Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

L’attesa…. di Pipino Vincenzo

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Questo scritto di Pipino Vincenzo -detenuto nel carcere di Padova- richiama l’inquietante e indimenticabile racconto-parabola “Davanti alla legge” di Franz Kafka contenuto in uno dei suoi capolavori, “Il processo”.

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Davanti al palazzo di giustizia c’era un addetto alla sorveglianza; davanti a costui si presenta un ergastolano “ostativo” chiedendo di volere entrare nel palazzo. Ma il guardiano gli risponde che ora non gli può concedere di entrare.

L’ergastolano, perplesso e leggermente contrariato, gli chiede se almeno potrà entrare più tardi.

“Può darsi”, risponde il guardiano,”ma ora no”.

Siccome la porta che conduce nel palazzo di giustizia era aperta come al solito, il guardiano si fa da parte, l’ergastolano si inchina semplicemente per dare un’occhiatina all’interno di quel palazzo da lui tanto agognato.

Quando il guardiano se ne accorse, si mise a ridere a crepapelle: “Se ne hai tanta voglia, prova pure ad entrare, nonostante io te lo proibisca. Bada, però: io sno potente e sono soltanto il più carognesco dei guardiani. Davanti a ogni sale e porta ne troverai uno più potente e cattivo di me. Già alla vista del terszo guardiano non riesco a sopportarlo nemmeno io”.

Il povero ergastolano non si aspettava tali difficoltà; il palazzo di giustizia dove si governano le leggi, pensava che dovesse essere accessibile almeno per lui che era stato condannato a “fine pena mai”:

Il guardiano, tutto agghindato, avvolto da una specie i toga alquanto logora e rattoppata da un povero ermellino spelacchiato dal tempo (io le pellicce non le rubavo mai nei palazzi della nobiltà veneziana).

Il malefico custode decise di attendere piuttosto che l’ergastolano ottenesse il permesso di entrare nel palazzo di giustizia; in fondo, nonostante la sua infida personalità, quell’ergastolano gli faceva pena (lo so, è raro, ma può succedere).

Appena l’ergastolano cercò con lo sguardo di vedere l’interno del palazzo, il guardiano lo fece accomodare su uno sgabello -simile a quello che abbiamo noi nelle celle, con una fessura al centro- (a proposito, hai mai pensato perché lo sgabello che abbiamo in cella ha ala fessura al centro? Io, molto meno prosaicamente, ho sempre pensato che serva a una scoreggia per inalare la cella di profumo e non per sporcarsi le mutande di merda), lo fa sedere di fianco alla porta del palazzo.

L’ergastolano, imperturbabile -tanto il tempo non gli mancava- rimase seduto in supina attesa per giorni, mesi e lunghi anni; ciononostante non intendeva arrendersi; pensava: arriverà il giorno in cui anch’io potrò godere di uno schizzo di libertà e così insisteva tenacemente (una speranza che non nutre è una speranza morta), con numerose suppliche di volere entrare in quel fottuto palazzo di giustiza.

Il guardiano, preso da un leggerissimo senso di umanità -tanto per dire- in fondo anche il guardiano era anch’esso “incatenato” da leggi assurde; pesanti come macigni, sostava davanti a quella dannata porta di giustizia da troppo tempo. Cominciò a dialogare con l’ergastolano. Gli chiese notizie della sua famiglia, da dove veniva e di molte altre cose, ma solo domande e risposte prive di interesse come usano fare di solito chi detiene le chiavi del potere e alla fine il guardiano gli ripete che ancora non lo può fare entrare. 

L’ergastolano che per l’occasione si era portato dentro molte cose, tra cui anche qualcosa di prezioso, tentò di corrompere il guardiano. Questo accettò ogni cosa che gli offrì (così come fanno tutti, avvocati compresi).

Il guardiano (come un vero politico) più infido che mai, però gli disse: “Accetto soltanto perché tu non creda di aver trascurato qualcosa” (furbo vero?).

Durante tutti quegli esecrabili anni di vera tortura, l’ergastolano osservò quell’infido guardiano come non mai. Dimenticò gli altri guardiani giacché il primo gli sembrava l’unico ostacolo all’ingresso del palazzo.

L’ergastolano, nonostante la sua cocciutaggine, cominciò a maledire tutti quelli che l’avevano ridotto in quella disumana condizione.

Nei primi anni si limitava a protestare con rispetto; ma poi, visto che stavano uccidendo la sua speranza, cominciò a inveire contro i suoi aguzzini ad alta voce; ma con l’avanzare dell’invecchiamento si limitava a brontolare tra sé e sé.

Le forze cominciarono a indebolirsi e giacché per anni aveva conosciuto l’essere immondo  di quel guardiano, implorò per l’ennesima volta di aiutarlo a entrare nel palazzo di giustizia.

Infine, il lume dei suoi occhi si indebolì al punto che non sapeva se veramente faceva più buio intorno a lui o se soltanto gli occhi lo ingannavano. Tuttavia distingueva ancora nell’oscurità un riverbero di luce irrompere inestinguibile dalla porta del palazzo.

Oramai l’ergastolano, nella sua lunga attesa, sente di non potere vivere più  a lungo. Prima di esalare l’ultimo respiro vitale, tutte le esperienze di quel tempo si condensarono nella sua testa in una domanda che fino allora non aveva rivolto al guardiano. Gli fa un esile cenno, giacché non poteva più erigersi con il corpo che stava irrigidendosi. Il guardiano è costretto a piegarsi verso l’ergastolano morente e gli chiede: “Che cosa vuoi sapere ancora? Sei insaziabile!”.

L’ergastolano, con un filo di voce raccolto dalle ultime forze che gli sono rimaste, riuscì a dire: “Tutti tendono a rispettare la giustizia. Come mai in tutti questi anni nessun altro ha chiesto di entrare in questo fottuto palazzo?”.

L’infido guardiano, resosi conto che l’ergastolano era giunto alla fine del suo “fine pena mai”, per farsi intendere gridò a squarciagola: “NESSUN ALTRO POTEVA ENTRARE QUI PERCHE’ QUESTO INGRESSO ERA DESTINATO SOLO A TE: E ORA VADO A CHIUDERLO!”.

P.S.: questa metafora kafkiana penso servi a tutti noi, legislatori compresi, per fare sì che l’ingresso debba rimanere aperto per tutti quelli che chiedono giustizia!

Un abbraccio, 

Pipino Vincenzo

Carcere di Padova, marzo 2014

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Un pensiero su “L’attesa…. di Pipino Vincenzo

  1. Grazia in ha detto:

    Dissacrante e autentica.
    Sarebbe da entrare dentro alla metafora e gettare seduti sugli sgangherati sgabelli tutti quelli che stanno a guardare, dalle fessure.
    Tutti quelli che ignorano pur sapendo e neanche alzano un filo di voce a richiamare al loro posto aguzzini e vittime, in quel gioco assurdo che vede gli uni prendere il posto degli altri.
    E chiudere le porte, a doppia mandata, per sempre alle loro spalle.
    Ma lasciamo che almeno le metafore conoscano la giustizia e che tutte le serrature saltino, una buona volta.
    Bel racconto, molto bello, anche se lascia l’amaro in bocca.
    Grazie,
    Grazia

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