. Ma il loro obiettivo non era mica il suo bene. Loro volevano sedarlo, azzittirlo. Così dormiva 10, 15, 20 ore , anche 48 ore, lui si alzava che era tutto pisciato, immerso nell’urina.” (Nina Perna)

Una premessa. Questa è una storia estrema.
La storia di un ragazzo fatto barbaramente morire in carcere e di tutte le complicità, i doppi giochi, le manipolazioni volte a non fare emergere la verità.
Se siete in un momento di particolare sensibilità, o se non sopportate i riferimenti violenti o se, semplicemente, state vivendo una giornata con vibrazioni energetiche molto basse, forse è meglio che, al momento, non la leggiate.
Più di un anno fa di Federico Perna non sapevo assollutamente nulla. Un giorno mi imbattei nella notizia della morta di questo ragazzo. L’ennesimo caso nella mattanza annuale di morti nelle carceri. Non ricordo che lessi la storia dalla vicenda ma mi soffermai sulle devastanti immagini del corpo di Federico, scattate all’obitorio.
Volli conoscere la madre, Nina Perna, e farle una intervista. Una lunga intervista per cercare di entrare, il più possibile, nelle sfaccettature e nei lati oscuri di questa storia.
Quella che adesso leggerete è l’intervista che ho fatto a Nina Perna.
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-Nina, qual è il tuo nome per intero?

Io sono Scafuro Nobile, la mamma di Federico Perna. Tutti mi chiamano Nina

-Da dove vieni?

Sono irpina, originaria della Campania. Mi sono sposata a 17 anni e poi è nato Federico.

-Quando è nato esattamente Federico?

Il 12 aprile del 1979. Era una bruttissima giornata di pioggia. Federico è nato dopo 16 ore di travaglio, con parto cesareo. Era un bambino bellissimo, pesava 3,650 kg, sembrava un bambino già grande di 3 mesi. Era proprio bello, biondino. Dopo, forse perché ero troppo giovane, sono subentrate le nonne, sia materna che paterna, che hanno fatto un bel po’ di danni. Federico era un bambino molto vivace, cadeva dalle bicicletta, dal triciclo, si faceva ogni sorta di danno. Correvamo sempre al pronto soccorso per cucire le ferite. Già a 7 anni guidava la macchina, capiva di motori, era molto bravo. Se avesse fatto il meccanico, forse a quest’ora non ci troveremmo così. Poi ha continuato col suo percorso di ragazzo normale ma, purtroppo, verso i 18 anni, si è trasferito a Roma, con la scusa dello studio. Lì si è trasferito da mia madre che, visto che era sempre impegnata col lavoro non poteva seguirlo bene. Inoltre mia madre lo viziava sempre. Lui le avrà distrutto due o tre macchine. A un certo punto incontrò un ragazzo che fumava spinelli e che glieli offriva e questa divenne un’abitudine. Presto passò anche cose ben peggiori. Faceva una vita caotica, andava a buttarsi nelle discoteche o nei rave, che duravano 3 o 4 giorni e tornava a casa distrutto, anche perché lì prendeva pasticche, acidi. Venendo a sapere queste cose, intervenni drasticamente con mia madre, che lo difendeva dicendo che quelle erano cose che i giovani fanno. Io cercavo di farle capire che avremmo dovuto esprimerci all’unisono in modo da dare una vera educazione a Federico, che era in ballo la sua salute, il suo futuro. Le dicevo che lui stava prendendo un crinale che poteva essere catastrofico. Ma lei ha sempre fatto orecchio da mercante, e lo ha sempre assecondato.
Quando finalmente mia madre si decise a non dargli più soldi, ormai lui era si era troppo affondato in un certo mondo. Tante volte sono corsa a Roma di notte perché lo arrestavano. Federico faceva piccoli furti per procurasi le dosi, perché dagli acidi poi è passato all’eroina. Lo abbiamo messo in diverse comunità, però scappava sempre. Visto che scappava, lo mandavano in carcere; perché, scappando, evadeva e violava la misura alternativa di collocamento in comunità.
Federico ha avuto un rapporto costante con la droga per 14 anni. Ho vissuto 14 anni che sono stati una peripezia. Anni durante i quali abbiamo sofferto come cani. Quando Federico stava con me non si drogava, anche per 3 o dieci mesi. Ma quando ritornava da mia madre, ricominciava. Mia madre abitava al Flaminio, sul lungo Tevere a Roma, lì c’è il villaggio Olimpico, ponte Milvio, che è pieno di droga, di spacciatori. Nel 2007 morì mia madre, che mi fece una brutta sorpresa. Con un testamento nominò unico erede mio figlio Federico, mentre io ero la sua unica figlia. Il testamento era chiaramente impugnabile, e nacquero delle tensioni tra me e Federico. Io non contestai la cosa per una questione di “interesse”. Io ho anche un altro figlio. Se mia madre avesse deciso di lasciare tutto ai suoi nipoti, cioè a entrambi miei figli, non avrei avuto nulla da ridire. Invece lei lasciò tutto a Federico, che fra l’altro aveva seri problemi di tossicodipendenza. Probabilmente mia madre lo fece per farmi dispetto, perché, siccome io dico sempre la verità, alla fine l’ho anche incolpata, le ho detto che se Federico stava in quelle condizioni anche perché lei alimentava il suo modo di fare. E lei questa cosa non me l’ha perdonata.
C’erano comunque gli estremi per agire legalmente contro mio figlio ma, appunto perché si trattava di mio figlio, decisi di metterci una pietra sopra.
Anche io ho fatto errori. Devi capire che la mia vita non è stata facile. In tanti hanno sempre cercato di allontanarmi da mio figlio. Tieni conto che io all’inizio non ho saputo mettere un muro sufficientemente forte, anche perché avevo solo 18 anni e mi sono ritrovata da sola con un bambino, senza lavoro e senza niente.

-Come si è arrivati all’arresto del 2010?

Dalla metà del 2008 alla metà del 2009 Federico è stato in galera, sempre per piccoli furti, sempre per procurarsi la roba. Furti del tipo rubare in spiaggia la borsa a una signora che era in acqua. Furti piccolissimi, da 20-30 euro. Non ha mai picchiato nessuno, non ha mai fatto violenza a nessuno, anzi aveva pure paura di fare queste cose. I carabinieri regolarmente lo prendevano perché, quando faceva queste cose, neanche si reggeva in piedi. A complicare tutto c’era il fatto che stringeva relazioni con ragazze che avevano anche loro problemi di tossicodipendenza, veniva da queste trascinato e non riusciva mai ad uscirne. Una volta mi scrisse in una lettera che non poteva più stare nell’ambiente dei drogati e che doveva trovarsi una ragazzetta fuori da quell’ambiente, altrimenti ci sarebbe ricascato sempre. “Basta eroina, basta questa vita di merda”, scriveva, e aggiungeva che voleva un lavoretto che gli avesse garantito di sopravvivere e che voleva stare con me, voleva costruire la casetta per Tyson, che è il suo cane.
Certo era difficile uscire da una tossicodipendenza di 14 anni, però magari con il mio aiuto ce l’avrebbe fatta. Nella vita si deve tentare, io non considero nulla impossibile; la speranza è l’ultima a morire. Io di speranza ne ho poca, ma per fortuna c’è quella giusta per credere ancora in un futuro migliore.
Nel 2010 doveva prendere un piccolo sussidio per l’anno di detenzione, ed è stato un mese con me, era tutto contento.
Federico stette con me tutto quel luglio. L’ultimo sabato di quel mese andò via per quello che doveva essere qualche giorno. Lunedì avrebbe dovuto prendere il sussidio. Ma scomparve e io per mesi non seppi nulla di lui. Poi scoprii che a settembre era stato arrestato.

-Quando lo arrestarono non venisti a saperlo subito?

