Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Lettera aperta di Nellino (prima parte)

Pandini

Francesco Annunziata, il nostro Nellino, ci ha inviato una lunga lettera dove esprime le sue riflessioni su quanto avviene nel carcere di Catanzaro, soprattutto in merito al fatto che molti detenuti di lungo corso (persone da decenni in carcere) ritengono che non viene dato loro una vera speranza di potere usufruire di quei percorsi che possano, gradualmente, accompagnarli verso la libertà.

La lettera parla anche di altro, sempre nell’ambito della dicotomia tra “ciò che dovrebbe essere” e “ciò che invece è” la realtà carceraria e le prospettive concrete per i detenuti. Anche se ritengo che sia proprio la chiusura che percepiscono i detenuti di lungo corso l’aspetto pregnante della lettera.

Essendo una lettera molto lunga, oggi pubblico la prima parte. Presto pubblicherò la seconda.

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Cari amici, rieccoci insieme. Sono qui per informarvi di alcune novità che riguardano la mia sottoposizione al regime di sorveglianza particolare di cui all’art. 14bis O.P e per ribadire ancora una volta che noi al sud siamo troppo arretrati anche per comprendere il valore di quelli che possono sembrare piccoli gesti, ma che in realtà sono occasioni da cogliere al volo, per dimostrare anche noi la maturità necessaria affinché si possa realizzare l’obiettivo di un carcere rispettoso della Costituzione.

Dunque, in riferimento al 14 bis, il tribunale di sorveglianza ha accolto parzialmente il mio ricorso e, pur confermando il regime di 14bis, ha annullato le limitazioni della mancata dotazione in cella di un televisore e un armadio.

Cari amici credetemi sulla parola, ci sarebbe da scrivere un libro su ciò che sono stati capaci di fare e dire a tal proposito. Interpretazioni al limite dell’assurdo, più esattamente comiche, infatti ho sorriso, ma ovviamente mi sono rivolto al giudice. La prossima volta, magari, vi racconterò nei dettagli, così strapperò un sorriso anche a voi. Per ora sappiate che ho di nuovo il televisore, quindi ho ottenuto un’altra vittoria.

Secondo argomento di discussione, e in questo momento ritengo più importante anche delle mie vicende personali. Non so ancora come impostare ciò che intendo comunicarci, non vorrei urtare la suscettibilità di nessuno.

Da una parte, però, bisogna iniziare. Vorrei che questa fosse una lettera aperta alla direzione di questo carcere. Vorrei che si potesse realmente comprendere quanta fiducia è riposta nella persona della direttrice. Vero è, non siamo in vacanza, siamo qui per espiare una colpa, per scontare una sanzione, ne siamo consapevoli, e questo carcere non mi sembra proprio un villaggio di vacanze, e nemmeno che si possa dire o sostenere che le nostre “pretese”, e di pretese di può parlare, siano legittime.

Qualche giorno fa, la direttrice ha invitato tutti i detenuti ad un incontro per esporle tutti i problemi di carattere generale che ravvisiamo in questo penitenziario. Purtroppo, quando non si è abituati a questo genere di cose e quando i partecipanti sono eterogenei, è facile trasformare un’occasione importante di dialogo in confusione. Ciò è avvenuto, meno di quanto mi aspettassi, anche se non è semplice mantenere l’attenzione di una platea per un tempo molto lungo. Siamo riusciti a non cogliere l’occasione che ci era stata fornita, ossia quella di avere un dialogo con la massima autorità dirigente per illustrarle IL PROBLEMA.

Certamente la direttrice ne è bene a conoscenza, però sinceramente senza un oggettivo riscontro non può andare adottare quel provvedimento necessario e che tutti in quella circostanza avevano sulla punta della lingua, per risolverlo.

L’autocritica è rivolta prima a me stesso, ed è frutto di quell’esperienza ormai ventennale di carcere che ti fa riconoscere quando sciupi un’occasione per migliorare il luogo dove sei costretto a vivere e anche te stesso.

In soldoni, non siamo riusciti a parlare uno alla volta e con le voci sovrapposte non si capisce nulla. Non siamo riusciti ad ottenere una risposta ai mille quesiti posto, è colpa nostra se non abbiamo saputo cogliere un’occasione importante.

Non intendo trovare scusanti, però bisogna dire che eravamo un centinaio di persone e che pur essendo tutti detenuti, molti da tanti anni, ciò che inevitabilmente si differenzia è il diverso percorso carcerario affrontato. Le esigenze, il modo di rapportarsi è differente. L’esperienza è diversa. Mai si dovrebbe mettere un direttore nella posizione di scegliere. E mi spiego: se lamenti che in un locale comune fumano e a te questo reca un disagio, è ovvio che il direttore ti risponderà: proibiamo di fumare in quel locale. Ciò ad esempio è ovvio per persone che per anni e anni hanno lottato contro questo genere di cose, ed hanno imparato a non mettersi mai in questa posizione.

