Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Pietro Borsetto. Storia di una persecuzione (prima parte)

Persecut

In questa storia il carcere entra solo alla fine della seconda parte, quando Pietro Borsetto, il protagonista di essa, finirà dentro per 25 giorni.  In quei giorni troverò le uniche persone che lo abbiano davvero trattato umanamente nel corso del suo percorso da incubo durato 22 anni: i detenuti.

Ma questa storia è da conoscere per intero. Anche se in buona parte, nel corso di essa, non si parla di carcere.

E’ una storia che mette in gioco i pilastri fondamentali della dignità umana, ed ecco perché trovo giusto condividerla anche su “Le Urla dal Silenzio”.

Non ci credi a storie come questa.
La prima reazione che avrai, una volta che l’avrai letta, è che si tratta di una storia inventata o, perlomeno, una storia che sia stata raccontata calcando molto molto molto la mano.
Non ci credi che una persona possa essere perseguitata fino a questo punto.
Sì, alle persecuzioni ci credi. Ma sono le persecuzioni continue che ti risultano difficili da immaginare. Le persecuzioni totale, implacabili, che durano decenni.
Io stesso quando sentivo parlare Pietro mi chiedevo se non stesse esagerando. Mi chiedevo come fosse stato possibile che avesse subito tutto quello che racconta. Come aveva potuto accanirsi verso di lui un numero sempre maggiore di soggetti, senza che nessuno fosse mai davvero intervenuto a far rispettare la legge, anche solo un briciolo di legge, in questa sporca storia.
Pietro Borsetto era ed è un medico della zona di Padova. Fuori dai giochi, un tipo a sé stante, interessato fn dal primo giorno di lavoro, solo ai suoi pazienti e alle sue ricerche. Dopo pochi anni di lavoro entrò in rotta di collisione con l’aiuto primario dell’ospedale in cui lavorava. O piuttosto si dovrebbe dire che l’aiuto primario decise di rendergli la vita impossibile.
Questo fu l’inizio.
Piccole angherie, voci alle spalle, colpi e bassi qua e là. La fossa la si incomincia a scavare con dei colpetti di badiel.
Pietro, da sempre alieno ad ogni contrasto, cercò di non reagire all’inizio, contando che tutto quanto finisse. Non aveva, del resto, alcun interesse di carriera e notorieta. Voleva solo fare il suo lavoro. Ma gli atti di abuso continuavano. Cercò di chiedere l’aiuto del primario, ma oltre vuote parole non ottenne nulla.
Intanto gli atti di abuso aumentavano così si estendeva il numero di coloro che “collaboravano” in questo mobbing che da soft divenne, nel tempo estremo.
Anche perché, seppure di animo mite, Pietro è come quelle querce che resistono sempre. Che, pacatamente, non calano mai la testa. E più resisteva alle angherie, più elevava il livello delle sue contestazioni e delle sue denuncie, più continuava a contrattaccare invece semplicemente di togliersi dalla circolazione, maggiore diventava l’accanimento verso di lui, fino a trovarsi contro, nei fatti, molta parte del potere medico che conta del Triveneto, ed esponenti anche di altri “poteri” collusi.
E’ come se, nel corso degli anni, fosse diventata “intollerabile” la sua presenza. E’ come se il suo ripartire ad ogni bastonata, facesse addirittura rabbia. E’ come se la sua volontà di non arrendersi mai li istigasse ad azioni sepre peggiori.
Perché questa storia è durata 22 anni.
Perchè non c’è stata cosa che a Pietro è stata risparmiata.
Lo hanno fatto lavorare per turni e turni di seguito, senza dargli il riposo a cui aveva diritto.
Lo hanno messo nelle condizioni di non potere operare persone che dovevano essere urgentemente operate, impedendogli di accedere alle strumentazioni, negandogli la collaborazione delle infermiere.
Si sono inventati turni che non doveva fare, per contestargli ulteriori mancanze.
Lo hanno fatto chiamare di notte per finte situazioni di urgenza, per destabilizzargli anche le notti che avrebbe dovuto dedicare al riposo.
Gli hanno fatto perdere un occhio.
Hanno fatto passere per “assenteismo” i mesi di convalescenza dovuti a un grave incidente, nonostante lui avesse regolarmente avvisato chi doveva essere avvisato con certificati medici e quant’altro. E per questo fasullo “assenteismo” lo hanno fatto sputtanare sui giornali.
Lo hanno fatto licenziare per un fasullo “assenteismo” quind, e, subito dopo, lo hanno fatto sputtanare sui giornali.
Hanno fatto in modo di ostacolare in ogni modo la sua volontà di riprendere il lavoro presso altre Asl e altri ospedali. Per anni ha trovato solo porte chiuse negli ospedali del Triveneto.
Pietro descrive un potere colluso, ad ogni livello. Un potere dove ci si supporta a vicenda, trovando ognuno la propria “assicurazione sulla carriera” nella complicità degli altri, nel loro intervenire, con ogni mezzo, a sua tutela, nel loro supportarlo nell’ostacolare i suoi nemici. Un potere che spesso si “fraternizza” nelle logge massoniche che sono, da sempre, quasi ovunque, una “camera di compensazione” per la gestione del potere locale. Altri contesti che sembra siano molto apprezzati per “contare” di più nel proprio territorio sono i cosiddetti Rotary Club e Lions Clus. Pietro descrive come il gran parte del gruppo di potere locale si riuniva settimanale nel Rotary Club di Adria.
L’ultimo atto fu farlo finire in galera, nel dicembre 2013, per una accusa di palpeggiamento sessuale da parte di una paziente, che sembra un’accusa fattta emergere ad atti.
La sua condanna fu a due anni e sei mesi, ma il giudice lo mandò comunque in galera dimenticandosi che entro i 3 anni (che divennero 4 con il decreto svuota carcerei emanato poco tempo dopo) si poteva dare l’affidamento ai servizi sociali, in presenza dei requisiti. Requisiti che c’erano tutti.
Solo successivamente il giudice, sotto pressione dell’avvocato, si accorse del suo errore materiale, e Pietro venne liberato, dopo avere fatto 25 giorni di carcere. La cosa che più ricorderà del periodo passato in carcere, sarà la grande umanità riscontrata tra i detenuti, che, nei suoi giorni di detenzione lo trattarono sempre con rispetto, lo aiutarono in ogni occasione, cercarono di rendergli il più tollerabile possibile il suo soggiorno in carcere.
Uscito dal carcere, Pietro mi contattò. Il tramite fu un detenuto con cui tengo una corrispondenza, e che gli diede il mio contatto.
Su Pietro pende un pronunciamento della Cassazione che -sebbene razionalmente sarebbe quasi impossibile, ma lui ormai sa che la razionalità in questa storia è stata bandita da tempo- possa, in un modo o nell’altro riportarlo in carcere. Che lui teme non per se stesso, ma perché la moglie ha costante bisogno di essere accudita.
Recentemente, come vedrete alla fine dell’intervista, Pietro ha tentato il suicidio.
Troppe angherie, troppe umiliazioni, troppa “violenza”, troppa malvagità, troppa ingiustizia verso di lui.
Che poi, il mobbing estremo tende, tante volte, a spingerti proprio o spingerti a gesti estremi, uccidere qualcuno o suicidarsi.
Con Pietro in 22 anni non c’erano mai riusciti.
Dopo 22 anni di inferno, e fresco reduce dal carcere, Pietro ha avuto un momento di debolezza.
Pietro però è ancora vivo.
E non dobbiamo considerare la sua storia come solo una storia.
Punto e a capo.
Facciamola conoscere. Facciamo che si parli di lui. Non lasciamolo solo di fronte ad altre possibili ritorsioni.
Vi lascio alla lunga intervista (l’ho divisa in parti) che gli ho fatto. Leggetela fino in fondo.
———————————————————————————————————————————————