No. Sulle cartelline c’erano gli indirizzi della nonna paterna e quindi avvertivano sempre lei. Con mia suocera non c’era un buon rapporto, non mi parlavo da 20 anni. Però nulla può giustificare ciò che fecero. Io non capivo perché i suoceri non mi avessero mai avvertita, dato che il mio numero di telefono ed i miei indirizzi ce li avevano. Venni a sapere dell’arresto di mio figlio solo dopo sette mesi, quando, molto arrabbiata per non capire cosa stava succedendo, chiamai la mia ex suocera
per capire se sapesse qualcosa, e così mi disse che Federico era stato arrestato, ch’era stato a Rebibbia e poi a Velletri. Quando le chiesi perché non mi avesse detto nulla, mi rispose che tanto a me di Federico non me ne fregava nulla. Io da qualche tempo mi ero lasciata col padre di Federico e avevo un’altra famiglia, un altro marito e anche un altro figlio. Ma ero sempre la madre di Federico, avrebbero dovuto sempre avvertirmi per tutto quello che gli succedeva. Mi tenevano sempre fuori, non so il perché, ma la verità è che non voglio capirlo il motivo o non voglio parlarne. Comunque questo modo di agire, specie in relazione all’arresto di Federico fu molto ingiusto.

-Quindi tuo figlio è stato arrestato a settembre 2010 e tu lo hai saputo a marzo 2011.

Esattamente. Ero abituata a non sentirlo per tanto tempo, perché dopo che morì mia madre ci fu tra di noi dell’attrito. La cosa grave è miei suoceri erano gelosi che Federico stesse con me, e loro sapevano che lui non si drogava quando stava con me. Di questa gelosia assurda tra le due famiglie, che sono state in guerra per anni, le spese le abbiamo pagate io e Federico; il padre non si interessava per niente di lui, infatti andò trovarlo in carcere solo una volta.

-Ci fu un processo riguardo Federico, cosa stabilì la sentenza?

Federico aveva avuto un processo e gli diedero 8 anni. Era entrato nel 2010 e, secondo la Magistratura, sarebbe dovuto uscire nel 2018. Non si trattava di una condanna per una specifica accusa. Vi erano tante pene cumulate, per lo più concernenti la droga.

-Torniamo a marzo 2011, quando scopri che Federico è stato arrestato, cosa fai?

Cominciai a scrivergli, lui mi rispondeva e capiva gli errori che aveva fatto. Io lo esortavo a non angosciarsi, gli dicevo che avremmo trovato un modo per andare avanti, che una volta uscito avrebbe potuto stare tranquillo con me. Lui era contento del mio avvicinamento e del rifiorire del nostro rapporto. del rapporto tra madre e figlio, che aveva subito degli scossoni per via della faccenda ereditaria. Federico mi voleva un grande bene. Tutte le sue lettere trasudavano di amore per me.
Andavo a trovarlo a Velletri dove era detenuto, avevo anche preso una casa in affitto a 4 km dal carcere, poter così andare spesso a trovarlo, portargli biancheria pulita, ecc. Il posto che avevo preso in affitto era un casale di campagna molto semplice, intorno al quale c’era tanta terra. A Federico piaceva molto l’attività cinofila, addestrare i cagnolini di media e piccola taglia. E quindi pensavamo, dato che c’erano questi 3000 m di campagna, di chiedere dei permessi per avviare un’attività che potesse permettere a Federico di lavorare da casa una volta ottenuti gli arresti domiciliari. Un giorno, però, che andai a trovarlo a Velletri, non lo trovai più lì. Lo avevano a Viterbo e, per raggiungerlo, la distanza diventò 130 km per l’andata e 130 km per il ritorno. Tutti dei colloqui, le sei ore di colloquio, mensilmente previste, a Viterbo le feci tutte. Per fare un colloquio, perdevi una giornata intera. Ma non era importante. Io alle 7:10 – 7:30 stavo lì, davanti al carcere.
Quando andai lì, ad un colloquio, durante il mese di maggio, pensai di impazzire.

-Racconta.

Vidi un mostro. Io stavo aspettando Federico; aspettavo, come sempre, quel ragazzo magro, di 68 anni. Ad un certo punto vidi un poliziotto penitenziario con un ragazzo che era.. un gigante.. Lì per lì manco ci feci caso, poi guardai meglio la maglietta, era una maglietta particolare, di quelle che piacevano a Federico, e mi venne il dubbio. Guardai la barbetta biondo-cenere e mi chiesi: “Ma è Federico?”. Guardai i tatuaggi e capii che era proprio Federico. Camminava piano piano come uno zombi, con le gambe aperte. Pesava 144 kg. Ci rendiamo conto? Dopo 3 mesi mi sono ritrovata un ragazzo di 144 kg. Un ragazzo che quando era entrato pesava 68 kg. Tutto questo è successo in 3 mesi. Aveva la bava ed era tutto pieno di crosticine sulla bocca. Mentre lo vedevo mi dicevo chenon poteva essere lui, anche se ormai avevo capito che era lui. Stava morendo. Aveva le gambe piene di acqua; era acqua rosa, quindi siero. Quest’acqua fuoriusciva da sopra le gambe, da sopra i piedi, era acqua rosa, quindi siero.
Con me Federico parlava, anche se molto lentamente, si vedeva che era imbottito di farmaci. Comunque lì mi rivolsi agli ispettori, dissi loro che non era possibile che mio figlio venisse imbottito di farmaci in quel modo, così si mossero e lo mandarono all’ospedale Belcolle e qui il primario gli certificò la prima incompatibilità carceraria.
Federico in quel carcere restò sempre in isolamento. La scusa ufficiale è che aveva una malattia infettiva, l’epatite c, però in realtà non lo èa meno di un probabile contato di sangue. In quel contesto si accentuò il disturbo border line perché lui parlava tutto il giorno da solo. Mi diceva che non volevano mandarlo nei reparti, che non parlava con nessuno che, quando chiedeva aiuto perché si sentiva male, lo lasciavano a terra svenuto, che se fosse morto non gliene sarebbe importato nulla a nessuno.

-Quanto tempo è rimasto in questo ospedale?

C’è stato 8 giorni. Era il giugno 2012.
Fece le analisi e furono riscontrate la leuconopenia e la piastrinopenia, che vuole dire che aveva le difese immunitatire carenti, che le piastrine non c’erano più, che il sangue era quasi acqua. E infatti era sempre molto molto pallido, anche perché denutrito di sostanze vitali. L’enorme aumento di peso era dovuto agli psicofarmaci. Ti racconto un episodio avvenuto proprio davanti a me. Ero ad un colloquio con lui, quando a un certo punto è venuta una infermiera del sert e gli ha schiacciato con le dita, senza guanti, una compressa in bocca, chiudendogli il naso in un modo violento e dandogli un bicchierino dell’acqua, incitandolo a bere. Dopo dieci minuti che aveva ingoiato questa pasticca, Federico non era più lui, gli si abbassavano gli occhi e gli usciva la bava dalla bocca. Mi alterai con gli ispettori e dissi loro: “Perché dovete ammazzarlo con psicofarmaci, può avere un blocco renale”. Lui mi disse che ogni volta che gli davano questa pasticca si sentiva prendere dalla sonnolenza, gli si addormentavano le gambe, e non riusciva neanche a tenere la pentola in cella. Riceveva spesso questo “trattamento” quando stava male. Quando urlava di dolore, cominciava a fare casino vicino alle sbarre in cella, e chiamava “Ispettore, ispettore” e pur di non sentirlo, veniva qualcuno che gli faceva una puntura. Lui con la puntura arrivava a dormire anche due giorni di seguito, e si alzava messo male, avendo anche fatto la pipì addosso. ,
Il 10 luglio Federico venne picchiato da un ispettore, sempre per il fatto che lui si lamentava e loro non volevano sentirlo. Lo lasciarono svenuto a terra sanguinante. Il giorno dopo vado a trovarlo a colloquio; io non sapevo nulla di ciò che era avvenuto. Le guardie mi dissero che Federico aveva rifiutato il colloquio, ma io sapevo che non poteva assolutamente essere vero; mio figlio non rifiutava mai i colloqui, non vedeva sempre l’ora di vedermi. Allora andai in escandescenze, dicendo loro chiaramente che non mi avessero portato mio figlio avrei fatto un bordello totale; avrei chiamato carabinieri, polizia, giornalisti. Mi dissero di stare calma e dopo dieci minuti mi portarono mio Federico. Quando lo vidi uscire dal corridoio insieme a due ispettori e un agente mi ha detto “mi hanno massacrato” e aggiunse: “Ti prego parla con l’avvocato, portami a casa, mi stanno trattando come il loro giocattolino, arriva l’uno e mi mena, arriva l’altro e mi mena”.
Gli ispettori dicevano che si era auto lesionato, ma io gli risposi: “Federico non si può auto lesionare spaccandosi un timpano, e facendosi gli occhi chiusi e gonfi, e le mani piene di botte”.
E Federico guardando l’ispettore gli diceva “neanche la verità hai il coraggio di dire”.
Io non avevo capito che proprio quello era l’ispettore che lo aveva menato, altrimenti gli avrei chiesto la matricola e lo avrei denunciato seduta stante.
Quel giorno che lo incontrai in quelle condizioni spaventose, aveva con se un foglio tutto piegato piccolo piccolo. Io gli chiesi cosa fosse e lui rispose “mettitelo in petto, e dallo all’avvocato”. Era la sua denuncia di tutto quello che era successo. L’agente di turno si era accorto di qualcosa ed era venuto per chiedere cosa avessi preso. Io gli aprii il foglio davanti, e lui capì che era una denuncia, poi me lo rimisi in petto. L’agente disse che glielo dovevo dare, ma io gli ribattei “non ti azzardare a toccarmi, che io non sono una detenuta”.
Con quel pezzo di carta lui aveva denunciato l’ispettore capo e il suo assistente per tutte le percosse che aveva ricevuto.
Dopo due giorni sono ritornata, ma lui non c’era più. Lo avevano rimandato in ospedale, dove stette un paio di giorni. Il loro scopo era di farlo internare nell’OPG; in relazione, appunto, alla sue denuncia. Federico aveva fiutato il trappolone e aveva rifiutato il ricovero.
Volevano farlo passare per pazzo, come avvenne anche nel 2004.

