Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Dal carcere le Vallette di Torino- un trasferimento violento

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Il nostro Antonio di Radiocane ci ha inviato il resoconto di questa vicenda, apparso su “Macerie” http://www.autistici.org/macerie/).

Si tratta del resoconto di ciò che ha portato al trasferimento di una ragazza che era detenuta alla sezione “Nuovi giunti” del carcere di Torino.

Una brutta storia, di trattamento violento e rappresaglia.

Noi, come sempre, siamo con chi subisce ingiustizia. Noi siamo dalla parte di questa ragazza.

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Dal 7 Aprile nel blocco femminile, ai Nuovi Giunti e in tutte le altre sezioni a pranzo e a cena si fa battitura. Le donne delle sezioni, dove stanno sperimentando le celle aperte durante il giorno, spaventate da un possibile ricatto cercano di “tutelarsi” comunicando gli orari delle battiture alla direzione del carcere tramite una domandina. Si frenano i pettegolezzi  in corridoio, tutte insieme giorno dopo giorno fanno risuonare le sbarre e le ante degli armadietti.
Le guardie rispondono esercitando il potere delle chiavi, ritardano l’apertura delle celle per recarsi in doccia, arrivano a non aprire e a non permettere la tanto sospirata ora d’aria.
Il 17 Aprile le detenute smettono di battere minacciate di rapporti disciplinari.
M. non ci sta, si incazza contro tutte, guardie e compagne detenute.
Il giorno successivo la squadretta (gruppo di guardie adibito al pestaggio punitivo) fa irruzione nella cella di M. per spostarla in un’altra isolata, in mezzo alla sezione delle “incolumi”.
M. in una lettera scrive: «prima hanno chiuso tutti i blindi della sezione, poi sono entrati. Non riuscivano a tirarmi fuori per quanto ho fatto resistenza. Quando le botte si sono fatte più forti ho lasciato che venissi trasportata in mezzo al corridoio in modo che tutte le detenute potessero vedere oltre che sentire i colpi inflitti, le ragazze urlavano e facevano trambusto vedendo che non riuscivano a trasportarmi fin dove volevano. Così han fatto aprire una altra cella vuota nelle vicinanze per buttarmici dentro con un altro aggiungersi di guardie.»
Ancora un lungo tira e molla si sussegue nella nuova cella, finché M. vince. La fanno tornare dove stava prima. Passa un’ora e M. viene chiamata all’ufficio matricola. Appena mette piede dentro la stanza la ammanettano e le viene comunicato il trasferimento imminente.
Ritorna così dal carcere dove è arrivata quasi un anno fa, da Vercelli, tra risaie e zanzare. In una cella d’isolamento.
Il 22 viene trasportata d’urgenza in ospedale, un’ecografia rivela un’ernia epigastrica aggravata dalle botte ricevute. Sotto i ferri chirurgici si scopre anche una lacerazione del muscolo addominale, l’operazione che doveva durare mezz’ora diventa una faccenda di due ore.

«Beh, dicevano che dalle Vallette non sballavano nessuno, io non so se c’è l’ho messa tutta per far si che mi facessero sto regalo.»

Che non trasferiscano nessuno dal carcere di Torino non è così sicuro;  numerose sono state le voci che si sono levate e sono state rese fievoli allontanandole.
Chi ha denunciato una morte causata da una somministrazione erronea di terapia, chi si è intestardito nel volersi organizzare con gli altri prigionieri e cambiare qualcosa è stato caricato su una camionetta e trasferito in un altro penitenziario.

M. ci fa sapere che sta bene, il suo morale è alto. Non sempre le botte riescono a scoraggiare gli animi.

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2 pensieri su “Dal carcere le Vallette di Torino- un trasferimento violento

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Oltre ad augurarti di rimetterti presto… cara M. mi domando come può un individuo migliorare in un carcere se trova della gente così? Rieducazione? Direi che tutto questo porta una rabbia incredibile e tanta voglia di uscire dalle regole, se sono loro i primi a non rispettarle come si fa a non odiare queste istituzioni che dovrebbero praticare per primi le buone norme e il rispetto dei diritti umani. Rimettiti presto e non lasciare che vincano loro, quando avrai finito di scontare il tuo periodo armati di una penna, anzi fallo già da ora, una penna è l’arma migliore.

  2. Giuseppina Zito in ha detto:

    Sentire alto il tono per chi subisce violenza , mostra quanta umanità vi è dentro, cerca di metterti in sesto , e preparati quel giorno per trasferire su carta tutto il tuo vissuto tormento , perché si possa migliorare, stimolando gli anime specie i perduti che son tanti …

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