Prima di partire con l’intervista, voglio citare una amara analisi di Pietro sul mondo medico:

“Dopo trent’anni di professione debbo dolorosamente constatare che- pur a fronte di un Giuramento di Ippocrate-che vincola in maniera molto dettagliata ogni medico anzitutto ad esercitare nell’ assoluto rispetto del paziente ed anche dei colleghi -La stragrande maggioranza dei medici che ho conosciuto, di qualunque contesto – guardia medica, ospedali, cliniche, esterni, interni, convenzionati- tirano a campare, fanno meno del minimo indispensabile e vogliono fare soldi. Non c’è, nella maggior parte dei casi a me noti, la minima intenzione, il minimo sforzo di fare davvero il bene del paziente. Anche in cose basilari come aiutare il paziente a scegliere il farmaco che ha meno effetti collaterali. Ogni inefficienza, ogni assurdità la si giustifica, quasi, con la mancanza di soldi de servizio sanitario nazionale. E questo è anche un problema, ma non è il problema principale. Ciò che manca è la banale buona volontà. E anche attenzione. Tu puoi stare mezzora con un paziente, a sentire quello che ha da dire e non costruire niente. O puoi stare mezzora con un paziente a sentire quello che ha da dire e curarlo con le parole, con le intenzioni o con i farmaci. A te costa uguale. Ma è diversissima la qualità della tua azione nei due casi. Nel primo caso pensi a cosa farai dopo, a quanti soldi guadagnerai, a a quale indotto quel paziente ti potra’ portare nel tempo.. Nel secondo caso stai con la testa e sul posto e pensi, pensi, mentre lui parla, a tutto quello che puoi fare per aiutarlo. Questo che dico non è qualcosa che potrebbero fare solo dei geni o dei talenti nati. Queste cose non sono per pochi. Sono cose che sarebbero alla portata di chiunque. Ma sono cose che non si fanno. Questa attenzione verso l’altro manca ovunque, funzionari ,amministratatori, magistrati”.

-Quanti anni hai Pietro.

57.

-Dove sei nato e dove vivi?

A Padova e vivo in un paese della provincia di Padova.

-Tu sei medico oculista. Raccontami il tuo percorso.

Io non sono figlio di medici. Non ho avuto appoggi di nessun tipo nei miei studi. Mi sono laureato a 24 anni.

-Che anno era?

1981. Mi sono specializzato cinque anni dopo in oftalmologia, cioè in oculistica. Posso dirti che a 24 anni non si laureava in nessuno. In 800 del mio corso, a laurearsi a 24 anni furono solo in 10. Da quel momento in poi non ho più voluto nulla, neanche una mancetta dai miei genitori. Ho subito scritto lettere per il Triveneto, per lavorare; e queste lettere sono state accolte. Ho cominciato a fare sostituzioni di medici di base, in alta montagna, tra i paesini, tra le valli, ove nessuno voleva andare. Mi trovavo a fare la guardia medica a centinaia di chilometri da casa. Mentre tutti gli altri colleghi che si erano laureati o con me, se ne stavano comodi a fare i mantenuti da parte delle loro famiglie, io mi impegnavo in tutti i modi per lavorare. E mentre gli altri si vedevano il sabato e la domenica per andare a spendere i soldi non loro, io ero in alta montagna, sveglio tutta la notte,a fare su e giù. Già allora ero considerato con una certa commiserazione. Ero il povero, lo sfigato tra i ricchi. Fin dall’inizio c’era una certa derisione verso di me, e un vago fastidio. Alcuni mi vedevano come il “morto di fame” e “quello che vuole fare tutto lui”.
A un certo punto ebbi la “fortuna” –chiamiamola “fortuna”……..- di vincere un concorso pubblico per titoli ed esami, in un piccolo ospedale che adesso è diventato grande. L’ospedale di Adria, in provincia di Rovigo, nel Basso Polesine; in pratica in mezzo alle nebbie tutto l’anno. Un territorio che, dopo Roma è uno dei più grandi d’Italia, e allo stesso è una dei meno abitati d’Italia. Era un posto assolutamente disagiato, ma a me importava poco. Io ero innamorato della medicina. Nel reparto di oculistica eravamo tre. Oltre a me c’era Il primario, che praticamente non faceva assolutamente niente oltre alle visite . che per motivi suoi non faceva assolutamente niente; e l’aiuto primario che era un mio coetaneo di Padova che conoscevo già da prima, perché avevamo studiato insieme nella stessa Clinica. Aveva tre anni più di me ed era il mio esatto opposto. Figlio di maggiorenti di Padova, iscritto al Rotary, ricchissimo di famiglia, e soprattutto pieno di boria. Una di quelle persone che mentre camminano , impettiti e testa alta, sembrano dire “ci sono solo io, scansati che passo io, tu sei una merda”. Era tutto il contrario di quello che –per cultura, formazione famigliare, esperienza cristiana- ero io. Per mia grande sfortuna questa persona non solo era ed è un arrogante arrivista come pochi, ma era ed è una persona genialoide, cioè di una intelligenza e di una cultura sopraffina. Per cui capisci bene che se gli stupidi riesci in qualche modo ad evitarli o non metterli in condizione di nuocerti; le persone che sono molto più intelligenti di te, molto colte e che hanno moltissimi appigli sono praticamente invincibili. All’inizio non avevo particolari problemi con questo mio coetaneo. Anche perché lui vedeva –come tutti- in me lo sfigatissimo, il cretinetti, lo stupidino, il poveretto senza alcuna possibilità di dare fastidio in nessuna maniera. Ma le cose cominciarono ad andare diversamente. Io mi applicavo con una voglia, con una passione indescrivibili e pian piano ho iniziato ad essere apprezzato, riconosciuto per il modo di esercitare –con il cuore e con tutta la dedizione possibile- sia dai pazienti e dal loro passa parola, che dagli altri medici dell’ASL, che a loro volta mi inviavano così altri pazienti. Gran parte dei 400 medici che erano lì hanno cominciato ad amarmi e ad apprezzarmi. La mia carriera prese una impennata. Migliaia di pazienti chiedevano di me, e nonSOLO dell’aiuto. E non perché io fossi bravo, ma, credo, soltanto per la mia umanità e per i miei modi. Vedevano che ero un giovane che tentava in tutte le maniere di aiutare il prossimo. Questa è sempre stata la mia caratteristica. Mentre l’aiuto se ne fregava e guardava i pazienti con un tono del tipo “io sono il medico, tu sei il paziente, zitto e basta”.
Quanto stava accadendo creava progressivamente in lui un grande fastidio, che si è acuito negli anni. Cominciò ad accadere qualcosa che per lui era assolutamente intollerabile; gli stavo facendo ombra. Da lì iniziarono i miei problemi.

