Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Manifesto del disagio sociale (prima parte)… di Antonio Piccoli

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L’avvocato Antonio Piccoli  -uno dei nuovi amici che ci scrivono dal carcere di Catanzar0- è una persona che ama gli approfondimenti di ampio respiro. Questa è la prima parte di un suo testo dove affronta, a modo suo, la tematica del disagio sociale.

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Dal soffio di Gea affiorerà Themis e ordine e giustizia regneranno nel suo Tempio. Chiedi consiglio all’oracolo e la Pizia vaticinerà ogni umana tragedia.

Oh uomo! Conosci te stesso e conoscerai l’universo.

Caro lettore un po’ distratto

Ernest Hemingway diceva: “per conoscere veramente lo spirito di un popolo, basta trascorrere un’ora in un suo bar”.

In un mondo “ossimoro”, ove vediamo ma non riconosciamo, sentiamo ma non ascoltiamo, vediamo i colori ma non riconosciamo l’arcobaleno, corriamo stando a tavola, lavoriamo dormendo e dormiamo lavorando, restiamo fermi andando in vacanza, piangiamo mentre giochiamo, violentiamo nel mentre facciamo l’amore, amiamo mentre odiamo e malediciamo, liberi in prigione e reclusi per le vie del mondo, prigionieri in un presente senza fine, sospesi tra inferno e presente dei dannati, ove moriamo mentre viviamo e viviamo mentre siamo morti.

Dimentichi della bontà e della gioia di una società comunitaria, ci siamo precipitati in un mondo “individualista”, centrato sull’individuo singolo e solo o su rare interazioni tra pochi, cui l’egoismo porta a essere instabili. Abbiamo dato vita a una “comunità estetica” (di spiriti), sempre più legata al mondo dell’apparire, fatta da attori senza parte sempre alla ricerca disperata di un’appartenenza che ci viene quotidianamente promessa e costantemente e brutalmente negata, traducendoci in una diversità omogenea di comunità fondate sul non essere e non appartenere e su un insieme amorfo di disperate anime solitarie. Misantropi in piazza.

Comprendiamo la collocazione di ognuno nello spazio socioculturale: le sue stratificazioni sociali. “Fammi sentire come parli e ti dirò chi sei”. Vecchio proverbio per specificare che, con i nostri discorsi, anche inconsapevolmente, indichiamo chi siamo. Cosa vogliamo, chi vogliamo essere, le nostre aspettative, dove andiamo, cosa crediamo di essere o vogliamo apparire, cosa pensiamo degli altri e del mondo che ci circonda. Trasmettiamo informazioni palesi e occulte, qualifichiamo noi stessi e gli altri. Ecco perché è necessario ascoltare per capire, “bisogna essere tanto veloci nell’ascoltare così come tanto lenti nel parlare”. Conoscere una persona e il suo stato, le sue devianze e virtù, così per interagire con essa e creare un rapporto interpersonale.

Se non è chiaro dove si viene e dove si va, quali sono le cause e quali sono gli effetti, cosa viene prima e cosa poi, si corre il rischio di smarrire l’orientamento e ritrovarsi nel caos sociale ed esistenziale, prigionieri del nostro presente e, per quanto ci sforziamo di volergli sfuggire, lui è qui. Abbiamo nuovamente costruito la nostra torre di Babele. La nostra arroganza, ancora una volta, ci porterà nel mare dell’incomunicabilità tra gli uomini.

Caro pensatore attento,

in vari luoghi, tra un caffè e l’altro, ho avuto modo di discutere con tanti  su questioni e problemi di varia natura che affliggono l’Italia e la società civile moderna tutta in questo particolare momento. Cosa dicono, cosa pensano, cosa non dicono, ma vorrebbero se solo qualcuno li ascoltasse, quali i loro sentimenti e aspettative?

Tanta rabbia, senso di solitudine e impotenza, abbandonati alla resa ma pronti a dar foga a ogni alito di entusiasmo e riscatto.

Non chiedono tanto, ma nessuno più neppure li ascolta. Il quadro che ne viene fuori è triste, confuso e assordante.

Differentemente da quelle di antico regime, la società moderna, nata dalla rivoluzione francese e caratterizzata dall’uguaglianza di diritto (ahimé! Non di fatto) di tutti i suoi membri, al di là del ceto o classe. “Tutti sono uguali di fronte alla legge”. Principio fondamentale cui dovrebbe ispirarsi ogni società “civildemocratica”. Ma non tutti godono degli stessi diritti e privilegi. Alcuni di questi sembrano ascritti, altri acquisiti; resta il fatto che oggi vi sono differenze tra varie classi sociali, non solo di fatto, ma anche di diritto. La legge è fatta applicare da uomini, che se stolti (non savi) rendono vano ogni principio di giustizia e uguaglianza.

 Mancanza di cultura sociale ed eccesso di cultura tradizionale atavica.

“La mancanza di un libero tessuto associativo e,  al contrario, la forza eccessiva dei legami famigliari o del clientelismo (cioè dei legami personali di dipendenza da un personaggio locale ed influente) sono causa di mancanza di uno sviluppo di autonoma personalità, sia individuale che collettiva, mancanza di coscienza civica, segno delle difficoltà di modernizzazione del Mezzogiorno”.