-Cosa successe nel 2004?

Federico fu mandato nell’OPG di Santa Maria Capua Vetere sempre per lo stesso motivo. Ovvero l’avere denunciato le percosse da parte di due ispettori ricevute nel carcere in cui stava allora. Aveva solo 19 anni all’epoca. In O.P.G. rimase per 15 giorni. Era davvero trattato come venivano trattati i pazzi in uno di quei vecchi manicomi. Stava in una stanza con una camicia di forza e sbatteva alle pareti da destra a sinistra. A mia madre chiedeva di portarlo via da lì, perché altrimenti l’avrebbero fatto morire. Pensa che tentarono anche di sodomizzarlo. Federico disse all’infermiere che se voleva avrebbe pure potuto anche accomodarsi, ma che avrebbe dovuto tenere in conto del fatto che lui aveva l’epatite C, così solo per questo lo lasciarono stare.

-Molti dicono che negli O.P.G. ci sono professionisti

No no, almeno non per quello che ho visto io. Si parla proprio di camice di forza e si fanno anche violenze carnali. Purtroppo esistono anche queste cose. Bisognerebbe andare più spesso in questi O.P.G., a fare più visite ispettive, con i movimenti, con i partiti, con qualche parlamentare. Sono luoghi in cui lo è Stato assente e il personale che approfitta di questa assenza, di questo non controllo da parte delle istituzioni competenti. Come avviene troppe volte anche in carcere, del resto.

-Ritorniamo a Viterbo, tu lo vedi ridotto in quello stato, venne anche ricoverato..

Iniziai ad andare lì due volte a settimana, perché aveva bisogno psicologicamente di avere parenti vicino. Piano piano incominciò a migliorare, e a perdere pure un po’ di chili. Federico mi diceva che da quando io avevo fatto casino, tutti avevano iniziato a trattarlo bene. Erano tutti gentili anche con me. Mi chiamarono quando ero in colloquio e se si poteva evitare questa denuncia perché anche quella guardia era un padre di famiglia e tu rispondesti “sti cazzi”. Io comunque avevo sporto denuncia, che era giunta al Magistrato di Sorveglianza di Viterbo, che non fece niente. Tantissimi detenuti mandano avanti queste denunce per percosse, maltrattamenti, illeciti vari subiti in carcere. Queste denuncie vengono abbandonate sulle scrivanie, insieme alle scartoffie, e si impolverano lì e poi un bel giorno vengono archiviate, senza essere neanche notate. Questa è la giustizia italiana.
Comunque, come ti dicevo, Federico mi diceva che lo trattavano un po’ meglio, che erano tutti rispettosi ed attenti nei suoi confronti.
La Direttrice gli ispettori del carcere di Viterbo, però, pensarono bene di mandarlo via, perché quando tu fai casino, quando denunci, loro ti trasferiscono per non avere il morto dentro il carcere, per non avere guai e problemi.
Prima lo mandarono a Cassino per poche e ore e poi a Federico fu mandato a Secondigliano, che è un carcere super-affollato, come poggio reale.

-Trasferito a Secondigliano, iniziasti ad andare anche là..

A Secondigliano ci andai in tutto tre volte, perché io soffro di crampi e quindi era difficile e pericoloso per me guidare. Due volte potei parlare con lui. La terza volta non lo trovai perché era stato inviato al carcere di Arienzo tra Benevento e Avellino, dove stette alcuni giorni prima di essere inviato a Secondigliano. Federico mi esortava a spingere sull’avvocato in modo che potesse uscire il più presto possibile. Le celle erano molto affollate e faceva in esse un caldo insopportabile. Mi raccontava che, per il caldo, lui posava il materasso a terra e dormiva lì. A Secondigliano Federico fece una visita nel centro clinico interno e anche lì il medico certificò la sua incompatibilità carceraria, e fece un sollecito alla magistratura, in quanto si sarebbe aggravato di saluteì. Ad un certo punto ho avuto un incidente a Terracina; mi hanno investita ed ho sbattuto un’anca contro un palo della luce e quindi si è lesionata. Ho dovuto fare delle terapia, una riabilitazione. Federico mi diceva che dovevo pensare a curarmi e che non dovevo assolutamente pensarci ad andare da lui finché la mia situazione non fosse migliorata, altrimenti non avrebbe voluto neanche vedermi.
Per me, la cosa problematica non era tanto il viaggio, quanto lo stare in fila. La convalescenza durò per tre mesi. In quel periodo, superati i primi periodi, andai per quattro volte a Secondigliano, mi mettevo in filo, ma dopo un’ora, un’ora e mezza dovevo andare via, perché, con i problemi che avevo non ce la facevo a reggere la fila. Ho tutti i biglietti del treno a comprovare che effettivamente andai lì in quel periodo, e a smentire quella gente che disse che io per mesi avrei abbandonato mio figlio. Chi dice queste cose si deve sciacquare la bocca.

-Cosa diceva Federico?

Mi raccontava la sua quotidianità con i compagni di cella, si informava sulla mia salute, mi ricordava sempre di fargli il vaglia. Io mi chiedevo come mai chiedeva sempre soldi, ebbi il sospetto che comprasse la droga anche in carcere, però alla fine stavo tranquilla perché ero certa che in carcere la droga non poteva circolare.
Federico a un certo punto smise di rispondermi, per circa un mese, e questo fatto mi inquietò.
Dopo qualche tempo venni a sapere che era stato trasferito a Poggioreale. Come al solito non ero stata informata. Dovetti chiamare la mia ex suocera per capire dove era finito.

-Quando fu trasferito da Secondigliano?

Questo non so dirtelo con esattezza. So solo che ad agosto smise di scrivermi. Io capii che c’era qualcosa che non andava. Seppi poi che, prima di essere mandato a Secondigliano, era stato trasferito per quattro Non sapevo che da Secondigliano era stato trasferito prima ad Arienzo –dove era stato quatto giorni. Ad Arienzo appena arrivato lo avevano gonfiato di botte.
Lui non mi aveva ancora detto del trasferimento a Poggioreale, per non farmi preoccupare. Anche questa volta fu la nonna, mia suocera a darmi questa informazione. Anche mia suocera mi confermò che anche a lei non stavano giungendo lettere.
A settembre, anche se ancora conciata fisicamente male, ingaggiai una avvocatessa con quale il 18 ottobre andai lì. Insieme a noi c’era pure
Io ero conciata fisicamente male, ma a il fratello di Federico, Christian, che era arrabbiato con Federico perché pensava che avrebbe potuto stare bene e che invece per la sua condotta era buttato in un carcere. Alla fine lo convinsi a venire, dicendogli che Federico era tanto malato e che quella avrebbe potuto essere l’ultima volta che lo vedevamo. Io lo dicevo per scherzare ma, alla fine, quel 18 ottobre, fu davvero l’ultima volta che lo vedemmo.