-Che tipo di problemi?

Furono piccole cose i primi tempi. Dispetti, dispettini puerili, parole dette dietro o mentre passavo, una sottile denigrazione. Col tempo il livello delle “aggressioni” aumentò esponenzialmente, fino ad arrivare ad ogni tipo di minaccia, fino ad arrivare all’intimidazione fisica, all’uso del potere per danneggiarmi.
L’aiuto aveva una intesa “simbiotica” con il primario. Il primario in pratica non operava nulla, nemmeno un brufolo- non solo perché non era capace, ma perché proprio non voleva; e questo aiuto gli faceva tutto. Loro due si sono sempre coperti e avvantaggiati a vicenda. Io ero completamente preso dal lavoro ospedaliero e da quello scientifico; facevo ricerca, pubblicavo, andavo ai congressi. Non mi importava di guadagnare di più con mezzucci, ovvero facendo comparaggio nei negozi degli ottici. Il loro interesse principale invece era il lucro, e avevano vati ambulatori privati. Tu sai che allora c’era la legge Bindi; in base alla quale chi operava in ospedale doveva fare il tempo pieno in ospedale e non poteva lavorare in ambulatori esterni. Questi due –come tanti altri del resto- con tutte le loro coperture avevano ambulatori esterni privati dappertutto e lucravano su questo. Com’era il gioco?: IL primario faceva operare i propri pazienti privati dall’aiuto. Dopodiché tornavano nel suo studio privato.. capisci bene che tutto questo moltiplicato per migliaia di pazienti all’anno.

-Spiega meglio questo meccanismo..

Queste non sono cose che sono accadute solo in quell’ospedale. Sono cose che accadono ovunque, in tutti gli ospedali e gli ambulatori d’Italia, da sempre. Tutti sanno che se vuoi una bella visita vai dal primario, o vai dal medico famoso, e che ci vai privatamente. E’ sempre stato così. Io conosco la realtà bene del Meridione. Sai che solo nel privato avrai davvero una visita veramente accurata, o potrai avere un possibile “salto” delle liste di attesa per eventuali interventi necessari o esami diagnostici.
E’ ovviamente una truffa, ma viene rinviato a giudizio un medico su migliaia e ad ogni morte di papa.
Pensiamo alle operazioni. Tu ti fai operare dal tal medico. Una volta operato –soprattutto se sei rimasto soddisfatto e se sei convinto che quel medico sappia tutto del tuo caso- tenderai a rivolgerti a lui anche successivamente. Se potessi “raggiungerlo” nel pubblico, andresti nel pubblico. Ma molto spesso ti senti dire “io non lavoro più lì”… “io in quegli orari devo fare questo”.. “devi aspettare sei mesi”.. a un certo punto, consciamente o inconsciamente capisci che per vedere quel medico devi andare a trovarlo a livello “privato”. E questo non vale solo per la chirurgia, vale per ogni branca medica. Tutto questo funziona in particolar modo quando vi è una collusione tra tutta una serie di soggetti; primario, aiuto, medico, infermiere; con la direzione sanitaria e il direttore generale che girano la testa dall’altra parte. Alla persona che cerca quel medico, gli indicano la stanza d’ospedale in cui “dovrebbe” essere; ma, guarda tu, quasi mai è presente. Alcune ore si mette di guardia; altre ore è via per un congresso; altre ore è ad un appuntamento. Insomma si rende sempre indisponibile. Allora quella persona chiede “Dove lo posso trovare? Dov’è che visita?”. E qui l’infermiere o qualche altro operatore sa cosa dire “Vada in questo ambulatorio qui, città tal dei tali, via tal dei tali, numero di telefono tal dei tali”.

-Il medico si rende quasi irraggiungibile nel pubblico, per costringerti a raggiungerlo nel privato..

Questa è una delle cose più diffuse e scontate. Potrei dirti “questo è il minimo di ciò che accade”. Se il paziente non vuole aspettare mesi e mesi, è costretto ad andare a visita privata. Questo è possibile solo se c’è la connivenza delle altre strutture superiori ed inferiori.
Quando la connivenza diventa totale, si possono attuare meccanismi di spaventosa illegalità. Ti dico una delle cose che mi hanno fatto. Loro, in un momento successivo, sono riusciti ad impedirmi di fare la libera professione intramuraria –ovvero dentro l’ospedale, che è la modalità più corretta per farla- che io per legge potevo fare. E come facevano? Non ti danno il permesso di farlo da quell’ora a quell’altra ora, ti dicono che non c’è lo spazio e tutta una serie di altre fesserie che tirano fuori al momento. Tu dovresti metterti a contestare queste cose al Tar, e magari dopo 6 o7 anni ti danno anche ragione, ma nel frattempo ti sei rovinato, come, del resto è successo a me.
L’illegalità estrema, i meccanismi più odiosi, sono possibili solo nella collusione totale, solo nella complicità che coinvolge tutti. Perché basta che il primario, l’aiuto, gli infermieri, la direzione sanitaria, il dirigente dell’Asl, uno chiunque di questi, metta il bastone tra le ruote e un giochetto come quello che hanno fatto a me e che ho descritto poco prima, non puoi farlo.
Quando invece i giochi più sporchi riescono ad essere attuati, vuol dire che tutti i livelli del potere sanitario sono coinvolti.
Torniamo agli ambulatori privati. Per potere lucrare appieno sugli ambulatori privati c’è bisogno del primario e della direzione sanitaria che ti danno il permesso di essere assente fisso per delle giornate. Immagina di avere, di nascosto, un ambulatorio privato, a Bologna, a Padova, a Firenze; e che a questi ambulatori ci vai, rispettivamente il martedì pomeriggio, il giovedì mattina, il sabato pomeriggio.
Allo stesso modo, con le loro collusioni possono renderti la vita impossibile. Ed è quello che hanno fatto con me in tutti quegli anni. Posso dirti che per più di tre anni –gli ultimi che ho trascorso in servizio presso la divisione oculistica nell’ospedale di Adria- non ho potuto godere non solo dei miei diritti contrattuali, ma neanche di quelli costituzionali. Diritti come la tutela della salute. Una delle mie problematiche di salute è stata dovuta da una frattura al femore, per la quale ho subito 3 interventi e 9 ricoveri ho portato per 2 anni stampelle e anche ora ho seri problemi.

-Tu dicevi che l’ostilità iniziale nasceva “semplicemente” dal fatto che semplicemente eri una persona senza appoggi, che aveva tanti clienti, che poteva mettere ombra a qualcuno, soprattutto questo aiuto primario.