Questo è solo un esempio per evidenziare le differenze di cui sopra.

Comunque, a mio modesto avviso, in quell’occasione bisognava dire solo una cosa, u solo problema, l’unico problema di questo carcere. E quest’unico problema lo conosciamo tutti. Vero è, quello che ha detto un compagno alla fine di questo incontro, ovvero sia che la direttrice quando è arrivata sembrava avere una ferrari per come stava e intendeva far procedere questo carcere, poi ad un certo punto, che ha coinciso con l’arrivo di nuove figure dirigenziali, nuovi collaboratori, quella Ferrari si è arenata.

Ho un po’ di timore a proseguire, perché ogni volta che ho pensato di scrivere bene di questo carcere mi è capitato qualcosa di spiacevole, allora in questo momento temo che da un momento all’altro viene qualcuno per intossicarmi la giornata e farmi desistere da scrivere quello che c’è di buono in questo penitenziario. :)!

A dire il vero c’è poco, molto poco da salvare.

L’unica cosa è la Direttrice. Questa è la persona che intende il carcere come dovrebbe essere e come è scritto nella Costituzione italiana. Vorrebbe avere rispetto dell’art. 27 della Costituzione, ma oltre ai molteplici problemi di varia natura e le difficoltà incontrate all’interno, vi sono ostacoli che vengono anche dal di fuori. Un’amministrazione schizofrenica, che cambia e sostituisce dirigenti a suo piacimento. Questo è un modo per non dare continuità a qualsiasi progetto intrapreso e anche un direttore che, nell’immaginario collettivo è la massima autorità e in teoria potrebbe fare tutto, deve sottostare a ordini o espresse volontà di superiori gerarchici.

Questo è il caso in cui una diversa  “idea” del carcere e della funzione della pena, tra due autorità, sfocia in un “conflitto” istituzionale, dove vince chi è investito di un potere maggiore.

Non vorrei tornare alla vecchia “storia” delle diversità, anche della gestione, tra Nord e Sud.

Per questo ci pensa il nostro amico Pasquale De Feo… E’ tutta colpa dei Savoia e di Garibald che ci ha unito al nord ladrone e depredato il sud delle risorse che aveva… J!

Il direttore non è un RE e non ha sudditi, non può fare tutto quello che vuole, anche se lo facesse nel rispetto delle leggi in vigore. Se un superiore gerarchico, che sia il DAP o il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, non fa differenza.

Il direttore deve per forza sottostare a quelle direttive. E’ obbligato, in un certo qual modo, deve attenersi alle disposizioni impartite, nonostante sia nei suoi poteri assumersi anche responsabilità al di fuori di quei “paletti”. Ciò è improbabile oltre che una pretesa pretestuosa da parte nostra.

Mi spiego meglio. Se oggi a capo del PRAP regione Calabria vi è l’ex direttore di Poggioreale (quindi potete immaginare la mentalità di questo signore che dirigeva il carcere più ignobile d’Italia), questo dirigente, contrariamente a tutte le regioni d’Italia, ha imposto alla direzione di non applicare la legge “Torreggiani” e le varie circolari del DAP, che invitano tutte le direzioni ad una maggiore apertura delle celle e la c.d. “Torreggiani” e le varie circolari del DAP, che invitano tutte le direzioni a una maggiore apertura delle celle e la c.d. Torreggiani ORDINA l’apertura fuori dalla cella per otto ore al giorno. E’ normale che, qualsiasi direttore non possa sovvertire un ordine gerarchico superiore. Anche volendo si esporrebbe a rischi che obbiettivamente non si può pretendere che corra.

L’incontro si è svolto prevalentemente sull’argomento dei metri quadri delle celle. La sentenza della corte europea ha creato un po’ di scompiglio in un sistema consolidato dove ognuno poteva fare come meglio credeva. In Italia siamo così abituati. E’ venuto fuori che, per recuperare lo spazio necessario per non cadere sotto la soglia minima prevista, altrimenti si ravviserebbe il “reato” di trattamento inumano e degradante, intendevano togliere parte degli arredi della cella, perché un’ordinanza della magistratura di sorveglianza, ha stabilito che i tre metri minimi, devono essere al netto!

Quindi, la condizione è che siamo sotto ai tre metri calpestabili. Voglio dire, se sono costretti a togliere gli arredi, di conseguenza significa che, in quel momento, non stanno rispettando i parametri prefissati. E’ logica elementare. E presto andrò a spiegare perché sottolineo che è un ragionamento facile da capire.