-Quindi dopo che non lo vedevi da mesi, l’hai visto quell’ultima volta.

Sì. Era da giugno che non lo vedevo. E lo vidi quel 18 ottobre.

-Raccontami quel colloquio.

Il colloquio l’ho fatto tutto il tempo con le mani di Federico tra le mie e me le sbaciucchiavo, me le tenevo vicino. In quei mesi mi era mancato tantissimo. A un certo punto oniziarono a scherzare tra fratelli. Federico si tirò su la maglietta e disse a Cristian – che è un gigantone di 1,95 metri- che anche lui adesso era grosso e quindi lui doveva stare attento. Ad un certo punto, guardando bene la faccia di Federico, notai un livido allo zigomo e gli chiesi cosa gli fosse successo. Lui mi disse che aveva sbattuto contro uno stipite, ma gli feci subito capire che non me la bevevo. Un amico detenuto che era lì vicino mi disse “digli la verità, è tua madre”.
Lui allora mi fece prima capire che dovevo stare zitta e, poi, indicandomi il poliziotto che stava di guardia, mi disse:
“Guarda quel poliziotto che cammina su e giù. E’ cattivissimo.”
Quel poliziotto era bassino, ed emanava un senso di nervosismo che mi dava fastidio.
Mi disse che gli agenti lì erano terribili, e cominciò a raccontarmi che lo gonfiato di botte.
Gli chiesi se era il caso che chiamassi i giornalisti e facessi un po’ di casino, ma mi pregò di non farlo, perché, diceva, altrimenti lo avrebbero ammazzato. Vidi Federico pieno di paura, terrorizzato. Federico non aveva mai avuto prima tanta paura.
Da agosto lui era entrato 3 volte nella cella 0. La quarta volta in cui ci sarebbe stato sarebbe stata l’ultima.

-La cella zero di Poggioreale. E’ emersa dalle tante denunce per pestaggi subiti fatte dai detenuti di Poggioreale. Viene descritta come una cella completamente vuota che si trova al piano terra del carcere. Un piccolo gruppo di agenti penitenziari, che pare sia sempre lo stesso, è accusato di portare, di volta in volta, alcuni detenuti in questa cella, dove, nudi e al buio, vengono sottoposti a furiosi pestaggi, per lo più a mani nude o con uno straccio bagnato…

Tu non dimenticare mai che Federico veniva picchiato (non solo a Poggioreale, ma anche nelle altre carceri), perché stava male e stando male chiedeva aiuto, e quindi disturbava. Per via della grande debolezza che aveva, Federico sveniva spesso in cella e allora i ragazzi che erano con lui o nelle celle intorno alla sua chiedevano aiuto agli ispettori e agli agenti. Queste costanti richieste di aiuto erano fastidiose per le guardie e quando diventavano troppo frequenti, Federico prendeva le botte.
Del bene di Federico se ne fregavano tutti. Noi da fuori presentavamo continuamente istanze per farlo uscire e loro se ne fregavano.
I detenuti mi hanno raccontato di quelle volte in cui, Federico, essendo svenuto in cella, il medico gli andava a fare una di quelle classiche iniezioni che fanno dormire. Federico chiedeva che non gli venissero fatte questo tipo di iniezioni, obiettava che lui stava male e che aveva bisogno di essere portato in ospedale. Sapeva che queste iniezioni erano assolutamente inutili. Ma il loro obiettivo non era mica il suo bene. Loro volevano sedarlo, azzittirlo. Così dormiva 10, 15, 20 ore , anche 48 ore, lui si alzava che era tutto pisciato, immerso nell’urina.
Un malato di cirrosi epatica non deve essere imbottito di medicine, per tenerlo buono dentro al letto a dormire tutto il giorno e non rompere le scatole; se rompeva le scatole, avrebbero dovuto mandarlo a casa, dove aveva una famiglia che avrebbe pensato a curarlo, avrebbero dovuto dargli gli arresti domiciliari, perché l’hanno tenuto in carcere? Mio figlio non era un 41 bis, era un delinquente comune, avrebbero dovuto mandarlo a casa e noi ci saremmo presi cura di lui, e se fosse comunque dovuto morire, l’avrebbe fatto con la sua famiglia vicino, avvolto certamente dall’amore e non da malvagità e crudeltà gratuite. È morto un ragazzo, adesso i colpevoli devono venire fuori, perché non si muore così da soli.
Tornando alla cella zero, uno dei detenuti che conoscevano Federico, mi scrisse per raccontarmi che Un giorno sentendo rumore di botte e urla, e aveva riconosciuto la voce di Federico. Il giorno successivo, questo ragazzo, passando dalla cella di Federico, lo trovò pieno di ematomi. Questo è successo intorno al dieci ottobre. Fino a quel momento si trovava al padiglione Salerno (il carcere di Poggioreale è diviso in padiglioni).
Subito dopo questo pestaggio venne trasferito al Reparto Avellino, da dove venne il giorno che fece il colloquio con me e dove morì.

-Che senso aveva trasferirlo in un altro reparto?

Per non farlo vedere agli altri detenuti dello stesso reparto. Nell’altro reparto, dove l’hanno trasferito, i detenuti magari l’avranno visto arrivare già malconcio e, quando c’è un detenuto nuovo nel reparto, non si fanno domande.
Cosa posso pensare inoltre? Che era meglio portarlo in un reparto, dove lui nei giorni precedenti non era stato, in modo che non si potessero interrogare i detenuti di quel reparto su quelli che furono gli ultimi giorni di Federico.
Considera anche i detenuti che erano al reparto Salerno si è cercato di trasferirli in altri reparti o in altre carceri per evitare che venissero interrogarti
Comunque, i racconti dei detenuti coincidono con lo svolgimento degli eventi. Raccontano che un giorno gli diedero tantissime botte e poi non lo portarono più nel reparto in cui stava, il reparto Salerno; ma lo portarono al reparto Avellino. Io, il giorno 18, il colloquio lo feci al reparto Avellino.

-Dopo la tua visita del 18 ottobre, cosa successe?

Dopo quell’incontro, naturalmente, mi sentii peggio di prima. Vedevo il volto di Federico terrorizzato; pensavo all’orrore che vige in quel carcere. Federico mi aveva raccontato della cattiveria totale che vigeva là dentro. Lì, appena arrivati, si veniva picchiati. Così, senza avere fatto niente, per il solo fatto di essere una nuova matricola. Pensa a un ragazzino, che magari ha 19 anni e lo hanno buttato lì perché ha fatto uno scippo. E per la prima volta si ritrova in un mondo nuovo, di cui non conosce le regole e, se non le rispetta –se, per esempio, non si mette in fila, per andare alle docce, con le mani indietro o da qualche parte- cominciano ad arrivargli schiaffi dietro al collo.
Comunque, io e l’avvocatessa ritorniamo a Poggioreale il venerdì 1 novembre, esattamente una settimana prima che morisse.
Entrò per prima l’avvocatessa, mentre intanto io ero andato a fare la fila per lasciargli il pacco della biancheria. Gli avevo comprato nuovi indumenti, perché a breve sarebbe andare in ospedale per rifare tutte le analisi che avrebbero certificato certamente un suo peggioramento. Quella volta non ero più con suo fratello, ero da sola. Dopo un’ora e mezza l’avvocatessa uscì fuori e le chiesi come stava Federico. Lei non seppe darmi una risposta, ma mi comunicò che Federico le aveva detto che quel giorno sarebbe andata a trovarlo la zia e che, quindi, io, per poterlo vedere, avrei dovuto abbinarmi con la zia, altrimenti avrebbe rifiutato il colloquio. Si poteva fare un colloquio, non due, e non si sentiva di dire alla zia di andar via, perché andava a trovarlo una volta al mese. Lui sapeva che io non vado d’accordo con lei. Solo oggi capisco il perché Federico mi mandò a dire quelle cose. Era gravemente malridotto e, se io l’avessi visto, certamente avrei fatto tanto di quel casino da farmi arrestare. Abbiamo una video-intervista dell’avocato, in cui racconta di averlo visto pieno di ematomi.

-Ma l’avvocato non ti riferì nulla quel giorno?

