Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Un grido liberatore… di Nino Mandalà

raggios

Alcuni giorni fa avevo pubblicato una lettera che Nino Mandalà -detenuto a Spoleto- aveva inviato a Papa Francesco, dopo la scomunica dei mafiosi, fatta durante il suo viaggio in Calabria (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/05/08/lettera-al-papa-da-uno-scomunicato-di-nino-mandala/).

Nino Mandalà esprimeva lo sconcerto di tanti detenuti, condannati per crimini commessi nell’ambito della criminalità organizzata, che si sono sentiti “espulsi” dalla Chiesa.

La mia personale opinione è che il Papa non abbia voluto “scomunicare” tutti quelli che sono stati mafiosi, ma chi attualmente agisce in modo distruttivo verso gli altri, nell’ambito appunto del sistema mafioso. Ma questa “scomunica” non andrebbe intesa come un anatema verso tutti coloro che “sono stati” mafiosi, ma ormai, da anni, sono detenuti, e spesso, hanno perso qualsiasi collegamento col contesto criminale di appartenenza, ed anzi (in molti casi) hanno sviluppato un sistema di valori completamente differente.

Comunque, Nino Mandalà ritorna sulla questione, soffermandosi in particolare sul commento ad un articolo di Corrado Stajano, apparso sul Corriere della Sera del 3 luglio. 

Ci sono dei passaggi molto intensi in questa seconda lettera di Nino Mandalà, passaggi come questo:

“Cosa sa Stajano dei detenuti costretti a sopportare inumane condizioni di vita in carcere, dell’ipocrisia di una normativa che proclama la retorica del recupero e pratica l’emarginazione, delle angherie di uno stato che, invece di dispensare giustizia, consuma vendette, della promiscuità che condanna a vivere come in delle stie una umanità privata della dignità e dell’amor proprio, del dolore altrui che dilaga e invade, come una malattia infettiva anime già private del proprio dolore? E sa qualcosa Stajano dell’inferno del 41 bis che seppellisce creature di Dio e le condanna alla pena più crudele, quella di essere private dell’affetto dei propri cari, lì, a due passi, che quasi li puoi toccare e ne sei impedito da un vetro divisorio per mesi, per anni?Per mesi, per anni, non senti la loro carne, il loro odore, il loro alito, il loro cuore che batte, e hai la sensazione sempre più disperante la loro carne, i loro tratti si risolvano in ectoplasmi sempre più distanti, estranei, astratti.”

Vi lascio adesso a questo testo di Nino Mandalà, dal titolo “Un grido liberatore”.

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Corrado Stajano, nel suo articolo apparso sul Corriere della Sera di giovedì 3 luglio, a commento della scomunica contro i mafiosi pronunciata da Papa Francesco, parla di “evento dal sapore evangelico e di grido liberatorio contro una ambiguità secolare”:

Stajano prende le mosse dalla descrizione della ferocia delle mafie e della ‘ndrangheta in particolare, facendo una dettagliata cronaca dei misfatti più crudeli della criminalità organizzata, per bacchettare la passata tiepidezza della Chiesa Cattolica e la sua incapacità di giungere, prima di Francesco, alla scomunica.

Naturalmente Stajano, da abile giornalista quale è, sa toccare le corde giuste. Chi può non essere d’accordo con lui nella sua condanna di un mondo sciagurato che ha causato tanti mali?

Ma parlare di gesto evangelico per definire una scomunica, mi sembra troppo.

Io sono fermo al Vangelo che predica misericordia, e a Stajano, intollerante fino al punto da esultare per un gesto di intransigenza religiosa e da allinearsi con una sua etica manichea che vede il male tutto da una parte, chiedo se ha mai scoperchiato i tombini da cui fuoriescono i miasmi di un universo scellerato di cui tutti siamo responsabili.

Intransigente contro il male che attenta al bene della società, si è mai chiesto se non ci sia anche un male che la società infligge a sua volta e che gli schizzinosi sacerdoti del perbenismo di facciata si guardano bene dal denunciare?

Cosa sa Stajano dei detenuti costretti a sopportare inumane condizioni di vita in carcere, dell’ipocrisia di una normativa che proclama la retorica del recupero e pratica l’emarginazione, delle angherie di uno stato che, invece di dispensare giustizia, consuma vendette, della promiscuità che condanna a vivere come in delle stie una umanità privata della dignità e dell’amor proprio, del dolore altrui che dilaga e invade, come una malattia infettiva anime già private del proprio dolore?

E sa qualcosa Stajano dell’inferno del 41 bis che seppellisce creature di Dio e le condanna alla pena più crudele, quella di essere private dell’affetto dei propri cari, lì, a due passi, che quasi li puoi toccare e ne sei impedito da un vetro divisorio per mesi, per anni?

Per mesi, per anni, non senti la loro carne, il loro odore, il loro alito, il loro cuore che batte, e hai la sensazione sempre più disperante che la loro carne, i loro tratti si risolvano in ectoplasmi sempre più distanti, estranei, astratti.

Che ne sa Stajano di quello che passa per il cuore di un ergastolano, delle sue terribili notti da affontare quando i demoni si avventano sulla sua facile coscienza e l’addentano tentandola al suicidio? Che ne sa del suo disgusto per la viltà che l’attanaglia e gli impedisce di compiere il gesto estremo, delle interminabili giornate passate ad apparire forte  mentre l’inferno arde dentro le sue viscere.

Che ne sa delle vittime innocenti, i famigliari dei detenuti costretti da una normativa che prevede la detenzione in carceri distante dal luogo di origine e dalle ristrettezze finanziarie, a diradare i colloqui e perpetuare una lontananza che col tempo fa sfiorire gli affetti?

Sicuramente Stajano non sa nulla di questo inferno e sennò, ne sono certo, avrebbe levato, fermo e sdegnato, il suo grido di condanna, dal sapore, oltre che politico e civile, anche evangelico!

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Un pensiero su “Un grido liberatore… di Nino Mandalà

  1. Grazia in ha detto:

    Stajano non sa perché non vuole sapere.
    Perché è più facile condannare che comprendere, rinchiudere invece che coinvolgere, marchiare a fuoco la pelle altrui anziché guardarsi allo specchio.
    E no, anche io penso che tutto ciò non abbia niente di evangelico né tanto meno di spirituale e sono d’accordo sul voler pensare che Papa Francesco abbia voluto condannare gli ignobili atti di mafia e non le persone, perché non esiste un Dio che chiude all’inferno per sempre.
    Esistono solo leggi assurde che relegano uomini nella parte buia di una società dimenticando il rispetto per la loro dignità di esseri viventi.
    Una società che non ha nemmeno il coraggio di affrontare ciò che essa stessa ha generato.
    Forse bisognerebbe scrivere a Stajano e farglielo sapere…
    Ciao Nino,
    Grazia

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