Così nascono le sottoclassi sociali (costituite da coloro che si trovano a vivere in uno stato permanente di disagio e povertà e che dipendono, esclusivamente, da assistenza pubblica e privata), causa e merito del proliferare di subculture.

“Staggiti” in patria. La sottoclasse “meridionale”, voluta e costituita dai Governi dall’Unità in poi, “è figlia indisciplinata di una padre che si prodiga nel viziarla: il welfare state. Non aiuta la popolazione povera, arretrata o svantaggiata, a darsi da fare per uscire dal suo stato, ma ha favorito il formarsi di atteggiamenti di rassegnazione, di demoralizzazione, di cinismo, comodità e compiacimento. Il tutto per tenerli buoni, ricevendone voti e potere che manifestano nei fabbisogni personali di chi li ha elevati”. “Un cavallo per il mio regno”. Forse è il caso di dire: “una (misera) pensione in cambio di una poltrona.

LA SCHIAVITU’ GLOBALE

In questo periodo di contingenze economiche e problemi di ogni tipo, specie esistenziali, si tende ad allontanarci dalla parte buona di noi, per farci abbandonare a reazione più o meno biasimevoli e comunque lontane dalla  nostra vera essenza, forse solo assopita. “Negli ultimi secoli un’evoluzione esponenziale ci ha portati al punto che il nostro ego prova come un senso di sazietà. Siamo arrivati ad un livello di saturazione. Abbiamo smesso di evolverci socialmente e siamo giunti al punto nel quale non vogliamo più avere famiglia, temiamo l’amore e gli affetti sinceri, siamo stufi della vita. L’umanità è depressa. Il tedio è una costante della nostra quotidianità, e non troviamo più il senso delle e nelle cose”.

Sotto la miseria dell’oppressione globale, la necessità impellente di trovare in se stessi rifugio dall’avvelenata vita materiale. Abbiamo ricacciato nell’empireo i nostri spiriti buoni e la memoria dei nostri avi. Privi di soccorso, smarriti nelle speculazioni empiriche, non abbiamo alcun modo di sfuggire all’abisso ove ogni disgrazia ci ha piombati.

Così, metà della nostra vita ci affanniamo per costruire egoisticamente ricchezza e potere; l’altra metà per apparire e difendere ogni conquista e ricchezza. Infine, per rendersi conto, troppo tardi che abbiamo non vissuto per noi e siamo infelici.

La storia è la didascalia della natura, anche umana. La nuova decadenza de “l’impero globale ancora una volta contraddirà l’ “evoluzione culturale”, dimostrando che lo sviluppo non equo, veloce ed eccessivo non è un processo unilaterale e progressivo. La storia ci insegna che la storia fa passi indietro.

Lontani dalla realtà della semplice bellezza, non resta altro che l’abbandono alle chimere. Un ‘ingannatrice corsa per raggiungere ogni meta per via diversa. Sotto cieli inesistenti,mondi immaginari, sognatori di avventure finiranno per cadere, senza sonno, in un mondo così reale.

Chi vorrebbe un ritorno alla filosofia bucolica e agreste per salvarci dall’inquinamento materiale e morale, dalla corruzione morale e nuove malattie (mali moderni). Coltivare la terra, e ancor prima rispettarla. Vivere di ciò che si produce, fare comunità. Abbattere le grandi città causa di perdizione, ove le costanti antropologiche dell’uomo si perdono, e rivivere in comunità autarchiche. Trovare se stessi nel rispetto dei valori umani e della natura. Solo così salveremo noi stessi e i nostri figli per un mondo migliore.

Nel Rinascimento  la società sognava: un uomo libero, artefice del proprio destino, per realizzare un mondo migliore per tutti. Progresso, libertà, democrazia, Stati Nazionali. Ci si chiede: dopo 500 anni si è poi realizzato quel sogno rinascimentale? O sono solo cambiati i confini e gli elementi costitutivi della prigione, della povertà, dell’oppressione? Diverse disuguaglianze sociali e ingiustizie sono cresciute con il progresso (“il progresso ti spoglia”) economico, sociale, scientifico-culturale. Non si è realizzata la felicità.

La società moderna attraversa  una fase di regressione economica e culturale. E’ collassata su se stessa, creando forti divari e spaccature socio-economiche. L’uomo comune è regredito a cacciatore-raccoglitore, proprio dell’era neolitica, qualificando la caccia con la violenza e la raccolta con il furto, l’espediente e il malaffare (mossi da impellente necessità e bisogni primari –sopravvivenza propria e del gruppo famigliare- ritengono tutto oggetto di caccia e raccolta; cacciano e raccolgono ovunque ne trovano, non riconoscendo più alcun valore etico, né della proprietà,  e della legalità dello Stato nazione liberaldemocratico).

Gli è stata negata, ancora una volta, la possibilità di essere, una società evoluta, razionale, interattiva, empatica, empatica, civile, industriale/sociale o capitalista; per alcuni neanche una società di “allevatori/agricoltori” (condizione arcaica dell’uomo preistorico, dopo la sua prima evoluzione dal grado di cacciatore-raccoglitore), poiché non hanno di che produrre, allevare, coltivare.

 

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