Ovviamente sollevato il problema, la direttrice  si è’ assunta la piena responsabilità di questa decisione. Potrebbe anche starci, perché per essere in regola con la legge, lei più di tutti, giacché è sempre la prima responsabile di qualsiasi cosa accade, una soluzione deve pur trovarla. Ci si consenta di avere un piccolo dubbio, vista la mentalità ampiamente dimostrata finora e ancor di più da un certo punto in avanti. E ritorniamo alle parole di un compagno che parla di Ferrari quando è arrivata e senza benzina oggi. Per fortuna in un certo senso qual modo si è riuscita anche a esprimere i veri problemi di questo carcere, o meglio il vero problema di questo carcere.

Almeno questa è la sensazione di tutti.

Quello che pensano tutti, a mio avviso, e lascio il beneficio che non posso parlare per altri se non per me stesso, è che i problemi siano iniziati dall’arrivo di alcune figure, che hanno una certa responsabilità ed occupano un determinato ruolo all’interno dell’amministrazione penitenziaria. Cari amici, i nomi non è mai bello farli, o almeno per noi che viviamo in questo contesto e così, anche perché, passatemi la battuta, se volevamo fare i nomi, non saremmo stanti venti e più anni in carcere. Quindi, al teatro si è capito benissimo a chi fossero rivolte le critiche e lo si capisce anche da questo scritto.

Ora vorrei precisare una cosa. Ritengo che le mie non siano “fantasie”, non sono congetture. Perché la tesi è sostenuta da fatti. Quindi partiamo da una base solida, che annovera episodi in serie. Vero è che nessuno è infallibile, e potrebbe anche darsi che una serie di coincidenze, ma una serie moooooolto luna di coincidenze, abbia finito per certificare ciò che in realtà potrebbe anche non essere.

Senza nulla togliere ai miei interlocutori, ma Totò diceva: una coincidenza oggi, una coincidenza domani… mi sembra che ci siano troppe coincidenze che coincidono… J!

Proprio noi, però, siamo le persone meno indicate per fossilizzarci sulle nostre posizioni, senza ascoltare o tenere in conto l’eventualità, la possibilità, anche remota, che possano essere veramente solo una serie di coincidenze sfortunate ad avere inficiato sull’opinione che, comunque, oggi c’è su queste persone. Alcuni di noi sanno sulla loro pelle quanto disgraziato possa essere il fato quando ci si mette e come possano veramente combinarsi in maniera incredibile una serie di coincidenze che chiunque farebbe fatica a credere che non siano dipese dalla propria volontà. Ergo, il beneficio del dubbio è concesso.

Ora che però, che da un nuovo incontro, con una delle persone indicate, si è parlato in maniera onesta e sincera, senza remore di alcun tipo e ci si è detti veramente quello che si pensa, e chiarite alcune “coincidenze” nefaste, per sovvertire le “certezze” acquisite, frutto di tutte quelle belle coincidenze, ci vogliono i fatti!

I problemi restano, la responsabilità di qualcuno deve pur esserci!

La Direttrice se le assume formalmente perché non può fare altrimenti, ma io sono sicuro che non è così. E non è così proprio perché questi ha dimostrato di avere una certa idea della pena, e del carcere in generale.

Vogliamo dire e possiamo dire che la Direttrice predica bene e razzola male? No! No non possiamo dirlo. I motivi per i quali non possiamo dirlo sono sotto gli occhi di tutti. Io non posso dirlo. Voglio dire, per ammettere le “coincidenze”, per “discolpare” coloro che ritengo gli artefici dei mali e delle inefficienze di questo istituto, dovrei sostenere che la direttrice è diabolica. Possiamo sostenerlo^ IO credo di no.

Certo se la direttrice non ne è a conoscenza è grave. Ma se la direttrice è a conoscenza e non interviene è ancora più grazie.

A me personalmente ha fatto molto piacere il dialogo “nuovo”, il dopo incontro. Ha fatto effetto, perché finalmente c’è stata la possibilità di spogliarsi ognuno dei propri ruoli (fino a un certo punto ovvio) e parlare francamente, in maniera onesta, sincera e libera, senza barriere, dicendosi quello che rispettivamente si pensa. Finalmente quel rapporto umano che fino a ieri sembrava utopia. Quel rapporto umano sostituito dalla solita facciata istituzionale e anche quella non è solo e sempre repressione e oppressione.

Ci si è detti in faccia: il problema è lei e quell’altro signore.

Perché?

Per questo, questo e quest’altro motivo. Bastano? E’ successo questo, questo e quest’altro. Lei al mio posto, cosa avrebbe pensato? Possono considerarsi solo congetture le mie?

No! E allora è ora di cambiare.