Sì, e mentre lui veniva tutelato, a me cercavano di tenermi calmo. Nella mia ingenuità avevo più volte anche provato a rivolgermi al primario che mi diceva “stia tranquillo dottore, lo calmo io, ci penso io, lei continui, non ci badi.. non ci sono problemi..”. Ma lui continuava imperterrito, con sempre maggiore arroganza.
Io ero assistente di ruolo in un reparto di oculistica. E cosa fai in un reparto oculistico? Certo fai gli occhiali, come fanno tutti gli oculisti, però anche operi. E operare è la cosa principale, la cosa più gratificante dell’oculistica. Ma l’aiuto voleva operare solo lui. Praticamente io non potevo entrare in sala operatoria se non a guardare. L’intervento più comune al mondo per gli oculisti è l’intervento di cataratta; la cataratta è la prima operazione che ti fanno fare, il pane quotidiano, l’intervento di base per l’oculista. Bene, in 14 anni che io sono stato in quell’ospedale non ho mai potuto operare nemmeno una cataratta, e tuttavia sono stato costretto ad operare di notte, da solo, una cataratta traumatica.
Tu, non facendo operare una persona è come se la castrassi, come se gli tarpassi le ali. E allo stesso tempo permetti E OBBLIGHI che per 14 anni lui faccia anche 14, 15, 16 turni di reperibilità notturna MENSILI per le urgenze; quindi i casi chirurgi più complessi. Io mi trovavo ad essere responsabile, e da solo, di interventi chirurgici in urgenza, pur non avendo potuto avere io nessuna esperienza chirurgica. Questo non per 14 giorni, ma per 14 anni.

-Tu quindi ti trovavi ad operare d’urgenza?

Sì, ed era uno dei contesti che utilizzavano per rendermi la vita impossibile. Una notte che ero di guardia, è venuta una vecchietta una che aveva l’occhio bucato; si era trafitta l’occhio con un ago. Ovviamente dovevo intervenire subito, e sono andato con lei in sala operatoria. Io non avevo mai operato prima la cataratta. Quindi immaginati che trauma psicologico per me operare qualcosa che non avevo mai operato. Certo, la teoria la sapevo; ma dal dire al fare.. Comunque, una volta che operi la cataratta, se non togli la parte che si è sporcata, che si è infettata del cristallino, tu l’occhio rischi di perderlo. Comunque, io ho tolto il cristallino e dovevo inserire il cristallino artificiale. Il cristallino artificiale è la lente che si mette al posto del cristallino vecchio. Tutto questo deve essere fatto nello stesso intervento. Bene immaginati me che sto operando, che ho tolto il cristallino vecchio e dico alla ferrista che era con me
“mi dia il cristallino artificiale” .
“Io mica ce l’ho”.
“E che vuol dire ‘io mica ce l’ho?’, guardi dove sapete voi, negli armadietti della sala operatoria.. dove li tenete di solito? dov’è che li tiene di solito il dottor (l’aiuto) .. che ne mette fino a dieci a settimana?..siete voi che lo assistete …”,
“io non lo so..”.
“Come non lo sa?”. E lì ho cominciato a capire.
“Sentite, qui ho l’occhio aperto della paziente, devo mettere il cristallino, telefonate immediatamente all’aiuto, al primario, ecc. “. Loro chiamarono ma quelli non risposero, fecero in modo di non farsi trovare.

Morale della favola, alla fine, insistendo con l’una e con l’altra, uscì fuori che le lenti intraoculari –ognuna delle quali ha un prezzo esorbitante, migliaia e migliaia di euro con le varie gradazioni e di proprietà dell’ospedale- li custodiva, guarda caso, lo stesso aiuto, nel suo armadietto personale dentro la sua stanza. Io chiamai immediatamente i carabinieri, e quella sera dovetti chiudere l’occhio di quella vecchietta senza poter inserire il cristallino nuovo. Per cui quella paziente è stata danneggiata irreversibilmente. Venne operata dopo un mese da un altro, ma non è servito a niente, l’occhio è rimasto CON UNA VISTA RIDOTTISSIMA. Quella notte telefonai subito ai carabinieri e in procura. Il magistrato di turno ha messo sotto sequestro l’armadietto, che è stato dissequestrato dieci giorni dopo, in mia assenza, perché io ero ricoverato per una colica renale. Quando hanno aperto il suo armadietto, hanno trovato le lentine intraoculari per un valore di migliaia di euro. Cosa voleva dire tutto questo? Che solo l’aiuto poteva utilizzare queste lenti e nessun altro. E quindi che lui aveva la gestione di quante erano, di quante ne metteva, ecc. Tu sai che vuol dire comparaggio. Questa persona era sponsorizzata dalle case farmaceutiche, che gli hanno pagato anche viaggi in Usa e in molti altri posti. Arrivava al punto di vantarsene con meb. Le ditte che vendono prodotti come questi, traendone dei profitti enormi, danno naturalmente de bonus –diretti e indiretti- per fare in modo che la propria ditta venisse favorita rispetto a altre ditte. La gara tra le ditte la gestiva lui, in connivenza col primario, facendo vincere questa o quella ditta. Comunque, le denunce che io feci contro queste persone, anche la procedura che era stata attuata, col sequestro dell’armadietto, ecc., finì in un buco nell’acqua.

-Fa impressione sapere che le persone che erano con te, le ferriste, la caposala, non ti avevano detto niente neanche quando la paziente era sotto i ferri.

E’ come diventare passivi, succubi di un sistema.

-Perché nessuno ha preso un martello e lo sfondava?

Io sono stato lì lì per farlo io, sapendo che già senza niente, facevano di tutto per ostacolarmi in ogni maniera, se avessi fatto una cosa del genere mi avrebbero messo in carcere già allora.
Comunque, si poteva dire che l’aiuto e il primario erano implicati in ogni scorrettezza possibile. Come quella relativa ai falsi ciechi. E anche per questa vennero indagati. In quegli anni in Italia era scoppiata la questione dei “falsi ciechi”. Vi erano servizi giornalistici, con tanto di video, che mostravano questi ciechi che andavano al mare, giocavano a pallone, andavano i bici; e non poche inchieste furono fatte su questo “scandalo”, che colpiva molto l’immaginario delle persone. La guardia di Finanza di Adria mi interrogò varie volte in una inchiesta in merito ai “falsi ciechi”. Anche nella zona in cui operavo io, c’era una commissione di invalidità oculitisca, ma di essa, come medici, facevano parte solo il primario e l’aiuto. mi avevano escluso; e io non ci avevo mai fatto troppo caso. Quando la guardia di finanza cominciò ad interrogarmi, mi mostrò anche delle fotografie che mostravano persone, della zona, dichiarate “cieche”, che espletavano normalmente le più varie attività. Io confermai loro che quelle persone che avevano filmato non potevano certo essere cieche, e dissi anche loro però che nella commissione di invalidità oculistica io non c’ero, che me ne avevano sempre tenuto fuori. Comunque cercai di aiutarli, facendo capire il livello di complicità e il tipo di relazioni che devono sussistere per mettere in atto illegalità di quel tipo. La guardia di finanza continuò la sua inchiesta, vi furono anche vari processi, ma i soggetti coinvolti, riuscirono a tirare la cosa così per le lunghe che non ne seppi piu’ nulla dell’ esito. A peggiorare la situazione intervenne il mio diventare rappresentante sindacale.