No, non mi disse nulla, perché questo gli aveva chiesto Federico che, conoscendomi, sapeva che io non mi fermo davanti alla giustizia e non perché non ne ho rispetto, ma proprio perché ne ho rispetto voglio che tutti la rispettino. Federico chiedeva solo un diritto, quello di essere curato, non chiedeva l’impossibile.
Comunque, come ti ho detto prima, il primo novembre Federico avrebbe dovuto fare il colloquio con la zia. Lui mi telefonò il martedì della settimana seguente, il 5 novembre. Io non ero a casa e allora ha telefonato alla zia, dicendole che gli erano saltati dei denti e che sputava e sangue e di chiamarmi subito per dirmi di andare lì con l’avvocatessa.
L’8 novembre, il venerdì successivo, è morto. Io dovevo il lunedì a fare due ore di colloquio, ma non ho fatto in tempo perché venerdì sera mi hanno chiamata per dirmi che era morto. E anche su quello avvenuto in prossimità della sua morte e subito dopo, ci sono lati oscuri.

-Racconta.

Alle sedici e venti gli amici di Federico, i compagni di cella, appena rientrati dall’ora d’aria, tornano in cella e trovano Federico morto.
Guarda caso quasi sempre i detenuti muoiono o di notte, o durante l’ora d’aria.
Comunque, i compagni di cella di Federico lo trovano a letto tutto blu che rantolava e chiamano l’agente di turno che stava facendo il giro, il quale, una volta venuto, si attiva per farlo mettere su una barella e farlo portare in infermeria.
Come mai ci hanno messo quaranta minuti per chiamare il 118?
Forse perché non sapevano giustificare tutti quei segni addosso a Federico?
Tu vedi una persona cianotica, rantolante e non chiami immediatamente l’ambulanza?
Loro all’inizio hanno iniettato adrenalina con endovena.
Gli hanno fatto anche l’elettroshock.

-Elettroshock?

Ho trovato riportato nei certificati che hanno usato l’elettroshock. Anche se l’elettroshock è vietato da 35 anni.
Ritornando alla successione degli eventi.. l’ambulanza è stata chiamata solo alle 16:50.
Quando è arrivata lui era già morto.
Federico Perna è stato dichiarato morto alle 16:57.
La morte è stata attribuita a una ischemia miocardica acuta.
E ripeto.. perché si è perso tutto questo tempo? In caso di miocardite in genere si fa un intervento immediato: aprono, mettono una cannuccia che allarga l’aorta ed è fatta; non si muore di miocardite. Se si interviene in tempo, non si muore.

-La notizia della morte ti fu data, mi dicevi, la sera dell’otto novembre..

Non me l’aspettavo. Mi aspettavo che dovesse succedere qualcosa di grave sì, perché a furia di stare da sola ho imparato ad essere come gli animali selvaggi. Mi isolo sul ceppo della montagna e guardo cosa succede sotto la valle, tutto scruto, tutto vedo e non parlo. Quel giorno, otto novembre, comprai un quadro, raffigurava un signore sui 60 anni, bello, con i capelli grigi brizzolati, lo comprai perché costava 15 euro ed era di un autore famoso, Audino, che ha una buona quotazione, quindi per me questi 15 euro spesi in questo modo erano l’affaruccio del momento e così presi in fretta questo quadro, prima che, chi lo vendeva, vedendomi molto interessata, ci ripensasse sul presso. Quando arrivai a casa lo poggiai a terra, avvolto nel suo involucro; pensavo di cenare per poi ritornare a guardarlo bene un’altra volta, prima di appenderlo. Poi quella sera non cenai, perché mi girava la testa, e bevvi un thé. Portai il quadro in camera mia, dove avevo pensato di metterlo e pensavo alla faccia del signore che mi rasserenava, mi dava l’idea di un saggio con la barba lunga. Quando tolsi il quadro dall’involucro mi accorsi che era un frate, anzi era un sacerdote, portava una croce; mi sentivo incredula e lo poggiai di nuovo. Sentivo il cane di Federico sotto la finestra che ululava. In genere si dice che quando i cani ululano non portano bene. Mi addormentai alle 18:30, ma era come uno stato di dormi-veglia e sognai che i denti di sotto mi si sgretolavano e per lo spavento mi svegliai. Dopo circa un’ora e messa è arrivò la telefonata.

-Chi fu a chiamarti?

Mio cognato. Erano le nove e mezza di sera. Non dimenticherò mai quella telefonata.
Erano le nove e mezza di sera e lui esordì dicendomi
“Federico se ne è ito”.
Io pensai che intendeva che lo avessero messo ai domiciliari o che lo avessero portato in ospedale. Ma mi fece presto capire che lui intendeva che Federico era morto.

-Un momento durissimo.

Mi si spaccò il petto. Ho sentito dentro come un rumore.. sfiorai l’infarto. E’ quel tipo di notizia che ti fa impazzire. Dopo quella bruttissima mezzora, la più brutta della mia vita e che non augurerei neanche al mio peggior nemico, ho telefonato subito al carcere di Poggioreale e mi trattarono con una scortesia unica. Mi dissero solo che era all’obitorio, ma non mi dissero di quale obitorio si trattasse. Alla fine, dopo le mie ripetute insistenze, mi dissero che avevo proprio rotto le scatole e passarono la telefonata al posto di polizia, dove furono molto più gentili, mi risposero che erano dispiaciuti per l’accaduto, e mi indicarono in quale ospedale avrebbe potuto trovarsi Federico. Quella sera stessa mi misi in macchina e andai a Napoli, dove feci, con due amici –perché io ancora non guidavo- il giro di tutti gli ospedali. Alla fine lo trovai al Federico II, nell’obitorio giudiziario. Quella sera non mi fecero entrare. Ritornai a Roma e chiamai l’avvocatessa per avvertirlo della morte di Federico. Lei fece subito una denuncia per omicidio colposo.
Quando potei vedere il suo corpo fu una visione sconvolgente..

-Penso che nessuno potrà mai veramente capire quello che provasti in quel momento..

Qualcosa di indescrivibile..
Poi ci fu l’autopsia, che è un’altra parte emblematica della vicenda. L’autopsia, riporta tutto ma, nella relazione finale, c’è solo quello che interessa a loro. Tra l’altro l’autopsia si fa o a Y o si fa dritta, lui invece è stato tagliato a zig zag da sotto il mento. Perché a mio figlio hanno tagliato il collo a zig zag? Cosa è un’altra tecnica di autopsia questa? Forse al medico gli tremava la mano? Oppure l’hanno fatto per cucire meglio il punto dove era stato spaccato? Era forse già aperto in quel punto e quindi hanno dovuto rattopparlo, giusto per far vedere che era una cucitura dell’autopsia, invece che altro? Ci credono cechi, stupidi?
E poi perché ci hanno messo sei giorni per fare l’autopsia?
Inoltre quando c’è un medico legale di parte non si spoglia il cadavere finché non è presente anche il perito di parte. Invece quando arrivò il nostro medico Federico era già nudo.
Comunque, andando un po’ più nello specifico, è riportato che sotto le tempie c’era liquido, infatti in quella zone lui era pieno di ecchimosi. Significa che colpendolo gli hanno rotto le sacche encefaliche. La milza era molto ingrossata e anche questo è un dato anomalo. Dalle foto che abbiamo si vede che ha tutte le vene in risalto.
Il palmo della mano sinistra era pieno di ecchimosi, lui era mancino, come mai queste ecchimosi? Evidentemente è il risultato di un urto contro un corpo contundente.. magari si sarà dovuto riparare da qualche colpo? Il braccio sinistro era completamente bruciato.
Sono riportati poi tutti i tatuaggi, ma le macchie epostatiche, quelle che si formano per il ristagno del sangue in alcuni punti del corpo e che fanno capire come era poggiato, si protraggono oltre le strisce di posizione del corpo. Significherà forse che non sono macchie epostatiche, ma segni di percosse? La pelle è piena di ecchimosi e goccioline ematose e in alcuni punti anche crosticine, magari c’erano già il venerdì precedente? Le orecchie erano piene di cerume, io non l’ho mai visto così, perché lui si lavava tutti i giorni, sarà forse stato a letto per 3, 4 giorni, dal martedì che ha telefonato a casa chiedendo che andassi con urgenza insieme all’avvocato?
Dicevamo che un braccio era bruciato. Non si sa perché, non ci sono documenti in carcere che possano dimostrare che questo braccio era bruciato, ma noi siamo testimoni del fatto che durante l’ultimo colloquio che abbiamo fatto questo braccio non era bruciato.
E tutte le macchie rosse che ha dietro i talloni cosa sono? Uno che muore d’ischemia è combinato così? Dietro la scapola aveva come una forma di piede, di scarpone. E non si può parlare neanche di macchie post mortis. Quando queste macchie sono state notate, mica Federico era morto da 3 o 4 mesi; le macchie post-mortis vengono fuori dopo mesi. Lui era stato messo in frigorifero. Non credo che in 5, 6 giorni il cadavere potesse ridursi in quello stato.
E poi gli mancavano totalmente i denti.

