Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Carceri, una vigorosa fabbrica al servizio dello Stato… di Vincenzo Pipino

Pipino

Pubblico oggi un’altro testo di Vincenzo Pipino, detenuto a Padova.

Vincenzo ci ha girato questa lettera che in precedenza aveva inviato a un giornale “con tendenze forcaiole”.

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Caro Direttore, leggo, rispondo, cestino, da “dentro” le mura.

Lo “spazio” che molto spesso concede al “nostro” quotidiano a vari “opinionisti” sul tema: Carceri-Giustizia-Istituzioni, non sempre rende onore alla verità.

Le “voci” dal di fuori le mura non riportano informazioni esatte e, per assurdo, sviliscono pure il quotidiano.

Che il problema delle carceri italiane sia cronico e che stia assumendo dimensioni sempre più preoccupanti, anche per la vita dei reclusi -proprio l’altro ieri è deceduto l’ennesimo detenuto qui a Padova nella più totale indifferenza istituzionale, ne è l’esempio più impietoso (morire, poi, di peritonite a quarant’anni è assurdo)- con istituti penitenziari sempre più sovraffollati all’inverosimile e con condizioni detentive sempre meno degne di un Paese civile, lo sanno anche le pietre!

Mai, in questo nefasto periodo, urge trovare soluzioni immediate che siano in grado, in modo definitivo, non più solo di lenire a “tampone” il problema, ma di risolverlo definitivamente.

In questa disperata circostanza, occorre anzitutto una riflessione culturale da “dentro” le mura, che sia in grado di fare funzionare perlomeno quel poco che è rimasto della riforma carceraria.

Negli ultimi anni, dopo il quasi abbattimento della cosiddetta “legge Gozzini”, la situazione carceraria si è aggravata prepotentemente sotto la pressione di un’inopinata ansia di sicurezza, talora assecondata con troppa disinvoltura che sta germinando una legislazione emergenziale -fuori dai canoni della legge- che si preoccupa solo di prevenire e punire, senza particolare attenzione alle lesioni che vengono dissipate contro la popolazione detenuta, ormai abbandonata come una sorta di res derelictae e che rimane in supina attesa nella speranza che le istituzioni  trovino una “panacea” risolutiva.

Tuttavia, e qui sta il problema, quello che sfugge ai vari legislatori e alla politica penitenziaria è che le stesse istituzioni carcerarie nulla hanno a che vedere con la giustizia ordinaria, ben lontana dalla realtà: legislatori, operatori penitenziari, magistratura di sorveglianza, direzioni delle carceri, aree trattamentali, psicologi e tutti gli addetti all’interno delle carceri, si stanno dimostrando fin troppo sensibili all’ondata sicuritaria, favorendo, nel frattempo, ulteriormente l’espansione dell’uso della clava detentiva a fini sanzionatori e di custodia.

Non si tratta, nel caso specifico, di cercare di arginare la piaga del sovraffollamento, che da anni attanagli il nostro sistema carcerario, né semplicemente di assicurare norme detentive che rispettino i più basilari diritti dei cittadini detenuti, ma più in generale si deve ridare senso e dignità deontologica a coloro – non importa se in buona o in cattiva fede- che operano all’interno e all’esterno delle carceri riattivando quel poco che è rimasto dell’Ordinamento Penitenziario.

In sostanza, le catene delle abitudini di cercare “là fuori” soluzioni risolutive sono troppo deboli, perché siano avvertite dalle istituzioni, finché non di non diventano troppo forti per essere spezzate. Riconoscerle urgentemente, consentirebbe di modificarle, senza l’urlo sprezzante, per alcuni, di ricevere amnistie e pietismi vari, anche se -nel caso attuale- più che di indulti o atti di clemenza, vi sarebbe bisogno di atti riparatori  verso il male che sta producendo un sistema penitenziario non più accettabile: troppi i decessi nelle carceri dove la media di età dei detenuti suicidi o deceduti per cause “naturali”si aggirano intorno ai quarant’anni. Questa è la testimonianza più crudele per un Paese democratico.

Per rendere un’idea sostanziale, a prescindere dalla legge cosiddetta “svuota carceri”, tanto stigmatizzata da varie correnti politiche di stampo sicuritario, stiano tranquille, giacché questa legge, tra esclusioni oggettive e soggettive, rimarrà solamente il “vuoto”.

Oggi, nelle carceri -tanto per rimanere nel tema “svuota carceri”- ci sono come minimo più di sette -otto mila detenuti, che potrebbero uscire se solo si applicasse le norme dell’Ordinamento Penitenziario già in vigore: detenuti -troppi- sono in attesa da mesi di vedersi applicare la liberazione anticipata della pena; altrettanti in attesa della legge 199  (detenzione domiciliare per gli ultimi 18 mesi detentivi); troppi i detenuti stranieri che attendono di essere trasferiti nel loro Paese per espiare residui di detenuti stranieri che attendono di essere trasferiti nel loro Paese per espiare residui  di pena irrisori; troppi i detenuti ultra settantenni con gravi patologie che rischiano la vita per mancanza di cure terapeutiche; troppi i detenuti in attesa di benefici penitenziari che stanno espiando pene che variano da un anno fino a sei mesi: se applicati questi benefici, si potrebbe già “svuotare” un po’ di popolazione detenuta senza interventi extra murari, se solamente le direzioni degli istituti, le aree trattamentali, e la magistratura di sorveglianza rimboccassero le maniche dell’inerzia e spezzassero le catene burocratiche -la vera lebbra dell’Ordinamento Penitenziario- invece di rimandare sine die le numerosissime suppliche avanzate dai detenuti.

Le professioni coinvolte, non dovrebbero coesistere esclusivamente nei confini sociali, pensando che più detenuti ci sono nelle carceri meglio è, trasformando il carcere a qualcosa di simile a una vigorosa fabbrica al servizio di una classe penitenziaria che non ha più nulla da dibattere: persi i valori morali, fioriscono quelli dell’interesse economico. Se poi possediamo la nostra tradizione culturale così legata all’idea del castigo, alla quale si contrappone la corrente che sostiene il perdono, si finisce nel caotico, avvilente, nevrotizzante sistema penitenziario non più sopportabile sotto il profilo giuridico ed economico. Non esiste azione senza perdono, così come non esiste condanna senza una parvenza di recupero sociale.

In questa situazione i detenuti non chiedono perdono né atti di clemenza, ma solamente che siano riconosciuti i loro diritti sanciti nella pena.

Non è assolutamente accettabile che nel nostro Paese vi siano più di duecento istituti penitenziari e altrettanti Tribunali di Soverglianza connaturati in tanti Ministeri e in ordinamenti penitenziari, che interpretando in maniera diametralmente opposta le leggi dello Stato. Quello che è consentito in un istituto penitenziario per regolamento non è consentito in altro istituto, così come un magistrato di sorveglianza, applichi in misura giuridica i benefici e in altri casi siano affossati.

In questo bailamme confusionale, si deve intervenire per ristabilire la dignità di trattamento per tutta la popolazione detenuta e, nel frattempo, si potrà finalmente vedere la “luce” della legalità.

Pipino Vincenzo, CR Padova 9 marzo 2014

P.S.: saluti al mio caro cronista leghista Maurizio Danese.

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Un pensiero su “Carceri, una vigorosa fabbrica al servizio dello Stato… di Vincenzo Pipino

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Vorrei che quella luce si accendesse in fretta, per tutti voi, ciao Pipino

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