-Racconta..

Il mio modo di comportarmi molto semplice e trasparente, fece sì che io venni costretto, praticamente all’unanimità, a diventare rappresentante sindacale, quando io di sindacato non ne sapevo niente. Ma hanno fatto di tutto per eleggermi. Se hai capito come sono fatto io, una volta eletto, non ho preso questa elezione come una gratificazione, come una carica che mi poneva in una posizione di prestigio per avere vantaggi dall’amministrazione; ma l’ho presa seriamente, come strumento per difendere i lavoratori dell’ospedale. Mi misi subito a comprarmi libri di contratti, di gestione sindacale e quant’altro; mi sono messo a studiare come un deficiente; ho fatto anche dei corsi di formazione. E così ho cominciato a fare anche il sindacalista; puntando i piedi con l’amministrazione, senza guardare in faccia nessuno, quando c’erano cose che non andavano. Divenni il punto di riferimento per tutti i colleghi; e quando era necessario, mi alzavo in piedi e parlavo duramente. Se già prima non ero visto bene, la mia azione sindacale portò a un vero e proprio odio da parte dell’amministrazione.

-Ma dalla tua parte rimasero tutti quei medici che tu avevi in tante occasioni difeso come sindacalista?

No. Quando le cose si sono messe male per me, sono rimasto solo. Tutti sapevano cosa succedeva nel mio reparto; però quando è stato il momento non dico di testimoniare a mio favore, ma anche solo di darmi un po’ di appoggio e sostegno, si sono allontanati tutti. Nel frattempo l’amministrazione ha cominciato a calcare le dosi, dando il via a quello che è stato un vero bombardamento di contestazioni di addebito, di di provvedimenti disciplinari.

-Fammi un esempio..

Di esempi te ne potrei fare migliaia. La prima contestazione di addebito la ricevetti alla fine degli anni ’80 perché non avevo allegato una polaroid ad una ecografia che avevo fatto ad una paziente. E perché non avevo allegato quella polaroid? Proprio per via del mobbing che subivo dal primario e dall’aiuto, con la concreta connivenza di alcune infermiere (per prima la caposala) e della direzione sanitaria. Mentre il primario e l’aiuto ricevevano i pazienti quando pareva loro, e avevano sempre l’ auto di una o due infermiere; io invece dovevo sempre fare tutto da solo. Io procedevo comunque, ma in condizioni certamente più difficoltose. Naturalmente denunciavo, dicendo che venivo privato dell’assistenza delle infermiere e naturalmente nessuno mi ha mai risposto. Veniamo alla questione ecografia-polaroid. Immagina, che tu devi fare l’ecografia ad una paziente, e devi tenere la sonda con una mano, l’occhio aperto con l’altra, e con la “una terza mano” dovrei scattare foto e regolare lo strumento. Il piccolo problema è che non avevo una terza mano. Aggiungi che non mi fornivano neanche il materiale; ad esempio il rullino della polaroid. E allora immagina la scena che sarebbe comica, se non fosse tragica. Stai visitando il paziente, in qualche modo riesci ad afferrare la polaroid, ma ti accorgi che ti è finito il caricatore, cerchi nel carrello sotto e non ce ne è neanche uno. Con le mani sul paziente, chiami qualcuno perché venga ad aiutarti, ma non viene nessuno. E allora distendi il paziente su un lettino, vai fuori e chiami una infermiera, ma naturalmente non serve a niente e nessuno arriva. E allora che fa? Finisci l’esame senza allegare la foto, scrivendo che non ti è stato allegato il materiale fotografico. E, come hai ben capito, qualche giorno dopo parte contro di te una contestazione di addebito perché non hai allegato la foto all’ecografia. Questo fu il primo caso. Ma ne sono seguiti NUMEROSI.
E che significa tutto questo? Significa rabbia, tensione, stress psicofisico. Significa prendersi un avvocato e pagarlo. Significa intentare procedimenti che quasi sempre finiscono con un buco nell’acqua, ovvero con l’archiviazione. Ma intanto i danni sono stati fatti, come il danno all’immagine, in quanto ovviamente le persone colluse si davano un gran da fare nel pubblicizzare la cosa tra le mura dell’ospedale e in città.

-Sono vicende pazzesche…

Te ne racconto un’altra. Mi avevano fatto fare –come altre volte del resto- la reperibilità (che di fatto è una guardia medica continuativa, 24 ore su 24, durante la quale devi comunque essere in reparto e visitare i degenti, fare le visite urgenti e pure gli interventi chirurgici d’urgenza) ininterrottamente di seguito per quattro giorni, venerdì, sabato, domenica, lunedì. In pratica quattro giorni di seguito di lavoro bestiale.
Il contratto ha sempre previsto il recupero compensativo OBBLIGATORIO nel giorno immediatamente seguente ed entro la settimana stessa. Martedì ero finalmente libero, il giorno di riposo. Sono andato a casa e ho spento il cellulare, perché, non pensare che i giorni in cui “riuscivo a tornare a casa”, potessi, almeno quei giorni, avere un momento di pace. Visto che dovevo avere il cellulare sempre acceso per essere reperibile, loro mi chiamavano giorno e notte, e tante volte mi arrivano telefonate dall’ospedale per urgenze, alle 3 e 4 di notte. Io correvo nel pieno della notte, e arrivato lì mi dicevano che nessuno aveva chiamato, che non c’era nessun caso di urgenza. Quel martedì, dopo quei quattro giorni di lavoro bestiale, sapendo che avrebbero tormentato con questo genere di telefonate anche quel giorno che sarebbe dovuto essere di “riposo”, spensi proprio il cellulare. Quando il giorno dopo sono tornato in ospedale, ho trovato tutta la gente che mi guardava di storto e le infermiere che mi dicevano “dottore, cosa ha combinato questa volta? Lei ieri doveva essere di turno e se ne è andato a caso, e ha spendo il cellulare. Alcuni pazienti non sono stati curati e sono venuti i carabinieri”.

-Ma come era possibile che eri di turno, se per quel giorno era previsto che tu non lavorassi?

Hanno fatto un falso ideologico e anche materiale… hanno prodotto un atto falso dove risultava che io quel martedì dovevo lavorare… e quel turno “falsificato” lo hanno appeso alla porta dell’ambulatorio, nel lato interno, dove non avevo accesso, in quanto da svariati mesi erano state sostituite tutte le serrature del reparto, con il solo intento di impedirmi l’accesso, in quanto non mi furono mai date le nuove chiavi. E questo solo a me; mentre tutte le infermiere, le donne delle pulizie, ecc., le avevano.

-Cioè arrivare fino a scrivere una indicazione di turni falsificati?