-Quindi prima i denti ce li aveva?

Quelli inferiori sì. Quelli superiori gli mancavano da diverso tempo. Lui per l’uso di droga aveva la piorrea e quindi i denti di sopra li aveva persi per questo motivo; e anche qui c’è da sottolineare una cosa vergognosa. Avendo perso i denti di sopra, Federico aveva una protesi dentaria superiore che gli veniva spedita nei vari trasferimenti tra carcere e carcere. Questa protesi era rimasta a Viterbo. E nonostante le sue istanze, in pratica non la ebbe più. Lo hanno lasciato senza di essa per un anno. Questo gli rendeva praticamente impossibile masticare il cibo. Lui mi diceva “mamma, per mangiare, me lo devo innaffiare sotto l’acqua.. gli spaghetti me li devo ingoiare, mi faccio solo la minestrina, perché quella la posso ingoiare.” E infatti, quando è morto, gli hanno trovato nello stomaco dei pezzettini di cibo, praticamente ingoiava senza masticare. Ma, i 14 denti che aveva di sotto, anche se mal ridotti, ce li aveva ancora. L’ho avuto davanti per un’ora al colloquio e anche l’avvocatessa aveva visto che i denti quella volta ce l’aveva. Quando, però, il giorno in cui fui all’obitorio, mi avvicinai al lettino d’acciaio dove era posto il cadavere di Federico, si aprì la sua bocca e i denti non c’erano più.
Come è possibile che di colpo, in pochi giorni, fossero spariti 14 denti?
Considerando la situazione complessiva, io ho sentito tanti medici e tutti concordano con me, ovvero col fatto ch è stato percosso. I miei avvocati ed il mio medico legale dicono che non sono da escludere i maltrattamenti.

-Non sono da escludere? Sono evidenti.

La vergogna dovrebbe essere enorme, perché hanno infierito su ragazzo che già non stava bene, era un ragazzo gravemente ammalato. E’ stato come entrare in un ospedale, prendere un malato e riempirlo di botte. E’ la stessa identica cosa, perché Federico era seriamente malato.
Ad un ragazzo che ti chiede di chiamare il 118 e che sta sputando sangue, non puoi dirgli “Mi hai rotto la guallera”, questo me l’hanno riferito i suoi compagni, non puoi malmenarlo e portarlo nella cella 0.
Tornando alle analisi; dall’esami tossicologico risultò la presenza, nel corpo di Federico, di una marea di farmaci.

-Soffermati un attimo su questo aspetto

Troppe, troppe medicine. Ogni volta che stava male il dottore gli faceva una iniezione, ma giusto per calmarlo, infatti dall’autopsia sono risultati una marea di farmaci, addirittura il triplo di quello che potrebbe essere tollerabile. Lui soffriva anche di un disturbo borderline, anche chi è fuori può
soffrirne e, magari, neanche saperlo.
Questo disturbo gli era venuto per le intere giornate costrette a stare da solo, dove, a un certo punto, aveva iniziato a parlare da solo. Lui si dissociava, in un attimo diventava un altro, ma dopo due minuti era di nuovo Federico; oppure non tollerava di essere tossico, allora si voltava dall’altra parte e si diceva di essere un bravo ragazzo. Quindi lui aveva certamente questo disturbo. Loro hanno giustificato la grande presenza di farmaci con questo disturbo borderline.
Tra l’altro, erano tutti medicinali incompatibili con l’ischemia, che era un malato ischemico. Mi hanno detto che mio figlio è morto per ischemia miocardico cronica acuta. E quindi ad un malato ischemico si da tutta quella porcheria?

-Si può dire che il disturbo border line è un ulteriore motivo, quindi, per cui non doveva assolutamente stare in carcere.

C’erano 3 cose che in modo univoco determinavano la sua incompatibilità alla vita carceraria:
1-prima cosa perché era un tossicodipendente,
2-seconda cosa perché aveva la cirrosi epatica cronica,
3-terza cosa perché aveva un disturbo borderline.
Avevamo fatto 6 istanze e i magistrati cosa hanno fatto? Se ne sono fregati, non le hanno prese neanche in considerazione. Il segretario del Ministro Cancellieri al Question Time, presentato dall’onorevole Salvatore Mucillo, del Movimento 5 Stelle, che chiedeva come mai Federico non fosse stato curato, rispose che era stato lui a rifiutare i ricoveri. Come è possibile? Noi i ricoveri li sollecitavamo da fuori, lui li sollecitava da dentro, chiedeva di essere portato all’ospedale e, alla fine, ti vengono a dire che era lui che non voleva farsi curare. Lui mi scriveva che non lo curavano, che lo stavano uccidendo. Tutte le sostanze chimiche contenute nei medicinali sono emerse in dosi superiori a quelle che avrebbe dovuto prendere e, nonostante questo dato, l’autopsia riporta invece che le dosi erano adeguate.

-E la sintesi finale cosa dice?

Che le percosse sono da escludere, che Federico non ha subito maltrattamenti e che è morto di miocardite cronica acuta. Gli è sì esploso il cuore, ma dalla paura.

-Come si spiega la contraddizione totale tra i dati oggettivi che tu mi hai precedentemente riportato e la sintesi finale dell’autopsia?

So solo che è una vergogna. E’ tutta una vergogna. Ma baste vedere le fotografie di mio figlio per capire che lo hanno riempito di botte.
Dopo la morte di Federico, alla fine dello stesso mese sono andata a parlare con la direttrice del carcere, che accettò di ricevermi anche perché sotto il carcere c’erano 20 televisioni.

-Ricordo che un giorno ti vidi in un servizio televisivo. Non conoscevo ancora quasi nulla della vicenda di Federico. In quel video tu protestavi sotto il carcere e poi fosti ricevuta dall’ex direttrice. In quel giorno c’era anche Rodotà, con il quale vi fu un momento toccante. Ricostruisci quella giornata.

Quel giorno c’era un convegno, ma io non ero andata lì per il convegno. Ero andata con altre persone per fare un sit-in per Federico ed anche per un ragazzo, Vincenzo Di Sarno, un ragazzo malato di cancro al midollo spinale, per giunta un presunto colpevole, che alla fine è uscito, l’hanno mandato al Cardarelli. A un certo punto direttrice decise di ricevermi, naturalmente dopo che le televisioni la informarono che io ero lì fuori dalle 6 del mattino. Entrai e lei mi disse che mi era vicina, mi diede le condoglianze, la ringraziai e gli chiesi notizie circa le ultime ore di vita di mio figlio, dato che io non ero stata presente. A quel punto un ciccione che stava seduto alla scrivania vicino a quella della dottoressa -noi eravamo su un divanetto rosso- cominciò a ridere, naturalmente gli chiesi che cazzo avesse da ridere. Quel ciccione era il comandante della polizia penitenziaria e non mi diede alcuna risposta. Mi disse solamente che dovevo calmarmi. Io gli dissi di non ridermi in faccia e chiesi alla direttrice che tipo di cure facevano a Federico, quelle col manganello? La dottoressa mi disse che stavo esagerando, ma io risposi che ad esagerare erano stati tutti loro e che qualcuno dovrà rispondere del fatto che mio figlio è uscito fuori di lì morto. È lecito sapere come è morto mio figlio? Cosa è successo? C’era un ordine di servizio, in cui sono riportati i nomi del personale di guardia, oppure no?
Ma ci sarebbero tante altre domande da fare, tante domande a cui qualcuno dovrebbe rispondere?

-Fanne qualcuna..