Di cambiare mentalità. E’ ora di assecondare la visione della direttrice.

E’ ora di rispettare e onorare la frase con la quale si è presentata la direttrice il primo giorno che ha assunto l’incarico: noi non abbiamo nulla in meno rispetto al nord.

Ebbene è giunto il momento di unire le forze e remare tutti nella stessa direzione.

Qui non si lamenta di avere di meno. Qui si lamenta di non avere nulla, il che è diverso. Molto diverso! Non si pretende di raggiungere, da un giorno all’altro, i livelli di civiltà di carceri come Padova e Spoleto, anche se con la fortuna di avere questo tipo di direttore nessun traguardo sarebbe precluso, ma almeno cerchiamo di avvicinarci a chi ci è più vicino, anche geograficamente, come Secondigliano (NA). In questi istituti si esce dal carcere. Si vuole capire che dal carcere bisogna uscire?

E’ difficile capire che nessuno può essere colpevole per sempre? Nei luoghi indicati i direttori si assumono responsabilità, non verso il detenuto, ma nei confronti della stessa Costitutzione. I magistrati si assumono le stesse responsabilità.

Se la pena di morte in Italia è stata abolita, allora non si possono lasciare morire in carcere le persone. Oggi con l’ergastolo ostativo (ostativo è una parola coniata dagli stessi detenuti, prima non esisteva) è come avere la pena di morte, perché se non muori non esci o, come preferiste, esci solo da morto. Questo è quello che chiediamo.

Comprendiamo le innumerevoli difficoltà che si incontrano, quando si cercano di affrontare questi discorsi e, per effetto di questa consapevolezza, non sostengo che il direttore debba farci uscire, non è nei suoi poteri. Ma almeno che i suoi collaboratori, e lei stessa, ci mettano nelle condizioni i poterci rivolgere alla magistratura di sorveglianza, partendo da una base solida. Base solida che, ad esempio, potrebbe essere quella di un parere favorevole. Attenzione, non mi riferisco al mio caso.

Anzi non prendiamo me, perché magari il mio modo di pormi nei confronti di alcune persone appartenenti a questa amministrazione pubblica non è proprio quello che si può dire: modello. Ma non è nemmeno possibile che, in sette anni che siamo qui, nessuno sia stato meritevole di avere non dico il beneficio, ma almeno la speranza, la fiducia che, il gruppo di osservazione lo ritenga idoneo ad iniziare un percorso di trattamento all’esterno? Parliamo di persone che sono in carcere da 25 anni, 31 anni. Come si può sostenere, dopo 31 anni, che non si è cambiati? Magari in peggio, ma si è cambiati. Come si può ignorare prove inconfutabili di questi cambiamenti? Prove documentali, laddove vi è un riscontro cartaceo, come ad esempio un percorso di studi universitari, conclusi con la laurea e una media voto, per ogni singolo esame, di 30?

Si possono ignorare prove comportamentali, di non semplice buona condotta, ma di partecipazione attiva alla vita dell’istituto, di aiuto concreto verso gli altri compagni ristretti, una forma mentis quasi deleteria per chi è ancora all’epoca della coppola e della lupare? Si possono ignorare queste cose? E come possono ignorarle loro che vengono pagate proprio per fare questo, quando ad accorgersene è, ad esempio, proprio un semplice e ignorante detenuto come me? Ci sono persone nella mia sezione che non hanno più nulla in comune con il detenuto in generale.

E ripeto il concetto. Stessimo parlando di un soggetto a cui è stato applicato il 14 bis, come me, e che potrebbe avere una logica di diniego, vuoi anche solo per il comportamento intollerante alle regole, come usano dire “loro”. E nemmeno sarebbe totalmente corretto, poiché il principio sul quale basarsi non può prescindere dalla fiducia e deve prescindere dalla buona condotta, che potrebbe facilmente essere strumentale. Ma con quelle persone che nelle quali sono così evidenti i cambiamenti, ogni ulteriore giorno trascorso qui dentro è un giorno di pena superfluo. E questo, in un Paese civile, è come un lutto che riguarda tutti i cittadini. Si chiede solo di avere la possibilità di andare a discutere dal Magistrato di Sorveglianza, da una posizione oserei dire quasi di forza, nella misura in cui, poter sostenere che degli esperti che ci osservano da anni hanno stabilito  che possiamo cominciare a reinserirci nella società. Sinceramente dopo venti anni di carcere, non ce ne frega nulla dei contentini.

(fine prima parte)

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Un pensiero su “Lettera aperta di Nellino (prima parte)

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Hai ragione, siete troppo adulti per i contentini, è ora che le cose cambino davvero e in meglio.. Bella ed illuminante la tua lettera Nellino. un abbraccio e aspetto la seconda parte

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