Sì, lo so che sembra incredibile. Tutta questa storia sembra incredibile. E io davvero, potrei non fermarmi mai a dirti tutto quello che mi hanno fatto. Nell’aprile del 1993 ebbi la frattura scomposta e complicata di un femore e lesioni legamentose e meniscali alle quali seguirono tre interventi e nove ricoveri. Beh mi hanno impedito praticamente di fare fisioterapia. Ma mi hanno impedito praticamente tutto. Mi hanno impedito di andare ai congressi, di fare il mio aggiornamento settimanale previsto dal contratto, di andare in ferie. Com’è che facevano? Io ovviamente dovevo fare domanda per ciascuna di queste cose (fisioterapia, ferie, andare ai congressi) e la facevo con mesi di anticipo. Bene, le mie domande non ricevevano risposta. Mai, a nessun livello. Non avendo risposta, io non potevo assentarmi, altrimenti sarebbe stato rifiuto in atti d’ufficio, mancanza dal posto di lavoro, denunce penali, ecc. E visto che una persona non è una macchina e alcune volte, giocoforza, ho dovuto assentarmi, sono riusciti anche a farmele queste denunce penali; me ne hanno fatte due. Non si può descrivere l’inferno che ho vissuto. Io facevoCOSE come tre, quattro turni continuativi. Per legge una persona dopo determinati turni di lavoro, deve riposare. Perché era impossibile che una persona potesse lavorare giorno e notte per diversi giorni di seguito. Ma, come ti avevo mostrato nell’esempio di prima, loro erano capaci di farmi fare. turno sabato, domenica e lunedì… e martedì, invece di farmi riposare.. ecco che mi piazzano nell’ambulatorio del paese più vicino.. e il giorno dopo di nuovo di guardia…

-Questa è pura persecuzione.

Si chiama mobbing estremo. Io l’ho imparato dopo studiando i libri, soprattutto presso degli avvocati di Torino che avevano scritto libri su questo.
Questi avvocati avevano iniziato il lungo iter presso il giudice del lavoro di Rovigo, che è stato poi bloccato, in quanto nel frattempo il parlamento aveva approvato una nuova norma che indicava non più il giudice del lavoro, bensì quello amministrativo, come referente per le cause di lavoro. Avrei dovuto iniziare tutto l’iter da capo; era impossibile. Anche perché non avevo più soldi per pagare, ed ero disoccupato. Forse nell’arco di decenni avrei avuto ragione. Me ne hanno fatte centinaia di episodi di questo genere.
Nel mobbing estremo che mi facevano era compreso anche il togliermi le chiavi di tutti gli ambulatori. Tutti gli altri operatori, comprese le donne delle pulizie, avevano tutte le chiavi degli ambulatori. A me, avevano, a un certo punto, cambiato le chiavi della serratura, senza dirmi niente. Semplicemente da un giorno all’altro mi ritrovai senza chiavi. Ora chiediti come fa un medico che è di guardia in un ospedale a non avere le chiavi delle stanze in cui ci sono gli strumenti, degli ambulatori, della sala operatoria. Le chiavi ce le aveva l’infermiera, e io dovevo ogni volta chiedere il permesso all’infermiera. Qualche volta era autorizzata a venire ad aprirmi; e alcune di volte, dopo avermi aperto veniva controllarmi. Altre volte mi diceva semplicemente “no”. E io.. che mi sembrava di diventare pazzo..”come no?”. “Ho l’ordine di non aprirle”, mi ribatteva. E io quella sera non potevo entrare negli ambulatori e nella sala operatoria. Questo comportava conseguenze drammatiche per gli stessi pazienti che avevano la sfortuna di presentarsi una di quelle notti. C’era un paziente che curavo da più di dieci anni. Questo paziente aveva spesso delle emorragie maculari, che lo facevano diventare cieco; ed era necessario fare immediatamente una florangiografia. Una giorno questo paziente mi telefona, dicendomi che aveva avuto un’altra di queste emorragie e che non ci vedeva più. Io naturalmente gli dico di farsi portare al più presto in ospedale, che gli avrei fatto l’angiografia. Quando arriva il paziente e vado a “chiedere” cortesemente all’infermiera di aprirmi l’ambulatorio perché avevo un paziente in condizioni urgenti, le mie risponde “No”.

-Descrivi il resto del dialogo.. con questa infermiera..

“Come no? Ho urgenza per un paziente..”.
“Mi è stato detto che lei non può accedere all’ambulatorio”.
“Come non posso accedere?” Le mostro il paziente, aggiungendo “Vede, questo paziente ha una patologia gravissima, devo visitarlo e fargli immediatamente una angiografia”.
“No”.
“Ma chiami il primario e la direzione sanitaria..”.
“Io non chiamo nessuno”.

-A volte è difficile capire se è più miserabile e squallido chi dà gli ordini o chi ubbidisce.

Nulla, nulla, nulla, mai, mai, mai. Senza giustificazione e in completo spregio a ogni norma, non solo a ogni norma comune in ogni ospedale, ma ad ogni norma di buon senso. –
Io, con il paziente accanto, ho cercato subito di contattare il primario e non si è fatto trovare. Sono andato in direzione sanitaria al piano di sopra e mi è stato detto che il direttore sanitario non c’era. In realtà poi seppi che c’era, ma si rifiutava di vedermi. A quel punto, di comune accordo col paziente, siamo andati dai carabinieri per sporgere denuncia. Ho scritto anche una lettera ai giornali, che nessuno ha pubblicato. Quel paziente è dovuto andare in un ospedale a 60 km di distanza per farsi visitare e farsi fare l’angiografia. Naturalmente dei dirigenti e delle infermiere che si erano comportati in quel modo non è successo niente.

-Nel leggere il dialogo che hai avuto con quell’infermiera, sembrava proprio ostile..