Per quale motivo abbiamo chiesto le cartelle cliniche e non ci sono state date?
Perché non gli avvocati della parte lesa non hanno potuto interrogare i detenuti?
Cosa hanno da nascondere?
Perché ancora oggi non ho vistiti e gli effetti personali di mio figlio dopo un anno?
Perché forse hanno paura che faccio vedere i vestiti insanguinati di Federico, 27 centimetri sulla felpa, 16 centimetri sulla maglietta sotto?
Come mai le macchie di sangue erano tutte posteriori, dal collo in giù, dietro la schiena? E’ morto di ischemia e posso pensare che gli esce il sangue dal naso. Non si muore di ischemia con quelle macchie di sangue dietro la testa, allora vuol dire che Federico perdeva sangue dalla testa.
Tornando all’incontro con la direttrice, io le chiesi di parlare con due guardie. Nel nome di esse mi ci imbattei all’obitorio. Quella mattina all’obitorio, siccome nessuno sapeva che io ero la madre del ragazzo morto, ho allungato il collo ed ho dato un’occhiata ad alcuni certificati che erano su un tavolo lì vicino, su quei certificati ho letto i nomi delle guardie che hanno preso il cadavere di mio figlio quella sera; Alla direttrice feci il nome di quelle guardie e chiesi di poter parlare con loro. Lei mi disse che erano in ferie, me lo disse immediatamente, senza prendersi il tempo di capire chi fossero.

-Questa sì che si può definire “eccellenza” nello svolgere il proprio compito. Conosceva vita, morte e miracoli di tutte le guardie penitenziarie? Era in grado di rispondere al volo ad un qualsiasi riferimento nominativo?…

Infatti. Tutte balle. Là dentro ci sono 750 poliziotti e lei poteva ricordarsi che proprio quei due erano in ferie? A quel punto cominciaI a non tollerar più il trovarmi lì dentro e chiesi di uscire perché quel posto puzzava di morti. La dottoressa con fare alterato mi disse che mio figlio era monitorato, come tutti gli altri detenuti malati, che dovevo calmarmi, che il suo carcere era trasparente. Alla fine conclusi dicendole che sarebbe stato meglio se non l’avessi conosciuta.

-Alla fine siete riusciti a sapere quali sono i nomi dei responsabili?

Noi li abbiamo i loro nomi e non posso dirti come li abbiamo ottenuti altrimenti il PM non accetterà i nomi che forniremo. Li abbiamo avuti tramite chi ha visto e sentito, tramite chi sa tutto. La vergogna è che queste persone, invece di essere state sospese dal servizio, sono state spostate in sezioni amministrative.

-Quindi anche i vertici del carcere conosco i nomi, altrimenti non sarebbero stati spostati alle sezioni amministrative.

Certo e li conoscono da tempo. In carcere le guardie usano tra di loro soprannomi, che sono sempre gli stessi: Melella, Penna Bianca, Orso Bianco, Ciondolino. o’ Siciliano, o’ Boss, l’incredibile Hulck, o’ Casalese.
Voglio dirti che, prima ancora di vedere il corpo di mio figlio all’obitorio, io sapevo che è stato ucciso e così è stato, oggi abbiamo i testimoni che possono dire questo.

-Come sono emersi questi testimoni?

Lo dirò alla fine quando saranno finite le indagini. Comunque sono tutti ragazzi che mi hanno scritto lettere. La fonte non posso dirla pubblicamente per lasciare l’opportunità a questi ragazzi di potere aiutare le indagini Ti dico che questi ragazzi mi hanno cercata, si sono informati tramite televisione. Si tratta di detenuti ed ex detenuti, le cui dichiarazioni concordano.

-Penso a tutte le contraddizioni che, in storie come questa, si manifstano tra le frettolose versioni ufficiali e quello che, e emerge. Penso a questa smania di trovare “giustificazioni” che dà, quasi sempre, l’evidente impressione di un’arrampicarsi sugli specchi.

E’ assolutamente così. Ad esempio, il fatto che Federico è morto nel reparto Avellino è attestato nel certificato di morte. Nonostante ciò, il segretario del sindacato della polizia penitenziaria Sappe, Donato Capece, ha detto in televisione che è morto nel reparto Salerno.
Quando andò in televisione, c’era con lui un esponente del DAP, Luigi Pagano, il quale sosteneva che Federico aveva ricevuto in carcere 130 visite. Premesso che non è assolutamente vero, ma dando per buona tale assurdità, fate 130 visite e non vi accorgete che aveva la miocardite cronica-
Questi due personaggi dissero anche altre scempiaggini. Come il fatto che lui sarebbe stato in cella con altri 5 detenuti, tra i quali c’era pure un detenuto piantone, pagato dall’amministrazione del carcere per avere cura di Federico e che inoltre mio figlio era assistito dalla Caritas che gli dava i vestiti e che i poliziotti gli compravano le sigarette.

-Gli volevamo davvero bene a Federico..

Naturalmente detenuti ed ex detenuti ci hanno raccontato altro. Cioè, come ti dicevo, che al reparto Salerno l’hanno ammazzato di botte e, per non farlo vedere agli altri detenuti, l’hanno immediatamente spostato al reparto Avellino, dove poi è morto. È vero poi che al reparto Salerno era insieme ad altri 5 detenuti, e che tra di essi c’era un detenuto piantone. Ma questo detenuto piantone non assisteva Federico, ma assisteva un altro detenuto che aveva problemi di incontinenza e che doveva, all’occorrenza, lavarlo. E comunque, se davvero Federico aveva un piantone, dove era questo piantone quando è morto? Perché mio figlio era cianotico quando è morto? Quanto alle sigarette, se le comprava con i soldi che gli arrivavano dalla sua famiglia. E questo vale anche per i panni e le altre cose, che non gli procurava la Caritas. Federico ha sempre avuto il suo conto in carcere, non gli abbiamo fatto mai mancare nulla. I vestiti glieli mandavamo a pacchi. Tutto questo lo dico per rispondere a quel signore che è andato a dire stupidaggini in televisione. La suora portava qualche dentifricio, qualche shampoo, qualche pacco di sigarette da 10 a quei detenuti che non avevano nessuno.
Quel funzionario disse anche che mio figlio aveva avuto 130 visite mediche. Se questo fosse davvero avvenuto, come è possibile che nessun medico si è accorto che aveva una miocardite? Questo è scritto nel certificato di morte, che i detenuti hanno chiamato, che l’agente stava facendo il consueto giro di guardia ed è andato ad aprire la cella 6, che si trova nel reparto Avellino. L’ultimo pacco che ho mandato l’ho mandato alla cella 6, reparto Avelino.

-Quando hai cominciato a ricevere le lettere dei detenuti?

Ad aprile. La vicenda di Federico ha indignato molti di loro e tutti quelli che mi hanno scritto sono arrabbiati e disposti a parlare. Io ho detto loro che così esporranno a rischio la loro incolumità, ma loro sono determinati ad andare avanti perché Federico era loro amico e dicono che non meritava quanto ha subito. Federico ha fatto i suoi errori, ma era un ragazzo generoso. Prendeva sempre le difese di tutti i più deboli, anche se così attirava su di sé l’antipatia delle guardie. Ma non riusciva a non fare nulla di fronte alle ingiustizie. Quando vedeva che le guardie si accanivano contro un poverino, le esortava a prendersele con lui.

-Dopo la morte cos’altro è successo di significativo?

Ho saputo che il Sappe, sindacato autonomo di polizia, voleva denunciarmi. Siccome non è sufficiente quello che è successo, hanno pensato anche di denunciarmi. Poi non l’hanno fatto, hanno pensato di risparmiarsi una figuraccia.

-Pensavo adesso a chi di fronte a vicende come quella di tuo figlio parla di autolesionismo…

Anche di lui hanno detto che si è auto-lesionato, questo succede spesso. Ma come è possibile? Io vedevo mio figlio con gli occhi gonfi, tutto sgraffiato, tutto ammaccato, pieno di ematomi in faccia con gli occhi chiusi che sembrava uno che era salito sul ring, pieno di acqua sotto le palpebre. Si era auto-lesionato? Ma scherziamo? Federico mi diceva che lo trattavano come un giocattolino, che con lui ci giocavano, che non ce la faceva più. Stiamo scherzando, vero?
A quelle persone che pensano che una divisa li autorizzi a poter fare tutto, io dico:
“Ma chi siete? Vi sentite autorizzati solo perché portate una divisa addosso? Allora la Costituzione la state facendo rispettare così? Oppure vi siete messi in testa che la divisa è semplicemente un vostro mezzo per una vostra difesa, non a tutela del cittadino per fargli rispettare la costituzione e a favore di altri cittadini che non fanno degli illeciti, ma devo capire che qua se ne fa un uso personale?”
Dato che ci sono delle mele marce nei corpi di polizia, per queste mele marce dobbiamo avere paura di denunciare? Perché? I fetenti come stanno tra la gente che non ha la divisa, stanno pure tra coloro che hanno la divisa e dovrebbero essere proprio i colleghi bravi a far presente alle istituzioni gli illeciti delle mele marce.
La divisa si porta addosso con onore e con rispetto ed io rispetto tutta la polizia penitenziaria, quella che fa dei sacrifici enormi per stare dietro a detenuti, che sono veramente dei forti delinquenti, che sono persone che non conoscono né madre né padre per quanto sono cattivi, ma hanno scelto quella vita e va rispettato anche il delinquente cattivo, perché quella è la sua vita, quello è il suo modo di essere ed io non sono nessuno per sindacarlo o per sotterrarlo nella vergogna; queste persone vengono arrestate e pagano in carcere la loro pena, quella che gli infligge il giudice in base alla legge. Chi porta la divisa deve aprire e chiudere la cella, è messo custodia di quel detenuto, di quell’altro, di tutto un padiglione, di tutto un reparto, ma nessuno l’autorizza a mettere le mani addosso ai detenuti.
Federico ha subito anche troppi di questi illeciti e so io quanto ho sofferto per tutto ciò. Ogni volta che andavo lì mi si presentava sempre una situazione incredibile: una volta troppi farmaci, un’altra volta troppe botte, poi uno schiaffo, poi un calcio, poi un cazzotto, poi chiudevano l’acqua in cella. Prendeva le botte per cose assurde, per esempio per il fatto che prendeva la coca cola che si vende allo spaccio del carcere e, siccome era luglio e fuori c’erano 40 gradi, lui aveva messo la sua coca cola sotto un filino d’acqua per farla un po’ rinfrescare nel lavandino del bagno. Federico cosa aveva fatto di straordinario?
Quale gran danno stava facendo per gonfiarlo come una zampogna? Per un filino d’acqua? Si nega anche l’acqua adesso ai carcerati? Questa è crudeltà, oltre che tortura. E poi vorrei sapere perché, come ti ho detto anche prima, venisse continuamente trasferito. Ha cambiato 9 carceri in 3 anni.
Qui ci sono specialisti della menzogna. Di Stefano Cucchi hanno detto che era morto per disidratazione. E poi tante di quelle scempiaggini sul suo caso, che poi venivano di volta in volta spazzate via dalla verità dei fatti..

-E poi hanno denunciato la sorella per diffamazione.

Certo, e vedrai che alla fine verrò denunciata anche io. Oltre l’infamia, pure la crudeltà, ma io non ci sto, faccio un macello, vado pure in America a fare casino, alla BBC. Se sarà necessario, farò riesumare il corpo di Federico per tutte le volte che sarà necessario, perché voglio ottenere giustizia e Federico la merita perché era un ragazzo che aveva fatto i suoi sbagli e li stava pagando, l’ha scritto anche nelle lettere: “Mamma, ho sbagliato e sto pagando, ma devo pagare una pena carceraria, non una pena inumana. Ti prego mamma, portami a casa, mi stanno uccidendo”. Sarò un incubo per loro. A me non mi ferma nessuno, a meno che non mi ammazzano.

-Fai bene. Nessuna persona deve morire così.

Ogni persona va trattata con rispetto, va tutelata, va difesa. E non c’è differenza tra le persone. Non c’è differenza tra i ragazzi. Che differenza c’è tra un ragazzo laureato che sta dietro una scrivania, in un ufficio e Federico, o un Aldrovandi, un Cucchi, un Eliantonio? Sono dei ragazzi, questo avevano in comune. Avevano il diritto a vivere, avevano il diritto al futuro qualunque esso fosse stato. Nessuno doveva permettersi di decidere per la loro vita, se morire o vivere, questo è un potere che ha solo Dio, che tra tante chiacchiere, cravatte e giacche, è l’unico Signore. Io quello conosco come Signore, non quelli seduti sulle poltrone rosse.
Quello che è successo a mio figlio può succedere a chiunque.
Abbiamo denunciato un poliziotto penitenziario siciliano che su facebook aveva scritto “Guarda un po’ sta zozzosa, aveva un figlio in carcere che non andava a trovare da 4 mesi e se la viene a prendere con noi! Io non le auguro la morte come ce l’ha augurata lei, ma le auguro la più grande sofferenza”.
Tutto quello che hanno fatto non è bastato, doveva augurarmi pure altra sofferenza?
Alcuni hanno anche detto”La madre di Perna come la Cucchi: vanno in televisione per fare soldiÈ assurdo che dopo quello che è successo debba sentirmi dire anche queste cose
Io non vado in televisione per fare i soldi, ci vado per promuovere il fatto che in carcere non debba essere torto un solo capello ai detenuti, visto che mio figlio è uscito morto da lì dentro. È giusto che adesso io urli, non per mio figlio che comunque non risuscita, ma per gli altri, contro questo sistema che non mi piace.

-Nina, chi parla in quel modo, si squalifica da se.

Ti dico una cosa. Vorrei che venissero da me queste persone che hanno ucciso mio figlio, che vengano davanti a me, io non ho detto che non li perdono, ma vengano a dirmi: “Signora, ci siamo lasciati prendere la mano. Siamo 6, 7 teste di cazzo; quella sera eravamo un po’ ubriachi o c’eravamo esaltati troppo…ci perdoni. Siamo 3, 4, 5, 6, 700000 teste di cazzo.” Solo così io potrei capire, non giustificare. Quello che hanno fatto è un gesto ingiustificabile, per sempre. Che li condannino oppure no, un ragazzo è morto. Morire per le botte è la cosa più brutta che c’è al mondo; ad un ragazzone, ad un gigante, come era mio figlio, hanno dovuto dargliene davvero tante per ammazzarlo. Il corpo di Federico parla da solo, io, guardandolo ad un palmo da me, avrei voluto dargli un bacino, ma non ce l’ho fatta, mi toccava lo stomaco, non sapevo dove toccarlo per fargli l’ultima carezza.
Federico è morto, e adesso chi ne risponde? Non me ne frega niente di avere quattro spiccioli di rimborso dallo Stato. Io voglio giustizia. Per loro era un tossico e un delinquente, per me era, è e sarà sempre mio figlio, sempre.
Non c’è minuto in cui non pensi a mio figlio. Lui già stava male. Per quale motivo non gli hanno fatto vivere la sua vita?
Ho quasi paura a sognarlo, per paura di rivederlo in quello stato. Anzi, alcune volte, mi trovo a dirgli mentalmente “se vuoi venirmi in sogno, non venire in quello stato che mi spavento” . La mia vita è sconvolta, non sto vivendo più. Già prima non mangiavo volentieri la carne, adesso dopo la morte di Federico mi fa proprio schifo, perché ho visto la carne di mio figlio maciullata, tritata. Io non mangerò mai più una lasagna in vita mia, perché lui mi scriveva nelle lettere che non vedeva l’ora di tornare a casa per mangiare la mia lasagna. Ci sono tante cose nella vita di tutti i giorni che mi riportano a lui, anche il suo cane. Mio figlio è dentro una bara, come mia madre e come tutti prima o poi ci finiremo, ma non è possibile crescere un figlio, fare dei sacrifici, mandarlo avanti, farlo studiare, fare tutto per lui, scegliere il meglio nel limite del possibile, per poi arrivare ad un giorno in cui te sballottolano da un carcere ad un altro per farlo finire nelle mani di 4 pazzi esaltati. Loro sono le prime mele marce da togliere, sono loro che non rispettano per primi i diritti costituzionali. Chi si comporta così è un delinquente. Abbiamo pianto la bellezza di 2400 morti in carcere. Ma dicono che questo è morto per cause incerte, e quest’altro è morto per suicidio. Cercano sempre di non fare emergere la verità. È ora di finirla. Un ragazzo morto in quel modo, qualunque cosa se ne voglia dire, prima di tutto era un cittadino, un nostro concittadino, ed era ed è un essere umano; poi dietro quel ragazzo, quella ragazza c’è sempre una famiglia.

-Grazie Nina

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