Non erano tutte uguali. Ce n’erano alcune che erano state terrorizzate. Infermiere che mi volevano bene perché sapevano chi ero, cosa facevo e cosa subivo. Alcune di esse mi dicevano le cose di nascosto, per cui venivo a conoscenza di altri elementi del modo bastardo con cui venivo trattato; anche se mi scongiuravano di mantenere il silenzio; “Dottore mi raccomando non mi rovini, non dire che le ho detto”. E io non l’ho mai fatto, non le ho mai coinvolte. Avrei potuto citarle come test in un’indagine, ma non l’ho fatto per tutelarle e poi di parola io che ne ho una sola.
Io ho vissuto per tanti anni proprio in una situazione del genere. In un crescendo infamia umana. Nel mobbing estremo di persone che, per danneggiare me, non hanno avuto remore a danneggiare migliaia di pazienti. Vuoi rovinare una persona? Rovinala. Ma non rovinare con lui dei malati che con lui non hanno nulla a che vedere.
E ricorda che mentre all’inizio vedevo la malvagità solo in persone come l’aiuto che mettevano in atto concretamente atti dolosi; col passare degli anni sono arrivato a considerare ancora più meschina e criminale l’omissione. Ovvero l’azione di tutte quelle persone che, a vari livelli, dovevano e potevano per legge intervenire e che hanno fatto finta di non vedere, di non sapere, di non capire. Che hanno fatto finta di on leggere quello che io avevo scritto, protocollato, inviato con raccomandata migliaia di volte. Migliaia di volte a migliaia di persone diverse.
E io non capivo, non capivo tanta complicità nel male. E quelli che all’apparenza sembrano buoni –l’ho compreso poi- sono ancora più canaglie di quelli che capisci subito che sono cattivi. Come il primario che era conosciuto da tutti come persona educatissima, gentilissima, pacatissima, squisitissima. Questa era la maschera che mostrava al mondo. Immaginati che io gli ero MOLTO affezionato e mi fidavo di lui e per anni, lo supplicai quasi “per favore, mi dia una mano, sono in queste condizioni, ecc, cerchi di fare ragionare l’aiuto. Io non voglio fare niente di più. Non voglio fare soldi, non voglio fare carriera. Voglio solo fare il mio lavoro onestamente, voglio fare l’oculista, fare il medico. Lasciatemelo fare”. “Sì, gli parlerò.. stia tranquillo.. ci penso io..”. Un’altra persona ci sarebbe arrivata subito che questo era anche peggio dell’altro. Io, per la mia ingenuità ci ho messo anni. Immagina, se vuoi un paragone, una persona tanto buona che se ti vede affogare in un fiume che cerchi aiuto, invece di aiutarti subito, ti dice “sì certo, aspetti un attimo, arrivo subito, aspetta, aspetta un attimo, ti aiuto sicuramente”.
E nonostante tutto ciò fosse paradossalmente ridicolo sotto ogni profilo, in quanto il primario era lui, e quindi sarebbe bastato un suo semplice ordine per ristabilire un minimo di legalità e il canonico andamento procedurale nel reparto.
E di fronte a tutte queste persone, a tutte le canaglie che in questi anni mi hanno danneggiato o hanno permesso che venissi danneggiato, sai quante volte mi sono chiesto “ma queste persone non hanno una famiglia? Non hanno dei figli? Cosa insegnano ai loro figli? A fregare il prossimo? A fare qualsiasi ignominia pur di raggiungere il proprio scopo, pur di fare carriera, pur di arricchirsi?”.
Questa gente mi ha fatto perdere un occhio e rovinato la vita senza rimedio.

-Racconta..

Questa è la persona. Questa è una delle persone, perché seguendo la doverosa scaletta gerarchica io sono partito con esposti, denunce, querele e via via più su, man mano che i vari responsabili interpellati epistolarmente non mi rispondevano, passati svariati mesi . In via gerarchica. Non è che sono partito in procura della Repubblica, a Padova, a Rovigo. Non sono partito scrivendo al CSM, al Presidente della Repubblica, al Papa, al vescovo, allegando documenti, prove, fotografie, registrazioni. Non ho fatto di prima battuta. Ho iniziato in via gerarchica, sempre con la speranza. Ma alla fine passavano i mesi e gli anni, mentre i miei aguzzini aggiungevano cose a cose, con uno stillicidio continuo.
Prima tentai con il primario, per anni. Poi con la direzione sanitaria. Poi col dirigente, col direttore dell’Asl, che per legge è il responsabile unico. Alla fine, dopo anni, l’ho denunciato, dopo che mi avevano licenziato per omissione di atti d’ufficio, rifiuto di atti d’ufficio, collusione, ecc. e i giudici hanno ritenuto che io l’abbia calunniato.
In quegli anni ho mandato una trentina di esposti, in cui c’era sempre lo stesso presidente dell’ Ordine dei medici di Padova, la stessa persona, che un mese fa mi ha radiato. In questi anni lui non ha aperto un procedimento disciplinare nei confronti di nessuna delle centinaia di persone medici nei confronti dei quali lui aveva il dovere di indagare. Ha lasciato, ha omesso come gli altri, ha lasciato che facessero così. Gli ho chiesto aiuto, gli ho detto che temevo per la mia incolumità personale.
Nei primi di gennaio 1993, mi trovavo in ospedale nello stesso amblutario con l’aiuto. L’aiuto a un certo punto mi ha chiesto di scrivere in cartella clinica che pochi giorni prima lui aveva fatto un intervento, che era andato tutto bene. Tutte cose delle quali io non sapevo nulla, di cui non sapevo mimicamente se fossero davvero accadute; dato che io ero, come ho detto prima, totalmente escluso dalla sala operatoria. E quindi mi rifiutai di ottemperare alla richiesta dell’aiuto. Lui si è alzato, è venuto verso di me, mi ha dato un pugno in un occhio, sono svenuto e ho perso gran parte della vista da quell’occhio. Da allora io sono invalido. Lo denunciai, ma lui riuscì fare andare avanti la cosa finché non è andata in prescrizione. E, come puoi immaginare, non ha ricevuto alcun provvedimento disciplinare, né dall’ordine dei medici, né dall’Asl. Anzi, dopo anni è diventato primario.

-Praticamente tu , oculista, dal 93 sei senza un occhio?

Esattamente. Io sono stato a casa 3 mesi per via di questa situazione. Ovviamente mi sono fatto curare a Milano e in altre zone dove non c’era questa connivenza.

-E’ lo stesso sistema di potere in tutta Padova?

In un certo senso questi meccanismi sono presenti un po’ ovunque, con più o meno “affiatamento” ed efficacia, con più o meno accanimento e brutalità, con più o meno eccezioni; ma qualcosa del genere la puoi trovare in mezza Italia. E tutto questo rientra nel concetto di mafia bianca. Mafia bianca vuol dire potere ospedaliero diffuso, che parte dalle università e arriva agli ospedali. Potere fatto dai medici, e dai medici che hanno funzioni amministrative, vedi direttori sanitari, direttori delle Asl e quant’altro. Questa mafia bianca molto spesso è collusa con le vari lobby di potere E massonico riunite in organismi come il Rotary club e i Lyons. Tutti gruppi che hanno, si intende, “scopi benefici”. Per darti una indicazione concreta, ogni martedì all’albergo Stella d’ Italia , si riuniva il Rotary Club di Adria. A queste riunioni del Rotary di Adria partecipavano questo famoso aiuto, e anche il Direttore Sanitario, TALE Nunzio Caruso, quello che mandava le miriade di fantomatiche contestazioni d’addebito che mi sono giunte. Ci andava anche l’avvocato Migliorini, che Giancarlo Galan –presidente della regione Veneto per tre mandati- indicava come il suo tutore politico. Sempre a queste riunioni del Rotary di Adria c’era una dottoressa che era l’ex direttore sanitario, c’era un magistrato, c’ era il comandante della polizia locale, e tanta altra bella gente. Ti rendi conto che queste persone si trovavano nello stesso posto tutte le settimane? Trovi strano che nessuno tra i soggetti a cui mi ero rivolto, abbia mai fatto niente per tutelarmi?

-Una mano lava l’altra..

Molti sono massoni e se ne vantano pure pubblicamente. Quando ti sei scagliato contro un massone, un rotariano, ecc., non ti sei scagliato solo contro di lui. Ti sei scagliato contro tutti i massoni della sua loggia, contro tutti rotariani, e dovunque tu vada hai il massone e il rotariano contro. E’ la logica delle lobby. E’ per questo che, successivamente, nonostante avessi vinto concorsi in tutte le ASL del Veneto, sono sempre riusciti a farmi fuori, con una scusa o con l’altra. Quando arrivavo in un posto, ero già odiato. Basta una telefonata : le distanze , da una città ad una altra non contano, i personaggi che girano sono sempre gli stessi. Basta vedere l’ organigramma dei dirigenti nelle varie Asl del Veneto negli ultimi vent’anni. Direttori generali, direttori amministrativi, direttori sanitari e di distretto . hanno fatto carriera passando da un ruolo all’ altro , da una ASL all’ altra e ritorno, magari in coppia……. .Un solo esempio, il più recente e significativo da me conosciuto : coloro che dichiarando il falso e negandomi ogni possibilità di difesa per primi mi hanno rovinato definitivamente e ridotto al carcere, tali dott. Benazzi ed Artusi, allora rispettivamente direttore sanitario-e presidente della commissione disciplinare !! – e direttore amministrativo dell’ ASL di Vittorio veneto, pochi mesi dopo il mio allontanamento (fine 2005), sono stati promossi dal presidente del Veneto, Galan, a Direttore Generale e a Direttore Sanitario dell’Asl di Camposampiero. Verrebbe da pensare quale premio per essere finalmente riusciti nell’ intento perseguito da anni : far fuori definitivamente l’ odiato ribelle.

-Che successe dopo la violenza che nel 93 ti fece perdere l’occhio?

Ci ha messo lo zampino anche la sfortuna. come ti dicevo, mi ero fatto curare a Milano, al San Raffaele, il centro allora più famoso per la retina, e poi presso la clinica oculistica di Udine. Ma, come si è capito, hanno potuto fare ben poco. Dopo i due mesi prescritti dovevo rientrare in servizio. La prima di quando scadeva il mese di malattia, stavo tornando in macchina da Milano, dove ero andato ad effettuare gli ultimi esami di controllo prescrittimi. Nei giorni precedenti stavo cercando di riabituarmi a guidare la macchina con un occhio solo, senza benda. Infatti era assolutamente impossibile andare al lavoro con mezzi pubblici; dalla mia residenza di allora avrei dovuto prendere due tram, due corriere e fare lunghi tragitti a piedi.
Quel giorno era una splendida giornata di sole ed ero contento, perché riuscivo, pur con un occhio solo e andando piano, a guidare la macchina. Tu sai che da Milano a Padova si va in autostrada, passando dal lago di Garda. Io che sono, sin da bambino, un amante delle fotografie, dopo settimane di benda, volevo godermi finalmente un bello spettacolo, e fare qualche foto. Accostai la macchina nei presi del lago e salii su una barca, che era in ferma,” in secca“, su una spiaggetta e ho fatto delle fotografie. Ma per via di una manovra maldestra, caddi da un metro e mezzo di altezza e mi ruppi il femore. Da lì il ricovero di urgenza, l’intervento che andò male e tutte le complicazioni possibili. Questa storia mi comportò nove ricoveri , tre interventi e due anni di stampelle e fisioterapia.
Ovviamente, per mia tutela, per prima cosa mandai un certificato medico con raccomandata con ricevuta di ritorno. Ti puoi immaginare se me ne sarei lavato le mani, con quella gente pronta ad approfittare di ogni mio minimo passo falso. Il primo ricovero fu di un mese e mezzo e poi seguirono gli altri. E, naturalmente, a ogni successivo ricovero ho inviato la raccomandata con ricevuta di ritorno, che mi è sempre regolarmente ritornata. Dopo mesi e mesi, quando sono ritornato, al lavoro, mi fanno una bella contestazione di addebito “perché sono stato per mesi assente ingiustificato dal lavoro, dato che non avrei mai mandato certificati medici”; mentre io di certificati ne avevo mandati trenta, e di tutti potevo mostrare la ricevuta di ritorno. La malafede naturalmente era evidente. C’è stato un procedimento giudiziario andato avanti per mesi. Nel frattempo, loro avevano mandato i carabinieri nell’ospedale in cui ero ricoverato per acquisire le cartelle cliniche. E, roba da apparente delirio, hanno mandato almeno una ventina di volte la visita fiscale a Padova preso la mia abitazione. Lo sapevano perfettamente che io ero ricoverato nell’ospedale vicino a Verona, con tanto di diagnosi e prognosi e continuavano a chiedere all’asl di Padova di mandare la visita fiscale, il medico fiscale andava a casa mia, non trovava naturalmente nessuno e diceva “il paziente è irriperibile”, rimandava tutto all’ASL di Padova, la quale ASL aveva carta buona per dire che ero assente ingiustificato dal lavoro.
A quel punto-cioe’ nel 1998 e comunque troppo tardi- io ho fatto una querela nei confronti dell’unico dirigente responsabile totale dell’Asl, cioè il Direttore Generale una persona che viene pagata centinaia di migliaia di euro l’anno. Siamo andati in tribunale, e io ho avuto numerose testimonianze a mio favore. Queste persone hanno detto ai giudici esattamente quello che ti ho detto, che ero trattato in questa maniera, che per anni ho subito questo e non ho mai alzato la testa, non mi sono mai ribellato, non ho fatto mai nulla contro nessuno, che avevano l’ordine, perfino in ragioneria, di non pagarmi lo stipendio, di rimandarmelo di mesi, di non farmi fare la professione, di non farmi fare le ferie, né gli aggiornamenti professionali, né i congressi, né i riposi dopo i turni di reperibilità. Mentre lui ha portato due impiegate dell’ufficio protocollo che hanno detto di avere sì ricevuto le mie buste, ma che erano buste che non contenevano niente, “vuote”. Uno penserebbe che hanno dato ragione a me, e hanno condannato lui, non potendo, tra l’altro, nessuna persona sana di mente, credere a giustificazioni di quel tipo. E invece hanno dato per buone le sue scuse. E non si sono limitati a questo. Si sono a quel punto accaniti contro di me, accusandomi di averlo calunniato, perché “non poteva fare fisicamente ciò che io lo accusavo di avere fatto”.

-Ma anche a volere seguire questo ragionamento folle, loro comunque dovevano riconoscere che tu eri stato realmente ricoverato ed eri stato licenziato ingiustamente.

Questo doveva farlo il giudice del lavoro. Da quell’altro versante siamo andati avanti per anni e quando finalmente eravamo arrivati presso il giudice del lavoro di Rovigo, e io avrei avuto inequivocabilmente soddisfazione, qui non potevano esserci dubbi di sorta, è cambiata la legge. E’ successo dieci giorni prima dell’udienza. Io davvero non so quale male abbia fatto al mondo. A quel punto avrei dovuto ricominciare tutto l’iter giudiziario da capo, in sede civile. Ma non avevo più soldi e ho lasciato perdere la cosa.

(FINE PRIMA PARTE)

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: